Le Regole Del Paradiso
Joey Gianvincenzi








Joey Gianvincenzi

Le regole del paradiso


Casa editrice: Tektime


Il presente romanzo Ã¨ opera di pura fantasia.



Ogni riferimento a nomi di persona, luoghi, avvenimenti, indirizzi e-mail, siti web, numeri telefonici, fatti storici, siano essi realmente esistiti o esistenti, Ã¨ da considerarsi puramente casuale.



 âSi costruisce la propria vita per una persona e quando finalmente si potrebbe annettervela, questa persona non viene, poi muore per noi, e si vive prigionieri in ciÃ² che non era destinato che a leiâ.


Dedicato a Cristina Mencarelli che,

il giorno stesso in cui Ã¨ volata in cielo,

mi ha regalato lâispirazione

per scrivere questo romanzo.



Grazie, piccola principessa.


Jane Madison entrÃ² nella classe vuota e si sistemÃ² allâultimo banco, dietro a tutti.

Quello in cui si trovava era il peggior liceo di Seattle, famoso per i casi di violenza che contava, ma non aveva altra scelta.

Nonostante lâinfinita e delicata femminilitÃ  che non lâabbandonava in nessun contesto, lâacuta intelligenza che la caratterizzava, la bontÃ  che la qualificava, la ragazza era costretta a condividere tutte le sue mattine con giovani criminali che sâimmischiavano in certi guai, teppisti che pur di ingannare la noia, di guadagnare un poâ di gloria tra i compagni o per il vano tentativo di esercitare sugli altri una pericolosa quanto insensata autoritÃ , si impegnavano a scatenare violente risse che quasi sempre sfociavano in un finale sanguinoso. Condivideva la sua esperienza scolastica con decine di casi umani che non erano dotati della sua stessa premura, altra rara qualitÃ  umana che sostituiva, senza volerlo, alla pietÃ ; i suoi compagni non sarebbero mai stati in grado di raggiungerla nella profonditÃ  di certi sentimenti. Nella sua spontaneitÃ  erano scritti i segreti della sua ingenuitÃ , nella sua tenerezza erano nascosti i segreti dei suoi sentimenti.

La giovane studentessa tirÃ² fuori dallo zaino il volume di filosofia ai capitoli che aveva imparato perfettamente il giorno precedente; non câerano parti o date che non ricordasse nei dettagli, ma ormai gli occhi sembravano piacevolmente abituati a scorrere tra le righe, sulle immagini in bianco e nero, sulle note di fianco ai paragrafi. Nonostante il baccano provocato dagli studenti che iniziavano a entrare, Jane rimaneva con lo sguardo inchiodato sulle pagine del suo libro consumatissimo allâinterno del quale comparivano riquadri dâappunti, divisioni per paragrafi e parole chiave annotate con pennarelli colorati.

Era lâunica della classe a non avere un compagno di banco.

âCi avrei scommesso, la secchiona Ã¨ giÃ  in aulaâ esordÃ¬ Ashley Trevor, la piÃ¹ trasgressiva dellâistituto che si era guadagnata il titolo di reginetta della scuola. I capelli scuri, gli occhi chiari. Dietro il suo formoso corpo comparvero le sue due seguaci piÃ¹ fedeli: Emma Baker e Amanda Miller.

Nel chiacchiericcio generale, mentre si sistemavano i due alunni entrati per ultimi, Flores, il professore di filosofia, esordÃ¬: âBuongiorno a tutti, ragazziâ.

La classe perÃ² non rispose; quasi tutti gli alunni erano impegnati in qualcosâaltro di piÃ¹ importante.

Flores si accomodÃ².

âBene! Che ne dite di iniziare la lezione con qualche domanda per ripassare lâultimo argomento?â

Forse lâunico difetto di Flores era trattare i suoi alunni come se stessero lÃ¬ per imparare a leggere e a scrivere; era lâunico che li mitragliava di domande non appena arrivava in classe.

âMoore, dove nacque Aristotele?â

Il ragazzo cercÃ² di fargli credere di avere il nome di quella maledetta cittÃ  sulla punta della lingua. Il professore era esigente e fissato per i dettagli. Passarono altri interminabili secondi.

âChi lo sa si faccia avantiâ incitÃ² lui. Una ragazza alzÃ² la mano.

âMi dica Lopezâ. Betty Lopez, capelli rosso fuoco, piercing sulla lingua e sei tatuaggi complessivi sul corpo.

âAteneâ rispose convinta.

âSbagliato signorina Lopez. PerchÃ© alza la mano quando sa di non avere in testa le giuste risposte?â

Una caratteristica di Flores era di dare del lei ai suoi studenti. A molti non piaceva quella sua insolita abitudine di cercare di mantenere un minimo di educazione.

âRingrazia che ancora sto qui dentro e non ti ho tirato una sedia, razza di pivelloâ attaccÃ² Betty. Questo era il rispetto massimo che si aveva di un professore: avvertirlo almeno una volta senza passare immediatamente allâazione.

Il docente valutÃ² come nulla la risposta della studentessa e decise di proseguire la lezione senza darle la soddisfazione di arrabbiarsi. Qualche anno prima, dopo aver rimproverato a lungo un ragazzo, si era trovato la macchina in fiamme non appena uscito dallâistituto. Da quellâepisodio in poi, il signor Flores aveva rinunciato alla causa che aveva sposato allâinizio della sua carriera e cioÃ¨ aiutare i ragazzi cercando di fargli capire che fuori il mondo era durissimo e che senza palle, educazione e intelligenza non si arrivava da nessuna parte. Ma continuavano a essere convinti che la violenza avrebbe risolto ogni problema.

âLa sua compagna di banco?â

âLâargomento non mi interessaâ fece la ragazza chiamata in causa.

âAnche lei credeva fosse Atene. Molto bene, mi fa piacereâ sentenziÃ² lui muovendo lentamente il capo.

âCâÃ¨ qualcuno che lo sa?â

Silenzio per pochi secondi. Poi il nome.

âJane Madisonâ.

Emma Moore scoppiÃ² inutilmente a ridere.

âMi dica un poâ di Aristotele. Cosa sa?â

âAristotele nacque a Stagira, una cittadina della penisola Calcidica nel nord della Grecia nel 384 avanti Cristo. Data la prematura morte di suo padre, fu allevato da un parente piÃ¹ anziano, di nome Prosseno. All'etÃ  di 17 anni, andÃ² ad Atene al fine di entrare a far parte dell'Accademia di Platone e ci rimase per benâ¦â

âBasta cosÃ¬â.

Flores, alzando una mano avanti a sÃ©, interruppe la melodica voce della ragazza che nei toni e nellâandatura della sua parlata nascondeva qualcosa di delicato e ammaliante, proprio come quando, ascoltando una composizione classica rinascimentale, non sapremmo dire se quello che ci ha conquistati sia il motivo in generale, o qualche nota di natura sconosciuta, che sembra esser stata aggiunta di nascosto al posto giusto per suscitare nel cuore dellâascoltatore unâemozione, precisa e spietata.

Flores tornÃ² a guardare gli altri.

âÃ cosÃ¬ che si studiaâ tuonÃ² a voce bassa scandendo perfettamente ogni parola. Lâintento del professore, quando la minima speranza di salvare qualcuno si faceva sentire piÃ¹ del solito, era di innalzare Jane su un prestigioso podio, cosÃ¬ da mostrare a tutti quale fosse lâesempio da seguire per avere un ottimo andamento scolastico.

âOra passiamo alle date di Socrate. Allen?â

Il ragazzo sembrÃ² cadere dalle nuvole. Era intento a osservare la punta della sigaretta che aveva acceso e a soffiarci sopra.

âLe date di quando Ã¨ nato e quando Ã¨ morto?â

âNo di quando ha smesso di portare il pannolino e di quando ha perso la verginitÃ â.

Nessun professore osava scherzare in una classe del genere; Flores lo faceva nel modo giusto, era serio, ma riusciva a far sorridere qualcuno. Gli studenti piÃ¹ difficili da gestire, senza volerlo e senza ammetterlo, stimavano la sua sicurezza e il suo modo di essere severo e morbido allo stesso tempo.

âSecondo me non se lo Ã¨ mai tolto il pannolino quel moccioso di Socrateâ. Altre risate si levarono dalla bocca di alcuni dopo la perla di saggezza sparata da Allen.

âEsca dallâaulaâ ordinÃ² severamente Flores.

âProf stavoâ¦â

âHo detto esca immediatamente dallâaula!â

Mentre Allen si alzava svogliatamente per abbandonare lâaula, Jane prese un pezzo di carta e ci scrisse sopra la risposta. Era unâabitudine che aveva preso fin dalle scuole elementari: scrivere su un foglio tutte le risposte che gli altri non riuscivano a dare. Ashley, che le era seduta davanti, capÃ¬ cosa aveva scritto e glielo strappÃ² dalle mani. Sapeva della sua curiosa abitudine.

âProfessore?â fece Ashley alzando la mano.

âCosa câÃ¨ signorina Trevor?â

âComunque Socrate Ã¨ nato ad Atene nel 470 avanti Cristo circa ed Ã¨ morto nella stessa cittÃ  nel 399â disse con decisione.

âOttimo Trevor. Complimentiâ.

Lei gli sorrise e accartocciÃ² il bigliettino. Le sue amiche le alzarono il pollice.

âVedete? Anche la vostra compagna Ã¨ preparata. Prendete esempio. Lei lo sapeva, signorina Madison?â

Ashley si girÃ² e le lanciÃ² uno sguardo di fuoco allargando le palpebre.

Dopo un attimo di esitazione rispose: âNo, professoreâ.



* * *



Non appena uscÃ¬ dal liceo, Jane fu sorpresa da una feroce spallata di Ashley. La ragazza si limitÃ² a raccogliere il libro che le aveva fatto cadere senza badare piÃ¹ del dovuto al colpo. Il suo carattere purtroppo, estremamente docile e tollerante, non le aveva mai permesso di farsi rispettare a dovere da chi, fin dal primo giorno, aveva deciso di approfittarsi di tanta educazione e rispetto per far prevalere la propria falsa superioritÃ  e la propria presunta bellezza. Neanche davanti alle torture piÃ¹ atroci avrebbe ammesso che Jane era di gran lunga migliore di lei, a partire dalla mente, sveglia e acuta, alla bellezza estetica, delicata, ma ferma, evidente senza mai cadere nel volgare.

In ogni caso, le considerazioni giornaliere sul rapporto burrascoso e antipatico che aveva instaurato con Ashley, si volatilizzarono non appena si trovÃ² davanti al cancello grigio di casa sua. Se avesse dovuto descrivere cosa provava nel momento in cui doveva entrare, non ne sarebbe stata capace. Avrebbe voluto vivere in qualsiasi altro posto, ma non lÃ¬.

Lâimponente e ricercata architettura esterna dava lâimpressione di essere un fantastico sogno in cui vivere liberi e felici, ma la realtÃ  era tuttâaltro: in nessun posto si sentiva cosÃ¬ tanto prigioniera.

Una volta spalancato il cancello, ad accogliere la ragazza - cosÃ¬ come i rarissimi ospiti che avevano voglia di fare una visita alla famiglia Madison - câera ogni giorno un adorabile pratino inglese che circondava lâintera casa come un vasto oceano con una minuscola isola deserta; il vialetto che conduceva alla porta dâingresso tagliava in due il prato ed era formato da pietre triangolari di terracotta di un colore simile al rosso porpora. Inoltre, lungo il vialetto câerano, per ogni lato, tre vasi di ceramica alti circa un metro simili a maggiordomi che accompagnavano gli ospiti in casa. Tolta lâestetica raffinata e lâattraente architettura generale, da quando aveva messo piede lÃ¬ dentro fino al suo ultimo compleanno, il ventunesimo, non aveva fatto altro che sperare in una svolta, in una libertÃ  improvvisa, in una scarcerazione dalla prigionia della grande meravigliosa e allo stesso tempo invivibile villetta. Ma fino a quel giorno non era arrivato mai nulla di simile.

EntrÃ².

In cucina trovÃ² la sua matrigna, Ginger Dixon, davanti al passeggino della sua piccola sorellastra Alisha Madison, di tre anni.

Ginger rappresentava, agli occhi della giovane, un canone di donna, di madre e di amica che non avrebbe mai voluto seguire; da quel genere di persone non sarebbe mai uscito qualcosa di imitabile, di prezioso, di amabile.

âCiao Ginger, sono tornataâ salutÃ² entrando sorridente in cucina.

La cosa che le saltÃ² subito agli occhi fu ciÃ² che vide dietro la donna. Una montagna di piatti e bicchieri ancora da lavare. GuardÃ² la matrigna che dava da mangiare alla piccola.

âCiao Ginger, sono tornata unâora prima perchÃ© non câera ilâ¦â

âJane ti ho vista Ã¨ inutile che mi saluti per la centesima volta. Ciao! Sei contenta adesso? Non vedi che ho da fare?â le disse senza neanche guardarla.

Jane si scusÃ² senza meravigliarsi di ricevere una risposta simile.

TornÃ² quindi ad assumere lo stesso sorriso falso e svogliato di prima, cercando di far mangiare la piccola Alisha ormai stranita e propensa a farla irritare ancora di piÃ¹ con qualche capriccio di troppo. La ragazza invece si rifugiÃ² in camera sua, cercando di non badare piÃ¹ di quanto giÃ  non facesse al pessimo rapporto che si era creato con quella donna cosÃ¬ gelida e poco incline a qualsiasi forma di sentimento che si avvicinasse alla tenerezza o, peggio ancora, alla dolcezza.

La ragazza, per distrarsi e scaricare alcuni residui del nervosismo che cominciava a corroderle lo stomaco, iniziÃ² a studiare alcuni capitoli di filosofia applicando le tecniche mnemoniche piÃ¹ difficili che conosceva. Dopo averle utilizzate quasi tutte, perÃ², si alzÃ² dalla sua postazione e scese giÃ¹ in cucina con un gran buco allo stomaco.

Per qualche ragione la colf che badava alla cura e allâigiene di casa Madison da una vita non era ancora arrivata, cosÃ¬ decise di facilitarle il lavoro iniziando a preparare il pranzo.

Non impiegÃ² piÃ¹ di un quarto dâora e, non appena riempÃ¬ tutti i piatti, fece irruzione in casa il capofamiglia: Gary Madison. Parlare di lui non era facile, cosÃ¬ come non lo era parlare con lui. Se Ginger rappresentava la donna che non sarebbe mai voluta diventare, Gary rappresentava lâuomo che non avrebbe mai voluto al suo fianco. Si era meritato dalla ragazza il soprannome di bestia.

âQuesti hamburger fanno veramente penaâ sbottÃ² Gary gettando la forchetta nel piatto.

Jane si sentÃ¬ morire. Divenne rossa in faccia, ma non osÃ² guardare suo padre.

âJane, non dirmi che hai cucinato tuâ.

Si sentiva lo sguardo della bestia addosso.

ProvÃ² a ribattere.

âLi ho fatti io. Gingerâ¦â

âGinger ha lavorato stanotte al contrario di te, stronza! Come osi tirarla in ballo?â disse alzando la voce e sbattendo con forza il pugno sulla tavola. âNon ti permetto di provare ad accusarla! Hai capito bene?â

Jane annuÃ¬ rassegnata.

Il pranzo proseguÃ¬ in un pesante silenzio. Avrebbe voluto scusarsi, ma sarebbe stato inutile. Per un attimo pensÃ² addirittura di raccontare comâera andata la giornata a scuola per cercare di alleggerire quellâatmosfera tesa che in casa regnava perennemente, ma nessuno lâavrebbe degnata delle giuste attenzioni, quindi rinunciÃ². Non ci si poteva parlare di niente, ecco perchÃ© teneva aggiornato il diario dalla copertina rosa che portava sempre con sÃ© al liceo (e che di notte nascondeva tra i libri di testo che teneva nellâarmadio), su cui scriveva ogni suo pensiero, ogni avvenimento degno di nota come le riflessioni, i desideri e i sogni.

Quel diario, testimone da sempre delle sue emozioni piÃ¹ profonde, non avrebbe rivelato le sue parole ad anima viva nonostante le avesse tatuate sul voluminoso corpo di carta. Guardava Jane china su di lui con gli occhi azzurri socchiusi, intenti a controllare la punta a sfera della penna che si muoveva velocissima tra le sue righe perfette; aveva lâonore di essere lâunico a sapere i piaceri desiderati e le mancanze collezionate che modellavano la vita di Jane insieme ai rari sorrisi che riuscivano a baciare le sue labbra dopo aver scalato montagne di malinconia.

Quando aveva voglia di dare vita a quello che non avrebbe mai voluto dimenticare, inforcava la penna e iniziava a scrivere, rendendo concreto ogni pensiero che come un fantasma girava ansioso nella sua mente: in quel modo lo imprigionava tra le righe del suo diario segreto.

Analizzare quello che la preoccupava di piÃ¹, una volta scritto, sembrava fargli perdere parte della sua forza negativa; scrivere su quel diario la aiutava a fronteggiare meglio le sfide quotidiane e scacciare via, per quanto possibile, il male di cui erano macchiati i suoi giorni.



* * *



Come sempre fu la prima a entrare in aula; lâatmosfera che aleggiava tra i banchi, resa languida dallâora mattutina e impalpabile dallâassenza di tutti i compagni che presto lâavrebbero invasa, donava alla ragazza un prezioso momento di tranquillitÃ  in cui poter fare un bel respiro e prepararsi alla lunga giornata che lâaspettava. Quando, infatti, arrivarono gli altri, quellâadorabile atmosfera sparÃ¬ di getto rendendola, ormai, nientâaltro che un miraggio appena impresso nella memoria.

