La vita Italiana nel Rinascimento. Conferenze tenute a Firenze nel 1892 Various Various La vita Italiana nel Rinascimento / Conferenze tenute a Firenze nel 1892 LORENZO IL MAGNIFICO DI ERNESTO MASI Vi ricordate della tragedia di Vittorio Alfieri intitolata: La Congiura de' Pazzi? Come opera d'arte non è gran che, lasciando stare anche l'alterazione quasi grottesca dei fatti storici, dei caratteri e persino dei nomi dei personaggi. Ma non si tratta ora di ciò. Voglio notare soltanto un fenomeno singolare, che parmi accaduto all'Alfieri nel trattar questo tema, ed è che mentre ha senza dubbio voluto travestire in Lorenzo e Giuliano de' Medici due de' suoi soliti Egisti e Creonti, due de' suoi soliti tiranni, messi là a ricevere in pieno petto le contumelie del prim'uomo e della prima donna, non solo il carattere di Lorenzo gli è, suo malgrado, riuscito il più simpatico della tragedia, ma all'ultimo non sa più egli stesso, l'Alfieri, da che lato pende il torto maggiore; i motivi della sanguinosa catastrofe, da prima apparsigli così chiari e lampanti, si direbbe che gli si oscurano tutto ad un tratto; e per conclusione finale mette in bocca a Lorenzo queste ambigue parole: … E avverar sol può il tempo Me non tiranno e traditor costoro! Sembra accorgersi tardi che il tentativo di raccogliere tutta la pietà tragica sui Pazzi, anzichè sui Medici, è un grosso errore, tanto sotto l'aspetto della storia, quanto sotto quello dell'arte, com'ebbe poi a scrivergli con gran franchezza Melchiore Cesarotti, e si ferma lì come in dubbio, e in questo dubbio lascia gli ascoltatori ed i lettori della sua tragedia. La quale ritengo, avrebb'egli concepita in modo tutto diverso, se, in cambio d'averla scritta fra il 1779 e l'80, l'avesse scritta un dieci o dodici anni più tardi, quando, scoppiata la rivoluzione francese, la prospettiva della tirannide gli si era, per così dire, rovesciata e gli pareva molto più intollerabile quella che viene dal basso, anzichè quella che viene dall'alto, la tirannide dei molti, anzichè quella d'un solo. Se non che il fenomeno accaduto all'Alfieri mi sembra essersi rinnovato in molti altri dei più sfidati avversari di Lorenzo il Magnifico, dai contemporanei fino ai giorni nostri. Molti altri accatastano fatti su fatti e poi s'accorgono con loro stupore che i più tornano a gloria di Lorenzo, e allora non possono tenersi dal mescolare le lodi ai biasimi, o per lo meno dallo scindere l'unità di questa grande e complessa figura storica del secolo XV in modo, da farne uscire due, tre, quattro anzi, come propone il Perrens, uomini diversi, contenuti in un solo, e così poterne lodare uno o due e biasimare i rimanenti; a molti altri è accaduto di fermarsi all'ultimo, al pari dell'Alfieri, dubbiosi, esitanti, come dinanzi ad un problema psicologico di troppo difficile soluzione. A Lorenzo de' Medici è toccata del resto una singolare fortuna, ed è quella d'aver sempre appassionato pro o contro gli scrittori, che hanno trattato di lui, dai contemporanei fino agli odierni, come se in cambio d'aver vissuto dal 1449 al 1492 egli fosse nato, vissuto o morto pochi anni fa, come se in cambio d'un uomo del secolo XV si trattasse, ad esempio, d'un Napoleone I, gli effetti della cui gloria e dei cui disastri sono forse sensibili anche oggi nella vita europea. Eppure quei signori e principi della prima e seconda stirpe Medicea sono ben morti e sepolti! Nulla ci parla più di loro. Gli stessi edifici e monumenti d'arte, che hanno lasciato, ci ricordano ancora il nome e l'opera dell'artista, che gli ha ideati e compiuti, ma il nome del signore o del principe, che gli ha commessi, appena qualche erudito lo sa con precisione e al visitatore indigeno o forestiero poco importa oramai che si tratti dei primi o secondi Cosimi, Giuliani e Lorenzi, che si tratti dei Medici insidiatori della libertà fiorentina o dei Medici Granduchi, i quali alle loro vecchie dimore non hanno lasciato di proprio neppure il nome. A qualche scrutatore indiscreto alcuna traccia dei tempi Medicei parrà forse di scernere ancora nel temperamento e in certe disposizioni morali del popolo fiorentino (lo dico a lode, badiamo, non a biasimo di certo) ma nulla più. Chi ne dubitasse entri, qui prossimo, a San Lorenzo, in quelle sepolture Medicee. Che gelo, che tanfo di morte preistorica in quel buio della vecchia e nuova sagrestia, ma qui almeno danno lume e calore il genio di Andrea del Verrocchio e quello tra satirico e malinconico di Michelangelo! Peggio tra la sfarzosa e teatrale ricchezza del sepolcreto granducale! Qui nessun compenso possibile: la storia dice poco; l'arte non dice niente; il freddo dei marmi vi assidera, vi penetra crudelmente nell'ossa e nell'anima, e si sente il bisogno d'uscire più che di fretta, non già per odio a quei sepolti tiranni, che coi loro manti e le loro corone arieggiano innocui re da melodramma, ma per la prosaica paura d'un raffreddore. Ora dunque perchè, tra questi morti e così ben morti, quelli della prima stirpe Medicea appassionano gli scrittori più di quelli della seconda, e perchè tra quelli della prima Lorenzo più degli altri ha il privilegio di eccitare anche oggi odii ed amori così tenaci? Finchè in Italia i libri di storia furono per metà di politica, voi sapete quanto si sfruttarono l'assedio e la caduta di Firenze nel 1530 e quell'accordo del Papa coll'Imperatore, che fu la cagione immediata di tale catastrofe. Era la conclusione ultima di tutto il gran dramma, non della libertà fiorentina soltanto, ma della libertà italiana, e poichè quel Papa era un Medici ed un Medici il primo Duca di Firenze, non altro si volle vedere in tuttociò che la continuazione d'un antico disegno d'ambizione, che finalmente s'effettuava coll'aiuto dello straniero, ed i più rei parvero i primi autori di quella lunga e perseverante insidia, ed il peggiore di tutti, quegli in cui più splendidamente s'incarnarono la tradizione e il genio di tutta la stirpe. Divenne così una specie di obbligo pel liberalismo italiano non far grazia ai Medici e soprattutti a Lorenzo. Non parliamo dei contemporanei o dei quasi contemporanei. L'odio o l'amor loro troppo facilmente si spiega. Non parliamo neppure degli scrittori toscani dell'epoca granducale, medicea e lorenese. La lode o il silenzio in bocca loro sono troppo sospetti. Ma quando colla storia filosofica e Volteriana del secolo XVIII si cominciò ad opporre al Medio Evo credente e devoto il Rinascimento scettico e razionalista, eccoti, fra gli stranieri massimamente, fra gli indifferenti cioè alle nostre passioni politiche, eccoti il panegirico dei Medici e di Lorenzo in particolare, che tocca il colmo e, direi, passa il segno, nel famoso libro del Roscoe, ed eccoti di riscontro il Sismondi, scrittore di gran merito, ma uno dei santi padri, uno dei rappresentanti internazionali di quel dottrinarismo liberale e borghese, che ha nelle instituzioni repubblicane la panacea di tutti i mali, e quindi non perdona ai distruttori di repubbliche ed ai loro encomiatori. Non badò il Sismondi che nella vita di Lorenzo il Roscoe a dipinger l'uomo s'era attenuto al Valori, un coetaneo di Lorenzo, che a narrar la storia avea seguito il Machiavelli, che i documenti originali gliegli avea apprestati il Fabroni, che a penetrar nella storia letteraria lo aveano aiutato il Bandini, il Tiraboschi, autorità tutte di non poco valore; non si ricordò neppure ch'egli stesso avea tanto esaltato i Medici e Lorenzo nella sua storia letteraria dell'Europa meridionale, quanto li deprimeva nella sua storia delle Repubbliche Italiane; non badò a nulla, non volle curarsi di nulla; non altro gli stette a cuore che contrapporre al panegirico la diatriba e spinta al segno da non sdegnare esso, onest'uomo come era, di lodare quali azioni eroiche persino la dissimulazione dei Pazzi, che convitano Lorenzo e Giuliano de' Medici in casa loro a fine d'ammazzarli, persino il tasteggiare che fanno il giovane Giuliano, fingendo abbracciarlo amicamente, per assicurarsi se ha o no il giaco sotto la veste, quando lo inducono a entrar nel duomo e lo uccidono. È sommamente istruttiva la polemica, che ne seguì fra il Roscoe e il Sismondi, la quale andò tant'oltre che il Sismondi stesso finì per dire: “smettiamola, signor Roscoe, altrimenti si riderà di noi che ci contendiamo un tiranno del secolo XV coll'accanimento medesimo, che due rivali si contenderebbero il cuore d'una bella donna. E poi di che ci scaldiamo tanto, noi, stranieri all'Italia tutti e due?„ Nè cadde a vuoto, sapete, quest'ultima parola, da cui s'arguirebbe esservi sui Medici e su Lorenzo in particolare la possibilità di due giudizi diversi, uno per gli Italiani, un altro per gli stranieri, perocchè questo è appunto lo scrupolo, che ha trattenuto il coscienzioso Burckhardt, nella sua classica opera sul Rinascimento in Italia, dal giudicare Lorenzo come uomo di Stato e dal decidere qual parte spetti agli uomini e quale sia superiore al loro stesso buono o mal volere (il vero problema di questa storia) nei destini di Firenze; scrupolo veramente eccessivo e che non trattenne per buona sorte il Reumont, il Buser, il Leo, il Thomas, il Perrens e tanti altri valentuomini stranieri dal fare della storia Medicea anche politica e di Lorenzo come uomo di Stato il soggetto delle loro ricerche, e dei loro studi. Quanto agli Italiani, finchè durò il periodo della preparazione e degli esperimenti infelici della nostra rivoluzione e sino a poco dopo il 1859, si tennero più o meno a modello il Sismondi, pur evitandone le enormi esagerazioni, nel giudicare dei Medici e di Lorenzo, ma poi spesso l'argomento fece forza da sè al preconcetto politico, ed o si fermarono, ripeto, incerti e dubbiosi, a mezza spada, o il giudizio, da prima severissimo, si venne via via temperando, più si approfondivano le ricerche, come potete vedere in Gino Capponi, che nel 1842, quando si cospirava anche coll'Archivio Storico (una delle più nobili arme affilate nel gabinetto di Giampietro Vieusseux), ha parole di fuoco contro i Medici, e nel 1875, quando pubblicò la sua Storia della Repubblica di Firenze, ne parla con tanta maggiore serenità e obbiettività scientifica; come potete vedere in Pasquale Villari, che nel suo Savonarola, il libro caldo ancora di inspirazione giovanile e di passionata eloquenza, e assai prossimo al Sismondi, e nel suo Machiavelli, lo studio severo della sapiente virilità, se non ha dismessi tutti gli antichi corrucci, tuttavia tempera o per lo meno slarga il suo giudizio, che in questo caso val quanto di necessità temperarlo. Più notevole è il caso del Carducci, che in quei suoi primi saggi bellissimi sulle poesie di Lorenzo de' Medici e del Poliziano, ora la sua natura d'artista lo attrae irresistibilmente verso Lorenzo, natura d'artista esso pure, come dice il Capponi, anima di principe, ultima grandezza d'un'età splendida, che finiva, ora lo spirito rivoluzionario lo trattiene, lo tira indietro, gli strappa accenti di collera, troncati a mezzo però da una ripugnanza anche maggiore, la ripugnanza alla reazione del Savonarola, che tenta gettare la sua tonaca di frate su tutta quella radiosa giovinezza di Rinascimento artistico e letterario. Intanto le ricerche e gli studi sull'età Medicea e su Lorenzo continuano indefessi; si ampliano e si integrano i documenti raccolti dal benemerito Fabroni; al togato Guicciardini della Storia d'Italia succede il Guicciardini della Storia Fiorentina, dei Ricordi e di quel capolavoro del pensiero politico italiano, che è il Dialogo sul Reggimento di Firenze; abbiamo cioè l'espressione viva e immediata di un quasi contemporaneo, che è insieme una gran mente d'uomo di Stato, e tuttociò ci frutta fra il 1874 e 75 l'opera capitale su Lorenzo dei Medici di Alfredo di Reumont ed il giudizio pieno e definitivo di Gino Capponi. Si direbbe che il processo è chiuso, che la sentenza ultima è pronunciata; che, com'è per lo più di tutte le sentenze della storia, Lorenzo ne esce nè del tutto assolto, nè condannato del tutto. Oibò! La buona fortuna del Sismondi non è finita. Esso rivive con tutte le sue collere e i suoi anatemi nel Perrens, che sotto gli occhi nostri, nel 1888, e valendosi anzi di tutto il lavoro critico avvenuto dal Sismondi in poi (giacchè, bisogna dirlo, il Perrens è anzi, per straniero e francese che parla d'Italia, mirabilmente informato), riapre il processo e non una parte di Lorenzo si salva; l'uomo, il padre, il marito, il cittadino, il signore, lo statista, il mecenate, il letterato, tutto, tutto è oscurato e ravvolto in una stessa condanna. È una demolizione compiuta. Del tempio e della statua non resta in piedi neppure una pietruzza, che dica al passeggiero: qui fu Lorenzo de' Medici; tantochè all'ultimo lo stesso Perrens si ferma col martello in mano e quasi spaventato dell'opera sua; si sente preso anch'esso da quel dubbio, da quell'incertezza, che, come dicevo, assale dall'Alfieri in giù tutti i più sfidati avversari di Lorenzo; ma è supremamente comica la forma che piglia questo tardivo rimorso nel Perrens, il quale si rivolta contro il suo maestro ed autore, contro il Sismondi, e quasi lo apostrofa dicendo: “via, è troppo! Un po' di discrezione, s'il vous plaît. Non è poi certissimo che quei vostri cari Albizzi fossero proprio campioni di libertà e di democrazia in confronto dei Medici e, quanto a Lorenzo, conveniamo che, se non fu veramente l'ago della bilancia nella politica italiana del suo tempo, come pretendono i suoi adulatori, qualche cosa ha pur fatto per mantenere la pace, almeno dalla guerra di Sarzana fino alla sua morte, dal 1487 al 1492. È pochino! Sono cinque annetti soli! Ma questo almeno si conceda per dimostrare, se non altro, la nostra imparzialità!„ Voi vedete, o signore, fra che odii e che amori, fra che assoluzioni e condanne, fra che spinaio di giudizi diversi sarebbe costretto a ravvolgersi chi avesse oggi da narrare a fondo la storia di Lorenzo il Magnifico, della sua vita e del suo tempo. E se ho dovuto indugiarmi tanto, solo per accennare le difficoltà del mio tema, mi conforta il pensiero che accennare tali difficoltà è già esso stesso un illustrarlo, e che, parlando ad un pubblico così culto e in massima parte fiorentino, m'è lecito presupporre l'argomento noto almeno nelle sue linee storiche principali e non tenermi obbligato a ridir tutto per filo e per segno, che già sarebbe chieder troppo all'industria del conferenziere e alla sofferenza del pubblico. A giudicare dei Medici e di Lorenzo con quell'imparzialità almeno relativa, a cui gli uomini possono aspirare, mi pare del resto che la nostra generazione dovrebbe oramai essere meglio disposta delle precedenti, la nostra generazione, che in fatto di politica è passata a traverso tante bonacce e burrasche di promettenti primavere, di malinconici autunni e di inverni spietati. Essa dovrebbe sentirsi, dico, meglio disposta a non farsi guidare nel giudizio di un passato remoto, che si tratta di conoscer bene, ma non muta più, da idoleggiamenti rettorici di forme di governo, qualunque esse siano, o da preoccupazioni politiche, che mutano ogni giorno. La storia indifferente al bene od al male perde non solo ogni efficacia morale, ma ancora ogni calore e vivezza di rappresentazione. Ma altro è una gelida indifferenza al bene od al male, altro è gettarsi a capo chino fra le lotte d'un'età tanto lontana da noi e sposarne gli odii, gli amori, come se fossero i nostri, e aggregarsi a una fazione contro dell'altra. Si moltiplicano per tal guisa deliberatamente le occasioni e le cause d'errori infiniti, giacchè, per quanto ci sia dato penetrare a dentro nella storia con le ricerche, gli studi e attingendo, finchè si può, dalle fonti originali delle memorie e dei documenti contemporanei, resta pur sempre un qualche cosa, che nessuna ricerca può far rivivere, che nessuno studio può rimetterci dianzi agli occhi, che nessun documento può dirci, ed è forse appunto in quell'inafferrabile qualche cosa, che giace riposta la spiegazione vera di un fatto o d'un uomo, la ragione ultima d'assolvere o di condannare. Di ciò si ha un segno evidente in quella specie di sforzo che occorre, in quella specie di disagio morale e qualche volta, direi quasi, anche fisico, che si prova a volersi addietrare col pensiero nella vita di generazioni già lontane da noi. Ce ne vuole per assuefare non soltanto l'animo a sentimenti e passioni, che non si provano più, ma la fantasia e gli occhi ad abitudini, a costumi, a fogge, ad arredi, a vestiari, che non sono più i nostri, a compiacersi di divertimenti, che oggi ci parrebbero torture, a persuadersi del buon gusto di un pranzo, che oggi ci rovescierebbe lo stomaco, a ridire d'una burla o d'un motto, che oggi ci suona come una freddura senza sugo, e via dicendo. Quello sforzo e quella specie di disagio scemano in noi più ci si affina il gusto della storia, e si convertono anzi in una misteriosa delizia, che può divenire persino passione e mania. Ma dimostrano insieme (e ciò dico in particolare a proposito dei Medici e di Lorenzo) la necessità che lo studio della storia rimanga, più che possibile, obbiettivo, la necessità di non spostare nè uomini, nè fatti, di sceverare il generale dal particolare, di non dar troppo all'ambiente, come oggi s'usa dire, per togliere all'uomo, nè attribuire a questo, per quanta azione abbia avuto sul tempo suo, ciò che è dell'ambiente, in cui quell'uomo ha vissuto, di sentenziare di preferenza dagli effetti palesi dell'opera sua, che sono ben noti, anzichè dai movimenti individuali e interiori, dei quali nessuno può più dirci intiero il segreto, di non prolungare finalmente al di là di certi limiti quegli effetti medesimi per incolparlo anche di ciò che risulta da tutti altri uomini e da tutt'altre condizioni di tempi, scordandoci a suo danno quello che l'esperienza ci dimostra ogni giorno, cioè che l'uomo è appena padrone del minuto che passa. Ora se v'ha personaggi storici pei quali queste cautele siano state più trascurate, direi che sono i Medici per l'appunto. E si capisco facilmente il perchè. Non parliamo dei Medici, dal 1531 Duchi e Granduchi. Ma per quelli della prima linea, a non dir che di loro, per Cosimo il Vecchio, Piero il Gottoso, Lorenzo il Magnifico, furono tanto più facilmente trascurate quelle cautele, perchè essi appassionano, come già dissi, più di tant'altri personaggi storici, gli scrittori, e gli appassionano tanto più, perchè non sono semplici capi ereditari d'una dinastia, d'una città, d'un regno, ma, oltre alla singolarissima forma del potere che esercitano, sono, se non gli autori, gli attori più in vista, pel loro grado, per le loro tradizioni, per le loro aderenze, pel loro genio e le loro inclinazioni personali, di tutto un nuovo e gran moto di civiltà, comprendente non solo le forme di governo, le arti, le scienze, le lettere, ma i pensieri, i sentimenti, la religione, la morale, i costumi, le usanze, tutta nel suo complesso la vita pubblica e privata; ond'è che in essi si studia non il signore soltanto, ma l'uomo nelle sue relazioni cogli uguali e cogli inferiori, l'uomo nella vita quotidiana, in casa, in villa, per le vie, tra gli spettacoli carnevaleschi, fra le dispute dell'accademia, nel banco commerciale, nel museo, nella biblioteca, fra gli amici che predilige, fra le donne che ama, fra le