Rinaldo ardito
Lodovico Ariosto




Ludovico Ariosto

Rinaldo ardito / Frammenti inediti pubblicati sul manoscritto originale





PREFAZIONE


L'annunzio della stampa d'un'Opera del divino Ariosto, non solo inedita, ma quasi sconosciuta, e tale da essersene perfino impugnata da solenni scrittori la reale esistenza, ai nostri giorni in cui si è tanto rovistato e tanti disotterramenti si son fatti dalla polvere delle pubbliche e private Biblioteche ed Archivi, parve cosa mirabile e da reputarsi quasi favolosa, ove il fatto di per se stesso non rispondesse perentoriamente. L'Opera della quale ci avvisiamo parlare è il Rinaldo Ardito[1 - E così ci è parso doverlo intitolare, quantunque nel corso dell'opera il Poeta chiami sempre Ranaldo, ed una volta Rainaldo, l'eroe del poema, che nel Furioso è nominato Rinaldo. Nè può cader dubbio che sieno due personaggi diversi, venendo sotto ambedue le denominazioni ciascuno qualificato per figlio d'Ammone paladino di Francia, Signor di Montalbano e fratello di Bradamante; cosicchè di tal cambiamento non può addursi per causa che il buon piacere dell'Autore.], altro poema dell'Omero ferrarese, dettato da esso dopo l'Orlando Furioso, e sugli ultimi anni di sua vita. Ma perchè la storia bibliografica e letteraria di questo Poema è nuova del tutto, ed alquanto intricata, non sia grave al Lettore che noi vi spendiamo quel tanto di parole che servano a dilucidarla, ed a renderla piana ed incontroversa. Così operando, verremo a supplire al difetto del Ch. Fr. Reina Editore del Furioso della Collezione de' Classici di Milano, il quale nel 1812 prometteva corredare quella ristampa d'un comento, ed aggiungervi per la prima volta tutti i frammenti di un altro poema trovati fra carte dimenticate e già spettanti al D. Giuseppe Lanzoni. Onde non conoscendo le cause che lo impedirono a dar fuori quel comento, e a pubblicare questi Frammenti, ci lusinghiamo che egli avrebbe a grado che l'avessimo rilevato da questo secondo debito, se il cielo gli avesse concesso più lunga vita.

Antonfrancesco Doni fiorentino, uno degl'ingegni più bizzarri e fantastici che coltivassero le lettere italiane sulla metà del Secolo sedicesimo, fu il solo che nella Seconda Libreria[2 - Venezia 1551, presso il Marcolini a pag. 82.] palesasse ai dotti l'esistenza del nostro Poema, con queste nude e magre parole «Lodovico Ariosto, Rinaldo Ardito, dodici canti.» Ma al bugiardo (ed il Doni n'avea fama ben giustificata) non è creduto neppure il vero; cosicchè tutti coloro che parlarono della vita e delle opere di Messer Lodovico, dal di lui figlio Virginio sino al Tiraboschi, o si astennero dal registrare fra queste il Rinaldo Ardito, o lo rammentarono solo per causa di dileggio e di rimprovero al Doni, tacciando d'impostura e menzogna la notizia che egli ne dava. Nè questa imputazione, benchè dura e falsa, può dirsi moralmente temeraria, poichè non si credè presumibile che il Doni potesse conoscere tutti gli scritti del Poeta editi ed inediti al tempo suo, meglio di Virginio figlio amatissimo di esso, il quale conviveva seco lui, ne riceveva precetti e buon avviamento alle ottime discipline, ed aveva agio e libertà di leggere tutto ciò che il padre dettava. Ed in fatti fu questi che raccolse tutte le di lui poesie latine, e che nel 1545 dette ad Antonio Manuzio, che li stampò per la prima volta, i cinque Canti che seguono la materia del Furioso, o meglio preparati per altro Poema. Ma comunque la cosa si fosse, la verità è che il Rinaldo Ardito è esistito, ed in parte esiste; e forse il Doni lo vide completo in mano dell'Autore, o da esso medesimo n'ebbe contezza: e dico così, perchè niun altro ne fa parola. Però non saprei indagare la ragione per la quale gli piacque tenerlo celato ai suoi più cari e confidenti, pe' quali non avea segreto, e lo palesasse al Doni: in questa riserva è un qualche enimma, ed aspetteremo che sorga l'Edipo per darne spiegazione. Frattanto per non perdersi in vane induzioni e fallaci ipotesi sulla via che condusse il Doni alla conoscenza di questo componimento, proseguiamo il discorso diretto sul medesimo.

A questo lavoro par certo ponesse mano l'Ariosto dopo l'Orlando Furioso, e dopo il 1525; imperocchè nella stanza V a pag. 44 accenna già successa la prigionia di Francesco re di Francia, che avvenne in quell'anno sotto Pavia. Il Poeta morì nel 1533, appena compita la stampa da esso vegliata e corretta del Furioso, nè fra le Opere manoscritte da esso lasciate si fece motto da veruno trovarsi il Rinaldo Ardito; da questo silenzio io non saprei altro dedurre, o che non fu fatto un accurato esame di questi Manoscritti, il che non sembrerà verosimile, o che a quel tempo il Rinaldo non era più in sue mani, per averlo passato in quelle di qualche amico e confidente, il quale si tacque dappoi per ignota ragione sul prezioso deposito. Che il nostro Manoscritto fosse ab antico custodito nello stesso luogo ed insieme ad altre opere di questo Autore, ce ne fanno accorti le antiche macchie d'umidità che deturpanlo in più carte di seguito, macchie dello stesso colore e della stessa configurazione che vedonsi in molti altri de' suoi scritti originali, che conservansi nella Biblioteca comunale di Ferrara, e che perciò attestano aver corso sorte eguale al nostro, allorquando trovavansi insieme riuniti.

