Novelle
Cesare Balbo




Cesare Balbo

Novelle





QUATTRO NOVELLE NARRATE DA UN MAESTRO DI SCUOLA


		E venutomi innanzi
		Un che di stampar opere lavora,
		Dissi: stampami questa alla mal'ora.

    Berni.

PREFAZIONE DELL'AUTORE

Alla edizione delle Quattro Novelle stampata in Torino, per Giuseppe Pomba, nel 1829.

Se vuoi fare a modo mio, cortese discreto leggitore, tu hai nel presente libretto a distinguer bene due persone; il narratore autor delle novelle, e lo scrittore editore di esse. Il primo è un mio amico maestro di scuola in una terra non molto discosta di qua, ma che tu chiederesti invano qual sia, non volendotene io dir nulla per ora, se non ciò che troverai innoltrando due facciate in capo alla prima novella. Del resto, innoltrando più lo conosceresti anche meglio per le sue proprie parole; che quando non si può per le azioni, è pur il miglior modo di conoscere un uomo; miglior assai che per qualunque cosa se ne possa udire da chicchessia altrui, anche da un amico. Così facendo, spero tu abbia a voler po' di bene al maestro; benchè sarà difficile tu gliene voglia mai tanto quanto io. Che se le sue narrazioni ti andassero a genio, vedrei di averne altre, e forse anco un giorno ti scriverei la vita di lui, ch'egli ha narrata a me, ed alcuni altri privati suoi; ma al pubblico dice, che è un'impertinenza far la vita di tale, che non importi se sia vivuto. Perciò è che voglio vedere d'accattarmi prima un po' d'amor tuo. E parendomi che possa conferir a ciò la sua figura, che è buona ed amorevole, sì te la dono sul frontispizio, gratis, come si usa oggidì. Or lasciolo stare, e vengo all'editore, che, come vedi, sono io. Nè debbe calerti chi io sia. Ma forse mi dimanderai come, o perchè io mi mettessi a ciò? Or dirotti: ascoltator trovaimi di novelle per ozio; scrittor fecimi per ozio, ora editor divengo per ozio. Nè da te voglio altro, se non che leggitor mio ti faccia tu anche per ozio. Ma se, passate due ore così, tu ti trovassi d'alquanto migliore, od anche non peggiore; credimi, l'hai a tenere per tanto guadagno, e perciò ad avermene tanta obbligazione. E lascia poi tacciar le mie novelle di classiche, o romantiche, storiche, immaginate, miste, o che so io; tieni buona ogni cosa che non t'annoi, e non ti guasti. E così tu voglia tener me; ed io chiamerotti di nuovo, discreto, cortese, benigno, e benevolo leggitore.




FRANCESCA


		La calunnia è un venticello.

    Rossini, Il Barbiere di Siviglia.
In una villa dove già vissi alcuni anni, fu da maestro di scuola un prete molto buono e sociabile; del quale, come aveva detto messa e finita la scuola o l'ufficio, e se occorreva qualche confessione, ogni sollazzo era alla state ir a diporto su per que' colli, od a sonar gli organi e i gravicembali ne' castelli all'intorno; e il verno poi entrar nelle case de' signorotti e de' villani di quel contado, ed ivi, come si dice, fare stalla, che tant'è come in città far conversazione. E perchè virtuoso e pio e pacifico uomo egli era, ogni suo conversare tendeva a ispirare pace e pietà. Ond'egli poi solea con gli altri preti suoi amici darsi vanto di non far altro là, che continovar lo insegnamento della dottrina cristiana incominciato alla scuola e spiegarla con gli esempi, che fanno più impressione, ma che non tutti starebbero bene in chiesa. – E veramente, egli aggiugnea sorridendo, anche queste vecchierelle usano così, e volendo dar insegnamenti alle giovani, subito vengono agli esempi; ma questa differenza è tra esse e me, che elle li scelgono presso le vicine e contemporanee, io sempre li cerco in tempi antichi e luoghi sconosciuti. Nè so se nel modo loro sia più efficacia, ma nel mio certo è più carità. – Ed una sera che c'ero pur io, ed a suo malgrado s'era appunto sparlato della gente, il buon maestro incominciò così:

Donne mie, lo sparlare della gente è una brutta cosa: e' si fa senza badarci, e chi l'ha fatto la sera, talor non se ne ricorda la domane, nè mai più di sua vita; e intanto quella parola così leggermente uscita di bocca cresce e fa danno, e talor perde un uomo o una donna nell'onore e nella roba, e talor anco nella vita; e chi l'ha detta, anche pentito, non la può più riavere. Del calunniar poi per malignità non ne dico, perchè voi altre siete tutte buone; ma nelle città e paesi grandi è altrimenti. In una di queste, ch'io non vi nomerò, perchè non la conoscete, e se la conosceste, ve la nomerei anche meno, e' fu già una fanciulla chiamata Francesca, nobile, bella, e che era nata ricca e grande quasi sopra ogni altra della città. Ma per il parteggiare che si faceva a que' tempi (gran disgrazia, figliuoli miei, queste parti e nimicizie in un paese!) erano stati uccisi in guerra, ed anche in piazza a furia di popolo, o di supplizi, o morti in esiglio, tutti i suoi, padre, avo, zii, fratelli; che tutti erano stati della parte perdente, ed ella sola e meschina rimanea colla madre vedova e ridotta a povertà. E in che trista vita s'allevasse la fanciulla, pensatelo voi. Non feste, non divertimenti, non gaio e giovanile vestire, che non si convenivano a tal povertà e vedovanza; nemmeno quasi un passeggio, per orrore ch'avea la madre d'incontrare or l'uno or l'altro degli uccisori o persecutori di suo marito o de' suoi figli; non compagne, nè amiche, che poche lor ne restavano, e quelle per timore si schivavano l'una l'altra più che non si cercavano. Ma sole, e il più del tempo la madre a piagnere; la figliuola a piagner con lei, a lavorar dell'ago o della rocca, o al più al più a leggere qualche libruccio di divozione, o qualche cronaca o leggenda, e poi di nuovo a veder piagnere la madre, ed uscir ogni domenica a messa molto per tempo, e a vespro molto tardi per non esser vedute, sempre vestite di un cambelotto nero, che la madre quasi credette far un peccato a lasciarlo poi mutar in bigio dalla fanciulla. Nè tuttavia crediate che fosse del tutto disconsolata la vita di questa. Non ella avea conosciuto padre nè fratelli, sendo tuttavia al petto della madre quando si rivolse lor fortuna. Ed, oltrechè il non rammentar tempi felici gran diminuzione è di miseria, la prima gioventù ha nel sangue stesso la felicità, ed a lei piovono le consolazioni. Ora era un bel giorno di primavera, e la madre lasciavala pur uscire all'alba colla servuccia a raccor fiori, ed ella riportavale un bel mazzo di mammole, che poi faceva sotto il povero tetto soave fragranza tutto quel giorno; ora comprato da qualche monello un bel cardellino, ella poi se l'allevava con un amore che se ne faceva un compagno; ora anche, perchè ella era tanto buonissima come bella, con quella poca moneta che poteva avere, sollevava ella meschina qualche più meschino di lei, il quale ne durava grato, meno a lungo forse che non ella felice. Nè era tutto, perchè forza è pur dirlo. Non compiuto avea il sedicesimo anno, una consolazione le venne troppo maggiore delle mammole e del cardellino, ed anche della sua amorevole carità; una consolazione da lei prima inavvertita e che ella nè consolazione nè altro di niun nome chiamava: ma era una vista, un pensiero, una occupazione continova, anzi una vita del tutto nuova e dolcissima.

Nè a voi che accorte siete è mestiero dirvi che fosse. Dicovi solo il nome del giovane che la vide un giorno a caso in quelle sue gite mattutine a' praticelli fioriti, e sotto il povero e tristo abito pur la trovò bella più di niuna altra, e tornò il domane e ogni giorno, poi molti giorni senza incontrarla, e talor anco la incontrò, e la trovò più bella ogni volta, e pur non le si accostò; ma la seguì da lungi e fino a casa, e seppe chi era; e saputolo, perchè quantunque nascosta mal era ignota sua bellezza e sua bontà e miseria, subitamente con gran passione di lei s'innamorò. Il qual giovane adunque si chiamava Manfredi, ed era pur egli bello e nobile giovine, e pur egli di casa stata ricca e de' perdenti, e il suo padre era morto in esiglio: ed egli era povero e solo rimasto, e benchè di assai ingegno e virtù, e molto destro in armi e cavalli, pure, perchè odioso a chi reggeva la repubblica, non era adoprato in nulla, nemmeno nella milizia, onde languiva in grande ozio. E, come sapete, dicesi l'ozio padre de' vizi, ma io ben credo che sia l'ozio de' felici; perchè gl'infelici e poveri mal possono darsi a' piaceri e alle gozzoviglie, e a' vizi che ne vengono. Sì confesso che gli oziosi infelici troppo sovente cadono poi in amore; e così cadde Manfredi. E l'amore di uno povero ozioso che non abbia altro a pensare il dì e la notte è poi tutt'altro che quello de' giovani occupati ne' piaceri e maneggi pubblici e privati. E in una parola Manfredi era, come si dice, perduto d'amore; che vuol dire che non avea più altro pensiero al mondo; od anzi, che tutti i suoi pensieri antichi e nuovi riferiva al suo amore; e se pensava a riacquistar lo stato e le ricchezze, o a farsi un nome o mostrarsi pro', non era più niente per sè stesso, ma tutto per la fanciulla ch'egli avrebbe voluta far ricca, e allegra, e onorata, e propria moglie. E in questi pensieri poi tanto andava d'uno in altro innanzi, che ne perdeva il pensiero e la ragione. E badate, che la perdeva non solo per l'altre cose di che non gl'importava più, ma in quella stessa di che sola gli caleva, che era il suo amore. Così succede a chi troppo si logora la fantasia in vece di far subito quello che talor sarebbe facile per conseguire il proprio desiderio. Ma così fanno gl'innamorati; e quante storie io n'ho lette, sempre ho veduto ogni lor miseria venire dalla propria stoltezza. Che invece di dir subito il loro amore alla loro innamorata, e saper se ella pure gli ama, e s'è così, domandarla al padre o alla madre, e poi sposarla e menarsela a casa; ora per una sofisticheria, ora per un'altra, o indugiano la dichiarazione, o la domanda a' parenti o le nozze; e allora è che nasce l'uno o l'altro malanno che gli fa tanto tempo patire, e tanto allungarsi lor triste vicende, prima che si trovino a quello onde avrebbero dovuto cominciare; che son le nozze. E pur troppo anco talor non ci si trovano mai più. Ed è perciò che io sempre vi esorto, voi altri giovinastri, se mai siete innamorati, a non indugiare nè allungar le storie; ma seguir quel modo mio di parlarne oggi alla fanciulla, dimani a' parenti, ed alla prima domenica al signor Preposto per le pubblicazioni. E così avesse fatto Manfredi! Nè, a dir vero, altro aspettavansi se non ciò, o la figlia ch'io non dirò innamorata lei, ma sì compiacentesi dell'amore di lui, o la madre già per la fedel serva, e poi per sè stessa fatta accorta non che dell'innamoramento dell'uno, ma del compiacimento dell'altra. E se Manfredi avesse chiesta la fanciulla, ed ella gli sarebbe stata non che volentieri conceduta, ma con gran gioia donata. Che se povero egli era e non in fortuna, povera ella e diserta; e la madre non era di quelle che a fanciulle povere pur vogliono sposi ricchi, e le lascian morir zitelle. Oltrechè, avendo avuti tanti guai, e sofferte tante crudeltà da quelli che erano allora in gran fortuna; e non se ne potendo vendicare: e la disperanza di vendetta troppo sovente diventando, principalmente nelle donne, amarissimo odio e furore; non per tutto l'oro del mondo o per tutta la potenza dell'Imperadore avrebbe voluto far ciò che le pareva viltà: veder la figlia in grande stato, ma nelle braccia d'uno de' persecutori, anzichè in quelle d'uno poverissimo de' perseguiti. Ora potete scorgere se fu stolto Manfredi, che in vece di parlarne a persone così ben disposte come madre e figlia erano, incominciò a sragionare, quasi ella fosse stata una principessa, e non in fortuna eguale alla sua. Troppo peccato se così bella, così buona, così celeste fanciulla, fosse moglie mai d'uno uomo sì povero, sì abbandonato, di così poche speranze com'era egli. Perchè questo era il peggio, non l'esser un nulla, ma fin adesso non aver nemmeno fatto il minimo che, per trarsi da quel nulla. Ed egli avea pur compiuti i vent'anni; e quanti a tal tempo hanno, non che date speranze, ma effettuatele? fatta o rifatta lor fortuna, acquistatosi un nome, o aggiunto a quello de' maggiori? Egli, misero! che sforzo avea fatto, che tentare? Egli che avea pure così poco, anzi nulla a perdere? egli a cui talora del suo stesso nascere era incresciuto? E sua trista vita non avea pur saputo nè adoperare nè perdere? In breve, il giovine tanto e tanto malamente pensò, che prima immaginò, e poi si compiacque nella immaginazione, e in ultimo per fermo deliberò d'irsi a Terra Santa. Dove, non so se abbiate udito dire, si facevano allora grandi guerre, le quali ora non si usano più, contro i Turchi, e questi allora si chiamavano infedeli, e le guerre si dicevano sante e crociate, e non è famiglia grande di signori o principi nostri che non ne sieno iti alcuni a combattervi, ed anche a morirvi contenti per la divozione che allora avevano. Gli è vero che molti anche andavano per acquistarvi signorie o rinomanza: e di questi, forza è confessarlo, fu Manfredi. Perchè si pensava che là con sua valentia, e dispregiando la vita come faceva, il meno che gli podesse accadere era far qualche bella prodezza dinanzi a qualche gran principe o signore, che il prenderebbe in amore, e tornando poscia in Europa, o gli farebbe restituir lo stato in patria, o lo si terrebbe in corte sua; ed egli allora verrebbe a toglier Francesca, e la si avrebbe in modo non tanto indegno di lei, come damigella e gran signora. E fatta questa bella risoluzione, anche fece quella di finalmente parlare alle donne: e trovato modo di andar loro in casa, che fu per li due giovani uno innamorarsi l'uno dell'altro peggio che mai scoperse loro tutto il suo mal pensato divisamento. Alle donne, per le cagioni dette, credo che avrebbe più satisfatto se nè di Terra Santa, nè di gloria, nè di futuri tempi avesse parlato. Ma, o vergogna di mostrar più fretta di lui, o dispetto, e perchè poi la giovane era molto tenera, e ad ogni modo queste imprese lontane andavano a genio delle donne a quel tempo, la madre ne lo lodò, e la figliuola si tacque ed egli a partir si dispose. Accomandate a un vecchio servo, che l'avea allevato, le poche masserizie, e la cameretta che teneva a pigione in un sesto rimoto della città, portava seco in armi e cavallo, il meglio del pochissimo avere restatogli. Solo una croce d'oro che era stata di sua madre, ed egli, non che cara, tenea sacra, lasciò alla fanciulla, pregandola di portarla fino che lo sapesse morto, o cinque anni almeno, per suo amore. Ella piangendo se la metteva al collo, e davagli una fascia trapunta di sua mano, ed egli se ne partiva.

Due anni passarono, e perchè non erano allora le poste ordinate nè le lettere facili a scriversi come ora sono, non ebbero l'uno dell'altro novelle mai. Finalmente per un romeo, che facendo il gran pellegrinaggio di tutti i luoghi santi, di Gerusalemme veniva a Roma, Manfredi scrisse brevemente alle donne com'egli era vivo e giunto e ogni dì combatteva su quella terra sacra, e alcuni infedeli avea uccisi di sua mano, ed anche alcune lodi da' compagni conseguite; ma che di acquistar nome e grazia di niun signore non gli era venuto fatto fin allora. Là pure tutto esser parti, e scandali di potenti tra sè; e chi non era piaggiatore, nè violento, mal farsi strada appresso a quelli; e temeva di non farla mai, e forse il Signor Iddio lo voleva castigare d'esser ito con umani fini a quella santa guerra; pur domandava che fino al termine detto gli si serbasse la promessa fedeltà. E le donne, alcuni mesi appresso, per un fraticello che andava a Gerusalemme, gli risposero facendogli cuore, e la fanciulla di soppiatto aggiunse alla lettera, che non solo pel tempo detto, ma sempre finchè vivrebbe, gli sarebbe fedele, e che in qualunque tempo, o prima o dopo lui, morrebbe sua. Intanto giunta ella a diciott'anni s'era tanto d'ogni maniera abbellita, che non fu più povero vestire o romito vivere che la potesse nascondere agli occhi vaghi de' giovani di quella città. Uno principalmente, nobile, ricco, figlio di potenti, potente egli, e se non bello quanto Manfredi, ornato di quella allegria e bravura giovanile che talor supplisce a bellezza, la vide, l'ammirò ed a suo modo l'amò. Dico a modo suo, che è il mio, perchè a nozze egli in breve pensò. Nè ad amarla per meno onesto fine, o gli era possibile averne qualche speranza, o l'avrebbe voluto egli stesso. Che Rambaldo, così chiamavasi il giovane, era di quelli nè tutto buoni, nè tutto cattivi, che forse sarebbero tutto buoni, se non gli avesse guasti troppo costante felicità. E, quantunque a sposare sì povera fanciulla, reliquia di parenti condannati e vilipesi, egli avesse a vincere prima la propria ambizione, e poi la difficoltà de' parenti, pure tanto potè l'amore, che prima sè stesso risolse, e dopo alcun tempo, fece acconsentire anche i genitori e i parenti; e allora credette finita ogni cosa. Perchè di dubitare che sì povera e trista madre volesse negare a lui, così grande e ricco, la fanciulla, o che questa così sola avesse pure posto amore a nessuno, non gli venne pensiero mai. E perchè era uomo tutto all'incontro di Manfredi, e non che in pensieri, nemmeno in opere inutili non solea perdersi, e se ne dava vanto; non avea voluto andar mai per la casa alle donne, finchè non si fosse assicurato dei proprii parenti; e quando fu, pensò d'esser ricevuto non come uomo, ma come angelo di paradiso che scendesse a sollevarle, ed anzi tutto della propria generosità e di lor grazie si compiacea. Pensate ora voi se restasse avvilito, quando, presentatosi, non ebbe da madre e figlia altra risposta che di muto e quasi sdegnoso stupore. Scambiollo pur prima per mal avveduta modestia; e volendo loro lasciar tempo a riprender gli spiriti, non senza alcune mal composte parole, dicendo di non volerle troppo pressare, e che tornerebbe la domane, le lasciò. Allora consigliavansi madre e figliuola, se consiglio dee dirsi tra una risolutissima, e l'altra che volea pur parerlo, ma invero cominciava a dubitare e per la lettera di Manfredi, e per l'amor alla figlia che in lei vincea tutto, anche l'odio ai potenti. Benchè il medesimo amore, siccome sincerissimo, facendole cercare la felicità della figliuola, gliela faceva cercare quale desideravasi da questa; non come solete voi troppo sovente nel dar le figlie a marito, che pare voi dobbiate maritarvi e non esse. Perciò disse alla figlia quanto le parve, non a rimuoverla da sua fedeltà duranti i cinque anni, che a lei sarebbe paruto gran fallo; ma perchè s'indugiasse la risposta fin dopo a quel tempo, non sapendosi mai che potesse succedere, e che so io. Ma rispondendole la fanciulla molto caldamente, che se non avesse mai conosciuto Manfredi, ella non avrebbe pure sposato Rambaldo mai! e che se le fosse stata offerta la mano non che di Rambaldo ma di qualunque maggior principe della terra, ed ella avesse poi conosciuto Manfredi, Manfredi pure avrebbe sempre voluto, ed altre simili cose; l'amorosa madre non pensò ad altro più che a cansarle la pena d'avere a riveder Rambaldo; e il dì appresso, mandata la figliuola da una buona vecchia loro vicina, ella sola lo ricevette; e perchè costumata era in ogni cosa, come meglio seppe, gli diè pure il necessario commiato.