pareti del suo palazzo, alle corti estere, dove, benchè semplice cittadino nella sua città, comparisce da principe; e lo si studia appunto fra tanta gente e in tanti luoghi diversi, perchè questa moltiplicità e varietà di gusti, di attitudini, di attività è carattere generale del tempo, ma principalmente carattere dei grandi uomini italiani, e fra gli Italiani dei Fiorentini, e fra i Fiorentini dei Medici, e fra i Medici di Lorenzo il Magnifico. Se le signorie dei secoli XIV e XV (che bisogna ben badare a non confondere in Firenze ed altrove coi Principati) fossero un fatto verificatosi in Firenze soltanto e per opera soltanto dei Medici, i quali con arti subdole, con lunga e tenace insidia avessero a poco a poco soffocata la vita del più torbido sì, ma del più glorioso Comune italiano del Medio Evo, mentre all'intorno avessero prosperato ancora gli altri Comuni, assodando la loro libertà e slargando la loro giurisdizione territoriale, non vi sarebbe, a dir vero, vituperio bastante a castigare un simile parricidio. Ma non è così! Nel secolo XV la declinazione della cosidetta libertà comunale, che è la prevalenza feudalesca di una città sul territorio che la circonda, e la sua mutazione in signoria, che è la prevalenza d'un capo partito, o di un capo militare, o di un vicario imperiale o di una potente famiglia sui partiti, che si contendono il primato nella città dominante, è un fatto universale in tutta Italia. In Firenze anzi, come fu più tardivo a sorgere il libero Comune, così è più tarda a sorgere la signoria. Nell'Italia superiore invece, dove il feudo s'insediò più vigoroso, questa trasformazione non aspetta il secolo XV. Nei due secoli antecedenti si compie e trascende già a principato vero coi Torriani e Visconti a Milano, coi Da Romano nella Marca Trevisana, cogli Scaligeri a Verona, coi Pelavicino a Piacenza e, più prossime a Firenze, di qua e di là dell'Appennino, le signorie pullulano e si frazionano all'infinito, più grandi, più piccole, or vigorose, ora deboli, ora divorate dalle maggiori, ora dilaniantisi in sè stesse fra odii sanguinosi di famiglie rivali. In Toscana stessa, ove le resistenze sono più forti, avete le signorie militari e transitorie, i tentativi sfortunati di Uguccione della Fagiuola e di Castruccio degli Antelminelli. In Firenze stessa, tralasciando le signorie Angioine, le quali si potrebbero dire delegazioni di poteri pubblici ad un fine determinato, tralasciando pure l'episodio di Gualtieri di Brienne, Duca d'Atene, la cui tirannia mette a repentaglio estremo le libertà popolari, avete tentativi interni, i quali dimostrano che ai Medici, anche nel maggior fervore della vita repubblicana, predecessori non mancano: Corso Donati, ad esempio, che fin dal principio del secolo XIV tenta farsi capo di una oligarchia di magnati; Rosso della Tosa, che non gli vuol sottostare e mira diritto al principato. Più facile forse il programma, come oggi si direbbe, di Corso Donati, perchè Rosso della Tosa ha troppa fretta d'anticipare i Medici. Avete ad ogni modo, e di non poco precedente la signoria Medicea, la tendenza ad afforzare in una forma aristocratica i vecchi ordini comunali già decadenti, il che si tenta fin dal secolo XIV col magistrato di parte Guelfa, instituito già da molti anni, ma divenuto allora così chiuso e potente, che non so davvero che cosa gli manchi per essere una vera tirannide; poi colla prevalenza della parte aristocratica dei Ricci e degli Albizzi, prima lottanti fra loro, poi degli Albizzi rivali dei Medici, i quali Medici primeggiano nella parte popolare, donde sono usciti, sicchè all'ultimo tutto si riduce a decidere quale delle due famiglie sopraffarà l'altra, quale delle due, se gli Albizzi o i Medici, dominerà la repubblica. Ma insomma questa inclinazione del Comune a signoria è fatale, è superiore a tutte le combinazioni umane o di procaccianti ambizioni o di tardive resistenze, perchè dipende da una legge più generale e più alta, quella per cui un'età storica succede ad un'altra, quando i principii, sui quali quella si reggeva sono logori, esausti, finiti, e le sottentrano altri principii, altre tendenze, altre voglie, altri indirizzi di civiltà, quasi un'altra società, un'altra gente. Così è di questo tempo. Le grandi illusioni ghibelline sono finite fin dal 1313 con Arrigo VII. Se gli Imperatori scendono ancora in Italia da Lodovico il Bavaro a Carlo IV, a Venceslao, a Sigismondo, a Federico III, vengono per esiger taglie, trafficar titoli e diplomi, e se ne vanno. Settant'anni d'esilio in Avignone, quarant'anni di scisma, hanno sminuito e trasformato il Papa in un principotto italiano, che bada agli interessi suoi e de' suoi nipoti e lascia il partito Guelfo senza capo. Le due universali unità politiche, le due grandi forze ordinatrici, i due grandi ideali del Medio Evo sono dunque finiti e scomparsi nella storia italiana. Nè basta. Napoli s'è sottratta alla diretta soggezione imperiale. Venezia, che non fu mai nè guelfa nè ghibellina, che quasi non pareva appartenere all'Italia, cerca ora pigliarvi stato, e il difendersi da Napoli e da Venezia, nel linguaggio e nelle idee d'allora, val quanto difendere la libertà degli Stati italiani contro lo straniero. Nè basta ancora. Le potenti energie messe in moto dalla turbolenta libertà dei Comuni hanno dato vita ad una risurrezione d'arte e di sapere, ad una ristaurazione di classicismo, che sarà fondamento a tutta la cultura moderna, e che ora assorbe ogni attività spirituale e par fatta apposta per nascondere sotto i suoi fulgori la decadenza dei vecchi ordini repubblicani e la loro trasformazione in signorie. I Comuni colle loro lotte continue in casa, in piazza, in palazzo, stancavano tutte le forze del cittadino, fomentandone tutte le passioni, imponendogli attività e doveri continui. Ma ormai è venuta su una gente disposta a cercar riposo all'ombra d'un potere stabile e fermo, che tenga freno plebe e oligarchi; una gente, che vuol godere in pace, fra gli agi e i piaceri, il frutto della parsimonia e dell'operosità dei padri e degli avi, tanta ricchezza ammassata, tanto splendore e amenità di arti e di lettere e che per goderlo anche meglio si lascia cader le armi di mano, abbandonando l'arte della guerra al mestiere dei venturieri col fastidio superbo, colla noncuranza poltrona di opulenti, di mercanti, di artisti e di letterati. Aggiungete che l'umanesimo ha bisogno d'aiuto e di protezione signorile. Se la libera bottega bastò ai prodigi spontanei dell'arte, l'umanesimo tende a costituire una nuova aristocrazia piuttosto cortigiana, di quello che politicamente e virtuosamente operosa. Questo all'interno. E al di fuori? Al di fuori niun pericolo minaccia per ora: non dall'Impero troppo debole, non dalle altre nazioni ancora intente alla loro costituzione. Se un pericolo v'è, sta nella gelosia reciproca dei varii Stati italiani, nella necessità quindi di una politica di equilibrio tra i più forti, tanto più difficile a praticarsi, quanto più sono misteriosi e tutti egoistici e personali i motivi, pei quali le violenze e le rappresaglie si determinano. Firenze è al centro di tutto questo nuovo movimento di civiltà, di tutta questa trasformazione morale, sociale e politica, che si va compiendo, e in mezzo ad essa la signoria Medicea (di origine certamente meno illegittima di tante altre, in quanto sorge e si svolge dall'imo fondo dei rivolgimenti politici fiorentini) in mezzo ad essa la signoria Medicea si afferma e si assoda da Cosimo il Vecchio a Lorenzo il Magnifico, il quale ne segna l'apogèo, e dopo del quale non avrà che a decadere (per poi vigoreggiare di nuovo con forme e in tempi affatto diversi), tanto in questo strano congegno del governo signorile, che il Burckhardt ha con ragione chiamato un'opera d'arte, al pari d'un poema o d'un quadro, tutto è affidato alle qualità personali dell'uomo. Ma di tutto quel nuovo ambiente, in cui il poter loro prevale, i Medici sono essi la causa o l'effetto? L'effetto, io credo. Sono la produzione spontanea delle condizioni generali del tempo e delle particolari, che escono dalla storia di Firenze. Quindi è necessario non dimenticar mai di considerare i Medici della prima stirpe per quel che sono, uomini del loro tempo, Lorenzo sopra tutti, che colle sue pecche non lievi e le sue straordinarie qualità è anzi il tipo ideale del Signore italiano del Rinascimento. Lasciando ai genealogisti cortigiani di avvolgere le origini della famiglia Medici nelle nuvole della leggenda, dirò che essi appariscono relativamente tardi nella storia di Firenze, non prima, che si sappia, del 1301. Si dice che appariscono come sopraffattori di popolo nei sanguinosi tumulti, che finiscono alla proscrizione dei Guelfi bianchi e di Dante Alighieri. Si dice che con Salvestro de' Medici, il quale da Gonfaloniere di Giustizia, nel 1378, dà le mosse al tumulto de' Ciompi, essi cominciano a far l'arte loro di lusingar la plebe per aiutarsi a salire. Si dice che Giovanni di Bicci nel 1426, opponendosi a Rinaldo degli Albizzi, si atteggia a capo del partito popolare. Tuttociò è vero, come fatto. Ma è altrettanto conforme a verità trovarvi gli auspicii e il cominciamento del destino Mediceo? Se nel 1301 sono sopraffattori di popolo, vuol dire che erano violenti come tutti gli altri, come quel popolo stesso, il quale s'era armato dei cosidetti Ordinamenti di Giustizia. Se nel 1378 Salvestro ha parte nel tumulto de' Ciompi, non ve l'ha certo maggiore di Benedetto degli Alberti, di Giorgio Scali, di Tommaso Strozzi, i quali tutti sommuovono i Ciompi, cioè l'infima plebe, contro Piero degli Albizzi e la setta Guelfa. L'intervento dei Ciompi dà un carattere di rivoluzione sociale alla lotta, che non era nelle intenzioni dei sommovitori. Essi sono trascinati loro malgrado nella vittoria dei Ciompi, che si risolve poi in una prevalenza delle sette Arti Minori, e di questa l'Alberti, lo Scali, lo Strozzi sono le prime vittime, appunto perchè la parte ch'essi ebbero in tutto questo moto fu molto maggiore di quella di Salvestro de' Medici. La pretesa precocità dell'insidia Medicea, che si vuol dedurre dal tumulto dei Ciompi, è dunque una delle tante frasi fatte, che si ripete a carico dei Medici, ma che non ha fondamento nella storia. Quanto a Giovanni di Bicci, certo egli ha gran parte nella legge tutta popolare del Catasto del 1427, ma politicamente è un personaggio quasi insignificante: accresce bensì il credito e la ricchezza di Casa Medici, ma non può dirsi il fondatore politico di essa. Il suo fondatore vero è Cosimo il Vecchio. Quand'egli apparisce, le lotte si sono venute sempre più restringendo, e la rivalità dei Medici e degli Albizzi diventa quasi una lotta personale fra Cosimo e Rinaldo degli Albizzi, che, al dire di Jacopo Pitti, “come principe maneggiava lo Stato.„ Costui pensa essere ormai tempo di troncare di colpo la sempre crescente potenza Medicea e fa chiamar Cosimo in Palazzo per ucciderlo, ma deve contentarsi dell'esilio; transazione, di cui il Sismondi, il Perrens sono inconsolabili, perchè Cosimo è richiamato dall'esilio un anno dopo e torna in patria in trionfo. Nei giorni più splendidi di Casa Medici, sulle pareti del gran salone nella villa di Poggio a Caiano questo ritorno sarà magnificato, figurandolo per quello di Cicerone, ricondotto in patria sugli omeri di tutta Italia. Il vero è che Cosimo, tornando dall'esilio il 6 ottobre 1434, si fermò e pranzò a Careggi, non permettendogli la Signoria di rientrare in Firenze prima di sera, e poichè Via Larga era piena di popolo aspettante, dovette sgattaiolare nel Palazzo della Signoria e passarvi la notte, rientrando solo al mattino seguente nella sua dimora di Via Larga, lo stupendo edificio, forse allora ancora in costruzione, in cui, fra quel misto di solidità e di eleganza, di cittadino e di principesco, sembra ch'egli abbia veramente improntato sulle muraglie il proprio genio. Se Lorenzo il Magnifico fosse succeduto a Cosimo il Vecchio, i primi tempi della sua signoria sarebbero stati meno difficili e meno travagliata la sua giovinezza. Ma succedette invece a Piero il Gottoso, che in mille modi avea compromesso il potere della sua casa, più di tutto deviando da quella esteriore semplicità e modestia di Cosimo, che, unite alla grandezza degli intenti civili, alla protezione delle lettere, al buon uso della ricchezza, alla passione magnifica dell'edificare, per cui Benozzo Gozzoli, con allegoria, che sa di satira, lo figurò nel Camposanto di Pisa assistente colla famiglia all'edificazione della torre di Babele, mentre fecero dare alla potenza Medicea il passo decisivo, valsero a lui il titolo glorioso di padre della patria. Ma morto Piero nel 1469, succedevano due giovani, Lorenzo di 21 e Giuliano di 16 anni, sicchè rinverdirono le speranze dei nemici di Casa Medici, contando sull'inesperienza e sull'impeto giovanile, qualità poco adatte a conservare una potestà così vaga e indeterminata, così raccomandata tutta al valor personale, come quella dei Medici. Furono più forti l'amore del popolo, il terror dell'ignoto, le memorie di Cosimo, tanto più ch'esso in persona parea rivivere nel giovine Lorenzo, già messo in vista di tutti per la precocità dell'ingegno, la giovialità, il fare largo e liberalissimo, l'educazione ricevuta da grandi maestri, i viaggi alle corti estere, pei quali così giovane era messo a parte di gravi faccende politiche e ammonito dal padre a diportarsi già da uomo e da principe. Precoce era in tutto Lorenzo e già da giovanissimo i contemporanei gli mutavano in predicato d'onore il titolo di Magnifico spettante al suo grado e con cui è rimasto nella storia, mentre il fratello Giuliano, indole più rimessa e più spensierata tuffata nei piaceri, negli amori, negli spassi giovanili era dai suoi coetanei chiamato, dice il Giovio, principe della gioventù. All'arme non fu educato Lorenzo, non sì però ch'egli non fosse forte, aitante della persona, benchè assai brutto di volto, come si vede, meglio che dalla figura un po' idealizzata di Lorenzo giovine nel gran quadro dell'Epifania di Sandro Botticelli e dal ritrattino del Bronzino agli Uffizi, nella medaglia del Pollaiuolo e nella trista figura dipinta dal Vasari (pure agli Uffizi), in cui appariscono evidenti i segni del male, che lo trasse a morte prematura. Appassionatissimo pei cavalli, era cavalcatore valente, ma della corona riportata alla giostra del 1468, combattuta per le sue nozze con Clarice Orsini, e cantata da Luca Pulci, è il primo a ridere con la solita superiorità sua. Appena mortogli il padre, furono dunque a lui i principali cittadini, pregandolo a pigliarsi cura dello Stato. Esitò, forse ad arte, raccomandandosi ai consigli di tutti, ma certo ben risoluto in cuor suo a far da sè. Quali sono da questo momento i punti prominenti della vita di Lorenzo? Dal 1472 al 1484 la sollevazione di Volterra, la congiura de' Pazzi, la guerra che ne consegue col papa Sisto IV e col re di Napoli, l'ardito viaggio di Lorenzo a Napoli, che stacca il re dal papa e assicura la pace, il ritorno di Lorenzo in patria e la riforma interna coll'instituzione dell'Ordine dei Settanta (che è il vero 18 Brumaio di Lorenzo), la guerra di Ferrara, la pace coi Veneziani, e la morte di Sisto IV, l'implacabile nemico di Lorenzo. Dal 1484 al 1492 l'intimità di Lorenzo con Innocenzo VIII, successore di Sisto, l'equilibrio politico a sommo studio mantenuto da Lorenzo, il maggior splendore della sua signoria ed i primordi d'un'opposizione morale nel Savonarola fino alla morte di Lorenzo, a cui seguitano così da presso la preponderanza straniera e la servitù dell'Italia, che Cesare Balbo, nella sua divisione della nostra storia, proponeva di finir qui (merito o fortuna, che sia, di Lorenzo) l'età dei Comuni Repubblicani, che altri protrae sino alla caduta di Firenze nel 1530. Ora questi fatti, che io ho accennati così in breve c'è chi gli ha narrati tutti a gloria, altri tutti a biasimo di Lorenzo. La Repubblica doma la ribellione di Volterra? È lui che vuol rubare i profitti delle cave d'allume. Volterra è posta a sacco? È lui, che ordina quell'inutile crudeltà. I Pazzi congiurano? È lui che li ha provocati. Il popolo fa scempio dei congiurati? È lui, che non è mai sazio di vendette. Sisto IV e il Re di Napoli muovon guerra? È Lorenzo, che strascina la patria in contese non sue. Lorenzo va a Napoli e si dà in mano al suo nemico? È una commedia. Torna e si impossessa coll'ordine dei Settanta dell'elezione dei Magistrati? È lui, che ha inventata questa trappola alla libertà la quale non ha riscontro nella storia di Firenze. Si stringe in amicizia e parentela con Innocenzo VIII? È lui, che è quasi reo del nepotismo dei Papi. Cerca la pace nell'equilibrio degli Stati? È una politica d'espedienti, che non val nulla. Firenze è prospera e gioconda? È lui che la educa alla servitù, corrompendola coi trionfi e i canti carnascialeschi. Che più? Neppur l'uomo privato si salva da questo pessimismo demolitore. Si ricusano tutte le testimonianze in suo favore, che concordemente lo dicono buono, gioviale e tollerante, nonostante le sue sofferenze fisiche, fedele agli amici, socievole, semplice nella grandezza, idolatra dei figli, non dimentico mai del tutto degli insegnamenti e degli esempi della pia madre, Lucrezia Tornabuoni, rispettoso della moglie, indole pur così diversa dalla sua e con poca grazia e senza avvenenza; e, per dimostrare com'era tuffato nei vizi, il Buser reca una lettera d'un Francesco Nacci da Napoli, che annuncia a Lorenzo la spedizione di cinquanta belle schiave turche, le più belle che si trovarono! Ah, la grazia! Cinquanta? Se non che, come fu provato, il buon tedesco ha letto nel documento belle invece di pelli, turche invece di tutte, e così, invece di 50 pelli di Schiavonia, ha letto 50 belle schiave turche, un harem da sultano, e senza accorgersi neppure che in tutto il contesto della lettera si parla della spedizione in modo, come se oggi si spedissero a qualche gran Don Giovanni 50 belle ragazze, turche o non turche, per pacco postale. Nè basta. Quello che il Machiavelli dice a lode di Lorenzo s'interpreta a biasimo, e nel dialogo sul Reggimento di Firenze del Guicciardini si vuol vedere non una discussione, ma una diatriba, e fra gli interlocutori del dialogo si menan buone tutte le accuse di Paolo Antonio Soderini e di Pier Capponi e non si tien conto alcuno di tutte le difese di Bernardo Del Nero. Quanto erano stati belli e lieti gli anni della prima giovinezza di Lorenzo, altrettanto furono agitati e poi tristi e funesti i primi anni della sua signoria. Nel 1470 insorge Prato. Due anni dopo Volterra, a cagione delle miniere d'allume. Si vuole ch'egli vi fosse cointeressato e che nella repressione la città fosse posta a sacco per ordine suo. Ora è stato dimostrato che della prima accusa non c'è che una sola testimonianza contemporanea ed è di un nemico dei Medici; e quanto alla seconda, non solo che non furono gli assalitori, che la misero a sacco, bensì le masnade stesse, che essa avea assoldate per difendersi. Ma che monta? È un'altra delle frasi fatte a proposito dei Medici e di Lorenzo, e non è un anno, che se l'è ribevuta il Bourget, romanziere positivista, nelle sue Sensations d'Italie e l'ha ridivulgata colla magia del suo stile. Lorenzo volle non transigere, ma