Racconti e novelle
Antonio Ghislanzoni




Antonio Ghislanzoni

Racconti e novelle





DEDICA


Poichè piace al mio ottimo amico Edoardo Sonzogno raccogliere in un solo volume e pubblicare queste mie Novelle da tanti anni disperse e vaganti, io profitto della occasione per sciogliere un debito di riconoscenza.

Desidero che i miei contemporanei siano informati, come e qualmente abbia esistito a Milano un esercente di Caffè-restaurant, il quale ad un giovane orribilmente compromesso nella opinione pubblica dalla sua duplice professione di giornalista e di poeta, per oltre un anno diede a credenza il pranzo e la cena, trattandolo con quella lautezza e garbatezza, che ordinariamente vien riserbata ai consumatori milionari. Questo esercente fenomenale si chiama Ferdinando Fumagalli – un vero galantuomo e gentiluomo – già proprietario del Caffè della Accademia, ed ora gerente cointeressato del Caffè Biffi nella Galleria Vittorio Emanuele.

A lui dunque io voglio dedicato il presente volume – a lui, che ravvivando nel 1854 con eccellenti costolette e squisitissimi vini la mia fantasia estenuata da lunghe inedie, fu in certa guisa mio collaboratore e ispiratore.

Questo attestato di pubblica riconoscenza e di cordialissimo affetto, ch'io porgo all'amico Fumagalli, animerà gli esercenti ad aprire, meno ritrosi che nol furono in passato, i loro libri di credito alla classe diseredata dei poeti.

Tutto sta che questi ultimi non si illudano di soverchio, e tengano ben in mente questa circostanza, per me favorevolissima, che il mio sovventore e creditore cortesissimo non era uno svizzero.



    A. Ghislanzoni.




Dietro una Valanga


La neve cadeva a larghi fiocchi.

Franz e Joseph salivano il tortuoso sentiero della valle, conversando lietamente come due villeggianti che muovano ad una escursione di piacere in una giornata di bel tempo.

Franz diceva a Joseph:

Fra due ore avremo raggiunto il villaggio. Animo dunque! Siamo prossimi alla meta. Proseguendo di questo passo, prima di mezzodì saremo fra le braccia de' nostri cari. In casa nostra troveremo un buon fuoco, una buona zuppa e una gran festa.

– Sul fuoco, sulla zuppa quasi ci conto anch'io – rispondeva Joseph tristamente – ma un uomo che torna dall'America senza un quattrino nelle tasche, è assai difficile che trovi in famiglia una festosa accoglienza.

– Tu fosti sempre un benedetto figliuolo! Se avessi dato retta a' miei consigli, nei cinque anni che abbiamo passati laggiù, ti saresti indubbiamente arricchito. Non si può dire che la fortuna ti sia stata nemica. Hai guadagnato più di me; e, se oggi, tornando al paese, non hai la consolazione di portare alla tua famiglia un buon portafogli ricolmo di banconote, tu solo ne hai colpa. Per far denaro, ci vuole della economia, ci vogliono delle annegazioni e dei sacrifizi. – Quand'io, or fanno cinque anni, lasciava il villaggio, aveva detto a mio padre: tu presto sarai vecchio, tu hai sposo una parte del tuo patrimonio per darmi una educazione; il paesello non offre risorse – io andrò in America ad esercitarvi la mia professione di medico-chirurgo, e il giorno in cui vi annunzierò per lettera il mio ritorno, voi potrete contare sovra un portafogli ricco di cinquanta mila lire che io stesso verrò a deporre nelle vostre mani, se il buon Dio mi farà la grazia di tornare sano e salvo al paese. – Il portafogli, come tu sai, lo tengo rinchiuso nella mia valigia, e alla somma promessa non manca un quattrino. Per non guastare il mio piccolo patrimonio, io ho perfino ricusato di mangiare una zuppa all'ultimo albergo dove abbiamo passata la notte, mentre tu – sempre uguale a te stesso – hai speso gli ultimi tuoi spiccioli per quattro belle grives che sentivano il ginepro a distanza di tre camere. Ah! il profumo di quei volatili mi tentava atrocemente! Eppure – fedele a miei principî – ho saputo anche stavolta resistere e il mio peculio rimase intatto. In America, segnatamente nei primi anni, io ne ho sofferti dei digiuni! Mentre tu banchettavi spensieratamente colle belle figliuole di Buenos-Ayres, io me ne stava rinchiuso nella mia cameruccia disadorna, a rosicchiarmi, pel mio pranzo, una mezza dozzina di datteri ammuffiti! Ed ecco di qual maniera è avvenuto, che, mentre io riporto al paese un capitale più che sufficiente per assicurarmi una esistenza agiata e tranquilla… tu invece…

– Tu invece! tu invece!.. Queste prediche, mio caro Franz, cominciano a seccarmi… Eppoi – permetti che io te lo dica – non è ancor giunto il momento in cui ti sia lecito menar vanto del tuo sistema. Fatto è che, fino a ieri sera, io ho passato la mia vita più lietamente di te… Tu non hai fatto che soffrire e tiranneggiare i tuoi istinti pel corso di cinque anni – io all'incontro, non ho a dolermi di essermi rifiutato verun comodo o diletto della vita. Se infino ad oggi io fui l'uomo più beato della terra, e tu fosti, per tuo proprio volere, il più travagliato e miserabile, non veggo ragione perchè io debba invidiarti, o perchè tu abbia a menar vanto di esser stato più saggio di me. Quanto all'avvenire… vedremo! In ogni modo, nessuno potrà distruggere questo fatto, che io ho passato assai bene i miei cinque anni di America.

I due amici camminarono alcun tempo in silenzio. Franz con voce pacata riaperse il colloquio.

– È vero… perdona se ti ho fatto de' rimproveri… Alla fine, non è detto che tu sia un uomo rovinato, perchè non hai saputo metter da parte un capitaletto per l'età dei reumatismi e della gotta. Tu sei ancora nel fiore dell'età – hai talento – hai pratica degli affari – e con queste belle doti si può far bene nel paese nostro come altrove.

– E ci conto seriamente.

– Tu hai dunque intenzione di riprendere fra noi il tuo commercio?

– Senza dubbio. Dopo cinque anni di esperienze fatte laggiù, fra quei bravi Americani, io spero bene di saperne tanto da menar a bevere questi piccoli negozianti del cantone che passano per onniveggenti, come i guerci nel paese degli orbi.

– Vuoi permettermi di darti un consiglio?

– Dì, pure.

– Per riuscire perfetto commerciante è necessario che tu badi a correggerti di un grave difetto…

– Sentiamo!

– Tu sei troppo tenero di cuore…

– Come a dire?

– Tu ti lasci, qualche volta, troppo spesso, dominare dal sentimento. Non vi è cosa più rovinosa per un uomo di affari. In presenza della speculazione il fratello, il collega, l'amico debbono sparire… Quando uno agisce nella sfera delle sue attribuzioni commerciali, deve quasi dimenticare di esser uomo. Da questo lato tu hai sempre dato prova di una debolezza imperdonabile. Ti ricorderò un fatto su mille. Allorquando, all'epoca della febbre gialla, per essere fuggiti dalla città quasi tutti i medici; io mi faceva pagare dieci ed anche venti dollari per ogni visita, sicchè in poche settimane io arrotondava la bella somma che oggi riporto al paese; che facevi tu, mio povero Joseph, per usufruttare i benefizi della situazione? A quell'epoca, c'era grande ricerca di Melange e di Fernet – tu ne avevi colmi i magazzini… Animo, dunque! Profitta del buon vento! Rincarisci sul prezzo! In luogo di dieci, domanda cento, duecento franchi per ogni bottiglia… Ed ecco, in meno di un mese, tu hai realizzato un benefizio di centomila franchi. – Ma no! Il mio buon Joseph si lascia vincere dal sentimento… Egli regala agli ospedali qualche migliaio di bottiglie, riduce i prezzi in favore delle classi meno agiate, dona gratis la merce a quanti gliela domandano nella lingua del paese… Infine…

– Infine… doveva io, in mezzo a tanto disastro?..

– E qual'è di grazia la buona operazione commerciale che non abbia per base qualche disastro pubblico o qualche sventura privata?..

– Io doveva dunque, secondo il tuo avviso, lasciar perire tanti disgraziati?..

– Dal punto di vista commerciale, tu dovevi appunto…

– Lasciarli morire!!!.. esclamò Joseph, arrestandosi e guardando l'amico con espressione di meraviglia.

– Lasciarli morire – rispose Franz pacatamente. Non ispetta il diritto di chiamarsi commerciante a chi, in presenza della speculazione, non sa dimenticare di esser uomo.

A questo punto, un sinistro rumore come di vento e di tuono fece ammutire i due viaggiatori.

Dopo un istante, Franz mandò un grido:

– La valanga! la valanga!

– Gettiamoci a sinistra! gridò Joseph a sua volta.

E tutti e due si diedero a correre verso un gruppo di roccie che, elevandosi a poca distanza dalla strada maestra, parevano offrire un baluardo contro l'impeto della massa ghiacciata. Poco dopo, all'immenso fragore successe un cupo silenzio – alla luce sottentrarono le tenebre – e i nostri viaggiatori si trovarono come sprofondati in una voragine. – Da una parte la roccia impraticabile, dall'altra una montagna di neve, e al disopra uno scarso lembo di cielo che invano tentava proiettare, sui due sepolti, un riflesso de' suoi pallidi raggi.

Franz e Joseph rimasero per un istante come stupiditi dallo spavento.

– Non v'ha dubbio… siamo vivi! esclamò Joseph, rompendo per il primo il silenzio.

– Meglio esser morti, – rispose Franz cupamente. Se la valanga ci avesse schiacciati, tutto sarebbe finito… In quella vece avremo una lunga e dolorosa agonia di tre o quattro giorni.

– Non credi tu che i cantonieri si affretteranno a sgombrare la neve dalla via, ed a rimuovere l'intera valanga per iscoprire se vi siano delle vittime?

– Certamente; ma perchè coloro arrivino a diseppellirci, occorreranno non meno di sei o sette giorni, – e noi fra sei o sette giorni, saremo qui congelati dal freddo o stecchiti dalla fame. Ah! tu avevi ben ragione, mio ottimo Joseph…! A che mi valgono ora i miei cinquantamila franchi, radunati in America con tanto sudore… con tanti sacrifizi? Tu almeno non avrai il rimorso di esserti privato di ogni cosa, quando eravamo in tempo di godercela… Ah! sono stato un grand'asino…!

– Via! non disperarti… esploriamo piuttosto, se ci vien fatto di scoprire qualche via di salvezza… Chi sa? Forse, arrampicandoci su quegli scogli…

Joseph si avvide che al di là di un macigno si apriva una grotta.

Si inoltrò a tastoni. Avanzandosi, riconobbe che l'antro era spazioso e profondo… e poteva fornire un eccellente riparo contro i rigori del freddo.

Tornò sui propri passi – chiamò l'amico, e, ripreso da terra il suo sacco da viaggio – vieni! disse a Franz – dal gelo non si muore più… Ho trovato una buona cameretta, dove tutti e due potremo alloggiare gratuitamente… Le mobilie non si raccomandano per la loro eleganza, ma in compenso sono di una solidità a tutta prova.

I due amici si internarono nella grotta tenendosi per mano… Franz depose tristamente la sua valigia sopra un macigno, e vi si assise nell'attitudine disperata di un delinquente che rientri nel carcere, dopo aver udita alle Assisie la sua sentenza di morte.

Se qualcuno in quelle tenebre fitte avesse potuto scorgere il volto di Joseph, certamente si sarebbe meravigliato della singolare espressione di gioia e di trionfo che brillava ne' suoi sguardi.

– Franz! mio buon Franz! sei tu già morto dalla paura?.. Oh! voglio un po' vedere cos'è avvenuto di lui!

E così parlando, Joseph diè fuoco ad uno zolfanello, e, accesa una candela che aveva levata dal suo sacco, la piantò sovra un bel candelabro formato dalle stalagmiti nel fondo della grotta.

Nè le parole dell'amico, nè l'improvviso bagliore della luce valsero a riscuotere Franz dal suo letargico abbattimento.

– Povero amico! esclamò Joseph-senza quel cumulo di banconote che tieni rinchiuso nel portafogli, la disgrazia ti parrebbe forse men dura… Eppure – chi lo sa? – a questo mondo è sempre bene l'esser provvisti di denaro…

– Joseph! ruggì l'altro sordamente; risparmiami i tuoi motteggi… Noi siamo inesorabilmente condannati a morire… Domani… non più tardi di domani… la fame comincierà a travagliarci le viscere…

– Te fortunato! interuppe Joseph – tu non comincerai che domani a soffrire… Io – vedi! – in forza della maledetta abitudine contratta fino dalla più tenera età, di cedere ad ogni menomo appetito di stomaco… io… già cominciò a sentire qua dentro un certo stiramento… un certo pizzicore…

Franz non dava più segno di vita. Il terrore aveva prodotto in quell'infelice una specie di letargo morboso… Egli giaceva rattrappito sulla sua valigia, colle braccia conserte alle gambe, col mento appoggiato alle ginocchia… La sua fronte era livida, la bocca spalancata.

Joseph gli pose la mano sul cuore, e, sentendo che la pulsazione non era cessata, uscì dalla grotta, e si diede a passeggiare di gran lena nel breve spazio che gli era concesso.

Si vedeva, dalla contrazione della sua fronte, che egli stava dibattendo fra sè stesso qualche strano progetto.

Dopo un'ora, rientrò nella grotta. L'amico giaceva immobile nella posizione di prima. La candela era consunta per metà.

Si adagiò pacatamente presso un macigno che sporgeva dal terreno – distese sovr'esso a guisa di tovaglia un bianco fazzoletto, e, sciolto il nodo al suo sacco, ne trasse fuori un grosso involto di carta, e lo depose su quella mensa improvvisata.

Trascorsi due minuti, Franz cominciò ad agitarsi e a mormorare qualche parola appena intelligibile. – Poscia apri gli occhi.

– Santi del paradiso! non è dunque una visione? non è uno di quei sogni beffardi che si producono da un bisogno insoddisfatto…? Joseph! Mio buono… mio ottimo amico… Tu stai mangiando, non è vero? Quello che tu hai d'innanzi…?

– Un bello… un grosso… un eccellente cappone che peserà quattro chili… un cappone arrostito allo spiedo, che racchiude nel suo grembo un assortimento svariatissimo di castagne, di prugne, di pezzi di salsiccia e d'ogni ben di Dio…

– Un cappone di quattro chili…! un cappone ripieno! – gridò Franz alzandosi in piedi, e battendo le mani dall'allegrezza – ma noi siamo salvi!.. Adagio, Joseph! Tu mangi con troppa furia… Tu divori!.. Pensa che prima di cinque o sei giorni… Ma, che vedo? Anche una ruota di pane comasco!

– Una ruota di pane comasco. Sicuro! disse Joseph, portando alla bocca una fetta che in quel punto aveva spiccata dal disco; tutta roba di cui mi ero provvisto per ammansare, rientrando al villaggio, le ire della moglie e dei parenti… Questo pollo, questo bel pane bianco, largo come una pietra da molino, erano destinati a mettere un argine alle maledizioni dei miei cari congiunti, al momento in cui avrebbero scoperto che io tornava ad essi dall'America senza la croce di un quattrino…!

– Ah! gridò Franz, levando gli occhi alla vôlta della grotta – e poi vi hanno degli empi che osano negare la Provvidenza! L'inspirazione di comperare questa roba ti è venuta da Dio.

– Che Iddio sia mille volte benedetto! esclamò Joseph, biascicando una polpa di cappone. Con questo volatile, con questa ruota di pane, per sei o sette giorni la mia esistenza è assicurata!

Queste ultime parole colpirono profondamente l'animo di Franz. E, riflettendo che il compagno avea tardato fin là ad offrirgli di prender parte alla refezione, mille sospetti e terrori, di bel nuovo, lo investirono.

Joseph, senza badare all'amico, fece atto di ravvolgere nella carta i resti del cappone, e di volerli riporre nella valigia col pane sopravanzato.

Franz lo guardò fare per un istante – poi con voce commossa e coll'accento più amorevole e insinuante che per lui si potesse, gli parlò di tal guisa:

– Mio buono… mio ottimo Joseph! No! io non sono tanto esigente da pretendere che tu mi offra di partecipare gratis alla piccola refezione, che potrebbe nelle attuali circostanze camparmi da una morte crudele. Io sono ricco… tu non possiedi che il tuo bel cappone arrostito e quest'ampia ruota di pane comasco a cui giustamente tu attribuisci un valore eccezionale. – Orbene: sentiamo! Io mi affido alla tua discrezione. – Quanto domandi per una coscia di pollo? quanto per una fetta di pane? Fammi un prezzo da amico… io sono disposto a comperare ed a pagare sul momento.

– Questo pollo, questo pane, rispose Joseph colla massima pacatezza, sono fuori di commercio. Calcolando a 7 giorni la nostra reclusione forzata, tu vedi, caro Franz, che qualora ti cedessi una parte di queste provvigioni, non farei che rischiare la mia vita, senza speranza di salvare la tua. Permetti dunque che io riponga questa roba. – Essa è destinata all'uso e consumo del mio individuo, nè io consentirei a privarmene, quand'anche tu mi offrissi tutto l'oro delle Indie. Ma via! sta di buon animo, caro Franz. Nel mio sacco c'è un'altro cappone, non meno bello non meno grasso di quello che io riserbo alla mia mensa; c'è un'altra pagnotta comasca ancora intatta. Era appunto mia intenzione, tornando al paese, di aprire negozio di commestibili… Tanto fa che io cominci il mio traffico da questo momento… La bottega non è di lusso, ma in compenso l'affitto non costa nulla. Se gli affari andranno a seconda, ci metteremo più in grande. Questo macigno sarà il mio banco, questo sacco il ripostiglio delle merci, la mia cassa forte, il mio tutto. Non ti pare, caro Franz, che questa volta la mia impresa sia basata su quei principî di economia, che tu mi andavi predicando durante il viaggio?

Sul volto di Franz si disegnavano delle grinze spaventose. Quell'uomo tremava di indovinare… tremava di comprendere.

Frattanto, Joseph avea estratto dal sacco il cappone e la pagnotta, e dopo averli collocati in bella mostra sovra un sasso sporgente dal terreno, s'era messo a gridare allegramente: Avanti, signori! entrate nel restaurant americano! chi ha tempo non aspetti tempo! dejeuners… e pranzi alla forchetta al massimo buon mercato!