La lezione di arte era iniziata da poco quando la professoressa disse alla classe che si sarebbe assentata per un momento. E il suo momento, di solito, non era meno di quaranta minuti. Non appena abbandonÃ² lâaula, ognuno prese a fare qualcosa. Jane tirÃ² fuori il suo quaderno dalla copertina rosa e buttÃ² giÃ¹ qualche riga.



Caro diario,

la lezione di arte Ã¨ appena saltata e questo non mi piace: sai solo tu che il mio grande sogno Ã¨ fare la pittrice.

Ad ogni modo mi sento spaesata e fuori luogo. Di tutte queste persone non riesco a trovarne una con la quale condividere quello che mi accade, qualcuno che mi capisca, che esca con me o che almeno mi saluti affettuosamente senza che poi venga a chiedermi di passare gli appunti che prendo durante le spiegazioni... Voglio mia madre. Anzi, rivoglio mia madre. Chiederei a Dio in persona di farmela avere almeno per unâora, non chiedo altro. Questa vita Ã¨ un inferno, con lei sarebbe diverso.

Mi basterebbe solo unâora.

Dio, una sola ora.



Jane M.



La mano tremÃ² leggermente e le si appannarono appena gli occhi; li strizzÃ² e con la manica della felpa cercÃ² di asciugarseli. Sua madre, Grace, era morta in un bruttissimo incidente quando lei era ancora troppo piccola per realizzare il tutto. In casa non si parlÃ² mai dellâaccaduto, tranne la prima e lâultima volta in cui il padre la informÃ² di come stavano le cose. Tua madre Ã¨ morta in un incidente stradale, fu la sola spiegazione che ricevette quando iniziÃ² a domandare insistentemente di lei.

UscÃ¬ dallâaula sospirando, si diresse verso il bagno e, quando spalancÃ² la porta, trovÃ² due ragazze che si stavano baciando.

âChe cazzo ti guardi, puttanella?â disse una interrompendo il bacio. La ragazza che parlÃ² aveva soltanto una cresta di capelli rossi simile a quella di una gallina, al centro della testa, alta almeno trenta centimetri. Il resto del cranio era accuratamente rasato. In faccia aveva tre piercing e le braccia piene di tatuaggi. La sua amichetta non era da meno.

Jane abbassÃ² lo sguardo, si diresse verso il lavandino e si sciacquÃ² le mani sotto il gelido flusso dâacqua. Le ragazze continuarono a baciarsi indisturbate. Jane si asciugÃ² le mani sui jeans e uscÃ¬: non si era ancora abituata, ma scene come quelle non erano insolite. Attraversando poi il corridoio per rientrare in classe si accorse che la porta della grande aula di musica era socchiusa e la cosa la lasciÃ² piÃ¹ sorpresa rispetto al bacio tra le studentesse a cui aveva appena assistito: da quando studiava in quel liceo non era mai riuscita a vedere cosa ci fosse allâinterno della stanza, dato che la porta rimaneva sempre rigorosamente chiusa. Nessuno poteva metterci piede, tolti la professoressa nonchÃ© musicista di fama mondiale Sarah Kattabel e i pochi allievi che ci suonavano. Anche se Jane moriva dalla voglia di varcare quella soglia e curiosare allâinterno della famigerata stanza, non si azzardÃ² a entrare. Un tempo non era cosÃ¬: potevano accedere tutti per assistere alle lezioni oppure alle lunghe prove che facevano gli alunni alcuni mesi prima del consueto concorso che si svolgeva poco dopo il rientro dalle vacanze natalizie. Anche se non straripava di iscritti, la possibilitÃ  di segnarsi al corso pomeridiano e quindi di partecipare al concorso era sempre stata concessa a tutti. Dopo il gran casino le cose cambiarono: una notte un paio di ragazzi riuscirono a entrare nella sala e le diedero fuoco. Scelsero proprio lâaula di musica perchÃ© câerano sedie di legno, montagne di spartiti, pianoforti, altri strumenti in legno come i violini, le chitarre, quindi le fiamme si sarebbero moltiplicate piÃ¹ facilmente e il liceo, secondo loro, sarebbe andato distrutto. Dopo lâaccaduto i dirigenti scolastici decisero di spendere una fortuna per ricostruire lâintera sala e ristrutturare gran parte dellâistituto. Quelle furono le ultime mosse disperate per cercare di restituire credibilitÃ  al liceo, ma ormai la brutta fama gli era piombata addosso e sarebbe stato difficile cancellarla.

Oltre che ricostruirla di nuovo, i dirigenti pensarono bene di vietare la sala ai ânon autorizzatiâ cosÃ¬ da renderla piÃ¹ sicura e restituire lâimmagine di un posto dove si dovevano seguire delle regole per mantenere sempre alto lâordine. Tutto questo funzionÃ² esclusivamente per la sala di musica, mentre il resto continuava ad andare sempre peggio.



* * *



Era difficile capire quel liceo.

Alcuni giorni teppisti e prede sembravano farsi la guerra solo scambiandosi occhiatacce e si limitavano, se proprio non si tolleravano, a qualche sopportabile spallata. In altri giorni invece la situazione si presentava con unâaltra terribile faccia. Le guerre con gli sguardi si trasformavano in guerre di pugni, calci, sangue e grida. Câerano volte in cui la litigata finiva solo con qualche dente rotto, altre in cui qualcuno ci rimetteva una spalla, altre ancora si rischiava direttamente di morire come era successo qualche anno prima al preside, accoltellato; i giornali locali non facevano altro che utilizzare ingenti quantitÃ  dâinchiostro per raccontare quello che era successo per lâennesima volta nel Liceo Maledetto, cosÃ¬ soprannominato dai cittadini che lo conoscevano, o nel Liceo del Degrado, per usare lâespressione consacrata dalla stampa giornalistica.

Quando Jane Madison decise di rientrare in aula, si accorse che lungo il corridoio era in corso una delle solite risse. Si avvicinÃ² e cercÃ² di capire cosa stesse succedendo dato che non si era mai imbattuta in una scena di quelle proporzioni, nonostante si trovasse da ormai tre anni nel peggiore dei licei. Si era formata una specie di platea composta da decine e decine di ragazzi che avevano circondato i due compagni in lite. Gettando unâocchiata a quello che era diventato il ring, riconobbe immediatamente Adrian, uno dei tanti bulli che quel giorno se la stavano prendendo con Tim Hallen, il vincitore della gara di violino dellâanno precedente.

La metÃ  dei ragazzi aveva il telefonino in mano e, tra urla e risate, filmava lâaccaduto.

âFemminuccia, Ã¨ vero che scopi il tuo bel violino?â gridÃ² a gran voce Adrian. Tim era in ginocchio, lo guardava con aria terrorizzata e aveva le mani protese in avanti come se sapesse che stava per ricevere un calcio in faccia.

âChe fai ti infili nel culo la stecca o direttamente tutto lo strumento?â lo canzonÃ² ancora Adrian mentre si sbatteva ripetutamente un pugno sul di dietro; i suoi amici erano piegati in due dal gran ridere, mentre altri sputavano addosso al povero ragazzo ormai completamente paralizzato dalla paura.

âAdesso ti devo cacciare in quel cervello da imbecille che non puoi prendermi a spallate come hai appena fatto altrimenti te la passi male, mi sono spiegato?â disse ancora Adrian, puntandogli il dito.

âIo non ti ho visto, ti ho giÃ  chiesto scusa!â gridÃ² disperato Hallen.

Adrian gli sferrÃ² un calcio sulla spalla destra scaraventandolo a terra. Dopo decine di grida da parte degli spettatori ormai fomentati dalla scena che finalmente iniziava a scaldarsi, Adrian decise di dare spettacolo e iniziÃ² a sferrare altri calci al ragazzo che giaceva a terra indifeso.

âSono o no un cazzo di campione?â domandÃ² ai suoi amici alzando le braccia come un pugile.

âSei grande, Adrian!â rispose uno di loro cercando di battergli il cinque anche se il suo idolo non lo calcolÃ² minimamente.

âAlzati, pezzo di merda!â gridÃ² il bullo mentre pensava a cosa avrebbe potuto fare per rendere unico il suo spettacolo. Tim ancora era a terra.

âNon... non respiro... smettila ti prego!â supplicÃ² affannosamente mentre cercava almeno di mettersi in ginocchio. Tossiva e schizzi di sangue coloravano il pavimento.

âChe cosa cazzo sentono le mie orecchie? Era un comando o sbaglio?â disse mentre gli sferrava un pugno dietro la schiena. La faccia di Tim era incollata al pavimento.

Jane rimase immobile e fissava senza parole Adrian; non riusciva a capire perchÃ© quel senso di inadeguatezza verso la vita riuscisse a trasformare un semplice ragazzo in una furia che si scatenava contro uno degli studenti piÃ¹ calmi e intelligenti. Rimasta impietrita con i pensieri congelati su quelle domande senza risposta, Jane pregÃ² per Hallen: pregÃ² vivamente che non morisse.

A un certo punto qualcuno si accorse che lui stava per intervenire: la persona che mai nessuno si sarebbe augurato di far arrabbiare, uno dei criminali piÃ¹ giovani del quartiere e, senza ombra di dubbio, il piÃ¹ violento: Steven Taylor. Arrestato per detenzione illegale di sostanze stupefacenti, occasionale traffico di armi, era conosciuto per le atroci gesta grazie a cui si era guadagnato il primo posto tra tutti i teppisti e i bulli della zona. Occhi scavati, denti stretti, sguardo pesante, quasi due metri di altezza per 120 chili di peso, braccia massacrate da cicatrici e niente da perdere.

Non appena si avvicinÃ² alla cerchia di persone, alcuni ragazzi si spostarono per farlo passare.



Quando Steven entrÃ² nel ring improvvisato dai due ragazzi, Adrian lo guardÃ² con stupore rendendosi conto che aveva conciato per le feste il secchione di turno convincendosi che non câera nulla da temere e che il boss si sarebbe complimentato. Sarebbero diventati amici o magari, proprio se si voleva fantasticare, Steven avrebbe iniziato a temerlo sul serio, vista la violenza con cui aveva massacrato di botte Tim.

âCiao, Steven!â disse il bullo facendogli un cenno con la mano.

âAdesso ci penso ioâ avvertÃ¬ lui. Dopo quelle parole, si ruppe il silenzio che si era creato e non câera una singola persona che non urlasse o che non fosse fuori di sÃ©: finalmente lo avrebbero visto allâopera.

Jane si mise le mani nei capelli, esterrefatta e preoccupatissima per Tim. Era sicura che, con lâintervento di Steven, la sua fine sarebbe stata assicurata.

Le persone intente a godersi lo spettacolo sembravano moltiplicarsi senza sosta. Nessuno badava alla campanella, che suonÃ² per la seconda volta avvertendo tutti che era arrivato il momento di tornare nelle aule perchÃ© stava succedendo qualcosa di irripetibile: neppure Jane, bloccata dalla paura e dalla preoccupazione, si accorse che il break mattutino era terminato e che le lezioni stavano per riprendere.

âTe lo lascio con piacere questo stronzetto!â gridÃ² entusiasta.

Steven si avvicinÃ² a Tim mentre alcuni ragazzi erano in delirio. A un certo punto si accovacciÃ², girÃ² il ragazzo facendogli assumere una posizione supina e, con la mano sinistra, cercÃ² di alzargli un poâ la testa mentre con la destra iniziÃ² a schiaffeggiarlo delicatamente per svegliarlo dallo stato di semincoscienza.

âCheâ¦ Che succedeâ¦â disse finalmente Tim aprendo con fatica gli occhi.

Quando si ritrovÃ² Steven davanti constatÃ² che sarebbe stato meglio rimanere a terra a perdere sangue fino a morire del tutto.

âIoâ¦â gli mancava la fatica anche per giustificarsi.

âNon parlare, hai preso botte ovunque e devi andare immediatamente in ospedaleâ sentenziÃ² Steven. AlzÃ² la testa e si rivolse a una ragazza con i capelli verdi.

âRazza di imbecille, chiama immediatamente unâambulanzaâ ordinÃ². La ragazza interruppe il video che stava facendo e obbedÃ¬ allâistante.

Steven si rivolse a un altro ragazzo e gli disse di togliersi la felpa e lanciargliela per metterla dietro la testa di Tim, come fosse un cuscino.

Nessuno urlava piÃ¹. Nessuno stava capendo. Quello era davvero Steven Taylor?

Lâenergumeno si alzÃ² lasciando Tim e si girÃ² con uno sguardo assassino verso Adrian.

âLo sai quando divento veramente cattivo?â tuonÃ² lui avvicinandosi.

Adrian pregÃ² di morire, ma il suo desiderio non venne esaudito.

âIo nonâ¦â ogni risposta sarebbe stata infinitamente inutile.

âLa violenza, quella vera, si usa contro quelli che fanno violenza gratuitaâ sussurrÃ² Steven, come se nessuno dovesse sentire.

AllargÃ² le palpebre fino a rendere chiaramente visibile il colore bianco che faceva da sfondo ai suoi occhi scuri.

âPagherai per essere stato violento contro chi non ti aveva fatto niente e a fartela pagare sarÃ² io stessoâ dichiarÃ² Steven.

Il bullo cercÃ² di fuggire, ma Steven gli corse dietro fino a raggiungerlo. Con un solo pugno sul cranio riuscÃ¬ ad atterrarlo e, non appena lo vide sul pavimento, ci si buttÃ² sopra con tutto il peso iniziando a strozzarlo; rese la sua stretta cosÃ¬ forte da non far respirare piÃ¹ Adrian, il quale cercava di dimenarsi. Poi, come preso da un attacco di follia, Steven gli staccÃ² una mano dal collo e iniziÃ² a prenderlo ripetutamente a pugni ai lati del volto, allâaltezza dei due orecchini. Le urla dei ragazzi si triplicarono e il sangue iniziÃ² a schizzare sulla maglietta del teppista. Lâincontro terminÃ² con una tremenda gomitata che Steven sferrÃ² sul volto del suo avversario. Alcune ragazze scapparono.

Adrian era immobile a terra.

Tim si era ripreso.

Steven aveva fatto giustizia.

Polizia e ambulanza irruppero poco dopo nel liceo.

Jane stava piangendo.



* * *



Alla fine Jane aveva sbirciato e visto la micidiale gomitata che Steven aveva sferrato al bullo di turno. Mentre tornava a casa pensÃ² a quanto sarebbe stato piÃ¹ semplice se ognuno di loro avesse cercato di risolvere i problemi con serenitÃ  cercando di chiarire ogni cosa con il dialogo, invece sembrava che fosse la violenza a dover essere utilizzata per regolare i conti. Quando perÃ² arrivÃ² davanti al suo cancello, guardÃ² un attimo casa sua e si ricordÃ² che certi problemi erano piÃ¹ grandi di mille soluzioni messe insieme e che a volte sperare era davvero una perdita di tempo. Tutto poteva cambiare, tranne la vita che era costretta a vivere ogni giorno; guardava i bulli e credeva fermamente che sarebbero potuti diventare persone degne di camminare a testa alta, con lo studio e lâimpegno avrebbero raggiunto ottimi risultati. Aveva speranze persino per tipi come Adrian e Steven. Quando invece la figura del padre le si materializzava come un mostro nella mente, crollavano i grattacieli di ottimismo che si creava, ogni forma di illusione rivelava la propria faccia falsa e gridava la realtÃ : piÃ¹ giÃ¹ di cosÃ¬ non si poteva scendere.

Appena entrata, si fiondÃ² in camera sua e sistemÃ² lo zaino nellâarmadio, si cambiÃ² indossando una tuta grigia e si mise la sua felpa preferita. PassÃ² davanti alla porta dâingresso per andare in cucina quando comparve la colf che adorava e che considerava la sua unica vera amica: Jolie.

âCiao, Jane!â disse lei chiudendosi la porta alle spalle.

âBuonasera, Jolie. Come stai?â domandÃ² lei sorridendole. La colf guardando il salone in disordine ironizzÃ²: âPer ora beneâ.

Jane sorrise, ma sapeva che il lavoro in quella casa era veramente duro. Di solito a regnare era sempre il disordine; Ginger non si scomodava facilmente per sistemare la casa o per lo meno la sua stanza, i panni di Gary o addirittura quelli della figlia. Tanto câÃ¨ Jolie, diceva.

âSe vuoi ti aiuto volentieriâ si offrÃ¬ la ragazza. Jolie era piccolina di costituzione, il suo fisico non reggeva grandi sforzi e non poteva certo sottoporsi a fatiche prolungate; purtroppo il suo turno partiva dallâora di pranzo fino allâora di cena. Oltretutto per una misera paga. Jane sapeva molte cose su di lei perchÃ© ogni sabato, quando rimanevano sole in casa davanti a un buon film o sedute sul divano a chiacchierare, Jolie si lasciava andare a confidenze intime e si sfogava di tutti i problemi che lâassillavano.

âTi ringrazio Jane, ma tu devi studiare, non perdere tempo qui con me!â esclamÃ² lei.

âHo giÃ  fatto, davveroâ.

Jolie sorrise accettando il suo gentile aiuto; le ore del pomeriggio passarono piÃ¹ velocemente rispetto al consueto turno solitario perchÃ© mentre si occupavano delle faccende domestiche, le due amiche chiacchieravano del piÃ¹ e del meno, anche se Jane si limitava a rispondere alla grande quantitÃ  di cose che Jolie non si stancava di dire o di domandare.

âE cosÃ¬ ho deciso di tagliarmi i capelliâ raccontÃ² la colf mentre ricordava il felice periodo degli anni â80.