Che ne sentisse Rambaldo, chiaro debb'esservi, se avete atteso alla sua natura, più che innamorata, superba. Dolsegli della perduta fanciulla; ma più dell'aversi a ricredere, co' genitori e parenti ed amici, delle anticipate confidenze fatte loro di suo amore: nè seppe altro modo, per non parer ributtato egli, che di far credere avesse egli ributtate le nozze. Cominciò a dire che avendola veduta più da presso non gli era paruta così bella, ma perchè questo non lo poteva a nissuno che l'avesse veduta una volta persuadere, aggiugnea che parlandole l'avea conosciuta molto semplice e sora; e nè ciò avendo ombra di verità, mutò un'altra volta discorso, e così, con una certa aria misteriosa, e con quel tacere più perfido che le istesse parole, fece intendere ch'egli avea sue ragioni per non ir oltre alle nozze ideate; ed avrebbe avuto facilità a ben altro anche che nozze, ma a lui non era piaciuta mai la soverchia facilità; e non sapea qual malinconia gli fosse già entrata in capo di pensar mai a coteste donne; le quali a dir vero, non erano molto dappiù che non fossero stati lor uomini, tanti anni innanzi ben degnamente cacciati e condannati. E così, come dicesi una parola traendo l'altra, anzi una bugia facendo un'altra necessaria, venne a chiaramente far intendere, che avendo la fanciulla per amanza ei non si curava più d'averla per moglie. Aiutollo la serva di quelle povere donne, a cui non pareva vero che un signore sì ricco e sì grande avesse voluto sposar la padrona, ed ella l'avesse così stoltamente ributtato. Onde, il giorno ch'egli ebbe il commiato dalla madre, la serva lo seguì per la via; e dicendogli di non disperare, se gli era profferita non per nulla di male, ma per vedere se pur vi fosse verso di rannodar il rotto trattato. Rambaldo tutto turbato allora non le avea risposto altro se non che venisse a trovarlo; ma venuta dopo alcuni giorni, le incominciò a dar moneta, e ragionarle del suo amore. Nè si conviene poi supporre ogni cosa alla peggio; forse qualche speranza dettata da sua medesima superbia rimaneva a Rambaldo. Ma se l'aveva, non istette molto a perderla quando la serva gli narrò degli incontri mattutini di Manfredi e Francesca, e poi delle visite di quello e della sua dipartita per Terra Santa, e della croce e della fascia, e in somma tutti i particolari del loro dolcissimo amore. Allora invase il petto di Rambaldo una subitanea gelosia; e gelosia di superbia tanto più feroce ed accanita, che non gelosia di vero amore. Perchè, badate bene, figliuoli miei, i gelosi innamorati o serbano tuttavia qualche tacita speranza, ed han riguardi all'amata, o la loro disperazione più contro sè stessi che contro lei si rivolge. Ma i gelosi per superbia, questi sono che non la perdonano alle povere donne, e fanno poi gli scandali e i guai che vediamo troppo sovente. Rambaldo era di questi; rivide più volte la serva, ed una volta che ella pareva più che mai impietosita, e pronta a fare ogni cosa per lui, egli le chiedette che involando la croce d'oro della fanciulla glie la recasse come a consolazione e sollievo della sua sventurata passione. La serva dubitò; disse che per nulla al mondo non vorrebbe far male alla padrona, nè cosa illecita mai, e questo era rubare, ed altre cose simili; ma egli pressando e dicendo che l'avrebbe poi restituita, o datone una più bella, finalmente n'ebbe la promessa, e in breve la croce. Perchè una notte che la fanciulla era in profondissimo verginal sonno immersa, e forse i dolci giorni del ritorno sognava, accostasi al lettuccio la traditrice serva pian piano, le recise la nera benda che teneale la croce dì e notte appesa al bianchissimo collo, che più pietà sarebbe stato, cred'io, in quel punto trafiggerglielo. Perchè svegliata appena all'alba la meschina, e volendo, come solea, prima d'ogni cosa baciar la croce, e farvi sopra la preghiera mattutina, invano la cercava al collo ed al petto, invano tra i veli e i panni e nella camera e in tutta la casa, e diceva che era certissima d'essersi alla sera coricata con quella, e che le era stata involata, e piagnendo miseramente si disperava. Nè tuttavia aveano in sospetto la serva stata loro sempre fedele, nè Rambaldo, di che mai più non aveano udito, nè niun altro; ma credettero o che la fanciulla si fosse ingannata credendo di averla al collo la sera innanzi, e l'avesse smarrita per via; o forse, perchè in quell'età facilmente credevasi a prodigi ed augurii, che succeduta qualche disgrazia grande, forse la maggiore, a Manfredi, si fosse la croce sua miracolosamente perduta. E così aiutando la solitudine siffatte immaginazioni, tanto ci si internò la Francesca, che la sua nativa ma fin allora dolce malinconia incominciò a farsi amarissima, e tristi i suoi giorni, e irrequiete le notti, e grave il capo, or tutto ristretto or tumido e palpitante il cuore, impallidito il bel volto, languidi gli occhi, e fievole tutta la gentile persona. Non si figurava tanto Rambaldo; nè mai si figura gli strazii dell'infelice l'uomo felice che li causò. Anzi, avuta la croce, e fattane alcun tempo menzognera mostra ai compagni, presso i quali era nota anzi famosa la croce d'oro e il nastro nero e il collo bianco della bella Francesca, in breve non se ne diede più pensiero di sorta alcuna, e trovò consolazioni e distrazioni in altri amori, e poi ne' maneggi e negozi pubblici dov'era molto adoprato. A' quali attendendo egli con nuovo ardore, accadde che avendo la repubblica a mandare un ambasciadore al Papa, egli fu scelto, e molto volentieri, e lietamente con un grande e nobile accompagnamento a Roma se n'andò.

Non era allora per anco il quarto anno compiuto dalla partenza di Manfredi. Ma vedendo egli troppo mal arridergli la fortuna, e disperandone oramai, e pungendolo il desiderio della amata vista, e ridotto poi anco dalla sperienza a più prudenti pensieri, lasciati i sogni e le immaginazioni, facea ritorno alla patria con animo di offerirsi quale era povero cavaliero a povera fanciulla, e colle poche sostanze e il molto amore, viversi insieme felici. Baciò approdando dalla nave genovese il dolce suolo d'Italia: palpitavagli il cuore cavalcando ad ogni terra ed ogni luogo ch'egli veniva riconoscendo per via; e come riconobbe i paesi all'intorno di sua città, e i campi testimonii di sua fanciullezza e del suo amore, e poi le torri e le mura, e finalmente le case, e quella dell'amata, poco mancò che non potesse proseguire e cadesse. Pur facendosi cuore, giunse, e precipitò di sella, e montò le scale, e fu nella cameretta delle donne, che diedero un grido, e la fanciulla cadde, e la madre sclamando: «Siete voi dunque? voi già? voi che morto quasi tenemmo? deh perchè a questo modo?» e simili tronche parole, correva alla figliuola e sorreggevala sulle braccia e la soccorrea. Soccorrevala Manfredi, e a poco a poco facevanla riavere; ed ella apriva gli occhi e buttava le braccia al collo a lui, e pendendone dava in un dirottissimo pianto. Piangeva egli, e diceva: «Non quale promettevo già, fo io ritorno; povero, ignoto com'io mi partiva;» e poi miravala, e quasi non la riconoscea, tanto mutata era da quella ch'egli avea lasciata; e meravigliandosi e rimirandola più e più, mise gli occhi al bel collo e non gli venne veduta la croce. Ritraevasi allora alquanto, e ricompiangea sua mala ventura, e mostrava la fascia del proprio sangue invano macchiata, e chiedea della croce, e le donne glie ne dicevano la storia, ora meno che mai intesa da esse; e come, avendola perduta, aveanlo tolto ad augurio quasi certo di morte; e questo era che avea tanto afflitta e martoriata la povera Francesca, che quasi n'era per morire. «Deh non sia ora troppo tardi!» e ricominciava la madre a dolcemente dolersi della sua venuta troppo repentina rispetto alla debolezza della fanciulla; e dicendo la fanciulla di no, e che ella or si riavrebbe, ora tornerebbe quella di prima, ed altre cose simili, finalmente il cavaliero si partì da esse, e fece alla propria casa ritorno. Nè dirovvi come e quanto bene vi fosse accolto dal fedel servo; benchè meravigliato anch'egli del ritorno improvviso del padrone, e men lieto forse che questi non s'aspettava. Nè è cosa poi che tanto accori quanto, tornando in patria, trovar le cose e gli uomini diversi non solo da ciò che s'era lasciato, ma anche da ciò che di quella diversità s'era immaginato. Che se io fossi uno di questi narratori di novelle, che so io, io qui vi ridirei tutte le ciarle del buon vecchio, e le risposte del padrone, e come di una in altra cosa, od anzi da ogni cosa tornando sempre alla medesima, cioè all'amore, ed a Francesca, in ultimo venne a dire, aveva saputo dalla serva che, assente lui, s'era presentato Rambaldo, e l'avea chiesta in isposa, e veramente era stato ributtato, ed egli credeva assolutamente; pur la serva aggiugnea che non era tutto finito, massimamente che Manfredi tenevasi morto, ed elle n'avean preso quasi certo segno la croce, che dicevano sparita; ma egli non ne aveva mai creduto nulla ed aveva pensato che la madre l'avesse forse tolta ella per isviar la fanciulla dall'antico amore, e rivolgerla al nuovo. Della figlia si vedeva dal suo languire la sincerità; tuttavia le donne son sempre donne; pensasse egli bene prima di risolversi; gran carico in povertà donna e fanciulli; e tornava a dire, che prendesse informazioni, badasse bene, e che so io; cose e reticenze, che quasi fecero impazzire lo infelicissimo giovane. Nè ebbe posa che uno o due giovani compagni suoi antichi non trovasse; ma uno già del suo amore confidente, parea nol volesse più essere; e schermivasi dal rispondere, o rispondea come il vecchio. L'altro che non ne sapea nulla, messo in discorso sopra Francesca, e come così bella fanciulla non avesse per anco marito, e che dovea almeno aver amatori, rispose più apertamente; essersi non so che detto di lei e di Rambaldo, e non sapeva a che ne fossero; ma certo questi aveva a lui ed altri giovani mostrato loro una tal croce, che tutti aveano per l'innanzi veduto sempre al collo di lei. «Menti» fu per dire il trafitto Manfredi, e per trarre il ferro, e vendicar l'ingiuria fatta all'amata. Ma troppo chiara la verità, troppo inutile la disdetta, troppo certo, troppo scellerato il tradimento, troppo inevitabilmente infelice egli. Tennesi quindi un istante; poi, per non isvelar l'angoscia, partì dall'amico, e tornò a casa; e fatta ripor la sella al cavallo, ed indossate l'armi di nuovo, senza rispondere parola al buon vecchio, abbassata la visiera, molle il volto di cocenti lacrime, quasi senza scorgere sua via, nè saper dove andasse, per deserti calli, la sera del medesimo giorno ch'era giunto, ripartì.

Intanto Rambaldo avea felicemente compiuta l'ambasceria, ed era per tornare molto lieto alla città; se non che essendo allora il tempo della settimana santa, egli volle per anco fermarsi a Roma, dove sempre fecersi quelle funzioni bellissime più che in niun paese della cristianità, ed anche poi per far sua pasqua. Perchè ricordatevi quello che io vi dissi di Rambaldo; e tutti poi ne conosciamo di questi che più di undici mesi si divertono col demonio, e per un quindici dì rifanno pace con Dio; ed altri peggiori che tutto l'anno vanno dall'uno all'altro; ed altri pessimi, che in verità sendo sempre del demonio, fingono essere tutti di Dio. Rambaldo poi era solamente de' primi, e cercando un prete da confessarsi; s'accusò sinceramente de' suoi peccati, anche di quelli che credea più veniali, e fra gli altri di questo che erasi dato vanto su una fanciulla, e le avea fatto involare certa croce per mostrarla; ma era pronto a fargliela restituire. «E 'l onor tolto siete voi pronto a restituirlo?» disse il buon religioso. E Rambaldo: «Come si fa? Nè io 'l dissi deliberatamente per torle l'onore, nè credo glie l'abbia potuto tôrre, nè saprei come ora raccapezzare tutti i giovani appo i quali io me ne facea bello, nè parmi cosa da meritare disdetta, ed è di quelle che rimescolandole peggiorano.» Ma rispondea il religioso: grave peccato la calunnia anche piccola; non il calunniatore, ma il calunniato solo giudice del danno arrecato; essere la riparazione necessaria, urgente; doversi intiera finchè è possibile; gridar vendetta al tribunale di Dio la morte dell'innocente calunniato; stolto il credere gl'innocenti satisfatti della propria coscienza; la quale è tutto, sì, dinanzi al sapientissimo Iddio, ma presso agli uomini ingiusti ed ignoranti è un nulla; anzi i più teneri di coscienza tanto più teneri dell'onore; epperciò tanto più crudele loro involarlo. – Colle quali parole, e con di molti begli esempi tratti dalla Scrittura e dalle vite dei Santi, sforzavasi il buon prete trarre il peccatore alla dovuta risoluzione, ed alla disdetta ch'egli ponea pure quasi sola penitenza. Ma non vi fu verso che Rambaldo vi si volesse ridurre. E partitosi non assolto, andò poi da un altro prete, e poi da un altro, e tutti gli dicevano il medesimo e la medesima penitenza gli davano. Ed egli non la volendo pur fare; e come era uomo di guerra, poco dotto in teologia e casi di coscienza, pensando che il Papa, il quale può tutto nella Chiesa, potesse pure assolverlo da questa penitenza; e perchè avea con esso trattato molto amichevolmente, sperando averne questa grazia, fu da esso, e domandollo che lo volesse confessare. Il Papa, che molto santo uomo era, e non che questo od ogni altro gran signore, ma qualunque più misero peccatore avrebbe confessato, disse, che volentieri; e l'udì. E venuto alla penitenza, pur gli pose la medesima che gli altri confessori. Allora disse Rambaldo: «Santo Padre, come avete potuto udire, ei non è stato nella mia confessione peccato così grave, nè caso riservato ch'io non potessi a qualunque più umile fraticello dire, e averne facilmente l'assoluzione: nè per altro mi sono io, voi isturbando, a' vostri piedi santissimi prostrato, se non per ciò che per questo peccato, dell'aver mal parlato di quella fanciulla, tutti i confessori mi vogliono dare la medesima penitenza: la quale io veramente per ora non mi sento molto disposto di fare; onde bramerei che la vostra Beatitudine, usando la sua suprema potestà, me ne dispensasse, e mutassela in qualunque altra; ch'io son pronto a fare, di preghiere, opere pie, limosine, e se fosse mestieri, che veramente non parmi, di pellegrinaggi; i quali con gran disagi intraprenderei, anzichè ridurmi a quella umiliazione della disdetta, troppo dura a un cavaliero.» Il Papa udendo questo, benchè molto gli dolesse rimandar un amico suo non contento, e più un cristiano non assolto, pur gli disse che non poteva, e volle fargli intendere la distinzione tra le regole di giustizia e quelle di disciplina; e come ei poteva dispensare da queste, non da quelle. Ma il cavaliero o non intendeva o non voleva intendere, e contendeva col Santo Padre. Il quale in ultimo, quasi da celeste ispirazione compreso: «O figliuolo», diceva, «sallo Iddio quanto mi dolga vedere in questa ostinazione un cavaliero altrimenti così buono, e della Chiesa Romana così meritevole. Deh che non posso far io per voi questa penitenza, e per me servo de' servi del Signore prendere questa umiliazione che a voi tanto incresce, ed è pure la sola che possa oramai darvi pace con Dio, e con voi stesso? Perchè queste sono umiliazioni che innalzano; e chiamata dal mondo viltà, questa è fortezza. Ma posciachè non è conceduta tal efficacia a mie parole da potervici persuadere, io ben credo che Iddio pietoso per la salute vostra, e in considerazione dell'altre vostre bontà mi spiri di darvi ora un'altra penitenza, la quale compiuta, io confido, Egli voglia perdonarvi questo e gli altri vostri peccati. E fia la penitenza che, come siate tornato alla vostra città, la prima notte che vi passerete, poi la passiate intera vegliando, e divotamente pregando nel duomo. Or faretelo voi?» «Certo sì» rispose il cavaliero, al quale non parea vero uscirne a sì poco costo. «Ed io» disse il Papa «così vi dono condizionale assoluzione; e quando abbiate compiuto la penitenza, vi fieno rimessi i vostri peccati; e vi prolungo la pasqua a quel tempo, che allora la potrete fare.» E così, dette le solite parole, e fatte le solite preghiere, e baciato il piede al Papa, partivasi molto lieto di aver il suo intento ottenuto Rambaldo dal santo tribunale, e poi di Roma; e col suo séguito alla sua città si avviava.