Franz fissava i commestibili con occhi da basilisco… Per qualche tempo egli non osò aprir bocca.

Alla fine, come uomo che si decide ad interrogare i misteri di un destino terribile, con voce concitata e cavernosa il povero affamato proruppe in queste parole:

– Eccole, signor trattore americano, un avventore che appetirebbe una coscia di pollo e una fetta di pane… Mi dica i suoi prezzi!

Joseph stette un istante sopra pensiero prima di rispondere. Indi, crollando la testa – mi spiace, disse a Franz, di non poter servire una persona così distinta e garbata. Nel nostro negozio non si usa vendere le merci in dettaglio… Ella sa bene: pollo tagliato – pollo guastato, e così dica del pane. I compratori sono molto esigenti… non vogliono saperne di avanzi… Il pane poi!.. Si provi un poco ad esporre in mostra una pagnotta a cui manchi un morsello! Tanto basterebbe per togliere ogni credito al negozio… Insomma…

– Insomma, interruppe Franz, ansioso di udire una volta la sentenza fatale; insomma, ella ha tutte le ragioni del mondo, signor trattore. Io dunque sono disposto, purchè nel prezzo si vada d'accordo…

– Oh quanto ai prezzi non la si dubiti… le faremo la maggior cortesia…

– Come dicevo, sarei disposto a comperare tutta intera la pagnotta, cedendo ad altri, più ghiotti o più ricchi di me, quel bellissimo pollo che davvero farebbe onore alla mensa di un principe.

– La signoria vostra non mi ha compreso, od io non mi sono spiegato bene, disse Joseph dopo un breve intervallo. Ella converrà meco, che, qualora io le cedessi il solo pane, il mio piccolo commercio ne sarebbe irreparabilmente pregiudicato. Una pagnotta può fare da sè, ciò è chiaro come il sole; ma il mio bel pollo arrostito perderebbe infinitamente del suo valore, se non mi fosse dato accompagnarlo con una razione competente di pane. Si presenta al mio banco un signore, un signore animato come lei dalle migliori disposizioni di stomaco… Il mio pollo gli fa gola… è disposto a pagarlo per quello che vale… Ma appena viene a sapere che nella mia bottega non c'è un tozzo di pane vendibile…

– Basta! basta! – replicò Franz colle sue note più rauche – quanto chiedi… per tutta la tua merce? Pondera bene la tua domanda, e bada che io sono uomo da lasciarmi morire di fame piuttosto che cedere a delle esorbitanze inumane e irragionevoli. Se è vero che in questa grotta non esiste altra bottega di commestibili fuori della tua, rifletti che difficilmente, quando io ti volgessi le spalle, tu troveresti qua dentro degli altri avventori.

– Non ti farò torto… sarai contento di me – riprese Joseph colla sua pacatezza sarcastica. – Alla fine dei conti, io vo debitore a te solo di quel poco di scienza economica, colla quale, aiutandomi Iddio, spero rifarmi in pochi mesi dei danni sofferti…

– Dunque! gridò Franz impazientito, questo prezzo…

– No! non intendo rovinarti… – Io mi limito a chiederti diecimila lire… per la pagnotta, e sono abbastanza discreto per cederti il pollo al prezzo di lire quarantamila – somma totale: cinquantamila lire.

– Era quello che mi attendeva! brontolò Franz, voltando le spalle al banco dei commestibili – ecco il frutto delle mie lezioni!

– Via! non vada in collera! si mostri ragionevole – insisteva Joseph colla sua flemma inesorabile. – Si provi a fare un giro sulla piazza. S'ella trova qualcuno che le offra i miei generi a prezzo più discreto, io sono pronto a regalarglieli senza esigere un quattrino.

– Fine alla commedia! gridò Franz al colmo dell'ira – se io ti ho insegnato che il profittare delle occasioni è sapienza da commerciante, saprò anche mostrarti che l'abuso conduce a rovina.

Joseph si levò dai taschini un piccolo oriuolo d'argento, e, dopo averlo consultato – è ora di chiuder bottega, disse sbadatamente – riponiamo le nostre merci… e vediamo di prender sonno. – Quanto a te, mio ottimo amico, profitta del lume per sceglierti il tuo letto – fra poco la candela sarà consunta, e fino a domani io non farò altre spese di illuminazione.

– Joseph!.. mio amico.. mio compagno di infanzia… – esclamò Franz, raddolcendo la voce – dovrò io credere che il tuo cuore sia tanto indurito!

– Un mio ottimo amico e maestro mi ha insegnato, che in presenza della speculazione debbono sparire tutti i sentimenti e gli affetti… Buon riposo, Franz!.. La notte porta consiglio, e forse domattina sul fresco apprezzerai meglio la mia discrezione e i tuoi interessi.

Ciò detto, Joseph si fece guanciale del sacco dove eran chiuse le sue provvigioni, e, ravvoltosi nell'ampio cappotto, soffiò sulla candela.

Franz si gettò boccone per terra. Di là a pochi istanti sì l'uno che l'altro presero sonno.

Ma quello di Franz era piuttosto un letargo febbrile, anzichè un sonno benefico e riparatore. La respirazione affannosa, i gemiti, i grugniti, e più che altro le tronche parole lanciate nel buio, rivelavano le crudeli visioni di quello spirito travagliato.

Un poeta, non so quale, chiamò i sogni



Immagini del dì guaste e corrotte…


ma i sogni del povero Franz, piuttosto che immagini guaste, rappresentavano degli appetiti insoddisfatti.

Le parole che più spesso gli uscivano dalla gola erano; maccheroni! polpette! frittura mista! stufato! fesa di vitello! A giudicarne da quei spasmodici accenti, avresti detto che il povero dormiente stesse sfogliando, sotto l'incubo della fame divoratrice, una edizione del Cuoco piemontese o della Serva cuciniera.

Come un poco di raggio si fu messo nella grotta, Joseph si levò sui gomiti – accese spietatamente una candela, e, strappata un'ala dal suo pollo, si fece a mangiare del miglior appetito. Franz aperse gli occhi – vide – si fece livido…

Suo primo istinto fu quello di avventarsi al cappone che stava in mostra sul banco… Ma oltrechè Joseph era dotato di atletiche forze, e vi era pericolo a lottare con lui, Franz, dal suo lato, non era uomo da sorpassare a quei principii di giustizia e di onestà che formavano, malgrado la inflessibilità del suo genio commerciale, le basi del suo carattere.

I suoi occhi dilatati divoravano il cappone. Poi si chiusero – poi di nuovo si apersero… Alla fine, il povero affamato balzò in piedi, e gridò con eroica disperazione:

– Venticinque mila lire – la metà del mio avere per quella roba!

– No! rispose Joseph, addentando la polpa del volatile – nessuna transazione è possibile – i miei generi hanno subìto un non lieve rialzo durante la notte, e tu stesso me ne dai prova – in verità, sarebbe strano che consentissi ad un ribasso… Il mio ottimo maestro ed amico Franz avrebbe ragione di ripetermi, più tardi, che io sono un cattivo commerciante, il quale non sa approfittare delle occasioni… Il mio prezzo rimarrà stazionario – Cinquanta mila lire, nè più nè meno.

Franz uscì dalla grotta per sottrarsi alla vista ed alle esalazioni del cappone tentatore.

Joseph gli tenne dietro.

– Tu mi vedrai morire! gli disse l'altro con voce già fioca e rantolosa. – E forse egli contava sui buoni istinti del suo compagno di emigrazione, e sperava intenerirlo.

– Morire! esclamò Joseph – ma sai tu che faresti un cattivo affare! No… un negoziante par tuo non sarà mai per commettere un tale sproposito! Non vedi tu, che morire significa perdere i cinquantamila franchi e con essi la vita?

Franz si avviò barcollando alla grotta, si raccolse nel cappotto, e si sdraiò sul terreno-Joseph gli tenne dietro per sorvegliare le sue merci.

Per tutta la giornata Franz non si mosse – tratto tratto egli esalava qualche gemito affannoso che voleva imitare il rantolo della morte.

Pur troppo, il cuore d'Joseph era pietrificato dal calcolo. In sul far della sera, dopo essersi divorata con infernale compiacenza una bella coscia di cappone, egli fece l'atto di riporre nel sacco le sue mercanzie…

– Ferma! gridò Franz, balzando in piedi e stendendo le braccia, che in quel momento somigliavano alle zampe della pantera affamata.. Sei tu ancora disposto a vendermi quella roba per cinquantamila franchi?

– Mercato concluso! rispose Joseph.

– Eccoti il portafogli – a me il cappone e la pagnotta…!

– Un momento!..

Joseph si fece a numerare lentamente i biglietti di banco, e trovata le somma completa, dopo aver consegnata la merce, intascò il portafogli in aria di trionfo.

Ma la gioia di Joseph non durò a lungo.

Perchè mai, dopo due giorni di digiuno, l'amico indugia tanto a spezzare il suo pane, ed a mettersi in bocca qualche frammento del grosso volatile?

A tale pensiero, abbassando istintivamente lo sguardo sulle proprie imbandigioni, Joseph con sorpresa e terrore si avvide che del suo bel pollo quasi più non gli rimaneva che il carcame… La pagnotta aveva presa la forma di un quarto di luna.

Frattanto l'amico aveva spiccata la testa al cappone, e dopo aver rinchiuso il restante nella valigia, andava suggendo le cervella e rosicchiando lentamente le ossa del cranio, come un epulone già sazio che si diverta coi residui obliati.

La situazione dei due reclusi era molto cangiata, e Joseph non tardò molto a comprenderlo.

– Se vuoi spegnere il lume… disse Franz.

– Ma ti pare? – rispose Joseph col labbro serrato. Fino a quando tu non abbia finito il tuo pranzo…

– Il mio pranzo è finito, disse l'altro, tritolando fra i denti il becco del pollastro – ora si può dormire.

Joseph soffiò sulla candela, e si rannicchiò nel suo covo in preda ai più foschi pensieri. – In verità la sua situazione, malgrado i cinquantamila franchi intascati, era divenuta assai buia.

All'indomani, verso l'alba, i due colleghi facevano colazione. Franz macinava flemmaticamente coi denti il collo del volatile. – Joseph, abbandonandosi al suo fiero appetito, consumava gli ultimi avanzi della pagnotta… Non gli restavano, pel pranzo, che le ossa spolpate del carcame.

Trascorsero parecchie ore… Franz non abbandonava il suo posto, non profferiva parola, non si permetteva il più leggero movimento. Obbedendo ai dettati della scienza, egli si guardava da qualunque atto potesse alterare l'economia della sua vitalità. Egli sapeva troppo bene che l'inerzia e il silenzio ammortiscono l'appetito.

Sul far della sera, il suo orecchio fu colpito da uno strano rumore. Rabbrividì – sorse in piedi…

– Oh! sta a vedere, che gli zappatori arrivano in mal punto a guastare i miei calcoli!

– Così parlando uscì dalla grotta per esplorare…

Era il povero Joseph che si apprestava l'ultimo pranzo, macinando fra due pietre il carcame del pollastro…

A quella vista gli occhi di Franz sfavillarono.

Poco dopo, Joseph rientrò nella grotta, e avvolgendosi nel cappotto, non potè reprimere un accento di desolazione:

– Tutto è finito!

– Ed io ne ho per dieci giorni! rispose dall'antro opposto una voce lugubre.

Joseph portò la mano al portafogli, e lo serrò presso al cuore, come una madre stringerebbe un figliuolo minacciato.

Quella notte fu lunga e travagliata per entrambi.

– Se domani è abbattuta la valanga, il mio tesoro è salvato! – pensava Joseph tra i fremiti del terrore.

– Se gli zappatori, calcolava l'altro fra gli spasimi, tardano due giorni a liberarci, le mie cinquantamila lire sono redente!

La notte trascorse – venne il mattino – una eterna giornata di digiuno torturò le viscere del povero Joseph – e la grotta non si aperse. Nessuna oscillazione della neve, nessun rumore lontano che annunziasse l'approssimarsi dei liberatori.

Joseph rientrò disperato nella grotta, e, prima di coricarsi, si lasciò sfuggire la parola fatale: – ho fame!

– Ed io n'ho d'avanzo! – rispose dall'antro opposto la solita voce – posso servirti?

– Mi rimetto… alla tua discrezione.

– Diecimila lire per un quarto di pagnotta e quaranta mila lire per una coscia di pollo-totale: lire cinquantamila.

– No… usuraio!.. no, assassino! gridò Joseph dal suo covo.

– Joseph! in commercio si fanno dei prezzi e delle transazioni… ma io ti ho insegnato, col mio esempio, a risparmiare le ingiurie. – Calmati – rifletti – io ti do tempo fino a domani.

Joseph non disse più parola, e si accovacciò come un leone in febbre.

Verso mezzanotte, Franz uscì dalla grotta per le sue esplorazioni. Tese l'orecchio… Gli parve udire fra le tenebre dei suoni indistinti… La massa della neve tratto tratto oscillava…

– Ohimè! gli zappatori si avvicinano… Io sono perduto!..

Rientrò affannato nella grotta… Poche ore gli rimanevano per ricuperare il suo capitale…

Accese un moccolo – trasse dalla valigia i commestibili, e, schieratili in bella mostra sovra un macigno, si pose a mangiare…

Joseph si levò… I suoi occhi, tutti i suoi sensi parvero affascinati… Egli afferrò con una mano la coscia del cappone, coll'altra mano gettò il portafogli ai piedi di Franz. Fu una scena muta – un vero quadro coreografico della grande epoca Catte-Ghedini.

E Joseph non aveva ancora terminato il suo pasto – e Franz finiva appena di numerare i suoi biglietti di banco, che un suono di voci e di ferrei stromenti riscosse gli echi della grotta.

– Ah! gridò Franz accorrendo. – ecco i nostri liberatori!.. vieni, Joseph! La valanga è spezzata… che Iddio sia benedetto!

Joseph, con un tozzo di pane nella destra e un osso di cappone nella sinistra, si affacciò alla imboccatura dello speco. A vederlo, pareva inebetito.

I due colleghi riprendevano poco dopo il sentiero della montagna.

All'ingresso del villaggio, sul punto di separarsi:

– Spero bene che tu non mi serberai rancore per ciò che è passato, disse Franz al compagno.

– No… abbiamo agito tutti e due da perfetti commercianti… La sorte ha voluto favorirti…

– Permetti che io te lo dica francamente, soggiunse Franz: tu hai commesso anche questa volta degli sbagli finanziari… Per essere perfetto commerciante. non basta profittare delle occasioni e saper rincarire a tempo le proprie merci: bisogna anche avere dell'ordine e dell'economia. Se tu non avessi divorato in due giorni il tuo cappone e la tua pagnotta, oggi saresti padrone delle cinquantamila lire.

– Che Dio te le converta in reumatismi! soggiunse Joseph a bassa voce.

E su questo si salutarono.




Una partita in quattro


Ho passato otto giorni a Tartavalle. (Nessuno dei miei duemila lettori ignora, che a Tartavalle v'è una fonte di acque ferruginose, intorno alla quale si adunano nel luglio e nell'agosto i sedicenti malati e gli ipocondriaci delle nostre provincie).

Non temete. Io non intendo descrivervi il luogo, nè magnificarvi la bontà delle acque, nè darvi l'elenco di tutte le donne isteriche, di tutti gli originali che quest'anno ho veduto agglomerarsi nella piccola valle. Ad altri cedo pure l'incarico di riprodurre i pettegolezzi e gli aneddoti più o meno esilaranti della stagione. A' miei lettori, poco amanti di ciò che è comune, io riserbo la primizia di una novella, che ebbi la fortuna di raccogliere io stesso ad un banchetto di amici, venuti sul luogo per cercarvi l'oblio di non so quali noie della loro esistenza domestica.

Tre amici dell'epoca più avventurosa – un poeta. un ingegnere ed un medico – amici già quasi dimenticati, sebbene a Milano, dal 1846 al 1854, avessero diviso le vivaci peripezie della mia matta giovinezza.

Da quindici anni non ci eravamo più veduti – e quando il caso mi condusse presso il tavolino, ov'essi stavano pranzando, avvenne una di quelle esplosioni di meraviglia e di gioia che d'un tratto sembrano ringiovanirci.

Quella esplosione cominciò naturalmente con una scarica di nomi e cognomi.

– Antonio!.. Eugenio!.. Lamberti!.. Rambaldi!..

E tutti, per alcun tempo, ristemmo sulla punta dei piedi, e le nostre braccia si incrociarono in una stretta amichevole al di sopra di un cappone fumante, il quale pareva attonito di vedersi così presto negletto, dopo l'accoglimento festoso che gli amici gli avevano fatto al suo primo apparire.

Per ammorzare questi subitanei entusiasmi dell'amicizia non ci vuole gran che. Basta talvolta una parola, un monosillabo inaspettato, qualche cosa che riveli un tratto ignorato e poco piacevole delle rispettive biografie.

Il primo a lasciarsi sfuggire una di queste esclamazioni deprimenti fu l'amico Lamberti.

Quand'egli, con un accento che nessuna musica potrebbe tradurre, ebbe profferita questa parola così semplice e complicata ad un tempo: «ammogliato!» tutti i volti parvero allungarsi, tutte le mani intrecciate dall'entusiasmo si allentarono. Ciascuno ricadde Sulla propria seggiola, e gli sguardi si ritorsero mestamente al cappone obliato.

In quella comitiva, che altre volte aveva rappresentato a Milano la schiuma degli scapigliati, non v'era alcuno che potesse vantarsi di aver resistito al contagio. Tutti eravamo ammogliati.

Io sedetti alla piccola mensa; e poichè le vivande e un eccellente vino di Valtellina ci ebbero alquanto rianimati, l'amico Lamberti si levò in piedi nuovamente, e, alzando il bicchiere al di sopra delle teste, si fece a gridare: Evviva le nostre mogli! evviva il matrimonio! – Fu un lampo. Subito dopo, il povero Lamberti ripiombava sulla seggiola come affranto da uno sforzo sovrumano.


*


* *

Era omai tempo di abbordare francamente la quistione. Ciascuno sentiva il bisogno di spiegarsi, o piuttosto di giustificarsi dinanzi a quel piccolo tribunale di amici.