reprimere. Quella frequenza di ribellioni gli dava ombra; ecco la maggiore responsabilità sua. Ottenne di fatto qualche anno di tregua e ripigliò più che mai gli spassi, gli studi, le magnificenze d'arti e spettacoli, perocchè Lorenzo non era di quelle povere nature, come sarebbero le nostre, che una sola faccenda assorbe intiere e non ci lascia più nè tempo nè testa ad altro. Natura grandiosa, fantasia ardente, ingegno universale, Lorenzo mandava di pari passo lettere, filosofia, galanterie, mascherate, vita di campagna, vita di città, laudi sacre, canti carnascialeschi, canzoni a ballo, sacre rappresentazioni, intimità cogli amici, i letterati e gli artisti, ospitalità sontuose a principi che capitavano, eriger chiese e ville, passione dei musei e dei cavalli, della musica e delle belle donne, banchetti e processioni, politica e giostre. La più celebre è appunto di questi anni, nel 1478, e prende nome da Giuliano ed è la più celebre, perchè fornì argomento alle Stanze del Poliziano. Precede alla giostra e alla composizione delle Stanze un avvenimento intimo dei due fratelli Medici, la morte della bella Simonetta Vespucci, amante di Giuliano, nel 1476, ed interrompono la composizione delle Stanze la congiura de' Pazzi e l'uccisione di Giuliano nel 1478. Il terribile epilogo, e non voluto, del poema è dunque la narrazione in latino sallustiano, scritta dallo stesso Poliziano. L'epilogo, forse ideato e non potuto scrivere, il cavalleresco epilogo cioè della più bella data in premio al più cortese, al più prode, sarebbe mai quello rappresentato con inspirazione polizianesca dal Botticelli nello stupendo quadro dell'Accademia di Belle Arti, detto comunemente: la Primavera? È una ingegnosa e nuova interpretazione del quadro, proposta ora dal prof. Jacopo Cavallucci e che a me pare fondatissima. La Ninfa del poema è certo quella del quadro. Basta rileggere le Stanze: Candida è ella e candida la vesta Ma pur di rose e fior dipinta e d'erba; Lo inanellato crin dell'aurea testa Scende in la fronte umilmente superba. Ridele intorno tutta la foresta E quante può sue cure disacerba. Nell'atto regalmente e mansueta E pur col ciglio le tempeste acqueta. … Ella era assisa sopra la verdura Allegra e ghirlandetta avea contesta Di quanti fior creasse mai natura, De' quali era dipinta la sua vesta. E come prima al giovin pose cura Alquanto paurosa alzò la testa, Poi con la bianca man ripreso il lembo, Levossi in piè con di fior pieno un grembo. … Mosse sovra l'erbetta i passi lenti Con atto d'amorosa grazia adorno … Ma l'erba verde sotto i dolci passi Bianca, gialla, vermiglia azzurra fassi. Non meno certo è che la figura del giovine, situato a sinistra, è il ritratto idealizzato di Giuliano, somigliantissimo, parmi, all'altra figura di Giuliano, che è nel quadro dell'Epifania del medesimo Botticelli; e quasi lo stesso motivo poetico delle Stanze e del quadro la Primavera, e la poesia attribuita a Giuliano de' Medici, ma che il Carducci giudica del Poliziano, ed è diretta alla Simonetta. Se la ninfa del quadro sia il ritratto della Simonetta, fra tanta incertezza dei ritratti di questa vaga e celebre beltà, non si può forse determinare assolutamente, ma altri emblemi, il lauro allusivo a Lorenzo, i tre fiori d'ireos fiorentina, tutto concorre a dare a quel quadro un significato Mediceo spiccatissimo, e si sa che i Medici l'ebbero caro come un ricordo di famiglia. Comunque, il dolce nome della Simonetta mi riconduce a Lorenzo, perchè dalla vista di lei morta e portata, scoperto il volto, al sepolcro, come narra il famoso epigramma latino del Poliziano, Lorenzo pretende, nel Commento ai propri sonetti amorosi, essersi sentito sollevare alla perfetta cognizione platonica dell'amore, da una morta trapassato poi in una viva, dalla Simonetta in Lucrezia Donati, da lui incontrata in una festa, alla quale “concorsono, dic'egli, tutte le giovani nobili e belle„. È una gentilissima invenzione, ma invenzione di certo, perchè l'amore della Donati è precedente di dieci anni almeno alla morte della Simonetta, e solo dimostra che continuò anche dopo il matrimonio di Lorenzo con Clarice Orsini, sempre però puro, ideale, platonico, petrarchesco, come assicura Ugolino Verini, un poeta intrinseco di Lorenzo, e dietro a lui molti altri confermano, sicchè noi non possiamo far di meglio che credere ad occhi chiusi a sì concordi testimonianze. Tutta questa lieta visione di giovinezza e di amori si dilegua nella congiura de' Pazzi. Non rinarrerò quella scena, una delle più straordinarie della storia di Firenze, perchè tutte già l'avete a memoria; quella messa in duomo col Cardinal Riario, che assiste; Giuliano e Lorenzo de' Medici con parecchi loro amici, vicini al coro e circondati, senza saperlo, dai congiurati; il popolo devoto, che li attornia, e mentre il sacerdote celebrante solleva l'ostia consacrata e le campane suonano a gloria, Giuliano, ferito a morte dal Bandini, cadere immerso nel proprio sangue, Lorenzo assalito e ferito anch'esso, ma avvoltasi la cappa a un braccio e tratta coll'altro la spada aprirsi il passo alla sagristia, dove riesce a scampare. La chiesa è tutta un tumulto; le vôlte quasi crollano alle grida; il Cardinal Riario, accovacciato presso l'altare, ne rimarrà pallido di terrore tutta la vita. Intanto a quel suono di campane, altri congiurati, con l'Arcivescovo Salviati alla testa, assalgono il Palazzo della Signoria, ma sono presi, i principali impiccati alle finestre, altri respinti, mentre il popolo, infuriato per la morte di Giuliano, vuol riveder salvo il suo Lorenzo dalle finestre del Palazzo di Via Larga, poi trucida per le vie quanti congiurati o sospetti gli vengono alle mani, chi dice settanta, chi cento, chi più; giustizia orrenda, ma che dimostra avere il popolo giudicata la congiura per quel che era, una trama ordita, non per amore di libertà, ma per odii e cupidigie private dei Pazzi, del Papa e dei Riario, suoi nipoti, e quindi aver senz'altro voluto vendetta dei congiurati. Dissimulando la complicità sua, il Papa ruppe guerra a Firenze e vi trascinò il Re di Napoli, suo alleato, pretendendo che la guerra era fatta non a Firenze, ma a Lorenzo. Questi vide bene il pericolo di tale perfidia; intuì rapidamente la necessità d'un gran colpo, scindere cioè l'alleanza del Papa col Re, e deliberò a qualunque rischio di consegnarsi da sè nelle mani del Re. Partì accompagnato dai voti e dall'ammirazione di tutti. Tornò colla pace, tornò glorioso, tornò onnipotente, e di questo momento si valse subito per riassodare l'autorità sua e della sua Casa. Questo si chiama veder chiaro in politica! Di più, poteva in quel momento esser principe e non volle; preferì una repubblica signorile a una signoria repubblicana. Questo si chiama moderarsi nella vittoria, la più difficile di tutte le virtù politiche. Poteva cioè uscire dalle tradizioni della storia fiorentina e non volle! Quante volte il fatto dei Medici e di Lorenzo non s'è ripetuto anche nella storia d'altri paesi? Al ritorno di Cosimo dall'esilio il popolo vide in lui un liberatore, non un tiranno. Al ritorno di Lorenzo da Napoli accadde lo stesso e anche più. Perciò non credo ch'egli avesse bisogno di corrompere il popolo, distillandogli i sottili veleni della voluttà per meglio dominarlo. Anche questa è una delle tante frasi fatte, ma, ha ragione il Gaspary, “un individuo non corrompe una nazione, quando essa non sia già corrotta„. Quanto a morale e gusto di piaceri, il popolo valeva il signore e il signore il suo popolo. Per questo s'intesero così bene! Nè si nieghi l'azione di Lorenzo sulla civiltà della Firenze d'allora, sofisticando su qualche data di nascita o di morte di grandi artisti, perchè tutta la grande fioritura artistica e letteraria del 400 fiorentino è Medicea, nè tali quistioni si trattano coll'orologio alla mano. Il vero è che nè una protezione principesca basta da sola a creare una civiltà, nè una tirannia, anche più deprimente di quella dei Medici, a farla sparire. V'ha bensì sull'ultimo della vita di Lorenzo, come già dissi, un principio di reazione morale e religiosa, che s'incarna nel Savonarola, ma la impicciolirebbe di troppo chi la considerasse provocata da un uomo solo, anzichè dall'indole generale della nuova cultura, dei nuovi costumi e dei nuovi tempi. Le lettere, che Lorenzo scrive alla morte di sua madre, la pia e ingegnosa donna, la quale negli argomenti de' suoi inni sacri precorre il Manzoni, mostrano la tenerezza filiale di Lorenzo. Le lettere di Clarice Orsini e del Poliziano, del Pulci e di tanti altri mostrano l'amor suo pei figli, la sua bonaria e fedele affezione agli amici, dai quali fu idolatrato, e, quanto alla moglie, lasciando stare se il mi fu data dei Ricordi di Lorenzo sia la frase indifferente, che significa il fidanzamento o che la sposa non fu di sua scelta, certo è che i fatti e i documenti dimostrano rapporti non mai interrotti di affetto e di stima. Intercedendo per chi l'ha offeso: “non fareste, essa gli scrive, secondo la natura vostra a non gli perdonare„; parole, che fanno il maggior onore ad essa ed a lui e scritte l'anno stesso della congiura de' Pazzi, quando l'animo di Lorenzo dovea esser meno che mai disposto ad indulgenza. E quando si leggono nella lettera di Matteo Franco, che descrive il ritorno di Clarice dal Bagno a Morba, le parole, ch'essa risponde ai poveri terrazzani di Colle, i quali la supplicano di raccomandarli a Lorenzo, si vede chiaro quant'essa era addentro nel segreto della sua politica e con che arte gentile sapea all'occasione farsene strumento. Se non avessi già troppo abusato della vostra cortese attenzione, mi sarebbe dunque facile dimostrarvi coi documenti alla mano che Lorenzo fu buon figlio, buon padre, marito convenientissimo, nella stessa guisa che potrei e dovrei mostrarvi, che come critico, precorre studi moderni, che come poeta, sorpassa forse il Poliziano ed il Pulci per osservazione della realtà e per sentimento vivo e immediato della natura esteriore, che, come umanista, tempera gli eccessi della scuola col culto della lingua volgare, di cui è restitutore e mantenitore, che, come filosofo finalmente, modera l'irreligione del tempo col teismo neoplatonico, il maggior tentativo di accordo fra il cristianesimo e la filosofia, quantunque non potesse di certo parer sufficiente al Savonarola. Se come uomo Lorenzo de' Medici deve dirsi buono, se come letterato e filosofo superiore al suo tempo (il quale tuttavia non ha nel suo complesso chi lo rappresenti meglio e più intieramente di lui), forsechè come politico è inferiore agli altri signori e principi del tempo suo? Il sistema d'equilibrio dei quattro maggiori Stati d'Italia, quale lo praticò Lorenzo al disopra della scellerata politica degli altri principi, compresi i Papi, al disopra dei pregiudizi Guelfi Fiorentini, al disopra d'ogni interesse di famiglia, perchè nella politica estera egli non ha, nè può avere, notate bene, appunto perchè non principe, altro pensiero che della potenza di Firenze, lo rende indubitabilmente superiore a tutti gli statisti, non speculativi, ma operanti del suo tempo. Ed ebbe pure il presentimento del donde potea venire il pericolo futuro, poichè quando Luigi XI gli profferse aiuto contro il Papa ed il Re di Napoli: “io non posso, disse, anteporre il mio particolare vantaggio al pericolo di tutta Italia; volesse Iddio che ai Re di Francia non venisse mai in mente di sperimentare le proprie forze in questo paese. Quando ciò accada, l'Italia sarà perduta!„ E lo fu in realtà, due anni dopo appena ch'egli era morto. Non possiamo dire, ch'egli avrebbe impedita la catastrofe, ma ben possiamo esser certi che la sua condotta non sarebbe stata così pazza ed improvvida, come fu quella di Piero, suo figlio. Moriva Lorenzo l'8 aprile 1492 nella sua villa di Careggi fra il dolore disperato dei congiunti e degli amici; moriva fra il lutto e le lagrime di tutto un popolo; moriva nel colmo della potenza e della gloria. Ciò non potè tollerare l'intolleranza Piagnona e creò la leggenda del Savonarola che all'ultim'ora gli nega l'assoluzione e lo lascia morire fra i rimorsi. Nè basta. Ci voleva un po' di delitto per colorir meglio il quadro e si raccontò, e si cantò anche in versi elegiaci, che il medico Pier Leoni di Spoleto fu gettato in un pozzo per ordine del primogenito di Lorenzo. Quanto alla prima parte della leggenda, essa, come questione storica, s'è ingrossata, e allorchè un Villari le presta fede, un Ranke non osava più negarla addirittura, un Reumont la giudicava per lo meno incerta, non oserei io di mescolarmi in tal disputa. Debbo però al mio gentile uditorio la mia opinione, ed è che la lettera del Poliziano a Jacopo Antiquario, in cui il Savonarola (ciò che s'accorda anche col tempo) si mostra solo uomo di chiesa e ammonisce e benedice (non confessa ed assolve) in articulo mortis il peccatore pentito, mi pare a tutt'oggi il solo documento attendibile e che tutte le altre parole messe dalla leggenda in bocca al Savonarola e a Lorenzo mi sembrano un anacronismo e un assurdo. Quanto al medico, la lettera, ora pubblicata, di Bartolommeo Dei toglie ogni dubbio. Impazzò e si suicidò! Meno male, perchè il terribile Perrens aveva già scartata l'ipotesi del suicidio, dicendo: “Les medécins tuent, ne se tuent pas!„ Ed ora concludiamo. Chi dalle mie parole argomentasse che ho voluto fare non la storia, ma l'apologia di Lorenzo il Magnifico, avrebbe gran torto. Nè l'una, nè l'altra, se mai; non la storia, perchè in sì piccolo quadro non si fa star dentro una così grande figura; non l'apologia, perchè non credo che Lorenzo n'abbia bisogno. Volli esporre il concetto, che mi sono formato della storia di Lorenzo in relazione a quella di Firenze e d'Italia, e tale concetto posso riassumerlo così. Nella storia di Firenze a me pare di scorgere una continuità nelle parti, che si contendono il predominio cittadino ed un perpetuo ricorso delle stesse forme, che, spogliate di quanto hanno d'accidentale e d'occasionale, accennano fin dai più antichi tempi al dove vanno in ultimo a terminare tutte le lotte fiorentine, al predominio cioè d'una consorteria, d'una famiglia, d'un uomo. Furono i Medici! Potevano essere gli Albizzi, gli Alberti, gli Strozzi, ma a questi non sarebbe probabilmente riescito di dare alla loro signoria quel carattere, che poterono darle i Medici, di pura preminenza d'un cittadino in una repubblica. Le lotte delle fazioni si presentano subito in Firenze come contrasto di due famiglie. Queste aggruppano intorno a sè gli elementi, che sono proprii della lotta comunale in tutta Italia, elementi politici, guelfismo e ghibellinismo, elementi sociali, aristocrazia e democrazia. Il Comune è da prima fuori del contrasto, poi naturalmente, e presto, diviene l'oggetto del contrasto medesimo e gli dà la forma esteriore, mentre l'impulso segreto, l'impulso, che è l'anima vera del contrasto, è sempre d'una famiglia e della clientela, che le sta d'attorno. Se così non fosse, quando il fine, per cui una fazione si muove, è ottenuto, si vedrebbe cessare questo moto, per poi ricominciarne un altro. Invece, siano guelfi e ghibellini, che lottano, grandi e popolo, arti maggiori e arti minori, appena una fazione vince, si divide in sè stessa e la lotta continua sempre. È per questo, io credo, che il Villani, il Compagni, tutti i cronisti, non parlano mai dei principii o dei fini politici, pei quali una fazione s'è mossa, bensì dei pregi o difetti della famiglia o dell'uomo, che alla fazione dà nome, perchè questo è per essi importante; il resto accessorio. Talvolta pare che si mira a slargare in senso democratico l'ordinamento del Comune. Ma appena s'è vinto, la famiglia, la setta (come la chiamano i Fiorentini nella seconda metà del trecento), cerca sfruttare la vittoria a suo pro. Questo tentativo costante non riesce ad altri; riesce ai Medici, perchè Cosimo sa far apparire la vittoria, vittoria sua, non della parte, e non ha quindi da sconvolgere l'ordinamento comunale per soddisfarla; frena insomma subito egli stesso la fazione, con cui ha vinto gli Albizzi, e ciò tanto più facilmente, in quanto non è fazion vera la sua, non una classe, non un'arte contro l'altra, bensì un'accozzaglia d'amici e di malcontenti, che non spera che in lui, ond'egli detta legge, non la riceve, e la vittoria contro la minacciante tirannide degli Albizzi gli fa anzi quasi un obbligo, una necessità di rispettare gli ordinamenti comunali, pur piegandoli alla volontà sua, che è la tradizione di tutte le famiglie, le quali hanno capitanate le fazioni fiorentine e con esse sono pervenute più o meno lungamente al governo del Comune. Sempre le stesse arti, sempre gli stessi mezzi, all'ombra sempre delle stesse instituzioni! Finchè l'elemento di famiglia è costretto a tenersi celato dietro l'elemento politico e sociale, la signoria non può fondarsi. Quando per l'inclinazione generale dei Comuni italiani a signoria, può mostrarsi a viso aperto, allora la signoria si fonda, ma col carattere speciale delle passeggere signorie fiorentine, cioè tirando a sè, non distruggendo, le instituzioni del Comune. Lorenzo restituisce e conserva il tipo di Cosimo, ma da Cosimo a Lorenzo la signoria Medicea fa un passo innanzi. Con Lorenzo è ancora più personale. Diciamo, se volete, che Lorenzo è addirittura un tiranno, ma, in questo caso, soggiungiamo subito col Guicciardini, che Firenze non poteva avere “un tiranno migliore e più piacevole„ di lui. LA VITA PRIVATA NE' CASTELLI DI GIUSEPPE GIACOSA Al tempo delle castella, la parola castellano ebbe tre significati diversi, o per dir meglio fu adoperata ad indicare tre diverse classi di persone. Era castellano il signore di uno o più castelli; era castellano colui che, nel nome del signore, teneva il governo di un castello; e castellano si chiamava pure chi dimorava nelle castella, cioè nelle piccole terre cinte di mura e dominate da una rocca. Nelle regioni d'Italia dove fiorì la vita comunale e repubblicana, la parola era per lo più usata nel secondo significato, come quello che corrispondeva al maggior numero dei casi. Il vocabolario del Manuzzi, alla voce: Castellano, lo registra infatti innanzi di ogni altro, e prima scrive: Capitano di castello, che Signore di esso. E quando la parola racchiudeva il concetto della signoria, non implicava quello della dimora; occorre infatti ad ogni momento la locuzione: di molte o di poche terre castellano. Invece nei paesi dove il sistema feudale ebbe il suo naturale compimento nella monarchia unitaria, grazie la intricata rete di privilegi, di prerogative e di interessi che fissava il signore alla terra e lo costringeva a risiedervi, per Castellano in ogni tempo si intese comunemente: il signore dimorante nel castello, il quale castello, dalla secolare e non interrotta consuetudine, venne prendendo una certa aria di famiglia, si adattò ai successivi crescenti bisogni, si piegò quasi ai minuti capricci dei padroni, così che ne rispecchiò poi fedelmente l'indole e le abitudini. Fra questo castellano campagnuolo ed il signore dimorante nella città e più il Principe dei nuovi principati italiani all'epoca del Rinascimento, corrono differenze così profonde che la distanza di un secolo non ne darebbe di maggiori. Differenze nel campo dell'azione e delle attribuzioni politiche, differenze