Vae victis!
Annie Vivanti




Annie Vivanti

Vae victis! Romanzo





I


La prima ad essere pronta fu Chérie. Si gettò sulle spalle il lungo accappatoio a righe e si chinò a sollevare Amour che le abbaiava alle calcagne rosee e si torceva per l'impazienza di uscire.

«Au revoir dans l'eau», disse la fanciulla con allegro gesto di saluto alla piccola Mirella e a Frida, la governante tedesca.

«Oh, Frida! Vite, vite, dégrafez-moi!» gridò Mirella volgendo le spalle alla giovane donna e indicandole con dito impaziente un gruppo di fettucce annodate che le pendevano dietro.

«Parlate tedesco, l'ho già detto a tutt'e due. Oggi è il vostro giorno di tedesco,» ammonì Frida, sciogliendo con lentezza il groviglio di nodi, mentre Mirella pestava i piedi per l'impazienza.

Indi ritta in sottana e copribusto davanti allo specchio la governante si tolse d'in cima al capo ciò che le ragazze chiamavano il suo «Wurst.» Nello specchio scorse Chérie che si avviava verso la porta, e la richiamò, severa:

«Chérie! voi non andrete per la strada senza calze e senza cappello!»

«Ma Frida, che storie! A Westende tutti vanno al bagno così.» E Chérie levò in aria la rosea gamba ben tornita sventolandola davanti ad Amour per farlo abbaiare.

«Non importa come vanno gli altri. Voi non andrete così;» disse Frida Rothenstein, e spazzolò il suo bruno e lucido «Wurst» prima di appenderlo accuratamente alla cornice dello specchio.

«Allora, cosa siamo venuti qui a fare?» disse Chérie imbronciata, lasciando cadere Amour e dandogli un piccolo calcio col piede nudo. Amour, offeso, si ritrasse sotto al letto.

«Siamo venute qui», sentenziò con teutonica pesantezza Frida, «per godere delle salubri gioie del mare, e non già per esporre sulle pubbliche vie le nostre gambe denudate».

Mirella diede in uno scoppio di riso, e a quel suono rassicurante Amour tornò fuori da sotto al letto e ricominciò ad abbaiare.

Chérie stringendosi nelle spalle traversò la stanza e andò alla sedia dove aveva gettato in tutta fretta le sue vesti. «Se metto i sandali, mi pare che basterà.»

«No, non basta. Sandali e calze», disse Frida. «E cappello», soggiunse, lanciando un'occhiata severa a quella leggiadra testa china, da cui pendevano in lunghi ondeggiamenti le chiome fulvo-dorate.

Chérie si mise in fretta e furia le calze nere, occhieggiando ridente a Mirella; e nulla poteva esser più dolce a vedersi di quelle pupille rilucenti traverso il velo dei capelli sciolti.

Eccola pronta; il largo cappello a pastorella calcato sui baldi riccioli, Amour stretto nuovamente sotto al braccio; e con un cenno di commiserazione a Mirella – fremente d'impazienza per dover aspettare Frida – ella corse giù per la stretta scala di legno di Villa Esther (chez Madame Guillaume) e fuori, col viso ridente rivolto al mare.

La breve rue dei Moulins di Westende, per metà non ancora fiancheggiata da fabbricati, parte da un nuovo «hangar» per aeroplani e conduce alla larga passeggiata asfaltata che costeggia il mare. Chérie v'incontrò qualche altro bagnante. Alcuni uomini tornavano dalla spiaggia, in maglia rigata, nude le gambe abbronzate, con un asciugamano bagnato intorno al collo e i capelli umidi appiccicati sulle gote. Essi passarono accanto alla figuretta pittoresca nel succinto costume da bagno rosso, senza quasi guardarla; già, lungo tutta la spiaggia – da Nieuport, venti minuti verso Ovest, fino ad Ostenda, a mezz'ora verso Est – se ne vedevano a centinaia di questi graziosi tipi di scolaretta lanciati a volo sulle sabbie; mentre tutte le «figlie di gioia» da Bruxelles, Namur e Spa, aggiungevano la loro nota più acre e provocante all'azzurra gaiezza della scena estiva.

Chérie, passando davanti al negozio di biciclette, salutò con un cenno della mano Cirillo Wibon, che inginocchiato davanti alla sua «pétrolette» da corsa, ne lavava il naso lucente colla tenerezza d'una nutrice e l'orgoglio di un padre.

«Non scordate le due biciclette, alle undici, sulla spiaggia», gridò Chérie in fiammingo, e Cirillo sollevando rapidamente l'indice ai bruni capelli fè cenno d'aver inteso.

Chérie proseguì quasi correndo traverso la larga passeggiata e scese a salti gli scalini che vanno alle sabbie, quelle vaste sabbie di Westende da cui si vede un orizzonte di tre quarti di cerchio, quelle sabbie che vanno a perdersi nelle tragiche dune deserte. Chérie si lasciò cadere dalle braccia Amour che, fatto un ruzzolone, si raddrizzò, scavò in fretta colle zampe posteriori una breve serie di buchi nella sabbia e poi si allontanò di trotto in cerca di certi suoi odiati nemici contro cui nutriva foschi e perpetui rancori: un levriere scarno e pretenzioso, un impertinente fox-terrier, e un vilissimo cagnolino nero, tremebondo, di cui i gusti e la storia non comportano indagini.

Chérie s'inoltrò attraverso il mezzo chilometro di arena asciutta nella quale i suoi piedi affondavano ad ogni passo; giunta alla superficie liscia che la marea scendente lascia dura e levigata, tolse rapida accappatoio, cappello, sandali e calze; e a passetti brevi, in punta de' piedi corse nell'acqua. Lesta e leggera traversò a piccoli salti le prime arricciature delle onde finchè l'acqua non le cinse i ginocchi, e la gonnellina rossa si gonfiò a pallone tutto intorno a lei. E corse avanti con piccoli brividi e grida di piacere, alzando le bianche braccia al di sopra della testa, mentre l'acqua saliva e l'accerchiava del suo fresco e forte abbraccio. Il sole gettava una rete di brillanti sul mare di raso celeste; e la fanciulla sentì improvvisa in sè come una cosa selvaggia e viva la gioia dell'esistenza.

Congiunse in alto la punta delle dita, e si tuffò nelle scintillanti acque; indi ne emerse, ricacciando dalla fronte colla manina bagnata i bagnati capelli. E si spinse al largo, nuotando, verso il cerulo orizzonte, sognando di nuotare e nuotare così, per sempre, e andarsi a perdere nell'infinita azzurrità del mondo.

Un aeroplano tornando da Blankenberghe a Nieuport passò con iroso ronzìo, e Chérie si volse e nuotò supina per vederlo meglio; lo salutò agitando il braccio ignudo e sgocciolante.

Per un istante ebbe l'impressione che l'aeroplano facesse un tuffo e stesse quasi per caderle addosso; indi lo seguì collo sguardo, trattenendo il respiro, inquieta per la salvezza del pilota, finchè non si dileguò nella lontananza. Allora si rivolse e riprese a nuotare, guardando verso la spiaggia lontana, per vedere se appariva Mirella.

Sì, sì! Ecco laggiù la stecchita siloetta di Frida, e accanto a lei l'ancor più stecchita siloetta di Mirella, di cui le esili gambette non avevano percorso che dieci brevi aprili. La sua chiara voce infantile trafisse l'aria.

«Chéri-i-e! Chéri-i-e! Torna indietro! Vieni a prendermi!»

E Chérie, con un sospiro, nuotò pianamente verso la spiaggia.

Mirella le corse incontro, mandando a spruzzi l'acqua con molti strilli d'allegria, mentre Frida si fermò vicino alla riva dove l'acqua era alta pochi centimetri. Ivi compì una serie di riti igienici, bagnandosi prima la fronte, poi il petto, e poi ancora la fronte e finalmente sedendo solennemente nell'acqua il tempo di contare da uno a cento.

Così, concluso il suo bagno, la governante tedesca – con molte raccomandazioni gridate a Chérie e Mirella che non l'ascoltavano – tornò a casa a vestirsi.

Un'ora dopo ella apparve di nuovo sulla spiaggia, correttamente abbigliata nel suo Reformkleid, colla salsiccia di capelli asciutti riinstallata a sommo della testa ancora umida. Girando gli occhi intorno in cerca delle due fanciulle le vide stese immobili sulla sabbia, supine, ad occhi chiusi, sotto il sole cocente. Facevano finta d'essere morte; e davvero, pensò Frida nel guardarle così piccole e immote su quella immensità sabbiosa, parevano due poveri esseri affogati, due meschini brandelli d'umanità che il mare avesse rigettato sulla sponda. Prima ancora che arrivasse vicino a loro le passò d'accanto come una saetta Cirillo, il maestro di bicicletta – l'uomo-scimmia, come lo chiamavano le ragazze. Egli andava a tutta velocità – pedalando su di una macchina e guidando l'altra – verso quelle due piccole figure sdraiate. Esse, appena lo udirono, balzarono in piedi; e prima che Frida potesse arrivare a loro, Mirella era già issata su una vecchia bicicletta rugginosa, mentre Chérie – snella figuretta scarlatta, i capelli aurati al vento, le braccia e le gambe candide biancheggianti fuor del vestitino rosso – filava via, già lontana, sulla sabbia elastica e liscia.

«Non approvo», ansò Frida correndo a fianco di Mirella, traballante sul suo ferravecchio mentre l'uomo-scimmia le trotterellava dietro reggendo il sellino, «non approvo questo andare in bicicletta in costume da bagno....»

«Oh, Frida, smetti di sgridarmi, che mi fai cadere,» gridò Mirella, e infatti, dopo varie terrificanti oscillazioni, la bicicletta descrisse un rapido semicerchio, e corse giù nel mare.

Mirella fu molto in collera con Frida e colla bicicletta, e coll'uomo-scimmia; questi, ridendo coi denti molto bianchi nella faccia molto nera, la rimise in sella.

Frida si stancò presto di seguirli e andò a sedersi vicino ad una barca capovolta a leggere «Der Trompeter von Säkkingen».

Säkkingen! Mentre gli occhi di Frida sfioravano le pagine nitidamente stampate e s'indugiavano sull'incisione d'un campanile e d'un ponte, l'anima sua ritornava alla piccola città lontana, sul Reno. Perchè Frida, come il famoso trombettiere dello Scheffel, era oriunda di Säkkingen; i suoi piedi, calzati di solide e quadre scarpe tedesche, avevano barcollato, trotterellato, corso, e passeggiato nelle diverse età di sua vita, su quel famoso ponte coperto; ella s'era affacciata, coi gomiti sul davanzale, a quelle piccole finestre infiorate, mandando i suoi sogni di fanciulla a navigare sulle acque sonnolenti del Reno. Era passata, tutte le mattine andando a scuola, davanti al monumento piccolo e tozzo di Victor von Scheffel; ed ogni sera tornando a casa aveva alzato gli occhi alle finestre chiuse di quella bianca casa accanto al ponte che era stata quella del poeta. Säkkingen – colle sue strade bianche e pulite, la sua Kaffee-Halle dipinta in bianco e celeste, le sue panetterie olezzanti di freschi Kuchen e Schnecken.... Frida alzò gli occhi dal libro per gettare uno sguardo pieno d'ira e di rancore sulle danzanti acque del Mare del Nord, sulla piana e ridente spiaggia belga, sulle figurette lontane di Chérie e di Mirella, sull'uomo-scimmia, e perfino sullo scodinzolante Amour e i suoi compagni d'iniquità. Li odiava tutti. Sì, li odiava. Egoisti tutti quanti, volgari, frivoli, senza poesia nell'anima. In questo paese non c'era senso religioso; non c'era senso d'ordine; la cucina era pessima… Frida scosse amaramente il capo: «Das Land das meine Sprache spricht....», ella mormorò, nostalgica e sospirosa.