Fermata così l'esistenza effettiva e l'originalità del nostro Codice, ci manca il filo per proseguire la storia del suo destino, accompagnandolo nei diversi passaggi che sempre sconosciuto può aver fatti, dallo studiolo del Poeta alla copiosa e scelta raccolta di Opere a stampa e manoscritte, messa insieme con pene e dispendio dal D. Giuseppe Lanzoni Ferrarese, morto nel febbraio del 1730, e quindi nella libreria dei Marchesi Bevilacqua. E dicemmo sempre sconosciuto, perchè il Lanzoni stesso che era così generoso e cortese nel favorire ed accomunare cogli amici suoi l'uso della propria biblioteca, non conobbe o almeno non palesò a veruno il gioiello che egli possedeva; mentre nella Vita affettuosa e molto particolarizzata che di questo egregio e dotto medico scrisse Girolamo Baruffaldi il seniore,[3 - Opuscoli del Calogerà vol. XII pag. 143 a 214.] non vien neppure emesso il dubbio ch'egli possedesse il nostro Manoscritto. L'onore adunque di avere scoperto e messo in luce il ritrovamento dei frammenti del Rinaldo Ardito, d'averli esaminati e recatone fuori un saggio, si deve a Girolamo Baruffaldi il giovine, il quale nella Vita dell'Ariosto a pag. 172 ci fa sapere che ad altro poema eziandio pose mano, oltre a quello del Furioso: uno squarcio, o piuttosto abbozzo di esso fu trovato a caso tra le carte dimenticate del chiariss. Medico Ferrarese Giuseppe Lanzoni; ma riuscendo il manoscritto originale difficilissimo ad intendersi per la rozza scrittura, per la mala conservazione de' fogli, e per le varie cancellature, io non ho potuto relevarne interamente, che alquante stanze, quali saranno poste in fine… Io non peno a credere, abbenchè il Barotti lo neghi, che questo possa essere il Poema dall'Ariosto intitolato il Rinaldo, come accennò il Mazzuchelli sulla relazione del Doni; conciossiachè nel Canto IV.[4 - Ora V. per le ragioni addotte a pag. XXI.] diffusamente parlasi di questo Paladino, delle sue imprese, de' suoi viaggi e della sua donna Bradamante[5 - Qui sbaglia il Baruffaldi, perchè Bradamante non era donna di Rinaldo, ma sorella di esso e di Ricciardetto.]… Ed i frammenti da me veduti non sono che un primo abbozzo informe in molti luoghi scorretto fino al leggervisi una stanza scritta seguentemente di soli sette versi[6 - Ed una di nove, potea aggiungere.].

Era oltrepassato mezzo secolo dalla morte del Lanzoni al tempo che il Baruffaldi scriveva la vita dell'Ariosto, di maniera che avrebbe potuto manifestare la persona presso la quale egli ebbe agio di studiare e trascrivere degli squarci del nostro Codice, nè saprei indovinar la causa per cui si tacque: era forse tuttora in casa Bevilacqua?.. Ma tralasciando le congetture, e venendo alla storica certezza, diremo che il Sig. Canonico Vincenzio Faustini, uomo fornito di buone lettere, ereditò dal padre suo il nostro Codice, ed a noi come possessor legittimo ne fece legittima cessione nel luglio dell'anno decorso; onde io mi do a credere che essendo il padre del Sig. Can. Faustini assai versato in questi studj e nella paleografia, ed avendo vissuto negli anni in cui per straniera invasione tanti insigni stabilimenti rimasero soppressi, e tanti pubblici e privati monumenti di libri e scritture andarono dispersi o per ignoranza distrutti, fu una fortuna che queste preziose reliquie venissero alle mani di lui, che seppe raffigurarle e tenerle nel pregio che meritavano. Quindi se mancano ad appagare la curiosità del Lettore notizie positive e speciali sulla sorte corsa da esse, ciò vien largamente compensato dalla sodisfazione che gli deriverà dal percorrere queste pagine, ove stampava sì luminose tracce della fecondità del suo immortal genio il Cantore del Furioso; e se qualche gusto gli rimane della buona poesia, e se qualche scintilla d'amor patrio gli scalda le vene, sarà contento aver veduto in questa età aumentarsi il patrimonio delle nostre lettere, e di nuove fronde rinfrescarsi la corona immortale che cinse l'onorata fronte del Poeta che, se Dante non era, sarebbe per primo inchinato.

Che poi questi Canti fossero dettati per innestarli all'Orlando Furioso, come opinò taluno, oppure dovessero unirsi ai cinque altri postumi pubblicati da Virginio, la lettura attenta dei medesimi, ed il filo delle storie che vi son narrate, benchè interrotto, mostrano chiaramente che questa opinione non ha sussistenza; imperocchè il Furioso fu in ogni sua parte perfezionato dal Poeta nell'edizione del 1532, e tutte le storie intessutevi hanno il loro pieno sviluppo particolare. Di più nel Rinaldo compariscono personaggi ed attori diversi da quelli rammentati nell'Orlando, e toltone tre o quattro, nuovi affatto. E finalmente alla pag. 45 si allude ad alcuni avvenimenti storici occorsi in Italia al tempo dell'Ariosto, che erano stati narrati prima nei Canti III, XIV e XXXIII dell'Orlando; cosicchè se questi Canti fossero stati destinati ad inserirsi in esso, ne sarebbe resultata un'inutile ed oziosa ripetizione di fatti; però l'inesauribil vena del Poeta non abbisognava di tali sussidj, nè l'avrebbe consentito l'alterezza del suo genio. Mi fo meglio a credere che, avendo ideato questo nuovo Poema, volle mostrare ad Alfonso suo Mecenate, che non si lasciava fuggire occasione di cantare e ricantare le sue belle imprese, ogni volta che gli cadeva in acconcio di farlo solennemente.

Il titolo di Rinaldo Ardito, credo che sia stato dato al poema, perchè apparisce dalla pag. 31, che questo famoso Paladino, protagonista dell'azione, onde ottener certa vittoria sull'esercito infedele, si travestisse da Saraceno, e sotto le mentite spoglie potè conoscere le forze del nemico; quindi dopo aver tutto esplorato, allorchè i due eserciti stavansi a fronte, avendo per mezzo della sorella Bradamante avvisato dell'inganno i capitani di Carlo, pose lo scompiglio nel campo nemico, e coll'aiuto dei Cristiani accorsi in tempo, disfecero l'oste pagana; e termina l'impresa colla conversione al Cristianesimo dei principali condottieri Saraceni e di Fondrano loro capo e Signore. Questo in breve pare che fosse il concetto del Poeta, innestandovi al solito vaghissimi episodj, che per la loro varietà e pel loro festivo colore ne rendono oltremodo gradevole la lettura.