âPoi mi sono fidanzata con Guillaume e sotto la torre Eiffel mi promise che saremmo stati per sempre insieme, cosa che poi non si rivelÃ² vera. Maledetti uomini. Fatta eccezione per Alexandreâ quando pronunciÃ² il nome del figlio smise un attimo di lavare i piatti e rimase a pensare a qualcosa che Jane intuÃ¬ subito: se câera ancora un motivo che la legava a quel lavoro, alla misera paga e a quegli sforzi immani era Alexandre. Aveva ormai otto anni e spesso Jolie non riusciva a comprargli i suoi giocattoli preferiti perchÃ© doveva usare quasi tutti i soldi che le dava Gary per pagare lâaffitto. La guerra di ogni giorno consisteva nel dover andare avanti con le proprie forze, con pochissimi soldi e con nessun altro tipo di aiuto.

âSpesso quando lo porto al parco con gli altri bambiniâ proseguÃ¬, âho paura che mi chieda un gelato, o peggio ancora le bustine di figurine che collezionano i suoi compagniâ disse Jolie con le lacrime agli occhi. Si era lasciata andare tempo prima, ma mai fino a quel punto.

âPasserÃ  questo brutto periodo, ne sono sicura. Abbi fedeâ rispose Jane cercando di farla sentire meglio, ma non funzionÃ².

âIeriâ¦â a Jolie morirono le parole in gola. Fece un bel respiro e guardÃ² negli occhi Jane.

âIeri mi ha chiesto perchÃ© solo lui in classe ha i libri fotocopiatiâ strinse i denti.

âI libri fotocopiatiâ¦â ripetÃ©. La colf si asciugÃ² gli occhi lucidi e sorrise.

âOra basta con i pensieri tristi perÃ², parliamo di cose belle!â disse alzando un poâ il tono della voce. âCosa vogliamo mangiarci questa sera?â

Jane capÃ¬ che era decisamente meglio cambiare discorso.

âNon lo so, ma qualsiasi cosa andrÃ  bene!â rispose imitando il suo tono.

Finito il pomeriggio di pulizie, apparecchiarono e per cena decisero di mangiare carne di manzo ben cotta e patatine fritte.

âQuesto non farÃ  bene al nostro fegatoâ scherzÃ² Jane guardando il suo piatto pieno di roba.

âStasera non badiamo a nessuna dietaâ informÃ² Jolie non appena mangiÃ² la prima patatina. Il discorso che venne affrontato fu senzâaltro piÃ¹ leggero e piÃ¹ facile da gestire rispetto a quello preso di petto poco prima. Quando Jane si trovava con Jolie le sembrava tutto diverso; la bestia di sabato non câera mai e questo significava che potevano godersi la serata, chiacchierare dopo aver cenato, guardarsi un film per poi andare a dormire anche se era piÃ¹ tardi del solito. Con Gary non era possibile rimanere in una stanza con la luce accesa una volta scoccate le ventitrÃ©: persino Cenerentola aveva a disposizione unâora in piÃ¹ nella quale fare baldoria.

Il film era appena finito e quando Jane stava per alzarsi dal divano si accorse che Jolie aveva poggiato la testa sul bracciolo e stava dormendo mentre la luce del televisore, che in quel momento proiettava stupide pubblicitÃ , le inondava il volto: finalmente poteva agire indisturbata. Sorridendo prese la piccola radiosveglia che stava su una delle mensole del salone e la impostÃ² perchÃ© suonasse un quarto dâora dopo. AndÃ² in camera sua e, allâultimo piano, iniziÃ² a cercare tutti i suoi vecchi libri di scuola; ce nâera uno di geografia, un altro di aritmetica, un altro ancora di scienze. Si munÃ¬ di una busta e ci mise dentro i volumi scolastici che portÃ² giÃ¹ in cucina. Sul foglietto bianco disegnÃ² una freccia, lo girÃ² dallâaltra parte e scrisse: âQuesti sono per Alexandre, un mio piccolo regaloâ.

TornÃ² in salone e coprÃ¬ Jolie senza svegliarla; infine prese la radiosveglia e la mise accanto al foglietto in maniera tale che Jolie avrebbe visto il messaggio. Sapeva che non avrebbe frainteso quel gesto e sapeva anche che il suo aiuto le avrebbe fatto piacere; sperava che in questo modo la loro amicizia sarebbe stata piÃ¹ forte e immaginava anche che Jolie sarebbe stata contentissima di poter portare i libri al figlio. Libri veri.

* * *



Jane uscÃ¬ dal liceo pensando a come poteva essere andato il test di matematica. CercÃ² di ripercorrere tutti i passaggi che aveva fatto e i risultati che erano usciti alla fine degli esercizi e non le sembrÃ² di aver commesso gravi errori. Si sforzÃ² di focalizzare lâattenzione sul terzo esercizio, quello piÃ¹ difficile, ma non fece in tempo a terminare la sua analisi che Ashley le sbarrÃ² la strada; le braccia conserte e lâaria infuriata fecero capire a Jane che ce lâaveva con lei: il sangue divenne lava.

CercÃ² di evitarla, ma si era giÃ  capito cosa stava per succedere. Ashley avanzÃ² impaziente verso di lei.

âAllora brutta troia, cosa hai da dire a tua discolpa?â la voce era troppo calma, troppo sicura. I suoi occhi flagellavano quelli della povera ragazza. Dentro, quella lava, diventava sempre piÃ¹ densa e incandescente.

âAshley, non Ã¨ stata colpa miaâ disse Jane con un filo di voce.

Durante il test, dopo vari tentativi della reginetta di chiedere a Jane i risultati degli esercizi, la professoressa Fitcher aveva spostato di banco Ashley allontanandola dallâunica persona che lâavrebbe potuta aiutare.

âNon mi hai aiutata quando te lâho chiesto, la devi pagare!â

Lâultima parola della frase fu pronunciata talmente forte che riuscÃ¬ a rapire lâattenzione di molti ragazzi. Si formÃ² il solito cerchio. Stessa scena, stesse facce.

âMa era senza voto, e poi io....â non ci fu il tempo materiale per finire la frase. PartÃ¬ uno schiaffo talmente forte che la faccia di Jane si girÃ² di scatto verso destra a una velocitÃ  incredibile. Gli studenti intorno esultarono gridando come forsennati. La ragazza piÃ¹ sexy in azione mentre ne dava di santa ragione alla piÃ¹ secchiona dellâistituto.

Jane, a testa bassa, mise la sua mano sulla guancia colpita come per ridurre il dolore.

âQuesto Ã¨ solo lâinizioâ gridÃ² Ashley con tutto il fiato che aveva in gola. Le sue amiche, appena capirono che con Jane avrebbero vinto di sicuro, decisero di aiutarla immobilizzando la sua avversaria. Ashley le si avvicinÃ² e iniziÃ² a schiaffeggiarla ripetutamente. Era esagerata la violenza che metteva in quei colpi. Le amiche che la tenevano non potevano non ridere. Dagli schiaffi e dai pugni, Ashley passÃ² ai calci. Gliene diede uno in pancia talmente forte che Jane cadde a terra liberandosi dalla stretta delle ragazze. Nessuno interveniva. Jane era a terra intimorita. Sentiva dolore ovunque. Ashley si avvicinÃ² e le assestÃ² lâultimo calcio su una gamba, poi le sputÃ² addosso.

âSei una perdente!â

Si sistemÃ² i capelli scompigliati e si allontanÃ² con le amiche.

Jane rimase qualche minuto sullâasfalto dolorante e sola.



* * *

Era passata una settimana da quel traumatico scontro fuori dalla scuola.

Per sette giorni Jane rimase a letto con dolori acuti e martellanti che partivano dalla pancia fino ad arrivarle in testa e nonostante le condizioni della figlia, il signor Gary non se ne preoccupÃ² piÃ¹ di tanto: era sempre fuori casa e durante quei giorni non degnÃ² Jane di un minimo di attenzione. Stranamente perÃ², quella sera, il capofamiglia si accorse di qualcosa.

âChe cazzo hai fatto allâocchio destro?â lei abbassÃ² lo sguardo verso la minestra fumante davanti a sÃ©. Non aveva il coraggio di dirgli la veritÃ .

âSono cadutaâ rispose.

Il signor Gary, non appena sentÃ¬ quella bugia, assestÃ² un colpo fortissimo al tavolo facendo fuoriuscire qualche goccia di minestra dai piatti.

Ginger mangiava tranquillamente, come se fosse una normalissima chiacchierata tra padre e figlia.

âAscoltami brutta troiettaâ disse lui con voce calma e fredda, âa me non devi raccontare le stronzate, quello Ã¨ un pugno e se te lo hanno dato significa che te le sei meritatoâ.

Era inutile ribattere o cercare il modo di farlo ragionare. Era pazzo.

Jane se ne rimase lÃ¬, a testa bassa, con le sue âcolpeâ e la sua ingiusta sgridata giornaliera. Lei non poteva mettersi contro il padrone di casa, il padrone della sua vita e della sua libertÃ ; ogni sua decisione era legge, ogni suo ordine non poteva essere discusso in alcun modo. Quando Gary assumeva atteggiamenti fortemente aggressivi, Jane si ripeteva in continuazione che quellâagitazione, quella rabbia che sembrava non finire mai e quella cattiveria, erano i risultati della morte di sua madre; non avendo piÃ¹ una moglie amorevole, servizievole e meravigliosa come lo era sempre stata lei, la bestia, secondo Jane, avrebbe perso completamente il lume della ragione, cercando quindi di crearsi un personaggio cattivo e temibile solo per farsi scudo davanti al mondo che lo guardava con aria di sfida, come se tutti lo volessero mettere sotto esame, per valutare giorno dopo giorno la sua resistenza ad una quotidianitÃ  difficile da vivere. Forse riusciva anche a capirlo; doveva essere dura scivolare tra le lenzuola di un letto vuoto e addormentarsi senza tenere la mano di nessuno, senza abbracciare la propria donna. Jane, prima che arrivasse Ginger, notava che la solitudine di Gary era presente in ogni momento della sua giornata. Ogni volta che veniva sgridata, senza farsi notare, cercava di annullare le sue parole e abbassare al minimo il volume dei suoi insulti e delle parolacce che avrebbe voluto lanciargli contro per concentrarsi solo nella lettura dei suoi occhi e cercare di capirne tutti i segreti. In tutti i modi affondava per brevi attimi il suo sguardo nel suo, ma quello che riusciva a vedere non era altro che la costituzione dellâocchio umano che conosceva giÃ  alla perfezione: la superficie esterna dellâocchio formata per il 93% dalla sclera, lâiride, la membrana vascolare, la pupilla, la quale permetteva alla bestia, come a qualsiasi altro essere umano sulla faccia della terra esente da tutti i tipi di malattie allâapparato visivo, di vedere grazie allâentrata della luce che essa lasciava passare allâinterno del bulbo oculare. Si sarebbe dilatata in assenza di luce e si sarebbe ristretta se la luce fosse stata troppa: sapeva benissimo che quel processo si chiamava miosi e sapeva altre cose, altri nomi tecnici, altre informazioni, sapeva tutto tranne che leggere con lâanima queglâocchi cosÃ¬ interessanti. Cercava in ogni modo di chiamare con un nome specifico quella strana luce che le veniva mentre la sgridava, ma proprio non ci riusciva: voleva aggettivare il processo di metamorfosi che subiva il suo volto quando iniziava a sbraitare, ma non era capace; non sapeva neppure se lui fosse in grado di assumere altre espressioni facciali, come la piÃ¹ semplice che la natura avesse mai potuto inventare, ma anche la piÃ¹ complessa e difficile da compiere per lâuomo: il sorriso.

Era per questo che cercava di giustificare i suoi atteggiamenti isterici, dai modi bruschi che aveva di trattarla, anche se poi, per come si comportava, di giustificazioni proprio non ce nâerano.



* * *



Jane indossÃ² un pesante cappotto, il cappello e i guanti di lana. Mentre raggiungeva la scuola, pensava che avrebbe preferito unâimminente disgrazia piuttosto che un altro incontro con Ashley; quando arrivÃ² davanti al liceo la sua mente le proiettÃ² i terribili attimi che le aveva fatto passare la reginetta della scuola insieme alle sue amiche. Sperava con tutta se stessa di non incontrarla mai piÃ¹, sperava che si fosse trasferita per sempre in unâaltra cittÃ , ma sapeva benissimo che le sue speranze infondate non sarebbero mai potute diventare realtÃ , cosÃ¬ sperÃ² solo nella sua assenza. Le faceva male ancora la parte destra del torace e se quella mattina Ashley lâavesse picchiata di nuovo, sarebbero arrivati altri dolori atroci da sopportare.

Non appena la campanella suonÃ², Jane varcÃ² la soglia dellâaula, intenzionata a mettersi subito seduta al suo posto per ripassare, sfuggendo cosÃ¬ al possibile incontro con Ashley, ma con sua grande sorpresa, appena entrata nellâaula, trovÃ² lâultima persona che avrebbe voluto vedere seduta al suo banco, allâultima fila. Fu presa da una morsa di paura e non riuscÃ¬ a pensare a cosa fare, a cosa dirle.

Ashley rimase ancora alcuni attimi al posto di Jane.

âHai cambiato il modo di truccarti?â disse guardandole lâocchio ancora un poâ violaceo. âO Ã¨ la nuova moda delle puttane come te?â socchiuse gli occhi, come per osservare ogni reazione della sua vittima. Non voleva perdersi neanche un attimo del terrore che Jane stava provando.

La classe era ancora vuota e i fasci di luce che entravano dalla finestra erano gli unici spettatori di quella conversazione.

âAscoltami bene, te lo dirÃ² con molta calma perchÃ© non ho nessuna voglia di alterarmiâ¦â iniziÃ² lei alzando il dito in aria.

Jane si sentÃ¬ fortunata: qualsiasi cosa stesse dicendo, non sarebbe ricorsa alla violenza.

âSperando che tu abbia capito la mia superioritÃ  rispetto a te che non vali assolutamente niente, mi sembra giusto che tu abbia degli obblighi nei miei confrontiâ continuÃ² Ashley.

âNon credo diâ¦â

âNon fiatare. Non devi parlare con me. Mi dovrai portare sempre dei soldi, questo deve essere chiaro e devi ficcarti nel cervello che non dovrai mai saltare un giorno. Se avessi voglia di non venire a scuola per chissÃ  quale cazzo di motivo, tu sei obbligata a venire lo stesso a darmi i soldi che mi devi e andartene di nuovo da dove sei venuta. CâÃ¨ qualcosa che devo ripetere o hai afferrato il concetto?â domandÃ² retoricamente.

Jane rimase sconcertata di fronte a quelle parole e non riuscÃ¬ a controbattere. Moriva dalla voglia di darle uno schiaffo in piena faccia, ma il suo corpo risultava immobile come una statua di bronzo.

âQuanto hai dietro?â domandÃ² di punto in bianco la reginetta. Jane mise una mano in tasca e tirÃ² fuori tremante il suo portafogli.

âDue dollariâ rispose con voce incerta.

âNon ci credo! Hai una villa, tuo padre Ã¨ pieno di soldi e giri con due miseri dollari?â

âNon ho altroâ¦â

âSei pateticaâ rispose Ashley strappandole dalle mani le due banconote da un dollaro ciascuna.

âSpero che domani non farai la stessa figuracciaâ.

Dopo le minacce, Ashley le diede un colpo sulle costole: Jane si piegÃ² in avanti e strinse i denti per il dolore riuscendo a non gridare; respirava affannosamente e pregÃ² il cielo che tutto finisse con quellâunico colpo.

La reginetta si mise al suo posto e aspettÃ², come se niente fosse, lâarrivo di Flores.



* * *



Sapeva benissimo che Ashley non scherzava.

Jane si chiese quante persone nel mondo avessero problemi di quel genere; quanti ragazzi si immischiassero in affari loschi, in giri di soldi sporchi e quanti di loro, come lei, dovessero del denaro a qualcuno. Il problema perÃ² era che Jane non aveva fatto niente per meritare quella punizione: il suo era un insensato obbligo imposto da una ragazzina prepotente e strafottente che riusciva nel piÃ¹ brillante dei modi a far valere le sue regole alle persone giuste. Jane era unâottima preda. Pur di non avere guai era disposta a subire e Ashley questo lo aveva capito fin dallâinizio.

Appena entrÃ² in casa salÃ¬ al piano di sopra e meditÃ² sul da farsi: doveva procurarsi ogni giorno un poâ di soldi; aprÃ¬ con foga il tappo bianco del suo salvadanaio e di colpo volarono in aria solo alcuni spicci. Caddero rumorosamente sulla scrivania bianca e altri a terra; li contÃ² tutti, ma non arrivavano nemmeno a tre dollari. Per un giorno si sarebbe salvata, ma il resto delle volte? Un pensiero le suggerÃ¬ di provare a parlarci, magari se le avesse detto che il padre non le dava un soldo forse avrebbe capito e annullato la richiesta, ma era naturale che quella sarebbe rimasta una fantasia lontana e irrealizzabile.

Scese in cucina e si accorse di un bigliettino sul tavolo della cucina.



Ti lascio un foglietto, devo scappare:

il turno di oggi lâho fatto stamattina

perchÃ© devo sbrigare faccende urgenti.

Grazie infinite tu sai per cosa.

Ti auguro una buona giornata.

Jolie.



La sensazione di essere sola in casa, per tutto il pomeriggio, le provocÃ² addosso una strana sensazione. Poteva fare quello che voleva senza essere vista.

Si preparÃ² al volo unâinsalata di pollo, mais, olive e carote, poi si lavÃ² i denti. Si guardÃ² allo specchio e si accorse di avere le palpebre piÃ¹ allargate del solito: si rese conto dâessere tesa, il suo corpo era irrigidito e la mente non faceva altro che pensare al problema da risolvere. Stavolta câera davvero il rischio di passare guai seri con Ashley; sarebbe stata disposta a tutto pur di non essere una sua vittima. Girando a vuoto per il salone, ad un certo punto, fissÃ² il mobile di ciliegio che prendeva una parete intera e piÃ¹ precisamente guardÃ² lâultimo sportello in basso a destra.