Poi riprese il suo libro, e lesse le considerazioni che faceva Hidigeigei, gatto e filosofo, intorno alla primavera e all'amore:

		Warum küssen sich die Menschen?
		Warum meistens nur die Jungen?
		Warum diese meist im Frühjahr?…













Quella sera Mirella udendo il fischio del portalettere andò ad aprirgli. Egli le consegnò due lettere, e la bimba – nascondendone una dietro alla schiena – tornò nel salotto dove Frida e Chérie sedevano lavorando. Lesse ad alta voce, con esasperante lentezza, l'indirizzo dell'altra:

«Mademoiselle – Chérie – Brandès – Villa – Esther....»

«Dà qui, dà qui», esclamò Chérie, allungando la mano impaziente.

«E' di Lulù», disse Mirella, porgendo la lettera a Chérie e tenendo l'altra ancora nascosta dietro le spalle.

«Lulù! Che modo è questo di parlar di vostra madre!» rimbrottò Frida.

«Ma se a lei piace!» rispose ridendo Mirella. «Del resto anche Chérie la chiama così.»

«Chérie è sua cognata, non è sua figlia», sentenziò Frida; poi scorgendo d'un tratto l'altra lettera in mano a Mirella: «Per chi è quella lettera?»

«Hochwolgeborenes Fräulein Frida Rothenstein», declamò Mirella; ma Frida era già balzata in piedi, e le strappò la lettera di mano.

«Uh, che sgarbata!» fece Mirella. «E chi è che ti scrive? E' la nostra carta da lettere; ma non è la scrittura di Lulù, e neppure di Papà. Chi è che ti scrive tutte quelle sciocchezze di hochwolgeboren sulla busta?»

Nessuno rispose. Con occhi intenti Frida e Chérie leggevano le loro lettere. E Mirella continuò il suo monologo. «Scommetto che è di Fritz. Il domestico di Papà! Immaginiamoci! Una hochwolgeborene Signorina che riceve lettere da un servitore!»

Frida non si degnò di rispondere; nè sollevò gli occhi dal foglio che teneva in mano; eppure – Mirella lo vedeva – non vi era che una riga di scritto. Quattro o cinque parole, nulla più. Ma Frida sedeva immobile, impietrita, come se quel breve messaggio l'avesse mutata in una statua di sasso.

Ed ora Chérie, che aveva finito di leggere la sua lettera, sollevò il viso costernato.

«Frida! Mirella!… Sapete che cosa accade? Dobbiamo tornare a casa domani.»

«Domani?» gridò Mirella. «Ma cosa dici? Papà ha detto che dobbiamo star qui due mesi e non siamo arrivate che quattro giorni fa!»

«Lo so. Ma la tua mamma scrive che si deve tornare subito a casa. Hai sentito, Frida?»

Frida nè rispose, nè alzò gli occhi.

«Ma perchè? perchè?» ripeteva Mirella quasi piangendo. «Ma dunque non lo sa Lulù che abbiamo fissato di festeggiar qui il tuo compleanno?… E che Lucilla e Jeannette e Cricri vengono tutte qui apposta?»

«Lo sa, lo sa», rispose Chérie volgendo i suoi dolci occhi perplessi dal visino sconcertato di Mirella al volto impassibile di Frida. «Ma dice.... dice che sta per scoppiare la guerra.»

«La guerra? Ebbene? E che cosa c'entra con noi la guerra?» esclamò Mirella risentita. «Oh, che rabbia, che rabbia! E dire che avevo imparato a nuotar tanto bene, toccando terra con un piede solo!»




II


L'indomani il sole si alzò caldo ed iroso. Era il trenta di luglio. Alle dieci Frida aveva fatto tutti i bagagli.

Amour, confortato da un osso, fu messo nella sua cesta da viaggio, dove stava assai pigiato; ma un po' con carezze, un po' con qualche schiaffo, il coperchio scricchiolante potè finalmente essere chiuso sopra il suo dorso tondo.

Poi bisognò aspettare la carrozza, ordinata per telefono ad Ostenda fin dalla sera innanzi.

Ma la carrozza non arrivava. Alle undici Chérie corse all'ufficio del telefono e parlò, con molta severità, alla Rimessa Boulant di Ostenda.

«Eh bien? Questa carrozza? L'abbiamo ordinata per le dieci. Viene si o no?»

«Non viene», rispose una voce brusca.

«Non viene?!»

«Nossignora». Indi, in tono più sommesso, quasi confidenziale: «E' stata requisita».

«Cosa vuoi dire? Allora mandatene un'altra», disse Chérie. Ma Ostenda aveva tolto la comunicazione e Chérie se ne tornò mortificata e attonita a Villa Esther, dove Frida con aria fosca, e Mirella piagnucolante, l'aspettavano sedute sui bauli nella stretta anticamera di Madame Guillaume.

«Non c'è carrozza», annunzio Chérie.

«Non c'è carrozza?» esclamò Frida.

«E perchè no?» chiese Mirella.

«Ma… non so; ne hanno fatto qualche cosa....» rispose incerta Chérie. «Non ho capito bene. «E' stata restituita.... o ripulita, o che so io».

A mezzogiorno la buona Madame Guillaume trovò un facchino che caricò i bagagli su una carretta a mano e li trasportò alla stazione del tram di Westende. E il tram portò le viaggiatrici, e il bagaglio, e Amour nella sua cesta, ad Ostenda, dove un altro facchino con un'altra carretta a mano prese bagagli e cesta e li portò alla stazione ferroviaria.

Videro subito che Ostenda aveva un aspetto strano e nuovo. Le strade erano affollate, ma non dalla solita folla di languide demi-mondaines ed oziosi viveurs. No; le strade erano piene di gente affaccendata, di soldati a piedi e a cavallo; automobili, motociclette, carri e furgoni ingombravano le vie; e dietro a questi venivano contadini conducendo a mano lunghe file di cavalli e di muli.

Per la Rue Albert, con rapido passo di marcia, scendeva un drappello di Guardie Civiche, coi loro cappotti lunghi e l'incongruo cappello duro da borghese fermato sotto il mento dalla striscerella di cuoio. Gruppi d'ufficiali arrivati ad Ostenda pochi giorni prima per le gare internazionali di tennis, fermi all'angolo dell'Avenue Léopold, parlavano tra di loro sommessi e concitati.

«Ma che cos'hanno tutti?», chiese Mirella mentre traversavano in fretta la Place St. Joseph e il ponte, seguendo l'uomo coi bagagli, che già spariva dentro all'affollata stazione.

Quasi in risposta alla sua domanda, due strilloni passarono correndo e annunciando con grida assordanti: «Supplément.... supplément de L'Indépendance.... Mobilisation générale…»

«Ma, Frida!… vi sarà davvero la guerra?» esclamò con ansia Chérie volgendosi a interrogare con occhi inquieti l'arcigno profilo della governante.

«Probabilmente,» rispose Frida; «tra la Russia e la Germania».

«Ah, lontano da noi!» rise la giovine Chérie con una scrollatina di spalle; e corse avanti a salvare il prezioso cestello scosso e dondolato dalle rudi mani del facchino.

«Senti Amour, come piagnucola!» susurrò Mirella, mentre, pigiate dalla folla, aspettavano il loro turno davanti allo sportello dei biglietti.

«Guai a lui! Non deve farsi sentire», ammonì Chérie. «Ufficialmente, è la nostra merenda».

Allora Mirella battè ripetutamente sullo scricchiolante canestro il piccolo pugno inguantato, mormorando: «Couche-toi, tais-toi, vilain scélérat!» E la merenda ufficiale si ricompose nella sua cesta e tacque.

Fu un viaggio indescrivibile. Il treno era stipato fino alla soffocazione; pareva che tutta la gente nel mondo volesse andare a Bruxelles; ogni cinque minuti il loro treno si fermava per lasciarne passare altri, più stipati ancora, che passavano come fulmini roboanti lanciati verso la capitale.

«Non ho mai veduto tanti soldati» disse Mirella. «Non credevo ce ne fossero tanti nel mondo!»

Frida Rothenstein ebbe un sorrisetto sprezzante cogli angoli della bocca rivolti in giù. «Nel mio paese ce n'è qualcuno di più!» osservò.

«Come? In Germania?… Ma certo non saranno così belli!» gridò Mirella, sporgendosi dal finestrino a salutare col fazzoletto, come tanti altri facevano, una compagnia di lancieri che passava al galoppo – lance in resta e pennacchi ondeggianti – sulla strada polverosa costeggiante la ferrovia.

Frida li degnò appena d'uno sguardo. «Dovreste vedere i nostri Ulani,» disse. «Chissà,» soggiunse, «che un giorno non li vediate davvero!»

Ma le ragazze non l'ascoltavano. Finalmente si arrivava a Bruxelles.

Il viaggio da Ostenda era durato cinque ore invece di due. E per più di un'ora dovettero restar là, ferme, nel treno immobile nella stazione di Bruxelles.

«Di questo passo non arriveremo mai a Liegi; e tanto meno a Bomal», disse Chérie sgomenta, mentre uno dietro l'altro i treni carichi di soldati l'asciavano la stazione prima di loro, andando verso l'Est. Qui si sarebbe detto che tutta la gente al mondo volesse fuggire da Bruxelles per correre alla frontiera orientale.

Ma tutto ha una fine. E venne anche il momento in cui il loro treno si mosse, e uscì ansante e sbuffante dalla Gare du Nord verso Louvain e Tirlemont.

Era quasi buio quando arrivarono a Liegi; allorchè lasciarono la Gare Guillemain, la morbida notte estiva avvolgeva già tutta la vallata nei suoi drappi tenebrosi.

La piccola Mirella s'addormentò, col visino smunto e sudicio di fuliggine poggiato al braccio di Frida. Anche Chérie sonnecchiava nel suo cantuccio, sognando l'azzurro mare di Westende; ma gli occhi di Frida erano aperti e fissi nel buio, mentre il treno entrava ed usciva rombando dalle gallerie e passava fragoroso sui ponti seguendo la curva nero-luminosa del fiume Ourthe.

Là, dove l'Ourthe incontra il suo minor fratello, l'Aisne, il treno rallentò, fremette, ebbe un lungo sibilo, e si fermò.

«Bomal», annunzio il conduttore.

«Eccoci giunti; su, Mirella, svegliati!» gridò Chérie guardando un istante dal finestrino e poi volgendosi a calcare sulla testolina arruffata e assonnata di Mirella il largo cappello a rose, mentre Frida radunava in fretta i libri, le racchette da tennis e gli ombrellini.

«Eccolo! Eccolo!» e Chérie agitò la mano dalla portiera a salutare un'alta figura maschile che percorreva con volto ansioso la piattaforma. «Claudio! Claudio! siamo qui!»

Claudio Brandès, un bell'uomo, d'una quindicina d'anni più vecchio della sorella Chérie, corse ad aprire lo sportello con un'esclamazione di sollievo. «Ah, sia lodato Iddio, siete qui», disse, alzando Mirella tra le braccia come se fosse una bambina piccola e portandosela sulla spalla. «E così? State bene?… Avete tutto? Andiamo!» E si avviò lungo la piattaforma a passi così rapidi che Chérie e Frida stentavano a tenergli dietro. «Oh, Mademoiselle», diss'egli volgendosi a Frida, «se avete lo scontrino dei bagagli, datelo a Fritz».

«Oui, Monsieur le Docteur,» rispose Frida fermandosi a frugare nella borsetta. Indi si volse e si guardò intorno in cerca del domestico, Fritz, ch'ella non aveva ancora scorto.

Fritz Hollaender («Hollaender di nome e Hollaender di nazionalità», com'egli soleva dire di sè ogni volta che faceva una conoscenza nuova) uscì improvviso dall'ombra e le fu davanti. Le prese di mano il foglietto senza rispondere al timido saluto di lei; nè parve accorgersi dello sguardo interrogante ch'ella gli fissava in volto. Senza una parola girò sui tacchi, e la sua massiccia figura scomparve tosto nell'androne dei bagagli.

La piccola comitiva era già all'uscita della stazione ed il treno con un ultimo fischio serpeggiava via nel buio, allorchè Mirella d'improvviso alzò la faccia dalla spalla di suo padre e diede uno strillo. «Amour! Abbiamo dimenticato Amour!»