*


* *

Per comprendere il nostro imbarazzo, è d'uopo sapere che, tanto io come quei tre amici della sventata giovinezza, avevamo professato, in altri tempi, delle teorie così avverse al matrimonio, da ritenerlo un delitto contro natura. A quell'epoca, un marito rappresentava per noi l'animale più ridicolo della creazione. L'amico Eugenio, il poeta, aveva scritto in odio del matrimonio una dozzina di satire e un volume di epigrammi. Molte volte, nei nostri spensierati ritrovi, era stato proclamato che il primo di noi il quale avesse ceduto al volgare appetito di ammogliarsi, verrebbe ritenuto un apostata, e come tale, messo al bando dalla società. Avverandosi l'incredibile fatto, gli amici si riterrebbero sciolti da ogni riguardo verso il povero delinquente. Ciascuno si sarebbe adoperato ad infliggergli quel castigo, che suol essere, quando le mogli si prestino all'uopo, la punizione ordinaria di tali delitti.


*


* *

Meno male che il delitto era stato commesso da tutti. Noi ci trovavamo nell'identica situazione di quelle brave pétroleuses della Galilea a cui Cristo avrebbe permesso di lanciare la prima pietra. Riconoscendoci tutti colpevoli, era dunque naturale che, superata quella prima fase di turbamento e di vergogna, alla fine, noi prendessimo il partito di ridere.


*


* *

Eugenio fu il primo a dare l'esempio: «Degeneri colleghi della mia giovinezza, riprese l'amico coll'enfasi de' suoi begli anni; a che serve guardarci l'un l'altro con questa ebete espressione di stupore e di vergogna? Anni sono, noi eravamo sommersi nelle utopie. Noi ci illudevamo di essere più forti e più scaltri che la comune degli uomini. Oggi dobbiamo confessare che tutti gli individui della specie umana sono uguali in faccia… alla donna. Perchè le nostre utopie avessero a realizzarsi, conveniva seguire un altro cammino. Il nostro massimo torto fu quello di illuderci che avremmo potuto sottrarci alla moglie, seguendo, come sempre abbiamo fatto, le orme della donna. Ora, chi segue la donna, o tosto o tardi deve inevitabilmente cadere nella moglie. – Evidentemente, fra le nostre teorie anticoniugali e le nostre aspirazioni di istinto, c'era una contraddizione ed una lotta. Noi ci eravamo collocati in una situazione assurda, dalla quale non era possibile uscire, se non a patto di rinunziare alle più dolci emozioni della vita. Rileviamo le nostre fronti avvilite! Guardiamoci in faccia l'un l'altro colla franchezza dell'uomo intemerato. Nessuno di noi ha da vergognarsi di aver tradito un principio. Noi abbiamo costantemente protestato e reagito. La nostra sconfitta non provenne da debolezza e da viltà, ma soltanto da un errore strategico. Che ve ne pare? non ho ragione?..

– Se ci fossimo attenuti, riprese cupamente il Rambaldi, alla savia massima di non fare la corte che alle donne maritate, a me sembra che, senza rinunziare alle più dolci emozioni della vita, non ci troveremmo oggi tutti quanti al duro passo di dover giustificare le nostre transazioni… Grazie alle provvide leggi dei nostri padri, una donna non può avere due mariti – chi dunque ama le donne degli altri, segue la strada più sicura e più comoda per iscansare il precipizio.

– E se io vi dicessi, interruppe Eugenio vivamente, se io vi dicessi che fu appunto questa falsa massima che mi ha trascinato alla perdizione, e che io non sarei forse mai precipitato negli abissi del matrimonio, se non avessi ceduto al peccaminoso desiderio di assaggiare la donna d'un altro!

– In verità, la dev'essere una istoria curiosa e bizzarra, dissi all'amico.

Nè più nè meno della vostra; e se tutti ci facessimo a riannodare le fila di questa trama capricciosa dove nostro malgrado ci troviamo impigliati, ne uscirebbero indubbiamente delle assai bizzarre novelle.

– Vogliamo provarci?..

– Agli ordini vostri, rispose Eugenio – e purchè tutti promettiate l'uguale sincerità, io sarò il primo a darvi l'esempio.

– Sta bene.

E l'amico Eugenio si fece senz'altro a raccontarci la sua istoria.


*


* *

« – Or fanno quindici anni, allorquando il mio cattivo genio mi diè la prima spinta su questa maledetta carriera delle lettere, dove non ho raccolto che malanni, io versava nelle più gravi strettezze. I primi prodotti del mio genio mi venivano pagati a cinque lire per ogni foglio di stampa – i miei guadagni non sorpassavano le ottanta lire al mese.

Io abitava una stanzetta più vicina al cielo che alla terra.

Un bel mattino, sento bussare alla porta. Nessun altro fuorchè un creditore avrebbe osato salire a tanta altezza. – Avanti! – A quell'epoca i creditori non mi facevano paura; mi rendeva forte, al loro cospetto, la certezza di non avere con che pagarli.

Sventuratamente, quella mattina non si trattava d'un creditore. Era il primo anello della grande catena conjugale che veniva ad introdursi nel mio libero domicilio, sotto le sembianze di un idiota.

Appena io mi ricordava d'aver veduto una o due volte quel fatale personaggio. Bel giovine, del resto, tutto profumato e azzimato – uno di quei figuri a cui il mal di fegato o qualche altro vizio degli intestini suol dipingere il volto di quel pallore, che alcune donne sogliono chiamare la vernice del sentimento. La sua bruna capigliatura stillante di cosmetici, l'occhio grande ed incavato, il languore del collo, il cascante abbandono della persona, davano a lui una cert'aria di genio sventurato che, a vederlo da lunge, lo rendeva interessante. Vi ho già detto alla prima presentazione che egli era un idiota, ed ora credo bene ripetervelo, perchè non vi facciate sul di lui conto alcuna illusione.

– A che debbo il piacere… l'onore.

Il mio visitatore stralunò gli occhi, e sorrise, stendendomi la mano in atto di cordiale benevolenza.

Poi, innanzi di profferire parola, si tolse dalle tasche un portafogli, ne levò fuori un pajo di lettere profumate, e, dopo averle guardate senza aprirle con una espressione di compiacenza misteriosa che attirava alla superficie del suo volto tutto l'ebetismo del suo cervello, finalmente sciolse la favella:

– Ella deve sapere… cioè a dire… che essendo noi tutti giovani… cioè a dire… che siccome vi hanno delle donne… e siccome tutte le relazioni cominciano per via della via…»

E, proseguendo su questo tono per un buon quarto d'ora, egli riuscì a farmi capire come ei fosse innamorato d'una bella ed elegante signora, la quale dopo molte dimostrazioni di indifferenza e di ritrosia, si era alla fine lasciata sedurre a rispondere alle sue lettere. E parendogli che quelle lettere fossero scritte con una eleganza di stile ed una elevatezza di idee non comune, aveva pensato di rivolgersi a me, perchè lo aiutassi nel suo epistolario, dettandogli delle risposte commoventi, infuocate, irresistibili, mercè le quali egli si teneva sicuro di vincere in breve tempo le esitanze dell'angelo adorato. Nella mia qualità di segretario amoroso, io avrei percepito il vistoso emolumento di lire quattro per ciascuna lettera. Il proprietario d'un foglio teatrale, dove a quell'epoca io faceva le mie prime armi nella critica, non mi dava tanto per una appendice di dieci colonne.

La strana proposta eccitava in sommo grado la mia curiosità. Quell'epistolario aveva per me tutte le attrattive di un romanzo; e, siccome le due lettere dell'incognita dama rivelavano propositi di virtù e di resistenza ad ogni costo, io mi sentiva piccato da un satanico desiderio di misurare con quella fiera ed appassionata Penelope la forza del mio stile e la efficacia del mio lirismo amoroso.

Accettato l'incarico, mi diedi subito all'opera. Il mio cliente si assise allo scrittoio; ed io gli dettai una lettera di quattro pagine, così esuberante di passione, così gonfia di ampolle, che l'altro tratto tratto balzava dalla seggiola come scosso dall'elettrico.

«Buona!.. sanguinosa!.. assassina!» esclamava il giovane ad ogni frase che io andava dettando. E quando veniva in campo una parola poco usitata e non compresa da lui, in luogo di chiedermi una spiegazione, portava la mano al cuore, o sbuffava un grosso sospiro che assomigliava a un grugnito.

La mia prima lettera era una confutazione di quelle venerande teorie di fedeltà coniugale, che noi non cessiamo di chiamare assurde fino al giorno in cui, impigliati dal matrimonio, comprendiamo il pericolo di professarle e di propagarle – era una tremenda requisitoria contro i mariti, la quale si chiudeva con un inno alla libertà ed alla assoluta indipendenza della donna, degno d'un comunalista.

Non è a dire con quale compiacenza, dopo aver letto e riletto quel mio squarcio di eloquenza, l'amico si fece a delinearvi la propria firma. Per conquistare i favori del bel sesso, oltre alle attrattive di un volto fiammingo, la fortuna aveva dato a colui un nome ed un cognome de' più interessanti.

Egli si chiamava Arturo della Valle. Pensate se una donna di immaginazione un po' viva avrebbe potuto resistergli!


*


* *

La risposta della signora non si fece attendere a lungo, Di là a due giorni, il bell'Arturo tornò alla mia camera con un foglio color di rosa nella mano e il volto irradiato dalla gioia.

Nello scorrere lo scritto provai un leggero fremito d'orgoglio. La mia eloquenza aveva prodotto il massimo effetto. La signora confessava che le mie parole le avevano suscitata nel cuore una tempesta. La sua fede era scossa; i suoi propositi di virtù e di resistenza più non rappresentavano che una figura rettorica. Si dichiarava infelice come la Teresa dell'Ortis, come tutte le Terese che amano debolmente il loro consorte legittimo. Pregava l'amico di obbliarla, e dopo alcune linee invocava la sua protezione, confidava di trovare in lui un alleato nella lotta a cui andava incontro. A sua volta protestava contro la tirannide delle leggi sociali, deplorava la schiavitù della donna, ma al tempo stesso si riteneva colpevole per non aver opposta una più energica resistenza al sentimento che l'aveva dominata. «Scriviamoci, diceva essa, scriviamoci sovente: procuriamo di fortificarci e di animarci l'un l'altro alla dura battaglia che siamo chiamati a combattere… Io conto sulla tua alleanza come su quella di Dio… Mostriamo di saper soffrire, e il nostro amore diverrà una religione, nè potrà mai aver fine.»


*


* *

Il bell'Arturo, quantunque idiota, comprendeva che quella lettera era promessa di un prossimo trionfo.

E frattanto il mio cuore era in preda alla più viva commozione.

Rare volte mi era accaduto di dover ammirare in uno scritto di donna tanta vivezza di immagini, tanta castigatezza ed eleganza di stile. Quella lettera avrebbe portato con onore la firma della Donna Gentile, e figurato superbamente nell'epistolario di Foscolo.

Io mi sentiva piccato di emulazione; e, quantunque si trattasse di causa non mia, e provassi una certa ripugnanza nel prestare il mio ingegno alla perdizione d'una donna di spirito ed al trionfo d'un imbecille, pure la novità del caso e quella certa compiacenza satanica che tutti proviamo nel veder svilupparsi uno scandalo, mi ispirarono una seconda lettera non meno eloquente della prima, e forse più calda e appassionata.


*


* *

Non intendo descrivervi tutte le fasi di quell'epistolario. Vi basti sapere che, fosse effetto della mia eloquenza, fosse prepotenza naturale di simpatie, al quinto carteggio la signora promise un abboccamento.

Il convegno della coppia avventurata doveva aver luogo sul bastione fra porta Renza e porta Tosa, alle sei del mattino.


*


* *

Difficile mi sarebbe esprimere ciò che io provai, all'avvicinarsi della catastrofe. Il mio turbamento era tale, che io non poteva a meno di chiedere a me stesso, se qualche cosa di somigliante all'amore si fosse impossessato di me. Nel mirare la gioia del bell'Arturo, nell'udire le sue esclamazioni grottesche, io sentiva uno spasimo non mai provato.

Io non poteva darmi pace all'idea che quello stupido animale fosse predestinato al possesso di una donna, ch'egli più volte mi aveva dipinta quale un angelo di bellezza e che io, attraverso le grazie seducenti del suo epistolario, aveva tanto ammirata. Io cominciai a sentire il rimorso della mia complicità. Il desiderio di impedire quel colloquio pareva a me suggerito dagli impulsi della gelosia. – Era io dunque innamorato? Questa domanda mi affannava e mi irritava. E quando io mi studiava di volgerla in celia, sentiva che i miei sforzi erano vani. Che non avrei tentato per mandare a vuoto quell'abboccamento, per rompere le fila di una trama da cui potevano derivare mille calamità ad una donna tanto simpatica per elevatezza di spirito e squisitezza di sentimento? Essendo in mio potere il salvarla, mi pareva di commettere un delitto assistendo con tanta indifferenza al pericolo che io vedeva sovrastarle, e cooperando io stesso alla sua perdizione.


*


* *

Tali presso a poco erano i miei pensieri nei due giorni che precedettero l'abboccamento. E forse io avrei subito ceduto alla tentazione di giuocare un mal tiro all'amico, se non mi fosse balenata alla mente la speranza che quel colloquio potesse riuscirgli fatale.

– Come mai, pensava io, potrà ella, una donna di animo sì delicato e sensibile, una donna sì colta e gentile, non avvedersi, al primo ricambio di parole, d'aver a fare con un bruto? Ed io mi figurava lo stupore di lei nello intendere le frasi sconnesse, le gagliofferie, gli idiotismi di quel melenso adoratore, il quale nelle sue lettere si era mostrato (perdonate la modestia) così poetico e commovente. Non era a prevedersi che l'incanto sarebbe sparito? che l'ardore suscitato dalla mia eloquenza si sarebbe spento alle prime parole profferite da colui?.. che colpita di sorpresa e di stupore, la signora avrebbe scandagliato d'uno sguardo intelligente e profondo la fisonomia del suo adoratore, e sotto la epidermide del gentiluomo discoperto il cretino?..


*


* *

Le mie previsioni quasi in tutto si avverarono. Due giorni dopo quell'abboccamento, il Della Valle ricevette della signora una lettera dalla quale io potei scorgere un regresso di passione. Ella tornava da capo a parlare di sacri doveri, di rimorsi, di pentimenti, di pericoli. Si mostrava risoluta nel proposito di non accondiscendere più mai ad un convegno che avrebbe potuto comprometterla in faccia al mondo ed al marito, precipitarla in un abisso di sventure. Nuovamente implorava le armi a combattere una passione che poteva trascinarla alla colpa. «Vediamoci da lontano, diceva ella; parliamoci a mezzo dello scritto, dove il sentimento suole purificarsi e poetizarsi in una forma di linguaggio più castigata e più adorna. Vuoi che io ti dica tutto l'animo mio? Stringendo la tua mano, respirando la tua parola, ho sentito d'aver a fare con un uomo, leggendo le tue lettere io gustava l'ineffabile illusione di essere amata da un angelo.»

– Che razza di discorsi hai tu rivolti a quella povera signora? domandai al mio ebete cliente, con piglio fra il brusco ed il faceto.

– A dire la verità non saprei nemmen io… siccome per via della via… e siccome per venir presto al comprendonio… parendomi che anche lei, ecc., ecc.

– Capisco, capisco… Se questo fu il tuo modo di esprimerti, immagino che il colloquio non sarà andato per le lunghe…

E l'altro, vedendomi ridere, mi guardava e rideva a sua volta, colla espressione più franca dell'imbecille.


*


* *

La lettera della signora, soprattutto quelle adorabili parole —io poteva illudermi di essere amata da un angelo– mi infiammarono la fantasia. Mi pareva che i raggi di quell'amore, deviando dal punto a cui erano diretti, anelassero ad una meta ignorata; che mentre, per effetto di una strana illusione ottica, quella donna credeva di amare il signor Arturo Della-Valle, il di lei cuore fosse invece attratto verso un altro ideale, verso colui che sapeva parlarle il linguaggio del sentimento e della poesia.

– Bisogna che io conosca… che io veda questa donna! Tale fu il pensiero che mi spinse a riprendere l'epistolario, e ad impetrare un secondo abboccamento.

E questo pensiero mascherava una determinazione colpevole, indegna, lo confesso, di un uomo leale, ma che allora, sotto gli impulsi della passione, mi pareva onestissima. Io era determinato a presentarmi in luogo di Arturo a quella donna, e rivelandole il vero autore delle lettere che tanto l'avevano impressionata e ammaliata, domandarle… Che cosa?.. Io stesso lo ignorava… In quella crisi di eccitamento appassionato, io non poteva prevedere lo scioglimento del dramma… Ma quand'anche la catastrofe non mi avesse promesso altro risultato fuor quello di troncare un equivoco mostruoso, di risparmiare ad una bella e amabile donna la vergogna di soccombere ad un fatuo, io non avrei indietreggiato nell'impresa.

La mia mente era in preda alla esaltazione; io non vedeva ciò che vi era di indelicato e di sleale nel mio modo di agire. Mi posi dunque all'opera con ardore – meditai per bene il mio piano strategico, e senza preoccuparmi dell'avvenire, corsi direttamente alla mia meta.