Aveva appena capito come procurarsi, senza problemi, i soldi che le servivano.



* * *



L'idea che le era venuta in mente non era delle migliori, ma l'urgenza della situazione la rendeva assolutamente necessaria.

Arrivata davanti alla credenza fece un grande respiro, chiuse un attimo gli occhi e si pentÃ¬ da subito per quello che stava facendo. Stava sacrificando la sua filosofia, il suo modo di pensare e di essere, ma non poteva andare diversamente. Un gran peso sullo stomaco le rendeva difficilissimi i passi che la separavano dallo sportello marroncino della credenza. GuardÃ² la piccola chiave che avrebbe dovuto girare, l'afferrÃ² con due dita e non appena iniziÃ² la rotazione verso destra, lo scatto della piccola serratura sembrÃ² amplificarsi di un milione di volte. Il mondo intero, sentendo quello scatto cosÃ¬ forte, si girÃ² verso di lei con occhi feroci incolpandola da subito: Jane Madison aveva perso ogni grammo di dignitÃ , solo girando quella chiave.

In casa regnava un sinistro silenzio che metteva paura. Tutto immobile, gli oggetti la guardavano e lei, a denti stretti, iniziÃ² l'operazione: aprÃ¬ lo sportello dellâarmadio e infilÃ² la mano cercando di schivare le due ventiquattrore del padre, alcuni raccoglitori di plastica nei quali teneva le bollette, un vaso, alcuni cd sparsi. Quando le sue dita toccarono la fredda superficie del salvadanaio di Gary cercÃ² in tutti i modi di stringerlo e tirarlo a sÃ©, ma era come intrappolato tra tutti gli altri oggetti che gli facevano da scudo. ForzÃ² ancora di piÃ¹, ma niente, sembrava cementificato. Si aiutÃ² con l'altra mano e, serrando ancor di piÃ¹ la stretta, iniziÃ² a fare forza fino a che riuscÃ¬ finalmente a strappare via il salvadanaio del padre. Per la troppa foga, perÃ², dal mobile scaraventÃ² via anche tutti i documenti di Gary che si sparpagliarono disordinatamente a terra, il vaso si frantumÃ² con un rumore sordo e anche il salvadanaio di coccio andÃ² in mille pezzi liberando cosÃ¬ centinaia di monete e decine di banconote.

Jane cadde all'indietro e vide il disastro. Fortunatamente, pensÃ², a casa non c'era nessuno e avrebbe potuto riordinare tutto con calma; piÃ¹ che per la rapina al padre, il vero danno era aver distrutto il prezioso vaso a cui la bestia era particolarmente legata. Vedendo i suoi residui a terra si ricordÃ² di un giorno, anni prima, in cui Gary lâaveva sgridata pesantemente per aver urtato senza volere il tavolo e aver fatto vacillare il suo oggetto preferito.

âPrima che tu faccia altri danni, questo lo metto al sicuroâ aveva detto lui nascondendo il vaso all'interno del mobile accanto al salvadanaio dove teneva i suoi risparmi. Non sapeva cosa inventarsi nel momento in cui Gary l'avrebbe scoperta.

Solo al pensiero le vennero i brividi.

Si sbrigÃ² ad andare a prendere una busta dellâimmondizia, ma passando davanti alla porta dâingresso sentÃ¬ girare una chiave dall'esterno e la porta, di scatto, si aprÃ¬.

Diversamente da ogni sabato, il padre rientrÃ² a casa.

Con un incredibile anticipo.



* * *



âPapÃ !â esclamÃ² sorpresa.

âMi serve un numero!â sbraitÃ² lui. Sembrava davvero indaffarato e frettoloso. AndÃ² accanto al mobile su cui câera il telefono di casa e, da un cassetto, tirÃ² fuori un'agenda nera; la aprÃ¬ e iniziÃ² a cercare qualcosa di corsa, poi prese il cellulare e compose il numero che gli serviva.

âCazzo, Ã¨ inesistente! La stronza mi ha mentito!â gridÃ² lui. SbattÃ© un pugno sul telefono e la cornetta cadde a terra per poi ciondolare a destra e a sinistra come un pendolo dai poteri ipnotici. Jane era immobile e pregava con tutta se stessa che andasse via in quel preciso istante. Mentre lui fissava la cornetta penzolante in cerca di una soluzione al suo urgente problema, Jane notÃ² con terrore che un pezzo di vaso era a pochi centimetri dai suoi piedi. StaccÃ² subito lo sguardo da lÃ¬ e cercÃ² d'intrattenere la bestia calpestando il piccolo frammento.

âCos'Ã¨ successo?â domandÃ² con voce tremante cercando di distrarlo.

âTi prego stai zitta! Ti prego, Jane non intrometterti, ci manchi solo tu!â disse lui alzando entrambe le mani in aria. IniziÃ² a gironzolare nell'atrio, si avvicinÃ² alla porta d'ingresso e per un attimo Jane credette che se ne stesse andando, invece tornÃ² indietro, fino alla sua agenda. ControllÃ² altri numeri e ne chiamÃ² un altro.

âManca la cubista! Manca la cubista! Sto cercando il bigliettino con l'altro numero, ma non lo trovoâ sbraitÃ² a un suo collega.

âNon doveva solo ballare! Lo sai che avrebbe dovuto intrattenere RÃ¼tger Hoffmann!â

Gary cercava di stare calmo, ma proprio non ce la faceva. La cravatta sembrava strangolarlo tanto era rosso in faccia.

Quando Ginger si attaccÃ² al clacson chiamandolo, Jane la ringraziÃ² con tutto il cuore. Mai prima di allora le aveva voluto cosÃ¬ bene.

âDai, sbrigati! Siamo in ritardo!â gridÃ² lei con voce stridula.

âArrivo, non suonare quel maledetto coso!â Gary prese l'agenda e la tirÃ² a terra bestemmiando: dalle pagine ingiallite uscirono tre bigliettini bianchi. Gary guardandoli si accigliÃ² e ne raccolse due. Li lesse e cercÃ² di fare mente locale. No. Non erano quelli che cercava.

Jane sapeva che la sua fine stava per arrivare.

Il terzo bigliettino era finito accanto a un altro pezzetto di vaso che era sfuggito allâattenzione della ragazza.

Gary si accucciÃ² afferrando il biglietto e il residuo di coccio.

âQuesto Ã¨ il numero che cercavoâ.

Jane chiuse gli occhi.

âMa questo cos'Ã¨?â tuonÃ² la bestia mostrando a Jane il quadratino di ceramica.

Gli occhi della bestia fulminarono quelli della ragazza ormai presa dal panico. In nessun angolo della sua anima era rimasto un solo briciolo di coraggio.

Gary abbassÃ² ancor di piÃ¹ la voce e disse: âSpero per te che tu non abbia rotto ilâ¦â

Dall'espressione terrorizzata della figlia, la bestia capÃ¬. Con uno scatto si girÃ² e con lunghe falcate raggiunse il salone; il pavimento ricoperto di cocci di ceramica e di soldi fu per lui una coltellata conficcata in petto. Con dolore e rabbia potÃ© constatare che non solo era andato in frantumi il suo adorato vaso, ma anche il salvadanaio in cui metteva i suoi risparmi.

Rimase ancora qualche manciata di secondi in quello stato di shock, fissava il pavimento e non disse nulla nemmeno quando Ginger riprese a suonare insistentemente il clacson, tortura sonora a cui era intollerante.

StrappÃ² il bigliettino che finalmente aveva trovato e si rivolse alla figlia con un misterioso sorriso mentre lasciava cadere i piccoli pezzetti di carta che, con giravolte disordinate, precipitavano a terra.

âAvevo un problema al pubâ disse lui calmo, âma tu puoi essere la soluzioneâ.

Jane non riusciva davvero a capire cosa intendesse.

âPapÃ  posso spiegarti, non Ã¨ come pensiâ¦â cercÃ² di essere convincente, ma la voce debole la tradÃ¬.

âNon devi giustificarti piccola mia, possono succedere queste cose, no?â Gary era troppo calmo, pensÃ² Jane: cosa stava tramando?

âFacciamo cosÃ¬â concluse lui, âse stasera vieni al pub e mi aiuti a sbrigare delle semplici faccende, giuro che non ti strangolerÃ² con la cinta dei pantaloni. Va bene, piccola bambina di papÃ ?â

Quel sorriso stampato in faccia e quell'aria tremendamente misteriosa terrorizzarono la ragazza.

âSe potessi aiutarti, lo farei volentieriâ disse lei.

âPerfetto, allora adesso vai a cambiarti cosÃ¬ da raggiungerci in macchinaâ disse Gary congedandosi. Poi, voltandosi, la fulminÃ² di nuovo.

âMamma Ginger ci aspettaâ.



* * *



Il sole stava calando e il cielo si era imbrunito.

Jane vedeva sfrecciare il paesaggio dal suo finestrino. Rifletteva guardando la gente, le case, le macchine parcheggiate.

Dopo una silenziosissima ora di viaggio finalmente si trovarono davanti al pub di cui aveva sentito tanto parlare senza essere mai stata invitata a visitarlo.

Jane fissÃ² lâinsegna rosa del locale ancora spenta: Garyâs Night Club. La scritta non faceva altro che confermare quello che sospettava da tempo: non era un semplice âpubâ, come lo chiamava lui, ma si trattava di un vero night club situato in periferia, lontano da casa, dal centro e da occhi indiscreti.

Appena entrati si notavano subito i grandi cubi dove avrebbero dovuto ballare le tre ipotetiche ballerine con tanto di pali dâacciaio per la pole dance, tavolini che sarebbero serviti per champagne, aperitivi e stuzzichini da sgranocchiare mentre ci si godeva lo spettacolo erotico. Il resto del locale era occupato da sedie in pelle scura e divanetti riservati probabilmente ai clienti abituali che pagavano il privÃ©.

Il locale, inoltre, era tappezzato di fotografie porno in alta definizione: donne nude su motociclette, abbracciate a uomini senza nÃ© indumenti nÃ© volti espressivi, teneri o rassicuranti. Altre rappresentazioni accattivanti e volgari erano situate su tutte le pareti.

Jane rimase colpita dallâeleganza e dal lusso sfrenato con il quale era stato arredato il night. Suo padre era un uomo rozzo e ignorante, scontroso e sempre di malumore e si domandÃ² come avesse fatto a rendere quel locale cosÃ¬ chic.

Si avvicinÃ² a una delle tante fotografie appese alle pareti e notÃ² che persino le cornici erano decorate alla massima potenza: addirittura, sulla testa di ogni chiodo utilizzato per reggere i quadri, era inciso un volto in miniatura di una donna con gli occhi chiusi che teneva in testa una corona di fiori.

Le sedie, cosÃ¬ come i divanetti, sembravano comodissime, soprattutto quelle in prima fila, che somigliavano a vere e proprie poltrone. Posti riservati a pochi eletti.

Jane avrebbe voluto sapere molto di piÃ¹ su quel night, ma il padre le aveva detto che lo avrebbe dovuto aiutare solo in alcune semplici faccende e poi lâavrebbe riportata a casa, quindi non avrebbe potuto assistere al grande spettacolo che si teneva ogni sabato sera.

O almeno cosÃ¬ credeva.



* * *



Tre ragazzi e due ragazze entrano nel night.

âEcco i miei figliuoli!â esclamÃ² Gary alzando al cielo la bottiglia che aveva appena stappato. Le ragazze si scambiarono unâocchiata e abbassarono entrambe il capo. I maschi strinsero i denti e lo guardarono con occhi gelidi. I loro visi erano immobili, come paralizzati sotto lo sguardo del grande capo. Dopo averlo salutato ed essersi cambiati in quello che sembrava uno spogliatoio comune, le ragazze, armate di scopa, si accinsero a togliere tutta la sporcizia che câera sui pavimenti mentre gli altri, muniti di stracci e disinfettanti, cominciarono a pulire i tavolini.

âBravi i miei ragazzi, questo locale andrebbe a puttane senza di voi!â ScoppiÃ² a ridere per la sua formidabile battuta. Non poteva sceglierne una migliore. Jane se ne stava in piedi vicino al bancone del bar a osservare silenziosamente quei ragazzi che lavoravano. Gary passava tra di loro, li controllava, li incitava ad andare piÃ¹ veloci dato che lâora di cena si avvicinava e la clientela sarebbe arrivata poco dopo mentre lui si limitava a bere e a gironzolare come un nullafacente. Prima scambiÃ² qualche occhiata con la figlia, poi le impose di andarsene nel suo âstudioâ.

Si ritrovÃ² in una stanzetta con un letto sfatto posizionato davanti a un megatelevisore al plasma e un comodino accanto al letto. Per il resto era vuota, non câera nientâaltro. Di fianco al televisore câera uno specchio di quelli in cui ci si puÃ² guardare attraverso e vedere cosa succede dietro. AprÃ¬ il suo zaino e ripassÃ² gli ultimi capitoli di filosofia.



Erano arrivate molte persone nel locale e la musica era ormai a tutto volume. Jane era chiusa nello studio di suo padre da almeno tre ore e, nonostante il caos, riusciva perfettamente a rimanere concentrata, imprimendo nella mente i concetti chiave di ogni singolo capitolo che ripassava. Erano ormai le due passate e decise di addormentarsi, dato che ancora le semplici faccende di cui parlava Gary non le aveva svolte. Non appena si alzÃ² per spegnere la luce e cercare di riposare, suo padre irruppe nella stanza facendola sobbalzare.

âPapÃ !â

In viso il signor Gary era teso, respirava affannosamente e deglutiva in continuazione. Gli occhi sembravano impazziti e si muovevano a destra e a sinistra come se cercassero urgentemente qualcosa.

âStaâ zitta e vieni con me!â

La prese per un braccio e la portÃ² in una specie di magazzino. Dentro câera un ragazzo di colore che sistemava bibite su alcuni scaffali dâacciaio. Il signor Gary la strattonÃ² con forza per farla entrare dentro la stanza e si precipitÃ² a prendere una borsa nellâarmadio che era in fondo a quella topaia mal illuminata e puzzolente.

âIndossa immediatamente questo e fai in fretta perchÃ© Ã¨ arrivato in anticipo!â Le tirÃ² addosso un vestitino preso da quella borsa. PiÃ¹ che un vestitino era una minigonna di soli dieci centimetri e un top minuscolo. Jane davvero non capiva cosa stesse succedendo.

âPapÃ , ma questoâ¦â

âIndossalo e basta! Non avevi detto che mi avresti aiutato con semplici faccende? Questa Ã¨ la prima!â gridÃ² Gary tirandole uno schiaffo in piena faccia. Il ragazzo di colore non ci fece caso. Sembrava fosse abituato a certe cose.

âTorno tra un minuto, se non ti sei cambiata giuro su tua madre morta che ti ammazzo!â e uscÃ¬ come una furia scatenata. Come un animale. Come una bestia.

A Jane, guardando quei vestiti, scesero un paio di lacrime, ma non poteva e non doveva perdere tempo. Se lo avesse fatto, suo padre lâavrebbe ammazzata sul serio. Doveva cambiarsi per forza con quel ragazzo nella stanza? Non aveva scelta. Si tolse prima la felpa, poi con molta incertezza la maglietta. Il ragazzo era ancora intento a sistemare alcune bibite e le dava le spalle. Jane aveva le mani che tremavano e sperava con tutta se stessa che non si sarebbe girato. Con un rapido gesto si tolse anche la magliettina bianca. Il top era troppo piccolo, via anche il reggiseno. Si infilÃ² subito il minuscolo indumento e il ragazzo si girÃ², proprio nel momento in cui Jane coprÃ¬ il seno. Il volto le andÃ² in fiamme. Doveva togliersi anche i pantaloni.

âPuoi girarti per favore?â Jane glielo chiese con il cuore in mano, si capÃ¬ dal tono. Il ragazzo si girÃ² senza dire una parola. Sfilati i pantaloni, indossÃ² la minigonna, la prima della sua vita. Adesso, nonostante la delicatezza e la sua bellezza naturale, sembrava unâattrice di film hard, accattivante, eccitante e tremendamente sexy. Anche se le parti intime erano state coperte, chiunque poteva guardare ogni sua curva. Qualsiasi uomo avrebbe voluto passare una mano sul sedere tondo e sodo, toccare le gambe, o il seno, quel seno prorompente al punto giusto: le altre parti del corpo erano nude. Jane pregÃ² di svegliarsi da quellâincubo. Il ragazzo aveva poggiato a terra la bottiglia che teneva in mano e guardandola si avvicinÃ² slacciandosi improvvisamente i pantaloni.

Non fece in tempo a chiedergli pietÃ  che scattÃ² verso di lei.

âNo, ti prego, non farlo. Mio Dio, ti prego, no!â le urla della ragazza furono messe a tacere. Con la mano destra il ragazzo le tappÃ² la bocca e con lâaltro braccio la bloccÃ² con violenza. Jane cercava in tutti i modi di divincolarsi, di scalciare o di gridare, ma quel ragazzo era veramente fuori di sÃ©; si muoveva con foga, aveva le palpebre allargate e i denti stretti.

âBocconcino, voglio scoparti!â furono le sue uniche agghiaccianti parole. Con uno scatto il ragazzo la scaraventÃ² ferocemente contro lâarmadietto di ferro e la bloccÃ² di nuovo; con unâabile mossa si tirÃ² del tutto giÃ¹ i pantaloni e le mutande. Qualcosa di duro e lungo stava toccando le gambe di Jane. La musica del locale era alta e nessuno avrebbe potuto sentire le sue grida, Gary non câera, quel maledetto sgabuzzino sarebbe diventato la sua trappola, quel ragazzo era il suo peggior incubo. Aveva capito che era arrivata la fine.