Era vero. Amour rattrappito e disgustato nel suo canestro della merenda se ne viaggiava nella notte verso il verde cuore delle Ardenne.

Vi fu un istante di muto sgomento, seguìto da molti vicendevoli rimproveri.

«In fin de' conti, peggio per lui», disse Chérie che era stanca e aveva fame. «E' colpa sua. Perchè non ha abbaiato? Sapeva perfettamente che si scendeva».

«Ma se gli abbiamo insegnato noi», singhiozzò Mirella indignata «a far finta d'essere una cosa da mangiare, quando si viaggia!»

«Via, via, Mirella, non piangere,» disse suo padre. «Telegraferemo alla stazione di Marche che lo fermino e ce lo rispediscano. Vedrai che domani ce lo vedremo ricomparire più seccante e scodinzolante che mai».

E così fu fatto.

Mentre attraversavano a piedi il silenzioso villaggio di Bomal, Chérie chiese a suo fratello: «Come mai Lulù non è venuta anche lei ad incontrarci? Potevi condurla nell'automobile».

Suo fratello esitò un istante prima di rispondere. «Ho mandato via l'automobile», disse.

«Mandata via?» esclamò Chérie. «Perchè?».

«L'ho.... l'ho prestata a qualcuno», disse il dottor Brandès.

«A chi?» chiese Mirella trotterellandogli accanto appesa al suo braccio.

Egli ebbe un piccolo sorriso: «Al re,» rispose.

«Oh, Dio!» disse Mirella, «che idea! Non era proprio un'automobile da prestare al re!… Ne avrà certo lui delle migliori!»

«Ognuno dà quello che ha, in tempo di guerra,» disse suo padre. «Sei stanca, uccelletto mio? Vieni ti porterò in collo». E di nuovo la sollevò e la portò in braccio come una bambinetta.

«Cos'è tutta questa tenerezza?» chiese Mirella, mettendogli il braccio intorno al collo e battendogli con la piccola mano sulle larghe spalle. «Cos'hai da essere così affettuoso?»

Chérie si mise a ridere. «Ma non è sempre affettuoso?» chiese, e alzò verso il suo grande fratello uno sguardo pieno di adorazione.

«Sì, sì, è affettuoso», rispose Mirella, col suo fare positivo. «Ma non così esageratamente». E risero tutt'e tre.

Frida, che li seguiva nell'ombra portando i libri, le racchette e gli ombrellini, sentì di odiarli di più perchè ridevano.


—–

Luisa Brandès – una sottile figura bianca nella bianca luce lunare – li aspettava, ritta sulla soglia di casa. Abbracciò Mirella e Chérie, salutò affettuosamente Frida; poi fece dare a tutte del latte caldo e dei biscotti e le mandò a letto.

«Ma io voglio raccontare a Papà che a momenti so nuotare, e che quasi so andare in bicicletta,» protestò Mirella attaccandosi stretta alla mano di suo padre.

«Glielo racconterai domani, tesoro mio», disse Luisa.

«Sì, domani», disse Claudio.

Ma il domani era nell'oscuro grembo degli Dei.

La mattina seguente, quando Frida e le due fanciulle scesero di buon'ora per la colazione, furono stupefatte di vedere Luisa – ancora nell'abito bianco della sera innanzi – seduta, sul divano, colla faccia pallida e gli occhi rossi. Alle loro domande essa rispose tremula che Claudio era partito. Due ufficiali erano venuti a chiamarlo verso la mezzanotte.... gli avevano dato appena il tempo di fare la valigia e prendere la sua borsa d'istrumenti chirurgici – poi l'avevano condotto via in gran fretta.

«Ma dove – dove è andato?» chiese Chérie.

«Non lo so,» rispose sua cognata e gli occhi neri le si soffusero di pianto. «Parlavano di mandarlo… non so… a un'ambulanza da campo… o al Deposito Centrale....»

«Cos'è il Deposito Centrale?» domandò Mirella.

Ma poichè nessuno lo sapeva, nessuno rispose.

A quel punto entrò Marietta, la cameriera, portando la colazione; e la seguiva sua madre, Maria, la cuoca. Tutt'e due avevano gli occhi rossi e appena interrogate si rimisero a piangere. Maria narrò che all'alba erano venuti i suoi due figli, Charles e Toinot, vestiti da soldato; avevano detto addio a lei ed a Marietta; il maggiore, Charles, che apparteneva al nono reggimento fanteria partiva per Stavelot; e Toinot, che non aveva ancora diciott'anni, s'era arruolato volontario e l'avrebbero mandato Dio sa dove.

«Certo,» soggiunse Maria, mentre le fitte lacrime le rigavano la faccia travagliata, «non c'è ragione di piangere. Si sa che non c'è alcun pericolo per il nostro paese. Ma tuttavia vedere i propri figli che se ne vanno così… cantando la Brabançonne.... come se andassero a morire» – la voce le si ruppe in singhiozzi.

«Certo, mia buona Maria,» fece eco Luisa, «non c'è ragione di piangere.»

E piansero tutte quante, amaramente e a lungo. Anche Frida, colla faccia nel fazzoletto, singhiozzava – un po' per fare come gli altri e un po' perchè un profondo Weltschmerz le commoveva il falso e sentimentale cuore tedesco.

Dietro suggerimento di Mirella si misero finalmente a tavola, e prendendo il caffè si sentirono un po' meglio. Visto che quasi tutti gli uomini di Bomal erano partiti o dovevano partire, fu un conforto per tutti il pensiero che Fritz Hollaender, il domestico confidenziale del dottore, essendo olandese, poteva rimanere. Certo Fritz non era una persona molto amabile; era anzi quasi sempre imbronciato e taciturno; ma, come fece osservare Luisa, appunto per questo si sentiva che era una persona di cui ci si poteva fidare.

«Io» – disse la saggia Luisa, che aveva ventott'anni ed era una fervida ammiratrice di Georges Ohnet – «io mi fido sempre delle persone che parlano poco e vi guardano bene in faccia quando rivolgete loro la parola.»

«A me Fritz non piace niente affatto,» dichiarò Mirella. «Trovo odiosa la forma della sua testa.»

«Non dir sciocchezze.» osservò Chérie.

«E detesto le sue orecchie,» soggiunse Mirella.

Frida, che stava inzuppando un croissant nel caffè, alzò il capo. «Egli ha le orecchie che Iddio gli ha date,» disse con le sottili labbra un po' tremanti.

Tutte la guardarono stupefatte, ed ella, facendosi di brace, abbassò il capo e rituffò il panino nella tazza.

Dopo colazione Luisa andò a riposare per qualche ora; Frida disse che aveva da scrivere delle lettere, e si ritirò in camera sua; mentre le due fanciulle decisero di andare alla Maisonnette des Lilas a far visita alle loro amiche, Cecilia e Jeannette Dorè. Bisognava decidere insieme che cosa avrebbero fatto per festeggiare il compleanno di Chérie il giorno 4 agosto.

Arrivate alla villetta di Madame Dorè, trovarono Cecilia e Jeannette affaccendate intorno al loro fratello Andrea, un biondo boy-scout di quattordici anni.

Cecilia gli cuciva sulla manica della blusa di tela verde una striscia colle iniziali: S. M.

«Che cosa vuoi dire S. M.?» domandò Mirella.

«Vuoi dire Service Militaire,» rispose con superbia Andrea.

«Ma guarda un po'!» esclamò Mirella, «e dire che non hai ancora quindici anni!»

Andrea si passò con aria distratta la mano nelle chiome. «Eh, già!» disse con fare di superiorità negligente, «poichè gli altri uomini se ne vanno tocca a noi di vegliare su di voi donne;» e degnò d'uno sguardo di benevola protezione la piccola Mirella che lo fissava estatica d'ammirazione.

«Tieni fermo quei braccio,» disse Cecilia, «se non vuoi ch'io ti punga!»

«Vostro padre dove è?» chiese Chérie. «E' partito anche lui?»

«Sicuro,» rispose Andrea. «Fa parte della Guardia Civica. L'hanno mandato alla Chaussée di Louvain, non lontano da Bruxelles.»

«Che confusione! che agitazione!» esclamò Jeannette, saltarellando per la stanza.

«Ma noi,» chiese Mirella – «contro chi combattiamo?»

«Non si sa ancora,» sentenziò Andrea. «Forse contro i francesi; forse contro i tedeschi.»

«E forse contro nessuno,» concluse Cecilia tagliando coi denti il filo, e spianando colla mano il bracciale ben cucito sulla manica del fratello.

«Eh, sì, probabilmente contro nessuno,» fece eco Andrea, non senza un poco di rammarico nella voce. «Già, nessuno oserà mai invadere il nostro paese.»

«Andiamo in giardino!» disse Jeannette.


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Tale era l'anima del Belgio alla vigilia dello spaventevole suo fato. Senza dubbio, in alti lochi – nella Place Royale e nel Palais de la Nation – vi era chi vegliava in preda a febbrile angoscia, paventando e prevedendo l'immane calamità; ma per tutto il resto del paese non vi era che una certa irrequietezza quasi baldanzosa, un senso d'aspettazione risoluta.

Nessuno dubitava che i sacrosanti diritti della nazione non verrebbero rispettati; ciò nonostante – si diceva – non era un male l'essere preparati a tutto. E il paese si mobilizzava e s'armava.

Ma non v'era in quella dolce sera d'estate alcun serio allarme nei cuori; nessuno – dall'ultimo angolo del Lussemburgo, fino al più remoto casolare delle Fiandre – mirando tramontare quell'ultimo sole del luglio 1914 sui placidi campi di grano sognava che già nel crepuscolo stava a falce alzata la Morte, che già sulla soglia le nordiche belve appiattate e pronte al balzo fremevano, fiutando sangue.... Nessuno, nessuno sognava che di lì a quattro giorni su quelle ridenti vallate delle Ardenne l'orda delle jene germaniche sarebbe passata nel suo delirio di furore, nella sua frenesia di strage.

.... Oh, ridenti vallate delle Ardenne!…













Così, mentre nel villaggetto di Bomal, Chérie e Cecilia, Jeannette e Mirella correvano pel giardino soleggiato, a un lontano balcone di Berlino si affacciava in quell'ora stessa un uomo dalla barba grigia.

Ai suoi piedi ondeggiava una folla convulsa e tumultuosa. Parlava, parlava l'uomo dalla barba grigia. E prometteva sangue alle jene.

… Così, mentre le quattro soavi fanciulle progettavano sorridenti la festa che avrebbero fatta il quattro d'agosto, da quel balcone sulla Wilhelmstrasse veniva pronunciata la sentenza che determinava il loro fato e il fato dell'Europa.

«… Inviteremo Lucilla, Cricri e Verbena,» diceva Chérie.

«Distruggeremo quanti si porranno sulla nostra via!» gridava l'uomo sul balcone.

«… Faremo musica,» diceva Jeannette.

«Abbatteremo su loro il nostro pugno di ferro,» diceva l'uomo sul balcone.

«… E balleremo,» rise Mirella.

«E il nostro calcagno ferrato li schiaccerà,» disse Von Bethmann Holweg.


—–

E le Jene Grigie ulularono.




III



Dal diario di Chérie

Oggi è il primo d'agosto. Fra tre giorni avrò diciott'anni.

A diciotto anni, dice Luisa, si è una vera signorina. Non si portano più le treccie per le spalle; anzi, io mi pettinerò come Cecilia: tutti i capelli raccolti in cima al capo con un grande pettine spagnuolo! A diciott'anni si può anche portare dei gioielli, quando se ne hanno; e si può mettersi del profumo, e pensare: chi mai amerò?....

Cecilia mi dice che stamattina ha veduto passare Florian Audet. Era a cavallo, alla testa del suo squadrone di Lancieri. Ritto in sella, così bello e severo, pareva Lohengrin, dice lei. Forse quest'anno, con tutto questo trambusto di manovre e di mobilitazione, egli non si ricorderà della mia festa.... Chissà?