E così colla coscienza leggera e il cuore allegro cavalcando co' suoi compagni alcuni giorni, giunse presso alla città per una bellissima sera d'aprile, e di modo per tempo, che parendogli pure di potersi sbrigare fin da quella notte della penitenza, pressati i cavalli, appunto suonavano le ventiquattro come egli toglieva il piè dalla staffa, ed era stretto nelle braccia della madre e degli altri congiunti ed amici ragunati a sue case. Ed era in mezzo a quegli abbracciari tuttavia sulle porte, quando usandosi fare appunto a quell'ora i mortorii, egli udì da lungi un fioco salmeggiare, e vide alcuni lumicini attraversar la via e lenti rivolgersi al duomo. E benchè duro gli paresse lasciar in quel punto la casa e i parenti, pur dicendo non so che di alcuni negozi privati e della repubblica, che il traevano subitamente altrove, e non l'aspettassero altrimenti, di mezzo a loro, che tutt'altro veramente immaginarono, si tolse; e perdendosi tra la folla raggiunse il mortorio, e con esso dentro al duomo entrò. Era questo, come vedete tuttavia le chiese antiche, fatto a modo di gran croce, coll'altare in mezzo, e due gran cappelle ai lati, e con tre navate, e molti pilastri e colonne; dietro una delle quali mettendosi Rambaldo, vide posar la bara dinanzi all'altare, e continuati alcun tempo i salmi, spegnersi poscia i lumi, salvo uno lasciato a capo del morto, e dileguarsi poco a poco l'accompagnamento, che era come di mezzana e quasi bassa persona. E parendogli pure di voler sapere chi fosse costui ch'egli aveva a vegliar così, accostatosi a un vecchierello degli ultimi che uscivano di chiesa, il dimandò: «Chi è questo morto?» Rispondeva: «Una fanciulla che volle far all'amore, e lasciata morì di dolore e vergogna.» Rambaldo si rappiattava nuovamente, e il sagrestano veniva a far la visita della chiesa, e serrava i cancelli degli altari e la porta della chiesa; dove così rimase solo Rambaldo e la morta e un lume alla bara, e uno all'altare del Sacramento. Erasi alquanto stretto il cuore a Rambaldo in udir, una fanciulla svergognata; poscia, benchè egli non solesse nè di morti nè di vivi aver paura, parvegli al tutto men tristo ufficio vegliare intorno a lei, che se fosse stato qualche invecchiato peccatore, o qualche mal convertito eretico, o mal racconcio scomunicato. Accostossi in breve alla bara, e, al lume della funeral lampada, vennegli veduta un'arma cavalleresca che mostrava nobile la fanciulla, ma non potè discernere quale fosse; ed accrescendoglisi la curiosità, anzi già forse l'ansietà; e ripetendo, fanciulla, e svergognata, e insieme ricordandosi che avello fosse lì sotto, e tremando, da grande angoscia tratto, o da celeste impeto spinto, tutto in un punto sulla bara si precipitò, alzò il velo, prese la mano che gli era sopra incrocicchiata al petto, mirò il volto tutto tremante che Francesca fosse, ed era Francesca. Che divenne? Quale strazio, quale orrore sentì in quel punto? E quale inesprimibile terrore quando, lasciando cader la mano morta, la sua propria cadde con essa; e volendola pur ritrarre nol potè, e se la sentì stretta e tenuta; nè per dolce o duro sforzo che facesse, non la potette ritrarre? Diè un grido, precipitossi a terra in ginocchio, e rimbombò l'avello, che era quello dei parenti di Francesca, e parvegli rispondesse come un altro grido per il tempio, e uscisser l'ombre, ed alcuna si ravvolgesse fra le colonne, e s'accostasse a passi risonanti di ferro, e poco a poco si dileguasse. Tornato il silenzio universale, nuovi sforzi facea per ritrar la mano, e credè talora non fosse morta Francesca, e la mirò; ma vide appassiti i fiori che la incoronavano, appassite, spente le bellezze ch'egli avea vedute così fiorite, lunghi dolori e celeste pazienza ritratti sul dolcissimo volto, pallido questo, bianco e freddo come la fredissima mano. Fu per morirne, fu per infuriare e trarre il ferro e recider la mano vendicatrice; ma sentivala allora strigner la sua, e quasi addentrarsi, non più fredda ma ardente e cocentissima. Pensò uccidersi; ma, quasi ad ammonimento dell'inferno, sentiva la mano stillargli fuoco, e passar nelle vene e nelle midolle delle proprie ossa. In ultimo si diè pace, se così può dirsi, e si compose ginocchione al lato della bara, prostrato sovra essa, e la mano sua abbandonata alla mano vendicatrice. Incominciò poi dolcemente a pregare, e la mano a farglisi quasi più dolce, e senza dolore, ma pur sempre teneva stretta la sua; pregò lunghe ore, e finalmente si dispose come a morire, pensando che la mano non lo lascerebbe mai più, e trarrebbeselo seco lì sotto all'avello; ma sentendosela più e più dolce, ed una fragranza, e quasi un'aura di paradiso sollevarsi del corpo, e di nuovo mirando la celeste pace del bel volto, e parendogli che nuovamente s'abbellisse e tornasse quale egli l'aveva altre volte lasciata, venne anche a lui come una pace di moribondo che ben finisca; e chiesto a lei e a Dio sincero perdono, non altro desiderava che, prima di morire, venisse alcuno ad udir la sua confessione, e la riparazione dell'onor mal tolto alla fanciulla. In questi pensieri finalmente rivide il giorno spuntar tra le variopinte invetriate; e udì il suono dell'avemaria, e finalmente aprir le porte ed accostarsi il sagrestano; e fatto cuore, a sè lo chiamò. Ma questi che non credea fosse persona in chiesa, e parevagli la chiamata venir dall'avello, non che appressarsi, fuggì, e tornò in breve con un prete, e la croce e l'acqua benedetta; e il prete chiamato venne e riconobbe Rambaldo, e udendogli dire: «Io sono l'uccisor di questa fanciulla, io calunniatore, io gran peccatore, io castigato da Dio al modo che vedete;» e vedendo anch'egli, diè indietro, e incominciò a gridar miracolo; e a poco a poco altri preti, e aperte le porte molti del popolo accorrevano, circondavano la bara e il misero peccatore; ed egli ripeteva: «Io l'ho uccisa e mal calunniata;» e il popolo gridava miracolo. E in breve venuto col suo clero il Vescovo, che prudente e santo uomo era, dispose che intorno alla defunta ed all'inginocchiato peccatore, si facesse come una corona de' suoi cherici in istola, e colle torce in mano; ed egli salito all'altare intuonò la messa, e giunto al vangelo si rivolse al popolo, e fece una molto semplice esortazione: che ammirassero tutti le vie del Signore, ed imparassero quanto grave peccato sia la calunnia che a taluni par sì leggeri; e questo peccato abborissero e detestassero; ma il meschino peccatore compassionassero, e con esso pregassero da Dio misericordia, qualunque fosse quella ch'Egli volesse a lui fare o in questa vita ancora, o nell'altra. Così riprese la messa, e finitala venne alla bara, e disse a Rambaldo, che avendogli Iddio lasciato tanto di vita, e non sapendo quanti pochi momenti fosse per lasciargliene forse, egli facesse sua pubblica confessione; e allora Rambaldo s'alzò in piedi, e colla mano che avea libera accennando, incominciò la confessione; e disse da principio il suo amore, la gelosia, e prima le voci calunniatrici incertamente sparse, e in ultimo la croce involata, e da lui fatta sacrilegamente testimonio falso della calunnia. E allora sovvenendogli di essa, e come egli, dopo la sua confessione in Roma, sempre se l'era recata indosso con intenzione di restituirla segretamente: ora così pubblicamente, finita la confessione, se la tolse di seno, e mostratala al Vescovo ed al popolo, la ritornò, aiutandolo il Vescovo, al collo della fanciulla. Nè fu compiuto l'atto che parve quasi di verginal gioia il celeste volto suffondersi; e la mano vendicatrice dolcemente cadendo s'aprì, e lasciò libera quella di Rambaldo. Allora a gridarsi nuovamente miracolo, a prostrarsi Rambaldo, a precipitarsi il popolo intorno; e ricomposto l'ordine, ad intuonarsi dal Vescovo le sante ultime preci. E dicendo requiescat in pace, s'udì a un tratto da una cappella come un grande stramazzio d'armi sul pavimento; e accorsi, trovaron dietro all'altare un cavaliero caduto, e tolta la visiera il videro morto; e miratolo, riconnobbero Manfredi.

Credesi che questi anch'egli da divina mano ricondotto in patria il giorno innanzi, anch'egli passasse la notte in quella chiesa, e s'accostasse al primo grido di Rambaldo; ma riconosciutolo, e durando sua credenza che Francesca avesse questo amato il quale qui fosse a piagnerla, e potendo in lui sempre più che l'ira l'amore, si ritraesse ad orare dietro l'altare, onde poi udì tutta la terribile confessione di Rambaldo, conobbe il proprio errore, e la propria stoltezza, e sè accusando della morte della fanciulla, gli si strinse il cuore, e all'udir l'ultimo requiescat in pace, gli si ruppe, e morì. Fu sepolto non lungi là della sua amata. La madre di questa non sopravvisse intero l'anno. Di Rambaldo, altri dice che si fece monaco di San Benedetto, i quali allora vivevano tutti come ora i Trappiti, in un deserto; altri che fu anch'egli a Terra Santa non come cavaliero, ma pellegrinando a piè nudi, e facendo grandissime penitenze, e che santamente morì tornandone, e per via, a San Giacomo di Gallizia.

Qui finiva la storia del buon maestro; nè finiva egli. Perchè voleva aggiugnere la moralità, e incominciava di nuovo a dir della calunnia; e che sempre era punita in questo mondo o nell'altro; e che per essa v'ha di tali che credendosi di vivere mezzi santi, e d'ir dritto in paradiso, si risvegliano morti in inferno; e Dio guardasse di ciò anche chiunque avesse mal parlato di lui; perchè a lui non ne importava nulla; ma ei v'ha di tali, e non solamente fanciulle, ma talor uomini, anche dei valorosissimi, che sono così stolti che muoiono accorati d'una bugia; gran pazzia e dabbennaggine veramente; ma l'errore di chi ne muore non iscusa chi fa morire; «E quando taluno di voi parlando al signor Sindaco incomincia a dir del compare, che gli è pur peccato meni sì mala vita, ed è giuocatore, ubbriacone, donnaio, e chi sa dove finirà, e simili cose; credete voi che cada questo discorso, e sia finita così? No signori; mai no; che poi se vi è nella terra un chiasso, uno scandalo, un ladroneccio, o una morte, ecco il giudice mette mano prima d'ogni altro su questo di che ha avuto le male informazioni o false o esagerate, e il povero uomo va in prigione, e corre rischio della vita; chè anche i migliori giudici quando sono preoccupati possono errare. E se il povero uomo campa dalla giustizia e dalla prigione, e torna al paese, ei torna rovinato, diffamato, che nessuno non ne vuol più nè per mezzajuolo, nè per lavoratore; e talora entrato galantuomo in carcere, per ira e per disperazione, e per mala compagnia n'esce briccone. E la povera moglie, e i fanciulli…» Ma essendo l'ora tarda, e già spegnendosi la lucerna, e la buona gente avendo meno pazienza alla moralità che alla storia, e dicendo l'un dopo l'altro buona notte, ed andandosi; anche il maestro ed io ci accomiatammo da' padroni della stalla, ed usciti, l'uno dall'altro poi, dicendoci buona notte.




TONIOTTO E MARIA


«E voi qual è il parer vostro?» disse uno de' più giovani della brigata rivolgendosi al maestro. «Io?» rispose, «io non parlo mai di politica. Le donne e i preti ne sono dispensati; ed io non voglio lasciar perdere il privilegio, che mi par grandissimo.» «Tuttavia…» riprese il giovane. Ma un altro alzò la voce, e poi un altro, e molti insieme, e in breve la disputa diventò caldissima, finchè tra 'l chiasso e la confusione si udì uno dire: «Almeno al tempo de' Francesi…» «Al tempo de' Francesi,» interruppe allora agitato oltre al solito il maestro, «al tempo de' Francesi eravi la coscrizione.» «E v'è anche adesso,» dissero due o tre. «Al tempo de' Francesi,» riprese il maestro, e lo ripetè la quarta volta, «al tempo de' Francesi v'era la coscrizione, che era tutt'altro vedersi strappar figli, sposi e fratelli dalle braccia, legati come animali immondi, per andare mille miglia lontano a un macello… che era un macello almen per noi, cui non importava, nè doveva importar nulla di quelle guerre. E quelli che le hanno fatte non son quelli che ne abbian forse patito più; ma quelli che vi hanno perduto, così senza pro nè consolazione di proprio principe o propria patria, quanto essi amavano. Benchè ed anche di quelli che vi hanno forse preso gusto, quanti l'hanno crudelmente pagato poi?» E qui si fermava, e parea pure voler dir altro. E perchè era ben voluto dalla brigata, ed udito volentieri al solito, ed or tanto più, come succede a qualunque si tace durante una lunga disputa, e non parla se non quando egli n'ha il cuor pieno, e l'han votato gli altri; certo tutti si tacevano, e parevano aspettassero ch'ei pur continovasse. Onde egli ricominciando: «Se non credessi di attristar la festa che facciamo, io vi direi quello che dinanzi a me stesso è succeduto; e vi ho avuto parte, che ne porto, e credo ne porterò tutta la mia vita i segni nel cuore. Ma non è novella piacevole di niuna maniera; è storia di poveri contadini, che non la direi a contadini. A voi altri forse servirebbe a mettervi d'accordo su queste dispute; chè in altro modo io non vi voglio entrare.» E dicendo tutti che dicesse, e due o tre soli uscendo a giocar alle bocce, gli altri sedettero intorno al maestro, ed egli incominciò così:

Al tempo de' Francesi, sendo io da maestro in una terra dell'alto Monferrato presso alle Langhe, vi connobbi un giovane e una giovane, che avean nome egli Toniotto, ella Maria. Le due famiglie credo fossero un po' parenti, ed erano buoni vicini; e i due fanciulli così amici, così compagni, così sempre insieme, che chi non li conosceva credevali fratello e sorella, e quelli che li conosceano, e così li vedean crescere, incominciarono tutti a dire, farebbero la più bella coppia di marito e moglie che potesse essere al mondo. Toniotto a' diciott'anni era uno de' più bei giovani del paese, ed uno de' più belli ch'i' abbia pur veduto mai; benchè ho dimorato molt'anni in Roma, e in quel mezzodì d'Italia dove si trovan le più belle figure d'uomini che sieno. Maria era una vera madonnina; bionda, tenera, pura e semplice come una colomba. Nè l'uno, nè l'altra non s'infingevano. E' si volevan bene, che tutti il sapevano, e tutti ne li amavano; e non era di essi che una voce, e per essi che un desiderio, che andasse loro bene il loro amore. La fanciulla avea sedici anni; e il matrimonio era accordato; e sarebbesi fatto quando che sia, se non che i parenti di lei volevano aspettare di veder se Toniotto non cadesse forse nella coscrizione. A che servirebbe maritar così la povera Maria, che tant'era come non maritarla o vederla vedova subito appresso? i parenti di Toniotto ancor essi consentivano. Non troppo i due giovani. Maria diceva che se fosse moglie sua, ella gli andrebbe appresso da lavandaia del reggimento, o che so io; e Toniotto, benchè siffatta idea non gli entrasse, dicea che dovendo mai lasciar lei, amerebbe meglio lasciarla moglie sua; ma tutti e due poi per ispensieratezza contadinesca e facilità giovanile a sperar bene, speravano che pur non toccherebbe a Toniotto un cattivo numero; e intanto continuavano ad amarsi, od anzi ogni dì s'amavano più.