*


* *

La corrispondenza epistolare fu ripresa alacremente, ed io perorai tanto bene per ottenere un secondo abboccamento, che dopo lo scambio di una decina di lettere, la signora accondiscese. Il luogo fissato pel ritrovo fu una stradicciuola nelle vicinanze del Conservatorio di musica, dove a certe ore del giorno non si incontra anima viva. La situazione era stata scelta da me, ed era quella che meglio si addiceva alla effettuazione del mio piano strategico. Io mi era prefisso di collocarmi sovra un'altura del bastione, dalla quale avrei potuto spiare le mosse dei due innamorati. Al momento della separazione, come avviene sempre in tali casi, i due amanti si sarebbero allontanati per opposto cammino. – Dalle alture, ove io contava stabilire il mio quartiere di osservazione, nulla più facile che piombare improvvisamente alle spalle della signora, seguirla, investirla, agguantarla… e, profittando della sua sorpresa, del suo turbamento, indurla, buono o malgrado, a porgermi orecchio. Voi sapete quanto io fossi sventato a quell'epoca, e con quale spensieratezza io corressi alle avventure di amore. Felici tempi della irriflessione e degli improvvidi ardimenti! Non vi scandolezzate, o miei ottimi amici, se mi permetto di rimpiangere quelle deliziose follie. Il matrimonio ci ha tramutati – noi apparteniamo oggimai alla classe rispettabile degli uomini morali, degli uomini di polso– noi occupiamo ciò che suol chiamarsi una posizione sociale, e il mondo, che prima del nostro matrimonio ci guardava con diffidenza e disprezzo, oggi comincia ad accordarci la sua stima, ad accoglierci con rispetto e venerazione… Ma pure, se in un lucido intervallo di antica gaiezza, noi gettiamo uno sguardo al passato per raffrontarlo al presente, difficilmente riusciamo a comprimere un sospiro all'indirizzo degli anni vissuti. Chi ci ridona la sventatezza dei nostri anni giovanili? Il mondo ci chiamava scapestrati, vagabondi, gente da nulla… E infatti, noi commettevamo, ridendo, piangendo qualche volta, delle enormi follie, riprovate dalle leggi e dalla sana morale… È vero – la nostra condotta non era regolare; confessiamolo francamente, non era sempre onestissima… Ma i nostri peccati erano frutto di quella santa inscienza del bene e del male, che costituiva, nel paradiso terrestre, la felicità dei nostri primi parenti – peccati che non lasciano rimorsi nè dolori, e la cui ricordanza, anche al presente, non può destarci nell'anima veruna amarezza, quando non la accompagni il rammarico di qualche omissione…

Amici: perdonate questo sfogo – prima di riprendere la mia storia, vi prometto che sarà l'ultimo.

Era un bel mattino… di primavera, già s'intende… Seduto sovra una panchetta di granito, io dominava le viuzze sottoposte – una siepe di robinie proteggeva il mio agguato. – Allo scoccare delle sei, il mio Arturo, colle mani in saccoccia e la testa ondeggiante, si introdusse nella piccola via, dove subito venne raggiunto da una donna semplicemente vestita, col capo ravvolto in un velo.

Il Della Valle si arrestò, trasse la mano di tasca e fece l'atto di stenderla alla donna; poi, arretrò di due passi come istupidito, e poichè la signora ebbe scambiato quattro parole con lui, si allontanò a passo lento, e disparve.

Il colloquio era stato tanto breve e la separazione così pronta ed inaspettata, che per poco il mio piano rischiò di andare a vuoto. Fortunatamente la signora prese la via del bastione: onde io, riavutomi dalla sorpresa, le mossi incontro, e, sbarrandole audacemente il cammino, la investii di tal guisa:

– Signora Amalia… perdonate…

– A chi ho l'onore di parlare? chiese la signora con voce pacata, arrestandosi a me dinanzi, senza dar segno di turbamento o di dispetto.

Quel contegno nobilmente disinvolto impose per un istante alla mia arditezza. Ma io mi accorgeva di trovarmi in una falsa posizione; se la mia esitazione fosse durata più a lungo, avrei fatto una ridicola figura, mi sarei irremissibilmente perduto.

– Ah! voi siete ben dessa! – esclamai dunque con voce commossa, ma coll'accento del più sentito entusiasmo – l'ideale della donna di spirito… l'incarnazione della poesia e dell'amore…

– Signore, mi interruppe ella con accento dignitoso ed amabile ad un tempo – io vi ho pregato di dirmi a chi ho l'onore di trovarmi dinanzi, e voi mi gettate in viso dei complimenti che appena sarebbero tollerabili se partissero da un amico.

– Gli è che io, ripresi con enfasi, sono propriamente un vostro leale amico. Noi ci conosciamo da un pezzo, signora Amalia… Noi ci siamo parlati tante volte… La nostra corrispondenza epistolare è stata così espansiva e sincera, che ben si può dire non esistere più segreti fra noi. Tutte le lettere che indirizzaste al signor Arturo Della Valle sono passate per le mie mani… In quelle lettere io ho veduto disegnarsi i tratti gentili della vostra fisonomia, ho assaporate le delicatezze del vostro cuore, ho respirato i profumi del vostro spirito… Voi vedete dunque che noi ci conosciamo… Se nelle lettere che portavano la firma di Arturo Della Valle (e voi stessa lo avete più volte confessato) vi erano espressioni ed accenti atti a commovervi e ad esaltarvi; se avete pianto di gioia per una frase di pietà o di amore; se avete gustato, nello scorrere quei fogli, delle estasi ignote; no, o signora, voi non avete più diritto di affermare che io vi sia sconosciuto. Noi ci siamo parlati… noi ci siamo compresi. Questo povero Della Valle, a cui io dettava le mie speranze e le mie angoscie, a cui voi, signora, indirizzavate le ideali aspirazioni della vostra grande anima, non era che una statua di granito, dove noi abbiamo deposto dei fiori, nella certezza che un'incognita divinità sarebbe scesa a raccoglierli, a respirarne i profumi… Ebbene, sappiatelo… quei vostri fiori… sono io che li ha raccolti… sono io che voluttuosamente li ho posati sul mio cuore… io che ve li ho rimandati coperti di lagrime e di baci… E, fatto audace dal desiderio, inebbriato dall'amore, io fui spinto a seguire le orme della diva misteriosa, ed ho osato sperare che ella un giorno, incontrandosi meco, mi avrebbe tosto riconosciuto. Se voi, signora, potete perdonarmi…

A questo punto, la giovine donna sollevò il velo che le scendeva sul volto, e guardandomi con ineffabile espressione di tenerezza e di affetto, mi disse «Non vi par tempo, o signore, di soddisfare alla mia curiosità, declinandomi il vostro nome e cognome?..

– Io mi chiamo Eugenio Renzi…

– Ebbene: se il signor Eugenio Renzi domattina vorrà recarsi verso dieci ore all'ufficio della posta, troverà una lettera al suo indirizzo.

E ciò detto, colei mi stese la mano in atto di accommiatarsi, e prima che io avessi tempo di proferire altra parola, si dileguò rapidamente sotto le ombre degli ipocastani.

Quel giorno non rientrai al mio domicilio. Io temeva una visita di Arturo; io voleva ad ogni costo evitare un colloquio imbarazzante. Io sentiva di avere abusato della mia posizione, e, quantunque fra me e colui non esistessero vincoli di vera amicizia, pure il cuore mi avvertiva di aver agito con poca delicatezza. Se in me ci fu colpa, il Dio delle vendette mi ha severamente punito, condannandomi ai lavori forzati… del matrimonio.

All'indomani, verso le otto del mattino, sentii picchiare alla porta della mia cameretta.

Era lui – voi tosto indovinate che io risposi… col più rigoroso silenzio.

Il povero innamorato mi chiamò a nome più volte, ripicchiò con crescente vigoria, e, disperando alla fine di vedersi aperta la porta, si allontanò a passo lento per le scale. Quando io, balzato dal letto, attraverso le griglie lo ebbi accompagnato collo sguardo fino allo svolto della contrada, mi abbigliai prestamente, uscii dalla camera, scesi dalle scale a precipizio, e corsi diffilato all'ufficio della posta.

Il cuore mi batteva forte; la stranezza dell'avvenimento mi esaltava la fantasia; io mi trovava in presenza di un enigma interessante, e la mia curiosità ne era vivamente eccitata. Quella donna, che il giorno innanzi io aveva veduta per la prima volta, che sì ingenuamente aveva accolto le mie espansioni di amore, che aveva promesso di scrivermi, non rappresentava forse una protagonista da romanzo dotata delle attrattive più affascinanti? Permettete, miei ottimi amici, che io non mi arresti a descrivervi le bellezze personali di una donna, che oggi si chiama la mia consorte legittima, ed è la madre di quattro marmocchi che portano il mio cognome.

Un marito che descrive le bellezze della propria moglie, commette, al meno peggio, un peccato di imprudenza e, in ogni modo, si rende ridicolo. D'altronde – è legge di natura – dopo dieci anni di matrimonio, il mio pennello s'è alquanto sfibrato, e sulla mia tavolozza troverei difficilmente, per ritrarre la mia cara metà, i colori vivaci e brillanti che in altri tempi avrei prestati alla effigie dell'amante.


*


* *

Dopo aver girovagato alcun tempo nelle contrade adiacenti, verso le ore dieci mi presentai al banco della posta.

Una lettera c'era… una lettera vellutata… profumata… Prima ancora di averla nelle mani e di leggere la soprascritta, io aveva indovinato che quella lettera era uscita dal boudoir di una donna.

Appena fui nella contrada, mi affrettai ad aprirla Quei caratteri mi erano già noti, e il nome di Amalia spiccava sotto le ultime righe. Non c'era luogo a dubitare; la donna che da parecchi mesi intratteneva corrispondenza d'amore con Arturo Della Valle, era la stessa che a me indirizzava quella lettera. Ecco presso a poco ciò che diceva quello scritto:



Pregiatissimo Signore

«Prima di prendere una determinazione, ho voluto riflettere una intera notte. Prego anche voi di fare altrettanto prima di decidervi ad un passo, dal quale può dipendere il mio ed il vostro avvenire.

»Io vi parlerò colla massima franchezza, nella speranza che voi pure vi comportiate meco colla lealtà che si addice ad un uomo di onore, ad un uomo di spirito quale voi siete.

»Jeri mi avete detto che al leggere le lettere indirizzate al signor Arturo Della-Valle, voi foste preso da invincibile simpatia per la donna che le aveva vergate… Ebbene: a mia volta vi dico, che io pure ho subìto il fascino dei vostri scritti, che vi ho amato per la viva, appassionata eloquenza del vostro linguaggio, pei nobili ed elevati affetti che voi esprimevate.

»Quel signor Della-Valle, voi stesso lo diceste, non era che una statua di granito, dove noi abbiamo deposto dei fiori consacrati ad una divinità misteriosa che tosto o tardi sarebbe venuta a raccoglierli. – Noi ci siamo intravveduti presso il piedestallo della statua… noi ci siamo riconosciuti… ed io tosto ho compreso che voi eravate l'ideale delle mie aspirazioni… il solo… l'unico oggetto del mio amore…

»L'uomo che io vagheggiava… l'uomo che mi aveva affascinato cogli accenti melodiosi della passione non poteva essere quel povero Arturo, così impacciato e melenso che non seppe connettere due monosillabi, quando io gli indirizzai la parola sull'angolo di via Monforte…

»Voi seguiste i miei passi… voi vi dichiaraste autore delle lettere indirizzate alla signora Amalia, ed io non ho esitato un istante a riconoscere che voi dicevate il vero.

»Quella rivelazione mi ha colmato di beatitudine. Il vostro aspetto, il calore del vostro linguaggio non hanno fatto che ravvivare le mie simpatie – il mio cuore da quell'istante si avvinse a voi, e una indefinita speranza mi balenò al pensiero.

»Mi sarò io ingannata?

»Sarà questo un sogno passeggiero come tanti altri?..

»Ciò dipende da voi. Oramai, l'Arturo Della-Valle ha mutato di nome; egli si chiama Eugenio Renzi. La mistificazione è svanita, l'equivoco è dissipato. Noi ci troviamo di fronte a viso scoperto – voi avete detto di amarmi – io vi amo.

»Riflettete bene, ve lo ripeto e ve ne supplico, prima di prendere una risoluzione. Se vi pare che il vostro amore sia qualche cosa di serio e di elevato, non una effimera ebbrezza; se credete che esso possa resistere al tempo ed alle avversità, in tal caso – in tal caso soltanto – dirigete i vostri passi verso il luogo dove ieri ci siamo per la prima volta incontrati… Io sarò là ad aspettarvi, domattina, col cuore ansante di desiderio e di terrore…

»Non è mestieri che voi mi preveniate con una lettera… La vostra apparizione equivarrà ad una conferma d'amore… ad una promessa di eterna felicità. Se non verrete, vorrà dire che anche questa volta io dovrò rinunziare al paradiso sognato, e piangere nelle tenebre l'ultima illusione della mia giovinezza.

    Amalia».


*


* *

Sebbene a quell'epoca io fossi uno sventato di prima classe, pure quella lettera gettò nel mio cuore un insolito turbamento. Voi converrete, miei ottimi amici, che il caso era abbastanza singolare per dar a riflettere, e suscitare qualche allarme nel più matto dei matti.

Ammirando la schiettezza di quella donna, io non poteva a meno di essere sorpreso della sua disinvoltura nel mutare di amanti. L'eccentricità di quel carattere mi allettava in sommo grado, ma io temeva in pari tempi ch'essa coprisse una leggerezza di cattivo genere.

Malgrado queste considerazioni e in onta di un indefinibile presentimento di sciagura, all'indomani mi recai sul luogo del convegno.


*


* *

Allo scoccare delle otto ore, la mia bella misteriosa spuntò dalla stradicciuola che dà sul bastione, e mosse ad incontrarmi con passo accelerato. Ella vestiva colla massima eleganza, e in luogo del velo, questa volta portava in testa un bizzarro cappellino di paglia.

Nell'abbordarmi, mi porse il braccio senza esitazione, con adorabile abbandono. Il di lei volto era sorridente, e gli occhi si fissavano in me colla espressione della più cordiale benevolenza.


*


* *

– Sì, il cuore mi diceva che sareste venuto… Come sono felice!.. usciamo dalla porta… allontaniamoci dalla città… gettiamoci all'aperta campagna… Andiamo a perderci in quel labirinto di stradicciuole deserte, dove esultano i liberi uccelli fra il sorriso delle acque e dei fiori…

E così parlando, mi traeva seco pel braccio, e noi uscivamo dalla città come due amanti che si conoscano da mesi.


*


* *

Non riferirò il lungo ed animato dialogo che ebbe luogo fra noi, sotto l'ombra di non so quanti faggi, al mormorio di non so quanti ruscelli. Vi dirò solo che al contatto di quella donna tutte le mie apprensioni svanirono. La nostra conversazione assomigliava ad un duetto istromentale che esprime dei concetti indefiniti. Ci parlavamo come due esseri che non hanno rapporti col mondo. Eseguivamo delle variazioni, a volta patetiche, a volta brillanti, sovra una sola melodia – la melodia dell'amore.

Così passarono parecchie ore. – Al momento di rientrare in città, noi sostammo presso gli argini del ponte.

– Quando ci rivedremo? – mi chiese ella, coll'accento dell'insaziato desiderio…

– Quando vorrai – le risposi – quando senza comprometterti…

– Ebbene: a che servono le dilazioni?.. Poichè ti ho dato tutto il mio amore io debbo anche accordarti la mia piena fiducia. No! le convenienze, i pregiudizi del mondo non possono impormi – io abborro le ipocrisie. Io mi abbandono a te… ti affido il mio onore la mia riputazione… tutta me stessa. La mia casa ti è aperta – io ti aspetterò tutti i giorni… a tutte le ore… Fra noi da questo momento è tolta ogni barriera… io sfido tutte le dicerie… come sono disposta ad ogni sacrifizio. Se questa sera… se domattina vorrai recarti alla mia casa, io ti correrò incontro a braccia aperte, e noi vedremo rinnovarsi nella intimità del mio piccolo appartamento le ore deliziose che abbiamo passate questa mane sotto la vôlta del cielo sereno…

Tali presso a poco erano le sue parole: ma io non potrei descrivervi l'enfasi della voce e degli accenti. La sua esaltazione pareva toccasse il delirio.

– Amalia, le dissi stringendo colla più viva commozione la sua mano nella mia; io ammiro il tuo entusiasmo e ti sono grato della fede che in me riponi, ma non posso incoraggiarti al sacrifizio de' tuoi doveri e della tua pace. Non accusarmi di freddezza se ti parlo il linguaggio della ragione. Fino ad ora noi abbiamo conversato come due esseri che appartengano ad un mondo ideale, dimenticando, nelle estasi del nostro amore, il triste realismo della vita. Noi stiamo per rientrare nella città, e per riprendere il posto che la società ci ha inesorabilmente assegnato. Prima di separarci è necessario che noi avvisiamo ai mezzi di rimuovere gli ostacoli che potrebbero opporsi alla nostra felicità. Io sono libero come gli augelli dell'aria – ma tu… Amalia!.. Puoi tu dire altrettanto? Puoi tu obliare di avere un marito ed un figlio? Dovrò io, perchè ti amo, fomentare la tua esaltazione fino al punto di renderti ribelle alle convenienze che il tuo stato ti impone, e trascinarti per una via piena di affanni e di umiliazioni? Meno male se non si trattasse che di un marito, ma poichè un figlio ci sta di mezzo…


*


* *

A questo punto della mia patetica allocuzione, una chiassosa risata mi ruppe gli accenti sul labbro.

– Mio marito!.. Mio figlio! – esclamò la giovane donna, abbandonandosi senza ritegno alla ilarità che la invadeva. – Ma dunque tu credi… tu puoi supporre?.. Oh vedi un poco i bei pazzi che noi siamo!.. Abbiamo passate due ore a parlarci d'amore, a fabbricarci colla immaginazione un avvenire di gaudio e di felicità, e non abbiamo pensato a liberarci dalle chimere. Via! sta di buon animo, Eugenio mio – il marito, il tremendo marito non esiste. Il marmocchio che rappresentava una parte sì patetica nelle mie lettere, appartiene, per diritto naturale e legittimo, ad un'Amalia che tu non conosci, all'amante del tuo amico Della-Valle. È tempo davvero che noi discendiamo nella vita reale per dissipare ogni equivoco. Noi eravamo in quattro a giuocare la partita. Tu eri il segretario, il consigliere intimo di un Arturo imbecille; io d'altra parte scriveva delle lettere d'amore per conto di una signora Amalia, ammogliata con prole, ma poco ferma nella grammatica e nella ortografia. Tu ti invaghisti di conoscere l'amante del tuo amico. Io, nel leggere le tue risposte appassionate, sentii il bisogno di vederne l'autore. Il caso non poteva meglio favorirci. Domenica scorsa, per una indisposizione subitamente sopravvenuta, la signora Amalia doveva mancare al convegno… Io colsi l'occasione di volo… Spinta dalla passione, venni sul luogo dell'abboccamento… Mi accostai ad Arturo… Fingendomi messaggiera della amica indisposta, gli diressi la parola… Quale disinganno!.. Alle poche e tronche frasi proferite da colui, io mi accorsi d'aver a fare col più volgare degli idioti. Ma tu eri là… tu corresti sui miei passi… tu mi arrestasti… mi stendesti la mano, e alle prime parole da te proferite io conobbi l'autore delle lettere che tanto mi avevano impressionata. Quanto gaudio in quella rivelazione! Io tornai alla mia casa coll'anima inebbriata. Ogni scrupolo, ogni rimorso svanì dal mio cuore. Ti scrissi, ti svelai candidamente la mia passione… ti pregai di usar meco l'uguale franchezza; ed oggi, dopo le espansioni che avvennero fra noi, io mi sento pienamente sicura del tuo amore e beata di affermarti che niuna barriera, niun ostacolo si interpone ai nostri voti. Lascia dunque ch'io mi appoggi al tuo braccio. Noi possiamo entrare in città e attraversare la folla così allacciati, senza incontrare uno sguardo geloso o suscitare un mormorio di riprovazione. Procediamo per la nostra via colla fronte alta e serena; io ti condurrò alla mia casa, dove un'ottima zia ci accoglierà entrambi come figliuoli. Più tardi ti presenterò a' miei fratelli, ai parenti…

– Basta!.. basta!.. con comodo… uno alla volta!.. troppa felicità!.. – interruppi io, accelerando il passo colla mia donna sul braccio. A queste frasi concitate e convulse tenne dietro un mostruoso silenzio. Da quel momento io mi sentii accalappiato. Io comprendeva che quel mio adultero amore non poteva avere altra soluzione fuorchè… il matrimonio. Infatti, noi attraversammo la città come due consorti legittimi; io mi lasciai condurre alla casa della giovane donna, strinsi conoscenza colla zia, dichiarai ad essa le mie buone intenzioni… e di là a quattro mesi divenni il consorte legittimo della signora Amalia Ferrarini maestra di prima classe alle scuole di Bassano Porrone!