Oggi fa molto caldo.

Non abbiamo alcuna notizia di Amour. Povero Amour! Che cosa gli sarà accaduto? Siamo molto rattristate pensando alla sua sorte; e stanotte Mirella è venuta in camera mia a dirmi che non poteva dormire per il pensiero di certi schiaffi che gli aveva dato quando non se li meritava.


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Più tardi. – Claudio scrive che il suo reggimento ha ricevuto l'ordine di recarsi a Mons. Dice che è possibile – ma non probabile – una invasione del nostro paese. Ci raccomanda, qualsiasi cosa accada, di essere molto calme e coraggiose.

All'idea di dover essere calme e coraggiose ci siamo talmente spaventate che non sappiamo più dove dar della testa. Ogni qual volta il campanello suona, ci figuriamo che è il nemico che arriva, e ci mettiamo tutte a strillare.

(Sentenza da ricordarsi: Non dire mai a nessuno di aver coraggio perchè questo mette paura).


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2 Agosto. – Altra giornata torrida. Ah, se si fosse a Westende! Com'era bello laggiù quando si andava in bicicletta sulla sabbia nel vestito da bagno. Un giorno, ricordo, io arrivai fino all'Yser. L'Yser è un grazioso canale azzurro che separa Westende da Nieuport; sulla sponda del canale sta un uomo con una barca che vi traghetta a Nieuport per dieci centesimi. (Veramente io quel giorno non volevo affatto andare a Nieuport, poichè ero vestita da bagno. D'altronde, non avendo tasche, non avevo neppure i dieci centesimi).

Mi pare di non scrivere delle cose di grande importanza in questo mio diario. Me lo ha regalato mio fratello Claudio dicendomi che non lo riempissi di futili sciocchezze. Ma cosa scriverci? Qui, di fatti importanti non ne accadono mai.

Non vi è nessuna notizia di Amour.

La Germania ha dichiarato la guerra alla Russia. (Ecco, questo sarebbe un fatto importante, ma mi pare più una notizia da giornali che una cosa da mettere nel mio diario.)

Lulù afferma che la Germania ha tutti i torti, ma noi, essendo neutrali, non dobbiamo dirlo.


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Più tardi. – Questo pomeriggio – essendo oggi domenica – andremo a fare una gita. Si va con Frida a Roche-à-Frêne a girovagare tra le rocce. Verrà forse anche Lulù; e Fritz ci seguirà con un cesto di sandwich, latte e frutta. E' stata Mirella a suggerirlo. Ha detto stamattina a colazione: «Mammà! Adesso mi pare che siamo stati tristi abbastanza. Abbiamo pianto e strillato tutto ieri e ier l'altro. Oggi si potrebbe andare in escursione a Roche-à-Frêne.»

Mirella è intelligentissima; e sarebbe anche bella. Peccato che abbia i capelli che non si arricciano.


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Sera, tardi. – Siccome niente d'importante è avvenuto quest'oggi – eccettuata una sola cosa – descriverò in questo diario la nostra escursione.

(Dirò subito la cosa importante: abbiamo veduto Florian e mi ha promesso di venire senza fallo a trovarci il giorno della mia festa.) Ora dunque parliamo della gita. Eravamo quasi allegre dopo essere state così tristi e spaventate in questi giorni passati a causa della guerra. Anche Lulù disse che era difficile pensare ad avvenimenti spaventosi con un sole così gaio e un cielo così bleu.

Frida per tutta la strada fu arcigna e silenziosa, e continuamente rallentava il passo per stare dietro a noi e vicino a Fritz. A proposito: Lulù ci disse che se il contegno della Germania non fosse corretto tutti i tedeschi sarebbero espulsi dal Belgio.

Questo vorrebbe dire che anche Frida se ne andrebbe. Se così fosse non ce ne dispereremmo. Essa è assai cambiata da qualche tempo in qua. Non risponde quando le si parla; quando scherziamo e ridiamo tra noi, essa ci guarda fisso coi suoi occhi tondi e vitrei, che sembrano, dice Mirella, quelli di un gatto randagio nella notte.

«Guarda Frida che fa il gatto crepuscolare,» dice Mirella ad ogni istante.

Questa similitudine di Mirella mi dà l'idea che Frida possa essere innamorata, poichè ho sentito dire che è l'amore che rende così strani e pazzeschi i gatti nella notte.

Sarebbe assai romantico e interessante se scoprissimo che Frida è innamorata!

Se non fosse che Fritz è un semplice servitore – mentre Frida è una damigella di compagnia – direi quasi ch'ella potrebbe essere innamorata di lui. Egli però non la guarda mai se non con un cipiglio da far paura.

A proposito di Fritz, oggi durante l'escursione lo vidi fare una cosa molto strana.

Ci eravamo scostati dalla strada e si camminava tra le roccie, quando a un dato punto scoprimmo una fonte d'acqua chiarissima, quasi nascosta tra cespugli e felci. Mentre le altre proseguivano, io ero rimasta indietro e mi arrampicavo a cercare del capelvenere; vedevo da lontano Fritz che aveva lasciato anche lui la strada e veniva lentamente dietro a noi. Appena egli scorse la fonte montanina vidi che si fermò di botto, chinandosi a guardar l'acqua. Indi si tolse rapidamente di tasca un taccuino, ne strappò un foglio e guardatosi attorno come se temesse d'essere veduto, vi scribacchiò qualche cosa. Poi tornò indietro frettoloso. Giunto al punto dove avevamo abbandonato la strada vidi che fissava il foglietto bianco sul tronco di un albero.

Mi venne in mente che potesse essere un messaggio amoroso.... forse per Frida. E appena egli fu ripassato scivolai giù per le rocce e corsi a guardare. Sul foglio erano scritte due sole parole: «Trinkwasser – rechts.»

Trovai la cosa molto strana. Non avevo mai pensato che Fritz sapesse il tedesco. Fantasticando ripresi il cammino e quando raggiunsi Fritz stavo per domandargli il significato di quel foglietto; ma appena egli mi vide parve così sorpreso e incollerito che non osai parlargli. Più tardi seguendo un sentiero nei boschi trovammo appiccicato su una roccia un altro foglietto di carta. Vi stava scritto: «Trinkwasser. – links.» Allora raccontai a Lulù ciò che avevo visto ed essa andò difilata a Fritz a chiedergliene la spiegazione. Fritz rispose che l'aveva fatto per Frida; tanto perch'ella sapesse dove trovare dell'acqua da bere. «Frida è un'anima assetata,» soggiunse ridendo e mostrando una quantità di piccoli denti da coniglio. Credo che sia la prima volta che vedo ridere Fritz in tutto questo tempo che è con noi. Confesso che non è molto bello quando ride.

Ma – come ha detto Frida delle sue orecchie – egli ha il sorriso che gli ha dato Iddio.

La gita a Roche-à-Frêne è grandiosa e fantastica. Dopo la nostra merenda restammo sdraiate sull'erba a guardare il cielo. Io forse sonnecchiai un pochino perchè tutt'a un tratto mi parve di essere a Westende quel giorno che l'aeroplano mi passò sopra mentre nuotavo.... Udii l'aspro ronzio del motore, ma stavolta m'impressionò lo strepito, ch'era straordinario; certo non ho mai udito un motore così rumoroso. Aprii gli occhi e vidi l'aeroplano proprio sopra di noi. Volava ad una grande altezza e aveva una strana apparenza d'insetto. Sembrava uno scarabeo. Era tutto bianco, con una larga striscia di celeste vivo sotto ogni ala. Notai anche che le ali avevano una forma curiosa; non erano diritte come quelle di tutti gli aeroplani che ho veduto, bensì si curvavano all'indietro come le ali degli uccelli.

Tutti guardavano in su e Mirella esclamò: «Com'è bello! pare uno scarabeo bianco! E vedete quelle striscie azzurre sotto le ali?…»

Allora accadde una cosa straordinaria. Fritz che stava seduto un po' discosto da noi leggendo un giornale, scattò in piedi. Egli è miope e, nel balzo che fece, gli occhiali gli caddero dal naso sull'erba. Allora si pose a gridare come un forsennato: «I miei occhiali, i miei occhiali!» E pestava i piedi; pareva impazzito. Per colmo, ecco Frida che si precipita a cercarglieli come se fosse la sua serva. Fritz gridava ancora: «Come ha detto – come ha detto? Uno scarabeo bianco?… con striscie azzurre sotto l'ali?…» e Frida guardando in su diceva: «Ja! ja! ja!» Parevano due pazzi.

L'aeroplano passò ronzando e sparve. Lulù s'era levata in piedi; era pallidissima. Subito dispose che tornassimo a casa; e per tutta la strada non aprì bocca.

Fu mentre attraversavamo Luzaine che c'imbattemmo in Florian. Era a cavallo e ricordai che Cecilia lo aveva paragonato a Lohengrin. Io trovai che somigliava forse più a Carlo il Temerario o a Cid el Campeador. Egli c'informò che il suo reggimento era accampato sulle sponde della Mosa in attesa d'ordini. S'aspettava da un istante all'altro d'essere mandato alla frontiera. Mentre egli ci narrava questo, il suo cavallo – un sauro magnifico – s'impennava e indietreggiava capriolando con passo di danza, come un cavallo da circo. Lui stava in sella, ritto e immobile, e mi sorrideva col sole negli occhi.

Mi promise, che, se non lo mandavano al fronte, sarebbe venuto senza fallo il giorno 4 a farmi gli auguri. Anche se non gli concedevano che un'ora sola di congedo. Gli ricordai che infatti egli non aveva mai mancato di venire a trovarmi in quel giorno; fin dal primissimo anno che arrivai in casa di mio fratello Claudio.

Ricordo perfettamente quel primo compleanno. Compivo – in quel lontano 4 di agosto – gli otto anni, e avevo perduto un mese prima il papà e la mamma a Namur.

Lulù mi dice ancor oggi che in quell'epoca ero una piccola selvaggia, scontrosa e tremante nei miei vestitini da lutto; piangevo sempre e avevo paura di tutto e di tutti.

Ebbene, in quel giorno del mio ottavo compleanno, poichè non facevo che piangere e singhiozzare, mio fratello Claudio ebbe l'idea di mandare a prendere Florian, ch'è suo figlioccio, pregandolo di provarsi a fare amicizia con me. Ricordo, come oggi, Florian al suo entrare in questa camera – proprio qui, in questa camera d'ingresso dove ora sto scrivendo. – Mi par di rivederlo, un ragazzo quattordicenne, alto, coi capelli ricci e gli occhi di un azzurro d'acciaio; mi sembra che assomigliasse un poco ad Andrea; ma più in bello!

Era ciò che Lulù chiama: «un petit type très-crâne.»

«Bonjour,» mi diss'egli nella sua voce chiara e risoluta. «Io mi chiamo Florian. Detesto le ragazze.» Mi parve strano che mi dicesse questo, e smisi di piangere per dare in una risatina. «Già,» continuò Florian guardandomi con aria di disapprovazione, «le ragazze – o stanno sempre a piagnucolare, o allora ridono come tante oche.»

Io cessai subito di ridere; e smisi poi anche di piagnucolare per non essere detestata da Florian.

.... Questi ricordi mi passavano per la mente oggi mentre lo guardavo; egli si chinava verso Luisa e le parlava a bassa voce, mentre il suo cavallo continuava a fare il passage, roteando e capriolando da una parte all'altra della strada.

Sì, egli somigliava davvero a un Charles le Téméraire molto giovane; od anche a quel cavaliere della leggenda che andò a svegliare la «Belle au Bois dormant»…


—–

3 Agosto. – Siamo molto felici! Abbiamo saputo che Amour è salvo. Si trova in custodia del capo-stazione di Marche, e il nostro piccolo amico Andrea andrà domattina prestissimo a prenderlo. Andrea ci fa osservare che l'andare a cercare i cani smarriti non è precisamente un servizio militare; ma soggiunge che è dovere di ragazzo esploratore il soddisfare i desideri d'ogni dama che richieda il suo aiuto. Quindi anche il rintracciare le loro bestie favorite non è cosa indegna di un boy-scout. Ha anzi soggiunto che per questa impresa porterà i colori di Mirella; ed essa, molto lusingata, gli ha legato intorno al braccio il nastro rosa un po' sgualcito che porta in fondo alla treccia.