Accennata la storia del nostro Codice e del suo contenuto, ci resta da prevenire il Lettore sull'ordine da noi seguito in questa prima pubblicazione, cominciando dall'esatta descrizione del Manoscritto qual si trova attualmente. Questo si compone di trenta carte numerate modernamente da una sola parte, e distribuite in quattro quinternetti. Il primo di essi conduce da 1 a 6; il secondo da 7 a 14; il terzo da 15 a 22; ed il quarto da 23 a 30. È necessario però avvertire che il terzo è contrassegnato nel margine inferiore della pag. 15 di mano dell'Autore con b, ed il quarto medesimamente a pag. 23 con D: il primo e secondo non portano segnature; ogni pagina contiene quattro ottave, meno che la 2 che ne ha cinque, la 19 la quale ne ha otto, scrittevi a doppia colonna, e la 29 che ne ha tre; cosicchè formano nell'insieme dugento quaranta quattro ottave. Ai quattro quinternetti serve di custodia una cartella di rozzo cartone bianco, che in avanti fu destinata a conservare dei conti e delle ricevute. Un cordoncino di seta rosso trapassa nella costola per traverso il cartone e i quinternetti, ed è fissato in fine con nodo; i due capi di esso poi son fermati nell'interno con cera di Spagna e sigillo della pubblica Biblioteca di Ferrara, ad autenticare il Certificato che qui si riporta in nota[7 - Nel primo foglio che serve di guardia al Codice si legge di non antico carattere: Questo fu scritto dall'Ariosto, dopo il 1512, perchè descrive la gran battaglia seguita in Ravenna nel detto anno, vinta dai Francesi per opera del Duca Alfonso Primo, descritta dal Sardi nel lib. 2 della sua storia. Nell'altro foglio poi che forma la guardia in fine, si legge il seguente attestato:Ferrara 30 Gennajo 1840.Attesto io sottoscritto Bibliotecario della pubblica Biblioteca di questa città, che le qui unite carte num.º trenta di stanze 244, alcune delle quali imperfette, contenenti parte d'un poema inedito dell'Ariosto intitolato il Rinaldo, di cui parla il Baruffaldi Vita dell'Ariosto alle pagine 172-3, recandone saggio alle pagine 310-14, sono scritte di mano di Lodovico Ariosto, avendone io fatto il confronto tanto col poema intitolato Orlando furioso, che colle Satire, e con altri scritti, che autografi si conservano in questa pubblica Biblioteca; e per convalidare vieppiù questa mia attestazione vi ho posto il sigillo di questo pubblico stabilimento presenti i sottoscritti testimonj consultati nel confronto.Don Pietro CapraraDon Giuseppe Antonelli Vice Bibl. TestimonioDon Gaetano Ortolanini Aggiunto alla Bibl. TestimonioAndrea Borgonzoni maestro di CalligrafiaBenedetto Giovanelli Custode.Ad onta però di questa solenne ed ingenua testimonianza di persone per ingegno e per probità commendabilissime, non son mancati certi cotali che da quell'oscurità che è la loro atmosfera hanno cercato, da bassa invidia o da crassa ignoranza mossi, di sparger dubbiezze sulla originalità del nostro Codice. Noi condoniamo loro il misero tentativo di nuocerci, perchè li uomini di sano giudizio faranno la nostra vendetta coi plausi, e perchè è rimasto ad essi tanto pudore da non volere, quantunque invitati e provocati, far pubblica la loro sentenza, per tema, ci crediamo, che non divenisse quel che fu a Mida il motto susurrato alla terra dal di lui barbiere. Però da buoni Cristiani preghiamo il Cielo che a tali giudici apra li occhi corporali, e spiani e raddirizzi le loro menti storte e contraffatte.].

Ora venendo alla disposizione materiale della stampa, la lettura del Manoscritto, nell'ordine in cui si trova, ci fece dubitare che le carte non seguissero regolarmente e con progresso razionale la materia, ma che i quinternetti fossero stati a caso in tal guisa disposti; ed il dubbio dell'interpolazione divenne certezza, quando le segnature del terzo e quarto c'indicarono chiaramente, che questi invece dovevano precedere i due senza segnatura: ed a questa via ci attenemmo. E volendo che il Lettore si convinca co' propri occhi della giustezza della nostra risoluzione, s'imagini che la stampa nell'ordine del Codice avrebbe cominciato da pag. 46 colla stanza X. fino a pag. 85 stanza XXX., avrebbe proseguito colla pag. 1 stanza I. fino a pag. 46 stanza IX., talchè alla lettura in questo senso ne resulta la narrativa de' casi incomposta ed a ritroso. Ed in fatti, nella nuova disposizione, si trovano in principio alcuni capitani infedeli combattenti contro l'esercito cristiano, quindi si veggono abbracciare il Cristianesimo ad insinuazione d'Orlando. Vi si legge pure un'avventura di Ferraù, il quale cade per inganno nell'acqua, e per forza d'incanto si vede trasportato nel giardino di Venere, ove è presente al trionfo d'Amore ec. ec. dovecchè adottando l'altro modo, ne sarebbe derivato una mostruosità, non procedendo naturalmente il filo della materia e degli avvenimenti raccontati.

La ragione per la quale si è creduto bene render minutissimo conto di questo nostro materiale riordinamento, deriva dall'aver voluto fuggir la taccia d'arbitrarj, ove cadesse in mente a taluno raffrontar la stampa col manoscritto, giacchè ne piacque conservarlo religiosamente intatto ed inviolato nella sua compaginazione, alla quale va unita la preziosa autentica dell'originalità ed autografia del medesimo; onde precludere affatto il campo agli scettici, ai maligni ed agli ignoranti di sentenziare a sproposito. E giudicammo opportuno questo schiarimento, solo per quanto concerne la materialità del codice; che quanto al merito poetico, alla vivacità delle immagini ed al pregio dell'invenzione, tocca al Poeta a svelarsi, e a dar di se quelle prove irrefragabili che per unico lo caratterizzano, e per le quali come astro fulgidissimo risplende nell'italiano Parnaso: nè qui temiamo esserci ingannati.