Non sapeva affatto perÃ² che quello era solo lâinizio.



* * *



Con un movimento fulmineo, mentre la teneva ferma, il ragazzo le abbassÃ² il top scoprendole il seno.

Successe tutto cosÃ¬ rapidamente. Come un maniaco sessuale perverso e ormai fuori di senno affondÃ² la testa nel seno candido di Jane quando la porta si spalancÃ².

âMa che cazzo stai facendo?â

Il signor Gary perÃ², invece di darne di santa ragione al ragazzo senza pantaloni, lo spostÃ² come se fosse un fastidioso insetto e tirÃ² su il top di Jane sistemandoglielo per bene, dimenticando allâistante quel che aveva appena visto.

âIl momento Ã¨ arrivatoâ il suo tono ora sembrava calmo, ma si vedeva che cercava di non perdere il controllo. Era come se fosse euforico al massimo. Era teso perchÃ© sperava di uscire da quella situazione, di riuscire a portare a termine il programma stilato per quella serata. Tutto era stato premeditato accuratamente: sua figlia sarebbe stata in grado di non fargli saltare i piani?

âDai che ti sta bene questa divisa, su, sei bellaâ. La prese per mano e lei, scalza, lo seguÃ¬ come se fosse un robot, un pupazzo, un oggetto, una prostituta.

Ecco finalmente la vista del locale in piena attivitÃ . Decine e decine di persone eleganti parlavano tra di loro, bevevano, qualcuno era esageratamente ubriaco, ma quello che saltÃ² subito agli occhi di Jane furono due ragazze che ballavano la pole dance sui cubi avvinghiate ai pali dâacciaio.

Gary si rivolse a sua figlia.

âVedi quelle persone che sono sedute sotto ai cubi?â Jane buttÃ² lâocchio sui divanetti disposti proprio sotto le ragazze che ballavano, occupati da certi signori in giacca e cravatta.

La prima fila.

âSono persone di massima fiducia, tu devi stare al gioco. Ricordati una cosa: devi fargli fare quello che vogliono, non ribellarti, non rispondere in maniera offensiva e non prendere nessuna cazzo di iniziativaâ spiegÃ² la bestia con gli occhi iniettati di sangue.

Lei annuÃ¬, ancora traumatizzata dal ragazzo di colore. Gary, stringendole il braccio, portÃ² Jane sotto uno dei cubi vuoti.

âDevi ballare su questo coso; Ã¨ la prima faccenda che avevi promesso di fareâ sorridendo e senza lasciarle il tempo di rispondere, la prese in braccio e la scaraventÃ² sul cubo.

Adesso si era trasformato: sorrideva a tutti e salutava ogni persona che gli rivolgeva la parola o un semplice cenno, si muoveva con disinvoltura e dava lâimpressione di essere un uomo gentile e di gran classe.

âAdesso balla e dai spettacoloâ gridÃ² Gary indicando, senza farsi notare, le persone a cui alludeva un attimo prima.

Al centro della prima fila spiccava un personaggio molto sospetto. AvrÃ  avuto poco meno di settantâanni, portava spessi occhiali da vista e una giacca pesante. Pantaloni grigi e scarpe nere. Era calvo, circondato da altri scagnozzi e lui, quello strano signore, doveva essere senzâaltro RÃ¼tger Hoffmann. Di che affari parlava suo padre?

Non le sembrava vero. Era su un cubo, vicino a un palo per la pole dance, davanti a un oceano di gente che le puntava gli occhi addosso. Da brava studentessa era diventata, contro la sua volontÃ , la nuova protagonista di un night club in cui tutti aspettavano di vederla nuda. Jane sentÃ¬ girare forte la testa, ma riuscÃ¬ a vedere nitidamente che la ragazza che ballava sullâaltro cubo si stava scatenando e stava dando grande spettacolo. Un inquietante spettacolo: quella sarÃ  stata una ragazzina di diciassette anni al massimo che indossava tacchi a spillo, calze nere a rete, minigonna e top. Rideva e sembrava contenta quando sentiva i fischi provenienti dal pubblico eccitato. Jane guardava quelle persone e lo schifo prevalse ferocemente su qualsiasi altro tipo di emozione; câerano uomini vecchi che si toccavano per aumentare la loro eccitazione, ridevano mostrando denti marci, si lanciavano occhiate complici per poi tornare a guardare con lussuria le ballerine. Molti di loro erano sposati, ma câerano uomini giovani, altri ancora giovanissimi, altri erano tristi scapoli in cerca di un poâ di movimento, di culi, di tette, di sesso; lo avrebbero trovato con le ragazze? SÃ¬, Gary avrebbe fatto pagare una bella cifra e avrebbe spillato tanta grana a quei maiali riservando loro il suo studio. Se qualcuno avesse voluto divertirsi con Frenny, la âcollegaâ di Jane, avrebbe accettato sicuramente e avrebbe organizzato in pochi minuti il focoso appuntamento. Tutti quei soldi facevano gola al padrone del locale; sapeva benissimo che ogni sera, tecnicamente, rischiava la galera, ma proprio chi lo poteva mettere dentro godeva piÃ¹ di qualsiasi altro. Gary aveva allargato incredibilmente il giro coinvolgendo persone da ogni parte degli Stati Uniti. Il suo segreto era presentare le donne piÃ¹ sexy alle persone che lui considerava piÃ¹ pericolose. Li chiamava i bastardi. Il sistema funzionava alla perfezione: fornire donne e droga a chi poteva essere tanto fastidioso da trasformarsi in un potenziale nemico.

âCazzo, muovi quel culo!â Gary riprese sua figlia in visibile difficoltÃ . Non stava ballando; si limitava a rimanersene in piedi sul cubo, piÃ¹ ferma del palo dâacciaio sul quale si sarebbe dovuta avvinghiare. Gary aveva questo scenario in mente e se sua figlia non lo avesse messo in atto lâavrebbe fatta pentire dâessere nata. Doveva ballare, altrimenti i bastardi si sarebbero incazzati e solo il diavolo poteva sapere cosa avrebbero fatto.

âPapÃ !â gridÃ² Jane in preda al panico, âpapÃ  aiutami!â

Un uomo di mezzâetÃ  si era alzato e si era avvicinato a lei, aveva allungato una mano e le aveva toccato la coscia. Lâinterno, per la precisione.

I signori che avevano assistito alla scena ridevano di gran gusto.

Lâaltra ragazza, Frenny, era scesa dal cubo e aveva cambiato il tipo di ballo: lap dance. Era alle prese con un gruppo di uomini che allungavano le mani sulle natiche, sul seno, sulle braccia. Lei sorrideva maliziosa, faceva occhiolini, tirava fuori la punta della lingua e se la passava sulle labbra, faceva smorfie erotiche con il volto fingendo continui orgasmi. Poi, finito lo spettacolo hard, saltÃ² con gioia sul cubo e continuÃ² a lavorare con il palo dâacciaio.

Jane sapeva che, se non avesse fatto lo stesso, si sarebbe messa nei guai.



* * *



La morsa allo stomaco era fortissima.

Mai, mai e poi mai si era sentita cosÃ¬ sporca, cosÃ¬ fuori luogo. Le luci tagliavano il locale in mille parti colorate e tutti si divertivano. Era salita solo da qualche minuto e gli uomini si avvicinarono improvvisamente ai cubi. La musica cambiÃ², segnale che annunciava lâennesimo ballo: lo spogliarello. Jane cercÃ² di muoversi, ma quello che uscÃ¬ fu un ballo ridicolo. Sembrava che avesse le gambe legate. Suo padre ogni tanto le passava vicino e le lanciava sguardi minacciosi. Era chiaro il suo messaggio. Non doveva fargli fare brutta figura, ma il corpo non rispondeva piÃ¹ ai segnali inviati dal cervello. Il terrore ormai si era impadronito di lei.

Frenny si sfilÃ² lentamente il top e lo lanciÃ² alla folla che cercÃ² di prenderlo al volo. Mancava solo lei. Solo lei doveva compiere un gesto cosÃ¬ semplice, cosÃ¬ breve. Lâaveva fatto centinaia di volte prima di entrare nella doccia. Lo faceva ogni giorno, togliersi il reggiseno per lavarsi o per indossare il pigiama, ogni sera, eppure le mani sembravano essersi trasformate in due statue dâottone. Era ferma in preda a sensazioni mai provate prima di allora; era sicura che non sarebbe mai piÃ¹ uscita da quel locale. Per un attimo credette che sarebbe rimasta per sempre sopra quel cubo in balia di tutti quei maiali, compresi i signori in giacca e cravatta che aspettavano, impazienti, il suo top.



* * *



Suo padre prima le diede uno schiaffo con una tale forza da farla cadere a terra, poi iniziÃ² a prenderla a calci. Lei voleva gridare, ma dalla bocca non uscÃ¬ alcun tipo di suono, solo agghiaccianti gemiti. Versi di dolore.

âCome ti sei permessa di scendere da quel cazzo di cubo!â

Gli occhi di Jane osservavano impotenti la gamba del padre che, finito un insulto, si caricava allâindietro fino a scagliarsi contro la pancia, sul petto, sulle braccia. Dopo ogni colpo che riceveva, câera un flash bianco. Poi nientâaltro. I calci erano terminati. Il dolore perÃ² era atroce e attraversava violentemente ogni singola parte del corpo.

Suo padre uscÃ¬ lasciando aperta la porta e chiunque, passando lÃ¬ davanti, avrebbe potuto vedere la splendida ragazza mezza nuda per terra, con il sangue che le colava a piccoli rivoli dalla bocca. Se solo avesse fatto volare via quel maledetto top tra le mani di quegli uomini si sarebbe risparmiata la sfuriata di Gary. Dopo alcuni minuti perÃ² tornÃ² la bestia in compagnia: insieme a lui câerano due ragazze e un signore. Forse uno dei bastardi.

âHo visto che câÃ¨ stato qualche imprevistoâ affermÃ² infastidito lâuomo. Dallâaccento tedesco la ragazza capÃ¬ subito che si trattava di RÃ¼tger Hoffmann.

Gary lasciÃ² intravedere un velo di sorpresa e di sgomento, ma riuscÃ¬ a rimediare.

âSÃ¬, non sta bene mia figlia, ha avuto un calo di pressioneâ.

Lâuomo guardÃ² Jane con una strana espressione.

âNonostante il sangue che le esce dal naso e dalla bocca noto che Ã¨ un succoso bocconcinoâ affermÃ² facendo intravedere un enigmatico sorriso sulle labbra fini e sottili.

âRÃ¼tgerâ Gary lo guardÃ² di sottecchi come se stesse per fargli qualche proposta. Poi glielo disse chiaramente.

âSe vuoi favorire, non câÃ¨ alcun problemaâ disse indicando con un gesto della mano la figlia.

Hoffmann continuÃ² a tenere gli occhi inchiodati su Jane; notava anche lui quel bel corpo riverso a terra, quei biondi capelli disordinati, la carnagione chiara, lâesplosione della sua giovinezza. Intravide il volto e si accorse dellâestrema delicatezza di quei magnifici tratti naturali.

âHai fatto un grande errore, non avresti dovuto ridurla cosÃ¬â tuonÃ² il capo con ancora gli occhi sulla ragazza. Poi li buttÃ² su di lui.

âAdesso come passerÃ² la serata?â

Gary si trovÃ² spiazzato e maledisse quella peste di sua figlia. Era convinto che non ci fosse unâoccasione importante in cui non lo avrebbe messo nei guai.

âAspetta qui un momentoâ. Gary si precipitÃ² immediatamente in cucina. Doveva assolutamente accontentare, almeno temporaneamente, quellâuomo; se tutto quel posto ancora funzionava, se potevano essere comprate e vendute intere partite di droga allâinterno del locale e se Gary poteva permettersi di picchiare, maltrattare o violentare le ragazze allâinterno di quelle mura, era solo ed esclusivamente merito di Hoffmann. Attorno a sÃ© aveva un incredibile potere che riusciva a gestire ed esercitare tramite i suoi uomini piÃ¹ fidati; pagava profumatamente chi avrebbe potuto interferire negativamente sui suoi preziosi affari. Il locale di Gary fruttava moltissimo non tanto per il sesso che poteva essere tranquillamente praticato nello studio e nelle altre stanze che avrebbero costruito di lÃ¬ a pochi mesi, ma piuttosto per tutti i traffici di stupefacenti che scorrevano nel night. Era senza ombra di dubbio il quartier generale nel quale Hoffmann e la bestia concludevano i loschi affari.

Gary tornÃ² da RÃ¼tger con una delle ragazze che lavoravano segregate in cucina come aiutanti cuoche da ormai due anni. Era sui venticinque anni mora, bassa, occhi scuri.

âVuoi intrattenere questo mio caro amico? Purtroppo mia figlia non puÃ² farlo, date le sue pessime condizioniâ spiegÃ² lui.

âSignor Madison, ioâ¦â

Lâindecisione della ragazza costrinse Gary a fare qualche passo per incollare la sua faccia infuriata a quella della giovane dipendente.

âSe non fai scopare subito questo stronzo come si deve giuro che stanotte ti taglio la golaâ le sussurrÃ².

La ragazza sembrÃ² ipnotizzata da Gary e dalle condizioni di Jane, che notÃ² non appena uscÃ¬ dalla cucina. Lâuomo la guardÃ² e sorrise.

âNon Ã¨ certo bella come tua figliaâ puntualizzÃ² il tedesco.

Gary sentÃ¬ vorticare la testa.

âTi prego, RÃ¼tger. Lei Ã¨ quella che si salva, se vuoi ti chiamo la ballâ¦â

âNon voglio quella puttana!â gridÃ² lui stringendo il pugno destro.

GuardÃ² la ragazza dalla testa ai piedi.

âPer stasera ti salvi solo se questa gentile ragazza farÃ  tutto quello che chiederÃ²â.

Visibilmente agitata, la ragazza era sul punto di piangere, ma riuscÃ¬ a trattenere le lacrime.

âSicuro che lo farÃ â Gary si voltÃ² verso lâaiuto cuoca.

âNon Ã¨ forse cosÃ¬?â

Lei annuÃ¬.

âAvanti, non essere tesaâ Hoffmann si fece avanti toccandola. Nonostante lâetÃ  avanzata dava lâidea di un uomo arzillo.

âCome se fossi a casa tuaâ gli disse Gary indicandogli il letto.

RÃ¼tger lo guardÃ² unâultima volta.

âGary, lo faccio solo perchÃ© tua figlia Ã¨ ridotta veramente maleâ Gli si avvicinÃ² a qualche centimetro. âDovrai rimediare allâerrore commessoâ ordinÃ². Poteva sbagliare in qualsiasi campo, sarebbe stato addirittura piÃ¹ clemente se fossero mancati dei soldi che Gary, ogni tre mesi, doveva dargli. Avrebbe fatto qualche storia, ma non poteva accadere una cosa del genere; quando Hoffmann sâinvaghiva di qualche ragazza doveva essere accontentato. E Jane rimase una preda che, per quella sera e solo per quella sera, gli era sfuggita.

Il signor Hoffmann si sdraiÃ² sopra al letto poggiando la testa sul cuscino e invitÃ² la ragazza a fare altrettanto; Gary invece convocÃ² Frenny, lâaltra cubista, e la buttÃ² a terra con una spinta. Si slacciÃ² i pantaloni e lei iniziÃ² subito a prenderglielo in bocca. Il tedesco aveva ormai quasi finito di spogliare la ragazza che, fortunatamente per la bestia, si lasciava domare senza difficoltÃ . Era un pezzo di ghiaccio, ma lâimportante era soddisfare il bastardo.

Jane cercÃ² di parlare, ma il dolore la strozzava. PoggiÃ² la testa a terra e cercÃ² di allontanare mentalmente quel fortissimo dolore alla pancia. Suo padre tirÃ² fuori dal cassetto un poâ di cocaina, la sniffÃ² e chiese allâuomo se voleva favorire, ma lui era troppo occupato a leccare ogni centimetro quadrato di quella povera ragazza che con incredibile sangue freddo riusciva a non gridare e a non dimenarsi.



Una settimana dopo la realtÃ  che le si srotolava davanti non era piÃ¹ la stessa.

Dopo la terribile esperienza al night, Jane sentÃ¬ che qualcosa al suo interno era cambiato e tutto quello che avrebbe fatto, visto o detto, non sarebbe mai stato piÃ¹ spontaneo o genuino, ma avrebbe patito i postumi di quel trauma cosÃ¬ violento; ogni frase sarebbe stata macchiata dalla paura che le aleggiava in corpo come un demonio impazzito che cercava di tapparle la bocca; ogni discorso sostenuto sarebbe stato percepito solo come un argomento da trattare per non andare a finire a parlare di quello che aveva fatto al night, sul cubo, conciata in una maniera talmente disdicevole da considerarla blasfema. Gli occhi che le strusciavano addosso, le bocche di alcuni vecchi che sbavavano al solo pensiero erotico di passare qualche ora in compagnia della giovane dal viso angelico, gli occhi chiari e la pelle liscia profumata di una giovinezza che, per loro, non era altro che un irraggiungibile ricordo lontano a cui facevano riferimento quando volevano rivivere lâepoca in cui era il loro turno: il turno per conquistare obiettivi e donne, lâepoca in cui si era in diritto di aspettare qualsiasi treno perchÃ©, effettivamente, era la loro epoca. Stare seduti sulle comode poltrone del locale di Gary e fantasticare di baciare Jane, toccarla e sentirsela addosso sarebbe stato il loro viaggio nel tempo ormai andato, ormai scaduto: non sarebbe esistito piÃ¹ il dislivello mozzafiato di etÃ  che galoppava tra di loro, ma lâavrebbero interpretato solo come unâindimenticabile nottata al night, un sabato sera alternativo, privo di monotonia, da ricordare per quello che gli rimaneva da vivere come lâultimo grande colpo da maestri del piacere sensuale, nonostante le rughe, nonostante le ossa e i muscoli fradici, lâartrite, la dentiera.