Abbiamo invitate Lucilla, Jeannette, Cecilia e Cricri a venire da noi domani sera. Non sarà una vera festa come l'anno scorso perchè tutto è antipatico e disagevole a cagione dei tedeschi che si comportano così male. Per quanto neutrali si sia, non si può a meno d'essere disgustati di loro.

Credo che anche Frida si vergognasse oggi a tavola, quando Lulù lesse ad alta voce ciò che la Germania ha osato di fare. Figurarsi che i tedeschi si sono permessi di mandare una nota al nostro re proponendo – nientemeno! – ch'egli li lasciasse passare attraverso al nostro paese per arrivare alla Francia! Che insolenza!

Naturalmente il re ha risposto: – No! —

Siamo tutti usciti questo pomeriggio per recarci al piazzale della chiesa ad acclamare il nostro adorato sovrano. E' venuto Andrea a dirci che tutta Bomal vi accorreva; difatti è stata una bellissima dimostrazione. Eravamo tutti entusiasti. Il Borgomastro fece un gran discorso, poi cantammo la Brabançonne; ed infine Monsieur le Curé invocò la benedizione del cielo sul nostro paese e sul nostro re.

Tutti sventolavano i fazzoletti e c'era anche chi piangeva. Era accorso tutto il paese – non mancava nessuno. Solo Frida non volle venire con noi; si tappò in casa vergognandosi, certo, di essere tedesca. C'era anche Fritz; anzi Marietta osservò ch'egli era veramente l'unico giovinetto rimasto in Bomal. E' vero. Tutti gli altri o sono stati chiamati al servizio militare o sono partiti volontari. La piazza oggi era gremita di ragazze, di bambini e di gente molto vecchia.

Confesso che mi fa piacere il fatto che Fritz appartenga a noi. Avere un uomo in casa – come diceva bene l'altro giorno Lulù – vi dà un certo senso di sicurezza. Gliene riparlai oggi mentre tornavamo a casa; ma Lulù scosse nervosamente il capo. Pareva agitata e inquieta. «Ma Chérie!» disse stringendomi convulsamente il braccio, «non ti sei accorta come Fritz è cambiato? Dacchè Claudio è partito egli non si comporta più da domestico; non viene mai a chiedere i miei ordini; e ier l'altro a Roche-à-Frêne pareva un pazzo. – E pareva pazza anche Frida,» continuò Lulù, guardandosi attorno con gli occhi spauriti. «Non so, non so… vorrei che Claudio tornasse!»

E' un fatto che c'è qualche cosa di strano nel contegno di Fritz. Questa sera, per esempio, quando ci portò il giornale rimase lì a guardarci mentre l'aprivamo. Aveva un fare insolente e le mani in tasca.

Io lessi forte dal giornale: «I tedeschi entrano nel granducato di Lussemburgo e s'impossessano delle linee ferroviarie…» All'esclamazione costernata di Lulù alzai gli occhi, e allora scorsi Fritz che ci fissava con un risolino strano. Sotto ai nostri sguardi stupiti egli si tolse le mani di tasca; ma continuò a guardarci fisso.

«Questa è una notizia spaventosa,» mormorò Lulù.

Fritz disse: «Sissignora,» e aveva sempre sul volto quel suo strano sorriso di coniglio.

Vi fu un istante di silenzio: poi Lulù sospirò tra sè e sè: «Chi l'avrebbe mai detto?… Dieci giorni fa nessuno pensava alla guerra…»

«Oh!» fece Fritz. «La signora si sbaglia. C'era – c'era chi ci pensava.»

«Da dieci giorni…» balbettò Lulù.

«No. Da dieci anni!» rispose Fritz, con un sinistro balenìo negli occhi.

Seguì un nuovo silenzio. Indi Lulù domandò con voce-un po' tremante: «Vi disse qualche cosa il padrone l'altra notte quando l'accompagnaste alla stazione?… Lo lasciaste nel treno, non è vero?»

«Sissignora,» rispose Fritz, secco.

«E che cosa vi disse?» ridomandò Luisa.

Fritz attese un gran pezzo prima di rispondere. Poi crollò le spalle. «Ne disse tante di cose.»

«Ditemele!» ordinò Luisa. «Ripetetemi le sue precise parole.»

Fritz si rimise le mani in tasca e si appoggiò in atteggiamento insolente allo stipite della porta. «Mi disse: – Fritz, tu sei un servitore devoto e fedele! —» Ancora gli balenò sul volto quello strano sorriso.

«Già…» mormorò Luisa impallidendo un poco.

«Mi disse: « – Lascio qui tutto ciò che ho di più caro – mia moglie, mia figlia, mia sorella....»

«Sì…» ansò Luisa.

«Mi disse» – e Fritz alzò la voce – «difendile, Fritz, se vengono quelle belve. – Già. Ha proprio detto così: quelle belve! – Quelle belve!» egli ripetè forte e pareva volesse fulminarci cogli occhi.

Lulù divenne bianca come un lino, ed anch'io mi sentii venir freddo.

In quel mentre era entrata saltarellando la piccola Mirella, e udì le ultime parole di Fritz.

«Ma di che belve parlate?» chiese lei, un poco impressionata.

Fritz si rivolse alla piccina e la fissò con uno sguardo terribile.

«Di belve feroci!» disse lui. «Belve tedesche!… E ne sentirete le zanne!»

Poi girò sui tacchi e se ne andò, lasciandoci esterrefatte e mute.


—–

Che cosa significa tutto ciò?

Lulù ha scritto una lunga lettera a Claudio. Ma gli giungerà? E se pur gli giunge, potrà egli ritornare a noi?




IV



Dal diario di Mirella

Questo è un giorno importante: il quattro agosto – giorno di nascita di Chérie. Lulù le ha regalato un orologio d'oro e una sciarpa di seta lunga lunga color cielo. Io le ho regalato una scatola di cioccolatini, quasi piena. Anche una testa di clown dipinta su un pezzo di gomma; è una faccia molto comica che se si preme di qua o di là fa delle boccacce e delle smorfie. Le ho anche regalato il mio salvadanaio vuoto, un po' rotto. Ma abbastanza bello. E' foggiato ad elefante, e ciondola la testa quando vi si mette dentro del denaro, e poi seguita a ciondolarla per un pezzo come se ne domandasse ancora.

Cecilia e Jeannette hanno mandato delle rose; Lucilla e Cricri una scatola di fondants; Verveine Mellor, da cui non ci si aspettava nulla, mandò un parasole rosso. Veramente non avevamo invitato Verveine per questa sera perchè abita così lontano, quasi fuori del paese; ma visto il parasole, la inviteremo.

C'è mancato poco che mammà non lasciasse venire nessuno, tanto essa e Chérie si tormentano all'idea dei tedeschi; ma io ho pianto – e so che detestano di vedermi piangere – allora la mamma ha finito col dire che, dopo tutto, lasciar venire quelle cinque ragazze che vediamo tutti i giorni non era poi un ricevimento. Dunque verranno; ed io metterò il mio vestito rosa.

Il grande avvenimento di quest'oggi è stato l'arrivo di Amour nel suo cesto con quattordici franchi da pagare. Siamo molto contente di riaverlo; Chérie ha detto ch'era quasi come se le avessero regalato un cane nuovo per la sua festa. L'unica contrarietà riguardo ad Amour è che ha preso subito tra i denti la faccia di gomma dipinta che io aveva regalata a Chérie e non c'è stato verso di fargliela lasciare. E' scappato via e si è nascosto per rosicchiarla in pace. Difatti, quando l'abbiamo poi ritrovata sotto al letto, tutti i colori erano stati leccati via e non era più che un pezzo di gomma informe. Chérie mi assicura che le piace lo stesso, e Marietta dice che può servire molto bene come gomma da cancellare.

Marietta e Maria oggi se ne vanno; dicono che hanno paura a star qui. Si portano via poca roba e vanno a Liegi, dove si sentiranno più al sicuro. Maria ha raccomandato che andassimo via anche noi, e mammà ha detto che se le cose arrivassero a quel punto, certamente ce ne andremmo.

Mammà ha pianto due o tre volte oggi. E Frida fa finta di essere ammalata e s'è chiusa in camera sua. Da iersera non abbiamo più visto Fritz. Insomma, tutto è molto spaventoso e interessante. A pranzo dovremo servirci da noi e non ci sarà gran che da mangiare perchè nessuno ha fatto la cucina; ma non importa poichè vi sono molte paste e dolci preparati per la festa di questa sera. Anche delle tartine al foie-gras. Tutto è bene accomodato con fiori su una lunga tavola. Da bere avremo aranciata e granatina. Dovevano esserci anche i gelati, ma il pasticciere è andato a fare il soldato avant'ieri e sua moglie dice che ha troppi fastidi e troppi bambini per stare a fare i gelati. Essa ci raccontò che suo marito con tanti altri soldati stavano scavando dei fossi tutto intorno al Belgio per impedire ai tedeschi di entrare. Adesso vado a vestirmi. Chérie si fa molto bella. Mette il suo vestito di velo bianco come una sposa. Si fa anche una pettinatura nuova, tutta a girigoggoli che pare una torta – quella torta col rhum che Frida chiama «Kugelhopf.» Mammà ha promesso di farsi bella anche lei. Ha anche promesso che fino a domani non penserà più alla guerra nè ai tedeschi per non guastarci la serata, perchè – come le ha fatto osservare Chérie – non si compiono i diciotto anni che una sola volta nella vita!

Adesso che ci penso, anche gli undici non si compiono che una sola volta nella vita. Mi ricorderò di dirlo anch'io il giorno del mio compleanno; ho visto che mammà se ne è molto commossa....


—–

Così scriveva Mirella seduta al tavolo in sala da pranzo; e il suo atteggiamento – dalla testa molto inclinata sull'omero, alla punta della lingua sporgente e moventesi lentamente da un angolo all'altro della sua piccola bocca socchiusa – dinotava accuratezza e diligenza.

Dietro a lei la porta s'aprì senza grande strepito e Fritz s'affacciò per un istante. Guardò intorno, poi richiuse la porta e stette in ascolto sul pianerottolo; si udivano indistintamente dalla camera da letto le voci sommesse di Luisa e Chérie.

Fritz salì rapido al secondo piano e girò la maniglia della stanza di Frida. Era chiusa a chiave.

«Apri la porta,» comandò.

Frida obbedì. Non era la prima volta ch'essa apriva la sua porta a Fritz.

«Come parli forte,» susurrò ella in tono di rimprovero; e richiuse a chiave l'uscio. «Forse ti avranno udito.»

«E quand'anche?» disse Fritz. «Udranno ben altro.» Sedette ed accese una sigaretta. «Ah, ecco! Da due anni faccio il servitore qui. Da domani in poi diventerò il padrone.»

«Da domani!» balbettò Frida impressionata. «Ma che cosa dici?»

«Dico che ci siamo! Ci siamo finalmente!» esclamò Fritz, e il suo sguardo si levò lucido e feroce, verso la finestra aperta al cielo d'occaso.

Già da tempo il sole tondo e rosso – il gran sole d'agosto – era tramontato, ma il giorno s'indugiava ancora come se gli dolesse di finire. Là dove il cielo era più chiaro esso portava nel seno la falciuola scolorita della luna nuova, come una pallida ferita per la quale il giorno dovesse morire.

«Ci siamo, ci siamo!» ripetè Fritz. «E tu tienti pronta alla partenza.»


—–

In quel giorno stesso l'uragano s'era già scatenato sull'Europa. Le Jene Grigie si riversavano sul Belgio dal Sud-Est. A Dohain, a Francorchamps, a Stavelot l'orda cenerognola s'avanzava inesorabile, onda su onda, spargendo intorno la violenza e la morte.