Un giorno che nessuno si aspettava tuttavia, ricordomi quanto me ne sentii strignere il cuore, venne il bando della coscrizione. I poveri giovani facevan pietà. Avreste veduto Maria, che prima era una vera rosa sbocciante, languire come appassita, dimesso il collo, e il viso pallido, e gli occhi languidi con due gran cerchi lividi intorno, che accusavan le notti più di pianto che di riposo. Toniotto all'incontro compariva ogni dì il volto più acceso, e le labbra tumide, e la bocca chiusa o a mordersi il dito, e gli occhi larghi larghi a mirar rabbioso in faccia ad ognuno, come se ognuno fosse il gendarme che lo dovea diveller dalle braccia dell'amata. Chiaro era; apriva la mente ad alcuno di que' pensieri, che appena entrati e' ti mutano e rovesciano tutto un uomo. Il povero giovane che fin allora era stato de' più casalinghi e tutt'altro che discolo, incominciò a star i due o tre dì fuori, ch'ei dicea d'averli passati alle feste all'intorno: ma non era anima che gli credesse, perchè non era ita fuor di casa Maria. E s'ho a dirvi ciò che credevan molti ed io pure, egli cominciò a mettersi in cattive compagnie, e relazioni con alcuni banditi che erano allora là intorno, rimasugli di quel Majino, che s'era fatto chiamare poc'anni innanzi Imperadore delle Alpi. Tuttavia questa forse fu voce falsa. E venuto il giorno che si dovean tirare a sorte i nomi de' giovani, Toniotto si trovò al capoluogo del distretto; e fu osservata Maria che l'accompagnò parlandogli molto caldamente, come di cosa che durasse fatica a persuaderlo, ed egli ascoltava tacito e truce anzi che no. Venuto al luogo dell'estrazione, lasciò a un tratto il braccio di lei; ella fu ad appiattarsi in un cantuccio onde poteva udir pronunziare i numeri; ed egli come d'un salto, cacciossi in mezzo agli altri giovani che aspettavano. E ne furono alcuni, tanto era ben veduto, che gli dissero: «Toniotto, noi preghiamo Iddio che tu tiri un numero buono anzichè noi. Che tutti abbiamo veramente o padre o madre o sorella o qualche persona, che ci fa un dovere restar loro appresso, se Dio vuole. Ma se ci vien la sorte di partire, non è poi colpa nostra; e vedrem paese, e chi sa poi si diventerà ufficiali ed anche generali. E quanti ne sono ora usciti di contado non altrimenti che noi? Ma tu, povero Toniotto, con quella tua bella innamorata che piange, e' sarebbe pur peccato.» Toniotto non rispondeva, e venne il prefetto e il comandante del dipartimento, e quel della gendarmeria, e incominciò ogni giovane ad esser chiamato ed avanzarsi e tirar suo numero. Ben potete pensare come palpitasse il cuore della povera Maria quando toccò al suo Toniotto. E palpitava a questo pure, benchè si facesse forza. Accostatosi alla tavola tirò uno de' primi numeri. Non rimaneva dubbio, dovess'essere de' partenti. La povera fanciulla fu portata via semiviva. Toniotto non profferì parola, e finita l'estrazione, e visitati gli atti e inetti al servigio, intimato a quelli, fra cui non poteva non esser Toniotto, di ritrovarsi al medesimo luogo al terzo dì, e lette le leggi penali su' renitenti, quando tutti gli altri, così Toniotto si partì. E volendolo i suoi parenti ricondur seco, egli non volle; e disse che s'accompagnerebbe con gli altri giovani, ed andassero. Ma l'aspettarono invano quel giorno intero e la notte, ed ei non tornò. Allora immaginatevi che spavento li prendesse tutti, e come vedessero già l'infelice giovane e sè stessi caduti in tutte quelle terribili pene, che, in difetto de' coscritti fuggitivi, perseguitavano anche i parenti. Stettero i tre dì in quelle angosce, sperando sempre veder tornar Toniotto. Al quarto veniva il sotto ufficiale di gendarmeria a riconoscere l'assenza; e perchè erano buona gente per cui tutti avrebber risposto, e' fu loro dato due altri giorni per avvisare o trovare il renitente; ma ei non sapevano dove cercarne, e pur si disperavano. Al quinto giorno vennero due soldati, che in francese dicevansi guarnisarii, e ben potrebbe tradursi sicarii, sulle spese del padre di Toniotto. La medesima sera furono vedute certe cattive facce girar per il paese; e alle due ore di notte un ragazzo domandò del padre di Toniotto che venisse dietro la parocchia a parlare con uno; e andato, trovò il figliuolo; e stettero da tre ore a ragionare insieme molto caldamente. Furono osservati da molti; e credettesi poi che Toniotto avesse voluto persuader a suo padre, il quale era stato altre volte buon soldato, ed era verde tuttavia, che s'unisse con esso e con suoi ma' compagni i banditi; ma che il padre non volesse assolutamente. Certo il mattino appresso fu veduto comparir Toniotto in casa al padre, e volendo i due guarnisarii mettergli le mani addosso, egli disse, che non era mestieri; e, mostrando loro non so che alla cintura, sotto la giubba, che si guardassero di toccarlo; ma che, fatta colazione, e dato un buon dì a sua gente, egli da sè andrebbe al capoluogo a consegnarsi. E così fece. Io mi ricordo, fu chi venne a dirmelo, ed io accorsi e trovai Toniotto che usciva di casa sua, ed entrava in quella di Maria; onde ebbi agio appena a dirgli: «Dio tel rimeriti; tu fai da buon figliuolo.» Ed egli: «Quest'è;» ed entrò da Maria. Nè so che dicessero, parola per parola; ma ella mel narrò poi cento volte, che Toniotto le aveva voluto restituir sua libertà, e la parola che s'erano data reciprocamente sovente, e che ella fu che non volle, e promettea che pur l'aspetterebbe. E' si vuol dire che a quel tempo, non avendosene ancora la sperienza, credevasi a quella promessa delle loro leggi; che i coscritti si prendevano solamente per quattro anni, finiti i quali sarebbero restituiti a casa. E' si sa poi come fosse mantenuta; e che non ne tornò uno mai, se non era con qualche membro mozzo che 'l mettesse fuor di servizio. Ad ogni modo avendo io passeggiato forse da venti minuti lì fuor della casa, udii dare un grande strido addentro, e vidi uscire Toniotto col viso tutto rovesciato; che rientrato in casa sua, e statoci di nuovo forse due minuti, udii che diceva a' parenti di non accompagnarlo assolutamente, e solo uscì, e s'avviò. Il povero giovane sapeva che l'aspettasse; e perchè il sapevo pur io, me gli misi appresso da lungi, e lasciatolo solo sfogarsi poco più d'un miglio, a poco a poco me gli accostai, e seco poscia mi accompagnai, ed egli me l'aggradì in modo che prendendomi la mano vidi una grossa lagrima che gli scendea per le guance; ma appena accortosene, egli indurò il viso, e si parlò di tutt'altro. Giunti al capoluogo, io voleva pure che mi lasciasse andar a parlare al sotto prefetto, che conoscevo; ma non volle, e domandata udienza egli stesso, disse: «Io sono Toniotto tale, che ho tirato il tal numero l'altro giorno, e ho avuta un po' di difficoltà a risolvermi di venir con gli altri; e a dir vero, credo che non vi sarei mai venuto se non era di mio padre, e miei fratelli; ma ad ogni modo eccommi qua.» M'avanzai io, e testimoniai di sua buona vita e costumi al sotto prefetto, che molto ne lo lodò, e mandò pel maresciallo d'alloggi della gendarmeria, e fattoselo entrare nell'uffizio, gli parlò alcun tempo, che credo glie lo raccomandasse; e udimmo il maresciallo d'alloggi dir uscendo: «E' si farà quello che si potrà,» e poi accennò al giovane, e sel condusse al quartiere. Toniotto mi disse partendo un addio, credo men per me che per altrui; ed aggiunse, che per quanto aveva caro al mondo, vedessi d'impedir suoi parenti e Maria di non venir più a cercarlo, e massimamente quando dovesse partire. Io ben intesi, e saputo poi da que' gendarmi, con cui pur mi diedi a conversare per ciò, che dovea partire la domane, sì m'avacciai a casa disconsolato ad adempir il mandato del giovane, che se me l'avesse dato sul letto di morte, ei non mi sarebbe stato più sacro. E giunto, e trovata appunto Maria co' parenti di Toniotto, feci loro la commissione; e pur dicendo Maria che pur voleva andarvi domattina, e dicendo io che nol potrebbe vedere, ed ella: «Dunque è in prigione;» ed io: «Non credo; ma non vuole che il vediate partire;» ed ella: «Dunque e' parte domani;» e sapendosi poi da ognuno come fosser condotti i renitenti, la fanciulla venne in chiaro di tutto, che credo veramente il più segreto ministro che sia al mondo non glie l'avrebbe saputo celare.

Al mattino molto per tempo uscì Maria con un panieretto sotto il braccio; che in casa non la videro uscire, e per la via credettero che andasse a mercato. Ma i suoi, come se n'avvidero, stupiti prima che n'avesse il cuore quel mattino, e poi non vedendola tornare, s'avvisarono che fosse pur ita a veder partire Toniotto; e là furono suoi due fratelli, e trovarono lui partito, e di lei udirono che non erasi veduta. E in vero ella, che s'era apposta la verrebbero quivi a cercare, non vi era venuta; ma erasi avviata sulla strada che sapeva avevan fatto altri coscritti; e a forza di domandare qual fosse la prima posata, ella vi fu; e vi si trovò come arrivò Toniotto scortato da due gendarmi quasi un malfattore, ma non legato; e i gendarmi che la riconobbero glie la lasciarono accostare; ed ella facendo parte ad essi delle provvisioni, potè darne a Toniotto, e dimorarsi con lui quelle poche ore. Nè per isforzo ch'ei facesse la potè persuadere che non venisse seco quella sera, e non l'accompagnasse alla prima nottata; dov'ei fu rinchiuso, ed ella andò da una povera donna a domandar albergo per carità, e la domane si trovò alla porta della prigione ad aspettar che uscisse Toniotto. Pensate che dolore le fosse vederlo uscir di là le mani legate, i pollici stretti, ed attaccato per una lunga fune insieme con una ventina d'altri, due a due così tratti come galeotti od animali; ed eran soldati di quel principe, che pure innalzava il mestiero dell'armi sopra ogni altro. Gli altri poi quasi non sentivano quell'affronto che sapevano non durerebbe oltre a pochi giorni quando avessero passato le Alpi, o al più raggiunta la riserva; ma pensate che dolore si accrescesse al povero Toniotto al vedersi veduto in questo stato dalla innamorata! La quale camminandogli allato, egli domandavala che pur si volesse, e che facesse conto di fare, seguitandolo così! Ed ella rispondea, che non vi aveva pensato; ma l'avea pur voluto rivedere ed accompagnar alquanto; e tornava a riparlare di quella sua idea di venir da lavandaia col reggimento; ed egli non volea, e parlavale de' parenti; ed ella piagnea; e i compagni, i più, si facevan beffe di loro; e i gendarmi che non eran più que' primi, li malmenavano. Alla posata del pranzo e' fu peggio; perchè ei furono tutti rinchiusi in una rimessa d'un'osteria, e quella serrata; e la povera fanciulla cacciata dalla porta, dove voleva rimanere, rimase poco discosta senza pur prendere un tozzo di pane o un sorso d'acqua finchè vide di nuovo uscire i prigioni legati come il mattino; e allora rimisesi al fianco di Toniotto, e gli accostò alla bocca un frutto che il rinfrescasse; e continovò la via con essi; e ricominciarono i preghi di Toniotto che lo lasciasse; ed ella pur continuava senza saper che si facesse o si volesse. Finalmente alla sera, prima d'arrivar alla posata, e' furono raggiunti da' due fratelli di lei, che pensando finalmente dove era, l'avean seguita e così arrivata; e perchè erano buoni giovani, e non lungi pur essi d'aver a correre i medesimi casi, impietositi di lei non la ripresero altrimenti che pregandola tornasse indietro con loro; nè ella schermivasi, e Toniotto pur unì sue preghiere; onde tutti furon d'accordo di andar fino alla nottata, ed ivi tutti riposare, ed al mattino vegnente darsi ancora un addio, e poi separarsi, tornando ella indietro co' fratelli. E così fecero; e passarono la notte egli in prigione, ed ella co' fratelli all'osteria. Dove appena messa in letto la povera fanciulla, e per la fatica e la grande arsura, e lo stento, e più che per ogni cosa, per le grandi angosce sofferte, fu colta da una ardentissima febbre, e dal delirio; onde, alla mattina vegnente, rimanendole appresso uno de' fratelli, l'altro fu alla porta della prigione, e disse a Toniotto in parte dello ammalarsi di Maria, e poi l'abbracciò; e Toniotto non potendo, cacciato innanzi cogli altri, così si separò dall'ultimo de' suoi. Più di quindici dì stettero Maria ammalata, e i fratelli, e poi la madre venuta anch'essa a curarla. E sendo alquanto guarita, insieme si partirono e tornarono al paese; che nessuno potea riconoscere la fanciulla; ma nessuno fu che per quella sua fuggita ne dicesse una parola cattiva; tanto era ella amata e stimata da tutti, e tanto conosciuto il loro amore e la sua grandissima innocenza.

A poco a poco pur si riebbe alquanto, principalmente quando i parenti ebbero di Toniotto la prima lettera, la quale, povero giovane! io la so tutta a memoria, e diceva così: «Caro padre, questa che vi scrivo è il primo uso che fo delle mie mani, ed è per dirvi che del resto siamo felicemente giunti qui alla riserva, che è in una città che si chiama Besansone, e si dice che ci resteremo molto poco tempo. Mi hanno già tutto vestito alla militare che voi non mi riconoscereste, e abbiamo il numero del reggimento e delle compagnie su tutto il corpo, che sembra che siamo come le pecore da noi, che portano tutte la marca del padrone. E appena vestiti abbiamo incominciato a far l'esercizio, cioè ci fanno imparar a camminare e voltar la testa in qua e in là, e fra due o tre giorni ci daranno lo schioppo. Dicono poi che non si fa altra vita dal levar del sole fin dopo che è tramontato. E tutti speriamo che si faccia la guerra, perchè allora finiscono queste seccature, e un po' più un po' meno fanno andar tutti, e non ci è più coscritti, che qui è come una ingiuria che ce la dicono tutto il giorno. Io vorrei però che vi consolaste, e principalmente saper delle nuove della povera Maria, che mi è tanto incresciuto abbia voluto accompagnarmi quei due giorni: ma vi posso giurare, caro padre, che è stato come se fosse mia sorella, e quand'anche io avessi voluto, non avrebbe potuto esser altrimenti. Spero perciò che nessuno glie ne avrà voluto male, e io vi prego di abbracciarla per me, che nemmen questo non è stato possibile; e saluto i suoi fratelli e sua madre, e poi il fratello mio e voi, ed ultimamente il signor Maestro, che sia benedetto d'avermi insegnato a scrivere, che mi dà questa gran consolazione di poterlo far oggi. E vi domando vostra benedizione. Il vostro figliuolo Toniotto.» La seconda lettera fu da sotto a Magdeburga, e diceva che s'era trovato alla gran battaglia di Iena; e che aveva udito dire che il primo fuoco faceva gran paura; ma a lui era stata la sola consolazione che avesse avuta dopo esser partito di casa; e che da quel giorno nessuno de' camerati gli diceva più coscritto, ed era anzi passato a' granatieri. Se ne ricevette poi una l'inverno appresso, di non so più che luogo di Polonia, e un'altra la state che seguì, da Aranda de Duero in Ispagna; e sempre raccontavano nuove battaglie, e si vedeva che prendea gusto al mestiero, ed era stato fatto caporale, e poi sergente, ed aveva avuta la croce; e di nuovo mi benediva d'avergli insegnato a scrivere, e diceva che questo lo portava avanti tanto, e forse più di qualunque azione sul campo. Finalmente, essendo scorsi due anni da sua partenza, io mi stava una sera facendo scuola al solito, quando entrò uno de' bimbi e incominciò a dire una parola a uno de' compagni, e questo al vicino, e poi corse dall'uno all'altro, e tutti s'alzarono, e via, senza che io potessi trattenerli, gridando tutti: «È giunto Toniotto, andiamo a veder Toniotto;» onde anch'io uscii, e fui alla casa di suo padre, e sì lo trovai con una figura di felicità e di trionfo che non ho veduta mai la pari, seduto tra suo padre a un lato, e Maria dall'altro che piangeva e singhiozzava come una fanciulla quand'è tolta di penitenza, senza poter pronunziare parola; e poi i fratelli dell'uno e dell'altra, e i parenti e tutti, che l'accerchiavano e l'abbracciavano. Ed ei pure, come mi vide, s'alzò e mi buttò le braccia al collo stringendomi; e in breve seppi che il suo reggimento, venendo di Spagna all'armata d'Italia, passava in Piemonte, ed egli aveva avuta una licenza di tre giorni per venire a vedere i suoi parenti e … ma non disse altro, e presa la mano di Maria la copriva di baci con una franchezza e disinvoltura che veramente non aveva partendo, e mi fece temere non fosse mai mutato da quello che era. Ma io 'l vidi e gli parlai il giorno appresso, e i due altri giorni che rimase con noi; e non è a dire che buono, eccellente giovane, anzi che uomo e' si fosse fatto in quel poco tempo; e se il suo amore era forse alquanto diverso, ei non era certo meno amore; ed anzi togliendo pur esso di quella sua nuova natura virile, più non si sprecava in lamenti e piagnistei, ma tutto tendeva al suo fine, e faceva il conto delle speranze, e formava progetti fissi di nozze. Diceva che se gli andava così, e grazie al suo saper iscrivere, avea ferme speranze di diventar un giorno o l'altro ufficiale; e quando il fosse, non gli sarebbe tanto difficile aver licenza d'ammogliarsi; e quando non l'avesse, anche lasciar il servigio: «Tanto più» aggiugnea sorridendo «che delle busse se ne prende da tutti, ed io ho pur le mie che non ho consegnate nelle mie lettere; e se ne prendo ancor due o tre, a' venticinque anni potrò pur essere de' veterani, e mandato, come dicono essi, a' miei focolari.» E in somma quei tre giorni furono un giorno di festa a tutto il paese, e di vacanza alla scuola; e credo i tre più bei giorni della vita della povera Maria. Ripartì lasciando tre luigi d'oro a suo padre, uno al fratello, che era uno de' miei scolarucci, e un bel fazzoletto e un anello a Maria: e giunto a Venezia le mandò in una lettera una catenella, che mai più poi non si sciolse dal collo della fanciulla.

Allora succedette la guerra d'Austria, la terza che fece Toniotto; e siccome in ognuna guadagnava busse ed avanzamenti, ebbe una ferita sul capo che questa si seppe a casa, e molto turbò la povera Maria: ma pure ei ne guarì, e fu fatto passare nella Guardia Imperiale. Quando ne scrisse, ei non avrebbe potuto dir più se fosse stato fatto maresciallo, tanta gioia ne mostrava. Alla pace fu a Parigi, e ne scriveva sovente, ed anche ne mandava ora una cosuccia, ora un'altra alla Maria; e diceva che era passato allo stato maggiore, e più sperava esser fatto ufficiale, e allora! allora tutti sarebbero felici. Così andarono due altri anni, e facendosi la guerra di Russia, Toniotto partì per essa più speranzoso che mai; e tanto più quanto scrisse di Smolensko, che era stato fatto aiutante sotto ufficiale, ed aveva avuta l'altra croce della corona di ferro, e nessuno dubitava che non fosse ufficiale prima del finir di quella guerra; e che questa molti credevano dovesse essere l'ultima che farebbe l'Imperadore; ma, quando non fosse, egli si teneva ufficiale, ed ogni cosa anderebbe bene. Pensate allora che invidia incominciasse a far la Maria alle altre, che prima molte n'aveano quasi pietà, come se a forza d'aspettare avesse a morire fanciulla. E la Mariuccia intanto, io pur dimenticava di dirlo, aveva imparato a scrivere molto bene, e scriveva al futuro sposo, e tutto in somma pareva felicissimo. Quando venuto l'inverno incominciò a mormorarsi che l'esercito francese era stato tutto distrutto; ed io fui alla città, e pur seppi ch'era vero in gran parte, e non si ricevevano più lettere di nessuno, e men di Toniotto; e finalmente essendo già avanzato l'anno, scrissero alcuni Piemontesi della guardia che era morto al passaggio terribile della Beresina. Immaginatevi che dolore fosse al vecchio padre e al giovinetto fratello suo che aveva posto tutto il suo amore al fratello maggiore, e più di tutti poi alla infelicissima Maria. Nè io descriverovvi il suo dolore, e come ammalò e fu per morire, e i pianti e la disperazione de' suoi parenti e suoi fratelli, di cui uno appunto in quel tempo fu levato nella coscrizione, e partì per Germania; e l'altro pochi mesi dopo, perchè s'incalzavano allora dappresso le levate, fu pur portato a Francia. E che dirovvi io più? Quando incominciano in una casa le disgrazie, elle si succedono che fa spavento per sè stessi anche agli indifferenti. I due fratelli di Maria furono ammazzati l'uno ad Hanau, il secondo sotto le mura di Parigi, all'ultime schioppettate di quella guerra che a noi fu così straniera, e costò tanto. Rimase sola a reggere i due parenti infelicissimi, e quasi istupiditi dal dolore, la povera Maria; a cui quel dovere di sorreggere la loro vecchiezza, e la volontà speciale di Dio, che la serbava ad altro, diedero forza di sopravvivere.