Ora venendo al modo da noi adoprato nel dar fuori questo lavoro, diremo che siamo stati scrupolosissimi a produrre il testo nella sua genuinità, riportandone perfino le voci viziate per eccesso o per difetto od anche per trasposizione di qualche lettera, rettificando però le principali in piè di pagina, affinchè non si credessero errate per colpa nostra. La stanza V del C. II, la XVI e XXVII del C. IV, si son lasciate difettose nella loro tessitura, nè ci prendemmo briga di raddrizzare qualche verso zoppicante; tutte negligenze comprovanti maggiormente l'originalità di questo primo getto, che l'Autore avrebbe eliminate dappoi, e che veruna pena ci sarebbe costato il togliere. Le frasi e gl'intieri versi rigettati e cancellati dal Poeta, sostituendovi quelli che gli parvero migliori, si son riportati in calce come varianti, per mostrare sensibilmente l'ordine delle concezioni di quel prepotente ingegno. Quanto poi alla puntuazione, ci siamo tenuti a quel metodo che credemmo il più conveniente ed il più seguito, quello cioè di agevolare possibilmente l'intelligenza dei concetti, senza gran fatica nè bisogno di ricorrere per tortuose ambagi il filo del discorso. Ai Canti si è dato abusivamente un numero progressivo dal I al V; non perchè così ce li abbia indicati l'Ariosto, ma pel comodo del Lettore e delle citazioni; giacchè Esso nei titoli lasciò in bianco la numerazione, e di sua mano non numerò che il terzo, il quale, per la lacuna indefinita tramezzo, siamo stati obbligati a chiamar quarto; a questa numerazione si son pure subordinati gli altri, che da penna più moderna e con altro inchiostro erano stati notati. Per servire egualmente alla comodità, si sono numerate le stanze d'ogni Canto, tornando da capo a ciascuno, come è stile; e dove esistono lacune, non si è omessa l'avvertenza.

Resa sommariamente ragione di questa qualunque siasi fatica, onde impetrare alla medesima, se non il suffragio generale, almeno il benigno compatimento dei dotti, potremmo addurre a favor nostro le assidue e gravi cure sostenute di buona voglia nel breve ma spinoso aringo, non che le vinte difficoltà, che parvero quasi insuperabili al Baruffaldi, il qual pure avea tanta dimestichezza cogli scritti dell'Ariosto[8 - V. questa prefazione a pag. XI (#Page_xi).]. E la conferma della di lui genuina confessione si presenterà a chiunque si dia a confrontare le stanze da esso pubblicate per saggio di questi Frammenti, dalla pag. 310 alla 314 della rammentata Vita del Poeta, con quelle stesse ristampate da noi; e speriamo che questo ragguaglio porrà in maggior chiarezza le diligenze da noi usate.

Forse non mancherà chi disapprovi ed anzi condanni lo zelo di aver messo in luce un'Opera mutila ed informe in molte parti, quale sfortunatamente si è questa. Per costui non abbiamo discolpa, nè sapremmo fargli altra risposta, che mostrandogli un gran numero di opere di sommi scrittori greci e latini, che hanno avuto la stessa sorte, avvalorando la nostra sentenza col giudizio di tale, che nè la materia nè il luogo consentono di nominare[9 - La stampa di questi Frammenti col fac-simile del carattere dell'Autore speriamo che ecciterà i bibliotecari ed i possessori di antichi manoscritti di poesie sconosciute ed anonime a fare degli studj e delle ricerche per entro ai medesimi, e ad istituire dei giusti confronti; e chi sa che un giorno qualcuno più avventurato di noi, seguendo la via che abbiamo aperta, non giunga a completare questo lavoro?]. Gli additeremmo ancora tanti e tanti bellissimi antichi capolavori in bronzo ed in marmo, che si ammirano ne' Musei, i quali non sono che insigni monumenti dell'Arte più o meno frammentati. E questi scritti e questi monumenti ci saran sempre di modello, rimanendo a testificare dell'eccellenza degl'ingegni che li produssero, ed a rimproverare mutamente l'incuria, l'ignoranza o la perversità degli uomini che li ridussero in tale stato, e risveglieranno nel cuore dei buoni almeno il desiderio che sorga chi vaglia a ristorarne del danno.

Finalmente poichè colla stampa collettiva di più componimenti d'uno stesso Autore (i quali pubblicati a parte in varie occorrenze divengon rari e fuori di commercio) si provvede alla maggior diffusione dei medesimi, e posson considerarsi come rami che si ricongiungono al tronco principale, così credemmo incontrare il pubblico gradimento riproducendo la gentilissima Canzone colla quale Messer Lodovico piangeva la partenza da Firenze per oltremonte della sua Ginevra[10 - Roma, Tipografia delle Belle Arti 1835.]. Il Ch. Sig. L. M. Rezzi la trasse in luce per la prima volta da un codice miscellaneo Barberiniano, in occasione dei fausti sponsali di Donna Carlotta Luisa Barberini col Marchese Raffaele Casali del Drago, rivendicandola con critico ragionamento al nostro Autore, e ponendone in bella mostra i delicati pregi che l'adornano.




CANTO I


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I

		Così poteansi ritenere appena
		I cavalier di non entrar la ciuffa[11 - ciuffa per zuffa.],
		E a ciascuno il tardare era gran pena,
		Nè può star fermo e si apparecchia e buffa;
		Di quei si parla che hanno animo e lena,
		Chè a un vil codardo incresce ogni baruffa,
		Come chi va alla forca, e che prolunga,
		Perchè quanto più può tardi vi giunga.


II

		Artiro e Salomone alla avanguarda,
		L'uno Affricante, e l'altro Cristiano,
		Stan per ferirsi in punto, e ciascun guarda
		Al segno general del capitano;
		Or dato il segno, alcun più non ritarda,
		E all'inimico va cum[12 - cum per con qui ed altrove costantemente.] l'arme in mano;
		Ma prima ch'entri in così orribil guerra,
		Feraguto vo' trar dall'aqua in terra.


III

		Ormai tanto che dentro vi è caduto,
		Che non dovrebbe aver di ragion sete;
		Sapete come cade[13 - cade per cadde.] Feraguto?
		Cum quale astuzia cade augello in rete;
		Egli avea già nelle aque il cuor perduto,
		Nè ad altro pensa che alla strema quiete,
		Che essendo armato, e d'armi di gran pondo,
		Non potendo nuotar, discese al fondo.


IV

		Nè crediate ch'al fondo già restasse,
		Anci[14 - Anci per anzi qui ed altrove.] di là dal fondo fu tirato,
		Che una dama gentil subito il trasse
		Fuora delle acque in luoco assai più grato;
		Nè già pensò che 'l ciel tanto lo amasse[15 - Nè il ciel credette aver già secondo.],
		Vedendosi nelle onde trabuccato;
		Ma il cielo il tutto a suo modo dispensa,
		E spesso all'uomo avvien quel che non pensa.