Non sembrava esistere nessun comportamento mentale, fisico o spirituale che avrebbe potuto alleviare quel marcio che la ragazza sentiva crescere da dentro, che colava dalle pareti della sua dignitÃ  e che tutti, solo guardandola negli occhi, avrebbero notato nitidamente. Abbassare la testa facendo correre lo sguardo allâoscuro del mondo non sarebbe servito se non ad accentuare un disagio che nascondeva, in sÃ©, il terribile segreto. Ascoltando i professori spiegare alcuni concetti, o interagire con una commessa di un negozio, stando in silenzio, non riusciva ad abbassare il volume mentale di quella musica che, il sabato precedente, aveva fatto da colonna sonora al suo primo spogliarello pubblico. Non riuscÃ¬ a concludere niente nemmeno lâamico psicologo di Jolie, al quale venne presentata dalla colf stessa: ebbero una conversazione di mezzâora, ma la giovane non disse nemmeno una parola. Vedeva ancora un fiume di mani in aria che applaudivano, i fischi acuti, gli occhi spalancati quando Frenny aveva lanciato alla folla imbizzarrita il suo top, le mani dei vecchi che entravano nei pantaloni e si agitavano. Gli spiriti eccitati sembravano concreti, visibili: li indossavano come terrificanti maschere di carnevale.

Entrare in casa o a scuola rappresentava la grande sfida giornaliera dalla quale si aspettava il peggio: tra i banchi del liceo câera Ashley che ogni mattina, puntuale come un ghepardo nellâora in cui la famiglia di gazzelle si riunisce amorevolmente, si materializzava con la mano protesa e lâaria di chi dice: non stai forse dimenticando qualcosa?

A casa câera la causa di ogni suo problema: la bestia. Pranzare, cenare, condividere la propria vita con la persona che le aveva causato quei danni psicologici non era una cosa da niente. Non poteva che ricordarlo mentre faceva irruzione nel magazzino dove lâoperaio di colore stava consumando lo stupro: la sua indifferenza, gli ordini di sbrigarsi a svolgere le âsemplici faccendeâ il cubo, la musica a tutto volume, le botte nello studio, il sangue, il vecchio tedesco con cui parlava di lei e del suo corpo mercificato.

âPresto sarai di Hoffmann e non ti opporraiâ era solito dire durante una delle tante liti scoppiate per un nonnulla. Poi aggiungeva: âOvviamente appena il tuo bel visino tornerÃ  a essere splendido e lucente!â

Effettivamente in volto aveva ancora lividi evidenti, lâocchio pesto, lo zigomo arrossato e la guancia gonfia.

Quel pomeriggio si rannicchiÃ² sul letto e tirÃ² a sÃ© le ginocchia, stringendole al petto. Si girÃ² dalla parte sinistra e, una volta incrociato lo sguardo della madre, sâimpietrÃ¬. La donna era stata fotografata molti anni prima di quel pomeriggio malinconico e, ogni volta che Jane incastrava gli occhi nei suoi, assaporava la struggente sensazione di essere in balia di angeli e demoni in eterna lotta tra loro, senza nessun arbitro che decretasse una vittoria, un pareggio, una sconfitta.



* * *



Quella mattina, quando Jane aprÃ¬ gli occhi, giÃ  sapeva che sarebbe stata una pessima giornata; una data del genere doveva essere festeggiata felicemente in famiglia, con la voglia irrefrenabile di aprire i regali che tuttavia avrebbe dovuto essere controllata fino allo scoccare della mezzanotte, cosÃ¬ da farlo tutti insieme, intorno a un grande tavolo pieno di dolci. Si sarebbe dovuta respirare unâaria speciale, la si doveva vivere con il sorriso. Quando si svegliÃ² potÃ© solo accorgersi che in casa non câera nessuno. Non sapeva dove fossero andati fino a che lesse il biglietto scritto frettolosamente dal padre: âTorniamo il 26â.

Non câera nessun motivo per cui rimanere stupiti. Era il minimo che potevano fare. Dentro sentÃ¬ solo aumentare il gelo che copriva il suo cuore; ancora con il bigliettino in mano non potÃ© far a meno di fissarlo e accertarsi di aver letto bene. Non câera nessun dubbio, la calligrafia parlava chiaro: quel giorno sarebbe rimasta da sola.

Immersa completamente nella vasca da bagno piena dâacqua bollente, cercÃ² di rilassarsi e pensare sempre meno a tutti quei problemi.

Jane trascorse tutta la giornata a ripassare capitoli che aveva imparato giÃ  alla perfezione. Non sapeva che altro fare visto che, di solito, la Vigilia di Natale, non si ripete assiduamente lâetica di Platone. Invece, quellâanno, andÃ² cosÃ¬: invece di telefonare ai parenti per augurargli buone feste, spiegava a voce alta ogni passaggio e ogni concetto proprio con la scioltezza che avrebbero avuto due amiche nel parlare di shopping. Amiche. Quel giorno lo avrebbe dovuto passare a casa di qualcuno che le voleva bene, che la considerava piÃ¹ che la secchiona di turno. Si era arresa davanti a quel fatto: la sua bravura le si rivoltava contro ogni volta. Non lâavrebbe chiamata nessuno per farsi una passeggiata per le strade di una meravigliosa Seattle addobbata di luminarie natalizie. Dalla finestra della sua camera vedeva brillare la cittÃ  come un gioiellino nella piÃ¹ lussuosa delle collane.

Lâora di cena era passata da un pezzo, aveva mangiato solo un poâ dâinsalata. Fuori iniziÃ² a nevicare.

Il grande orologio in soggiorno la avvertiva che mancavano dieci minuti a mezzanotte. Corse in camera sua, prese dallâarmadio un grande piumone, una coperta, un cuscino e la fotografia. TornÃ² di nuovo in soggiorno, stese il piumone ai piedi del grande albero di Natale che aveva fatto la colf qualche giorno prima, ci si distese sopra poggiando la testa sul cuscino e si infilÃ² sotto la coperta. Tra le mani aveva la fotografia della madre.

Mancavano cinque minuti a mezzanotte.

Con la manica del pigiama lucidÃ² accuratamente la foto per osservare meglio il soggetto; quel soggetto ormai che sognava la notte, desiderava di giorno e si immaginava di continuo. Quel soggetto che sapeva che non avrebbe mai conosciuto. Quel soggetto che diventÃ² tutto a un tratto appannato a causa delle lacrime che prendevano il pieno controllo degli occhi di Jane. Lacrime che non perdonavano, ma scendevano, inesorabili, per urlare una realtÃ  troppo dura ma vera come il suo senso dâinfelicitÃ , della voglia che aveva di scappare da tutto e vera quanto la voglia di avere sua madre vicino, in quel momento.

Mancava un minuto a mezzanotte.

Jane si addormentÃ² sotto lâalbero pieno di luci colorate con lâimmagine nella mente di lei e sua madre abbracciate.

Era mezzanotte.

Il mondo finalmente scartava i regali tanto attesi.



* * *



PiÃ¹ che lâessere rimasta a casa da sola, in ore che avrebbero dovuto essere spensierate ed esenti da qualsiasi problema legato alla solitudine, a rattristare Jane erano le scene che si svolgevano sotto casa sua, nel parco che, oltre a essere il piÃ¹ grande della cittÃ , era considerato anche il piÃ¹ bello.

PassÃ² parte del pomeriggio in piedi, con una tazza di cioccolato bollente tra le mani infreddolite e con gli occhi che scrutavano varie zone del parco come avrebbe fatto qualcuno troppo curioso con un binocolo dalla sua camera, con le due lenti nascoste tra le pieghe della tenda per non essere scoperto.

Nessun film, nessuna rimpatriata a casa di amici e parenti per passare insieme il pomeriggio o fare una qualsiasi cosa divertente.

In quel momento un bambino cadde violentemente a terra durante una partita a calcio e Jane ebbe un sussulto.

SpostÃ² gli occhi poi su un altro gruppetto di bambini che giocava a quello che sembrava essere il classico guardie e ladri: ce nâera uno tra questi che teneva un cappello da sceriffo in testa e teneva in mano un ciocco di legno un poâ arcuato in avanti come fosse una pistola. Si aggirava per le viuzze del parco con fare vigile e diffidente, passi decisi e felpati, lanciava occhiate veloci e fuggevoli in ogni angolo pronto a scovare i suoi coetanei, improvvisamente trasformati in famosi ladri pericolosi per lâumanitÃ . Il bambino si infiltrava tra gruppi di mamme, tra gli altri bambini che non erano stati inclusi nella missione, si arrampicava sulle giostre e li cercava allâinterno degli scivoli a tubo, magari qualcuno si era nascosto lÃ¬ dentro e non sarebbe uscito fino a rimanere lâultimo ladro in circolazione, vincendo cosÃ¬ il turno. Quando poi qualcuno usciva allo scoperto, il bambino poliziotto lo rincorreva a perdifiato puntandogli la fantomatica pistola e fingendo di sparare colpi a raffica, necessari per bloccare la corsa fuggiasca del nemico. Lâaltro bambino perÃ², il piccolo ladruncolo, fu cosÃ¬ rapido nel correre che fu il piÃ¹ veloce tra i due a raggiungere la base scelta o come zona dâarrivo per il poliziotto che aveva arrestato il ladro o come meta da raggiungere dai ladri per essere immuni alla giustizia.

Un altro gruppo di bambine giocava con alcune bambole e questo le ricordÃ² che non aveva mai partecipato a un divertimento simile.

Andare avanti con quel vuoto incolmabile dentro che si portava ormai da anni rappresentava la sua guerra piÃ¹ dura. Non aveva conosciuto le emozioni piÃ¹ semplici, non aveva acquisito la mente di una ragazza cresciuta, maturata, ma aveva una specie di grande rimpianto che voleva in ogni modo, senza riuscirci, far sparire cancellando di conseguenza alcuni tratti, piÃ¹ tristi che dolorosi, della sua infanzia ormai perduta.

Spingersi oltre fino a sfiorare il pensiero di ricevere un gesto di affetto era una specie di visione irraggiungibile, una fantasia malata, unâimmaginazione drogata. Da che aveva memoria, Jane non ricordava nessun gesto di affetto nei suoi confronti da parte della bestia. I rari discorsi che si consumavano a pranzo o a cena non andavano spaziando in certe tematiche interessanti che avrebbero potuto raccogliere le osservazioni di tutti, confrontandole, elogiandole, criticandole, cosÃ¬ come non venivano mai trattate certe problematiche che potevano andare dalla giornata al liceo, fino a parlare di qualcosa di piÃ¹ intimo, addirittura.

Non aveva capacitÃ  di relazionarsi allâinterno di qualsiasi gruppo e non aveva il cuore pieno di motivi per vivere, per andare avanti, per reagire e combattere: si batteva semplicemente per cause naturali.

Del cuore sapeva che nellâarco di ventiquattro ore ci passavano quattromila litri di sangue, che in settantâanni di vita, in media, un cuore si contraeva e si rilassava due miliardi e mezzo di volte pompando cinque litri di sangue attraverso circa novantasei mila chilometri di vasi sanguigni, ma non sapeva cosa fosse un tuffo al cuore; poteva spiegare nei minimi dettagli medici un infarto, dato che lo aveva approfondito a seguito di alcune ricerche, ma non aveva mai avvertito il batticuore davanti a una persona di cui era innamorata.

Non sapeva che quellâorgano cosÃ¬ complesso quanto indispensabile potesse contenere infinite emozioni e che, oltre a tenerci vivi, avesse anche il potere di essere la cassaforte piÃ¹ sicura del mondo, impossibile da violare: ci si potevano riporre ricordi indimenticabili, frasi e parole pronunciate da certe persone, gioie conquistate, lâimmagine del primo bacio, la prima volta che ci siamo spogliati davanti a qualcuno che amavamo. Jane Madison non aveva mai usato quel muscolo involontario per amare, aveva imparato a usare solo la fredda ragione che, con le sue indiscutibili risposte, riusciva a risolvere brillantemente ogni tipo di problema. Il cervello riusciva a rassicurarla, a tenerla al sicuro grazie alle teorie, ai ragionamenti, a unâindistruttibile logica che spesso non aveva solide basi, ma serviva giusto per una serenitÃ  mentale forte abbastanza da farle accantonare la tristezza gridata dal cuore. Per ogni domanda che si poneva aveva trovato risposte che, fino a quel periodo, le erano sempre andate bene, ma crescendo le cose stavano cambiando repentinamente e non era piÃ¹ tanto semplice accontentare lâorgano che, fino ad allora, era rimasto puramente anatomico.



* * *



Aprire gli occhi quella mattina sarebbe stato completamente diverso dalle altre volte.

Jane rimase qualche minuto sdraiata nel letto con un gran vortice di pensieri che le turbinÃ² a gran velocitÃ , senza sosta.

Ogni sera prima di addormentarsi e ogni mattina prima di iniziare la giornata, aveva lâabitudine, o meglio, lâestrema necessitÃ  di incrociare lo sguardo di sua madre che era stata immortalata in quella che pareva una delle sue migliori espressioni. Era la stessa fotografia che, il giorno della vigilia di Natale, tenne stretta al petto, come se avesse voluto abbracciarla davvero.

Quella mattina, come se lo sguardo della madre avesse avuto lo strabiliante potere di leggere qualsiasi segreto della figlia attraverso il consueto e abitudinario sguardo mattutino, la ragazza decise di fare unâeccezione, la sola della sua vita, e non fissare a lungo gli occhi che allâimprovviso sembravano cambiati: parevano strillare di non realizzare nella maniera piÃ¹ assoluta lâunico e ultimo programma della giornata.

Per non sentire piÃ¹ lâincombente pesantezza di quellâimpressione, Jane si alzÃ² di scatto dal letto e si fiondÃ² in bagno per farsi una doccia. Con lo scrosciare dellâacqua che puntÃ² al centro della sua schiena, nel premere il flacone del bagnoschiuma, si accorse che la mano che ne avrebbe dovuto ricevere il contenuto per poi spalmarlo velocemente sul corpo stava tremando.

Una volta pronta si diresse verso il ripostiglio in cui Jolie era solita tenere tutti gli attrezzi che le servivano per la pulizia della casa.

Accese la luce, si accucciÃ² fino a raggiungere, di fianco alla lunga scarpiera, la cassetta di acciaio nella quale Gary aveva riposto decine di cacciaviti, un trapano, centinaia di chiodi. La ragazza frugÃ² tra i vari scompartimenti della cassetta e trovÃ² quello che stava cercando.

InfilÃ² lâoggetto in tasca e uscÃ¬ di casa senza prendere le chiavi: non sarebbero servite.



* * *



Il parco era semideserto ma, se avesse aspettato anche solo unâaltra ora, lo avrebbe visto popolato da decine di bambini che, correndo a destra e sinistra, le avrebbero fatto saltare il piano, o meglio, la soluzione finale.

Jane si addentrÃ² nel cuore del parco cercando il luogo piÃ¹ isolato, per avere la certezza che nessuno lâavrebbe vista, cosÃ¬, nel giro di pochissimi minuti, raggiunse lâangolo piÃ¹ remoto.

Come sotto la doccia, anche in quel momento le mani presero a tremare, soprattutto la destra, quella che avrebbe dovuto operare con una luciditÃ  e una freddezza impeccabili.

Era arrivato il momento.

Tutti quei giorni bui, in fila, come peccatori nella piÃ¹ vergognosa delle processioni, le si erano presentati alla mente e le stavano dando la forza necessaria per compiere lâultimo atto, la grande uscita dalla scena miserevole e insopportabile che viveva da sempre. Diede un ultimo sguardo in giro, posÃ² gli occhi sulla strada trafficata, su alcuni passanti che sfrecciavano sulle strisce pedonali, poi portÃ² lo sguardo allâinterno del parco e vide gli alberi, le foglie. Era quel blocco immenso nel petto che non le consentiva di apprezzare la bellezza di ciÃ² che la circondava, cosÃ¬ come gli occhi spenti, il cervello attanagliato da una routine durata anni, lo spirito atterrito, la vergogna e lâumiliazione che avevano preso il totale controllo della coscienza e del rispetto che aveva di se stessa.

InfilÃ² la mano nella tasca del suo vecchio giacchetto e tirÃ² fuori il taglierino che il padre non aveva mai utilizzato.

Quante volte si era addormentata piangendo, infelice della propria vita, desiderosa di una svolta che sembrava non arrivare mai; era pesante quellâattesa, piÃ¹ illusoria che pretenziosa, piÃ¹ stancante che speranzosa.

Gary e i suoi modi animaleschi, per non parlare degli ultimi tempi in cui il suo cervello, la sua umanitÃ  e la sua logica sembravano essere spariti nel nulla lasciando il posto a una persona senza scrupoli.

Con il pollice destro spinse in avanti il piccolo fermo per sbloccare lâarnese. Spinse ancora di piÃ¹ quel piccolo pezzettino di plastica nero che si trovava al centro del taglierino e fece uscire circa sette centimetri di lama. La mano prese a tremare piÃ¹ velocemente. CercÃ² di non farci caso: tenendo saldamente lâarnese, tolse la parte iniziale del guanto che copriva il polso sinistro. Ora quel delicato tratto di carne bianca era ben visibile. Avvicinando la lama alle vene poteva immaginarsi la scena, ma mai il dolore che avrebbe provato, la reazione del padre quando gli sarebbe giunta la notizia e in quanto tempo, dopo il fatale taglio, sarebbe morta.