Autobiografia di un ex-cantante


Or fanno trentadue anni, io era il più bel ragazzo della Valassina. Al paese mi chiamavano il Pirletta, perchè nei balli non v'era alcuno che mi vincesse. Mio padre era fattore del conte Bavoso, e poteva, nella sua condizione, chiamarsi un uomo agiato.

All'età di diciotto anni, l'organista del paese, sentendomi cantare le litanie, scoperse che io aveva una bellissima voce di tenore – una di quelle voci – diceva egli – che possono rendere in un anno da cento a duecentomila franchi.

Una tale scoperta, riferita a mio padre, non destò in lui veruna emozione; ma un giorno, mentre io stava nel giardino ripiantando dei cavoli e cantando alla distesa un'aria paesana, la contessa Bavoso si fermò estatica ad ascoltarmi.

La contessa era maniaca per la musica, e suonava il pianoforte come sanno suonare le contesse. Quando ebbi finito di ripiantare i miei cavoli, sentii chiamarmi a nome.

– Pirletta – mi disse la contessa – l'organista non mi ha ingannata – tu possiedi realmente una voce delle più rare… Tutto sta che alla voce si accoppino le altre disposizioni indispensabili a ben riuscire nell'arte: Quanto alla figura (e mi squadrava dal capo al piede attraverso l'occhialino) non c'è malaccio; ma ho timore che tu manchi di orecchio…

Portai ingenuamente le mani alle orecchie – la contessa sorrise, e, avviandosi verso la villa, mi invitò gentilmente a seguirla, chiamandomi non so ben quante volte imbecille.

Entrati nella gran sala, la contessa Bavoso andò a sedere al pianoforte. «Vediamo, mi disse, fin dove sai montare…»

Io non osava avanzarmi. La contessa si diede a percuotere il cembalo, e, dopo avermi raccomandato di spalancare per bene la bocca, mi invitò a riprodurre colla voce i suoni dei tasti.

Il mio orecchio era perfetto, e la contessa fu talmente sorpresa della mia intonazione, che volgendosi al conte, il quale era entrato nel salotto in sul finire dell'esperimento: «Sarebbe un peccato, gli disse, che tanto tesoro andasse perduto!» Bisogna assolutamente che questo ragazzo si dedichi al canto – e noi penseremo a farlo entrare nel Conservatorio.

Figuratevi la mia meraviglia, la mia gioia! Riferii a mio padre quanto era accaduto – egli crollò la testa di mal garbo, esclamando: «Purchè ci pensino loro!.. purchè io non abbia a sborsare un quattrino!» E quando seppe di là a pochi giorni, che il conte e la contessa si incaricavano di farmi istruire a loro spese, il buon uomo lasciò fare. Dopo tutto, egli avrebbe preferito che io fossi rimasto al paese a dirigere l'allevamento dei bigatti e la fabbricazione dei formaggini.

Io era al colmo della felicità. L'idea di recarmi a Milano, rivestito e ripulito, a fare la mia bella figura di zerbinotto elegante – la speranza di potere, nello spazio di pochi anni, realizzare una bella fortuna, e tornando al paese, acquistare delle possessioni, fabbricarmi un palazzo e menare splendida vita; tutto ciò mi esaltava lo spirito a tal segno, che io correva l'aperta campagna, misurava coll'occhio le terre coltive, sceglieva le posizioni più acconcie per edificarvi i miei castelli – cantava, gesticolava tutto il giorno, pregustando colla mia imaginazione di diciotto anni tutte le voluttà di un avvenire dorato.

E davvero c'era in me la vocazione, c'era la stoffa dell'artista. Vi basti il sapere che già da due anni io era innamorato. Fra le cameriere della contessa Bavoso c'era una brunetta chiamata la Savina, una strega di bellezza e di furberia. Era nata al paese, e da fanciulli avevamo giuocato insieme a gatta cieca, al dammelo e prendilo, al fuori e dentro e ad altri sollazzi innocenti. Ma dopo un anno passato a Milano al servizio della contessa, aveste veduto che arie da gran dama! Quand'ella tornava alla villa, nei due mesi dell'autunno, ci guardava tutti con un fare da sultana come volesse dire: ve' là questi zotici… questi bifolchi!.. Appena degnava rispondere al mio saluto; ed essendomi una volta arrischiato ad offrirle un mazzetto di garofani, mi volse la schiena esclamando: «Levati dalle mani quei guanti di letame se vuoi che le signore accettino i tuoi fiori!»

Orbene: non appena si sparse la nuova che il conte e la contessa Bavoso si erano incaricati di condurmi a Milano per farmi educare nella musica, la Savina mutò improvvisamente di modi a mio riguardo. Una mattina, mentre tutti dormivano ed io era disceso nell'orto a fantasticare sul mio brillante avvenire, quella strega mi venne incontro tutta bella e sorridente per congratularsi della mia buona fortuna. – Spero che a Milano ci vedremo – diss'ella, frugandomi nell'anima colle sue ladre pupille. Naturalmente, tu verrai a trovare la contessa… e poi… Milano è grande. Tutto sta che una volta divenuto gran signore, ti degni ancora di scambiare un saluto con noi… gente bassa… persone di servizio…

Io mi sentiva una maledetta voglia di saltarle al collo e di rassicurarla energicamente del mio amore e della mia eterna fedeltà. Non osai tanto in quel primo abboccamento; ma le occhiate e le assicurazioni di simpatia ch'io m'ebbi dalla scaltra figliuola posero il colmo alla mia esaltazione.

Nel paese, già tutti mi trattavano con rispetto e devozione. L'organista andava ripetendo che di là a dieci anni sarei tornato milionario. Io gli prometteva che, qualora i suoi pronostici si fossero realizzati, avrei fatto costruire un nuovo organo nella chiesa parrocchiale a tutta mia spesa.

Da molti anni si agitava nel consiglio comunale e nella fabbriceria il progetto di un nuovo e grandioso campanile; si aspettava, per mandare ad effetto quel vasto disegno, che il comune e la fabbriceria adunassero il denaro occorrente. Il Sindaco, uomo di larghe vedute, dopo avermi interpellato sulle mie disposizioni, propose al consiglio di differire l'impresa fino a che io fossi in grado di concorrervi co' miei capitali. I consiglieri, non avendo di meglio a suggerire, riconobbero che il sindaco aveva pienamente ragione, e votarono unanimi il seguente ordine del giorno:

«Noi sottoscritti.

»Considerando che le casse del comune e della fabbriceria sono affatto vuote pel momento; abbiamo deliberato di prorogare per dieci anni la erezione del grandioso campanile già da sei lustri ideato e discusso, nella fiducia che in questo lasso di tempo un nostro illustre e benemerito concittadino, il quale fin d'ora si mostra animato dalle migliori intenzioni a tale riguardo, possa adunare e fornire la somma occorrente acciò il grandioso monumento riesca degno in tutto e per tutto della nostra e della ammirazione dei posteri.»

La notizia di questa deliberazione suscitò delle polemiche tra i villani. I più, affidandosi alle promesse dell'organista e d'altri personaggi autorevoli, si tennero persuasi che di là a dieci anni i loro voti sarebbero esauditi. Altri invece accolsero la notizia con una significante crollatina di capo. «Oh! sta a vedere – dicevano – che sarà lui… proprio lui… a fornirci il denaro pel campanile – il Pirletta!..»

Al primo di novembre, si doveva partire per Milano. Il mio equipaggio era completo. Il conte Bavoso mi aveva ceduti i suoi abiti usati, che ridotti pel mio dosso dal sartore del villaggio, mi andavano a meraviglia Abbracciai mio padre colle lagrime agli occhi: mi congedai pulitamente dal curato, dal sindaco, da tutte le autorità del luogo, e salii fra le acclamazioni dei villani dietro la carrozza della contessa. Imaginate il mio tripudio quando vidi la Savina collocarsi al mio fianco, e pensai che durante un viaggio di otto ore avrei potuto intrattenermi con lei nel più stretto dei colloqui possibili!

Non vi descrivo le emozioni di quel viaggio. La Savina mi diè tante prove di amabilità, che io le promisi di sposarla non appena avessi compiuta la mia educazione musicale.

All'indomani del nostro arrivo a Milano, la contessa iniziò le sue pratiche per farmi entrare al Conservatorio. Quella donna otteneva ciò che voleva, ed io venni ammesso senza difficoltà. Il mio primo maestro era un uomo in sui cinquant'anni, e godeva fama di insuperabile nell'arte di formare le voci.

– Vieni qua, il mio bravo giovinotto – diss'egli assidendosi al pianoforte – la tua nobile protettrice mi vuol far credere che tu possegga una bellissima voce. Probabilmente la signora contessa ha voluto dire che i tuoi organi non hanno difetti cardinali. Belle voci non si danno in natura; starei quasi per dire che in natura non esistono voci. I suoni sono opera dell'arte; e l'arte, figliuol mio, è frutto dello studio e di un ben regolato esercizio. In ogni modo, vediamo la tua estensione.

Il maestro prese a toccare il pianoforte, ed io mi diedi a vociare di tutta lena.

La mia voce timbrata e sonora saliva dal do basso al si bemolle acuto con ammirabile facilità. Terminato l'esperimento, il maestro mi rivolse una strana domanda:

– Ebbene?.. Che cosa intendiamo di fare? Vogliamo cantare il tenore, il baritono o il basso profondo?

– A dir vero, signor maestro, l'organista del paese e la illustrissima signora contessa Bavoso mi avevano fatto sperare che cantando da tenore, in pochi anni mi sarei fatto milionario o qualche cosa di simile. Ho promesso al signor sindaco di contribuire per diecimila franchi all'erezione del nuovo campanile…

– Caspita! hai delle idee molto elevate, figliuol mio!.. ma poichè la signora contessa vuole un tenore; tanto fa, le daremo ciò che le abbisogna.

Il maestro serbava nel parlarmi la maggior serietà, ma forse nell'intimo del cuore si burlava de' fatti miei.

Cosa strana! questo professore autorevole e stimato, che aveva la pretesa di creare le voci a totale beneficio dei suoi allievi, mancava affatto di voce.

– Un tenore, diceva egli, colle opere che si scrivono in giornata, non può fare a meno del si naturale, del do ed anche del do diesis. Convien dunque, figliuol mio, che ci mettiamo di proposito a procurarci queste note essenziali. Per conquistare gli acuti non vi è che un solo mezzo: rinvigorire le note più basse, le quali rappresentano nella scala armonica le fondamenta dell'edifizio. Credi tu che si possa elevare una casa di cinque o sei piani quando non si pongano innanzi tutto delle basi massiccie?

Con questa logica da capo mastro il professore mi impose di esercitare quotidianamente le mie quattro note più basse.

Do re mi fa, fa re mi do– tale fu il vocalizzo obbligatorio de' miei primi esercizi. Di là a tre mesi io perdetti il si bemolle; a metà del semestre il la acuto scomparve affatto; alla fine dell'anno, da tenore divenni baritono.

Non debbo tacervi che il mio autorevole maestro si preoccupava mediocremente di questi miei progressi. La sua lezione durava ordinariamente dieci minuti e si chiudeva colla formola di congedo: Bravo! molto bene! benissimo!

Le lezioni delle allieve duravano più a lungo.

Ho notato che tutti i professori del Conservatorio ponevano una cura speciale nella educazione delle ragazze. Allorquando il mio maestro inculcava il solfeggio alle future regine della scena, prendeva la posa di un ispirato e mostrava il bianco degli occhi. – Quelle lezioni lo affaticavano assai. Contuttociò la più parte delle allieve perdevano anch'esse la voce, ed altre cose.

Alla fine dell'anno, il mio sol acuto minacciava di ecclisarsi – il maestro se ne avvide, fece un rapporto al direttore dogli studi, ed io fui sottoposto ad un consiglio di professori, i quali fra gli sbadigli firmarono il verdetto della mia assoluta impotenza a proseguire negli studi.

Immaginate la mia sorpresa, il mio disappunto, la mia desolazione!

Mi recai dalla contessa Bavoso. Il sindaco del paese, venuto a Milano per certi suoi affari, era in quel giorno dalla contessa. Mi presentai trepidante come un reo che va incontro al suo giudice – la presenza del sindaco raddoppiava le mie angoscie.

– Bravo! molto bene! benissimo! – cominciò la contessa. – Il bell'onore che vi fate! Ecco la lettera del vostro professore – leggete se vi dà l'animo… E poi… abbiate ancora il coraggio di comparirci davanti!

Io lessi, e rimasi oltremodo meravigliato in vedere le strane cose che in quel foglio si dicevano sul conto mio. Mi si accusava di poca assiduità alle lezioni; si attribuiva il progressivo e non logico deperimento della mia voce a qualche vizio secreto, a qualche disordine organico prodotto dalla crapula o da altri abusi più gravi.

Fui preso da indignazione. – Signora contessa! esclamai coll'accento più vivo – mi meraviglio che questi signori mettano in giro tali calunnie… Io non ho mancato mai alle lezioni, e la mia condotta fu sempre quella di un onesto figliuolo. Il maestro pretendeva fabbricarmi una voce da tenore, rinforzandomi i bassi – io mi sono uniformato a' suoi consigli, e mentre lavoravo a consolidare i fondamenti dell'edifizio, il tetto è crollato. Quel signor fabbricatore di voci non ha fiato in corpo per sè – ed io, quando entrai al Conservatorio, ne aveva tanto da gonfiarli tutti quanti… Insomma…

– Insomma! Insomma! mi interruppe la contessa. – Voi siete un disgraziato., voi tornerete al paese a zappare le rape… Non si perdono il si bemolle e il la naturale senza qualche sconcerto dell'organismo, prodotto dai disordini e dai vizi. – So quello che mi dico… so quello che voi stesso ignorate… Il signor sindaco qui presente porterà la notizia a vostro padre… e voi partirete quando vi farà comodo.

Ciò detto, la contessa mi fece cenno d'uscire. Il sindaco, per rinforzare l'apostrofe della contessa, mi annichilì con un motto spietato: – Avremo un bel campanile… al paese!

Attraversando l'anticamera sentii afferrarmi pel soprabito da una mano tenace.

Mi volsi – era la Savina.

– Ho inteso tutto… Cos'è questo bemolle che hai perduto? Voglio saperlo…

– Lasciami in pace… Savina…

– No!.. voglio saperlo… Dio sa quante ne hai fatte!..

– Savina… ti dico!..

– Sento gente… va pure… Ci rivedremo domenica… all'ora della dottrina.

Uscii dalla casa Bavoso coll'animo in tempesta.

Dopo essermi aggirato per le vie di Milano, dibattendo molti progetti, entrai in una bottega da caffè dov'erano soliti a convenire alcuni artisti e studiosi di canto a me noti. Vedendomi accorato, mi interrogarono. Narrai ciò che mi era accaduto. Un signore di età matura che aveva prestato orecchio al mio racconto: «un altro Maccabeo!» esclamò con biblica amarezza – poi, voltosi a me direttamente: «Io conosco la contessa Bavoso, mi disse-è una pianista di gran talento e una dama di cuore – peccato ch'ella viva sotto la pressione del Conservatorio! – in ogni modo io non ho ancora disperato di convertirla… Chi sa! sareste voi disposto, figliuol caro, a fornirmi i mezzi per un'ultima prova?»

La mia situazione era tale che le parole di quell'uomo, tuttochè enigmatiche, mi apersero il cuore alla speranza.

– Se ti rimane un filo di voce, proseguì egli, a cui si possano riannodare dieci o dodici note, io mi incarico di restituirti in sei mesi ciò che i Bramini del Conservatorio ti hanno rubato nel corso di un anno.

Ciò detto, mi porse il suo biglietto di visita, e mi fece promettere che il dì seguente, verso le dieci ore del mattino, mi sarei recato da lui. Immaginate la mia gioia, quando uno degli astanti, un certo Zilgo, tenore in aspettativa, mi avvertì che quel mio nuovo protettore era il più insigne maestro di canto dell'Italia e dell'Universo, il solo che sapesse realmente creare le voci o ridonarle al primiero stato in caso di deperimento.

All'indomani fui esatto al convegno. Venni introdotto in una grande sala debolmente rischiarata. Il maestro sedeva al pianoforte – una dozzina di allievi d'ambo i sessi lo circondavano in vario atteggiamento. Al mio entrare, il maestro si levò in piedi, e, additandomi ai circostanti con un gesto da Geremia, si diè a cantarmi l'antifona: Venite ad me, vos qui egrotatis; hic salus! hic vita! hic bonum!

Gli allievi di canto replicarono in coro la salmodia – ed io ristetti ombroso a guardarli, credendomi vittima di una crudele burletta.

Il maestro mi mosse incontro, mi prese per mano, e mi condusse al pianoforte.