La povera fanciulla aveva allora poco più di ventidue anni, ed era d'una bellezza fatta così celeste dal dolore celestemente portato, che io non ho mai veduto nulla da pareggiarle in terra. Dolor siffatto innalza e nobilita qualunque persona più volgare: ed ella nè contadina, nè tenera fanciulla, ma quasi gran donna, ed a me anzi come santa od angelo parea. Io non l'ho veduta da quel tempo ridere mai più; nè tuttavia era sul suo volto o tristezza aspra, o sopracciglio di sorta alcuna; ma una mesta semplice compostezza che era di lei sola. L'anno 1814, tornati i nostri Principi, e quindi alcuni pochissimi de' soldati già dell'esercito francese, e' si seppero gli ultimi particolari di Toniotto; che durante tutta quella terribile ritirata era stato uno de' pochissimi che serbasse imperterrito il coraggio; e quando tutti morivan di freddo, ei diceva che tenea sul cuore due cose che gliel serberebbero caldo, quando anche ei vi avesse sopra tutti i diacci di quella Russia. Non sapevano ben dire se fosse stato fatto ufficiale; ma certo, egli era che conducea sempre la compagnia, e marciava alla testa; e così era stato a quel terribile ponte ch'egli avea varcato de' primi; e appena passato s'era precipitato come un lione su' nimici, e côlta una palla in mezzo al cuore, era caduto senza vita. «Povero Toniotto! era l'amore del reggimento, e l'onor poi de' Piemontesi di tutto l'esercito.» «Povera Maria!» diceva io, «ben altra è la tua disgrazia di aver a vivere ancora così.» Nè io stesso sapeva tutte le sue pene. Tre anni erano dalla morte di Toniotto, ed io vidi mutarsi quel suo volto così composto a dolore, e diventar inquieto, e sue fattezze mutarsi ogni dì; onde più volte le mi accostai presentandomi a udir suoi casi, se volesse dirmeli. Ma non l'interrogava io, ed ella non mi rispondea. Un giorno pure ch'io l'avea trovata per via, e ci accompagnavamo insieme, ed ella mi parve più agitata che mai, io non potetti dopo un lungo silenzio non esclamare: «Povera Maria!» Ed ella allora diè in uno scoppio di pianto, e quasi fu, credo, per buttarsi nelle mie braccia; ma si coprì il volto con ambe le mani, e pur singhiozzando: «O maestro», disse, «ei mi vogliono maritare!» Io 'l confesso: il pensiero non me n'era venuto in mente mai; non più che se fosse stato un delitto, o una impossibilità. Ora venutomi per quelle poche parole, ei fu come un lampo che mi scoprisse un paese nuovo; e vidi come la cosa fosse venuta, come andava, e come anderebbe; nè altro potei soggiungere se non «povera Maria!» Poco appresso mi fermai, e feci seder la fanciulla; ed aspettato che ella alquanto si riavesse, e cessassero i singhiozzi: «E tu ti mariterai, povera Maria! E poscia che il vecchio padre, e la orba madre te l'han chiesto, e vogliono sostegno e consolazione agli ultimi loro giorni, tu non la negherai loro. A ciò hai sopravvissuto: perciò non ti sei abbandonata al tuo dolore, e ti sei trattenuta di morire. Quelli furono gli sforzi maggiori, quello il maggior sacrifizio. Nè il vorrai ora far inutile e perderne il frutto per non sottoporti a questo di più. Virtuosa Maria, buona Maria, santa, forte fanciulla; compirai il debito tuo, il tuo ufficio su questa terra; e compiuto che tu l'abbia, padre, madre, fratelli ed anche marito ti porteranno insieme a raggiugnere il tuo amore là, dove tutti gli amori si confondono e uniscono in uno immenso, solo, universale… O Maria, non sono fole, non sono parole vane, vote di senso, quelle parole di Dio, che noi siamo qua giù per soffrire. Non si fa il proprio dovere, non si fa bene mai senza patire più o meno; e a chi il dovere, il bene si porge con più patimenti, quello è il figliuolo prediletto dal padre, a cui son dati più meriti ad acquistare, e destinati più premii.» Io diceva ciò interrottamente e strignendo la mano alla fanciulla, che metteva gli occhi in cielo, e ad ogni istante gli innalzava più, e il suo volto tornava quello celeste e sereno di prima, anzi più che mai; e disse finalmente: «Ben lo sapevo che sarebbe così, e che voi pure il vorreste.» Ci alzammo, e non si fece più parola fino a casa.

Il padre e la madre di Maria erano veramente disgraziatissimi ancor essi; ed essendo poveri, il diventavano più, per non poter più andare a giornata, nè coltivar per bene il poderuccio; e benchè Maria vi si affaticasse, tanto più che avrebbe voluto non s'accorgessero di ciò che mancava in casa, tuttavia ogni giorno era peggio, e n'erano a stentare. Io mi stupiva come non mi fosse venuto in mente prima; ed ora avrei dato volentieri la metà del mio pane per supplire a ciò che mancava in quella famiglia, e lasciar a Maria sua libertà. Ma io poteva morire; e Dio sa come allor mi dolse di non aver mai saputa far masserizia, e metter a parte alcun che della mia pensione di frate, e dell'assegnamento da maestro. Ma più ci pensavo, più vedevo che non ci era verso. E se ne fece capace anche Maria. Onde fra i molti che sempre gli avean offerta la mano, scelse uno chiamato Francesco; buon giovane, già da bambino grande amico di Toniotto, de' pochissimi non istati levati per la guerra, e che non era mai uscito di casa, e sempre aveva amata Maria; e benchè sapesse non esser riamato d'amore, e non n'avesse speranza, mai non avea voluto tor altra moglie. Ora Maria gli disse schiettamente il perchè prendeva marito; e ch'egli ben sapea, che d'amar mai nessuno com'ella aveva amato Toniotto, anzi di trarsi mai quell'amore dal cuore non le era possibile; ma che s'egli pur voleva lei come una vedova a cui fosse lecito amar il primo perduto amore, ella fra ogni vivente amerebbe lui solo, e le sarebbe buona moglie sempre. E il buon giovane, che altro non isperava, molto volentieri accettò; e ne fu l'uomo più felice del mondo; e di più offerendosi ella di farne ciò ch'ei volesse, le concedette di non tôrsi dal collo la catenella di Toniotto; e poi fecero le nozze senza gran chiasso; e quello che si sarebbe speso in mangiari e balli, Francesco che era ricco e solo con sua madre, lo mise mezzo a riattar la casa propria, e farci una camera bella per li due vecchi, che ve li portò il medesimo dì delle nozze; e mezzo ce lo diede al parroco e a me, che ne fecimo distribuzione a' poveri; e fu una benedizione, e una festa universale, ma tutta quieta e diversa da qualunque altre nozze. Nè vi dirò che buona casa facessero le due famiglie; chè quell'istesso mettersi insieme, e il non aver paura di vivere molti sotto a un tetto, ci potea far giudicare che eran tutti buona gente; come il volersi dividere, e il non poter molti mangiar della medesima minestra, mostra cattivi cuori, e gente che amano l'indipendenza propria, come dicono, e vuol poi dire qualche comoduccio, più che la compagnia e l'amore degli altri. E non andò l'anno che la famiglia s'accrebbe pur anco di un figliuolo maschio che tutti d'accordo lo nominarono Toniotto, e fra altri diciotto mesi d'un altro ancora; ed era tornata a Maria non pur tutta quella sua composta serenità, ma talor anche qualche dolcissimo sorridere al marito e a' figliuoli; e benchè avesse allora da ventisei o ventisette anni, ella non era stata mai così bella; e la sera talvolta in mezzo a que' vecchi e a que' bambini e il marito, tutti pendenti da un suo sguardo, allor sì che pareva proprio una Madonna di Rafaello in una santa famiglia. Ma anche ciò aveva a non durare.

Una sera all'annottare io camminava su e giù dinanzi alla porta di casa dicendo ad alta voce, come io soleva, l'ufficio, quando mi sentii venir dietro uno, e poi gridar «Maestro mio» ed abbracciarmi quasi levandomi di terra. E parendomi una voce che conoscessi, e volgendo il viso e quasi toccando il suo, occhi ad occhi fra quel barlume, ei mi venne veduto e riconosciuto Toniotto. S'io avessi avuta fede mai agli spiriti, certo allora avrei creduto che fosse quello di lui che mi venisse a pigliare, per la parte avuta da me nel matrimonio di Maria. E dirò il vero, il pensiero, benchè mi durasse un attimo, pur me ne venne. Ma ravvedendomene subito, mi colpì, ed annientò la realità non meno di quello che mi avesse potuto far qualunque soprannaturale apparizione. Allora il solo pensiero od atto che facessi, fu macchinalmente prendere pel braccio Toniotto, e meco cacciarlo entro casa. Egli ben s'avvide dell'impressione fattami, e a un tratto mutandosi il volto, e la voce tremando: «Mio padre?» disse «mio fratello?» «Son vivi,» risposi, «ma si vuol temperar la gioia al vecchio…» «E Maria.» «Son morti, poco dopo che si credea voi, i due fratelli di Maria.» «E Maria?» «Vive.» E si fece un silenzio di forse due minuti. Io 'l ruppi: «Non avete mai potuto scrivere da sei anni in qua!» «Ho scritto più volte, ma ben temetti non riceveste mie prime lettere; sì l'ultime, da due anni, le avete dovuto ricevere.» «No no, diss'io, non le ricevemmo. E da due anni…» Toniotto m'interruppe: «Dunque m'avete creduto morto da più di sei anni in qua? Ciò temeva io sovente. E allora… allora mi veniva un pensiero, ch'io pur cacciai sempre come una suggestione del demonio per farmi morir di dolore. Oh! io giugnea testè così allegro! come se si avesse a tornar a casa allegramente dopo dieci anni. Povero Giovanni, povero Filippo, povera Maria!» «Maria…» diss'io, e sperava ei m'interrogasse. Ma non ci fu verso, ei non disse parola. Nè per salvar la vita a un fratello, credo che avrei potuto mai finir la mia, e dir: «Maria non è più vostra.» Finalmente ei ripigliò: «E se aveste avute mie lettere due anni sono?» «Elle sarrebbero state tardi.» E respiravo, quasi felice d'esserne uscito; se non che, alzando gli occhi sul viso del soldato, il vidi mutato in modo, e scolpitevi sopra tutte le sue fatiche, e i suoi dolori passati e presenti e futuri, che ne agghiacciai. Di nuovo si tacque alcuni minuti; poscia egli s'alzò, e diè un crollo, alzando il capo, e disse: «Andiamo a veder mio padre, e poi…» Io gli tenni dietro, e fummo insieme a casa sua.

Ora io non vi dirò nè le accoglienze e la gioia di suo padre e suo fratello, nè le lagrime pioventi sull'indurito volto del soldato, quando la tenerezza ebbe aperta la via al dolore; nè poi come io fui da Francesco, ed egli s'incaricò di dar la nuova a Maria, ed anche meno come egli facesse; chè questo fu sempre un segreto loro, e mai non se ne parlò. Sì fui io che tre giorni appresso, chiamato da Francesco, portai Toniotto la sera a casa loro. Il più accigliato era Francesco. Maria s'avanzò con un sorriso angelico sul volto, che pur era scomposto, e porse la mano a Toniotto, dicendo: «Benedetto sia il cielo! Chi aspettava rivedervi prima del paradiso? là sì l'abbiamo sempre sperato, Francesco ed io.» Al soldato tremavano sotto manifestamente i ginocchi, nè ebbe forza di parlare; ma prese la mano di Maria e quella di Francesco, ed ambe le tenne in ambe sue mani, e più volte insieme le baciò; poi veduto a un tratto i due bimbi in un canto lasciò le mani d'un colpo, e fu ad essi, e li baciò, ed abbracciò, molto vivamente più volte, e poi preso il maggiore se 'l pose sulle ginocchia. E gridando ritrosamente il fanciullo, e Maria chiamandolo «Toniotto,» il soldato credeva prima esser chiamato egli, e poi apponendosi che era stato dato il suo nome al bambino, di nuovo il prese, e sì l'abbracciò, e gli mise il proprio volto tra i capegli ricciuti, ch'io ben m'accôrsi come prorompesse in pianto e 'l nascondesse. A poco a poco si ricomposero tutti, e Francesco mise il discorso su' casi di Toniotto, domandandolo come si fosse salvato dopo quel colpo che si diceva avesse avuto nel cuore al passaggio della Beresina; e allora Toniotto narrò molto semplice e breve; come il colpo l'aveva avuto alla spalla, che gli era stata rotta, ed ei n'era caduto senza sentimento, nè s'era riavuto se non quando i nimici spogliando i cadaveri, lui pure avean quasi nudato; e allora per gran caso passando un ufficiale giovinetto, s'era mosso a pietà, e l'avea fatto mettere in uno spedale e curar alcuni giorni, e restituirgli, se non il resto, almeno le sue due croci, ch'egli avea portate poi, attaccate or alla camicia, ora a qualunque altro cencio onde s'era potuto ricoprire. E che guarito dopo alcuni mesi, e venuta la bella stagione, egli avea ricalcata con una colonna di prigioni, tutta quella miseranda via fatta già coll'esercito fuggitivo, ed era tornato a Mosca; ed indi poi n'avea fatta più che altrettanto assai, fino ai confini della Siberia. Dove dispersa la colonna, e mandati i prigioni chi qua chi là, con pochi soldi da vivere, ognuno s'era messo a servizio, e a lavorare d'una o un'altra sorta; ed egli aveva in casa a un signore di que' paesi fatto da giardiniero e soprastante per la campagna. Onde quel signore gli avea posto grande amore, e s'era malcontentato assai quando, al principio del 1815, erano stati liberati tutti i prigioni. E che, quando non essendo essi ancora usciti di Siberia, venne il contraordine che si fermassero per la nuova guerra di Francia, il signore gli era corso appresso, e se l'era rimenato al suo castelluccio; e d'allora in poi egli s'era accorto che gli erano intercette le lettere, e nascosti i successi che seguirono. Ma che egli avendone pur udito alcun che a forza d'interrogare, era fuggito e ricorso al governatore della città vicina. Qui si fermò, e ben indovinai che volea dire, e poi se ne trattenne, che allora fu che avea scritto e sperato giugnessero sue lettere. Sì aggiunse che tra il dubitare e domandar ordini, il governatore l'avea trattenuto più d'un anno, ed ora erano da sei mesi che gli aveva data licenza; ma perchè in quell'anno avea speso ogni suo guadagno, avea dovuto venire a piedi col poco soldo da prigione; e perchè le ferite gli dolean troppo, sovente avea dovuto fermarsi per via, ed anche, nascondendo in que' casi le due croci, accattare. Qui parve nuovamente intenerirsi, e Maria pur essa; ond'io m'alzai, e preso commiato uscimmo insieme.

E quella poi fu la sola volta che io vedessi, anche così per poco, intenerirsi o l'uno o l'altro di que' due infelici. Perchè infelici egli erano certamente. Ma ambidue lo portavano con un cuore da farne vergogna a tanti filosofi che scrivono libri sulla pazienza; ed anche poi a tutti quelli, perdonatemi, o signori, che della loro qualità ed educazione si servono a scusare quella che dicono sensibilità, ed è arrendevolezza al dolore, non, come dovrebbero, a sostenerlo tanto più fortemente. Ei dicono grossi ed insensibili questa povera gente, che non sente meno, ma sopporta più. E il vero è che nati e cresciuti tutti più o meno tra qualche stenti, ed avvezzi a veder felicità cui non possono arrivare, i poveri contadini tutti naturalmente e di buona fede s'imbevono di quel principio, che s'è quaggiù per patire e lavorare; mentre voi altri l'udite dire dai preti, e lo leggete talora da voi; ma veramente persuasi non ne siete; e certo vivete, scusatemi di nuovo, ed operate, e v'affaticate, e vi disperate, che si vede vi credete destinati a godere, e se vi son tolti i godimenti, la credete ingiustizia, e peggio se avete a patire. E quest'è che fa poi portar così malamente le disgrazie, succombendovi disperati alcuni, o facendo altri viltà per fuggirne. Ma forse io mal conosco i signori; e volevo solamente farvi intendere che se quei due poveri contadini non fecero scene nè disperazioni, ei non erano meno infelici per ciò. Di Maria v'ho detto che cosa avesse fatto per quel pensiero del dovere, ch'io pur troppo avea contribuito a metterle innanzi. Giudicate ora, che il dovere era tanto più stretto, come il seguisse. E non dico del dovere grosso della fedeltà di corpo o di cuore o di ogni minimo pensiero; ma il dovere stesso di star allegra e far felice lo sposo; anzi, per così dire, e quanto era possibile, d'esser felice ella stessa, e non pensar ad altro. Questo seguiva. E quanto a Toniotto, io il conobbi sempre ottimo anche da fanciullo. Pure nel primo fuoco di gioventù, vedeste come ei si fosse lasciato andare a quella tentazione, per fuggire un mal necessario e che non dipendea da lui, di far egli un mal volontario e scellerato mettendosi co' banditi di Majino. Ma ora la lunga vita da soldato l'avea sì avezzo a rispettare il dovere, e la guerra gli aveva sì insegnato ad indurirsi contro la disgrazia, che io ci metterei quanto ho al mondo, che suo cuore non fu macchiato mai nè d'un pensiero. Ed io l'ho creduto sempre che quest'educazione della guerra sia pure la più bella e buona educazione che possa avere un uomo; nè honne veduto tornar nessuno se non migliore. Ma ciò non importa; e so che molti tengono anzi il contrario, e guardano quei vecchi guerrieri come scomunicati. Sono opinioni; e confesso che la mia mi è principalmente venuta dal veder quel così schietto e così forte e così buono dolore del povero Toniotto. Non una parola mai d'ira, d'invidia o di disprezzo, nè una celia pure contro il buon Francesco. E se niuni anzi di questi che avean veduto paese e guerre si volean burlar di lui o far con esso i bravacci, egli era il primo senza affettazione a prender sue parti. Se erano amici prima, ora parean fratelli; e Francesco era sempre il primo a cercar Toniotto in piazza, e voler andar insieme all'osteria, e sarebbe stato in questo se avesse voluto essergli tutto il giorno in casa anche solo. Ma Toniotto non vi andava mai se non la sera talvolta con Francesco; e vi stava poco, e il più del tempo teneva i putti fra le braccia; ed egli e Maria si parlavano con tanta naturalezza e semplicità, che tutti credettero, e Francesco più di niuno, che nè l'un nè l'altra non vi pensassero più. E quasi quasi vi credevo pur io.