V

		Come chi per errore o per disgrazia,
		Cui sotto il ceppo ha il col[16 - Trovansi in questi Canti troncate molte voci di due e di tre sillabe, che regolarmente non consentirebbero il troncamento; però non mancano esempi tra gli antichi rimatori di quest'uso più che licenza, che non si riferiscono per brevità; e le più comuni sono: col per collo, car per carro, tor per torre, lor per loro, don per donna, fal per fallo; parol per parole; schier per schiera; fer per ferro; le quali si notano qui tutte insieme per non ripeterle ai luoghi respettivi.] per esser morto,
		E fatta gli vien poi subito grazia
		Prima che moia o per ragione o torto,
		Che attonito rimane e il ciel ringrazia,
		E quasi muor di subito conforto:
		E così appunto a Feraguto accade,[17 - accade per accadde.]
		Vedendosi ritrar dove pria cade[18 - cade per cadde.].


VI

		Fu in una ciambra[19 - ciambra per camera qui ed altrove.] il cavalier condutto
		Che tutta di cristallo era smaltata;
		Il palco tutto a specchi era costrutto,
		E intorno intorno tutta ad or frissata[20 - frissata per fregiata, adorna.];
		Vedendosi il barone ivi ridutto,
		Gli fu tal sorte allor non poco grata,
		E tutto che suspetto ancora stava,
		Pur più ch'in l'umide acque ivi sperava.


VII

		E volto Feraguto alla donzella,
		Deh dimmi, dama, disse, se ti agrada,
		Chi sei, e come è qua stanza sì bella,
		Che in fondo alle acque mi par cosa rada?[21 - rada per rara, straordinaria.]
		A Feraguto allor rispose quella:
		Sappi ch'io fui nemica a quella Fada[22 - Fada per fata, maga, dallo spagnuolo Fada o hada.]
		Che poco anzi occidesti, e d'ogni intorno
		Faceva a' circumstanti iniuria e scorno.


VIII

		E quella son che ti donai quel tanto
		Lucido, adorno e prezioso scuto
		Cum che vinto hai la Fada e ogni suo incanto,
		A te di onore e a' circumstanti aiuto;
		E de infiniti sol ti puoi dar vanto
		Avere un tal triunfo oggi ottenuto,
		Di che grato non solo agli uomin sei,
		Ma fatto ne hai piacere insino a i Dei.


IX

		La Fada di coloro era nemica,
		Che d'altre che di lei fussero amanti;
		Anci ogni industria usava, ogni fatica
		Per rovinarli; e ben ne ha occisi tanti,
		Che indarno è lo espettar, baron, ch'io dica
		Quanti ne ha uccisi la malvagia, e quanti
		Presi e in pregione morti per disagio,
		Vetando loro il cibo, e il stare ad agio.


X

		Onde tanto costei Venere adonta
		Che sol di lei cercava aspra vendetta,
		E[23 - E sol cercava acciò.] a tale impresa in fin persona pronta
		L'amorosa mia don[24 - Don per donna.] gran tempo espetta;
		Ma solo hai vendicato ogni sua onta,
		E però ne serai persona eletta,
		A Vener grato, e per il tuo valore[25 - gran core.]
		Fortunato serai sempre in amore.


XI

		E quantunque infelice per adrieto
		Sempre sii stato in l'amoroso laccio,
		Nell'avenir serai jucundo e lieto,
		Poi che distolte[26 - distolte per liberate.] ne hai di tanto impaccio;
		E perchè intendi quel che ti è secreto,
		Quel che richiesto me hai io non ti taccio:
		Sappi che ninfa son nasciuta in l'acque,
		E di questo liquor sto corpo nacque.


XII

		Delle Naiade son la più onorata,[27 - Ninfe io son la prima.]
		(Che così d'acqua son le ninfe dette)[28 - Che così dette son le ninfe d'acque.]
		Liquezia ho nome, e a Venere dicata,
		Sono delle sue care e più dilette,[29 - E credo il mio servir non gli dispiacque.]
		E a te fui col bel serto mandata[30 - La tua impresa da lei fia meritata,Qual viepiù (credo) che ogni altra gli piacque.]
		Per animarti a far le sue vendette;
		Questa è mia stanza: e qui poserà tanto
		Ch'io torni a rivederlo in l'altro canto.




CANTO II



I

		Benchè da poi che 'l Redentor del mondo
		Dimostar[31 - Per dimostrar.] volse un sol Dio trino et uno,
		Ogni idol falso[32 - Fu crocifisso.] rovinasse al fondo,
		Pur fra' pagani ancor ne restò alcuno;
		Che li[33 - ogni altro Deo.] altri Dei, eccetto il ver, secondo
		Debbe di nuoi[34 - nuoi e vuoi per noi e voi qui ed altrove.] fedel creder ciascuno,
		Erano di Pluton seguaci rei,
		Che la gentilità chiamava Dei.


II

		Ma per la morte, e pel misterio sacro
		Della acerba passion del Verbo eterno,
		Qual segnò i suoi di quel santo lavacro
		Che lava in nuoi ogni peccato interno,
		Restò a Plutone il mondo acerbo et acro,
		E ritrarse gli fu forza all'Inferno;
		Nè falso alcuno Idio restò a' cristiani,
		Ma qualche illusion fra li pagani.


III

		E però a alcun di vuoi strano non paia
		Se a Feraguto quella ninfa apparve,
		Qual si chiamava dell'altre primaia,
		O fusser corpi veri o finte larve,
		Pur parea corpo quella ninfa gaia,
		Se con qualche ragion debbo parlarve:
		Non sciò[35 - sciò per so qui ed altrove; sciai e scià, scianno per sai, sa e sanno. Il Bojardo cantò: Ben scio certo che pria… Ben sciò ch'io sosterrei (Sonetti e Canzoni, Milano 1845 pag. 32).] come altro giudicar si possa,
		Chè un spirto non si tocca in carne e in ossa.