nell'ordinamento domestico e nelle abitudini della vita quotidiana. Le Corti, più ricche, più sfarzose, più colte, più popolose, ebbero istoriografi e descrittori in abbondanza, mentre ne difettarono i castelli. Ed ognuno di quegli istoriografi e descrittori fu in questi ultimi tempi argomento di nuovi e minutissimi commenti e raffronti, sicchè non si può oramai trovare in essi notizia che già non sia stata a sazietà detta e ripetuta. Ed anche riguardo i castelli, le notizie raccolte nei libri riflettono bensì molti momenti della vita privata, ma di preferenza quelli che si connettono colla pubblica, quali sarebbero le feste ed i ricevimenti o che hanno, in alcun modo, attinenza colle arti e colla cultura generale. Ora, noi gente positiva, abbiamo oggi delle curiosità più minute e meno discrete. Non ci basta sapere come quei fastosi signori accogliessero i frequenti ospiti, come ordinassero i banchetti, come uscissero a cavalcate, come vestissero nelle solenni occasioni, come si raccogliessero la sera in illustre compagnia a novellare od a ragionare di ornate cose, ma ci prende un indiscreto desiderio di entrare nelle più intime camere loro, di assistere la mattina al loro primo levare, di accompagnarli passo passo per tutta la giornata, di sorprendere le loro più gelose debolezze, di sedere alla loro tavola quando pranzano in famiglia, di gustare le loro vivande, di ascoltare i loro discorsi coi servitori e colle donne, e, quando la sera prendono commiato dai famigliari, di seguirli lungo i corritoi oscuri o su per le scale tortuose, e riaccompagnarli in camera, a meno che, fatti da qualche dolce ragione sospettosi e gelosi, non ce ne chiudano l'uscio sul muso, e non tirino il chiavistello. Queste nozioni, i libri che ci si mettono di proposito non ce le danno. Si possono bensì racimolare qua e là nei novellieri, e così mi sono industriato di fare, ma è bene dove le cose parlano, lasciar parlare le cose, le quali la sanno lunga e sono al solito più sincere che gli uomini. Innanzi di conoscere il Castellano, vediamo dunque di visitare il Castello. Il Castello del secolo XV, ha già alquanto dimesso della originaria spavalderia bellicosa. Ancora gli durano le torri e a taluno i fossati, ma le varie cinte che nei secoli precedenti lo fasciavano tutto intorno e gli toglievano l'aria e la vista, sono in parte cadute, ed in parte dimezzate per l'altezza, reggono gli stecconi delle pergole o danno appoggio alle spalliere. Noi dobbiamo però, se ci è caro averne una giusta mozione, imbrigliare alquanto la fantasia amplificatrice, la quale suole rappresentarci il castello feudale d'assai più vasto che in realtà non fosse. A mano a mano che la facoltà di muovere ed i mezzi di sostenere la guerra, vennero restringendosi dai signori di terre ai signori di Stati, il castello feudale, ove dimoravano i padroni, prese meno spazio ed apparve meno imponente. Coll'assodarsi delle monarchie, cessò ai signori il diritto di levar genti e la necessità di allogarle in chiusi recinti a guardia della Rocca. Gli apparecchi belligeri che sul principio del secolo XV alcuni signori amano ancora disporre intorno al maniero, ci stanno più a testimonianza di prerogative nobiliari che a pratica difesa. E perchè sono incomodi e costosi, ci durano poco, o perdurando sono causa che il padrone sloggi dalla antica e si fabbrichi nelle vicinanze una nuova dimora. I castelli dei privati signori che ancora ci rimangono di quel tempo, sono ben lontani dal fastoso apparecchio che un secolo e mezzo o due secoli più tardi fa delle ville signoresche altrettanti luoghi incantati, dove gli spaziosi giardini, le gradinate a terrazzi e gli alberi secolari diventano elementi architettonici e combinano insieme col palazzo ad una magnifica ed armoniosa veduta. Il giardino del secolo XV più si assomiglia ad un orto che ai lambiccati giardini del seicento e del settecento; esso è quasi sempre chiuso fra muraglie alte onde prende un'apparenza claustrale che non disdice all'ordinamento interno della casa. – Al di fuori, il castello ha un aspetto severo e spesso arcigno. Da una larga porta e per un atrio spazioso, si riesce nel cortile, lastricato a lastroni massicci, intorno al quale corrono le quattro pareti della casa aperte in portici e loggie e fregiati i muri con fascie a rabeschi e colori, con stemmi in pietra o dipinti, o con istorie figurate. Nel mezzo del cortile sta il pozzo o la cisterna, col parapetto fatto di pietre o marmi scolpiti, col tettuccio a colonnini, o colle staffe di ferro battuto a delicati fiorami, che reggono la carrucola. A volte, fra i monti dove si può condurre al castello qualche acqua sorgiva, in luogo del pozzo si trova una vasca che riceve zampilli dalla colonna che le sorge nel mezzo o pioggia abbondante di stille da un albero fronzuto di naturale grandezza, tutto ferro operato dalle radici alle foglie ed ai frutti. Sotto il portico, rasente il pieno muro, corre una lunga fila di panche fisse colla spalliera vagamente intagliata. E tra il sommo della spalliera e la vôlta, alcune pitture a fresco narrano a episodi la vita del castello e del borgo. Una ci mostra il corpo di guardia: nel fondo sta la rastrelliera cui pendono le armi, nel mezzo i soldati seduti al desco bevono, uno briaco fradicio dorme, altri giocano, due si accapigliano, e ad un capo della tavola una donna mostra all'amante la scena disgustosa per svogliarlo dalla intemperanza. Poi viene la bottega del beccaio, poi il mercato delle frutta e degli erbaggi, poi il sarto, poi lo speziale. Scene popolari e borghesi, tutte movimento, ispirate certo alla vista delle cose reali, testimonio preziosissimo delle costumanze locali, perchè la ingenuità della fattura, e una certa rozzezza artistica, attestano che il pittore ancora non conobbe l'arte nuova, che non attinse a maestri, ma s'industriò alla meglio di rappresentare le cose che gli stavano intorno. Nel corpo della casa opposto all'entrata, od in quello che apre esternamente sui luoghi meno belli, meno soleggiati e meno in vista, stanno le cucine, le dispense, il tinello e gli altri locali dati al servizio, al bucato, e via dicendo. A seconda della maggiore o minor mole del castello e della sua giacitura, si trovano pure a pian terreno una o più camere fornite, ad uso di ospizio per i viandanti. Certe volte, queste camere, stanno in qualche fabbrica staccata e vicina, colle scuderie, i canili, le stalle ed il fienile. La cucina ha nella vita signoresca di quel tempo una importanza grandissima quale noi a stento possiamo concepire, anche quando confrontiamo alle modiche nostre le formidabili mangiate di quei nostri maggiori. La Castellana pur sapendo di greco e di latino (caso, più raro assai, a mio giudizio, di quanto sia stato detto e di quanto si creda), scende ogni giorno alla cucina, bada direttamente alla spesa, e ne registra i conti in apposito libretto, combina col cuoco, o più comunemente colla cuoca, la lista del desinare, misura il vino alla servitù, vigila alla nettezza dei rami e delle stoviglie. Tutti i rami portano impressa l'arme della famiglia, come pure le brocche, le mezzine, i gotti, ed i piatti di stagno, e belle armi scolpite mostrano i monumentali mortai. – La cucina ha due immensi camini: uno raccoglie sotto le ali della cappa i fornelli, l'altro, il maggiore che ospiterebbe al coperto tutto quanto il servitorame, ha in un fianco, sotto la cappa, il forno, e dal lato opposto, aperto nel muro del fondo, il passa vivande, che guarda nella sala da pranzo. Questa la conosciamo: gli scrittori di storia, i novellieri, i diplomatici ed i poeti, ce ne hanno lasciato diligenti e riconoscenti descrizioni. D'altra parte il suo arredamento non ha quella stabilità che si incontra in ogni altro membro della casa, e a norma delle circostanze e degli ospiti, variano le tappezzerie, variano i mobili e variano sopratutto le argenterie ed il vasellame di cui, nelle occasioni solenni, il sire del Castello fa grande e non sincera mostra, togliendone a prestito da qualche vicino o parente. Qui sopratutto da Principe a Castellano ci corre. Il Principe del Rinascimento, venuto in subitanea ed impensata grandezza, ama lo sfarzo degli apparati per naturale inclinazione artistica e per accorgimento politico. Egli sa che tanto più può quanto più è creduto potere, e del potere è visibile indizio la magnificenza. Inoltre, salito all'altissimo grado per virtù d'ingegno, egli pregia tutte le manifestazioni dell'ingegno umano, e gli ingegni stessi, onde si circonda di poeti e di artisti, ne stimola con danari ed onori l'attività, traendo dalla loro dimestichezza e dalle opere loro, come osserva il Burckardt, una nuova legittimità alla sua illegittima potenza. Il Castellano, nobile di antica data, ha bensì ambizioni grandi, ma deve fare i conti colle rendite che il potere sovrano gli va continuamente assottigliando. Nè in tempi di così instabili signorie, e nella rapida decadenza degli ordinamenti feudali, egli osa fare vistosa mostra di ricchezze; onde, dei nuovi agi e delle nuove eleganze, ama piuttosto fruire in famiglia che procacciare agli ospiti il godimento. Perciò troveremo più ornate e ricche le camere di sopra, destinate al dormire e all'abitare, che la sala da pranzo e quella antica sala baronale che ancora occupa al piano terreno il maggiore spazio, ma che sia ostentazione di austerità, sia religione degli avi o sia piuttosto il trovarcisi a disagio, il padrone lascia, per lo più, nuda, fredda e solenne quale l'ebbe dai padri. Due scale mettono ai piani superiori della casa. Una, stretta, oscura e rotta da frequenti ripiani, è destinata al disbrigo delle faccende domestiche, l'altra spaziosa e chiara è riservata ai signori. Questa, o sale visibilmente dal cortile coperta di un tettuccio posato su pilastrini o colonnini, o si svolge in branche regolari con scalini larghissimi e di poco rilievo. Nell'Alta Italia non erano infrequenti le scale a chiocciola. Il Castello d'Issogne in Valle d'Aosta ce ne mostra una veramente bella e degna di studio. Ogni gradino s'impernia dall'uno dei capi in una colonna di granito sottilissima, e di là allarga a ventaglio il suo piano finchè infigge nel muro l'altro capo, più largo di un braccio. Rigirata sopra sè stessa, descrivendo un circolo che misura oltre quattro metri di diametro, quella scala, che pare empire colla sua elica enorme il cavo di una torre, ascende misteriosa, nascondendo, a chi sale, la persona che lo preceda di pochi gradini, ed ingrossando il suono di ogni passo e diffondendolo in quel vento continuo che rendono le spire di una conchiglia. La sera essa vi dà quella sottile inquietudine imaginosa, così piacevole agli adulti. Ogni passo ed ogni voce svegliano mille echi di passi e di voci che sembrano turbinare nel vano e salire e smarrirsi poi via per i solai tenebrosi. Vi scattano rumori secchi come il battere di un acciarino, spenti nell'attimo come la scintilla che ne lampeggia, vi corrono fruscii morbidi come di vesti che sfiorino la terra e rapidi come di persona snella che si rimpiatti. Se altri vi preceda colla lucerna, le muraglie, più che una luce, riflettono una bianchezza incerta simile a quella che irradiata dalle lampade degli altari fa più nera l'oscurità delle navate. Le camere del primo piano, sono chiare e spaziose; i mobili pochi, ma ognuno di essi ha singolari pregi artistici. Gli intagli assottigliano il legno e gli danno la vaghezza e la leggerezza di un ricamo, senza scemarne punto la solidità. All'opposto di quanto segue oggidì, i meglio ornati non sono i mobili di pretto lusso, ma gli usuali, come i grandi stipi addossati al muro, le credenze, il seggiolone o cattedra che fiancheggia il letto, la cui spalliera, imperniata al telaio, può all'occorrenza scendere, e posando sui bracciuoli formare una tavola. Ai piedi del letto sta il cassone, o la cassapanca, ornata di intagli a fiori o figure, e con delicati fregi di ferro, alle maniglie ed alla serratura, quella cassapanca che fu argomento di tante argute ed inverosimili storie ai novellieri, nella quale le donne riponevano le vesti più sfarzose, poichè ancora non usava, o poco, di appenderle negli armadi. Il letto a colonnini, è coperto e fasciato di ricchissime cortine. Quando il signore conduceva la sposa al castello, la camera nuziale era tutta apparata a nuovo. Le altre camere della casa erano depredate per raccoglierne in quella tutti gli agi e le ricchezze. Si ponevano sul letto fin quattro materassi di bambagia, le lenzuola erano di tela, sottilissime, tutte trapunte di seta e d'oro, che doveva far ribrezzo a toccarle. Le coperte, di raso rosso, azzurro, cremisino, mostravano ricami di fili d'oro con le frangie d'ognintorno. Le cortine erano a liste alternate di velluto e damasco e tocca. Quattro origlieri lavorati maravigliosamente a ricami e trine aspettavano le nobili teste. Alle pareti, arazzi istoriati o vaghe stoffe sottili, a ghirlande di fiori. Nel mezzo sulla tavola un tappeto alessandrino, ed un tappeto, alessandrino pure, sul palco che reggeva il letto. E intorno i forzieri recati in dote dalla sposa, pieni di gemme, di monili, di stoffe preziose e di merletti. Ma tale fasto durava quanto la intima convivenza dei coniugi, i quali, a breve andare, si riducevano entrambi in meno ricchi appartamenti, e spartivano fra di essi ed in seguito colla figliolanza le quattro materasse, che erano spesso le sole della casa, e delle quali più d'una volta i figlioli maschi ignoravano, finchè non menassero moglie, le tepide mollezze. Perchè, il lusso era grande, ma non pari al lusso le comodità, o, quanto meno, non le minute comodità, che tanto pregiamo ai giorni nostri. Avevano, onde è a credere che pregiassero sopratutto le comodità di spazio, e grande e nuovissima a quei tempi, ricchezza di luce e di aria. Nei secoli precedenti, il castello era più ordinato a fortezza che a dimora, onde apriva non sulla campagna, ma sugli spazi compresi fra le varie cinte, strette e basse finestre. Ora ogni camera guardava intorno, oltre i recenti ruderi delle cinte, i campi ed il cielo e lasciava entrare per le ampie e frequenti finestre, i raggi, i profumi, i suoni che manda la natura. E quelle finestre, dalla profonda strombatura, dovevano essere la dimora consueta delle donne a giudicarne dai sedili a muro che le fiancheggiano e che solevano ricoprire di morbidi cuscini. Di là le castellane aspettavano il marito od i figliuoli reduci dalle caccie, non dalle caccie festose e squillanti, raro e costoso sollazzo dato ai rari ospiti e delle quali esse pure erano parte, ma dalle caccie quotidiane, rude esercizio di forza e di astuzia, consueta e quasi unica educazione che i padri davano ai figli. Di là anche, le giovani donne ammonivano il damo che s'aggirava cauteloso nei pressi del castello, e con segnali convenuti gli davano la posta. Se non che, a scapito della poesia romantica, ed a gioia grande del demonio, esse solevano pur troppo concedere e richiedere amore, a gente dimorante, per uffici che vi tenessero, nel castello, e la distribuzione degli appartamenti aiutava i raggiri infernali perchè le camere delle donne stavano tutte dall'un lato del castello e quelle degli uomini dall'altro. La famiglia del signore teneva il primo piano della casa. Il secondo era destinato agli ospiti. Ciò dico, dei castelli, non delle abitazioni signorili della città, nelle quali erano di solito serbate pei forestieri molte camere al piano terreno. * La mattina, all'alba, il cortile è pieno del vario popolo dei servi e dei valletti. Gli uni portano le provvigioni alle cucine, e gli altri forbiscono le armi od i fornimenti per le cavalcature, gli scozzoni strigliano i cavalli, il maggiordomo, sotto il portico, misura, pesa e registra il latte, le farine, le ova ed il pollame che i villani arrecano dalle prossime cascine. Nel secolo XIV ancora squillava, al levare del sole, il corno della torre maggiore. Ora quell'uso guerresco è dimesso. Il signore s'alza per tempo, poichè andò la sera innanzi per tempo, al riposo. Quando gli tocca levarsi ad ore insolite, egli ricorre allo svegliarino, che chiamavano allora oriolo col destatoio, del quale, verso la fine del secolo XV, già l'uso era quasi comune. V'erano anzi orioli di così sottile congegno, che all'ora voluta, non solamente risonavano stridendo, ma battevano l'acciarino ed accendevano la candela. Appena desto, il Castellano scendeva alle stufe, pel bagno, bella usanza dovuta alle Crociate e che si andò perdendo di poi, e fu ripresa che non è molto; indi attendeva a vestirsi coll'aiuto del domestico che si era tutta la notte giaciuto sul tettuccio accanto al letto padronale. Di dormir solo in camera non si attentava nessuno. All'ospite era squisita cortesia, offrire il Castellano un posto nel suo proprio letto. E sempre o una dama, o una vecchia fante, dormiva o nel lettuccio accanto o nel letto istesso della Castellana. Di questa singolare, e a giudizio dei nostri tempi, fastidiosissima usanza, sono piene le novelle. E poichè, bisogna pur dire ogni cosa, la domestica non si rimoveva di camera, nemmeno quando il rimanervi la riduceva a terzo incomodo; se non che i signori, quasi non avendola in conto di creatura umana, nulla curavano di lei. Com'era vestito, messer Castellano faceva le prime devozioni prostrato all'inginocchiatoio, e la Castellana nel piccolo oratorio adiacente alla sua camera. Bello e raccolto luogo di preghiera, colla vôlta azzurra a crociere dorate e tutto stellato il cielo e colle pareti dipinte a figure preganti inginocchiate fra l'erbe ed i fiori di un prato. Spesso quelle devote imagini raffiguravano la Castellana ed il signore, riconoscibili all'arme di famiglia che portano sulle vesti, e in fondo al prato sorgeva l'imagine del castello, dalle cui torri ascendeva fra nimbi al cielo un volo di angeli e di santi. Poi tutta la famiglia si raccoglieva ad ascoltare la messa ed a comunicare nella ricca e fastosa cappella, servita da un cappellano che risiedeva in castello, dopo di che Madonna dava una prima capata alle cucine, Messere alle scuderie o alla sala dell'armi dove attendeva ad armeggiare coi figlioli o cogli ospiti o cogli scudieri, e le figliole girellavano nel giardino cogliendo fiori e dedicandoli intenzionalmente a lontani od a prossimi sospiranti. Quando la casa non aveva ospiti, i giorni del bucato, la signora e le figliuole non disdegnavano scendere nell'orto a sciorinarvi i panni, e nemmeno sdegnavano portarveli stillanti nelle ceste a ciò destinate, o se non era l'orto era qualche alta terrazza vicina al tetto. Altro ufficio della Castellana e delle figliuole, è la cura delle tappezzerie e degli arazzi, che si tengono piegati su appositi scaffali nella stanza chiamata per l'appunto: la guardaroba delle tappezzerie, è collocata di solito all'ultimo piano il più asciutto della casa ed il meno polveroso. Le fanti vi passano intere giornate a spiegare, battere, rimendare e ripiegare i preziosi paramenti, ma tale è il loro valore ed in tale pregio sono tenuti, che per lo più vi attende direttamente la padrona. Ben inteso, che a queste piccole cure le Castellane non andavano vestite di broccato, di raso o di tocca, quali ce le soliamo raffigurare. Simili vesti passavano per eredità dalla madre alla figliuola, onde è a credere che non le portassero se