– Come vedi, figliuol caro, tutti si rallegrano con te… La pecora smarrita si è rimessa sul buon cammino… Volgiti intorno… Tutte queste signorine avvenenti e intelligenti, tutti questi giovani bene organizzati e predestinati, non rappresentavano, pochi mesi sono, che dei naufraghi, respinti, come tu lo fosti, dall'arca fatale del Conservatorio, e abbandonati semivivi alle branche voraci dell'oceano. – Io ho raccolti questi naufraghi nel mio battello da salvataggio; ho riscaldati questi morenti colla fiamma dell'arte unica e vera – dell'arte divina!.. Quelli che ieri gemevano, oggi cantano – quelli che starnutivano, oggi trillano – i ranocchi divennero usignuoli – le cicale si mutarono in capinere. – Lasciamoli dunque in pace. – Abbandoniamo questi avventurati che già toccano le porte del cielo, per soccorrere all'ultimo arrivato, all'infelice che stava per soccombere. – Vieni qui, figliuol caro – e voi altri, schieratevi in giro – voglio che tutti assistiate alla diagnosi… Egli è sul cadavere che si studiano i problemi dell'esistenza; gli è dai morenti che si imparano i segreti della conservazione.

Gli allievi si scostarono dal pianoforte, e andarono a sedere in una specie di anfiteatro all'estremità della sala.

Il maestro cominciò a palpeggiarmi la testa – quindi scese colle mani alle altre parti del corpo parlando di tal guisa:

– Abbiamo un occipite pronunziatissimo… buon principio!.. Sviluppo massimo di sensualità… di forza procreatrice! l'arte non è che amore – non si può essere artisti veri, artisti grandi, senza una straordinaria suscettività, o dirò meglio, irritabilità dell'organo simpatico. Gli è ciò che ho detto più volte a mademoiselle Guardinaire: – tu diverrai la Cleopatra delle cantanti in grazia del tuo occipite. – Sui parietali non c'è che dire – il frontale è in ottimo stato! Questo solido ripercussore delle note acute presenta tutte le condizioni desiderabili – abbiamo un edmoide ed uno sfenoide pienamente conformi a quelli di Rubini e di Zilgo – larghe narici, canali ampi, torace adiposo, clavicola ferma, scapula rilevata, osso sacro sporgente – in una parola lo scheletro di Lablache, di Filippo Galli e di… Zilgo. Vediamo ora (ed è quello che più importa) come si sta di visceri… Esaminiamo prima di tutto se i mantici funzionano, e qual grado conservino ancora di forza coibente e deprimente.

Ciò detto, il professore tirò il cordone di un campanello e una grossa domestica entrò nella sala con un soffietto nella mano, domandando: «c'è forse qualcuno che ha bisogno di fiato?»

– No – rispose il maestro seriamente – apporta gli ordigni per la prova dei mantici.

Non comprendo, ripensandoci adesso, come io fossi in allora tanto ebete da prestarmi a quelle buffonesche esperienze. – Di lì a poco, la grossa fantesca rientrò nella sala, recando sulle braccia una dozzina di volumi. Il maestro mi ordinò di sdraiarmi supino sovra un canapè, soprappose al mio stomaco quattro volumi, e in quella difficile posizione mi fece ripetere più volte la scala ascendente e discendente. Mademoiselle Guardinaire, il tenore Zilgo, una giovane inglese assai brutta, e da ultimo, tutti gli scolari mi si fecero d'attorno, per istudiare, com'essi dicevano, il grande fenomeno della respirazione. Tutti parevano sorpresi della potenza straordinaria de' miei polmoni; la fantesca batteva le mani dalla meraviglia, esclamando: scommetto che se io gli monto sopra, costui con un do di petto mi slancia alla soffitta!

Ciò che vi narro vi parrà inverosimile; eppure a quell'epoca c'erano in Milano dei maestri di canto che spingevano più oltre la ciurmeria. – E credete voi che oggigiorno le cose sieno mutate? Chiedetene notizia a quelle tante infelici, che dopo avere dal rigido settentrione trasmigrato in Italia per apprendervi la bell'arte del canto, ritornano in patria senza voce, senza quattrini, senza professione, senza… tutto quello che hanno dovuto immolare ai maestri, agli agenti teatrali ed ai giornalisti.

In seguito alle esperienze ginnastiche che vi ho descritte, e ad altre di cui vi taccio per brevità, il mio nuovo maestro espose la sua ferma convinzione che in meno di sei mesi, seguendo il suo regime, io avrei ricuperata la mia bella voce di tenore, e di là a due anni, persistendo nello studio, sarei stato in grado di esordire con lieto successo alle scene. Queste promesse suonavano abbastanza lusinghiere; ma l'ispirato missionario dell'arte non pareva disposto a darmi lezione gratuitamente. Fu convenuto che io avrei diretto una supplica alla contessa Bavoso, onde ottenere qualche sussidio nei sei mesi di esperimento; il maestro si sarebbe egli stesso incaricato di presentare la mia lettera, perorando a voce la mia causa e magnificando le mie ottime disposizioni musicali. Ogni cosa riescì per bene. Scorsa una settimana, la contessa mi fece chiamare al palazzo, e dopo una lunga ammonizione che io ascoltai col massimo raccoglimento, mi diede il grato annunzio che ella medesima si assumeva di pagare le mie lezioni, fissandomi altresì un piccolo assegno mensile ond'io vivessi decorosamente a Milano. In seguito a questa nuova fortuna, io potei riannodare le mie relazioni colla Savina, la quale in un precedente colloquio mi aveva fatto capire che il cocchiere della contessa le avea inoltrate seriamente delle proposte di matrimonio.

Il signor Minassi[1 - Anagramma di un maestro notissimo a Milano, il quale anni sono insegnava il canto col metodo qui descritto.] (tale era il nome del mio maestro) per circa due mesi mi esercitò alla emissione delle note, obbligandomi sempre, durante le lezioni, alla incomoda e ridicola giacitura di cui vi ho parlato poco dianzi. Tanto egli, come i colleghi di scuola e la grossa fantesca si mostravano stupiti dello straordinario sviluppo che la mia voce andava acquistando di ora in ora, di minuto in minuto. Mademoiselle Guardinaire, che per ordine del maestro si era fatta strappare due denti, i quali rendevano un po' ottuse le sue note di mezzo, mi animava a subire la medesima operazione, assicurandomi che ne avrei ottenuto un immenso benefizio. Il tenore Zilgo era d'avviso che io mi facessi levare le tonsille – e il maestro aggrottava le ciglia borbottando: «vedremo se sarà il caso – c'è sempre tempo a correggere la natura – ed io non dubito che il nostro futuro Donzelli sacrificherà all'arte, quando l'arte lo esiga, quelle superfluità dell'organismo che possono compromettere la libera emissione della voce.»

Pur troppo l'ora del sacrificio non tardò a suonare. In seguito ai violenti esercizi di respirazione, la mia voce si era ridotta a tale che ogni nota si rompeva in uno scrocco. Tutta la scolaresca fu chiamata a consiglio – il maestro produsse una chiara e minuziosa diagnosi del fenomeno patologico, concludendo col dichiarare di urgenza l'amputazione delle glandule tonsillari.

Sulle prime, mossi qualche difficoltà – ma avendo tutti in massa gli scolari spalancate le bocche per mostrarmi che non uno era andato esente dalla operazione, mi lasciai vincere dall'esempio.

Al taglio delle tonsille successe una allarmante infiammazione – per circa una ventina di giorni non mi fu concesso di emettere una nota – quando tornai dal maestro per riprendere il corso delle lezioni, con somma sorpresa di tutti si notò che da baritono io era divenuto basso profondo.

Quella scoperta produsse un cataclisma. Il Minassi improvvisò sulle rivoluzioni delle voci un erudito discorso che produsse la più viva commozione nella scolaresca; ma la contessa Bavoso, informata della metamorfosi che si era operata nel mio organo, mi avvertì per lettera che non intendeva continuarmi il sussidio, consigliandomi al tempo stesso di far ritorno al paese dove la mia voce da basso profondo sarebbe riuscita opportunissima per richiamare dai pascoli le giovenche. A quella lettera, dissuggellata dall'infida Savina, era aggiunto un poscritto in pessima calligrafia, che diceva testualmente: Dopo quelo che tano talliato, non sperare mai più nel mio amore; io sposerò quest'autunno il carozziere Pacicco.

Che fare? che tentare? – Dietro ordine della contessa, mio padre venne a Milano, mi colmò di rimproveri e mi intimò di seguirlo al paese. All'ora del mio arrivo, una ventina di villani stavano sulla piazza attendendomi. – Immaginate la mia vergogna, allorquando una voce acuta, emergendo dal crocchio, annunziò il mio ingresso colle parole: «In pèe tucc! à l'è scià el campanin!»[2 - Alzatevi tutti; è arrivato il campanile!]

Ed ecco in qual modo compensavano quei bifolchi la buona disposizione che io aveva manifestata di concorrere coi miei guadagni alla erezione del campanile! – Le buone intenzioni non hanno sconto sul mercato della vita.

Non volli più uscire di casa – mi resi invisibile. Io attendeva ai lavori dell'orto ed al governo della stalla, mutolo sempre e ingrugnato. Mio padre temendo che io cadessi ammalato, andò a consultarsi col veterinario.

Un giorno l'organista del paese si recò a visitarmi – Pirletta, mi disse – eppure io non so capacitarmi che la tua bella voce sia proprio svanita! Se ci provassimo… così per spasso?.. Farò trasportare nella tua camera da letto la mia spinetta… Ricomincieremo dalle scale – e chi sa? – le scale conducono in alto…

Che volete? mi lasciai vincere dalla tentazione, e ripresi, colla scorta del dabbene organista, gli esercizi del solfeggio. La mia voce da basso non era delle più ingrate; io studiava con moderazione, senza violentare la natura, e apprendeva, ciò che i professori di Milano avevano sdegnato insegnarmi, i principii fondamentali della musica. Io comprendeva i miei progressi, e il mio cuore si riapriva alla speranza, la mia mente si irradiava di nuove illusioni.

Dopo due anni di studi regolari ed indefessi, l'organista mi avvertì solennemente che a lui non restava più nulla da insegnarmi, a me più nulla da apprendere. – Sei maturo, mi disse; non ti resta che salire il bosco e fare la tua galletta.

Mio padre mi fornì cinquanta lire e la sua benedizione perchè andassi a Milano in cerca di una scrittura. Il parroco, il sindaco, il veterinario e l'ottimo organista ingrossarono il mio peculio di qualche spicciolo e di molti consigli. – Uscii dal paese due ore prima dell'alba, e volgendomi al famiglio che aveva attaccata la bestia al biroccino: tornerò fra cinque o sei anni, gli dissi; e quando il campanile sarà compiuto, andrò lassù a sputar sulla testa di quei buffoni che si fecero giuoco di me.

Ma in cielo non era scritto che io donassi un campanile alla ingrata mia patria. Prima di ottenere una scrittura, rimasi a Milano due anni – e furono due anni di patimenti, di umiliazioni, di angoscie indescrivibili. Io faceva regolarmente ogni giorno il giro di tutte le agenzie teatrali; i corrispondenti mi davano delle promesse e sempre mi congedavano col ritornello: lasciatevi vedere! – All'indomani, quando io mi presentava, fingevano di non vedermi.

I miei abiti si aprivano sui gomiti e parevano ricambiare dei sorrisi alle scarpe che mostravano i denti. Non vi parlo dei miei lunghi digiuni, delle notti passate all'aria aperta o sulle panche del caffè Martini. I miei amici erano una dozzina di cantanti in perenne disponibilità – i quali mi confortavano affermando che gli agenti teatrali erano una masnada di assassini, il pubblico una massa di imbecilli, e gli artisti più lautamente pagati una camorra di intriganti privi di voce e talento.

Finalmente (e in quell'istante vidi aprirsi il paradiso) un agente teatrale mi invita per lettera a recarmi premurosamente da lui. – Accorro ansante dalla gioia – precipito nella sala d'uffizio e interrogo collo sguardo il mio destino.

L'agente era un certo Cinguetta, un uomo di sinistro aspetto e di fama perduta; eppure, all'idea ch'egli intendesse offrirmi una scrittura, mi parve un cherubino.

– Sei tu disposto – mi chiese con brusca amorevolezza – a fare una campagnata di venti giorni cantando nel Nabucco la parte di Zaccaria?

– Se le pare… se lei crede…

– Si tratta, come dissi, di una campagnata– dunque molta allegria, grandi applausi e pochi soldi… non è vero? Gli esordienti – regola generale – non hanno diritto a compenso, e dovrebbero anzi, a rigore di legge, sborsare all'impresario una somma, pel grave rischio a cui questi va incontro esponendo sulle scene un artista sconosciuto e di dubbio talento. Ma io ho fede in te; so che possiedi una bella voce e conosco del pari le tue strettezze. Vedrai dal presente contratto che ho cercato di aiutarti – apponi dunque la tua firma, e domani partirai per Arona, ove, non dubito, farai onore alla mia agenzia.

Così parlando, il Cinguetta mi porse la scrittura che mi obbligava a cantare per una ventina di rappresentazioni al teatro di Arona, a recarmi alla piazza in tempo debito onde intervenire alle prove di cembalo e di orchestra, nonchè a provvedermi a mie spese del basso vestiario in perfetto costume. In compenso delle mie prestazioni, l'impresario mi avrebbe pagata la somma di lire sessanta, suddivisa in quattro rate, giusta le consuetudini teatrali, restando a mio carico le spese di viaggio e la provvigione dei cinque per cento devoluta al mediatore.

Naturalmente, apersi il labbro per muovere qualche obiezione; ma il Cinguetta, strappandomi il foglio dalle mani e facendo atto di lacerarlo: – tutti di uno stampo! esclamò con mal piglio – quando siete a spasso, mille suppliche, mille transazioni; – vi si offre una scrittura, eccovi tosto colle grandi pretese! – Figliuol mio… non faremo nulla. Non ho che a battere il suolo coi tacchi per veder sorgere una legione di bassi profondi, pronti e disposti a cantare per l'amore dell'arte!

Non era il caso di discutere – io segnai la scrittura con mano tremante, la piegai, la chiusi nei taschetti del soprabito e atterrito della mia nuova situazione, presi commiato dall'agente teatrale ringraziandolo colla voce ed imprecandogli col cuore. Il Cinguetta mi accompagnò fino alla porta, e come uomo ispirato subitamente da una idea luminosa:

– A proposito, mi disse; non sarebbe bene che noi regolassimo tosto i nostri conti? di tal guisa ti risparmieresti l'incomodo e la spesa di spedirmi il danaro per la posta… La somma che mi devi è tanto meschina…

Io compresi che si trattava della provvigione. Non aveva indosso la somma di dieci soldi, e la mia mente già cominciava ad affannarsi nella ricerca di uno spediente qualunque, pel quale mi fosse dato di trasferirmi alla piazza. Esposi francamente al Cinguetta la mia triste posizione; gli feci capire che, aiutandomi la fortuna, lo avrei più tardi compensato largamente. Le mie parole esprimevano la più viva commozione.

– Non importa! – disse l'agente con un suo risolino di ipocrita benevolenza – io amo gli artisti e so investirmi delle loro circostanze… Se non puoi darmi danaro… vedi… sarei anche disposto ad accettare qualche segno di riconoscenza… per esempio… vediamo un poco… Così parlando, portò la mano alla catenella di argento che mi scendeva nel taschino del gilet, e ne trasse fuori un gramo orologio di argento, unico ricordo di mia madre che io aveva religiosamente conservato fino a quel giorno in onta delle urgenze più calamitose. Quel Cinguetta aveva la mano così disinvolta, e la mia resistenza era così debole e impacciata, che l'orologio in un attimo divenne sua preda. Io finii col ringraziarlo di avere accettato in benemerenza dei suoi grandi favori, un dono così meschino.

Il mio debut al teatro di Arona fu abbastanza fortunato, ma avendo dovuto respingere venticinque giornali che mi erano stati inviati da varie città d'Italia con invito all'abbonamento, nessuno fece parola di me, e se alcuno parlò, fu per dire che io era un cane della peggiore specie. In ogni modo la campagnata si chiuse colla solita catastrofe. A metà della stagione l'impresario si assentò dalla piazza e si rese irreperibile – io perdetti l'ultimo quartale, e dovetti tornare a Milano colle mie gambe, lasciando in ostaggio al padrone di casa la barba ed i sandali del profeta Zaccaria.

Per una decina di anni venni sobbalzato da teatro a teatro. Le estorsioni dei corrispondenti, i ricatti del giornalismo, le frodi degli impresari cooperarono siffattamente al perfetto equilibrio delle mie finanze, che al finire di ogni stagione non mai ebbi ad inquietarmi per l'impiego de' miei sopravanzi. Le scritture del carnevale e dell'autunno pagavano regolarmente gli arretrati della disponibilità precedente – la perdita di uno più quartali, già preveduta nel bilancio, frenava i miei appetiti, e mi imponeva la più rigida soppressione delle superfluità. L'unico rimorso che ancora mi pesa sull'anima è quello di aver sprecato una piccola parte del mio peculio nello sfamare quattro o cinque giornalisti teatrali, non saprei dirvi se più scimuniti o bricconi. Una tale debolezza era frutto di inesperienza; ma dacchè a Firenze mi avvenne di applicare una dozzina di nerbate sul grugno di un certo Montâsino fabbricatore di riviste, ebbi a convincermi non esservi miglior espediente di questo per insegnare ai bèceri del giornalismo la morbidezza dello stile.

Vi fu un'epoca nella quale, per un bagliore inusitato di promesse, io credetti di aver finalmente afferrate le chiome della fortuna. Dopo quattro lunghi mesi di disponibilità, mi venne offerta una scrittura pel teatro di Lima. Il mandatario dell'impresa, un personaggio tutto fulgido di diamanti e d'altre pietre inqualificabili, si faceva chiamare Don Diego y Gonzalez y Caballero Radamonteros Pordodios de las Quercás. – Il di lui nome non mancava di sonorità e le paghe ch'egli offriva agli artisti non erano meno sonanti. Vi basti sapere che l'emolumento a me fissato si traduceva nella somma di franchi cinquantamila all'anno, più due serate di benefizio, assicurate in diecimila franchi cadauna.

Innanzi di salpare pel nuovo mondo, scrissi una lettera al sindaco del paese annunziandogli la mia buona fortuna e assicurandolo al tempo stesso che le mie intenzioni a riguardo del campanile non erano punto cangiate.