Ma i cannoni non parlavano ancora. Nel villaggetto di Bomal, discosto appena una ventina di miglia, nulla se ne sapeva; e Luisa appuntando una rosa nelle treccie lucenti di Chérie diceva: «Domani penseremo alla guerra.»

Chérie la baciò e rise. Rise, ma con gli occhi un poco pensierosi, mentre mirava nello specchio la sua graziosa imagine. Poichè la giornata, di un azzurro insolente, svaniva in una serata d'azzurro tenue – e Florian Audet non aveva ancora mantenuto la sua promessa.

Forse, pensò Chérie, il suo battaglione ha ricevuto ordini di lasciare l'accampamento sulla Mosa; forse egli è stato mandato alla frontiera. Sospirò. Ah! s'ella avesse potuto rivederlo ancora!… Se avesse almeno potuto dirgli addio!…

Ma ecco entrare a colpo di vento la piccola Mirella, simile a un petalo di fior di pesco nel vestitino di seta vermiglia. «Vieni, vieni, Chérie! Hanno suonato alla porta!»

E poichè non c'era nessuno che potesse andare ad aprire – Maria e Marietta erano partite, Frida stava chiusa in camera sua, e Fritz era sparito – le due fanciulle scesero correndo ad aprire la porta a Lucilla e a Cricri, radiose entrambe nelle loro vesti di mussola cilestrina. Presto arrivarono anche Cecilia e Jeannette, e poi Verveine, coi brevi riccioli al vento – e tutte insieme colle bianche braccia intrecciate e le chiare gonne ondeggianti salirono alla sala da musica.

Verveine sedette al pianoforte, e le altre danzarono cantando:

		«Sur le pont
		«D'Avignon
		«On y danse,
		«On y danse,
		«Sur le pont
		«D'Avignon
		«On y danse,
		«Tout en rond

Attraverso le finestre spalancate le voci ridenti si spandevano nella mite aria serale; e un giovane soldato a cavallo che passava al galoppo per la strada silenziosa del villaggio udì la canzone ancor prima di giungere alla porta del dottor Brandès. Era Florian Audet che veniva a mantenere la sua promessa.

Egli saltò a terra, e gettando la briglia sopra una punta della piccola cancellata, suonò il campanello. Fu Luisa che scese ad aprirgli la porta.

«Ah, Florian,» esclamò lieta, «come sarà felice Chérie —» ma in quell'istante la luce dal corridoio battè in pieno sul viso del giovane, ed essa lo vide livido e stravolto. «Che cosa c'è?» chiese, abbassando la voce.

«Devo parlarvi!» rispose Florian, traendola in casa; entrò con lei nello studio del dottore e chiuse la porta. Luisa sentì d'improvviso come una gran pietra caderle sul cuore.

«Florian! dimmi… che cosa è accaduto? Vi sono notizie peggiori?»

«Le peggiori possibili,» disse il giovane. Indi i suoi occhi stupiti errarono sopra la graziosa figuretta che gli stava di fronte. «Si può sapere perchè siete vestita così?» Il volto gli si contrasse in un sorriso d'amara ironia. «Cosa c'è? Un ballo?»

«Ma no, Florian…» balbettò Luisa. «Ma sai pure che è la festa di Chérie…»

		«Sur le pont d'Avignon
		«On y danse, on y danse....

cantavano di sopra le voci giovanili.

Florian si coprì gli occhi. «Mio Dio,» mormorò… «Quanta incoscienza! E come faccio io a lasciarvi – come faccio?» Indi alzando lo sguardo vide gli occhi spauriti di Luisa che lo fissavano, e le prese la mano.

«Marraine,» disse. «Voi sarete coraggiosa – non è vero? E' meglio che io vi dica come stanno le cose.»

«Sì, Florian,» disse Luisa tenendo gli occhi fissi su di lui mentre il colore le spariva a poco a poco dal volto, lasciandolo di un pallore latteo.

«Ebbene – il paese è invaso ad ogni punto. Vi è già stato uno scontro a Verviers.»

«A Verviers!» gridò Luisa.

«Sì. E a Fleuron!»

Vi fu un silenzio.

Quindi Luisa domandò, quasi afona: «Che cosa… che cosa accadrà? Cosa significa questo per il nostro paese?»

«Significa rovina e strazio,» mormorò Florian a denti stretti. «Significa violenza, strage e devastazione.»

Luisa fu presa da un tremito convulso e si lasciò cadere su una seggiola. Florian girò su e giù per la stanza. «Teniamo ancora Visé,» mormorò soffermandosi. «Lo teniamo contro Von Emmich e le sue jene infernali!… E quando non potremo più tenerlo faremo saltare il ponte della Mosa.»

Luisa ebbe un singulto; poi alzò gli occhi – i grandi occhi che parevano macchie d'inchiostro nella faccia scolorita. «Florian! Credi – credi possibile che.... costoro vengano qui?»

«Tutto è possibile,» gemette Florian, «sì, sì! Anche questo è possibile.» E guardando la fragile figura davanti a sè e pensandola qui sola con Chérie e Mirella, uno spàsimo gli attraversò il viso.

«Ma tu resterai con noi!» esclamò Luisa, e il suo sguardo si appoggiò sulla gagliarda figura e sul maschio volto del giovane. «Quanto tempo potrai restar qui?»

Florian dette in un'amara risata. «Quaranta minuti,» disse. E vi fu un nuovo tragico silenzio.

Finalmente Florian si scosse. «Che ne è di quell'Olandese – quel domestico fidato di Claudio? Dov'è?»

«Fritz?» esclamò Luisa, tremando. E subito gli narrò la scena avvenuta la sera prima, ed anche gli impressionanti eventi della gita a Roche-à-Frêne.

Florian l'ascoltò con viso fosco, stringendo i pugni. Quindi riprese a camminare in su e in giù per la stanza. «Basta,» disse finalmente con voce rauca. «Per gli errori passati non c'è rimedio.» Poi si fermò davanti a Luisa. «Avete promesso d'essere coraggiosa. Adesso ascoltate ciò che vi dico – ed obbeditemi.»

Le diede istruzioni brevi e precise. Raccogliessero subito le poche cose di maggior valore che possedevano e lasciassero Bomal la mattina seguente alla prim'ora. Si recassero a Bruxelles, per la via di Marche e Namur – non per la via di Liegi. «Rammentatevi!» ripetè Florian, «non dovete passare per Liegi.» Nel caso che non vi fossero treni, dovevano noleggiare una carrozza o un carro – qualsiasi veicolo potessero trovare; e se non potevano trovar nulla andassero a piedi fino a Huy e di là a Namur come meglio potevano.

«Avete capito?»

Sì, Luisa aveva capito.

«E perchè non partire adesso – questa sera stessa?» suggerì Florian. «Potreste arrivare a Tervagne stanotte, se attraversate i boschi....»

«Stanotte!… Attraversare i boschi!…»

Luisa parve così terrorizzata a quelle parole ch'egli non osò insistere. D'altra parte, egli riflettè, potrebbe darsi che anche i boschi, stanotte, fossero già percorsi da drappelli di Ulani. No; meglio partire all'alba. Alle tre o le quattro del mattino.

«E' inteso?»

Sì; era inteso.

«E....» chiese la tremante Luisa, «che cosa faremo di Frida?»

«Non ve ne fidate!» esclamò Florian. «Tuttavia conducetela con voi se vuol venire. Se no, lasciatela stare. – Oh! e tenete chiuse le porte! Tutte le porte. Chiuse a chiave e a catenaccio.»

«Sì.» Luisa tremava da capo a piedi come una foglia al soffio della bufera.

«Avete denaro?»

Sì, sì, ne avevano del denaro.

«Sta bene. E adesso,» disse Florian – l'orologio al suo polso l'avvertiva che venti dei quaranta minuti erano già passati – «adesso voglio parlare con Chérie.»

«Vado a chiamarla,» disse Luisa, e si mosse trepidante. Quando fu alla porta si volse e l'interrogò cogli occhi smarriti. «Che cosa devo dire a quelle bimbe?… Devo avvisarle del pericolo che ci sovrasta?»

«Subito – ma subito!» gridò Florian; «e mandatele a casa immediatamente.»

«Mio Dio! Mio Dio! Pietà di noi!» singhiozzò Luisa. «E Mirella – cosa farà? Avrà paura – piangerà…»

«Ma no, ma no. La piccola Mirella è coraggiosa più di noi,» disse Florian. Poi, come Luisa singhiozzava ancora andò da lei e le mise il braccio attorno alle esili spalle. «Su! coraggio, mia piccola madrina,» e si piegò sopra di lei con tenerezza fraterna a baciarle la guancia pallida.

Luisa, singhiozzando, uscì.

Florian rimase solo per pochi istanti. Udì che il canto di sopra si arrestò improvvisamente. Indi dei passi rapidi e leggeri scesero correndo le scale. La porta s'aprì e Chérie apparve sul limitare.

Florian indietreggiò, e gli si fermò il respiro. Ma come! Questa visione d'incanto, questa pura bellezza nei bianchi, ondeggianti drappeggi – era Chérie? la sua piccola amica Chérie? Ma come, come mai si era essa così trasformata dalla bambinetta scontrosa ch'egli aveva sempre conosciuta, in questa eterea beltà floreale?… Chérie ben s'avvide della sua meraviglia, e ristette ferma sulla soglia; timida, si velava le lattee spalle con una sciarpa vaporosa che le fluttuava intorno e le dava come un'aria di volo. I suoi limpidi occhi erano levati a lui larghi di azzurra e divina innocenza.

Un brivido scosse l'uomo che la guardava – un brivido di presciente orrore. Non erano già vicine le orde nemiche, briache di sangue e di ferocia? Non stavano già aprendosi con violenza la via verso questo fiore verginale? Ed egli doveva lasciarla! lasciarla, sola, alla mercè della loro brutalità? Di nuovo il brivido terribile lo scosse; mentre quei limpidi occhi ingenui lo fissavano, sorridenti.

«Chérie!» diss'egli con voce rauca. «Chérie!» La trasse a sè, le alzò il viso delicato e guardò profondamente dentro l'azzurra meraviglia dei suoi occhi.

Essa non parlò; nè ebbero un battito le sue ciglia. Offerse allo sguardo di lui tutta la trasparente profondità della sua anima. Ed egli ripetè ancora quella sola parola: «Chérie!…»

I quaranta minuti erano passati. Vi fu un affrettato congedarsi, un'ultima agitata parola di avvertimento e monito; poi con un tintinnio di speroni Florian era corso giù per le scale e s'era slanciato in sella.

Girò la testa del cavallo, che s'impennava, verso il Nord, e levò lo sguardo alle finestre.

Sì, erano tutte là a fargli cenno d'addio! Tutte vicine, le teste bionde e le brune; gli occhi ceruli e gli occhi neri lo seguivano....

«Ricordatevi,» gridò ancora Florian a Luisa, «ricordatevi – dovete partire domattina all'alba! Domattina all'alba!» E ancora mentre parlava, quell'indicibile brivido lo riprese. Era forse un presagio di ciò che l'indomani avrebbe recato? Era forse una visione di ciò che la tragica e sanguinosa aurora teneva in serbo per coloro ch'egli lasciava, sole nella loro indifesa bellezza e gioventù?…

Spronò il cavallo e partì.

Giunto in fondo alla strada egli si girò in sella un'ultima volta a riguardare la casa; vide che Chérie era corsa fuori sulla terrazza e stava lì, ritta e bianca come un giglio nella luce lunare.

Egli levò in alto la mano in segno di saluto. Poi si volse e partì al galoppo.

Via! – via nella notte, via verso i tonanti cannoni di Liegi e i sanguinanti campi di Visé! Via, portando con sè quella visione di candida e delicata bellezza.

E ripensò che non le aveva detto una parola d'amore, nè le sue labbra avevano osato toccare quelle di lei. No; la sua purità eterea lo aveva intimidito; il nimbo della sua virginale giovinezza era intorno a lei come un'armatura di neve....


—–

Così – così egli la lasciò: pura, fragile e dolce, bianca come un giglio, veduto in un giardino sotto la luce lunare…

Così – così egli la lasciò.