non nelle grandi occasioni. In casa, anzi, il vestire era dimesso, forti panni paesani a colori oscuri, biancheria grossa ed ahimè mutata di rado, ed ai piedi certe grosse pantofole di panno. Del signore poi non parliamo che tra le armi, la caccia, le scuderie e le visite ai poderi, Dio sa come si trovasse conciato la sera. Alle dieci della mattina uno squillo di corno annunzia il desinare. Anche nei giorni ordinari, sono molti e grossi piatti: carni di bue, di cinghiale, di capriolo, di montone, galline, fagiani, e via dicendo, condite e fatte piccanti da salse formidabili, tutte aromi e pizzicori mordenti, pepe, gorofano, cannella, ginepro, ambra, belzoino, noce moscata, anice ed altre nostrane ed orientali delizie, sulle quali primeggiavano pur troppo l'aglio e la cipolla. Tale copia, scelta, e condimento di vivande, sono fatte apposta per stimolare la sete cui provvedono le ben fornite cantine che non più contente del prodotto paesano, già accolgono una ricca varietà di vini italiani e forestieri cotti e crudi. Cocevano per conservarlo più a lungo, il vin greco di malvasia, venuto di Candia, che solevano condire con aromi. Fra gli italiani era famoso un certo vino di Piacenza che nessuno più conosce, se pure non proveniva dai colli di Voghera e di Stradella, e del quale facevano grande incetta anche le cantine francesi. Erano gustati assai i vini di Toscana e di Sicilia, e fra i piemontesi il Nebiolo ed il Caluso. Ma a leggere i novellieri, non pare che presso di noi le copiose e robuste bevute degenerassero o era caso raro, in quelle brutali cotte di che menavano vanto i signori di Francia e di Allemagna. I novellieri italiani parlano raramente di gente briaca, nè si sarebbero astenuti dal farlo, quando ne avessero trovato frequente argomento nella vita del tempo loro. La tovaglia della tavola usava larghissima e pendente quasi fino a terra perchè i lembi cadenti facevano l'ufficio del tovagliolo che ancora non costumava, ed a quelli si forbivano i commensali. Sempre al cominciare e al finire del pranzo era data l'acqua alle mani. Acque profumate, di solito alla rosa; e di profumi facevano poi grande abuso in ogni momento della giornata. Innanzi di portare in tavola un piatto, la sospettosa vigilanza dei Castellani voleva che se ne facessero palesi assaggi, paurosi come essi erano di veleno, e usavano pure tenere sulla tavola specifici ed amuleti contro l'azione dei veleni. Il Cibrario scrive, che nell'inventario delle gioie di Carlo I duca di Savoia (l'anno 1480) è registrata: “une espreuve plaine de langues de serpans pour tenir sur la table pour eviter le venyn„ ed aggiunge che forse era destinata allo stesso ufficio, o ad ogni modo, era tenuta in conto di amuleto, una “pierre, noire crapaudine, garnie a une chainette d'or„, compresa nello stesso inventario. Dopo il pranzo che era protratto quanto più lungamente si poteva, il signore faceva quella siesta, che fu bazza per i novellieri. I fanciulli, dopo alcun tempo dato ad esercizi fisici, riparavano poi col pedagogo nella libreria (dove erano, caso raro, librerie), o nella stanza data agli studii. Si trovano ancora in parecchi castelli certe stanzette, all'ultimo piano, recanti sui muri, segnate in rosso, le figure elementari della geometria con scritture che datano certamente dal secolo XV. La Castellana e le figliuole riparavano nelle camere loro, ed attendevano, nella speranza di qualche visita, ad adornarsi. O forse in quell'ora le giovinette aggirandosi in ozio per la casa confidavano alle nude muraglie della scala e dei corritoi, i segreti movimenti del loro cuore, incidendovi motti, date, pensieri e sentenze amorose. O andavano rintracciando e rileggendo le sentenze scrittevi da altri che erano come lettere al loro recapito. Il Castello d'Issogne serba molte di tali scritte che ci danno a conoscere il nome, ed in certa misura l'animo degli ospiti che vi dimorarono. Vi fu ospite un tale Escobar che segnò sulle pareti il proprio motto: Selon le pouvoir, colla firma e la data. Vi passarono pure un tedesco, Wolf. Sckonfletter, ed un francese, De Vateuil, il quale fa precedere al proprio nome queste parole sibilline: Non sans cause. Un messere P. Gran scrive: In Omnes et ad omnia fidus, e lo stesso Escobar di pocanzi tornatoci una seconda volta: No piedo mas fortuna, più non cerco fortuna, onde è a credere che l'avesse trovata, o che si fosse rassegnato a disperarne per sempre. E ancora l'Escobar sentenzia: Palabras de piuma lo viento le lieva. Poi vengono gli anonimi: Qualis homo talia opera. A mala fama caveas. Sic vive ut postea vivas. Ed i consigli igienici: Carolus ægrotus faciunt ieunia morbum, Ut recte valeas, Carole sume cibum. Un altro tedesco apre l'animo con due versi così ingenui e sinceri che muovono a pietà. Per non mostrar el mio dolore Talvolta rido che crepe el cuore.     Thoma Druenwald. von Nuremberg. Durante un periodo di tre anni, a giudicarne dalle date, si direbbe che sia passato nella valle e sul castello un vento caldo, tutto impregnato di olezzi stimolanti; un vento snervatore e tentatore, soffiato dal demonio per scombuiare l'animo delle castellane. Sui muri, abbondano sentenze d'amore ripetute a sazietà, scritte sempre dalla stessa mano, mano femminile, mano padronale e signoresca, poichè ebbe agio di confidare a tutte le stanze del castello la piena dell'animo. Quella che s'incontra più spesso dice: Omnia vincit amor, l'amore vince ogni cosa, sentenza che colma le distanze gerarchiche, ed afferma la assoluta sovranità del piccolo Dio. Un'altra dice: Non est amor imo dolor, mulieris amor. Non è amore, ma dolore, l'amore della donna. Dolore, è a credere, di virtù resistente; se non che la resistenza poco dura e l'amore finisce veramente per vincere ogni cosa, poichè l'anno appresso, la stessa mano scrive: Vivamus et amemus, grido di gioia spensierata, allegro ritornello di una canzone forse malinconica. Infatti, in poco d'ora, l'idillio si chiude in elegia e l'angoscia esce in lamenti in ogni parte della casa, colle scritte: In me turbatum est cor meum, in me turbato è il mio cuore, e: Meror et dolor venerunt super me: il pianto ed il dolore vennero sopra di me, le quali si incontrano in ogni dove, sulla scala, negli anditi, nelle camere delle donne. * Riprendiamo la nostra giornata. Quando capitavano visite, o v'erano ospiti in casa, verso le due, tutti convenivano o nel giardino o nel parlatoio, e là si trattenevano confettando e bevendo. A questa specie di lunch erano rosoli, marmellate, bocche di dama, pasticci, uccelletti arrosto, e le migliori frutta della stagione. La Castellana apprestava canzonieri scelti ed ogni sorta di lodevoli istrumenti, ed erano musiche e canti di madrigali fino all'ora della cena, che batteva tra le quattro e le cinque pomeridiane, ed era il maggior pasto della giornata. Delle caccie, delle cavalcate, e di altri fastosi e festosi sollazzi non parlo, perchè, come ho detto in principio, essi meno appartengono alla vita privata che alla pubblica, e perchè troppo già furono e maestrevolmente descritti, e d'altra parte richiederebbero troppo lungo discorso. Basti dire, che verso la fine del secolo troviamo le prime carrozze o carrette come le chiama il Bandello, ma erano poche, e non usavano che nelle città. Non avevano molle, ma portavano fregi ricchissimi e dorature, ed erano ricoperte di stoffe maravigliose. Le tiravano, a seconda dei casi, due, quattro, sei, otto cavalli, dei quali i più pregiati erano i Frisoni ed i Corsieri del Regno di Napoli. Molti e vari erano i giuochi da tavola, il trictrac, gli scacchi, i dadi, le carte, che servivano al Picchetto ed all'Homo, un giuoco portato di Spagna, ed i tarocchi, che non furono già come si volle inventati a svago dal re Carlo VI di Francia, ma vennero d'Oriente, a segno che un moderno dottissimo ma fantasioso negromante, l'Eliphas Levi, ravvisa nelle figure del pazzo, del carro, della giustizia, della morte, del mondo, delle stelle, e via dicendo, i segni cabalistici del libro di Salomone. Ma di tali giuochi, eredità del fosco Medio Evo, e delizia poi della grossa nobiltà dei secoli XVII e XVIII poco si diletta il nostro castellano. Egli preferisce il pallone, o la più domestica partita alle boccie in cortile o sul prato, cogli scudieri, col cappellano o col pedagogo. Già non è a credere che quelle menti non provassero quel continuo bisogno di attività e di applicazione, che agita le nostre. A furia di voler noi ammazzare il tempo, il tempo si vendica e ci ammazza: quelli lo lasciavano vivere, e si ristoravano delle cercate fatiche fisiche, abbandonandosi ad una specie di assopimento intellettuale. Agitate e pronte erano le menti nelle città e quelle dei fortissimi avventurieri che in quel secolo e nel seguente disfecero e crearono stati; ma se da essi procede e di essi parla la storia, non se ne deve indurre che gli animi in generale e gli ingegni dei signori somigliassero ai loro. Essi diedero la scalata alle signorie, poichè ne ebbero abbassato il prestigio, e la dappocaggine dei molti fu appunto argomento e giustificazione al prevalere dei pochi. Io per me credo, che in tale dappocaggine sia da cercare la ragione dei corrottissimi costumi femminili di quel tempo. Dalla decadenza romana a noi non s'incontra altro periodo di così largo rilassamento morale. Nè la religione poteva oramai fare argine allo sfrenarsi delle passioni. Al tempo del carnevale, era lecito ai religiosi di rallegrarsi, onde i frati tra loro recitavano commedie, e di qual fatta!, e suonavano e cantavano ballando, e alle monache non si disdiceva, quei giorni, vestirsi da uomini, colle berrette di velluto in testa, colle calze chiuse in gamba e colla spada al fianco. È davvero inconcepibile come in mezzo a tanto rinnovamento di studi e gentilezza di coltura le donne parlassero lo sboccato linguaggio che loro attribuiscono gli autori di commedie e i novellieri. Il Boccaccio è di gran lunga più riguardoso. Nelle Cene del Lasca, troviamo narrata da una donna, Amaranta, e con minutissimi particolari, la sconcia beffa fatta da un giovine ricco e nobile al suo pedagogo, ed essa è tale che nessuno artifizio di stile potrebbe farmi lecito di raccontare. E quella del Lasca a sentirlo era compagnia che sapeva di greco e di latino. Dicono: erano più sinceri di noi. Ma, astrazion fatta della morale, la verecondia è più una grazia che una virtù, ed è grazia sopratutto di gente colta. Nè Virgilio, nè Orazio, nè Catullo, nè Ovidio, nè lo stesso Giovenale, potevano apprendere a quelle dame ed a quei cavalieri somiglianti modi, onde è lecito sospettare che la vantata coltura fosse meno diffusa di quanto si crede, sicchè la gentilezza dei pochi nulla potesse contro la rozzezza dell'universale. Ed è certo poi che fra i meno colti, era il mio signor Castellano. Il quale, venuta la sera, si riduceva accanto al fuoco, in sonnacchioso silenzio, e le donne fatte alcune lente danze al dubbio chiarore delle fumose lucerne, prima novellavano alquanto fra di loro, indi infilavano in cerchio pater noster ed ave Marie, ed il cappellano dava loro lo spunto. Poi i valletti mescevano al signore il vino del sonno, e Madonna e Messere ognuno dalla sua ed in diversa e servile compagnia andavano a letto. E a me non rimane che augurare tranquille notti a quei morti, e gioconde giornate a questi vivi. LA VITA PRIVATA DEI FIORENTINI DI GUIDO BIAGI Signore e Signori, Quale fosse la Firenze del Tre e del Quattrocento non è facile immaginare. A riguardarla dall'alto, da uno di quei colli che le fanno ridente corona e oggi son per lei mutati in altrettanti giardini, mentre forse allora nereggiavano d'alberi folti, di macchie e di scopeti, appariva come una bruna massa di torri merlate, cinta di mura e di baluardi. I pubblici edifizi che noi ammiriamo, le aeree cupole delle chiese, i campanili, nella cui voce è il palpito della vita d'un popolo, non ancora drizzavansi tutti nel fondo azzurro del cielo, come le antenne poderose d'una nave a più alberi. La terza cerchia, quella istessa che noi vedemmo abbattere, non era interamente compiuta, e l'Arno faceva il suo gorgo dove è ora la Piazza di Santa Croce, sboccando tra il Ponte a Rubaconte e il Castel d'Altafronte. Questo a' primi del Trecento, quando la piccola chiesa di Santa Reparata durava tuttavia e di Santa Maria del Fiore era ignoto il nome; e nel luogo dove sorse la Loggia d'Orsammichele tenevasi il mercato delle granaglie, e il campanile cominciato da Giotto e che da lui prese il nome, non era ancor stato condotto fino alle ultime finestre da Francesco Talenti: soltanto di sulla torre del Palazzo dei Priori, già la grande campana del Popolo, “la Vacca„, mugliava, facendo in alto echeggiare il dolce suono della libertà[1 - Del Lungo, Dino Compagni, II, 464.]. Le miniature del Biadajuolo, raffresco del Bigallo, appena ci danno un'idea della Firenze di quegli anni. Sono rappresentazioni fantastiche, dove la prospettiva è ancora ignota, e i tetti di color rosso vivo staccan di tono dalla selva delle torri che s'intrecciano e si accavallano. La tavola di Domenico di Michelino, che si vede in Duomo, vorrebbe mostrarvi la Firenze di Dante, la cui figura spicca nel mezzo del quadro; ma anche cotesta è una Firenze immaginaria, quanto il Purgatorio e l'Inferno che l'artefice le ha dipinti da presso. Una veduta della città, ma assai più recente, troviamo nella tavola che il Botticelli compose per Matteo Palmieri; una tavola, il cui soggetto tolto dal poema di lui la Città di vita, parve quasi ereticale; perchè il pittore, dipingendo la Vergine Assunta nella gloria del cielo, circondata dalle più sublimi visioni dell'idealità femminile, creò schiere di angelesse così formose, da far giustamente temere per i futuri amori degli angeli. Ma il paesaggio che serve di sfondo alla meravigliosa composizione, sfuma nella lontananza e nell'ombra d'un crepuscolo dorato, e al desiderio nostro non giova. Il quale potrà soltanto appagarsi più tardi, quando nelle Cronache di Norimberga scorgeremo una pianta della città quale era alla fine del Quattrocento. Ma a rappresentarci Firenze dal Trecento a' più gloriosi giorni del Rinascimento, quando i tesori raccolti in tutto il mondo da' suoi mercatanti versò nella creazione di monumenti immortali, proseguendo le tradizioni delle arti inaugurate per mano di Arnolfo, di Giotto e dell'Orgagna[2 - Del Lungo, I, 6.]; a rappresentarci lo scenario e la scena ch'io vorrei popolarvi con le figure d'artieri, di mercanti, di donne, di chierici, di trecche, di poeti, di novellatori, d'uomini d'arme, di forosette, di villani, di donzelli, di cavalieri, che mi s'affollano nella lanterna magica del cervello e che vorrei potervi dipingere in questo quadro della vita privata; a darvi un'idea viva se non compiuta, a darvi come una visione della storia del nostro popolo, che dalla rozzezza antica si condusse ai raffinamenti della Rinascenza, non basterebbe tutta l'opera d'un artista che fosse insieme storico, archeologo e poeta; non basterebbe – Dio ci liberi! – un corso intero di conferenze ideali, fatte con la parola e illustrate con il pennello. Ma finchè la donna, che ne è maestra, non abbia reso obbligatorio l'insegnamento per gli occhi dovremo contentarci di saggiare appena un così gustoso argomento, scegliendo nei vecchi libri di ricordanze, nelle cronache domestiche, nei carteggi, nei novellieri e nei poeti qualche particolare men noto, qualche aneddoto, qualche notizia che ci sembri meglio opportuna, per cogliervi alcun aspetto della vita in quegli anni, così remoti anche dalle nostre immaginazioni. I Accanto ai massicci palagi di pietra, sicuri come fortezze, su cui si levavan fiere le torri merlate; nelle vie strette e tortuose dove la grand'ombra di quelle moli incombeva triste e paurosa, sorgevano le casette piccole e basse, con il tetto coperto di paglia, con le impannate alle finestre, con le grosse imposte di legno, sempre esposte ai pericoli del fuoco; onde Paolo di Ser Pace da Certaldo consigliava tener sempre pronte “dodici saccha grandi buone per sgombrare quando fuoco fosse ne la vicinanza tua o presso a te o a casa tua„ e uno “canape che sia lungo dal tetto in terra per poterti calare da ogni finestra„[3 - Paolo di Ser Pace da Certaldo. – Ms. Riccard. 1383, § 18.]. Le vie, piene di polvere, eran spazzate dall'acqua che correva come un fiumicello[4 - Sacchetti, n. 17.] dentro e fuori il rigagnolo, dove s'ingrufolavano, scrive il Sacchetti, quegli animali che sant'Antonio avea in i protezione, ed entravan poi nelle case altrui a portarvi il disordine e lo scompiglio[5 - Sacchetti, n. 110]. Nè quelle case erano un modello di pulizia: si spazzavano una sola volta la settimana, il sabato, e negli altri giorni le immondezze si cacciavano sotto il letto, dove era d'ogni cosa un poco: bucce di frutta, torsoli, ossa, pelli scorticate, polli vivi, oche gracchianti e abbondanza di ragnateli. Erano modeste dimore di gente che si contentava del poco e più che ai conforti e godimenti della vita badava ai guadagni: gente antica, se di buona stirpe, che passava la vita uccellando e cacciando piuttosto in contado, nelle proprie tenute, che in città; gente nuova che nelle arti e nella mercatanzia cercava far la roba. L'avolo di Messer Lapo da Castiglionchio, che avea sua abitazione in sulla porta di Messer Riccardo da Quona, là dalle Colonnine, usava far serrare la porta della città a una vecchia serva, buona e lealissima, che glie ne riponeva le chiavi nella sua camera[6 - Lapo da Castiglionchio.]. Firenze intanto cresceva man mano che aumentava la proprietà de' cittadini. Le vecchie case di legno o coi tetti di paglia eran spesso distrutte dal fuoco. Tutta la città si commoveva e tutta la gente, ad ogni incendio che divampasse, era sotto l'arme e in gran guardia[7 - Villani, X, 208.]. Anche la Signoria, per abbattere con minor spesa le case dei condannati, usava darle alle fiamme e poi pagare i danni degl'incendi che si propagavano[8 - Perrens, Histoire de Florence, III, 408.]. E come incendi avvampavano le passioni: le vendette, le risse, le turbolenze tingevan di sangue le vie; e le paci tra gli avversi consorti si celebravano con feste e conviti. Il Comune “fiero e in caldo e signoria„ raddoppiava le forze; e debellati i nemici esterni, “i mercanti della città vincitrice guidavano, nuova maniera di trionfo, i loro muli, carichi de' panni di Calimala e delle seterie di Por Santa Maria, attraverso a' monti e a' piani poc'anzi battuti dalle cavalcate e da' soldati de' loro eserciti; portavano l'oro e l'ingegno fiorentino nelle città, sotto alle cui mura avevano ondeggiato, fra le armi, le libere insegne di questo popolo grande„[9 - Del Lungo, I, 96.]. II Mercato vecchio era il cuor di Firenze; e pareva allora la più bella piazza del mondo[10 - Pucci, Le proprietà di Mercato Vecchio.]