Un giorno tuttavia, che erravo su per quelle vette, e salendo su per un castagneto, entravo di quello in una vigna del padre di Toniotto, ei mi venne veduto egli che credendosi solo in quel luogo discosto, era seduto colla marra tra le gambe, e le mani appoggiate sopra, e il volto sopra esse; ed io stetti alcun tempo a mirarlo. E perchè al solito si vedeva lavorare che pareva allegramente, mi vergognai come se gli avessi sovrappreso e involato il suo segreto; e me ne sentii stretto il cuore, e mi rivolsi per di nuovo imboscarmi. Ma facendolo in fretta mossi alcune frasche, e il romore lo riscosse, e il fè rivolgere e alzarsi e chiamarmi, onde che io pur mi rivolsi: «E siete stanco» dissi, «mio caro Toniotto.» «Sì stanco appunto. Perchè, vedete voi, avevo alquanto disimparato il mestiero di zappare; facendo quell'altro. Ma a poco a poco di nuovo s'imparerà.» Io fui contentissimo, e credo anch'egli, di poterci mettere in questa conversazione; nè v'ha cosa che faccia parolai sopra un soggetto, come il non volersi mettere in un altro: «Ma» dissi, «l'avevate già di nuovo imparato là in Siberia con quel vostro signore; che, Dio gliel perdoni, era pure un tiranno di voler regolar vostro carteggio.» E m'accôrsi che m'ero involontariamente accostato troppo a ciò che si voleva fuggir da tutti e due; nè egli rispose. «E non ci sono vigne là, dite un poco?» «No» disse Toniotto, e lasciò cascar il discorso; ed io m'accôrsi d'essermi discostato troppo. «Povero Toniotto,» dissi, «voi siete sempre buono in ogni fortuna; e come siete stato buon figliuolo e buon soldato, ora siete buon contadino di nuovo e buon figliuolo.» Allora io aveva côlto nel segno; e Toniotto mi rispose com'altre volte già: «Quest'è, maestro mio, quest'è. Bisogna fare quel che Dio ci mette a fare, e prender quello che ci manda, ora una buona giornata, ora una cattiva; ora una vittoria, ora una sconfitta, ora un avanzamento o una croce alla parata, ora una palla alla battaglia; e qui pure, ora un buon anno, ora un cattivo; ora un buon raccolto o una bella vendemmia, ora una grandine. E così è che ogni giorno pur ci trovo somiglianza tra questi due mestieri.» «Dite bene, questa somiglianza io pur la trovo: epperciò forse ho sempre udito dire che i buoni contadini fanno i migliori soldati. Ma voi non eravate più soldato; e vi mancava pur poco a diventar ufficiale. Dite un po', se non era della palla, lo sareste stato certamente tornando.» «O se non era della palla…» diss'egli, e si fermò, ed io m'accôrsi d'aver di nuovo malaccortamente inciampato; pure volendomi valer dell'occasione per effettuare un mio disegno. «E non v'incresce» gli aggiunsi, «di quel mestiero? Così avanti già quando il lasciaste? forse il potreste riprendere con vantaggio.» Allora sì davvero ci trovammo su terreno franco, ed egli mi rispose che ci avea pensato, ed avea prese informazioni nel paese; ma tutti gli avean detto che era troppo difficile, e non gli riuscirebbe entrar altrimenti che come soldato: che invero gli faceano sperare diventerebbe presto sotto ufficiale, e forse anco ufficiale; ma che a dire il vero non gli dava il cuore di ricominciar da capo così; e se fosse tempo di guerra, potrebbe sperar di riaver i gradi come gli avea avuti, e ad ogni modo avrebbe soddisfazione in combattere almeno una volta presso alla propria patria, e pel proprio principe; ma in tempo di pace il mestiero militare non gli era mai parato il medesimo, e il quartiere anche a Parigi, e l'esercizio anche della guardia imperiale, due seccature. Dolevagli una cosa, d'aver dovuto alla frontiera nasconder quelle due croci che gli erano state lasciate fin sulla camicia e sugli stracci quando era in Siberia; e perchè sapeva che glie le muterebbero in un'altra prendendo servizio, più volte per questa ragione avea ripensato entrarci. Ma non se ne sentiva il cuore, e poichè Iddio l'avea rimesso presso al suo padre, tant'era vivergli allato e servirgli finchè Dio volesse; benchè a suo padre non era necessario… e qui parve accasciarsi sotto il peso de' dolorosi pensieri, e finì con dire: «Dura cosa, o maestro, a trent'anni il veder sparire e come annientarsi per un uomo tutta la vita passata. A trent'anni non si ricomincia più.» Egli avea ragione, ed io non gli volevo nè consentire, nè contraddire, e m'avviavo a partire. Egli mi prese la mano, non so se per serrarmela o per trattenermi; e poi tolta la marra in ispalla venne accompagnandosi con me.

Da quel giorno ei mi ricercò molto più, e avendo trovato il tono giusto su cui andar insieme, ci misimo a parlare molto sovente; e benchè egli fosse rozzo e senza educazione di libri, non è a dire come l'educazione della sperienza e della vita attiva gli avessero conformato tal cuore e ingegno da svergognare i più colti uomini; nè io, benchè di vita e professione così diversa, ho trovata persona mai con cui mi confacessi tanto come con lui. Povero Toniotto! Mi rimanevano sempre fitti nell'animo que' due pensieri che avrei voluti tôrre dal suo; che era inutile a suo padre, e che a' trent'anni non si ricomincia. Ma questo principalmente mi parea tanto più vero che l'aveva veduto anche negli altri tornati; chè quelli che erano intorno a' venticinque anni si facevano facilmente come una vita nuova, e quasi non pensavano al passato; ma quelli che eran tornati co' trent'anni addosso, difficilmente si eran adattati a mutar vita; e chi non sapeva altro che appiccicarsi senza profitto al passato, e tentar di rifar la medesima vita, e scioccamente lamentarsi del presente; ed altri anche rimaner nell'impresa e morire, ch'eglino stessi non sapean forse di che, ed io ben credo che era di seccatura. A tutti questi io aveva sempre consigliato prender moglie, e mi era messo a far matrimonii, non badando alle celie di coloro che mi chiamavano il gran matrimoniero. Ed io lasciava dire, perchè questa credo che sia la sola maniera di rivivere diverso da quello che si è vivuto; e la moglie se s'incontra buona, e i figliuoli, che tutti son buoni, sono un balsamo e un rinnovellamento che farebbe rivivere i sepolti. Ma al povero Toniotto come si facea? Dico il vero, il pensiero me ne venne: ma non glie lo seppi mai dir chiaramente; e girandovi intorno due o tre volte, ei non l'intese; e un'ultima volta che l'intese, mi lasciò con un aspetto aspro e di mal umore, che non gli ho veduto mai; e stettimo quindici dì senza che il potessi raccapezzare a riparlare insieme. Io vedeva il povero uomo mutarsi di dì in dì, e indurirsi a un tempo ed accasciarsi sempre più; ben pensai che non potea durare. Fui, senza dirgliene nulla, in città, e per certe mie relazioni con un colonnello tentai avergli un posto di sotto uffiziale; e mi si fece sperare; e tornando gliene riparlai. Ma egli con un mestissimo sorriso mi ringraziò, ma non volle; e vidi che il corpo infiacchito gli diminuiva anche la risoluzione, e benchè ora sarrebbe stata buona e necessaria a prendersi quella di partire, non gli dava più il cuore seguirla. Del resto io solo credo, e forse forse Maria, ci accorgevamo di questo suo infiacchirsi ed ammalarsi. Non si lagnava mai, non lasciava nè scemava il lavoro, e questo anche contribuì a farlo peggiorare; mai non si riposava se non quando potea credersi solo, come io l'avea sorpreso quella prima volta, ed ora seguendolo lo sorpresi più altre. Sei mesi passarono; era diventato come uno scheletro; venne l'inverno; non voleva rimanere in istalla ozioso; da Maria andava più di rado che mai. Appena era qualche giorno scoperta di neve la terra, egli riprendeva la zappa, e andava a lavorar a un fossato di viti nel tufo, che era una fatica peggio che mai. Io vi feci capitare una volta come a caso il medico, che s'informò di sua salute, e gli disse di lasciar quella fatica, e si curasse. Ma egli rispose allora, e poi: «Quand'io mi metta a letto son morto.» E così fu; preso un raffreddoruccio o che so io, che il tenne in casa, gli venne una febbre violenta, e mandò chiamare a un tempo il medico e me che il confessassi, e io 'l confessai, benedetta anima; e poi mi chiese di veder Maria con Francesco. E dicendo io: «Povera donna? a che serve?» rispose: «Avete ragione, anzi fate che non venga; io sono pur un uomo senza forza; ma ora me ne vuol poca più.» Fu sagramentato, e al terzo giorno gli si dava l'estrema unzione; trovammogli appesa al collo una treccia de' capelli di Maria: «Levatela» disse, «forse ho fatto male di continuar a portarla dopo il mio ritorno qua; questa, e questo libro di preghiere cristiane datomi da voi già, mi hanno accompagnato sempre, e tenuto caldo il cuore in Russia; prendetelo voi con le croci.» E si tirò il libretto e le croci di sotto il capezzale; mezza ora dopo perdè cognizione; e un'altra ora, e poi morì. Quest'è che m'ha fatto lasciar quel paese; e fui poscia da cappellano in quel regimento dove io aveva voluto far entrare Toniotto. «E Maria?» dissero alcuni degli ascoltanti. «Maria visse tranquilla altri quattr'anni; e or sono sei mesi, assistita da me, che là fui chiamato, e tornai per ciò, è morta in pace.»

Detto questo, il maestro s'alzò e s'avviò al giardino! e gli uni dopo gli altri tutti gli uditori, che alcuni mi parvero commossi dalla storia; altri all'incontro dicevano che di queste cose, se ci si volesse badare, ne accadono tutti i dì, e questo non si chiamava nè storia nè novella. Ma il vero è che nessuno riprese la disputa di prima; nè era stato altro l'intento del buon maestro. Poco dopo, già non essendo più persona nel salotto, vi tornava egli, ed io l'udii che preludiava sul gravicembalo, e intuonava come una cantilena d'improvviso molto semplice, e poi incominciava a cantare a mezza voce, onde io m'accostai, e udii questa canzone:

		Tratto alle pugne oltre all'ignota Moscova
		Dell'italo guerrier tai fur gli accenti,
		Mentre ei forbiva al sorger del sol nordico
		L'armi lucenti.

		Nordico sol, fa, che da lungi splendano
		L'italiche armi in mezzo all'armi franche;
		Del sangue ostil oggi fien prime a tingersi,
		L'ultime stanche.

		Nordico sol, oggi per te dimentico
		Il chiaro italo sole e l'alma terra,
		Ove nodrito io fui, che parte Eridano,
		E l'Alpe serra.

		Ardito e lieto al giorno di battaglia
		Me veda il Franco, che pur me deride,
		Primo al giuoco, alla mensa, ai vani cantici
		Quando s'asside.

		Alle mense, alle danze il pregio tolgasi
		Il Franco pur: ma sull'arduo ridotto
		Me segua il Franco, quando il passo sgombrogli
		E l'oste ho rotto.

		Dimesso il capo, basso il crine ed umile
		Serba alla stalla l'Arabo destriero.
		Squilla la tromba? – Ei chiama co' suoi fremiti
		Il cavaliero.

		Quando scomposto stuolo indietro timido
		Fugge del soverchiante oste l'incontro;
		Ditelo, o duci, chi si ferma, e impavido
		Si volge contro?

		Quando la schiera spalle a spalle accumula
		Irta di ferro, ed i cavalli aspetta;
		Chi figge i piè, chi tiene il posto immobile,
		O l'arma stretta?

		Or ben, terso è l'acciar, la squadra s'ordina,
		Batte il tamburo, omai suona ogni tromba;
		Cresce il frastuono; odi, di guerra il fulmine
		Da lungi romba.

		Ve' come a passo egual marcia terribile
		Schiera cui duce guidar sembra morte.
		Ecco i verde-vestiti; or deh proteggavi
		L'itala sorte.

		Felici voi cui diede il ciel combattere
		Itali tutti l'un a l'altro accanto:
		Felici almen, cui resta d'una patria
		Il nome e il vanto.

		Col Franco, o col German misto, o col Belgico,
		Franco di nome io pur divido il letto.
		Ma invano, italo cuore invariabile
		Mi balza in petto.

		«Giorno verrà, dall'Alpi all'Adriatico,
		Una favella unirà Italia, e un nome;»
		Tu 'l promettevi c'hai le man, tu Italo,
		Entro sue chiome.

		Folle chi in te sperò; te il cielo vindice…
		Me chiama il duce, ecco la pugna ferve.
		Si pugni e vinca, e serva il mondo al perfido,
		Se Italia il serve.

Finita che fu, ricominciò il maestro ad arpeggiare in varii toni minori, finchè alzandomi ei si avvide di me, ed io che ei non mi voleva bene d'averlo a suo malgrado ascoltato. Domandaigli pure se la canzone era sua, o forse di qualche ufficiale tornato da Mosca, o forse di Toniotto. Ma egli non me ne volle dir altro; ond'io credo che sia di lui. Perchè in gioventù so che fu pastore d'una colonia arcadica, sonettista, e schiccherator di versi sciolti nelle raccolte. Ora, colpa o grazie all'età, ei se ne vergogna e non vuol che si dica.




LA BELLA ALDA


Al tempo d'una delle discese de' Francesi per la combadi Susa, che qual sia non lo potrai accertare, avvenne, che rimasta a guardare il passo importante delle Chiuse una schiera d'uomini d'arme, questi, secondo il consueto di tutti gli uomini d'arme, invasori antichi e nuovi, e più dei distaccati e lasciati indietro, incominciarono in varii modi a taglieggiare ed opprimere il paese all'intorno. Benchè, essendo alleati del Duca e provveduti da lui d'ogni bisogna; ed avendo ordine da' proprii capi di vivere co' terrazzani come amici; e solendo poi i Francesi, a differenza di altre genti, e ad eccezione di alcuni scellerati che si trovano in tutte, essere ladri solamente per necessità, o tutt'al più per a tempo, e quando, come dicono essi medesimi, l'occasione fa il ladrone; certo i ladronecci erano men frequenti che non sarebbesi temuto; e se n'erano fatti alcuni da qualche mal soldato, e dalla gentaglia dell'esercito, per lo più anche erano da' cavalieri e da' capitani severamente castigati; e la riparazione sborsata o da essi, o dai delinquenti, o tavolta dal Duca. Ma se per soldati erano radi i loro peccati contro il settimo e il decimo comandamento di non pigliare e non desiderar la roba d'altri; tanto più frequenti, forza è pur confessarlo, erano quelli fatti contro il sesto e il nono, di non usurpare e non desiderare la donna altrui. È vizio antico e noto de' Francesi. Noto il famoso macello de' Vespri Siciliani al tempo di Carlo d'Angiò. Carlo VIII ne perdè il regno. A' tempi nostri ne durano vive le memorie, che i posteri cercheranno nelle storie, e forse nell'opuscolo de' Romani in Grecia, nelle belle canzoni milanesi del Porta e del Grossi, e nelle piemontesi del Calvo, e mille altre canzoni, anche troppe; chè gl'Italiani così d'accordo in cantare, ben avrebbero dovuto esserlo più in resistere. Come poi in tutte queste invasioni, così in quella di cui è la nostra istoria, i Francesi, che qualunque sia il merito personale di ciascuno di essi, ognuno se lo porta come in mano, e subito lo fa vedere, e per così dire lo spende e scialacqua in moneta piccola, dovunque arrivassero incominciavano a farsi ben volere; nè eran dimorati due o tre dì in una terra o in una casa che non paressero esservi da gran tempo; ed entravano a parte de' negozi e de' divertimenti domestici, e si facevano come della famiglia; e se non era di quella loro eterna frase del chez nous, che monta a ciò, a casa nostra si fa così, e si fa meglio che da voi; quasi che ognuno di essi sarebbe paruto nato e cresciuto della famiglia e del paese dove era arrivato poc'anzi. Ma che valeva? Tutto ciò era perfidia, e mentre cotestoro parevano aiutare, adulare, compiacere al padrone di casa, non ad altro miravano che alla padrona o alla padroncina, di cui insidiavano la fede e l'amore. Gran vantaggio almeno hanno sopra questi Francesi, e gran preferenza meritano gli altri invasori. I quali mostrandosi subito schiettamente e generosamente quali sono, nè si fanno mai da maschi nè da femmine perfidamente amare, nè ingannano i popoli soggetti, e dal primo all'ultimo giorno con ammirabil costanza, non sono un'ora mai da sè stessi diversi.

I giovani francesi lasciati da' loro capitani a presidio delle Chiuse nelle terre di S. Ambrogio, S. Antonio, Avigliana, Giaveno, e l'altre all'intorno, solevano, grandemente lagnarsi della propria sorte; che mentre i compagni erano scesi a' ricchi piani, e ridenti colli, e alle popolose città dell'Italia (e l'Italia per quanto sia bella in realtà, è più ancora all'immaginazione di tutti i popoli settentrionali), lagnavansi, dico, i giovani francesi d'essere stati lasciati in mezzo a quelle rupi, e que' nudi sassi, e que' neri boschi, e que' poveri tugurii; «dove» aggiugnea taluno con un dispettoso sorriso «difficile sarebbe dire se più sia guardata la onestà di queste misere Alpigiane dalla loro bruttezza, o più la bruttezza dall'onestà.» E in ciò si vuol dire che que' Francesi fossero veri conoscitori, e ben s'apponessero. Perchè le Alpigiane sogliono essere sane e fresche sì, ma piccole, grosse e tarchiate; e qualunque ne sia la ragione, di rado è che ritraggano le nobili e regolari fattezze delle altre Italiane. Immaginate adunque che novità fosse a que' Francesi sfaccendati, e che stavano ogni giorno di mercato meno a vagheggiare che a maledir le donne e le fanciulle sulla piazza di S. Ambrogio, il vedervi un mattino comparir soletta una fanciulla d'intorno a' sedici anni, alta, svelta e ben formata della persona; con mani e piè, che ne avrebbero disgradata qualunque più gentile fra le damigelle della Reina di Francia; e un volto! un volto, che all'allegrezza degli occhi, alla leggiadria della bocca, al color cinerino de' capegli, e più di tutto alla vivezza d'ogni impressione ed alla grazia dell'acconciatura, avresti detto francese, se non che la regolarità del bel profilo dall'alta e piana fronte al rotondo mento la mostravano veramente italiana; e l'abito snello e corto poi, lo stretto busto di velluto nero, e il fazzoletto rosso e grossolano, che mal gli copriva, ma graziosamente le inquadrava per così dire il viso, la mostravano schietta Alpigiana. Fu un sussurrio, un accostarsi l'uno all'altro, un accennar di dita, un affollarsi a lei, un comprarle, in men d'un ave, latte, ova, e quanto avea nella sporta, e un vagheggiarla e farle cerchio attorno, e interrogarla, e volerla seco trarre, che non s'era mai più veduto, ed avrebbe bastato a confondere una delle suddette sperimentate donzelle della corte reale, non che una tenera e timida foresozza com'era questa. Ma ella, benchè alquanto arrossisse e chinasse gli occhi, e non dando retta, poche oneste parole rispondesse ad ognuno; non mostravasi tuttavia troppo confusa; e pareva quasi persona che là venendo, avesse aspettato tanto, e vi fosse venuta ben apparecchiata, e che all'incontro di quell'altre sue paesane difese da loro bruttezza, ella lo fosse da sua bellezza ed alterigia. In breve, avendo ella così prestamente finito di vendere quanto avea recato; senza fermarsi altrimenti, ma alzando il capo e mirando intorno in atto quasi maestoso, e messo lo sguardo su un giovane che era in un canto del mercato, e non avea mai levato gli occhi da lei; ella, aprendo la folla de' vagheggiatori, dritto a lui s'avviò, ed egli a lei; ed ambidue poi uscieno della piazza, e s'avviavano per lo sentiero alpestro che sale alla Sacra o Monistero di S. Michele. Nè è a dire come tutti la seguitassero con gli occhi, e alcuni pure co' passi. Ma perchè era il sentiere molto cospicuo, e l'ora non lontana dal meriggio, e il mercato grosso, e presenti i capi, niuno s'ardì farle oltraggio, o nemmeno troppo lungi seguirla. Ed ella a raddoppiati passi, leggeri e veloce salendo, ora scomparendo, ora ricomparendo per gli alpestri andirivieni, finalmente svanì del tutto agli occhi di quegli stessi, che erano rimasti più costanti a mirarla. I quali forse, per poco di poesia che avessero in capo, l'avrebbero comparata a qualche Angiolo di Paradiso risalente al cielo fra le nubi; se non che quel compagno che traeva seco, dovea guastar la comparazione, e tarpar l'ali a qualunque più poetica o più amorosa immaginazione.