Era questione di attimi. Di secondi. Bastava che il cervello inviasse il comando alla mano di fare pressione sul polso per poi strattonare allâindietro quel maledetto taglierino e tutto sarebbe finito. Lo strinse talmente forte da sentire dolore alle dita. CominciÃ² a sudare e nella mano avvertiva come un blocco che le impediva di eseguire il gesto. Forse non lo voleva davvero, forse era tutta una messa in scena e non avrebbe mai avuto il coraggio di farlo. Forse avrebbe lasciato che il taglierino le cadesse dalla mano e sarebbe corsa a casa continuando a vivere la sua vita disastrata e magari aspettare passivamente un motivo per cui vivere.

Sarebbe bastato un attimo di piÃ¹ e forse avrebbe potuto ancora cambiare il destino, ma il peso di quegli anni era talmente insopportabile da farle crollare ogni speranza di sorreggere lâidea piÃ¹ straordinaria che le poteva giungere alla mente in quel momento: aspettare un domani migliore.

A denti stretti pronunciÃ² le ultime parole.

âMamma, arrivoâ.

Con uno scatto, la lama fece attrito sulle sue vene a una velocitÃ  incredibile.

Dal polso iniziÃ² a zampillare sangue.



* * *



Luce.

Fu questa la prima cosa che Jane, aprendo gli occhi, vide. Era la luce del paradiso, ormai era morta e finalmente il viaggio si era concluso. Adesso doveva farsi forza per alzarsi dalla superficie morbida sulla quale si trovava e andare a cercare sua madre. Avrebbe incontrato anche Dio? Stava forse scoprendo il grande segreto che nessun essere umano era mai stato in grado di svelare con certezza?

Dâimprovviso un insieme di voci si sovrapposero lâuna con lâaltra e Jane aprÃ¬ definitivamente gli occhi avvertendo un forte dolore alla testa.

GuardÃ² avanti a sÃ© e si accorse di alcune persone che camminavano.

Non era il paradiso, ma un ospedale.

Inizialmente non capÃ¬ perchÃ© fosse finita lÃ¬ ma poi, vedendosi la fascia intorno al polso, i ricordi si fecero man mano piÃ¹ nitidi. Nonostante ciÃ², sia fisicamente che psicologicamente si sentiva abbastanza bene. Era solo un poâ stordita. In quellâistante entrÃ² una dottoressa.

âMi scusiâ esordÃ¬ debolmente Jane.

âTi serve qualcosa?â domandÃ² lei premurosa. Era una donna sulla cinquantina, con i capelli grigio chiaro.

âMi chiamo Jane Madison eâ¦ volevo sapereâ¦â

âHai subito un grave taglio al polso mia cara, ti abbiamo trovata sul retro dellâospedale, seduta sui gradini. Ricordi come ti sei fatta male?â

Jane fece mente locale ma, oltre quello che era successo al parco, non ricordÃ² minimamente di essersi seduta sui gradini dellâospedale che portavano allâentrata secondaria.

âNo, mi dispiaceâ.

La dottoressa controllÃ² la flebo.

âQuando potrÃ² uscire? DovrÃ² rimanere tutta la notte?â

âNon avendo nessun documento non sapevamo se fossi maggiorenne o meno, ma un infermiere ti ha riconosciuta e ha chiamato tuo padre. Sai, sono amici di vecchia dataâ spiegÃ² la dottoressa.

La ragazza chiuse istintivamente gli occhi e si maledisse.

âDottoressa, il fatto Ã¨ che mio padre nonâ¦â

âEra di rientro dalle feste natalizie. Sta arrivandoâ concluse. La donna sorrise e uscÃ¬ dalla stanza dopo che unâinfermiera la chiamÃ².

Nel giro di qualche minuto Gary arrivÃ².

Jane si alzÃ² dal suo letto grazie anche allâaiuto della dottoressa che, mentre le porgeva il braccio come sostegno, si accertava continuamente del suo stato di salute. Facendo un passo per volta, Jane sentiva che il mal di testa era diminuito parecchio rispetto al suo risveglio.

La dottoressa prese in mano il giacchetto di Jane sporco di sangue.

âMi dispiace che tu debba rimetterti questoâ disse porgendoglielo delicatamente. La ragazza quando vide le chiazze rosse inorridÃ¬. Ancora doveva realizzare di essere viva.

âSua figlia Ã¨ stata veramente fortunata. Se non fosse venuta allâospedale in tempo, non voglio neanche immaginare cosa le sarebbe potuto accadereâ spiegÃ² alla bestia che non la finiva di guardare male la figlia. Ancora una volta si era messa nei guai e lui era costretto a vestire i panni del bravo genitore.

âPurtroppo queste brutte cose succedono. Lâimportante ora Ã¨ che sia tutto a postoâ.

Con la mano lurida di falso affetto le scompigliÃ² i capelli.

âOvviamente. Lâunica cosa che non riesco ancora a capire Ã¨ come abbia fatto a raggiungere lâospedale senza che nessuno lâaiutasseâ.

Entrambi si girarono verso Jane per ricevere risposta.

âMi sono fatta male qui vicino, ecco perchÃ© ce lâho fatta. Solo allâultimo, come ha detto lei dottoressa, mi sono seduta sui gradini dellâospedale. Non Ã¨ stato nientâaltro che un forte giramento di testaâ disse lei sorridendo.

Gary sorrise debolmente, ma era chiaro che si trovava spaesato e non sapeva come reagire.

âAspetta un momento, adesso che ci penso tu avevi una specie di bandana stretta al polsoâ disse la dottoressa socchiudendo gli occhi per ricordare meglio.

âCome hai fatto ad applicarla cosÃ¬ bene sulla ferita? Era stretta al punto giusto e ha bloccato lâemorragia: se non lo avessi fatto subito dopo lâincidente avresti perso troppo sangue e saresti svenuta perdendo i sensi. Câera il rischio che tuâ¦â

âÃ stato il nostro Signoreâ disse Jane per tagliare corto.

Gary, dopo quellâaffermazione, prese la figlia per un braccio e se ne andÃ² senza neanche salutare la dottoressa che, perplessa, rimase al centro della sala dâaspetto a fissare i due che si allontanavano.



* * *



âNon saprei dirti se avessi potuto farti piÃ¹ stupida di cosÃ¬. Mi spieghi come cazzo hai fatto a finire in quellâospedale di merda?â

Jane guardava fuori dal finestrino e sentiva pulsare leggermente il polso ferito.

âMi sono fatta maleâ.

Gary la guardÃ² per un attimo.

âMi prendi per il culo? Si era capito che non ci fossi andata per farti una messa in piega, Jane!â

âEro uscita a farmi una passeggiata, ho sbattuto il polso e mi sono fatta maleâ.

âBella spiegazione, complimentiâ.

Forse quella fu la conversazione piÃ¹ normale avuta con il padre in tutta la sua vita. Nonostante avesse torto le piaceva conversare con lui senza essere attaccata con parolacce e insulti tanto da farla piangere.

âTu, comunque sia, per una settimana, te ne stai a casa cosÃ¬ non combini altri guaiâ.

La settimana di detenzione casalinga passÃ² molto lentamente, tanto da costringere Jane a ripassare tutti gli argomenti che le erano piaciuti di piÃ¹, anche se era stanca di domandarsi come fosse stato possibile quel finale del tutto inatteso al suo piano.



* * *



Si stava facendo notte.

Presa da un senso di noia e considerato il fastidioso silenzio in cui era sommersa la casa, Jane approfittÃ² della fine della punizione imposta dal padre per scendere e farsi una passeggiata. Decise di entrare nel parco e dirigersi verso il posto in cui aveva tentato di togliersi la vita. Quando giunse nello stesso fazzoletto di terra in cui aveva raccolto il coraggio necessario per far saettare la lama dâacciaio contro il suo polso, realizzÃ² di sentirsi come un fantasma che visita luoghi a lui appartenuti, quandâera ancora in vita, quando ancora tutto era possibile. Chiuse un momento gli occhi come per richiamare alla mente, in ordine cronologico, tutte le immagini e le azioni eseguite quel giorno, un poâ come se avesse voluto analizzarne i punti salienti, i punti critici, i punti in cui qualcosa poteva andare diversamente e visse quella sensazione che, mentre teneva in mano lâarnese di suo padre, non lâaveva abbandonata un solo istante: la consapevolezza di poter incontrare, una volta suicidatasi, sua madre. Se quel piano avesse funzionato, non avrebbe avuto mai piÃ¹ lâopportunitÃ  di crescere, diventare una donna, abbracciare i suoi giorni migliori e quelli piÃ¹ difficili, avrebbe perso qualsiasi battaglia che la vita le avrebbe srotolato davanti, avrebbe rinunciato volontariamente a tutti i soli che sarebbero sorti per regalarle giornate felici; non avrebbe vissuto il tanto sognato e sperato amore che, come unâentitÃ  sfuggevole e timida, si nascondeva ai suoi occhi.

Esiste una giustificazione al suicidio? Anche non trovando una risposta adeguata, nÃ© tanto meno oggettivamente accettabile a quel dubbio, cercÃ² di valutare la motivazione che lâaveva spinta a tagliarsi le vene.

Scosse la testa non riuscendo a cancellare domande e visioni: il sangue che zampillava fuori dal polso, la testa che cominciava a girare eâ¦ e poi? Sembrava che il resto fosse stato cancellato segretamente da qualcuno. Cosâera successo durante quel lasso di tempo? La dottoressa aveva detto che lâavevano trovata seduta sui gradini dellâospedale.

âCosa ci fai qui a questâora?â Jane si voltÃ² allâimprovviso spaventata.

âNon dovresti girare da sola di notte. Potrebbe essere pericolosoâ.

Il cuore le cominciÃ² a battere forte; si rese conto che per fuggire doveva passargli per forza davanti. Quello che fece perÃ² fu rimanere perfettamente muta e immobile davanti a lui.

Il misterioso ragazzo la guardÃ². Aveva gli occhi di un marrone scuro quasi da sembrare neri. Gelarono completamente i suoi.

Notando una strana espressione sul volto del giovane sconosciuto, la ragazza cercÃ² di organizzare un piano di fuga valido ed efficiente, ma non câerano molte possibilitÃ  di attuarlo. La sua paura piÃ¹ grande era di essere placcata non appena gli fosse sfrecciata accanto per andarsene.

Guardando a terra, cercÃ² comunque di camminare verso lâuscita a passo lento, come se non esistesse.

âTe ne vai? Non voglio mica mangiartiâ.

Il suo era un tono sicuro. Era ancora contro quellâalbero. Con le mani in tasca.

Jane affrettÃ² il passo e con la paura addosso riuscÃ¬ a passare davanti al ragazzo senza essere placcata, nÃ© ostacolata in alcun modo. Con la coda dellâocchio vide perÃ² uno strano movimento di lui, come se con la schiena si fosse dato una spinta contro il tronco dellâalbero per riacquistare la posizione naturale e camminare verso di lei.

Questo bastÃ² per far correre Jane allâimpazzata verso lâuscita. Metteva un piede davanti allâaltro a una velocitÃ  che non avrebbe mai scommesso di avere; stava gridando aiuto, ma il parco era praticamente deserto.

SentÃ¬ alcuni rumori dietro di sÃ© e cercÃ² in ogni modo di accelerare ancora di piÃ¹; una volta fuori virÃ² a sinistra, attraversÃ² la strada e sfrecciÃ² verso casa a perdifiato.

Nel giro di pochissimi minuti si ritrovÃ² segregata in cameretta, con il fiato corto e la schiena sudata. Si tolse il giacchetto, lo lasciÃ² cadere a terra e andÃ² alla finestra.

SbirciÃ² fuori, nei pressi del parco, ma non vide nessuno.



* * *



La mattina seguente decise di farsi una passeggiata.

Anche se câerano molti ragazzini che correvano allâimpazzata, sarebbe stato ugualmente un momento perfetto per abbandonarsi a qualche passo allâaria aperta, non pensando a niente di particolarmente impegnativo o preoccupante.

Per buona parte del tempo rimase seduta su una panchina al lato del parco e, quando si accorse che si era fatta ormai lâora di pranzo, decise di andarsene, ma un attimo dopo si sentÃ¬ chiamare.

âEhi!â

Si girÃ². Era lo stesso ragazzo che il giorno prima cercava la sua attenzione. Gli diede le spalle e camminÃ² a passo svelto.

âMa perchÃ© scappi quando mi vedi? Non voglio mica mangiarti!â

Con la testa bassa e gli occhi che sembravano scannerizzare qualsiasi cosa ci fosse a terra, finse di non sentirlo. Si alzÃ² di scatto.

âDevo dirti una cosa. Aspetta!â

Automaticamente, come se quelle parole fossero cariche di una magia a lei estranea, avvertÃ¬ un misto di curiositÃ  e prudenza a cui sapeva di non voler resistere; fece uno sforzo e irruppe ugualmente in casa. Appena entrata si affrettÃ² ad andare alla finestra per spiarlo come lâultima volta. Non câera piÃ¹.

Si trattava del solito ragazzo in cerca di divertimento?

Fin dal giorno prima si rimproverava per non riuscire a controllare e gestire alcune parti del suo carattere che, scagliate verso gli altri, soprattutto se sconosciuti, non le procuravano altro che figuracce distorcendo la sua immagine. Ritornando al momento in cui il ragazzo aveva dichiarato di avere qualcosa da dirle, si rese conto che la sua reazione, anche se prudente, aveva finito per essere esageratamente diffidente, sfiorando cosÃ¬ quello che odiava: la maleducazione.

Affacciata alla finestra per un altro quarto dâora, lo intravide passeggiare con la testa abbassata, gli occhi spenti, ignorava tutti i bambini che gi sfrecciavano accanto. Senza contare il fatto che ce nâerano alcuni davvero impertinenti. Correvano proprio nella sua direzione e, se non fosse stato per lui che si spostava velocemente ogni volta, lo scontro sarebbe stato inevitabile; non ci fece caso piÃ¹ di tanto perchÃ© era presa dalle emozioni che le giravano in corpo. PerchÃ© quella strana paura che aveva di lui si era trasformata in curiositÃ ? Decise di fare, una volta tanto, come le pareva. Senza la maledetta bestia che le ordinava o le vietava qualcosa. Quel ragazzo le aveva messo cosÃ¬ tanta curiositÃ  da creare un conflitto tra Jane e la sua timidezza a tal punto da far combattere, per la prima volta in vita sua, la ragazza contro se stessa.

Diede unâultima occhiata alla finestra e lo vide seduto su unâaltalena. Scendendo sentiva di nuovo la paura iniziale. Era la prima volta che stava andando lei da un ragazzo. Non era mai successo ed era convinta che non sarebbe mai capitato. E invece quella volta era diverso. Si era stancata di essere prigioniera di se stessa e della vergogna e per una vita era stata ingiustamente la schiava di suo padre. Adesso basta. Con quella piccola follia, voleva andare contro ogni regola.

Raggiunto il parco cercÃ² di non dar troppa importanza al tremore delle gambe e si cimentÃ² a raggiungerlo. Un poâ sorpresa di vedere sopra le altalene due ragazzini abbastanza in carne che cercavano di dondolare in avanti e indietro aiutandosi con le gambe, si chiese dove si fosse cacciato. Non riusciva a individuarlo. GirÃ² per il parco per piÃ¹ di mezzâora guardando in tutti gli angoli, ma niente. Era sparito. Jane decise di dare unâocchiata anche nel famigerato posto in cui aveva deciso di farla finita, ma lui sembrÃ² essersi volatilizzato e cosÃ¬, inaspettatamente delusa, se ne andÃ².



* * *



Le aspettative riguardo alla giornata successiva non erano tanto migliori delle solite: Gary e Ginger erano partiti di nuovo chissÃ  per dove e, a casa da sola, si stava annoiando a morte. Aveva giÃ  completato e studiato la relazione di chimica, quindi la mattina venne consumata davanti alla televisione. Ogni tanto si andava ad affacciare alla finestra per accertarsi che il ragazzo misterioso non fosse in giro per il parco.

Appena finito di pranzare, Jane non sapeva come avrebbe potuto passare il resto della giornata. La noia era arrivata davvero al limite quindi, alla fine, decise di ripassare quello che aveva studiato.

A un certo punto, passando davanti alla camera della bestia per andare nella sua, Jane notÃ² con grande sorpresa che la porta era semichiusa. Con un poâ dâesitazione decise di entrarci, cosa che le era stata severamente proibita, un poâ come la sala di musica che non poteva essere frequentata dai non addetti. Entrando non potÃ© fare a meno di guardarsi alle spalle. Aveva il terrore di vederlo entrare, anche se sapeva benissimo che era impossibile: in quel momento solo Dio poteva sapere dove fosse.

Lâemozione era simile a quella dei ragazzi che provano a fumare in soffitta cercando e sperando di non essere scoperti dai genitori. Prendono con mano tremante lâaccendino, lo attivano e lo portano, incerti, vicino alla sigaretta. Jane si trovava nella stessa situazione. Credeva che se un poliziotto lâavesse vista lÃ¬ dentro lâavrebbe arrestata. Suo padre le aveva fatto venire il terrore di quella camera. Cosa poteva esserci di tanto segreto? Non se lo sapeva spiegare, era uno dei tanti misteri di quellâuomo e la noia di quella giornata la spinse a scoprirne qualcuno. AprÃ¬ le ante dellâarmadio per sbirciare dentro e si accorse che in basso a sinistra câera una piccola cassettiera che non aveva mai visto. Si mise in ginocchio e aprÃ¬ delicatamente il primo cassetto, trovando subito qualcosa di interessante. Alla vista di una âRevolver 44 magnumâ si sentÃ¬ gelare e invadere da un senso di agitazione. Jane chiuse immediatamente il cassetto cercando di far finta di niente e passare a quello centrale. Lo aprÃ¬ e vide solo un mucchio di lettere. Erano disposte in modo disordinato e ne prese una a caso. La lesse velocemente.