Ci imbarcammo a Genova in un pessimo legno da vela, e dopo tre mesi ai navigazione disastrosa, toccammo la meta. Il rappresentante dell'impresa ci aveva accompagnati fino a Lima, ma all'indomani dello sbarco, non si ebbero più traccie di lui. Immaginate quale scompiglio, quale sgomento nella compagnia lirica! Eravamo circa sessanta, fra cantanti, suonatori e ballerine – e spremendo le nostre tasche non ne sarebbero usciti tanti spiccioli da formare un marengo —

Dopo una settimana di ansie inenarrabili, un certo Arnaldo Sesini, negoziante di gomma elastica, si presenta al nostro albergo, e dopo aver biasimato col più energico accento la condotta di Don Diego y Caballero Radamonteros Pordodios de las Quercás, si annunzia disposto ad assumere l'impresa in sua vece ed a sborsare immediatamente il primo mensile a tutti gli artisti, purchè rinnovino le scritture, assentendo al ribasso del sessanta per cento sulle paghe stabilite. Non era il caso di fare delle obiezioni. Il nome di Arnaldo Sesini ispirava poca fiducia; ma a qual nome affidarci, dacchè un Don Diego y Gonzalez y Caballero Radamonteros Pordodios de las Quercás ci aveva così ignobilmente abbandonati? Noi piegammo la fronte alla necessità; le transazioni vennero accetate, e di là a poche settimane il teatro di Lima si aperse a spettacolo d'opera e ballo.

C'è a scommettere che di quella colonia di artisti italiani ben pochi ebbero la fortuna di rivedere la patria. Molti morirono di febbre gialla trasmigrando ad altre coste degli Stati Uniti – i suonatori si sbandarono per suonare nei caffè e in altri luoghi di pubblica ricreazione; le coriste e le ballerine sopravvissute alle febbri e ad altre epidemie, non trovando più adoratori, si procacciarono dei mariti. Io corsi l'America per dodici anni, sempre intento ad economizzare su' miei scarsi stipendi onde mettermi in grado di far ritorno in Italia. E Dio sa quanto avrei dovuto attendere prima di adunare il capitale occorrente, se la prepotenza della nostalgia non mi avesse spinto ad un partito… americano.

Mi recai ad una grossa borgata del litorale in compagnia di una corista e di un pessimo accompagnatore di pianoforte – feci affiggere dei cartelloni dov'era annunciato che il celebre Mario e la insuperabile Grisi avrebbero dato un concerto, cantando una quindicina di pezzi a scelta del pubblico. – Quei buoni borghesi accorsero in massa, applaudirono ai miei ruggiti, si estasiarono ad ogni strillo della mia audace compagna, e raccolta una buona messe di dollari, io mi imbarcai felicemente il giorno appresso sovra un legno mercantile genovese.

Dalle mie lunghe e disastrose pellegrinazioni io non riportavo in Italia che un centinaio di lire, due papagalli ed una scimia. – Rientrando al mio albergo a Genova per levare i bagagli onde proseguire il viaggio, trovai la gabbia rovesciata. – I due papagalli si erano svincolati, e, profittando della libertà, avevano preso il volo per ignota direzione.

Giunto a Milano, mi recai al palazzo della contessa Bavoso per offrirle la scimia, ma la contessa era morta da un pezzo. Tornato al paese, venni a sapere che il sindaco, il veterinario, la Savina, l'organista, tutte infine, o quasi tutte le persone di mia conoscenza, avevano cessato di esistere. Mio padre istupidito dagli anni, appena mi riconobbe – e quando gli mostrai la piccola scimia ch'io teneva fra le braccia, mi chiese da quanto tempo ero ammogliato, e se quello fosse il mio primogenito.

Sono scorsi dieci anni dacchè tornai al paese. Ho ereditato da mio padre una casuccia ed un orto, e campo la vita in qualche modo, accordando i pianoforti nelle ville dei signori e cantando qualche mottetto nelle chiese. I miei compaesani mi vogliono bene e cercano di aiutarmi; ma ogni qual volta nel Consiglio Comunale torna in campo il progetto di erigere un nuovo campanile, la discussione viene troncata con questo tratto di spirito: Aspettiamo il denaro di Pirletta.




Daniel Nabaäm De-Schudmoëken


A quei tempi, che sotto molti aspetti somigliavano ai presenti, io sedeva una mattina con altri pochi visitatori nel salotto di una amabile contessa, assai celebre in Milano pel suo talento di pianista non meno che per la sua bellezza e le sue prodigalità di ogni genere.

Come al solito, si parlava di musica; ed era in campo una discussione sulla supremazia dei maestri tedeschi, in fatto di composizioni istrumentali. La contessa, tuttochè italianissima nel senso politico, in arte si professava tedesca.

La conversazione venne interrotta dal servo di anticamera, il quale, presentando alla contessa una carta di visita, annunciava l'arrivo di un nuovo personaggio.

– Entri pure! – disse la contessa sfavillante di gioia. – E quella espressione del volto pareva dinotasse l'intervento di un alleato inatteso.

Il cameriere poco dopo ricomparve sulla porta, introducendo, con uno sforzo di pronunzia visibile, il signor Daniel Nabaäm De-Schudmoëken.

Era un uomo dai trentacinque ai quarant'anni, abbigliato con quella eleganza alquanto caricata, che contraddistingue gli artisti. Nel suo modo di presentarsi c'era la disinvoltura e la franchezza di chi ha fatto l'abitudine alla curiosità del pubblico ed all'applauso dei teatri.

Si inchinò leggermente ai circostanti, baciò la mano alla contessa, e, tratta dal portafogli una lettera, gliela porse col garbo più distinto.

– Ah! ah! il barone Teghetoff! – esclamò la dama, dopo aver letto – ecco un signore che non ha mai disertato dal campo dell'arte. E di quanto io gli vado debitrice! Egli non ha mai dimenticato di indirizzarmi i più eletti e celebri talenti di Europa… L'anno scorso era Talberg, pochi giorni fa era Wanwondegger, ed oggi il signor Daniel Nabaäm De-Schudmoëken pianista di S. M. il re del Belgio, che io mi chiamo onoratissima di presentare sul momento ai miei migliori amici.

Quanti erano nel salotto salutarono amabilmente l'artista, indirizzandogli quelle banalità lusinghiere che le persone bene educate sanno prodigare anche agli sconosciuti, quando per essi interceda la raccomandazione di una signora.

Frattanto io pensava: dove mai ho veduto costui?.. la sua fisonomia non mi è nuova.

E in luogo di interrogare o di adulare, io fissai uno sguardo così scrutatore sull'artista, che questi a sua volta prese a guardarmi con marcata attenzione.

Quella corrente di occhiate non isfuggì alla contessa. Ella credette farsi interprete di un mio desiderio, presentandomi più direttamente al suo raccomandato, e declinando a lui il mio nome e cognome, non senza aggiungere qualche cenno biografico.

– È bene, signor Nabaäm De-Schudmoëken, poichè avete intenzione di produrvi a Milano, che vi mettiate in rapporto con qualche giornalista, e sono lietissima che qui, nel mio salotto, voi stringiate una alleanza che potrà giovarvi.

L'artista, leggendo ne' miei sguardi una certa preoccupazione, arrossì leggermente; ma dominando tosto il proprio imbarazzo, riaperse il portafogli, e, trattane una lettera, me la porse con queste parole:

– Per comprendere, o signore, quanto io tenga alla vostra amicizia ed alla vostra protezione, non avete che a leggere le poche righe di questo scritto. Conoscendovi per fama, ho voluto premunirmi di una commendatizia al vostro indirizzo. – La persona che vi scrive e che a voi caldamente mi raccomanda, si dice uno dei vostri migliori amici.

Mi trassi in disparte, apersi la lettera, e, dissimulando a mala pena la mia sorpresa e la mia commozione, lessi mentalmente quanto segue:



«Ottimo signore,

«Sono a Milano da due giorni, e intendo far sentire al ridotto della Scala alcune mie composizioni. Ha ella dimenticato la gioconda serata che noi passammo insieme la sera del ventiquattro marzo del mille ottocento quarantacinque all'albergo della Bonne femme di Torino? Ella mi aveva furiosamente applaudito il giorno innanzi, in un concerto al quale assistevano venti persone. Oggi, dopo quindici anni, io la prego a volermi riudire. Colui che si fa annunziare in Milano coll'esotico nome di Daniel Nabaäm De-Schudmoëken pianista di S. M. il re del Belgio, si chiamava in altri tempi Bartolomeo Scannagatta di Biella. Per carità, non mi tradisca!.. Venga piuttosto a trovarmi domani all'albergo del Marino, verso le cinque pomeridiane. Pranzeremo assieme, e dopo il caffè, s'ella avrà tempo e pazienza di ascoltarmi, le spiegherò il segreto del mio bizzarro pseudonimo, raccontandole una istoria piena di amarezze e di follie. Mi affido a lei e mi dico

    suo dev. Servo
    Bartolomeo Scannagatta.»

Era proprio lui! Le mie reminiscenze non mi avevano ingannato – il tono della lettera e la eloquenza delle occhiate che tratto tratto l'artista mi indirizzava mentre io stava leggendo, mi imponevano di rivolgergli tosto una parola rassicurante.

Mossi a lui, gli stesi la mano; egli mi porse la sua, e in quella stretta leale, un tacito patto fu stipulato fra noi.

Poco dopo, quand'egli fu uscito dalla sala, la contessa si pose a raccomandarmelo colla più viva espansione.

– Nessuno dimentichi ch'egli è un mio protetto, ripetè più volte la contessa a quanti facevano parte del circolo; quando il barone Teghetoff ci raccomanda un artista, è indubitabile che questi dev'essere un talento superiore. E poi… che ne dite di questo nome?.. Daniel… Nabaäm De-Schudmoëken? Dio sa se lo pronunzio per bene!

– Dev'essere un pianista insuperabile nei pezzi di difficoltà – disse uno degli astanti – ciò si comprende dalle molte consonanti del nome…

– Ed anche, soggiunse un altro, dalla k aspirata preceduta dal dittongo…

– Non c'è' dubbio – rispose la contessa – questi artisti superiori che ci vengono dall'estero hanno dei nomi imponenti e, direi quasi, rivelatori. Talberg? Che ve ne pare? Non sentite forse, nella posa solenne e direi quasi patriarcale di questo nome, il pianista pacato, maestoso, che procede sicuro sulle onde melodiche, come un poderoso vascello già provato dalle tempeste e dai venti?.. Liszt!.. Non vedete, a questo nome, il lampo e la folgore guizzare sulla tastiera? Non vi pare che una favilla elettrica, sprigionandosi dalle dita nervose, si comunichi alle corde del gravicembalo e da quelle alle fibre degli uditori?.. Hans Von Bülow…

La contessa, nel proferire questo nome, spalancò le labbra siffattamente, che la sua prima aspirazione somigliò ad uno sbadiglio. I circostanti, sbadigliando per consenso, ripeterono non so quante volte il nome di Häääns… E siccome io penava a trattenere uno scoppio di buon umore indiscreto, prima che il grottesco della conversazione provocasse una crisi, profittai dell'incidente e presi commiato.

All'indomani, verso le ore cinque pomeridiane, mi recai all'albergo del Marino, dove il musicista mi attendeva pel pranzo.

Egli aveva fatto apparecchiare la tavola in un piccolo salotto attiguo alla sua camera da letto.

Sulla tavola erano quattro coperti.

– Abbiamo dunque degli altri commensali?

– Gente di fiducia – rispose l'artista sorridendo – mio padre e mio nipote.

E poco dopo, al momento in cui il cameriere serviva la zuppa, entrò nel salotto un vecchio dal volto sano ed intelligente, in compagnia di un grosso garzone senza barba che poteva avere diciotto anni.

La presentazione fu spiccia.

– Ecco un ottimo padre, venuto espressamente da Biella per assistere al mio concerto e per protestare…

– Basta, basta! interruppe il vecchio – in presenza della minestra deve tacere ogni questione – parleremo dopo.

Durante il pranzo, venni a sapere che il padre del nostro pianista era stato per molti anni capo-musica della banda e organista della chiesa di Biella; che aveva composto parecchie sinfonie e due messe, l'una da morto, l'altra da vivo, e che il figlio doveva a lui solo la molta erudizione musicale onde era fornito, nonchè la sua abilità di suonatore.

Levata la mensa, ci assidemmo in faccia al caminetto. Il vecchio fece recare due bottiglie di barbéra, ch'erano, com'egli diceva, la sua tazza quotidiana di caffè. E quando ebbe vuotato il primo bicchiere:

– Ora, a noi altri! proruppe con una certa modulazione di voce che sentiva la stizza e la benevolenza – sentiamo cosa sa dire per sua discolpa il signor Daniel Rabadàn!

L'artista accese uno zigaro, e volgendosi ora a me, ora a suo padre, cominciò di tal guisa:

– Come lei vede, questo mio ottimo padre non sa perdonarmi ch'io abbia cangiato nome. Egli pretende che io abbia sottratto al nome già illustre degli Scannagatta una parte di gloria che gli spettava per diritto…

– Sicuramente! interruppe il vecchio – e non contiamo il gran danno che tu porti a tutti i Bartolomei (tuo nipote compreso), i quali attendono da secoli che un uomo di genio rifletta sul loro nome vilipeso qualche raggio di luce.

Il giovane Bartolomeo, che fino a quel momento non aveva aperto bocca, si lasciò sfuggire dalle labbra un: contagg!

– Se mi interrompete ad ogni frase, io non verrò mai a capo di giustificarmi… Lasciatemi dire… Anche i preti, prima di assolvere o di lanciare la scomunica, attendono che il reo abbia finita la confessione. Ed è una confessione, o per lo meno un resoconto sincero della mia vita d'artista che mi trovo in obbligo di fare. Voi, mio padre, ne conoscete una parte, ma vedo che è mestieri ricordarvela. Abbiate dunque la pazienza di ascoltarmi, e poi, quanto al verdetto finale, ci rimetteremo all'arbitrio di una persona affatto disinteressata, vale a dire al nostro amico giornalista.

Il vecchio vuotò un secondo bicchiere, e strinse le labbra in segno del grande sforzo che gli costava il silenzio.

«Non ricordo quale filosofo, riprese il pianista, abbia dettato un libro per dimostrare l'influenza che hanno i nomi sul destino degli individui. Certo è che l'avere un bel nome, un nome geniale e simpatico, ordinariamente porta fortuna. Non ho mai capito questa predilizione dei nostri antenati nell'appropriarsi dei cognomi tolti a prestito dalle bestie. I Gatti, gli Orsi, i Leoni, i Bove, i Capponi, i Galli, perfino i Pulci, i Lumaga, i Sanguettola, i Mosca, i Tenca, i Ghezzi, i Formica, i Volpi, i Merli, gli Allocchi, ecc., ecc., costituiscono la maggioranza delle famiglie italiane… Poi seguono, in gran numero, i cognomi composti, dove parimenti figurano le bestie; tali i Pestagalli, i Mangiagalli, i Caccialupi, i Portalupi, i Cacciamosche, i Pelegatti, ecc., ecc., e infine, per tacer d'altri, gli Scannagatta. Ecco una statistica che potrebbe fornire ad uno storico, ad un archeologo, fors'anche ad un filosofo moralista, argomento di serie considerazioni. Quanto a me, per non istancare la vostra pazienza, mi limiterò a dirvi che il cognome di Scannagatta fu in certo qual modo la mia disgrazia originale. Non intendo darne colpa al mio ottimo padre, qui presente; nè tampoco serbo rancore a quel dabben cognato che tenendomi al fonte battesimale, si piacque aggravare la mia disfortuna gratificandomi del nome di Bartolomeo. – Fatto è, che all'età di sei anni, quando entrai nella scuola comunale per iniziarmi ai primi esercizi dell'alfabeto, io cominciai ad esperimentare la funesta influenza de' miei due nomi. Tutte le volte che il maestro mi chiamava all'appello, dai banchi della scolaresca io udiva insorgere una specie di miagolio che somigliava ad una protesta contro una scannatura di gatti; – e quando, nel recitare le prime lezioni, mi avveniva di rimanere a bocca chiusa, il maestro, gettandomi il libro alla faccia: Va là, mi gridava, va pur là, che sarai sempre un bartolomeo!

»Queste prime umiliazioni prodotte dal nome mi irritarono, mi contristarono siffattamente, che un bel giorno (voi, mio padre, non lo avrete scordato) venni a casa tutto piangente a manifestarvi il mio fermo proposito di non tornare mai più alla scuola. Il mio proposito fu tanto pertinace che voi vi appigliaste al partito di provvedere da voi medesimo alla mia educazione, e mi insegnaste con tanta amorevolezza e pazienza la bell'arte della musica. Condussi, per una diecina d'anni, una esistenza da romito, uscendo rare volte di casa e sempre solo, studiando indefessamente. I primi successi musicali, ottenuti a Biella nel circolo ristretto dei nostri parenti ed amici, mi avevano ridonato il coraggio, riconciliandomi perfino coi due nomi fatali, che erano stati l'origine delle mie disavventure infantili. Venne il tempo di produrmi nel gran mondo. Tutti mi animavano ad uscire da Biella; e voi stesso, ottimo padre, vi mostravate convinto che io era, per la mia età, un piccolo portento.