V


Le fanciulle, nelle vesti di mussola e le scarpette di raso, si sparpagliarono verso le loro case come un volo di farfalle spaurite.

L'avevano sognato, o c'era stato proprio, mentr'esse correvano sopra il ponte, un suono profondo e rimbombante come tuono lontano?… Ristettero ad ascoltare.

Sì.... eccolo di nuovo quel profondo fragore, tuonante da lungi nella notte stellata.

«Jésus, Marie, St. Joseph, ayez pitié de nous,» susurrò Jeannette, e le altre ripeterono tremanti la invocazione. Quindi attraversarono correndo il ponte e giunsero alle loro abitazioni.













Luisa, Chérie e Mirella erano rimaste sole nella casa deserta. Quando salirono a cercare di Frida trovarono la sua stanza vuota. Nulla di suo vi rimaneva, soltanto due libri – il «Deutscher Dichterschatz», e «Der Trompeter von Säkkingen» – giacevano sulla tavola, e il busto in gesso di Mozart stava ancora al suo posto sul caminetto.

«Sarà sgusciata via mentre noi parlavamo con Florian», disse a bassa voce Chérie volgendo una faccia pallida e stravolta a Luisa che girava lo sguardo stupefatto intorno alla stanza vuota.

«Era una vipera,» osservò Mirella tenendosi un po' più stretta al braccio di sua madre. «E anche Fritz era un serpe.»

Al nome di Fritz Luisa fu scossa da un brivido.

«Fritz!… Non sarà tornato?» disse piano, lanciando uno sguardo pauroso verso la finestra. Di là del cortile si scorgeva ancora nella semi-oscurità il fabbricato rustico dove il domestico aveva la sua camera. «Che ci sia?…»

Nel silenzio che seguì tutte guardarono quelle finestre chiuse e buie sopra il garage; e l'idea che Fritz potesse essere là nascosto e in agguato era assai inquietante.

«Bisogna andare a vedere,» disse Chérie, tremante ma risoluta.

Così – tenendosi vicinissime l'una all'altra, e Luisa portando alta sopra la testa una lanterna – attraversarono il cortile silenzioso. Spinsero la porta di legno, socchiusa, e salirono per le scale scricchiolanti alla camera di Fritz.

Vuota! – Era vuota anch'essa.

Luisa tirò un tremulo sospiro di sollievo; ma Chérie le additò il baule accanto al letto, e gli abiti sparsi per la stanza.

«Si vede che ha l'idea di tornare,» susurrò Chérie; e tutt'e tre tremarono a questo pensiero. Allora scesero rapide, attraversarono il cortile e rientrarono in casa. Si trassero dietro la pesante porta d'ingresso che si chiuse con fragore; ma quando vollero spingere il catenaccio e chiudere a chiave trovarono che questa era stata portata via, e la grossa spranga di ferro era staccata dal battente.

Fu in quel momento che il primo rombo lontano giunse alle loro orecchie.

«Che rumore è quello?» chiese Mirella, scotendo il braccio di sua madre. «Rispondi!»

Chérie le prese la manina. «Niente.... era niente,» disse rapida. «Andiamo su a preparare le nostre cose…» E vedendo Luisa che stava ancora davanti alla porta, impietrita come una statua colla lanterna in mano, le gridò: «Lulù! Ti prego.... va in camera tua a radunare ciò che vuoi portar via domattina.»

Luisa si volse e la guardò con occhi di sonnambula; indi lentamente si mosse, ed obbedì.

.... Ardua cosa scegliere fra tutti gli oggetti che ci circondano quelli da portarsi via, così, nelle nostre due mani! Ah, queste cose inanimate come ci crescono profondamente nel cuore, come diventano, col passar degli anni, una parte integrale della nostra esistenza!

Ma come? Si devono prendere solamente i denari e pochi gioielli?… E non questo quadro? Non queste lettere? Non questo dono prezioso di chi non è più?… Non la massiccia argenteria che per generazioni è stata nostra? Non il caro velo delle nostre nozze?.... Non lo sgualcito libriccino da Messa della nostra Prima Comunione?… E non le preziose medaglie che commemorano le campagne di guerra di nostro padre? Nè i documenti che dimostrano chi siamo e ciò ch'è nostro?…

Ma – e la gabbia con dentro i canarini che dormono – lievi pallottole di lanugine dorata? Si devono lasciarli qui a morire?… E il cane – il fedele compagno che alza su di noi i suoi occhi buoni e intelligenti?…

«Ah! Amour, a qualsiasi costo, lo portiamo con noi,» disse Chérie.

«Lo portiamo con noi…» ripetè trasognata Luisa che errava come un'anima smarrita per le stanze raccogliendo degli oggetti e poi rimettendoli giù.

Un orologio lontano suonò le undici.

Mirella, ancora nel suo vestitino di mussola rosa, s'era arrampicata sul letto di Luisa e sonnecchiava.

Ah!… Eccolo di nuovo quel rimbombo cupo, tuonante, perdentesi in un lungo e minaccioso brontolio....

«E' più vicino!» ansò Luisa, torcendosi le mani. «E' più vicino!» E mentre ancora lo diceva, ecco ripetersi il suono terribile – e più vicino, infatti, e più cupo, più profondo, più temibile.... Le vetrate della casa tremarono.

Mirella balzò a sedere sul letto cogli occhi spalancati e lucenti. «Cos'è?» Poi gridò forte: «Mamma! dimmi cos'è?»

Luisa accorse. «Zitta, cara, zitta,» disse chinandosi su di lei e baciandola.

«Ma cos'è?» insistette la bambina. «Voglio sapere! E' un temporale? O sono i nemici?»

«Ma no, piccola cara, no!» la rassicurò Chérie, accorsa anch'essa. «Sono i nostri cannoni, che sparano appunto per tenerli lontani.»

Mirella lasciò ricadere il capo sul guanciale e le chiome di seta bionda si sparsero tutt'intorno al piccolo viso.

Dopo un attimo riaprì gli occhi.

«Ma vorranno venir qui, i tedeschi?»

Vi fu un silenzio. Poi Chérie disse: «Che idea!» e Luisa soggiunse: «Mai più!»

«Ma… hanno voglia di venir qui?» insistette Mirella, cogli occhi che si appesantivano.

«E che cosa verrebbero a fare, scioccherella?» balbettò Luisa colle labbra pallide. «Che cosa potrebbero volere in questo piccolo villaggio?»

«Ma già,» assenti Chérie. «Dormi, dormi, Mirella, che l'alba sarà subito qui.»

Mirella chiuse gli occhi, e pensò ai tedeschi. I tedeschi – secondo gli insegnamenti di Frida e di un giornale umoristico settimanale chiamato «Fliegende Blätter» – si distinguevano in due categorie: Professori e Tenenti. I Professori erano vecchi, calvi e comici; i Tenenti erano giovani, aristocratici ed affascinanti. I Professori erano così distratti che non sapevano mai nè dove andassero, nè che cosa facessero; i Tenenti erano così irresistibili che solo a vederli tutte le ragazze di Germania cadevano in deliquio, e morivano per essi di etisia e di amore. Frida talvolta ammetteva che vi era qualche altro tedesco all'infuori di queste due categorie. Vi erano dei poeti, per esempio, ma questi erano già quasi tutti morti; vi erano delle buone madri di famiglia, che facevano una conserva chiamata Konfitür; vi erano dei camerieri d'albergo che andavano all'estero.... Ma certamente, pensò Mirella, i tedeschi che volevano entrare nel Belgio questa sera erano i Tenenti e i Professori....

Mirella si annidò più comodamente nei soffici cuscini e si addormentò. Sognò che erano proprio arrivati, che erano molto amabili e che ammiravano molto il suo vestito rosa.

Un rombo assordante la destò – uno scoppio immane con uno scrosciar di travi rotte e di vetri frantumati.

Mirella balzò dal letto, e subito un lampo l'acciecò, un altro rombo riempì l'aria.

Pareva che crollasse il mondo.

«Mirella!!» Le braccia di sua madre erano intorno a lei, e Chérie si aggrappava ad entrambe.

«Andiamo via – andiamo via subito!» gridò Chérie. «Cercheremo rifugio dal Borgomastro… dal Parroco… Non stiamo qui, non stiamo qui, sole!»

«Sì… sì… andiamo…» balbettò Luisa. «Ma chi ci porterà la roba?…»

«Che roba? Ma cosa dici?» gridò Chérie. «Non possiamo prender nulla – nulla, Lulù! – Per amor di Dio, andiamo!»

«Ma.... i denari?…»

«Fa presto!» gridò Chérie.

«Fa presto!» strillò anche Mirella battendo i denti.

«Ma come possiamo…» balbettò Luisa, toccandosi con mano tremula la gonna di trine, «come possiamo andare per il mondo vestite così?»

«Non importa – non importa – andiamo! Facciamo presto! mio Dio! facciamo presto!…»

Ma Luisa sembrava paralizzata e impietrita dal terrore.

«Adesso verranno… verranno,» mormorava fissando con occhi folli la finestra frantumata. Le pareva che nell'oscurità di fuori pulsassero e tuonassero le tremende parole di Florian: «Oltraggio, violenza e strage.... oltraggio, violenza e strage.»

D'improvviso un gigantesco fascio di fiamme si alzò nel cielo, illuminando la stanza d'un fantastico bagliore. Quindi un'immane esplosione scosse la casa fino alle fondamenta.

Con un grido Luisa afferrò Mirella e si slanciò fuori dalla stanza. Chérie le seguì scendendo a precipizio le scale. Ma un'altra esplosione le arrestò, folli di panico, sul pianerottolo. La casa tremava, i vetri della scala cadevano in mille frantumi intorno a loro.

Pazze di terrore si rifugiarono nella sala d'entrata.


—–

Passarono ore, od istanti?… Non lo seppero mai.

A un tratto sopra l'assordante baccano percepirono altri suoni. Erano voci – voci forti e rauche – giù, nella strada. Un frastuono di grida, di comandi secchi e gutturali, un clicchettìo di sciabole e speroni.

«Lasciami – voglio guardar fuori,» ansò Chérie, svincolandosi dalla stretta convulsa di Luisa. E corse, barcollando alla finestra....

Indi volse a Luisa un volto stralunato.

«Eccoli. Sono qui!»

Mirella cacciò un urlo che si perdette nello strepito crescente, e Luisa levò le mani al cielo.

«E' la morte – la morte» gemette, e strinse tra le braccia la piangente Mirella.

«Taci! Taci!» susurrò Chérie. «Forse non entreranno. Il portone è chiuso…» Ma pur mentre lo diceva sentiva tutta la fallacia di tale speranza. «Ah! mio Dio!» E Chérie, barcollante indietreggiò dalla finestra, aggrappandosi alle tende per non cadere. «Luisa, c'è qualcuno che apre la porta! E' Fritz.... E' Fritz.... E' lui che li fa entrare!»

Ed ecco già per le scale un trepestìo e un vociar alto e rude tra il tinnir di sciabole e speroni.

Allora, quasi se l'imminente incombere del fato l'avesse d'un tratto investita d'una forza e dignità nuove, Luisa si raddrizzò alta e tragica fra le due fanciulle tremanti, e con gesto solenne tracciò sulla fronte ad entrambe il segno della croce. Poi anch'essa si segnò; e con le braccia intrecciate stettero immobili. Erano pronte a morire.

Villanamente sbattuta da un calcio la porta si aprì; dei militari in uniformi grigie apparvero sulla soglia; altri gremivano l'andito spingendosi avanti rumorosamente. Ma alla vista delle tre figure allacciate si arrestarono e vi fu un istante di silenzio; quindi un ufficiale – un uomo alto, magro, dai baffi grigi – mosse un passo davanti agli altri, ed entrò nella stanza. Quelli dietro a lui si schierarono rigidi e impettiti sul limitare, evidentemente aspettando ordini.