IV

		Toccavassi[36 - Toccavassi per Toccavasi.] ella e ragionar se odiva,
		E porse a quel baron[37 - Ferraù.] lo illustre scuto,
		A cui, da poi che 'l suo parlar finiva,
		Rispose allor sagace Feraguto:
		O sii donna mortale, o eterna diva,
		Eternamente ti sarò tenuto,
		Che in dui perigli, fuor d'ogni speranza,
		In l'un scuto mi desti, in l'altro stanza.


V

		Ma qui se fai ch'a Venere io sia grato,
		Nè mi trovi in amor tanto infelice,
		Ch'io non vi fui giamai aventurato,
		Pur ch'io vi fussi un tratto almen felice,
		Io mi reputarei sempre beato.
		Che tanto un sol piacere a un miser vale,
		Che gli rimette[38 - fa scordarli.] ogni passato male.


VI

		Ma non sciò, ninfa,[39 - dama.] se ragione o errore
		Sia, che sperar mi fa di questo puoco:[40 - puoco per poco qui ed altrove.]
		Come esser può che a quella Dea d'amore,
		Che altrui suole infiammar, piaccia tal luoco?
		Esser non può che in umile liquore
		Produr si possa, e conservarsi, il fuoco,
		Il fuoco che più al cor d'ogni altro preme,
		Che mal pon stare dui contrari insieme.


VII

		Ben mostri, alto baron, vivace ingegno,
		Disse la dama, e razional discorso,
		Che cum la forza uniti ti fan degno
		Di conseguir d'amor dolce soccorso;
		Spera, che fine arai al tuo disegno,
		E alla sventura tua[41 - E a ogni sfrenato cuor.] porrai il morso,
		Quanto ad Amore e Venere si spetta,
		Benchè tua mente in ciò dubbia e suspetta.


VIII

		Ma dubitar non dei, che 'l fuoco pasce
		In umido[42 - Come in lucerna.] liquore e si conserva,
		Come in vuoi il calor nativo nasce
		In radicale umor, che in vita serva
		Nel materno alvo l'uomo e nelle fasce,[43 - Quella spoglia mortal dal dì che in fasce.]
		E sempre umor da morte lo preserva;
		E in la lucerna piccoletta fiamma
		In oleo e in altro umor se aviva e infiamma.


IX

		Però Venere infiamma e si diletta
		Di quello umor che sta col caldo insieme,
		Anci nel mar di spuma fu[44 - Ella.] concetta
		Venere in cambio di genital seme;
		La cosa non dirò, baron, perfetta,
		Però che l'onestà la lingua preme,
		Et a una donna, ancor che meretrice,
		Lo inonesto parlar sempre desdice.


X

		Il viver di Saturno, e ciò che fece
		Al padre suo, mi converria narrarte;
		Ma questo ad uomo più che a donna lece;
		Bastammi[45 - Bastammi per Bastami.] a dir la più opportuna parte,
		E che come la fiamma in oleo o in pece,
		Così in l'umor stia il caldo, dimostrarte;
		Nè ti sia cosa nova e inusitata.
		Che una Naiade a Vener sia dicata.


XI

		O felice colui che intender puote
		Il secreto poter della natura!
		O quante cose sono al mondo ignote
		Che l'uomo di sapere ha puoca cura;
		E se fussero a nuoi palesi e note
		Procederia ciascun cum più misura.
		Da te ben resto chiaro e resoluto,
		Rispose a quella dama Feraguto.


XII

		Ma pregote, dapoi che mi hai promesso
		Favorire[46 - Esser propizia.] in amore i miei disegni,
		Che quando un tanto don mi fia concesso
		Di amar cum frutto, me ne mostri segni;
		Che sempre duolse, puoi[47 - puoi per poi qui ed altrove.] che in speme è messo,
		A cui come sperava non li avegni:
		Sicchè, dama gentil, fa' poi ch'io sapia
		Quando tal grazia in mia persona capia.


XIII

		Rispose allor la vezzosetta dama:
		Io sempre fui fedele a chi mi crede,
		E Vener anco, e chi infedel la chiama,
		Non ben dicerne[48 - dicerne per discerne.] quel ch'amor richiede;
		Fidelità conviensi a chi bene ama,
		E dir si suol che Amor sempre vuol[49 - ricerca.] fede;
		Ma acciò ch'in breve il tuo desir consegui,
		Conviene che più oltre ancor mi segui.


XIV

		Rispose quel baron: guidami pure,
		Se ben volessi, giuso ai regni stigi,
		Che disposto[50 - Son disposto, dama, condurmi. Condure per condurre, in grazia della rima. Dante cantava:La mente innamorata che donneaColla mia donna sempre, di ridureAd essa gli occhi più che mai ardea.(Parad. C. XXVII v. 88-91).] mi son, dama, condure
		Dove ti piace pronto a' tuoi servigi.
		Ma mi bisogna[51 - tornarmi bisogna.] l'animo ridure
		Dove lassai, io credo, Malagigi,
		Il qual, se vi rimembra, in l'altro canto
		Vi lassai cum ragion jocondo tanto.


XV

		Io vi lassai di ciambra già partito
		Della regina, e l'uno e l'altro lieto,
		Che tanto l'uno a l'altro era gradito
		Che ciascun di essi ne restava quieto;
		Desidra la regina che finito
		Presto sia il giorno al suo piacer secreto,
		E sol la notte a lei felice espetta,
		Che Amore è cieco, e notte gli diletta.


XVI

		E senza altro pensare, un suo fidato
		Accorto servitor chiamò quel giorno,
		A cui disse, se sei, come hai mostrato,
		Sempre nemico a chi mi vuol far scorno,
		Prego che vadi più che puoi celato,
		E Orlando trovi cavaliero adorno,
		E nostro capitan, se sciai qual sia,
		E questa gli darai da parte mia.


XVII

		E una lettera in mano al messo porse,
		Che del suo amore il conte reavisava;[52 - Quale era direttiva al magno conte.]
		Dopo molte proferte, il servo corse
		Al finto non ma al ver conte[53 - cioè Orlando.] di Brava:
		Il conte poi che del sigil si accorse,
		La lettra prese, e altro non parlava,
		Anci notando[54 - mirando.] il servo, in man la piglia,
		In atto d'uom che assai si meraviglia.