Ora che che dicessero e pensassero costoro, i due giovani, perchè giovane era pure il compagno, dicevano in salendo molte cose distesamente riferite in certa cronaca da me veduta, ma che io sforzerommi ridurre in brevi parole. Diceva egli dopo un silenzio di forse un buon quarto d'ora: «Bel piacere veramente quella calca che ci ha affogati; e quel chiasso che ci ha assordati; e quei visacci stranieri impertinenti, che Dio perdoni al signore Duca d'essere alleato di tal gente sicuramente eretici o pagani od anche peggio. Avete voi veduto che al sonar di mezzo giorno nemmeno uno non s'è alzato, nè ha fatto il segno della croce? Maledetti!» «Non ci avea badato,» rispose Alda. «Ma tu hai ragione, Giacometto; questi sono visacci e figure come non se ne sono mai più veduti al mondo; e come forse non si vedranno mai più, subito che il signor Duca non ne abbia più bisogno; e li abbia mandati via. Epperciò appunto è, che io avea tanta voglia di vederli una volta. Senti, Giacometto; quando fossimo marito e moglie, e avessimo figliuoli, e figliuoli poi, udendo da tutti narrare di questi Francesi, ci domandassero: gli avete voi veduti? com'eran fatti questi Francesi? e noi non avessimo che rispondere?» «Pah!» riprese Giacometto allungando e rinforzando il suono, che ne fece rimbombar le rupi, e prendendo poi tanto più animo egli a sgridare che vedeva lei ridotta a scusarsi; «che previdenza lunga! che pensiero di buona mammina! prima del matrimonio pensare alle storie che s'avranno a contar a' figliuoli che hanno ancora da nascere e crescere… Ma ringraziate il cielo, Alda, di non aver bell'e ora qualche storia a narrare a spese vostre, di qualcheduno di questi demonii che vi saltasse addosso a portarvi via, come parevano tutti essere lì lì per fare. E sì che io li stava adocchiando; e con l'aiuto del nostro santo Arcangelo san Michele, un po' più che avessero accennato, soldati, o demonii, o Francesi che sieno, io ne facevo pentire almeno un paio alla prima con questo mio bastone, che mai più non mi possa servire contro orso nè lupo, se io, per San Michele Arcangelo…» «Giacometto, Giacometto» diceva Alda raddolcendo la voce, «per carità non giurare, e principalmente non pel nostro santo Arcangelo, che non si adiri contro voi e contro me, e ci voglia aiutare in ogni nostra bisogna. Ed io vi confesserò, se volete, che ancor io quando mi sono trovata là in mezzo a quella calca, ancor io me ne sono sbigottita; che non avrei voluto esservi venuta mai più. E, a dirvi il vero, anche prima nello scendere, appunto quando giungevamo qui presso, già me n'era ripentita. Ma voi con quel vostro eterno contraddire e lagnarvi, me n'avevate fatto prender l'impegno; che se non era… or bene, è finita, non se ne parli più.» «È finita? Non se ne parli più? No, che non è finita; e sì che ne voglio parlare; e che non mi piace quel fare le cose a modo suo, sempre voler girare il mondo, or qua or là, e poi dire, è finita, non se ne parli più.» «Girar il mondo? vi par egli, Giacometto? incominciate voi a dirmi ingiurie? Povera me! Meschina me! Girar il mondo, perchè una volta sono andata al mercato a Giaveno, ed una volta ad Avigliana, e sempre con voi, Giacometto; e voi mi dite che voglio girar il mondo, e mi trattate come una cattiva donna. Povera me! che sarà di me?» E qui la fanciulla si diede a piagnere e singhiozzare, e Giacometto a intenerirsi; ma non essendo tanto ben educato da domandarla con delicata tenerezza: «Alda, tu piangi!» le disse più alla grossa: «Alda, tu sai ch'io non voglio che tu pianga. A che serve? quello che è fatto è fatto; e poichè il cielo ce ne ha salvati, ringraziamolo pure, e pensiamo a non rimetterci a' medesimi pericoli. Vedi, Alda;» e in ciò le prese la mano, e finchè durò largo il sentiero, camminarono così lato a lato, e mano in mano. «Vedi, Alda; se io ti sgrido, e mi sdegno per questo tuo capriccio di girar il mondo; voglio dire d'andare così una volta a Giaveno, una volta ad Avigliana, ed ora a Sant'Ambrogio, gli è perchè penso anch'io all'avvenire; e se abbiamo veramente a sposarci a questa Pentecoste, ed io poi andar su a' pascoli alla montagna, e lasciarti sola a casa ogni anno tutta la state; vedi, Alda, che pena sarebbe pensare io solo di là su: chi sa s'ora Alda non è a casa, ma a girar il… voglio dire, chi sa a Giaveno, chi sa ad Avigliana, e chi sa in mezzo a que' maledetti Francesi con que' loro occhi spiritati! nè io allora sarò lì ad impedire ciò che potrebbe succedere, nè a saperlo nemmeno. O Alda, Alda, io vorrei che tu amassi il paese come lo amo io, che non vo mai volentieri più in là di cento braccia dal bel campanile del monistero, e della casa di tuo padre.» E qui dice la storia che anche a Giacometto scesero alcune più poche, ma più grosse lacrime sulle guance. Ma essendo questo non dubbio segno del loro vicinissimo rappacificarsi, noi non seguiremo più oltre la cronaca, nè essi: che insieme arrivarono, e poi si lasciarono alla casa de' genitori di Alda. I quali, servi o contadini che si dicano della badia, erano di quei pochissimi che abitavano lì vicino; non essendone mestieri più a coltivare quelle poche e povere terre alpestri là su; troppo diverse dalle molte e ricche, possedute da' monaci per munificenza de' principi, ne' piani di Piemonte e Lombardia. Là intorno poi quanto era di terre, case ed uomini, tutto era della badia; e così anche Giacometto, orfano e solo, adoprato nell'interno del monistero alla cura degli armenti. I quali riducendosi all'inverno nelle stalle, alla primavera pascevano i prati all'intorno; ed alla state eran poi condotti a quegli altissimi piani, o somme valli che si trovano in quasi tutte le alpi, ed Alpi sono dette per antonomasia da' paesani. Nè vi ha terra, casa od abitato colà; ma ad ogni pascolo una bassa capanniccia, che mentre l'armento consuma l'erbe, serve al pastore a raccoglier sè talvolta e il latte e il vasellame da fare il cacio. Nè, durante que' pochi mesi, finchè è finito il pascolo o la stagione, il solitario Alpigiano scende mai da quella sua terrazza, dov'è quasi un San Simone Stilita sospeso tra cielo e terra; nè vede viso d'uomo più di tre o quattro volte, che la donna o i parenti vengono a rinfrescar sue provvissioni, e riportar giù i caci fatti. All'autunno, prima delle prime nevi, ei s'affretta a discendere. Che se i ghiacci ingombrassero i passi già per sè pericolosi, e frequenti di rozze croci, segni di non radi accidenti succeduti nell'istessa state; vi avrebbero a perire inevitabilmente gli armenti, e mal potrebbe salvarsi, quantunque destro e di sicuro piede oltre ogni credere, l'istesso Alpigiano.

Due o tre giorni passarono dopo quella, non so s'io dica con Alda innocente gita, o con Giacometto dannevole scorreria per il mondo, senza che in quel mondo della Badia succedesse cosa degna di memoria, o che turbasse la pace solita del monistero, o quella anche più solita de' poveri abituri. Ma una sera, come cadeva il sole chiarissimo dietro il Monginevra e il giogo dell'Altaretta, s'udì un certo tocco di campana, che era la chiamata a concistoro delle principali dignità del cenobio. E perchè non era il giorno nè l'ora solita a ciò, meravigliandosene i villanelli, incominciarono a sbucar fuori ognuno dalle loro casucce, ed a mirar prima al campanile, e poi chi qua, chi là in aria e in terra; come se mirando, avessero a scoprire che cosa fosse quella che avea data occasione alla straordinaria chiamata. E sì che delle cento volte, novantanove avrebbero potuto mirare da mattina a sera, senza per ciò indovinare, nè dai moti della campana nè da nessun altro segno visibile, quale o quanto fosse il soggetto delle importanti deliberazioni di quel consesso. Ma questa volta fu l'una delle cento che potè essere satisfatta lor curiosità. Perchè tutti quelli che mirarono in aria non iscoprirono nulla, nulla quelli che mirarono in terra verso a ponente, nulla a settentrione, nulla a levante; ma coloro che a caso rivolser gli occhi a mezzogiorno verso il pendio più lene da quella parte, e la via più larga che dalla Sacra scende a Giaveno, questi, dico, credettero prima vedere, e poi certo videro e chiaramente distinsero venir su per la via una fila, che chi diceva di dugento, chi di cinquecento ed anche più, ma in vero erano da sessanta cavalli francesi, con innanzi il trombettiere che di tempo in tempo s'udiva far risonare le valli, ed alla testa il capitano, le armi di cui più brillanti si vedevano luccicare a' raggi orizzontali del sol cadente, e in ultimo la bandiera vivamente sventolata dall'aria notturna che sorgeva. «Che sarà? Che vengono egli a fare? Che succederà?» Siffatte questioni generali, e sminuzzate in cento altre parziali ed incidenti, colle loro rispettive risposte, agitavansi a un tempo dentro e fuori il sacro recinto senza conclusione; finchè a un tratto ed or vicinissima s'udì la tromba intonare come un ingresso trionfale, e si vide la schiera alla sfilata passar tra le casucce, e seguita da tutti i loro abitanti, arrivare alla porta grande del monistero. La quale aprendosi, compariva addentro un'altra schiera più numerosa, che trattandosi di resistenza avrebbe potuto farne una gloriosissima; se non che era schiera di pace, e tutt'altro che militarmente, addobbata a processione; tanti monaci, due a due, co' visi bassi, le mani dentro alle larghe maniche, e l'abate innanzi a tutti in rocchetto, il volto tra umile e maestoso, una barba lunga e bianca più del bianchissimo abito, ed accanto un fraticello che gli portava l'acqua benedetta. Veduti i quali dal capitano, che giovane e di gentil apparenza era subitamente sceso da cavallo, e rispettosamente inchinato, prese dell'acqua benedetta, e in lingua francese molto ben intesa dall'abate, dissegli poi: come essendo giù nella valle gran carestia di fieni e d'altre vettovaglie, ed anche essendosi udito di certe mosse de' nemici del Re di Francia e del Duca per le parti di que' monti, i capitani superiori suoi aveano pensato mandar alcune truppe a stanziare al monistero per difenderlo; ed egli per divozione al santo Arcangelo, e per aver cura che la sua gente non facesse cosa men grata ai reverendi monaci o al reverendissimo padre abate, avea voluto egli stesso condur la schiera, e dimorar con essa finchè fosse d'uopo. L'abate rispondeva nella medesima lingua: che quantunque piacevole fosse a lui personalmente l'aver ad esercitar l'ospitalità verso un gentil cavaliero, e compiacere al signor Duca, o al Re di Francia; tuttavia come abate di quel santo privilegiato monistero, era dover suo principalissimo serbarne illese le immunità, nè concedere che, lui vivente, contro l'esempio degli antecessori, a danno di tutti i successori s'infrangessero quelle. Così dicendo faceva un cenno, ed avanzavansi due monaci, probabilemente l'archivista e il segretario, con una dozzina di rotoli di pergamena, i gran suggelli pendenti; e mentre l'uno teneva il fascio, l'altro incominciava a srotolare, e leggeva dal Noi per la Dio grazia re o imperadore, fino alla firma, senza perdonarne parola. Finito il primo diploma, afferrava il secondo, e s'apparechiava a darne, non meno che de' dieci altri, distesa lettura. Ma il giovane francese, seccato di quelle lungaggini, soverchiatore come ogni conquistatore, e in particolare come quell'altro Francese o Gallo, forse antenato suo, che mentre si stava pesando o disputando l'oro a lui pattuito, buttò la spada di soprappiù al contrappeso su la bilancia; il giovane, dico, ch'avea altrettanta furia, ma pur un po' più di cortesia, avanzata la mano, impedì dolcemente che si srotolasse la seconda pergamena, diè per conceduto e riconobbe qualunque privilegio avesse o potesse avere il monistero, e ne allegò egli all'incontro uno solo; il privilegio della guerra, e della necessità che dovea scusare chi gli avea dato quel comando. Perchè, quanto a lui non gli abbisognava nemmeno quella scusa, bastandogli l'ordine ricevuto, che ei doveva e farebbe eseguire. Molte altre parole passarono poi in questo negoziato. Il quale, come tutti quelli dove sta da una parte tutto il diritto e dall'altra tutta la forza, incominciò con proposizioni differentissime, anzi contrarie; ma la parte giusta già sapendo di dover cedere, ogni suo sforzo suol essere di cedere il meno possibile, onde quando si crede a tal punto, ella s'affretta a conchiudere per paura di riperdere quello che ha pur salvato. E in somma tra il vecchio padre e il giovane capitano e' si conchiuse: che non potendo quegli acconsentire a niuna diminuzione di privilegi, ma non avendo forze da difenderli, nè concedeva nè impediva che i soldati si alloggiassero fuor delle mura del monistero, come potessero. Ma fu poi tacitamente, e quasi articolo segreto, stipulato che al mattino appresso ne ripartirebbero la metà, e il capitano, non come capitano, ma come ospite e divoto del Santo, con quattro o cinque de' suoi, fin da quella notte albergherebbe entro il sacro recinto. Fatto l'accordo, i frati a un cenno dell'abate, i soldati al comando del capitano, fecero ognuno dalla lor parte un dietro fronte, spargendosi quelli nelle lor celle, questi nelle casupole de' contadini: mentre i due alti contrattanti se ne furono insieme amichevolmente a più lauta cena nelle camere dell'abate; e fu poi il capitano condotto alle sue, nella ben apparecchiata foresteria.

Il mattino appresso all'alzarsi del cavaliero, mentre stava a comporsi non senza arte la bionda chioma e la barbetta ricciuta, e vestire il sottabito di pelle di camoscio, e cinger la spada, abbigliamento solito de' cavalieri, quando non essendo in marcia nè in battaglia non vestivano a ferro; entrò in camera a lui uno de' suoi uomini d'arme, una tal figura che non sapresti dire se le sue fattezze fossero scolpite a ritrar più grossezza o più astutezza, più rozzezza o più corruzione. Eravi ogni cosa insieme, ma l'astutezza pareva essere soverchiata da ciò che il furfante aveva in animo o stava per dire. «Son partiti i nostri uomini, Uberto?» incominciò il cavaliero vedendolo entrare. «Signor sì» rispose colui. «Il vostro esercito è ridotto a metà. Grande imprudenza, se m'è lecito dire, a un capitano che abbia a difendere questi luoghi dai nemici di sua Altezza il Re di Francia e de' suoi alleati. Trenta cavalli soli…» «Uberto, lascia tue celie, che sei cattivo giullare, il sai nè t'ho menato qui, nè ti pago per ciò; trenta cavalli sono anche troppi per l'impresa che siam venuti. A tali cacce basta e soverchia un solo bracco come tu. Hai tu tracciato nulla?» «Signore! signor mio,» riprese lo scaltro che voleva innalzar i proprii meriti, «per carità, signor mio, com'è possibile? Giunti ieri notte, stanchi, senz'albergo; mentre vossignoria stava qui a cenar grassamente da monsignor l'abate, noi fuori a far gli alloggi, governar i cavalli, veder ognuno che si potesse avere per un po' di cena da questi villani. E in verità che pare ci sia passato tutto l'oste col banno e l'arrier banno di Francia, tanto son rasi e tosi, e fra due giorni se non ci fa provveder la signoria vostra, e' sarà forza disalloggiar tutti. E' si sta troppo male; e per quanto dicessi io, i soldati incominciano a mormorare.» «Bene bene, si provvederà, e si manderà via l'altra metà; ma io qui solo senza pretesto non vi potevo venire; e se tu non fossi un poltronaccio, e m'avessi scoperto alcun che, come dovresti, invece di dormire…» «Così tardi come vossignoria, eh! Ma la mi perdoni, io non ho detto di non aver fatto niente; ho detto che era difficile; pareva impossibile. Tuttavia…» «Tuttavia, tuttavia, vuoi tu finirla, sguajato, e non farmi anelar così. L'hai tu trovata o non trovata? C'è o non c'è? S'avrà o non s'avrà?» «Eh, eh, signor mio, che fretta! ma poichè ella mi fa l'onore di paragonarmi a un can bracco, ella rimane il cacciatore, e mi scusi se le dico che ad ogni caccia ei ci vuol flemma; e a questa poi credo ce ne vorrà più del solito. In somma è scoperta, è qui presso la fanciulla; ogni cosa bene, se non fosse d'un innamorato indemoniato, quello stesso che l'altro giorno ci fece mancar la starnotta, e me la tolse come di gola. Benchè jeri sera il buon uomo m'ha pur fatto servizio. Pensi vossignoria che gli uomini erano già tutti alloggiati; io solo no, perchè non avendola veduta svolazzare, sperava pure che qualche caso m'avesse a far iscoprire il nido; ed ecco a notte già quasi buia tornar cogli armenti lo scioccone, le braccia pendenti, e l'aria smemorata; finchè veduto su una porta uno de' nostri soldati, fermavasi innanzi tutto stupidito, apriva gli occhi e più la bocca a mirare, riscuotevasi, lasciava andar vacche e buoi, ed entrava precipitando per quella porta. Io l'aveva adocchiato già, e senz'altro, qui è, diss'io; e fui là, ed entrai, e vidi la fanciulla, e il gonzo appresso, con un'aria fra truce e sbigottita, che si faceva raccontar il gran caso del nostro arrivo, e voleva dar nelle smanie, e non s'ardiva, che era uno smascellarsi dalle risa.» «Bene» disse il cavaliero, «hai tu subito mandato via il soldato, ed alloggiatovi tu?» «Mai no; la mi perdoni; avrei fatt'io mai siffatto errore? Disalloggiar quello? ficcarmi io a luogo suo? che maniera di metter sospetto nella casa, e fuori in tutta la compagnia? Massimamente, che sapendosi da tutti oramai la fiducia di cui m'onora la signoria vostra, e la fiducia de' superiori essendo sempre invidiata…» «In somma diraimi tu a che ne siamo?» «A ciò: che il soldato fu naturalmente questa mattina di quelli ordinati per partire; ed io che apposta non avea preso alloggio stanotte, ed ero stato a dormire con un altro, gli sono sottentrato stamattina; e sto là fermo e stabilito, come sarebbe appunto un cane coricato alla bocca del covile ad aspettar il coniglio, o una serpe nel nido; benchè la serpe, licenza parlando, è vossignoria, che s'ha a mangiar ella l'uccelletto.» «Bene, finisci l'impertinenze, ed ecco il primo degli scudi d'oro promessi.»