«Tiens, tiens, tiens!» fece l'ufficiale squadrando le tre figure femminili da capo a piedi, dalle chiome lucenti alle scarpette eleganti. «Che quadro delizioso!» – e i suoi occhi sorridevano. «Si direbbe che vi siete falle belle per riceverci?» Il suo francese era perfetto; il tono, benchè lievemente sprezzante, non era nè rude nè scortese; i suoi occhi azzurri erano intelligenti e un po' canzonatori. A dir vero non sembrava una «jena infernale,» nè evocava l'idea di violenza, d'oltraggio o di strage.

Nell'anima di Luisa una reazione improvvisa successe alla tensione suprema di terrore. Le parve di fondersi e svanire in un'onda ineffabile di conforto e di speranza; e il sangue agghiacciato le rifluì con un caldo palpito nel cuore.

Frattanto l'ufficiale si era rivolto agli uomini immobili dietro di lui – due di questi parevano ufficiali di grado inferiore, gli altri otto o dieci erano semplici soldati – e diede loro un breve aspro comando in tedesco. Tutti salutarono, rigidi; mentre i due ufficiali facevano un passo avanti e si ponevano a lato del loro superiore. Uno di costoro – un giovane alto, dagli occhi chiarissimi – teneva un foglio di carta in mano.

Dietro l'ordine secco dell'ufficiale anziano egli lesse ad alta voce quanto vi stava scritto. L'ufficiale superiore, ascoltando quella lettura, si guardava intorno; volgeva gli occhi dalla finestra alla porta, poi all'altra porta, poi alla breve scalinata ricoperta di tappeti rossi che conduceva agli appartamenti superiori....

Chérie e Mirella – che capivano il tedesco – ascoltavano stupefatte quella lettura. Era una breve precisa descrizione della casa e dei suoi inquilini.

«Abitazione di Claudio Leopoldo Brandès dottore e ufficiale di riserva; età 34 anni; ammogliato con prole. Sua moglie, sua figlia e una sorella vivono con lui. Al pian terreno cinque vani: cucine, studio del dottore, camera da chirurgia e due sale d'aspetto; al primo piano, quattro vani; ai piani superiori, nove vani. – Garage; scuderia; rimessa (due cavalli, una motocicletta, un'automobile – requisiti); cantine e telefono. – Das ist alles, Herr Kapitän.»

«Uomini adulti in casa?» chiese il Herr Kapitän.

No. Queste donne soltanto.

«Dov'è questo dottor Brandès?»

Partito nella notte del 3 luglio.

«Per la frontiera?»

No; probabilmente per la capitale. «Ma,» soggiunse il giovane ufficiale, lanciando una fuggevole occhiata alle tre donne, «sarà facile accertarsene.»

«Bene. E c'era un nostro incaricato qui?» chiese il capitano.

«Sì. Un certo Fritz Müller di Löhrrach.» Chérie fremette e strinse più forte la mano di Luisa.

«Dov'è questo Müller?» domandò il capitano guardandosi intorno.

«E' giù.... dabbasso: quel domestico,» spiegò il tenente, «che ci aprì la porta».

«Incaricatelo dei biglietti d'alloggio;» ordinò il capitano. «Si provveda per 125 uomini. Quanto a noi —» prese di mano al giovane la carta e la rigirò per guardare il piano della casa disegnato a tergo del foglio – «vediamo un po'… Tre stanze a questo piano… quattro di sopra.... Glotz!» disse, volgendosi all'altro ufficiale, un sottotenente giovanissimo che gli stava dietro, muto e impalato – «Lei venga con me. E porti due uomini.»

Glotz salutò rigido.

Il capitano gettò un'occhiata su Luisa e Chérie. «Von Wedel» – l'ufficiale dagli occhi chiari si mise sull'attenti – «tu starai qui.»

Indi il capitano girò sui tacchi, salì impettito i quattro gradini, e sparve per le scale, seguìto dal sottotenente Glotz e due soldati.

Gli altri otto o dieci uomini rimasero nel vestibolo, schierati in fila, rigidi e immobili come tanti soldati di piombo.

Von Wedel con un colpo di piede chiuse l'uscio in faccia a costoro; quindi si volse a contemplare le tre donne lasciate in sua custodia.

Mosse lentamente, con passo deliberato, verso di loro; ed esse indietreggiarono tenendosi ancora per mano e levando su di lui gli occhi stellanti e spauriti.

Egli era molto alto e molto largo di spalle e torreggiava sopra le tre figurette tremanti.

Rimase, così, fissandole per alcuni istanti; i suoi occhi chiarissimi andavano da Luisa a Chérie, da Chérie a Mirella, poi tornavano a soffermarsi su Chérie.

«Ebbene, colombelle?» disse alfine; e rise. «Ci aspettavate dunque? Vi siete vestite da festa per riceverci?» Nei tre paia d'occhi alzati su di lui fluttuava molta paura.

Egli rise ancora, e mosse d'un altro passo più vicino. Subito tutte e tre indietreggiarono.

«Ebbene? Perchè non rispondete?»

Luisa si avanzò d'un passo mettendosi davanti alle altre due, quasi in atto di difesa; poi parlò con voce bassa e tremante:

«Signore.... spero… che voi e i vostri amici.... avrete la bontà di lasciare questa casa… Come vede.... non siamo che donne, qui.... E siamo sole…»

«Permetterete a noi di tenervi compagnia,» fece in tono tra l'insinuante e l'ironico Von Wedel; e soggiunse in aria d'amabile interrogazione: «Vostro marito non è qui?»

«No,» disse Luisa, e al pensiero di Claudio il suo labbro inferiore tremò, come quello d'un bambino che sta per piangere.

«Ah, non è qui? Ne sono desolato;» disse Von Wedel alzando un piede e poggiandolo, nello stivale infangato, su una sedia di broccato chiaro. «Aspetteremo che ritorni.»

«Ma,» balbettò Luisa «non torna stanotte.»

«Ah, no?… Che marito poco galante!» rise l'ufficiale sporgendosi in avanti col gomito sul ginocchio ripiegato, e i suoi occhi chiari e insolenti che finora, anche parlando con Luisa, erano sempre stati fissi su Chérie, errarono sfrontatamente sopra la graziosa trepidante figura della sua interlocutrice. «E dove sarebbe andato?»

Egli lanciò la domanda con noncuranza, traendosi di tasca un portasigarette d'oro e togliendone l'unica sigaretta che conteneva. «Mi pare che il vostro domestico dicesse che l'avevano mandato a Namur…»

«No, a Mons,» disse Luisa.

«Ah già, già – Mons!… Interessante città, Mons.» Picchiò leggermente un'estremità della sua sigaretta sul palmo della mano. «Già. Bella cattedrale, quella di St. Waudru.... Ed è andato solo?»

Mirella diede un pizzicotto a sua madre. «Taci, mamma! Non dirlo.»

L'ufficiale l'udì e rise. Presala per un braccio l'allontanò dolcemente dal fianco di sua madre.

«Ma guarda, guarda!» disse, sempre ridendo, «come siamo furbe e diplomatiche!» E stringendole forte il piccolo braccio la fece indietreggiare traverso tutta la stanza; indi, dandole una lieve spinta la lasciò, e rivolse di nuovo la sua attenzione alle altre due.

Luisa, che si era lanciata in soccorso di Mirella ristette pallidissima, mentre dal fondo della stanza Mirella, incolume e indoma, la rassicurava cacciando fuori la lingua dietro le spalle del nemico, in segno di sfida e di disprezzo.

Von Wedel fissava di nuovo Chérie, e sotto l'insolente insistenza di quello sguardo essa tremò come una fiammella al vento.

«Perchè tremate?» chiese egli. «Avete paura di me?»

«Sì,» mormorò la fanciulla, chinando il capo.

Egli rise. «Perchè? Non sono una belva feroce. Ho forse l'aria di una belva feroce?» E le andò più vicino.

Luisa con un passo si pose davanti a Chérie. «Mia cognata, signore, è molto giovane, e non è avvezza alle attenzioni degli estranei.»

«Buona donna,» replicò Von Wedel con tranquilla insolenza, «andate un po' a prendermi delle sigarette.».

E siccome Luisa lo fissava, sbigottita e immobile, egli alzò alquanto la voce. «Sigarette, ho detto. Preferibilmente turche. Vostro marito certo ne avrà. Su! movetevi, buona donna. Eins, zwei, drei – marsch!»

Per un attimo Luisa esitò; indi si volse e lasciò la stanza; Mirella correndo la seguì.

Anche Chérie si lanciò per seguirle, ma Von Wedel con un balzo le fu accanto e le afferrò il braccio.

«Halt, halt!» fece ridendo. «Voi starete qui, colombella; starete qui a discorrere con me.»

La fanciulla arrossì, impallidì e tremò.

«Che colombella timida,» disse Von Wedel curvandosi sopra di lei. «E come vi chiamate?»

«Chérie,» rispose essa, a voce così bassa che quasi non si udiva.

«Come, come? Chéri? E' a me che lo dici? Altrettanto a te, caruccia mia!»

E Von Wedel sedette sopra un angolo della tavola chinandosi vicinissimo a lei. «Ma di che cosa hai paura? E di chi hai paura?… Del capitano Fischer?… Di me?… Dei soldati?…»

«Di tutti,» mormorò Chérie.

«Di tutti! Ma guarda un po'! E dire che siamo così brava gente,» disse lui, e soffiò una boccata di fumo in lungo getto davanti a sè; poi buttò sul tappeto la sigaretta e la spense col piede. «Ma non sai che non faremmo male ad una mosca, noi? E neppure a un cane,» soggiunse ridendo alla vista di Amour, che comparso in cima agli scalini ne scendeva a piccoli salti zoppicanti, mandando dei guaiti dolorosi. «Tanto meno poi faremmo del male a un'adorabile tortorella come te.»

Il cane, lamentandosi pietosamente, venne ad appiattarsi ai piedi di Chérie.

Essa si chinò e lo prese tra le braccia. Evidentemente la bestiola soffriva.

Von Wedel disse: «Che bravo cagnolino,» e allungò la mano per accarezzarlo, ma Amour ringhiò mostrando i denti e l'ufficiale ritrasse in fretta la mano.

Luisa riapparve portando delle scatole di sigari e sigarette, e le depose sulla tavola. Mirella che la seguiva scorse Amour tra le braccia di Chérie è ne udì il minaccioso brontolìo. Al suo accorrere la bestiola riprese il suo fioco lamento.

Mirella lo guardò, gli toccò la zampa, poi volse due occhi saettanti sull'ufficiale: «Cosa gli avete fatto?» gridò, alzando in gesto quasi di minaccia la piccola mano.

L'ufficiale diede in una risata. «Toh, toh! che piccola Furia! che viperetta!» esclamò. «Del resto puoi portartelo pur via quel cagnaccio! A me le bestie non piacciono.»

A queste parole Chérie subito si mosse verso la scala portando seco Amour, ma l'ufficiale la trattenne.

«No, no, no, cara! Dà il cane alla piccola Furia. – Tu resti qui con me!»

Chérie, mordendosi le labbra per non piangere obbedì; indi si rifugiò accanto a Luisa, mentre Mirella correva di sopra con Amour tra le braccia. Essa lo portò nella camera di Chérie, gli baciò la ruvida testa nera, gli accarezzò la povera zampa che pendeva come spezzata, poi lo adagiò in un cantuccio bene accomodato su di un cuscino.

Indi tornò giù, correndo, a vedere cosa succedeva.

Amour lasciato solo espresse la sua sofferenza ed indignazione in lunghi urli e lamenti. Qualche istante più tardi il capitano Fischer, seguìto dal sottotenente Glotz e dai due soldati, scendendo dal suo giro d'ispezione nei solai, udì gli strazianti gemiti e si fermò sul pianerottolo.

«Cos'è questo rumore? Chi grida così?» chiese rivolto a Glotz.

«Sarà quel cane, signor capitano, a cui avete dato un calcio poco fa.»

«Orribile strepito,» disse il capitano. «Fatelo cessare.»

Allora uno dei soldati entrò nella stanza – e lo fece cessare.

Il capitano Fischer scese al primo piano seguìto da Glotz.




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