XVIII

		Sciolsella[55 - sciolsella per sciolsela. Verso mancante di due sillabe.], e prima sotto[56 - chi la manda.] lesse
		Il nome di chi a lui la scrive e manda;
		Subito il resto a leger poi si messe
		Di tal tenore = A te si aricomanda,
		Conte, colei che per signor ti ellesse,
		E sol ti apprezza, e solo ti dimanda;
		Pregate, come la notte passata,
		Questa altra ancor ti sia racomandata[57 - E pregate che come la passata,Questa altra notte sia da te trattata.].


XIX

		Rimase il conte alle parol suspeso,
		E di notte non scià, nè de che scriva;
		Ma pur per coniettura ha in parte inteso
		Quel che chiedea la donna, e le agradiva;
		Scià ch'ella già lo amava; onde compreso
		Ha che di novo in lei lo amor si aviva;
		Ma pur di quel che ha letto assai si ammira,
		E di novo la lettra or lege, or mira.


XX

		E alla proposta subito rispose,
		E rescrisse una a lei di tal tenore:
		Regina mia, nelle importanti cose
		Vostre del regno sol vi mostro amore;
		Ma in altre trame occulte et amorose,
		Non fui mai vosco; onde pigliate errore:
		Nè sta notte nè mai giacqui cum vui;
		Credo ch'in cambio mio godesti altrui.


XXI

		Diede la lettra il conte al fido messo,
		Che alla regina appresentolla in mano;
		Ella vedendo il servo, al primo ingresso
		Allegrossi, ma poi fu il gaudio vano,
		Che poi che della lettra intese espresso
		Tutto il tenor, le parve il caso strano
		D'esser schernita, e che ciò[58 - il vero.] niegi il conte,
		Che pure il vide seco a fronte a fronte.


XXII

		E cominciò a dolersi la regina
		Allor del conte assai cum voce pia;
		Lacrimando diceva: ahimè mischina,
		A chi dei l'alma e la persona[59 - diedi l'amore e l'alma.] mia!
		Ad un che fu la notte, e la mattina
		Dimostra ingrato che più mio non sia;
		E a me che io il vidi, e sciò che fu certo ello
		Non si vergogna dir, che non fu quello.


XXIII

		Nol vedeste, occhi vui, che le fattezze
		Avea del conte? io sciò che non errasti;
		Ora son queste, Orlando, le prodezze
		Che per mio amore usar prima pensasti?
		Se pur non ti piacean le mie bellezze,
		(Che poco sono) a che, crudel, le usasti?
		A che sì piccol tempo le godesti,
		E da me, ingrato, come vil ti arresti?


XXIV

		Forse ch'io non ti son piacciuta quanto
		Credevi prima, ahimè, solo a vedermi?[60 - e di me resti sazio.]
		Ma perchè, ingrato, tante volte e tanto
		Quella notte tornasti a rigodermi?
		Se allor bella non fui, come di manto
		Adorna poteva altri e tu[61 - il dì potevi rivedermi.] tenermi?
		E se a me più tornar pur non volevi,
		Negarmi esser lì stato non dovevi.


XXV

		Dall'altro canto il conte Orlando stava
		Suspeso assai, nè scià quel che si dire;
		La cosa ben come era imaginava,
		Ma non la scià per lo ben colorire;
		Che essa l'avesse in fal preso pensava
		Per cieca volontà, per gran desire,
		Nè scià chi possa avere audacia presa
		Di essere entrato in una tanta impresa.


XXVI

		Non scià come essa lui in fal pigliasse,
		Nol cognoscendo al viso e al proprio aspetto,
		Nè scià ch'in faccia lui rapresentasse
		Salvo Milone, a lei figlio diletto,
		Qual non si crede[62 - non crederia.] che alla madre usasse
		Tanta sceleritade, tanto diffetto[63 - Verso con una sillaba di più.],
		E stette in tal penser tutto quel giorno;
		Ma il conte io lasso, e a Malagigi io torno[64 - Non che l'usasse, ma pensar potesseDi usarlo, alcun non scià che lo credesse.].


XXVII

		Credendo Malagigi ritornare
		Alla regina la notte seguente,
		Nel mezzo di quel dolce lamentare,
		Che faceva ella del suo error dolente,
		Andolla Malagigi a visitare,
		Che non sapea della regina[65 - sapeva di quel caso.] niente
		Quel che dolesse, anci a lei venne allora
		Cum la sembianza di quel conte ancora.


XXVIII

		Fu dalla più secreta camariera
		Portata alla regina la novella,
		Come ad essa il gran conte venuto era
		Per visitarla, se piacesse ad ella;
		Tutta turbossi la regina in ciera,
		E in mille parti il sdegno la martella,
		E dubita di dui qual debbia fare,
		O se lo escluda, o pur lo lassi entrare.


XXIX

		Non scià quel che si far, tutta è commossa,
		Non scià se contradica o se consenta,
		Ma l'amor più che l'ira ebbe gran possa,
		Sì che a lassarlo entrar restoe contenta;
		La camariera ad introdurlo mossa,
		Avanti alla regina lo appresenta,
		E Malagigi non sapendo il fatto,
		A lei si appresentò cum allegro atto.


XXX

		Ma ella cum sembiante assai mansueto,
		Cum occhi mesti a guisa di turbata,
		Non ben rispose a Malagigi lieto
		Come pensò vedere alla tornata;
		Ma non per questo se ritrasse adrieto;
		Ma dimostra egli faccia allegra e grata,[66 - E ridente il baron s'estima.]
		E accarecciar[67 - accarecciar per accarezzar.] la donna allor non resta,
		Pensando che per altro ella stia mesta.


XXXI

		Ma senza altro parlarli, la regina
		La lettera del conte al baron diede;
		Presella[68 - presella per presela.] quello, e subito divina
		Dove il gran sdegno di colei procede:
		E più cognosce ancor la sua ruina
		Che la lettra del conte in scritti vede;
		La lettra lesse, e poi rivolto a lei
		Disse, regina, per un scherzo il fei.




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notes



1


E così ci è parso doverlo intitolare, quantunque nel corso dell'opera il Poeta chiami sempre Ranaldo, ed una volta Rainaldo, l'eroe del poema, che nel Furioso è nominato Rinaldo. Nè può cader dubbio che sieno due personaggi diversi, venendo sotto ambedue le denominazioni ciascuno qualificato per figlio d'Ammone paladino di Francia, Signor di Montalbano e fratello di Bradamante; cosicchè di tal cambiamento non può addursi per causa che il buon piacere dell'Autore.