Forza è talvolta a qualunque narratore accenare certe cose brutte e sconce, necessarie a sapersi per la storia. Ma io non sono di quelli che vi si dilettano, e se hanno a spiegarti qualche squisita scelleratezza, e' non te ne sanno perdonare la menoma particolarità. E benchè il parer intendersene, e giudicar gli uomini severamente, dicendo: così son tutti, così insegna la sperienza, io pur credetti a lor virtù, or non più no, e simili cose; dia ad uno storico una certa apparenza d'ingegno e maestria oltre il comune; ed all'incontro sembri cosa volgare e dabbenaggine il sovente ammirare e compiacersi della bontà altrui; tuttavia lo confesso, io non narro con amore, e non mi piace dire i particolari se non delle amorevoli e buone passioni degli uomini. E ricordomi che essendo a Roma, e tra per l'occasione di veder tanti bei monumenti, e per una certa natural disposizione che credo avrei avuta alla professione d'antiquario, avendo preso a studiare il Winkelmann delle arti degli antichi, fui lietissimo di trovarci fin da principio questo bellissimo precetto troppo mal seguitato dalla maggior parte de' così detti conoscitori, professori o dilettanti; che incominciando a giudicare dalle pitture e scolture, e' si vuol cercare di scoprire, conoscere e studiar le bellezze che sono in esse, prima di cercare e studiare i difetti. Ed è il vero che ammirando e contemplando le bellezze, gli occhi e l'animo si fanno ad esse, e diventano capaci di riprodurne altre simili; dove avendoli sempre fermi sulla brutezza, benchè si faccia con pensiero di fuggirla, sovente per forza d'abito ci si intoppa. Quando anche poi tu ne fossi fatto capace di fuggir la brutezza, nol sei di produrre la bellezza. Ondechè l'uno è studio attivo e creatore, l'altro passivo e solamente correttore. E così credo sia de' costumi degli uomini; che chi cerca, studia e contempla i dolci e buoni, addolcisca e migliori i suoi proprii naturalmente; dove chi s'avezza a contemplar sempre i costumi cattivi e feroci, non può a meno di non oscurare ed abbruttire i suoi. Nè è questa poi, ben sollo anch'io, tutta scelta propria; e pur troppo e' sono certi infelici che o in una parte della loro vita, od anche in tutta sembrano per destino collocati sì fattamente da non iscorgere mai dappresso nulla di veramente bello o buono o grande. Ma so pure che questo è caso più rado che non si pensa; e il maggior numero degli uomini hanno la scelta con uguale o con poco diversa facilità, di mirare alla faccia chiara e bella, ovvero alla scura e brutta della umana natura. Le mie narrazioni sono dirette a' primi, o de' secondi a chi abbia buona intenzione di passare, come gli sia possibile, tra' primi.

Del resto giustizia vuole io dica, che quantunque cattiva impressione il leggitore abbia dal riferito colloquio potuta prendere del cavaliero; questi tuttavia non era, nè uomo interamente corrotto, e, come se ne trovano, vecchio peccatore in giovane età; nè nemmeno un ragazzaccio senza parenti, nè educazione o scappato di casa. Era di nascita ed educazione gentili, avea padre e madre tenerissimi di lui, ed una sorella pura come una colomba sgusciata ieri; ed erasi un anno innanzi partito da lei candido quasi come ella stessa. Nè era poi stato mandato all'oste solo, e senza altra cura dei genitori, come fanno taluni che finchè hanno i figliuoli in casa li tengano attaccati alle gonne della mamma o della balia; e il dì che li rilasciano, non ne prendono più pensiero. Questi avean raccomandato il figliuolo a un vecchio servitore di casa, e poi a un vecchio amico che era de' principali signori della corte del Re di Francia. Ma il servitore era rimasto per via mezzo infermo, mezzo disgustato, ed era a lui sottentrato nella fiducia del giovane quello scellerato d'Uberto. Il vecchio amico non avea potuto fare che il giovane non istesse più volentieri co' giovani che con lui, e non prendesse loro modi e pensieri e costumi. I quali costumi poi erano cattivi non solamente come di giovani e di guerrieri, ma come di conquistatori e d'invasori. Perchè cotesta qualità di conquistatori e d'invasori è di natura sua così perfida e maligna, da guastare anche gli uomini che sarebbero buoni per natura sua. Onde Toniotto, quell'amico mio che servì in Francia, mi soleva dire, che noi i quali non abbiamo veduti i Francesi se non in Italia e vestiti di quella qualità, nè possiamo dire averli conosciuti in generale, nè immaginare quanto diversi e senza comparazione migliori sieno a casa loro. Così è, diceva egli, che quella facilità che hanno, e ci par incomoda talvolta, di stabilirsi senza complimenti a casa altrui, li fa al lor paese aprir le proprie case ed esser ospitali, con una grazia che non è di nessun'altra gente. Così quello sprecar e buttar via i quattrini per vanità e spensieratezza che li fa rimaner senza, e prendere, forza è pur confessarlo, senza grande scrupolo gli altrui quando possono, li fa, quando sono a casa propria, facili, generosi ed ingegnosi spenditori; onde non è gente meno avara, ma che sappia meglio farsi onore con la metà di quello che ci vorrebbe ad ogni altro. Così quell'arroganza impertinente a casa d'altri di dirsi il primo popolo del mondo, si riduce a casa loro, dove non hanno occasioni di odiose comparazioni, ad una tal qual giusta alterezza ed una fiducia di sè stessi, che non istà male agli uomini, nè uno ad uno, nè come nazione. Finalmente quel loro stesso peccato capitale, di che fanno conquistando sì grande scandalo, non comparisce di gran lunga tanto a casa loro, e quasi direbbesi che ne sieno rei meno che nessuno. E si vuol anzi confessare che non è forse paese dove si trovino tante coppie di buoni mariti e mogli; e famiglie di parenti e figliuoli e fratelli che vivano bene insieme, e donne bene occupate de' maneggi di casa e della buona educazione de' figliuoli. E perchè le lingue e principalmente le parole e le frasi che si trovano in una e non nell'altra, sempre mi parvero indizio non disprezzabile de' costumi delle nazioni; io osservava poi che i Francesi sono i soli che abbiano la parola ménage, che comprende tutta la famiglia vivente insieme al medesimo desco, anzi tutta la servitù, e quasi anche la materialità della casa e de' mobili, e d'ogni cosa in somma che è sotto al tetto domestico. Bella parola, da cui derivano due belli e dolcissimi modi di dire, bon ménage e bonne ménagère. Voci anche queste che non suonano se non in Francia, e di cui la realità vi si trova, al dir di Toniotto, più frequente che altrove. Nè potrei dire io poi quanto mi satisfacessero questi discorsi dell'amico. Perchè da una parte il divino precetto di amar il prossimo qualunque sia, e la mia propria natura amorevole o forse molle, mi portavano ad amar tutti gli uomini e a trovar in tutte le nazioni da me conosciute, insieme con alcuni vizi o difetti proprii, molte qualità e virtù non meno proprie loro. Dall'altra poi non solamente gli esempi degli antichi che davano un solo senso e promiscuamente usavano quelle tre parole di straniero, e barbaro, e nimico, ma più poi gli esempi nuovi veduti e provati da noi stessi mi additavano in ogni straniero, con qualunque nome d'amico o d'alleato si chiamasse egli, un nimico da combattersi per tutti i miei concittadini secolari, e per me almeno da fuggirsi. Ma fattami da Toniotto, e conceputa da me quella distinzione degli stranieri a casa nostra o a casa loro, mi si aprirono per così dire subitamente gli occhi, e intesi come quei due sensi d'amore e di nimicizia possano amendue esser giusti e stare insieme. D'allora in poi, satisfatto del mio cuore, senza ritegno e senza scrupolo mi abbandonai ad amare e contemplar le virtù particolari d'ogni nazione straniera, finch'ella se ne sta a casa sua; e senza scrupolo anche tener per nimico e spoglio di virtù, e carico di vizii ogni straniero rivestito di quella corruttrice qualità di conquistatore.

Ora, fatte le mie scuse agli uditori di questa infilzatura di digressioni che fuggirò alla prima volta che avrò a ridir la storia, torno ad Alda la bella, e Giacometto l'innamorato, e Uberto il tentatore, e il Francese giovane e fragile alla tentazione. Era pensiero di questi due ultimi, venuto al primo, e approvato dal secondo, ora che Uberto s'era ficcato in casa alla povera famigliuola, studiarne bene gli andamenti, e come, ed a che ora, e per dove uscisse la fanciulla; e adocchiatala sola, come speravano, a trar le vacche a qualche deserto pascolo, o a far legne a qualche deserto bosco, od a qualunque faccenda in qualche simile solitario luogo, tendervi un agguato; e tra Uberto ed un suo fidato compagno rapir la fanciulla imbavagliata, e nasconderla fino a notte, e poi portarla giù in una cascina deserta già apparecchiata a ciò nel piano di Sant'Ambrogio. Ivi allora l'avrebbe raggiunta il cavaliero; il quale essendosi già con false nuove di mosse nemiche procacciato da' superiori l'ordine di venir alla Sacra, ora dicendo essersi trovati vani que' rumori, avrebbe così levato il momentaneo presidio. Ma siffatto disegno andò loro in parte fallito per l'amorosa gelosia di Giacometto. Il quale non solo trovò modo di far sottentrare alcuno de' suoi compagni nella cura de' pascoli, ed egli rimanersi alla stalla del monistero; ma lasciando pressochè del tutto stalla e monistero ed ogni altra faccenda ed ogni altro luogo, quasi intero il dì e la notte era o dentro o fuori la casa di Alda, o guardavala con quell'ansietà che fa un avaro intorno al segreto luogo dov'abbia seppellito il tesoro; che non ardisce starvi troppo appresso per paura di svelarlo, ma non ha cuore di perderlo d'occhio; e va e viene e lascia, e mira da lontano e torna, e di tempo in tempo trova qualche pretesto di seder sopra al sacrato terreno, ed allora solamente è appieno tranquillo. Che la bella Alda uscisse poi mai fuori della porta, ei nol soffriva nemmeno in idea; e faceva egli tutte le faccende fuori di casa; consentendo i parenti di lei, ed ella stessa, che, se era alquanto leggera e vana, era poi virtuosissima fanciulla: e benchè rozza ed inesperta, e benchè non ne dicesse nulla a persona, s'era pur accorta di qualche scellerata intenzione di Uberto. Perchè questi, vedendosi andar fallito il primo pensiero di coglier la fanciulla fuor di casa, e, come diceva egli, al volo, si rivolse a quello di adescarla a poco a poco, ed impacciarla nelle sue reti; e forse con intenzione di riuscir a due colpi in un tratto, provò a farle intorno l'innamorato. Ma quand'anche la fanciulla non fosse stata virtuosa, ella era troppo altiera da dover dare orecchio a costui non giovane, non bello, non tenero la metà come Giacometto. E così è, che pressato dal capitano a cui mancavano oramai i pretesti di prolungare sua dimora, finalmente si ridusse ad usar la forza aperta contro la meschinella. Aveva osservato che ogni sera, all'imbrunire, Giacometto a malgrado della sua gelosia era sforzato di lasciar la guardia de' posti interni ed esterni della casa di Alda, per ire al monistero quando si raccoglievano gli armenti e si disponeano per la nottata. In seguito della quale osservazione lo scellerato dispose l'insidia sua.

Cadeva la ottava o nona sera dall'arrivo de' Francesi là su. Erano tranquilli nella capanna, la vecchia madre a filar in un angolo del camino; il padre dall'altro lato a bere insieme con Uberto il vino d'Asti che questi avea recato; Alda ad apparecchiare la cena, epperciò ora affaccendata in questa, ora in quella parte della cameruccia, ora rannicchiata presso al fuoco, il cui lume faceva or più or meno chiara quella scena domestica. A notte chiusa incominciossi a udir presso alla porta un susurrare e disputare insieme come di due o tre soldati, ed Uberto a sclamar più volte: «Ubbriaconi! è questa l'ora di star fuori e turbar la pace della buona gente? A' vostri alloggi; che se lo risà il signor capitano… Agli alloggi, agli alloggi; o sì ch'io…» Ma lo sgridare era nulla, e continuavan gli altri, e in breve ecco uno strido: «Son morto, aiuto, aiuto;» e spalancarsi la porta; e precipitarsi addentro due soldati, facendo chiasso come di quattro e sei; ed Uberto ad alzarsi, ed alzandosi dare una spinta alla pentola e scompigliar il fuoco; e in quella mezza luce, e quella confusione, uno de' soldati afferrar la fanciulla e imbavagliarla, e l'altro a levarsela in braccio, e portarla via; ed ella gettando un grido, ed i parenti accorgendosi in parte che fosse e domandando aiuto, Uberto a tirar la spada e far lo spaccamonte; e gridando «Bricconi, scellerati», a tener loro dietro come per inseguirli. Ogni cosa era ita loro a talento. I due rapitori non avean dato tempo ad esser conosciuti; Uberto avevo fatto sembiante non che d'innocente, ma di soccorritore; e i contadini credendola una baruffa di soldati, non che impacciarsene, si chiudevan nelle case. Così la meschinella era portata già fuori dell'abitato forse un cento passi, quando dibattendosi ella, che giovane e forte era, e stancando perciò colui che la portava, egli la mise un momento in terra per legarla, o meglio prendersela e portarla in due. Ma ella, come fu su' suoi piè, valendosi dell'istante, fuggì loro di mano, e di tutta corsa si diè a saltare e volare su per que' dirupi, scegliendo a posta i più scoscesi e pericolosi conosciuti da lei, non da' soldati, che men destri la seguivano a mala pena. Ma intanto Uberto aveva raggiunto i compagni, e senza fermarsi a rampogne, o a più infingersi, aiutava ad inseguirla, e chiuderle i passi. Così è che ella non volendo mettersi nella campagna più che mai deserta a quell'ora, si sforzava nella sua fuga non allontanarsi dall'abitato e vi girava intorno e s'accostava al monistero, dove sapeva essere gente, e Giacometto. Ma essendole chiuso il passo alla facciata e alla porta grande, a poco a poco veniva incontro alla parte opposta della cinta e si metteva per un ciglione scosceso, interrotto, e stretto e di poco più di un piè tra le altissime mura sovrapposte e il precipizio più alto e non meno a dirupo che sta di sotto. Quivi innoltrandosi con pericolo, a malgrado della sua destrezza, grandissimo, la inseguita fanciulla sperava ingannar gl'inseguitori; appunto come il camoscio di quelle alpi spinto da' cacciatori si slancia di rôcca in rôcca e si addentra più e più tra' precipizii, finchè vedendo rimasto sull'orlo opposto il cacciatore, si ferma egli e lo guata, e si crede pienamente sicuro. Stolto! che allora si è appunto, quando il cacciatore gli pone sopra a bell'agio gli occhi e lo schioppo, e lo fa morto precipitare nella frapposta valle. Così la meschina Alda giunta molto innanzi a quegli scellerati per lo ciglione a un luogo dove questo non che interrompersi finisce, e il muro sopra, e la rôcca sotto non fanno più che una sola superficie diritta a piombo, fermavasi quatta quatta e senza gridar nè fiatare, sperando non essere in quello spaventoso luogo seguita. Ma quale orrore, qual brivido di morte fu il suo quando le parve vedere, o vide le ombre nere di quegli arditi scellerati tentennanti avanzarsi per lo orrido sentiero, e già non esser più d'un trar d'arco da lei distanti! Diè allora in altissime strida per chiamare aiuto; ma era tardi oramai; niuno umano aiuto, quand'anche fosse udita, poteva impedire che quelli non la raggiugnessero ed afferrassero, e la portasser poi via, o la precipitassero. Meglio precipitar sè stessa; e mirava in giù se scorgesse luogo meno diroccato, o rovo o ginepro che la potesse trattenere; ma se v'era, non li poteva vedere. Meglio fidarsi alla providenza, al sommo Iddio che poteva mandare i suoi angeli a sorreggerla, al santo Arcangelo proteggitore speciale di quella popolazione, proteggitor dell'innocenza, combattitor de' mali spiriti, de' mali uomini. Sentissi a un tratto compresa di sovraumana fede e fiducia, guatò, fissò gli scellerati; e «Fermatevi», disse, «o ad ogni modo non m'avrete;» e non fermandosi quelli, e già essendo a dieci passi vicini ad essa, già a sei, già a quattro, dato un altro grido ed un altro sguardo alle mura, e non veduto anima; già sentendoseli incontro, già sendone come tocca, nomò San Michele, incominciò: «Nelle tue mani, o Signore…» e finì in aria la preghiera dell'ultime speranze.




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