»Nella primavera dell'anno… mi recai dunque, pieno di illusioni e di speranze, alla capitale del regno. Mi accompagnava il cognato Bartolomeo. Ignari sì l'uno che l'altro degli usi del mondo, non ci eravamo data veruna briga per premunirci di lettere commendatizie. Noi giungevamo a Torino colla semplice scorta del mio talento ignorato e colle cento lire messe assieme dalla famiglia per le spese di quel primo cimento. – Ci recammo da un capocomico per ottenere che mi lasciasse suonare qualche pezzo fra gli intermezzi della rappresentazione. – A chi ho l'onore di parlare? chiese il capocomico. – Io mi chiamo, rispose il cognato, Bartolomeo Zuffolone di Biella, e questo giovane è il signor Bartolomeo Scannagatta… – Quanti Bartolomei! interruppe l'artista – e tutti di Biella?.. Basta! penseremo… rifletteremo… – In quel punto sopravvenne un signore, che era, per quanto sapemmo dippoi, il proprietario del teatro. L'artista drammatico si tenne in obbligo di presentarci a lui. – Zuffolone! Scannagatta! che razza di nomi! esclamò il nuovo personaggio, squadrandomi dal capo al piede come fossimo due mendicanti. – Ci mancherebbe altro! Con questi due nomi sull'avviso, faremmo scappare la gente. – E ci piantò là, traendo seco il capocomico. – Confusi, umiliati da questo primo accoglimento, uscimmo dal teatro e ci demmo a passeggiare per più di un'ora sotto i portici di Po, meditando e discutendo sul da farsi. Per caso, ci venne veduto un magazzino, dove si davano cembali a nolo. Entrammo, sotto pretesto di noleggiare uno strumento, e dopo alcune parole, parendo a noi che il padrone della bottega fosse un uomo ammodo, chiedemmo a lui delle informazioni sulle pratiche a farsi per dare un concerto. – Un concerto di pianoforte!.. esclamò il dabben uomo inarcando le ciglia – ella non farebbe un soldo in questo momento… Abbiamo qui uno dei più celebri pianisti d'Europa che fa furore nelle sale e nei circoli – la società torinese farnetica per questo straordinario talento – ella avrebbe l'aria di voler sfidare un confronto impossibile… insomma… io la sconsiglio dal tentare la prova. – E come si chiama questo portento dell'arte? domandai io, con un leggiero accento di ironia che tradiva le prime emozioni del mio orgoglio giovanile. – Si chiama… si chiama, rispose il noleggiatore dei pianoforti ingrossando la voce, monsieur Etzcy'. – Salute! Dio la prosperi! esclamammo ad una volta mio cognato ed io, credendo che l'altro avesse sternutito – e vedendo che quegli non parlava: – dunque si chiama? replicò mio cognato. Ma non glie l'ho già detto? Etzcy'!.. – Ti scoppi il naso! – brontolò mio cognato – e senza altro dire, uscimmo dalla bottega.

»Com'io riuscissi, dopo molte noie e molti sacrifizi, a dare il mio primo ed unico concerto a Torino, non val la pena ch'io lo narri. Voi foste testimonio (e qui il narratore diresse a me la parola) dello scarso concorso di spettatori, del loro contegno indifferente e quasi nemico. Non ho mai dimenticato nè sarò mai per dimenticare che voi, quasi solo, osaste interrompere con applausi e con voci di ammirazione il mio ultimo pezzo. La stretta di mano amichevole e le incoraggianti parole che mi volgeste dopo il concerto furono il solo compenso che io mi ebbi in quella angosciosa serata; senza di voi, il mio giovane cuore da artista si sarebbe lasciato vincere dalla disperazione.

»Tornammo a Biella di assai cattivo umore. Di quel mio debut non parlò alcun giornale tranne un ignobile fogliaccio umoristico, dove il cronista teatrale si scusava coi suoi lettori di non aver assistito al concerto per la diffidenza che gli avevano ispirato i due nomi di Scannagatta e di Bartolomeo.

»Si tenne un consiglio di famiglia. Voi non oblierete, mio ottimo padre, quanto io abbia combattuta la vostra idea fissa di farmi ritentare la prova a Milano In me era già entrata la convinzione che col mio nome di Bartolomeo Scannagatta non era possibile il successo fuori dalla Biella nativa.

»Le vostre istanze mi vinsero. – Voi mi persuadeste che il nostro maggior torto era quello di andare a Torino senza lettere commendatizie, e questa volta me ne procacciaste una mezza dozzina. Partii solo. Il nome di Bartolomeo Scannagatta mi pareva abbastanza grottesco senza condur meco, per rinforzare il ridicolo, un Bartolomeo Zuffolone. Io presagiva che qualora mio cognato mi avesse seguito a Milano, qualcheduno ci avrebbe accolto colla solita esclamazione di ironia: che posso io fare per due Bartolomei? E il mio presentimento colpiva nel vero. Se a Torino il mio sciagurato nome aveva alienata da me l'attenzione e la protezione dei dilettanti, a Milano mi accadde di peggio.

»Quando io mi recai al Conservatorio per ottenere una audizione privata, l'egregio direttore dello Stabilimento mi accolse con paterna benevolenza. Adunò i professori e gli scolari nella sala dei concerti, accompagnò la mia presentazione con parole incorraggianti; ma non appena egli ebbe proferito il mio nome, io m'accorsi che i giovani alunni ed anche qualcuno dei maestri si erano sbandati per nascondere la loro ilarità. – Che volete? Mi appressai al pianoforte di mala voglia – suonai quattro o cinque pezzi dinanzi ad un uditorio svogliato e disattento, e all'atto di abbandonare il mio posto, mi accorsi che nella sala non v'era più alcuno, tranne l'ottimo direttore.

»Questi mi mosse incontro, mi pose paternamente la mano in sulla spalla, e dopo aver encomiato le mie composizioni: «Mio buon figliuolo, soggiunse; è indubitabile che ella possiede un talento notevole, ma pure mi trovo in obbligo di avvertirla che in Milano difficilmente ella potrà farsi strada in questi tempi. Ella ha un torto grandissimo in faccia a quella che ora si suol chiamare la grand'arte, e questo torto consiste nella desinenza del suo nome… – Oh! che dunque? esclamai vivamente – sarebbe ancora questo sciagurato nome di Scannagatta!..

»Oramai a tale siamo giunti, proseguì il direttore-maestro, con un accento che rivelava l'angoscia, che i nomi di desinenza italiana non hanno più credito sulla piazza. – La straniomania è giunta a tale che io mi meraviglio sieno ancora tollerati al nostro Conservatorio una dozzina di maestri, nati e cresciuti nel nostro clima. La si figuri che l'altra settimana in questa medesima sala dov'ella ha trovato degli uditori così indifferenti od avversi, ha destato fanatismo un pianista compositore piovuto dal nord, a lei incomparabilmente inferiore sotto ogni aspetto. Ma egli aveva la fortuna di chiamarsi Sfrrrt…

»A quel punto, due gatti che stavano giocolando sul tappeto, fuggirono a salti per la scaletta che conduce al palco scenico. – Vedete! proseguì il Direttore – questi nomi che mettono in fuga i gatti fanno a Milano ben altri miracoli – giornalisti, musicisti, dilettanti, professori, alunni ne rimangono ammaliati… Se più dura la voga di questi nomi senza vocali e gonfi di aspirazioni, non si potrà parlare di musica e di concerti senza sputare ogni volta mezza dozzina di denti.

»L'egregio vecchio mi aveva dipinta al vero la situazione dell'arte e dei musicisti. Io presentai le mie lettere a due o tre giornalisti, i quali neppure si degnarono di annunziare il mio concerto – e dopo aver suonato al teatro Santa Radegonda, dinanzi ad un pubblico composto per la massima parte di droghieri e di ex-impiegati in pensione, i quali ebbero la bontà di applaudirmi a furore e chiedermi il bis di due pezzi, all'indomani ebbi la soddisfazione di leggere nell'appendice di un grave giornale che un pianista di nome Scannagatta, dopo essersi prodotto fra gli intermezzi della commedia, era partito alla mezzanotte da Milano in un omnibus carico di Biellesi venuti espressamente per ricondurre in patria quel loro genio incompreso.

»Fu allora, che esacerbato, avvilito, ma pure fidente nel mio ingegno e nel mio avvenire, io risolsi di abbandonare l'Italia per cercare all'estero quella protezione che dai nostri mi era negata. Mi scritturai in qualità di maestro concertatore, con un impresario di Stoccolma. Mi tuffai anima e corpo nella musica per dodici anni – ridussi, composi, trascrissi, diressi orchestre, diedi lezioni di canto e di pianoforte, mi produssi in concerti, e rinunziando al mio nome, come avevo rinunziato alla patria, mi creai e feci imprimere sulle mie carte di visita quel Daniel Nabaäm De-Schudmoëken, che in oggi fa tanto dispetto e tanta ira a mio padre.

»Chi esperimentò a vivere per molti anni lontano dal proprio paese, non ignora che quel malessere chiamato nostalgia assale, più presto o più tardi, anche coloro i quali non ebbero in patria che sconforti ed amarezze. – Questa fase della nostalgia venne anche per me. Era un bisogno, una sete di respirare l'aria nativa non solo, ma anche di assaporare il successo in quel paese che a me, negletto e rejetto, non cessava mai di presentarsi quale un giardino incantato delle arti.

»Doveva io, poteva io, dopo le traversie del passato, riprendere il mio sciagurato nome di Bartolomeo Scannagatta, nel giorno appunto in cui io veniva qui per chiedere ai miei connazionali il battesimo della gloria? I fatti che io vi ho narrati vi suggeriranno la risposta. Certo è che, appena fiutata l'aria di Milano, ho dovuto applaudirmi della mia risoluzione. Qual differenza fra l'accoglimento che in oggi viene fatto a Daniel Nabaäm De-Schudmoëken e quello già toccato al povero Bartolomeo Scannagatta di Biella! L'altro ieri, recandomi a visitare il più erudito dei vostri giornalisti, l'ho veduto estasiarsi di ammirazione nell'affissare il mio biglietto di visita. Un altro, nel proferire Nabaäm, rimase per due minuti a bocca spalancata, cogli occhi smarriti nelle palpebre. Due o tre membri della Società del quartetto, nell'udire un mio esecrabile waltzer tutto pieno di dissonanze, parvero assaliti da catalessi – tutte le dame patronesse vogliono vedermi, reclamano le primizie del mio talento – nelle aule del Conservatorio da due giorni è una gara fra maestri, alunni ed alunne, a chi meglio proferisca il mio nome – Stamattina ho ricevuta una lettera di quattro pagine, colla quale un giornalista mi chiede scusa se il mio nome venne stampato senza i due puntini sull'oë, e mi prega di attribuire questa irriverenza alla ignoranza del proto. Insomma…»

– Insomma, interruppe il padre dell'artista, poichè il mondo è tanto buffo, tanto gaglioffo, tanto infatuato di pregiudizi e di minchionerie…

– Trattiamolo com'esso merita – non è vero? E così parlando, l'artista prese amorevolmente fra l'una e l'altra mano la buona testa del vecchio, e gli impresse un bacio sulla fronte.

– Via! via! – riprese quell'ottimo padre raddolcito – chiamati Rabadam, chiamati Balaäm, chiamati come vuoi al concerto – ma quando il pubblico ti avrà applaudito, quando le dame saranno in svenimento, quando i giornalisti avranno sbuffato i loro oh! oh! di ammirazione – ti prometto ch'io salterò in mezzo della sala per gridare a tutta voce: «Sappiate, signori minchioni illustrissimi e colendissimi, che questo bel mobile che ha suonato come nessuno sa suonare, si chiama il signor Bartolomeo Scannagatta, figlio e scolaro di Girolamo Scannagatta qui presente, quondam organista della cattedrale di Biella…

– E musicista, perdio! e maestro come ce ne hanno pochi nel mondo…!

– E poi torneremo insieme a Biella…

– A far della buona e bella musica, in mezzo a gente che se ne intende davvero, perchè ha cuore e buon gusto.




La Corte dei Nasi





I


Piperio III, re dei Panami, era un principe saggio e di indole assai mite. I suoi sudditi lo adoravano. Assunto al trono in età giovanissima, egli aveva proclamato ai suoi popoli uno statuto dei più liberali. Gli avventurosi abitatori della Panamia avevano veduto in pochi anni, mercè l'iniziativa del loro principe ben amato, realizzarsi tutte le riforme sociali e umanitarie reclamate dai tempi… e dai ladri.

Piperio III poteva chiamarsi un re felice. Nel territorio a lui soggetto non esisteva che un solo giornale repubblicano il quale osasse talvolta indirizzargli qualche frizzo mordace. Piperio leggeva quel foglio tutte le mattine tra una fumata e una tazza di caffè. L'ottimo principe sorrideva dei lazzi democratici che lo assalivano. Egli si sentiva troppo integer vitae scelerisque purus, per irritarsi di ogni baja giornalistica.

Nullameno, la esistenza serena di questo principe privilegiato tratto tratto era annebbiata da una leggiera nubecola, da un'ombra nera, che poteva essere gravida di procelle. Quest'ombra era projettata da un naso, dal naso stesso del principe. La natura avea dato a codesto accessorio del volto principesco dei contorni così spiccati, e, diciamolo francamente, delle proporzioni così eccedenti, che a vederlo di profilo, quel naso attirava l'attenzione, e poteva provocare dei sorrisi irriverenti. Naso profilato, simmetrico, perfettamente modellato, ma alquanto più lungo dei nasi ordinari. Il principe, vedendolo riflesso dagli specchi, non osava arrestarvi lo sguardo, e sempre in vederlo sentiva una stretta nel cuore, e la sua fronte si increspava di una ruga sinistra.

Ma quelle impressioni di disgusto non erano che lampi fugaci. Piperio era amato dalla generalità, nè giammai gli era accaduto di sorprendere nel volto di alcun suddito il menomo accenno di ironia all'indirizzo del suo naso. Quel principe osservatore, dopo dieci anni di regno, già cominciava a persuadersi che il difetto da lui solo avvertito, non fosse altra cosa che un'ottica menzogna degli specchi.

Ma la provvidenza non opera a caso

Quando crea un grand'uomo od un gran naso: e aggiungiamo pure quest'altra sentenza infallibile: Da grandi cause non possono prodursi che grandi effetti.

Strana potenza della parola stampata! A ridestare nella mente di re Piperio tutti gli allarmi assopiti, bastarono tre parole del giornale repubblicano stampate in corsivo.

Qual'è l'uomo, per poco sia assiduo lettore di giornali, che mai non abbia impallidito e tremato dinanzi ad una frase in corsivo?

Era un bel mattino di maggio. Il re si svegliava da un olimpico sonno. A destra del letto, da una guantiera sfavillante di oro e di gemme, esalavano i profumi di un moca squisitissimo. Dall'altro lato, sovra un bacile d'argento cesellato, stavano schierati dodici grossi zigari del colore dell'ambra.

Il re accese uno zigaro, assorbì voluttuosamente un primo sorso di caffè, poi, sciolta la fascia al giornaletto democratico, tuffò in esso il suo sguardo penetrante e sereno.

Che è stato? Lo zigaro è caduto dalle auguste labbra. La mano convulsiva del principe tenta invano di riprendere la tazza… Se è vero che l'occhio del basilisco abbia potenza di istupidire i riguardanti, direste che il principe abbia appunto, in quella fitta compagine di parole stampate, incontrato lo sguardo del rettile fascinatore. Il primo movimento del principe fu quello di portare la mano al naso; dopo quell'atto, da pallido che era, l'augusto volto divenne livido e deforme.

Eppure la frase terribile non era formata che da poche innocenti parole allusive al ministro delle finanze: Noi speriamo che la nuova tassa votata dal Parlamento non avrà mai, sotto il regno dell'augusto Piperio una seria applicazione; il nostro re ha troppo buon naso per non comprendere l'impopolarità a cui egli stesso andrebbe incontro apponendovi la sua firma. Sì, noi lo ripetiamo, il nostro re ha troppo buon naso per commettere di tali errori!»

Sotto l'impressione di tale lettura, il re suonò il campanello con impeto violento. Il maggiordomo accorse nella stanza, e, vedendo la strana lividezza del volto regale, mandò un grido di all'armi. Il re fece uno sforzo per dominarsi, e, dissimulando, come poteva, il proprio turbamento, domandò al maggiordomo con voce abbastanza pacata: che tempo abbiamo, Battista?

– Bellissimo, maestà.

– Pure non veggo sole… Il cielo mi sembra bujo!

– Al contrario, maestà!.. il sole è limpidissimo! una vera giornata di primavera… Se vostra maestà si degnasse di mettere il naso alla finestra…

Quelle parole furono uno zolfanello gettato nella polveriera. Piperio balzò dal letto, staccò dalla muraglia una lunga scimitarra, e la testa del maggiordomo rotolò sul pavimento. Tuttociò era accaduto in un lampo. Il re, dopo quell'impeto d'ira, ricadde sovra una seggiola come istupidito.




II


Quell'atroce avvenimento rimase per alcun tempo involto di mistero. La giovane regina a cui l'augusto consorte era solito aprirsi interamente, non ebbe la parola di quell'enigma sanguinoso. Il fatto fu in diverse guise commentato alla corte; il popolo mormorò sommessamente, ma ben presto cessò di occuparsene.

Ciò che più seriamente dava a pensare alla regina, ai ministri, alla corte ed al popolo di Panamia, era lo strano cambiamento sopravvenuto nel carattere e nelle abitudini del principe. Quell'uomo sì mite e manieroso, sì affabile ed espansivo, di giorno in giorno diveniva più tetro e irascibile. Usciva rare volte dal palazzo, e sempre in carrozza coperta, a cortine abbassate. Passava molte ore rinchiuso nel suo gabinetto. Rare volte assisteva al consiglio dei ministri. Ogni qual volta gli accadesse di trovarsi in presenza di estranei, si notava nello sventurato una singolare premura di portare la mano al naso e di tenervela accavallata con una pertinacia inesplicabile. A quella posa insolita della mano, il primo ministro e consigliere intimo di re Piperio annodò, come vedremo, le fila che lo condussero alla scoperta del segreto.

Questo primo ministro e consigliere si chiamava Canella, e dopo la regina, era la persona più influente alla corte. Le sue osservazioni erano quasi sempre infallibili. Egli possedeva il colpo d'occhio che scruta i pensieri e approfondisce i più intimi arcani di un cuore. Un giorno, mentre la regina si doleva fra lacrime e singulti degli strani furori del principe, l'arguto ministro proferì a mezzo labbro tre parole: questione di naso! La regina, come ognun può immaginare, provò una scossa nervosa, e chinò il capo arrossendo.

Il gran Canella non s'ingannava. Per accertarsi, non gli rimaneva che tentare una prova sull'animo del re. Egli non pose tempo di mezzo. Un'ora dopo, il ministro ed il re si trovavano di fronte.

– Maestà! disse il ministro con accento risoluto; io son venuto a rassegnarvi le mie dimissioni…




Конец ознакомительного фрагмента.


Текст предоставлен ООО «ЛитРес».

Прочитайте эту книгу целиком, купив полную легальную версию (https://www.litres.ru/ghislanzoni-antonio/racconti-e-novelle/) на ЛитРес.

Безопасно оплатить книгу можно банковской картой Visa, MasterCard, Maestro, со счета мобильного телефона, с платежного терминала, в салоне МТС или Связной, через PayPal, WebMoney, Яндекс.Деньги, QIWI Кошелек, бонусными картами или другим удобным Вам способом.



notes



1


Anagramma di un maestro notissimo a Milano, il quale anni sono insegnava il canto col metodo qui descritto.




2


Alzatevi tutti; è arrivato il campanile!