2


Venezia 1551, presso il Marcolini a pag. 82.




3


Opuscoli del Calogerà vol. XII pag. 143 a 214.




4


Ora V. per le ragioni addotte a pag. XXI.




5


Qui sbaglia il Baruffaldi, perchè Bradamante non era donna di Rinaldo, ma sorella di esso e di Ricciardetto.




6


Ed una di nove, potea aggiungere.




7


Nel primo foglio che serve di guardia al Codice si legge di non antico carattere: Questo fu scritto dall'Ariosto, dopo il 1512, perchè descrive la gran battaglia seguita in Ravenna nel detto anno, vinta dai Francesi per opera del Duca Alfonso Primo, descritta dal Sardi nel lib. 2 della sua storia. Nell'altro foglio poi che forma la guardia in fine, si legge il seguente attestato:



Ferrara 30 Gennajo 1840.


Attesto io sottoscritto Bibliotecario della pubblica Biblioteca di questa città, che le qui unite carte num.º trenta di stanze 244, alcune delle quali imperfette, contenenti parte d'un poema inedito dell'Ariosto intitolato il Rinaldo, di cui parla il Baruffaldi Vita dell'Ariosto alle pagine 172-3, recandone saggio alle pagine 310-14, sono scritte di mano di Lodovico Ariosto, avendone io fatto il confronto tanto col poema intitolato Orlando furioso, che colle Satire, e con altri scritti, che autografi si conservano in questa pubblica Biblioteca; e per convalidare vieppiù questa mia attestazione vi ho posto il sigillo di questo pubblico stabilimento presenti i sottoscritti testimonj consultati nel confronto.



Don Pietro Caprara

Don Giuseppe Antonelli Vice Bibl. Testimonio

Don Gaetano Ortolanini Aggiunto alla Bibl. Testimonio

Andrea Borgonzoni maestro di Calligrafia

Benedetto Giovanelli Custode.


Ad onta però di questa solenne ed ingenua testimonianza di persone per ingegno e per probità commendabilissime, non son mancati certi cotali che da quell'oscurità che è la loro atmosfera hanno cercato, da bassa invidia o da crassa ignoranza mossi, di sparger dubbiezze sulla originalità del nostro Codice. Noi condoniamo loro il misero tentativo di nuocerci, perchè li uomini di sano giudizio faranno la nostra vendetta coi plausi, e perchè è rimasto ad essi tanto pudore da non volere, quantunque invitati e provocati, far pubblica la loro sentenza, per tema, ci crediamo, che non divenisse quel che fu a Mida il motto susurrato alla terra dal di lui barbiere. Però da buoni Cristiani preghiamo il Cielo che a tali giudici apra li occhi corporali, e spiani e raddirizzi le loro menti storte e contraffatte.




8


V. questa prefazione a pag. XI (#Page_xi).




9


La stampa di questi Frammenti col fac-simile del carattere dell'Autore speriamo che ecciterà i bibliotecari ed i possessori di antichi manoscritti di poesie sconosciute ed anonime a fare degli studj e delle ricerche per entro ai medesimi, e ad istituire dei giusti confronti; e chi sa che un giorno qualcuno più avventurato di noi, seguendo la via che abbiamo aperta, non giunga a completare questo lavoro?




10


Roma, Tipografia delle Belle Arti 1835.




11


ciuffa per zuffa.




12


cum per con qui ed altrove costantemente.




13


cade per cadde.




14


Anci per anzi qui ed altrove.




15


Nè il ciel credette aver già secondo.




16


Trovansi in questi Canti troncate molte voci di due e di tre sillabe, che regolarmente non consentirebbero il troncamento; però non mancano esempi tra gli antichi rimatori di quest'uso più che licenza, che non si riferiscono per brevità; e le più comuni sono: col per collo, car per carro, tor per torre, lor per loro, don per donna, fal per fallo; parol per parole; schier per schiera; fer per ferro; le quali si notano qui tutte insieme per non ripeterle ai luoghi respettivi.




17


accade per accadde.




18


cade per cadde.




19


ciambra per camera qui ed altrove.




20


frissata per fregiata, adorna.




21


rada per rara, straordinaria.




22


Fada per fata, maga, dallo spagnuolo Fada o hada.




23


E sol cercava acciò.




24


Don per donna.




25


gran core.




26


distolte per liberate.




27


Ninfe io son la prima.




28


Che così dette son le ninfe d'acque.




29


E credo il mio servir non gli dispiacque.




30


La tua impresa da lei fia meritata,

Qual viepiù (credo) che ogni altra gli piacque.




31


Per dimostrar.




32


Fu crocifisso.




33


ogni altro Deo.




34


nuoi e vuoi per noi e voi qui ed altrove.




35


sciò per so qui ed altrove; sciai e scià, scianno per sai, sa e sanno. Il Bojardo cantò: Ben scio certo che pria… Ben sciò ch'io sosterrei (Sonetti e Canzoni, Milano 1845 pag. 32).




36


Toccavassi per Toccavasi.




37


Ferraù.




38


fa scordarli.




39


dama.




40


puoco per poco qui ed altrove.




41


E a ogni sfrenato cuor.




42


Come in lucerna.




43


Quella spoglia mortal dal dì che in fasce.




44


Ella.




45


Bastammi per Bastami.




46


Esser propizia.




47


puoi per poi qui ed altrove.




48


dicerne per discerne.




49


ricerca.




50


Son disposto, dama, condurmi. Condure per condurre, in grazia della rima. Dante cantava:

		La mente innamorata che donnea
		Colla mia donna sempre, di ridure
		Ad essa gli occhi più che mai ardea.

    (Parad. C. XXVII v. 88-91).



51


tornarmi bisogna.




52


Quale era direttiva al magno conte.




53


cioè Orlando.




54


mirando.




55


sciolsella per sciolsela. Verso mancante di due sillabe.




56


chi la manda.




57


E pregate che come la passata,

Questa altra notte sia da te trattata.




58


il vero.




59


diedi l'amore e l'alma.




60


e di me resti sazio.




61


il dì potevi rivedermi.




62


non crederia.




63


Verso con una sillaba di più.




64


Non che l'usasse, ma pensar potesse

Di usarlo, alcun non scià che lo credesse.




65


sapeva di quel caso.




66


E ridente il baron s'estima.




67


accarecciar per accarezzar.




68


presella per presela.