. Chi ne legga le lodi nel capitolo di Antonio Pucci, chi ne cerchi i fatti di cronaca quotidiana nelle novelle di Franco Sacchetti, può avere un'imagine di quella vita cittadina che si contentava di così piccola scena. Quello, il vero emporio d'ogni commercio, il ritrovo de' bottegai, de' commercianti, degli oziosi, de' giuocatori, de' villani, de' medici, degli speziali, de' malandrini, delle fantesche, de' gentiluomini, de' poveri, delle trecche, dei rivenduglioli, delle brigate allegre e spendereccie. Quivi robe d'ogni genere e sorte: le carni fresche, le frutta, i formaggi, i camangiari, l'uccellame, i pannilini, la cacciagione, i fiori, le stoviglie, le botti, la mobilia usata. I monelli, anche allora terribili, vi stanno come in casa loro: i grossi topi vi fan carnevale; la gente vi trae da ogni parte. Ogni giorno si leva qualche romore: un cavallaccio s'imbizzarrisce per una ronzina, e tutti gridando accorr'uomo, la Piazza de' Signori s'empie di fuggiaschi, serrasi il Palagio, armasi la famiglia, anche quella del Capitano e dell'Esecutore, e questi per la paura nascondesi sotto il letto, e, quetato il tumulto, n'esce fuori coperto di ragnateli; due muli beccati da un corvo cominciano a tempestare; saltan sui deschi, si serrano le botteghe e nasce grande contesa fra i lanaiuoli e i beccai per i danni fatti da quelle bestie furiose. Ma talvolta accadono anche serie questioni: i barattieri, tenitori di giuoco, vengono alle mani: E vedesi chi perde con gran soffi Bestemmiar, con la mano alla mascella E ricevere e dar di molti ingoffi. Ed allor vi si fa con le coltella, Ed uccide l'un l'altro, e tutta quanta Si turba allora quella piazza bella. Si rinnova la scena raffigurata in un affresco del monastero di Lecceto, vicino a Siena. I tre dadi caddero sulla tavola in modo che un de' giuocatori è perdente. Egli sorge in piedi, esacerbato da quel colpo dell'avversa fortuna, e afferra il vincitore per la gola, stendendo il braccio. E l'altro, fattosi pallido per l'ira e lo spavento, si cerca indosso l'arme vendicatrice. La bestemmia prorompe sui labbri de' contendenti; le grida degli astanti, delle donne, de' fanciulli echeggian paurose: “Accorr'uomo, accorr'uomo!„ – La folla indietreggia sbigottita, e quando l'Esecutore arriva – sempre tardo – co' suoi famigli, la vittima è a terra, distesa in un lago di sangue. III Questi i drammi, i “fatti diversi„ d'allora, che turbavano la pace della semplice vita di quei nostri bisavoli. Perchè, la novella borghese, che tenea l'ufficio delle odierne gazzette, rare volte ci narra queste scene crudeli. Piuttosto si piace di raccontarci le beffe, le burle, onde allegravasi il popolo motteggevole; perenne argomento di queti ragionari, al canto del fuoco, presso gli alari dei grandi camini, sotto la cui cappa annerita raccoglievansi le famiglie, prima che sonasse l'ora di spegnere i lumi, quando chi andava a letto “il sezzaio[11 - Paolo di Ser Pace da Certaldo, § 23.] erasi accertato fossero ben turate le botti„ e “l'uscio e le finestre serrate„. Non parea vero di ridere, di scordare le paure dell'oltremondano, onde gli spiriti erano stati depressi: e già l'incredulità de' nuovi tempi cominciava a metter fuori le corna, burlandosi de' cherici, e un tantino de' miracoli e di molte altre imposture. I motteggiatori, i burlevoli, che d'altrui si prendevan sollazzo e cercavano gabbare il prossimo e il mondo, si dicevano “nuovi uomini„ e “nuove cose„ le loro malizie. I deschi e le botteghe di Mercato Vecchio, i fondachi di Calimala, le loggie che sorgevano allora presso i palagi, dove la gente stava sui banchi a conversare, echeggiavano di fresche risate argentine; cui rispondevano i crocchi femminili, bisbiglianti sulle porte di casa. Gli artisti, o come li chiamavan gli artefici, erano i più sottili architettori di coteste burle ingegnose, immaginate fra una pennellata e un colpo di stecca. E ne durò la memoria molti anni, tanto che il Vasari parecchie ne raccolse nelle sue Vite, di quelle che i novellieri non avevan consegnate alle lor cronache cittadine. “Sempre fu che tra' dipintori si son trovati di nuovi uomeni„[12 - Sacchetti, n. 161.] scrive il Sacchetti; e Bonamico Buffalmacco immortalato nel Decameron, e Bartolo Gioggi, e Bruno di Giovanni, e Filippo di Ser Brunellesco e Paolo Uccello e Donatello, ci fan tornare a mente le burle fatte a Calandrino, al Grasso legnaiuolo, e a tanti altri che furon vittime di così spietati begliumori[13 - Capricci e anneddoti di artisti, descritti da Giorgio Vasari. Firenze, Barbèra, 1878, in-64.]. Ma la voglia matta di ridere e sollazzarsi, s'appiccicava anche alla gente più grave; e dalle botteghe degli artefici entrava in quelle degli speziali, e attaccavasi a' medici, a' giudici, a' procuratori, e saliva in Palagio a rallegrare i Priori della malinconia di star chiusi, lontani dalla moglie e dalla famiglia. – Semplici uomini e semplici costumi, che ancor sapevano della rozzezza antica: la Signoria dormiva in una camera sola, e ciò era incentivo e occasione agli scherzi[14 - Sacchetti, nov. 83, fine.]; e il proposto dei Priori poteva andare in persona alla cucina a cuocersi sulla brace una fetta di carne[15 - Ivi, 108.]. La burla, lo scherzo rasentava talora la truffa; ma una buona risata dava torto a chi aveva avuto colle beffe anche il danno, e tutti pari. Perchè a quegli anni, quand'ognuno pensava a sè, a' casi proprii, al proprio interesse, la gente non aveva pietà o compassione pei gonzi. Le più sottili malizie erano anche permesse ai mercanti, e quei di Firenze eran famosi per la gran furberia. Racconta il Sacchetti quel che intervenne ad un Friulano, che aveva nome Soccebonel, e che andò a comprare panno da un di costoro. Ne misuran quattro canne, e il fiorentino glie ne mangia una mezza. Poi, per ricoprire l'inganno, gli dice: “Vuo' tu far bene? attuffalo in una bigoncia d'acqua, e lascialo stare tutta la notte, sì che bea bene, e vedrai poi panno ch'el fia.„ – Soccebonel così fa, e poi manda il panno al cimatore. “Soccebonel va per esso e dice: Che dei tu avere? Dice il cimatore: E' mi par nove braccia: da' nove soldi. Dice costui: Come nove braccia? oimè! che di' tu?„ Lo rimisurano; ma il panno non cresce. Soccebonel va dal ritagliatore, va di qua, va di là. E uno gli dice: “Questi panni fiorentini non tornan nulla all'acqua.„ “Uno comprò un braccio di panno fiorentino, e la sera l'attuffò, come tu facesti questo, in un bigonciuolo d'acqua, e lasciovvelo stare tutta notte; la mattina, lo trovò tanto rientrato, che non c'era più nulla„[16 - Sacchetti, n. 92.]. IV Ma i codici de' mercanti, chi li cerchi e li legga tra la polvere degli archivi e delle librerie, paiono disdegnare simili imbrogli. In quelle carte che cominciano tutte “al nome di Dio amen,„ piene di “buoni asempri e buoni chostumi e buoni proverbi e buoni amaestramenti„, troviamo precetti teorici ispirati alla più rigida e severa moralità. Scrive un di cotesti savi: “Tieni a mente quando ài a dare alchuna sentenzia di darla diritta, e leale, e giusta, e di questo non ti rivolgere mai nè per prezzo, nè per amore, nè per paura, nè per parentado, nè per amistà, nè per compagnia…„, perchè la persona “contro cui la darai fia tuo nemico e quei cui tu servirai non t'avrà nè per leale, nè per diritto, anzi si guarderà sempre di te e vitupereratti sempre.„ Ma subito, più sotto, leggiamo: “S'hai bisogno in piato o in altro tuo fatto dell'amistà d'alcuno signore o di rettore di terra, – ti dico che co' presenti s'acquista molto agevolmente. Guata chi è di sua famiglia, più suo segretario e con quel cotale prima ti domestica, e dona a lui alcuna cosa, e poi a lui chiedi aiuto e consiglio ed e' t'insegnerà a venire in amore del suo signore e presentargli quella cosa di che e' sentirà che sia più vago„[17 - Paolo di Ser Pace da Certaldo, § 56.]. E non basta; la morale pratica porge ancora più opportuni consigli: “Quando comperi biada, guarda che non ti sia empiuta la misura a un tratto, che sempre ti calerà 2 o 3 per cento; e quando vendi il fa', e cresceratti la tua biada„[18 - Ivi, § 76.]. – “Di' sempre bene di quelli che reggono il Comune. Sta' sempre bene co' tuoi vicini, però che de' tuoi fatti e' sono sempre domandati prima di te, e negli onori e ne' disonori e' póssonti molto nuocere e giovare.„ E così consigliavano e ammaestravano i figliuoli, che crescevano destri ed esperti e consumati nell'arte del saper vivere, fra mezzo a gente che della vita conosceva le malizie e gl'inganni. Nè è meraviglia che un predicatore, per far gente e non parlare al deserto, annunziasse voler proclamare dal pergamo che l'usura non è peccato[19 - Sacchetti, nov. 32.], anzi “è sovvenimento„, e così avesse tutta la quaresima “infino a Domenica dell'olivo„, attento e affollato uditorio. La famiglia che allargavasi e alleavasi nella consorteria, aveva unico fondamento la proprietà, guarentita da una selva di leggi e privilegi. Il padre era padrone dispotico de' beni personali: poteva lasciarli a chi meglio volesse, anche a' nipoti o ad alcun luogo pio[20 - Perrens, III. 330, 331, 335 e segg.], anche ai figli dell'amore cresciutigli in casa. Così per testamento: e si comprende di colpo l'importanza che aveano allora i notari ed i chierici. Le donne, succedendo ab intestato, avean soltanto diritto al quarto de' beni dei loro figliuoli: in ogni caso, ai semplici alimenti. Tutto cospirava a preservare l'integrità del patrimonio, ad impedire che uscisse fuori della famiglia, della consorteria, del comune. Giova ripeterlo: l'interesse, in quella società di mercanti, avidi di far la roba, era d'ogni azione legge suprema. Sarebbe ingiustizia cercarvi le sentimentalità della famiglia moderna, in cui alla donna è riserbato così larga e così nobile parte, così degni e teneri uffici. Quelle povere madri fiorentine dovevano starsi contente alle modeste ingerenze consentite loro dalla tirannia de' mariti, e vivere, o menar la vita, nell'uggia delle sordide case, allevando i figliuoli, “vicitando„ la chiesa, e confessando a' frati i molti peccati di desiderio. Le fanciulle, le ragazze che oggi ci dan tanta pena, nemmeno dovevano imparare a leggere: “S'ella è fanciulla femmina, ponla a cuscire e none a leggere, che non ista troppo bene a una femmina saper leggere, se già non la volessi far monaca„[21 - Paolo di Ser Pace, § 79.]. I monasteri erano, come furono molti secoli, il rifugio di coteste meschine, com'eran la provvidenza delle troppo numerose famiglie. Aver venti e più figliuoli, parea la cosa più naturale del mondo; se campavano: “Iddio n'abbi lode e grazie„; se morivano: “Di tutto sia lodato Iddio, amen„[22 - G. Dati, Il libro segreto, pag. 100-101.]. I libri di ricordanze, le cronache domestiche, al tempo delle grandi morie, registrano così le morti come le nascite con una serenità che oggi, alle trepide madri, sembrerebbe cinismo. E anche ci porgono testimonianze preziose di fatti più singolari, dell'intrusione nelle famiglie d'un nuovo elemento, che ne offusca la vantata purezza. I critici più benevoli ne trovano la ragione nel “gran vuoto fatto dalla mortalità nelle plebi cittadine e nei campagnuoli„, onde non bastando “la lusinga del poco salario„ a cavare dal popolo i domestici e le fantesche, “fu d'uopo cercare nel commercio esterno la maniera di supplire alla loro rarità„[23 - Bongi, in Zanelli: Le schiave orientali a Firenze. Firenze, 1885.]. Ma piuttosto i commerci con l'oriente, e la vita randagia de' mercatanti e la cresciuta ricchezza, furono eccitamento a quel traffico degli schiavi e delle schiave, che durò in Firenze per ben due secoli dopo il XIV[24 - Ivi, VII. Firenze. 1885.]. È un tasto doloroso che pur dobbiamo toccare, a rischio di cavarne alcuna nota stridente; ma anche in un quadro son necessarie le ombre per concedere maggior risalto alle figure cui si vuol dare evidenza e rilievo. – Ma non temete! anche un artefice inesperto non dimentica il “fren dell'arte„; nè vorrei io, dinanzi a voi, empir la breve mia tela con una mostra impudica di nudità. Le schiave orientali, comprate, come carne da traffico, quasi sempre a mezzo di sensali genovesi, veneziani, pisani e napoletani, e per lo più tartare, greche, turche, schiavone e circasse, non erano – rassicuratevi – archetipi di bellezza. I registri dove i nostri segnavano, insieme coi nomi, con l'età e con il prezzo, i connotati del volto e della persona[25 - Zanelli, pag. 40.], ce ne fan fede. Quasi tutte avean pelle olivastra, sebbene si trovassero anche schiave di carnagione rossa, sanguigna, rubiconda e qualche volta fin bianca. E sul viso non mancava mai alcun segno particolare: chi era butterata, chi l'avea sparso di moltissimi nèi, chi sfregiato da qualche cicatrice. I nasi eran generalmente schiacciati, i labbri grossi e sporgenti, gli occhi scerpellini, le fronti basse e lentigginose[26 - Zanelli, pag. 41.]. E a questi tocchi in penna de' notai pedanti e minuziosi, corrispondono alcuni ritratti che ne rimangono. Un curioso libro, il Memoriale del Baldovinetti, dove codesto antenato del famoso pittore usava illustrar con figure le sue ricordanze, ci ha conservato i profili delle tre schiave da lui comprate negli anni 1377, 1380 e 1388; la “Tiratea overo Doratea tartara da Rossia, giovane di 18 anni o più„, la “Domenica, è de pelle bianca ed è de proxima de Tartaria„, e la “Veronica giovane di 16 anni„, “comperála quasi ignuda da Bonarota di Simone di Bonarota,„ un antenato di Michelangiolo; ma la Dorotea, la Domenica e la Veronica avrebber potuto benissimo – un po' invecchiate – servir di modello al futuro Buonarroti per le Tre Parche. Coteste donne, o brutte o belle che fossero, entravano nelle famiglie de' Fiorentini ricchi per attendere ai più umili uffici, e badare ai bambini: e davano un gran pensiero, per ogni conto, alle povere massaie. Il sonetto del Pucci “le schiave ànno vantaggio in ciascun atto. E sopra tutte l'altre buon partito,„ ce ne spiega maliziosamente alcuna ragione, e ci dice che spesso sapean dare alle padrone “scacco matto„. Le quali, come confessava parecchi anni appresso l'Alessandra Macinghi, si vendicavano col metter loro “le mani addosso„. Pure anche allora non potean farne a meno: erano le bambinaie e le bonnes di quei tempi; e la Strozzi scriveva al suo Filippo in Napoli: “E pertanto ti ricordo el bisogno; che avendo attitudine averne una, se ti pare, tu dia ordine d'averla: qualche tartera di nazione, che sono, per durar fatica, vantaggiate e rustiche. Le rôsse, cioè quelle di Rossia, sono più gentili di compressione e più belle; ma a mio parere sarebbon meglio tartere„. Nè per questa scelta potea Madonna Lessandra trovar chi più di Filippo avesse la mano felice: il quale presso di sè tenea da vario tempo una schiava “che sapeva così ben fare„[27 - Macinghi, pag. 475.], di cui essa il 7 aprile 1469 aveagli scritto: “Avete costì Andrea e massime Tommaso Ginori, che venne el dì della Pasqua e me n'ha detto molte cose… e così della Marina, dei vezzi che ella ti fa„. E un anno appresso, con accento piuttosto ironico: “Mandávi gli sciugatoi… fatene masserizia che non si perdino; che madama Marina no' gli mandi a male„. Dove vediamo che con i vezzi e le astuzie sapevan coteste donne cattivarsi i padroni e diventar madame, e meritarsi, come appunto cotesta Marina, la libertà e per “le buone fatiche et buoni portamenti„[28 - Zanelli, pag. 83.], alcun'assai liberale disposizione testamentaria. Meno male: peggio quando, come accadde a Francesco Datini, le cui beneficenze verso i Pratesi non fan dimenticare le gravi colpe ch'egli ebbe verso la moglie, – peggio, quando cotesto trafficato sangue di tartare e di russe si mescolava con quelli, sin allora schietti, delle antiche e libere stirpi! V Ma ritorniamo nelle aure pure della famiglia, dove con le ricchezze accumulate eran, pur troppo, entrati i mal germi, onde si corruppe e disfece più tardi la vita e la coscienza italiana. Fra il Tre e il Quattrocento era seguito un gran crollo: il rinnovarsi dei tempi e de' costumi, già anelanti e vagheggianti la scioltezza del vivere che si sbrigliò nel Rinascimento, aveano intepidito la fede, smagato la religione, e la gente parea soltanto intendere ai godimenti mondani. Le lettere del Mazzei ce ne porgono testimonianza: il buon notaio di Prato è il savio d'un'“anima rozza„ e d'un “cuore agghiacciato„[29 - Mazzei, I, 88 prefaz.]: quel suo amico Datini, diciamolo aperto, è il più esoso tipo di mercante che ci abbia dato quel secolo. Ser Lapo è uno spirito ascetico, timorato, un uomo di buona e antica fede, un moralista convinto. In quelle Lettere ci par di vedere alle prese il peccatore ribelle col sant'uomo, che vuol condurlo ad una buona morte, alla redenzione delle colpe terrene. È la lotta del sentimento religioso con lo spirito di materialità de' nuovi tempi, che sfolgorò nella gloria della Rinascenza, ma che dopo così mirabili splendori lasciò nelle anime degl'Italiani un buio ed un vuoto paurosi. Da coteste tenebre, purificatosi nei secoli di servitù, maceratosi nelle vigilie del pensiero, l'uomo moderno doveva risorger più tardi. Ritorniamo in famiglia nella casa fiorentina, dalle cui finestre “le schiavette amorose scotevano le robe la mattina, fresche e gioiose più che fior di spina„[30 - La festa di San Giovanni Battista che si fa in Firenze, in Guasti: Le feste di San Giovanni, Firenze, 1884. pag. 11.]: nella casa dove la buona massaia godè appena pochi mesi felici, dopo le nozze, mentre poi dovè noverare gli anni del matrimonio da' nomi dei figliuoli che le crescevano intorno e le ricordavano, ciascuno, qualche lunga assenza del marito, andatosene a trafficare oltremonte od oltremare. La giovenile freschezza appassiva, e, come scrive il Sacchetti, “la più bella che sia, in piccol tempo, come un fiore, vien meno, e diventa secca nell'ultima vecchiezza e in fine doventa uno teschio„[31 - Nov. 99.]. È naturale cercassero con l'arte correggere la natura e porre riparo ai danni del matrimonio, e non soltanto per vanità. Perfino i maestri dipintori come Taddeo Gaddi, s'accordavano nel giudicare con Alberto Arnoldi[32 - Nov. 136.] che le donne fiorentine “sono i migliori dipintori del mondo„. “E fu mai dipingere, che su 'l nero, o del nero facesse bianco, se non costoro? E qual artista, o di panni, o di lana, o dipintore, è che del nero possa far bianco? certo niuno; perocchè è contro natura. Serà una figura pallida e gialla, e con artificiali colori la fanno in forma di rosa. Quella che per difetto, o per tempo, pare secca fanno divenire fiorita e verde. Io non ne cavo Giotto, nè altro dipintore che mai colorasse meglio di costoro; ma quello che è vie maggior cosa, che un viso che sarà mal proporzionato, e avrà gli occhi grossi, tosto parranno di falcone; avrà il naso torto, tosto il faranno diritto; avrà mascelle d'asino, tosto l'assetteranno; avrà le spalle grosse, tosto le pialleranno; avrà l'una in fuori più che l'altra, tanto la rizzafferanno con bambagia, che proporzionate si mostreranno con giusta forma. E così il petto e così l'anche, facendo quello, senza scarpello, che Policreto con esso non avrebbe saputo fare… Insomma le donne fiorentine sono maggiori maestre di dipignere e d'intagliare, che mai altri maestri fossono, perocchè assai chiaro si vede ch'elle restituiscono dove la natura ha mancato.„ – Nè di ciò possiamo o vogliamo riprenderle: unica libertà, onde godevano, mascherarsi da giovani e felici, rifarsi lieto e fresco il volto, quando spesso il cuore piangeva, in vedersi d'intorno e da presso altri visi di donna. Anche amavano variar le fogge, le mode, le “portature„, e in ciò sfogavano la loro ambizione. I lodatori dell'antico, cominciando da Dante, le biasimavano di tanta volubilità, ingrata fino ai novellieri moralisti, ingratissima ai rettori, a quel governo di mariti che volentieri avrebbe lesinato su codesto lusso delle mogli. “Se un arzagogo apparisse con una nuova foggia, tutto il mondo la piglia„. “Che fu a vedere già le donne col capezzale (lo scollo) tanto aperto che mostravano più giù che le ditelle! (le ascelle); e poi dierono un salto, e feciono il collaretto infino agli orecchi„. “Le giovanette che soleano andare con tanta onestà„, hanno “tanto levata la foggia al cappuccio„ da ridurlo una berretta e “imberrettate portano al collo il guinzaglio, con diverse maniere di bestie appiccate al petto. Le maniche loro, o sacconi piuttosto si potrebbono chiamare, qual più trista e più dannosa e disutile foggia fu mai? potè nessuna tôrre o bicchiere o boccone di su la mensa che non imbratti e la manica e la tovaglia co' bicchieri ch'ella fa cadere?.. Lo 'mbusto è tutto in istrettoie, le braccia con lo strascinío del panno, il collo asserragliato da' cappuccini…„ “Non si finirebbe mai di dire delle donne, guardando allo smisurato traino de' piedi„ alle code delle vesti “e andando infino al capo; dove tutto di su per li tetti, chi l'increspa, e chi l'appiana, e chi l'imbianca, tantochè spesso di catarro si muoiono„[33 - Sacchetti, n. 178.]. Ma cotesta smania del nuovo s'attaccava anche agli uomini. Il povero messer Valore de' Buondelmonti, un vecchione tagliato all'antica, fu costretto da' suoi consorti a mutare il cappuccio; e come l'ebbe fatto, tutti se ne meravigliavano e lo fermavano per la via: “O che è questo, messer Valore? io non vi conoscea, avete voi i gattoni?„[34 - Ivi, n. 105.]. Venne un tempo la moda delle gorgiere intorno la gola e delle bracciaiuole, sicchè poteva dirsi dei fiorentini portassero “la gola nel doccione„ e il braccio nel “tegolo„, onde accadde a Salvestro Brunelleschi, “avendo una scodella di ceci innanzi e pigliandoli col cucchiaio, per metterseli in bocca„, di cacciarseli nella gorgiera, e di scottarsi[35 - Sacchetti.]. Più tardi venne quella delle “calze„ (i calzoni) di differenti colori non solo, ma anche “dimezzati e attraversati di tre o quattro colori„: de' piedi con una punta lunghissima[36 - Ivi, 178.]; e delle gambe così “incannate co' lacci che appena si possono porre a sedere„. “I più dei giovani senza mantello vanno in zazzera„ e “al polso danno un braccio di panno„ e “mettono in un guanto più panno che in un cappuccio„[37 - Ivi, 178.]. Le vecchie foggie contrastavano con le nuove, con le modernissime: ognuno si sbizzarriva a sua posta. La gente, curiosa anche allora, prendea diletto a vedere “le nuove cappelline, le nuove cuffie e le nuove cianfarde, e' nuovi gabbani, i nuovi tabarroni, e le antiche arme; sì che appena si conoscono insieme, sguarguatando (sbirciando) l'uno insino in sul viso dell'altro, prima che si conoscono„[38 - Sacchetti, n. 200.]. Una vera mascherata! VI Ora gli uomini, che han sempre fatto le leggi, pensarono con tal freno vietare i “disordinati ornamenti delle donne di Firenze„. Il Comune promulgò statuti suntuari fino dal 1306 e dal 1330[39 - G. Villani, X, 150.], e provvisioni severissime nel 1352, nel 1355, nel 1384, nell'88, nel 1396 e poi di nuovo nel 1439[40 - Morelli Guido, Deliberaz. suntuaria del Comune di Firenze. Firenze, 1881.] e nel 1456 e perfino ne troviamo nel 1562[41 - Fabretti Ariod., Vestire degli uomini e delle donne in Perugia, a pag. 176.]. I religiosi tuonavano dal pergamo, i savi ammonivano e davano, come il Dominici, “regoluzze„ alle madri timorate “circa i vestimenti„; i novellieri mordevano con le loro facezie il lusso troppo smodato. Anche nelle altre città di Toscana e d'Italia, si mandava a Firenze “per esempio de' detti ordini„ e per “confermargli„[42 - Villani.]. Incomincia una contesa, una lotta assai singolare tra la burbanza de' legislatori severi e la malizia donnesca. Le femmine astute non contrastano apertamente, ma fingon di piegare il capo crucciose, finchè passi quella bufera. Sono addottrinate, esperte del mondo: le leggi troppo severe rimangono senza sanzione. Quando e come possano, cercano, se non annullarle, deluderle. Alla venuta del duca di Calabria, nel 1326, si fanno attorno alla duchessa sua moglie che è una francese, Maria di Valois, e ottengono sia loro reso un “loro ornamento di trecce grosse di seta gialla e bianca, le quali portavano in luogo di trecce di capelli dinanzi al viso… ornamento disonesto e trasnaturato„, brontola il Villani che vide “il disordinato appetito delle donne„ vincere “la ragione e il senno degli uomini„. Quattr'anni appresso i Fiorentini per calen d'aprile “del 1330„ “tolgono tutti gli ornamenti alle lor donne„ e come dice il Del Lungo in un magistrale lavoro, a cui per voi darà qui il desiderato compimento, “le disabbigliano da capo a piè„[43 - Del Lungo, La donna fiorentina ne' primi secoli del Comune, a pag. 31.]. Anche questa, bufera che passa! A simiglianza delle donne di Fiandra, tormentate per la stessa cagione da Tommaso Connette fanatico carmelitano, esse, come scrive il Paradis negli Annales de Bourgogne “releverent leur cornes, et firent comme les lymaçons, lesquels quand ils entendent quelque bruit retirent et reserrent tout bellement leurs cornes; mais, le bruit passé, soudain ils les relevent plus grandes que devant„[44 - Fabretti, pag. 208.]. E occasione a rilevarle, la venuta del duca d'Atene in Firenze nel 1342, e la “sformata mutazione d'abito„ portata da quei francesi. E qui vorrei indugiarmi a descrivervi il figurino d'allora, quando i giovani vestivano “una gonnella corta e stretta„ che per metterla occorreva l'“aiuto d'altrui„, cinta alla vita da una striscia di cuoio con ricca fibbia e puntale, con “isfoggiata scarsella alla tedesca„, con il cappuccio attaccato ad una corta mantellina e terminato in una punta o becchetto lungo infino in terra, per avvolgerlo al capo “per lo freddo„: e i cavalieri una guarnacca attillata, con le punte de' manicottoli strascicanti per terra, foderati di vaio, ed ermellini, de' quali le donne copiaron subito la singolare “stranianza„[45 - Villani, XII, 4.]. Ma gli affreschi del Memmi in S. Maria Novella, che ritraggono quelle fogge, sono a voi noti, anche per visite recenti, quando in un'occasione solenne tentaste di rinnovarle. A studio, dico tentaste, perchè l'eleganza moderna non può agguagliare la magnificenza signorile di que' drappi, di quelle vesti sontuose. La Prammatica del vestito del 1343, che conservavasi nell'Archivio della Grascia, di cui ottenni alcun estratto dalla cortesia d'un amico il quale ebbela fra mano, serba memoria di quegli splendidi abbigliamenti ch'eran colpiti dal rigor delle leggi e bollati con un marchio di piombo, avente sull'una e sull'altra faccia un mezzo giglio ed una mezza croce, a cura dei famigli di quei poveri “uficiali forestieri„, deputati dal Comune all'applicazione della legge. Eccovi descritto un capo di vestiario proibito, appartenente a donna Francesca moglie di Landozzo di Uberto degli Albizzi del popolo di San Pier Maggiore: “Un mantello nero di drappo rilevato col fondo di color giallo, con sopra uccellini, pappagalli, farfalle e rose bianche e vermiglie e molte altre figure vermiglie e verdi, e con trabacchi e dragoni, e con lettere e alberi gialli e neri e molte altre figure di diversi colori, foderato di drappo bianco con righe nere e vermiglie„. Nè basta: spesso erano anche motti, non soltanto lettere, impressi sui drappi. VII Ma di quell'Archivio stesso della Grascia e di quei disgraziati ufficiali, costretti a un cómpito così disumano, di quei poveri potestà e capitani, cavalieri, giudici, notai e famigli che dalle città guelfe di Lombardia e delle Marche venivano in Firenze a sostenere le parti di rettore, a contrastare nel loro rozzo dialetto, beffato dai novellieri borghesi, con le lingue arrotate delle donne e de' loro mariti, ancor si conserva un documento curioso. Chi non ricorda la novella[46 - Nov. 137.] di Franco Sacchetti, in cui narra le tribulazioni di “uno judice di ragione„, Messer Amerigo Amerighi da Pesaro, “bellissimo uomo del corpo„, e ancora “valentissimo della sua scienza„, il quale ebbe mandato, mentre Franco era de' Priori nella nostra città, di proceder sollecitamente ad eseguire certi “nuovi ordini„, al solito “sopra gli ornamenti delle donne?„ Il valente giudice si pone all'opera, e manda attorno il notaio, e i famigli, a fare inquisizioni; ma i cittadini vanno a' Signori e dicono “che l'officiale nuovo fa sì bene il suo officio, che le donne non trascorsono mai nelle portature come al presente fanno.„ Or ecco la discolpa di Messer Amerigo: “Signori miei, io ho tutto il tempo della vita mia studiato, per apparar ragione; e ora, quando io credea sapere qualche cosa, io trovo che io so nulla; perocchè cercando degli ornamenti divietati alle vostre donne per gli ordini che m'avete dati, sì fatti argomenti non trovai mai in alcuna legge, come son quelli che elle fanno; e fra gli altri ve ne voglio nominare alcuni. E si truova una donna col becchetto frastagliato avvolto sopra il cappuccio. Il notaio mio dice: Ditemi il nome vostro, perocchè avete il becchetto intagliato. La buona donna piglia questo becchetto, che è appiccato al cappuccio con uno spillo e recaselo in mano, e dice ch'egli è una ghirlanda. Or va' più oltre, truovo molti bottoni portare dinanzi. Dicesi a quella che è truovata: Questi bottoni voi non potete portare. E quella risponde: Messer sì, posso, chè questi non sono bottoni, ma sono coppelle; e se non mi credete, guardate, e' non hanno picciuolo; e ancora, non c'è niuno occhiello. Va il notaio all'altra che porta gli ermellini, e dice: Che potrà apporre costei? Voi portate gli ermellini. E la vuole scrivere. La donna dice: Non iscrivete, no; chè questi non sono ermellini, anzi sono lattizzi. Dice il notaio: Che cos'è questo lattizzo? E la donna risponde: È una bestia„. E il notaio non insiste, come non sanno insistere i magnifici signori Priori, che si ricordano delle loro donne lasciate a casa, e conchiudono, come hanno sempre conchiuso in Palagio, esortando messer Amerigo a tirar via, e lasciar “correre le ghirlande per becchetti e le coppelle e i lattizzi, e' cinciglioni„. Non volevano forse che il giudice pesarese avesse a ricordare il malinconico distico che un suo collega della Mercanzia aveva scritto sul margine degli Statuti: “S' tu ài niuno a chi tu vogli male “Mandallo a Firenze per uficiale.[47 - Carducci, Rime antiche da carte di archivi. Nel Propugnatore, vol. I, fasc. I, 1888.] Pur questa volta, la novella del Sacchetti è verace documento di storia; l'Archivio della Grascia serba gli Atti civili del Giudice degli appelli e nullità, e fra quei protocolli appunto ve n'è uno di Giovanni di Piero da Lugo, notaio del dottore in legge ser Amerigo di Pesaro, ufficiale della Grascia del Comune di Firenze, per sei mesi, a cominciare dal XV marzo 1384. Quel giorno stesso l'Amerighi pubblicò, a' soliti luoghi, un bando per ricordare le pene delle leggi contro chi trasgrediva alla Prammatica sopra 'l vestire. E il 27 marzo cominciarono per parte degli ufficiali le inquisizioni. Vedevano per via alcuna donna con due anelli, ornati di quattro perle, con una cappellina di velluto nero ricamata, con una ghirlanda, con una delle abbottonature proibite? E subito si contestava alle malcapitate (diciamolo col frasario odierno) la contravvenzione. Andava il messo alle case con un “mandato di comparizione„, e il giorno fissato compariva per la moglie il marito, che riconosceva l'errore e pagava la multa. Così s'andò innanzi un bel po'; ma più tardi dovettero le donne, ammaliziate, cominciare quelle contestazioni, accennate dal novelliere, e naturalmente omesse nel protocollo del notaio. Le inquisizioni si fanno più rare, le condanne meno frequenti e i mariti che compariscono principiano a negare la reità delle mogli, con validi argomenti: una è troppo vecchia perchè possano imputarsele siffatti trascorsi, un'altra era in casa quel tal giorno a quella tale ora, una terza è in lutto e così via… E il protocollo si chiude quasi senza registrare più nessuna condanna. La Signoria e il giudice prima di lei si son dati per vinti; ma non senza sospetto che quelli ufficiali, quei notai, deputati all'odioso ministero, non si fossero lasciati vincere dal fuoco di qualche bell'occhio, dalle carezze di qualche voce lusingatrice. Ahimè nelle coperte della Prammatica di quel tempo, leggiamo la confessione, lo sfogo d'un cuore innamorato, prezioso documento umano fra le pedanterie curialesche degli Statuti. Udite: Li dulci canti e le brigate oneste Gli uccelli, i cani e l'andar sollazzando, Le vaghe donne, i templi e le gran feste Che per amore solea ir cercando. Ora fuoco mi sono, oimè moleste, Quantunque vengo con meco pensando Che tu dimori di qui or(a) lontana Dolce mio bene e speme mia sovrana! Le donne avean trovato alleati nella famiglia del Giudice di ragione: la loro causa era vinta! Ma per poco, giacchè quasi periodicamente si tornò ad infierire contro la vanità femminile, e altre bufere scoppiarono, sempre di breve durata. Anche tremendi avversari ebbero ne' moralisti che nei trattati del Governo della famiglia, seguitavano a battere cotesto tasto (valga l'esempio del Palmieri); peggiori nemici ne' frati, invasi dal furore di purgare il mondo dai peccati. Frate Bernardino da Siena nel 1425 continuò a Perugia quei bruciamenti delle vanità che l'anno innanzi aveva iniziato a Roma, facendo un gran falò di “capelli posticci e contraffatti, d'ogni lasciva portatura, di balzi da scuffie„, dadi, carte, tavolieri “e altre cose diaboliche„, preludendo alle grandi fiammate che nel 1497 fece a Firenze il Savonarola, e che gli furono di pessimo augurio. Ma fra tanti oppositori, non mancavano i buoni avvocati. Nell'aprile 1461 un predicatore che aveva vociato dal pergamo in Santa Croce contro le donne, ricorse alla Signoria, e nel Consiglio dei Richiesti si trattò, nientemeno, di proibire la moda. Ma Luigi Guicciardini, padre al grande storico e politico, disse aver risposto a un milanese, giudicante a sproposito dell'onestà delle donne fiorentine dall'abito sfoggiato e dall'incedere, che se l'abito parea disonesto, elleno erano a' fatti assai diverse[48 - Pellegrini F. C. – Agnolo Pandolfini in Giornale Storico della Lett. It., fasc. 1-2, 1886 a pag. 49.]. VIII Ma queste leggi suntuarie, ritoccate o come oggi direbbero “rimaneggiate„ ogni momento, più che offendere le donne colpivan la borsa dei loro mariti; nè, giova notarlo, si restringevano agli ornamenti, sibbene frenavano o volevan frenare anche il lusso e l'abbondanza delle nozze, dei battesimi, dei conviti e dei funerali. I cortei nuziali non potevano eccedere il numero di dugento persone. I sensali de' matrimoni dovevano denunziare innanzi i nomi degl'invitati. Le donora alla sposa eran regolate dalla legge, e così le cerimonie nuziali; il cuoco “il quale dovrà apparecchiare per qualche sposalizio„ era tenuto a rapportare all'ufficiale del Comune il numero delle vivande e dei piattelli, e le vivande non potevano essere più di tre: non più di sette libbre di vitella, e i capponi, i paperi o gli anitroccoli permessi dagli statuti. Del pari eran regolate le esequie, il numero dei torchi di cera, le vesti dei morti e dei congiunti che seguivano il funerale: i doni dei battesimi… insomma ogni benchè menoma cosa[49 - Inventario e Regesto dei Capitoli del Comune, pag. 103-108.]. Chi contravvenisse a tali disposizioni, condannato a multe assai gravi. Perchè il Comune, anche allora, cercava dovunque argomenti per tasse, gravami e balzelli, e lo studio dei cittadini, massime di quei furbi mercanti, era tutto in cercare di alleggerirsi delle gravezze, di rubare con qualche onesta licenza[50 - Pellegrini, op. cit., pag. 45.]. “Il Comune ruba tanto altrui, che io posso ben rubar lui„, è un dettato antico riferito dal Sacchetti[51 - Nov. 146.]; il quale anche lamenta le lungaggini nelle pratiche del Comune, perfino verso chi volea donargli le proprie castella[52 - Nov. 204.]. Ciascuno tirava l'acqua al suo mulino, dice Marchionne Stefani, e anch'egli aveva il mulino suo[53 - Mazzei, I, LVIII.]. S'ingegnavano tutti a difendersi dalle gravezze e com'è sempre usanza, scrive quel cronista, “gli animali grossi e possenti saltano e rompono le reti„. Anche Francesco Datini, accostandosi a quelli che tenevan lo Stato, provvide a' casi suoi, in quegli anni nei quali “le guerre combattute con le armi de' mercenari e le paci fatte a furia di denaro esigevano che la imposta si riscotesse in un anno dieci e quindici volte[54 - Mazzei, I, LVIII.]„. Chi non potea con le amicizie e i favori, ci riusciva con l'astuzia, come Bartolo Sonaglini che, essendosi per porre molte gravezze, scendeva ogni mattina sull'uscio di casa e contava a tutti le sue miserie, dicendo: “Oimè, fratel mio, io son disfatto.„ “E' mi converrà o dileguarmi dal mondo o morir prigione„[55 - Sacchetti, nov. 148.]; onde quando vennero alla partita di lui ciascuno dicea: Egli è diserto, e guardasi per debito; e l'un dicea: E' dice il vero, chè pure una di queste mattine non ardiva d'uscir di casa. E l'altro dicea: E anco così disse a me… Sia come si vuole, dicono gli altri, e' si vuole trattar secondo povero, e tutti a una voce gli posono tanta prestanza, quanta si porrebbe a uno miserabile, o poco più.„ Fatte le prestanze e passato il pericolo, Bartolo cominciò a uscir fuori e andava dicendo d'esser per accomodarsi coi creditori; e così, a furia di ciance, si liberò dalle prestanze, “dove molti altri più ricchi di lui ne rimasono disfatti„. IX Già i tempi maturavano. Dell'antica e proverbiata semplicità, in tanta sete di guadagni, rimanevano monumento vivente, ma pur rispettato, soltanto quei vecchioni di cui Donato Velluti ci porge uno stupendo ritratto, vivo e vigoroso come una figura di Andrea del Castagno. “Bonaccorso di Piero, fu uno ardito, forte e aitante uomo, e molto sicuro nell'arme. Fece di grandi prodezze e valentie, e sì per lo Comune e sì in altri luoghi. Tutte le carni sue erano ricucite, tante ferite avea avute in battaglie e zuffe. Fu grande combattitore contr'a Paterini e Eretici… Era di bella statura, di membra forti e bene complesso. Vivette ben 120 anni, ma ben 20 anni perdette il lume, innanzi morisse, per vecchiaia. Fu chiamato Corso, e benchè fosse così vecchio, udii dire che la carne sua avea sì soda, che non si potea attortigliare, e se avesse preso qualunque giovane più atante in su l'omero, l'avrebbe fatto accoccolare. Intesesi anche bene di mercatanzia, e fecela molto lealmente; intanto era creduto, che venuti i panni melanesi in Firenze da Melano (de' quali molti ne faceano venire) e tutti gli spacciava innanzi fossono aperte le balle; molti ne faceano tignere qui, e perch'era sì diritto, udii dire che un Giovanni del Volpe loro fattore veggendo sì grande spaccio di detti panni, pensò nella tinta fare avanzare più la compagnia, e più debolmente, e con meno costo gli facea tignere; di che essendo passato un tempo i detti panni non avevano quel corso soleano: di che cercando la cagione, trovarono che era stato per la sottilità del detto Giovanni, di che egli il volea pure uccidere. “Il detto Bonaccorso avendo perduto il lume, il più si stava in casa. Avea di dietro al palagio di Via Maggio… un verone lungo quanto tenea il detto palagio, in sul quale rispondea tre camere dal lato di dietro, per le quali egli andava, e tanto andava in qua e in là ogni mattina, che facea ragione essere ito tre o quattro miglia, e fatto questo asciolvea, e l'asciolvere suo non era manco di due pani, e poi a desinare mangiava largamente, perocchè era grande mangiante: e così passava la sua vita. Ora perchè si sappia come morì, udii dire a mio padre, che gli venne voglia andare alla stufa, e così andò, nella quale stufa s'incosse un piede; di che essendo tornato e veggendo che per essa cagione non potea andare, nè fare il suo usato esercizio, in sul verone, immantinente sì si (ac)cusò morto. Or avvenne in quel tempo che Filippo suo figliuolo, e mio avolo che fu, menando Monna Gemma de' Pulci sua seconda donna, avendo il dì molto motteggiato dicendo: ora farebbe bisogno a me d'avere moglie, più ch'a figliolmò, che m'aitasse, e molte altre ciance, gli venne voglia, essendo sul letto, farsi portare in sul lettuccio da sedere: di che chiamato mio padre e Gherardo suoi nipoti, avendosi colle mani e braccia appoggiato in sulle spalle loro; subitamente per grande vecchiezza la vita gli venne meno, e morì„[56 - Donato Velluti, Cronica, pag. 30-31.] X Con il ricordo di questa “cara e buona immagine paterna„, affrettiamoci a' tempi nuovi, al nuovo secolo, di cui ormai rosseggia in cielo, nel cielo della letteratura e dell'arte, la splendida aurora. Già ne scorgemmo i segni annunziatori nell'ottenuto acquisto della ricchezza, nell'affrancarsi così dai vecchi pregiudizi, come dalle severe regole del vivere antico, nelle tendenze egoistiche preparanti lo svolgimento di quel che i moderni critici chiamano “individualismo,„ onde meglio si comprende il carattere degli uomini e della vita della Rinascenza. L'affetto per il Comune, per la patria e anche per la famiglia, già s'affievolisce col desiderio acuto de' godimenti, di che non era avara la vita a chi volea gustarne le dolcezze. L'incredulità fa capolino; lo scetticismo, la sensualità, minacciano di prendere il sopravvento. Coteste generazioni, dopo i terribili terrori delle pestilenze, scampate all'infuriar del contagio, doveron quasi meravigliare, stupire di risvegliarsi alla vita. Dalla grande moria del 1348 ai primi del '400, i cronisti ne registrano molte altre: ricordiamo quelle del 1363, del 1374, del 1400, del 1411, del 1420 e del 1424. Un nostro erudito spogliando il libro de' morti degli Ufficiali della Grascia, noverò dal 1.º maggio al 18 settembre 1400, ben 10908 morti, la massima parte fanciulli[57 - Corazzini, I Ciompi e Michele di Lando, p. XCVI.]. Della peste del 1348, oltre alla classica e grandiosa descrizione del Boccaccio, troviamo vivi e dolorosi ricordi nelle cronache famigliari, ne' diarii, ne' memoriali. Dovè essere un pauroso, un raccapricciante spettacolo! Giovanni Morelli racconta che in un'ora “si vedeva ridere e motteggiare„ il vicino o l'amico “e nell'ora medesima il vedevi morire„. La gente cascava morta per istrada “su per le panche„ come abbandonata, senza aiuto o conforto di persona. Molti impazzivano e si buttavano nel pozzo, o giù dalle finestre o in Arno, dal gran dolore o dalla orribile paura. Tanti morirono senza esser veduti e “infracidavano su per le letta„, molti si sotterravano ancor vivi. “Avresti veduto una croce ire per un corpo e averne dietro tre o quattro prima giugnesse alla chiesa„[58 - Giovanni Morelli, Cronica, pag. 280.]. Si calcola che in Firenze morissero i due terzi delle persone, “cioè de' corpi ottantamila„[59 - Vol. I, pag. 250.]. Della moria del '400, veggiamo un'efficace pittura in una lettera di Ser Lapo Mazzei. “Qui non s'apre appena appena bottega: i rettori non stanno a banco: il palagio maggiore senza puntelli: nullo si vede in sala: morti non ci si piangono, contenti quasi solo alla croce„[60 - Guasti, Lettere di Ser Lapo Mazzei, I, pag. CXXI.]. Era uno spavento: i figliuoli morivano, cadevan gli amici, i vicini, i conoscenti, gl'ignoti; nel colmo della estate, passavano i cento al dì; nel luglio vi fu un giorno che furon dugento. Di quella del 1420 scrive nel suo Libro segreto Gregorio Dati: “La pestilenzia fu in casa nostra, e cominciò dal fante, cioè Paccino, a l'uscita di giugno 1420; e poi da indi a tre dì la Marta nostra schiava, e poi al primo dì di luglio la Sandra mia figliuola, e a dì 5 di luglio l'Antonia. E uscimmo di casa, e andammo dirimpetto; e in fra pochi dì morì la Veronica: e uscimmone e andammo in Via Chiara, e presevi il male alla Bandecca e alla Pippa, e amendue s'andarono a Paradiso a dì 1.º d'agosto, tutti di segno di pestilenza[61 - Pag. 96.]. Iddio li benedica!„ Chi poteva fuggire, scappava ad Arezzo, a Bologna, in Romagna, in alcuna città e terra dove credesse potersi stare sicuro. Il Datini se n'andò a Bologna, portando la famiglia, i domestici e i forzieri su ronzini e su muli carichi di ceste[62 - Guasti, op. cit., pag. CXIX.]. Buonaccorso Pitti scampò dalla peste del 1411 recandosi a Pisa in una casa a pigione, dove in sette mesi spese 1300 fiorini e gli morì una figliuola e un famiglio. Nel '24 mandò il figlio suo Luca con la moglie e i bambini a Pescia, dove poi si ridusse con gli altri congiunti. Era di regola recarsi “in qualunque luogo la mortalità non fosse stata„[63 - B. Pitti, Cronica, pag. 86 e 133.]; rimedi contro l'oscuro malore non c'erano, nè l'arte dei medici sapea consigliarli. Il Morelli prescrive alcune norme che oggi si direbbero igieniche: la pestilenza del 1348 era stata cagionata da una terribile carestia: “l'anno dinanzi era suto in Firenze gran fame„[64 - Morelli, pag. 281.]; “vivettesi d'erbe, e di barbe d'erbe, e di cattive„, “tutto contado era ripieno di persone, che andavano pascendo l'erbe come le bestie„, e i corpi erano disposti e non avevano “argomento nè riparo niuno„. Consiglia, pertanto, conservarsi sani, riguardarsi, mangiar bene, sfuggire l'umido, “spender largamente„, senza “niuna masserizia„ senza economia “fuggi(r) malinconia e pensiero„, pigliarsi “spasso piacere e allegrezza„, non “pensare a cosa ti dia dolore o cattivo pensiero„, giuocare, cavalcare, divertirsi, stare allegri, tenere “in diletto e in piacere la tua famiglia„, e “far con essa buona e sana vita senza pensiero di fare per allora masserizie; che assai s'avanza a stare sano e fuggire la morte„[65 - Morelli, pag. 284.]. Gli “avanzati„ dal mortale flagello, doverono ben presto avvezzarsi al nuovo tenore di vita, anche passato il pericolo. Effetto della peste e de' suoi terrori, le processioni dei “penitenti bianchi, simiglianti a quelle che quasi un secolo innanzi, sotto il nome di compagnie de' battuti, avevan percorsa tutta l'Europa. Partivansi in folla dalle lor case mescolati uomini e donne, laici ed ecclesiastici, tutti vestiti di bianche cappe che lor coprivano anche la faccia, avendo un crocefisso per insegna; e andavano processionalmente di paese in paese cantando laudi, pregando con alte voci misericordia. Giacevano quasi sempre all'aria aperta, non domandavano che pane e acqua. I popoli delle città visitate, accendendosi d'egual fervore andavano col medesim'ordine a visitare un'altra città. Alla comparsa dei pii pellegrini, tutti movevansi a penitenza, le gravi inimicizie si deponevano, si pacificavano le discordanti fazioni, le città si riempivano di santimonia„[66 - Salvi, prefaz. al Dominici, pag. XIII e XIV.]. A Firenze i facinorosi voleano profittarne per liberare i prigioni delle Stinche; ma fortunatamente s'impedì che la città n'andasse a romore d'arme, e tra le altre si fecer le paci tra i Pitti e i Corbizi[67 - Pitti, Cronica, pag. 58.]. Anche Francesco Datini nell'agosto 1399 andò in pellegrinaggio, “vestito tutto di tela lina bianca e scalzo„, co' suoi famigli, amici e vicini. Erano in tutto dodici e portaron seco due cavalle e una muletta, “in sulle quali bestie mettemmo un paio di forzeretti, in che furono più scatole di tutte ragioni confetti, e formaggio d'ogni ragione, e pane fresco e biscottato, e berlingozzi zuccherati e non zuccherati e più altre cose che s'appartengono alla vita dell'uomo, tanto che le dette cavalle furono presso che cariche di vettovaglie„[68 - Lettere di Ser Lapo Mazzei, I, pag. CI.]. Stettero in pellegrinaggio dieci giorni, dal 28 agosto al 6 di settembre, e giunsero fino ad Arezzo o poc'oltre; e dovunque si fermavano compravano cose da mangiare. Era davvero un allegro modo, e comodo, di far penitenza, e di pellegrinare a cavallo! Delle pratiche religiose, i più accorti e più increduli rispettavano appena la forma esteriore, come il Datini, che temeva i rimbrotti e i predicozzi dell'amico e mentore spirituale Ser Lapo Mazzei. Altri, come Buonaccorso Pitti, già ci porgono l'immagine dell'uomo della Rinascenza, che non ha terraferma, e gira il mondo, rôso da una interna irrequietezza, e giuoca, e perde, traffica, e mescola la politica ai commerci e ai sollazzi, come un avventuriere del Settecento, come un Benvenuto Cellini, ma senza l'arte e con molto meno d'ingegno. Curioso, strano tipo questo Pitti che sembra morso dalla tarantola e mena le mani e sta a tu per tu con Carlo VI[69 - Cronica, pag. 33.], con duchi e principi, che cavalca a Roma difilato per una scommessa con una giovane ond'era invaghito[70 - Ivi, pag. 19-20.]; gran danzatore, giuocatore ostinato e prode e leal cavaliere, e in patria assunto agli uffici supremi[71 - Ivi, pag. 53.]. Il Burckhardt lo chiama addirittura un precursore del Casanova, che viaggia continuamente in “qualità di mercante, di agente politico, di diplomatico e di giuocatore di professione„. “Guadagnò e perdette enormi somme, e non trovava competitori che fra i principi, quali ad esempio, i Duchi di Brabante, di Baviera e di Savoia„[72 - Vol. II, pag. 221.]. Questo il padre di quel Luca Pitti che in ricchezza e in magnificenza rivaleggiava coi Medici e voleva anche in ogni altra cosa andare a paro con Cosimo. I mercanti di panni divenuti banchieri e prestatori, aveano in quei viaggi, in quei traffichi, con quelle “fattorie„ sparse in varie città d'Europa, ne' più operosi centri del commercio, negli scali più frequentati, accumulato smisurate ricchezze, ed era venuto il tempo di godersele tranquillamente. Già Fiorenza come una bella e prosperosa giovane “con buone parti„ e dote abbondante, cessate le gare fra i partiti che se la contendevano, all'ombra de' lauri medicei socchiudeva gli occhi abbarbagliati da tante sfoggiate magnificenze, onde, come femmina, s'era lasciata conquidere. Le famiglie, fatta la roba, voglion fondar la casata: si cercano i maritaggi più convenienti e si discutono quasi fossero alleanze. L'Alessandra Macinghi va a tutte le messe “in Santa Liperata„ e si pone “allato„ alle fanciulle, con cui vorrebbe per il suo Filippo far parentado, e con occhio di futura suocera le studia, le esamina, le spoglia, e ne scrive al figliuolo come se si trattasse d'un mercato di polledre e non d'un matrimonio. Egli è vero che la buona madonna Lessandra, per me troppo esaltata e lodata, dovette avere piuttosto cuor di mercante che di donna. Che mettesse le mani addosso alle schiave, lo confessava ella stessa senza ritegno; era costume, e fors'anche con quelle rôsse e tartare la pazienza doveva facilmente scappare. Ma di lei e della sua pietà troviamo un documento rivelatore. Si tratta di due vecchi, gli unici che rimanessero d'una famiglia di lavoratori di Pozzolatico: “ancora vive Piero e mona Cilia, tramendua infermi. Ho allogato il podere per quest'altr'anno, e me lo conviene mettere in ordine: e que' due vecchi se non muoiono, hanno andare accattare. Iddio provvegga„[73 - Macinghi, pag. 438.]. Nè crediate sia questo un tristo, ma fugace pensiero: è un fermo proposito. In una lettera scritta, pochi mesi dopo, nel dicembre del 1465, leggiamo: “Piero vive ancora„ a Mona Cilia Iddio aveva forse già provveduto “e bisogna che se n'esca, e andrà accattando… Arà pazienza: che Iddio lo chiami a sè, se 'l meglio debb'essere!„[74 - Macinghi, pag. 526.] Col cuore, non si fa masserizia! XI Ma chi aveva accresciute e moltiplicate le proprie sostanze, mostrava sentimenti più nobili e animo più gentile. Giovanni Rucellai ci dà l'immagine compiuta del fiorentino ricco che sente la dignità del nuovo stato in cui fu posto dalla fortuna; la quale “non tanto gli ha conceduto grazia nel guadagnare, ma ancora nello spenderli bene, che non è minor virtù che il guadagnare. E credo – scrive nel suo Zibaldone, – che m'abbi fatto più onore l'averli bene spesi ch'averli guadagnati, e più contentamento nel mio animo,„ e “massimamente delle muraglie ch'io ho fatte della casa mia di Firenze, del luogo mio di Quaracchi, della facciata della chiesa di Santa Maria Novella, e della loggia nella Vigna dirimpetto alla casa mia„. E ringrazia messer Domenedio,„ d'averlo fatto “creatura razionale,„ cristiano e non “turco, moro, o barbaro„, d'averlo fatto nascere “nelle parti d'Italia, la quale è la più degna e più nobile parte di tutto il cristianesimo, e nella provincia di Toscana la quale è reputata delle degne provincie ch'abbi l'Italia„, e altresì d'avergli dato la vita nella “città di Firenze, la quale è reputata la più degna e la più bella patria che abbi non tanto il cristianesimo ma tutto l'universo mondo„, e infine d'avergli dato l'essere “nell'età presente, la quale si tiene per li intendenti ch'ella sia stata e sia la più grande età che mai avessi la nostra città poi che Firenze fu edificata… per esser stato al tempo del magnifico cittadino Cosimo di Giovanni de Medici„. – E più lo ringraziava d'avergli concesso d'allearsi con lui, per il matrimonio della Nannina figlia di Piero e nipote di Cosimo, con il proprio figliuolo Bernardo, splendido parentado di che il Rucellai insuperbiva. Firenze allora celebrava, senza temere i rigori delle leggi suntuarie cadute in disuso, le feste nuziali delle grandi famiglie. Le nozze di Baccio Adimari con la Lisa de' Ricasoli, celebrate nel 1420, ci son rappresentate da un'antica tavola della Galleria dell'Accademia di Belle Arti, e vediamo gli sposi con la loro accompagnatura danzare sotto un padiglione a strisce di vari e ridenti colori, al suono d'una musica di trombe e di pifferi; ma di queste del Rucellai con la Medici, che ci danno l'imagine della vita d'allora, vogliamo tentare un quadro di cui ci fornirà le linee, i colori e il disegno lo Zibaldone del buon vecchio che ne serbò caro e pregiato ricordo. Dorati dal fiammante sole di giugno, i festoni di verzura si distendevan superbi da un lato all'altro della via, levando in alto gli scudi, la metà coll'arme de' Medici e la metà coll'arme de' Rucellai. Le pietre ruspe della facciata che la magnificenza di Giovanni Rucellai aveva pochi anni innanzi fatto murare, come credesi, da Leon Battista Alberti, acquistavano quasi nuovo colore coperte com'erano dagli smaglianti parati e dalle ghirlande di fiori penzolanti da' pilastri dorici del primo piano e dai pilastri corinti del secondo e del terzo. Dirimpetto al palazzo, nella piazzuola di fronte alla loggia, era stato eretto un palco che aveva la figura d'un triangolo. Lo copriva, per difesa del sole, un cielo di panni turchini adornato di ghirlande, in mezzo alle quali sbocciavano freschissime rose; mentre di sotto, sull'assito di legno, si stendevano arazzi preziosi, che paravano anche le panche messe lì torno torno per comodo d'aspettare, e le spalliere chiudenti in giro il vago recinto. I lembi del gran velabro turchino scendevano qua e là fino a terra, come aeree colonne. Da una parte di quel gran padiglione sorgeva una credenza su cui splendevano vasi e piatti d'argento lavorati a rilievo da quanti più valenti orafi ed argentieri noverasse allora Firenze: e la ricchezza di quegli arredi annunciava la sontuosità del convito che apparecchiavasi. Nella via di fianco al palazzo s'eran poste le cucine, dove fra cuochi e sguatteri lavoravano cinquanta persone. Il rumore era grande; via della Vigna da un capo all'altro era piena di gente: agli artefici che avevan preparato gli addobbi, succedevano i messi che portavano i doni degli amici, dei clienti, del parentado: i contadini, i giardinieri, i bottegai, gli speziali che portavano le vettovaglie; i pifferi e i trombetti che preparavan le musiche: i giovani cavalieri che si accingevano agli armeggiamenti nuziali. Quella domenica – era l'otto giugno del 1466 – poco dopo il levar del sole avea la gente cominciato ad accorrere da ogni parte al palazzo dove le nozze dovean celebrarsi: arrivavano, cara e promettente vista ai curiosi, vitelle squartate, barilozzi di vino greco, capponi quanti ce ne possono stare appiccati a una stanga portata a spalla da due robusti villani, stangate di formaggi di bufalo, coppie di paperi, barili di vino comune e di scelto trebbiano, corbelli pieni di melarance, ceste di pesci di mare grandi e odorosi, paniere di pesciolini d'Arno con le squame d'argento, caprioli, lepri, giuncate. – Venivano, portate dagli ortolani dei monasteri, cestelline di zuccherini, di berlingozzi e d'altre dolcissime delicature preparate dalle candide mani di monacelle gentili: venivano a gran fatica, dondolando la testa fronzuta, e barcollando sui carri tirati da bovi sbuffanti un magnifico ulivo di Carmignano, e ginestre e quercioli tolti alla villa di Sesto, co' fiori che la ridente stagione donava in gran copia. 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Firenze, Barbèra, 1878, in-64. 14 Sacchetti, nov. 83, fine. 15 Ivi, 108. 16 Sacchetti, n. 92. 17 Paolo di Ser Pace da Certaldo, § 56. 18 Ivi, § 76. 19 Sacchetti, nov. 32. 20 Perrens, III. 330, 331, 335 e segg. 21 Paolo di Ser Pace, § 79. 22 G. Dati, Il libro segreto, pag. 100-101. 23 Bongi, in Zanelli: Le schiave orientali a Firenze. Firenze, 1885. 24 Ivi, VII. Firenze. 1885. 25 Zanelli, pag. 40. 26 Zanelli, pag. 41. 27 Macinghi, pag. 475. 28 Zanelli, pag. 83. 29 Mazzei, I, 88 prefaz. 30 La festa di San Giovanni Battista che si fa in Firenze, in Guasti: Le feste di San Giovanni, Firenze, 1884. pag. 11. 31 Nov. 99. 32 Nov. 136. 33 Sacchetti, n. 178. 34 Ivi, n. 105. 35 Sacchetti. 36 Ivi, 178. 37 Ivi, 178. 38 Sacchetti, n. 200. 39 G. Villani, X, 150. 40 Morelli Guido, Deliberaz. suntuaria del Comune di Firenze. Firenze, 1881. 41 Fabretti Ariod., Vestire degli uomini e delle donne in Perugia, a pag. 176. 42 Villani. 43 Del Lungo, La donna fiorentina ne' primi secoli del Comune, a pag. 31. 44 Fabretti, pag. 208. 45 Villani, XII, 4. 46 Nov. 137. 47 Carducci, Rime antiche da carte di archivi. Nel Propugnatore, vol. I, fasc. I, 1888. 48 Pellegrini F. C. – Agnolo Pandolfini in Giornale Storico della Lett. It., fasc. 1-2, 1886 a pag. 49. 49 Inventario e Regesto dei Capitoli del Comune, pag. 103-108. 50 Pellegrini, op. cit., pag. 45. 51 Nov. 146. 52 Nov. 204. 53 Mazzei, I, LVIII. 54 Mazzei, I, LVIII. 55 Sacchetti, nov. 148. 56 Donato Velluti, Cronica, pag. 30-31. 57 Corazzini, I Ciompi e Michele di Lando, p. XCVI. 58 Giovanni Morelli, Cronica, pag. 280. 59 Vol. I, pag. 250. 60 Guasti, Lettere di Ser Lapo Mazzei, I, pag. CXXI. 61 Pag. 96. 62 Guasti, op. cit., pag. CXIX. 63 B. Pitti, Cronica, pag. 86 e 133. 64 Morelli, pag. 281. 65 Morelli, pag. 284. 66 Salvi, prefaz. al Dominici, pag. XIII e XIV. 67 Pitti, Cronica, pag. 58. 68 Lettere di Ser Lapo Mazzei, I, pag. CI. 69 Cronica, pag. 33. 70 Ivi, pag. 19-20. 71 Ivi, pag. 53. 72 Vol. II, pag. 221. 73 Macinghi, pag. 438. 74 Macinghi, pag. 526.