San Francisco 17/02/83



Caro Gary,

il periodo che sto passando con te Ã¨ a dir poco favoloso. Mi fai dimenticare di tutti i problemi che ho con mio marito. Ho commesso un grave errore a sposarlo! Quando lo chiediamo questo maledetto divorzio? Io non ce la faccio piÃ¹. Anche tu mi racconti sempre che non sopporti piÃ¹ tua moglie, quindi Ã¨ destino che dobbiamo scappare via insieme. Non ci posso credere che sei venuto a casa mia il giorno del vostro anniversario. Hai lasciato da sola tua moglie con il piccolo insetto, come la chiami tu. Che ridere! Le sta bene. Se fai cosÃ¬ significa che non Ã¨ una moglie che merita il tuo amore.

Sei da amare follemente.

So che non le dai tutte le attenzioni che dai a me.

Ã come se avessi due personalitÃ  e con me usi solo quella buona. Come dici spesso, tua moglie si merita il peggio di te. Ed Ã¨ giusto che tu glielo dia. Ora ti saluto. Ci vediamo mercoledÃ¬. Ti aspetto. Un bacio.



Con affetto, Katherine.



Gli occhi erano fissi sulla strana grafia della donna.

Lo sguardo di Jane percorreva ogni lineamento e analizzava ogni singola parola. Mentre rileggeva per la quinta volta la lettera le si formarono alcune immagini in testa, sfocate; suo padre che estrae la lettera dalla busta, i suoi avidi occhi divorano ogni pensiero perverso scritto dalla donna, sulla sua bocca nasce un malizioso sorriso; come se fossero quelli di un ventenne i suoi ormoni crescono, si moltiplicano. Nessuno sa che non vede lâora di incontrare Katherine per prenotare di nuovo quella camera dâalbergo, per bere champagne nudi, nella vasca da bagno ricoperta da petali di rosa, petali finti, di plastica. La donna dal seno prorompente che sâimmerge con lui nellâacqua bollente, i seni in faccia, lei che lo lecca dappertutto, lui che tira la testa allâindietro e si lascia andare, la perversione nei primi giochi erotici, le lancette dellâorologio non esistono piÃ¹, il tempo si Ã¨ trasformato in unâinutile banalitÃ  e ogni cosa Ã¨ al suo posto, proprio come quella stupida moglie che aspetta a casa e che dovrebbe passare il resto del suo tempo a pulire e stendere panni: per quello serve una moglie.

Il ruolo di bravâuomo, anni prima, gli era riuscito davvero bene; sua moglie, allâepoca, aveva ceduto veramente allâuomo che sembrava essere il suo, quello che si incontra una volta e mai piÃ¹.

Poi rilesse la cittÃ : San Francisco. Gary piÃ¹ di una volta aveva spiegato a Jane, a male parole, che si erano trasferiti a Seattle dopo lâincidente fatale costato la vita alla povera donna di casa. Il dolore, stando alle sue parole, era cosÃ¬ acuto che ogni cosa di quella cittÃ , ma soprattutto di quella casa, le ricordava lei e andare avanti cosÃ¬ era impossibile. Ma se quello che aveva scritto Katherine era vero e cioÃ¨ che se la spassava con lei, non era vero che la bestia amava sua moglie, anzi, la odiava! Quindi, era impossibile che avesse sofferto cosÃ¬ tanto.

Qualcosa non quadrava circa la motivazione del trasferimento.

Qualcosa di molto grande.



* * *

Jane scoprÃ¬ molto del passato del padre che prima le era totalmente sconosciuto.

Non immaginava neanche che avesse tutte quelle donne pronte a sposarlo, pronte a scappare con lui e a lasciare i propri mariti. Cosa aveva di affascinante suo padre? Non riusciva proprio a capirlo. PerchÃ© invece, da quanto capiva dalle lettere, con sua madre era un mostro? Se era vero che una parte buona ce lâaveva, perchÃ© non lâaveva usata con lâeffettiva moglie? Questo restÃ² un mistero fino a quando Jane non lesse altre decine e decine di lettere, scoprendo cosÃ¬ lati di queste donne che, negli scritti precedenti, non erano emersi. Da quanto si poteva dedurre, erano donne dipendenti da droghe, da uomini, donne sole da anni, vedove o infelici con il proprio marito. Erano queste le caratteristiche principali di chi impazziva per Gary. Si spiegÃ² solo con la lettura incredula di quelle lettere perchÃ© lasciasse sempre sole le donne di casa. Le uniche che avrebbe dovuto amare e proteggere. Invece, nei vaghi e pochi ricordi di Jane, erano ancora vive le botte che riservava alla moglie. Sua madre a terra, molto spesso sanguinante e lui che, dopo averla presa a calci come aveva fatto con lei al night, finiva per ubriacarsi in chissÃ  quale bar coi soldi che avrebbe potuto impiegare per comprare un misero giocattolo alla figlia. Lei, per quanto impotente, cercava di aiutare la mamma. Poi il vuoto. Non câera nessuna figura a popolare quel gap che Jane, anche dopo essersi sforzata molto, non riusciva a ricordare. Mancavano dei pezzi, degli anelli fondamentali che agganciassero i ricordi di quei giorni terribili, fino al famoso incidente di cui parlava il padre e che lei non ricordava. Forse il dolore le aveva cancellato quel terribile ricordo. Era questo che Jane, tolte le pochissime foto, conservava della madre. Tutto il resto non lo ricordava.

Jane sciolse i capelli togliendosi lâelastico rosso che li teneva raccolti in una sinuosa coda e si grattÃ² la nuca; la confusione che aveva in testa era indescrivibile; sperava che in quelle lettere ci fosse qualcosa che lâaiutasse a sapere altre cose che suo padre le aveva sempre tenuto nascoste, ma niente. Si lesse decine e decine di lettere di donne ninfomani che scrivevano con un linguaggio volgare e spesso provocatorio, un linguaggio che non lasciava spazio nÃ© a un poâ di passione nÃ© a un poâ di romanticismo.



Non appena Jane chiuse la porta della camera, sapeva benissimo di non poter rivelare a nessuno le due ore spese a leggere segretamente la posta privata del padre.

Gli interrogativi sullâintera faccenda sembravano moltiplicarsi senza freni; domande apparentemente senza risposte plausibili e fondate iniziarono a farle oscillare la testa. Fino ad allora aveva sempre trovato scuse ai suoi comportamenti: la violenza che usava con lei poteva essere uno sfogo, una grande rabbia che non riusciva a controllare se solo pensava alla moglie e al dolore provato dopo la sua morte. Ma adesso che sapeva qualcosa di piÃ¹ riguardo al suo oscuro passato, dopo lâuragano scatenato dalle lettere le sue ipotesi, giÃ  in bilico appena formulate, crollavano definitivamente. Jane aveva addirittura teorizzato che si fosse fidanzato con una tipa ridicola come Ginger perchÃ©, avendo avuto solo una donna nella sua vita, dopo tanti anni cercava di scaricare le sue pulsioni dâamore sullâunica donna che gli donava qualche attenzione, ma anche questa conclusione ora era completamente priva di senso.

Quelle lettere avevano vanificato ogni conoscenza che Jane possedeva sul conto del padre; avevano messo a nudo un uomo colmo di peccati e cattiverie. Stava visualizzando le sue mani, leggermente rugose, ma forti, che avevano toccato decine di donne sole, di donne che lo usavano per sesso e soldi. Sâimmaginava sua madre sola seduta sul divano, davanti alla televisione accesa, mentre fuori la pioggia batteva forte contro San Francisco.

Lui non câera.

Lei rimaneva a casa, anche durante il weekend. Intanto le lancette dellâorologio correvano veloci, il tempo di Grace si stava prosciugando e lei non si stava godendo niente della sua vita; quelle lancette, con precisione millimetrica, raggiunsero a gran velocitÃ  la sua ora, quella maledetta ora in cui si consumÃ² lâincidente letale che la strappÃ² via dalla faccia della terra.

Il tempo da quel momento in poi non aveva piÃ¹ senso.

Gary non aveva piÃ¹ senso.

E nemmeno Jane.

Grace era morta.

Tutto era finito.

Gioie e dolori.

Jane chiuse un attimo gli occhi, anche se percepiva il vuoto totale intorno e dentro di lei. Decise di scendere a fare lâennesima passeggiata nei paraggi di casa per distrarsi.

EvitÃ² di andare al parco, non aveva la minima intenzione di incontrare, se câera, quel ragazzo che sembrava cercare disperatamente la sua attenzione.

Era una fantastica giornata e non faceva tanto freddo. Il cielo era vestito dâun azzurro chiaro e delicato, qualche nuvola bianchissima di passaggio lo accarezzava. Tutto dava lâimpressione che fosse una bella e felice giornata, ma la ragazza dai capelli dâoro continuava a sentire dentro una sensazione di disagio assoluto. La veritÃ  che aveva appena scoperto, unita alla consapevolezza che quelli erano giorni in cui avrebbe dovuto essere morta, le provocava un notevole disorientamento. La cosa che le dava piÃ¹ angoscia e felicitÃ  allo stesso tempo era il pensiero che in quel momento, se fosse morta dopo quel pericoloso gesto, si sarebbe trovata con sua madre.

Il pessimismo, senza che se ne accorgesse, le si era giÃ  infiltrato ovunque come un orribile tumore che lancia le sue metastasi mortali; lo sgomento di Jane lasciava trasparire un senso dâingiustizia inaudito e produceva pensieri terribili: come batteri, erano capaci dâinfettare ogni suo sforzo di sollevarsi, svalorizzavano la voglia di andare avanti che pian piano cercava di costruirsi; quel vento freddo, incessante, soffiava ovunque lei andasse ed era talmente freddo da distruggerle, come castelli di sabbia, tutti i progressi, tutti i passi in avanti e le prospettive di non arrendersi.

La tragedia piÃ¹ grande risiedeva sulle sue labbra.

Tutti se ne sarebbero potuti accorgere.

Non sorrideva piÃ¹.



* * *



Sovrappensiero, Jane era arrivata davanti al parco.

DubitÃ² se entrare o meno perchÃ© accarezzava sia il timore di incontrarlo, sia la curiositÃ  insistente di saperne di piÃ¹ sul suo conto, come farebbe un investigatore pignolo quando, correlato al caso irrisolto di una vita, spunta quello che per lui Ã¨ un nuovo e prezioso indizio. Si mise seduta su unâaltalena e cercÃ² di rilassare le gambe. GuardÃ² il taglio sul polso e lo fissÃ² per una manciata di secondi. Si era rimarginato del tutto e ancora le faceva strano pensare che da quei sei centimetri circa di ferita si sarebbero potuti dileguare 21 anni di vita.

Cercando di allontanare quei pensieri, si concentrÃ² su qualcosa di meno spiacevole, ma quella battaglia mentale si consumÃ² senza un vero e proprio risultato soddisfacente.

Si era giÃ  fatto buio, i bambini ormai erano spariti, trascinati via sicuramente dalle mamme annoiate che gli ricordavano che si era ormai fatta ora di cena e che il freddo era ormai davvero insopportabile. In effetti anche il vento iniziÃ² a farsi sentire e Jane, alzandosi, decise definitivamente di chiudere lÃ¬ lâuscita pomeridiana.

Improvvisamente sentÃ¬ un rumore alle sue spalle. Si girÃ² di scatto con il cuore in gola. Un gattino camminava tranquillo dietro di lei, ignaro di tutto. Lo guardÃ² poi arrampicarsi agilmente su un albero. TirÃ² un sospiro di sollievo e sorrise.

Girandosi, perÃ², si trovÃ² davanti lâultima persona che avrebbe voluto vedere in quel momento.



* * *



Una pioggia di terrore le cadde addosso. Pietrificata dalla paura, si accorse che il ragazzo che tanto cercava di evitare le era comparso davanti come dâincanto, a pochi metri. Dâistinto Jane affondÃ² il suo sguardo negli occhi del misterioso ragazzo immobile, ma avvertÃ¬ subito un senso dâangoscia che lâavvolse in una soffocante stretta. Lâidea di affrontarlo e il coraggio di sconfiggere le sue paure sparirono.

Nonostante la curiositÃ  iniziale, mai avrebbe voluto trattenersi un secondo di piÃ¹, ma lui, rimanendo in piedi, sembrava volesse sbarrarle la strada; quello sguardo di ghiaccio, fisso e incollato al suo corpo, la inquietÃ².

âCi si rivedeâ esordÃ¬ lui con un tono basso.

La sua voce le entrÃ² nel corpo e sembrÃ² congelarla.

CercÃ² di abbozzargli un sorriso.

Sapeva che, se fosse stata in grado di sostenere quella conversazione, probabilmente se la sarebbe cavata con le parole, magari avrebbe potuto trovare una scusa e abbandonare quel maledetto parco, ma vederlo lÃ¬ davanti, in piedi, a pochissimi metri, provocava una feroce sensazione che vietava lâuso della parola, a favore di un indecifrabile silenzio.

Avrebbe voluto scappare via il piÃ¹ velocemente possibile, ma le gambe, come colonne di cemento, non le avrebbero permesso una corsa fluida.

A illuminare il ragazzo malintenzionato câera un solo lampione basso che, proiettando una luce ingiallita, sembrava messo in quella posizione appositamente da un famoso regista impegnato nella realizzazione del suo nuovo film horror.

âHai perso la lingua?â stuzzicÃ² lui inclinando leggermente la testa verso destra.

Jane scosse il capo.

âAllora perchÃ© non mi parli? DÃ¬, ti ho fatto qualcosa?â

Jane contÃ² fino a tre. Poi sarebbe scappata.

âAllora?â continuÃ² lui. âNon rispondi?â

Uno.

Il ragazzo sorrise e nella sua espressione sembrÃ² esserci un misto tra pena e rabbia.

Due.

âSe parliamo un poâ non ti mangio mica, ceno a casa non preoccuparti!â disse e, per ridere, il ragazzo buttÃ² la testa allâindietro e si lasciÃ² andare a una sonora risata.

Tre!

Jane scattÃ² dal suo posto con gran velocitÃ  e iniziÃ² a correre, anche se sentiva le gambe ormai atrofizzate dalla paura. Per un attimo si preoccupÃ² addirittura dellâandatura goffa e impacciata.

Ce lâaveva quasi fatta. Stava prendendo sempre piÃ¹ velocitÃ  quando a un certo punto il ragazzo, ormai alle sue spalle, gridÃ² qualcosa.

La paura che attanagliava Jane si trasformÃ² in un sentimento di confusione, ma anche di profonda e immediata riflessione.

La sua corsa si ridusse a un passo veloce, fino ad arrestarsi del tutto.



* * *

Gli dava le spalle.

Continuava a tenere gli occhi fissi sul cancello, ancora qualche passo e si sarebbe ritrovata fuori da quella che sembrava essere diventata la sua trappola. Come per alcuni processi che pretendono tempi precisi, anche lei si concesse qualche secondo per metabolizzare ogni parola che aveva appena udito. Si girÃ² prima lateralmente, come per controllare la situazione con la coda dellâocchio, per poi girarsi definitivamente.

Ancora non si dissero niente. La ragazza si avvicinÃ² a passi lenti, spogliata di ogni paura, concentrata su quello che adesso sembrava essere un ragazzo meno misterioso, meno straniero, meno nemico.

Quando si trovarono appena a qualche metro di distanza, Jane aprÃ¬ la bocca come per chiedergli di ripetere quello che aveva detto, ma lui lâanticipÃ².

âNon importa se scappi ogni volta che mi vediâ ripetÃ© il ragazzo riuscendo a usare le stesse parole di un attimo prima, âla cosa che conta Ã¨ che tu non venga per fare quello da cui ti ho tirata fuori lâultima voltaâ.

Jane sentÃ¬ inumidirsi gli occhi, guardÃ² quel giovane da una prospettiva nuova, riscoperta, piÃ¹ complessa sicuramente, ma anche piÃ¹ nuda, a un passo dalla veritÃ , come quando una persona ci meraviglia con qualcosa che avremmo scommesso non sarebbe potuto uscire dalla sua bocca, o con unâazione che, ai nostri occhi inquinati dal pregiudizio, non avrebbe mai potuto appartenere a chi abbiamo prepotentemente avuto lâardire di giudicare.

âQuindi tuâ¦â

Il ragazzo si allontanÃ² con qualche passo stanco dirigendosi verso lo scivolo piÃ¹ grande del parco giochi. Si sdraiÃ².

âHo soltanto fatto quello che mi sembrava piÃ¹ giusto fareâ.

Adesso che aveva realizzato a pieno il merito che quel ragazzo gestiva con evidente modestia, Jane gli attribuÃ¬ una specie di significato invisibile a occhi esterni; vedeva solo lei la gratitudine spontanea con la quale lo aveva rivestito. Nei pochi giorni di convalescenza aveva avuto lâoccasione, a mente fredda, di analizzare in modo minuzioso quello che aveva fatto e quello che aveva rischiato fino a rendersi conto dâaver commesso un grave errore. Inaspettatamente, perÃ², aveva scoperto chi le aveva permesso di rimediare allâerrore e, in quel momento, non potÃ© far altro che osservarlo sdraiato sullo scivolo, con lo sguardo sparato tra le stelle.

Avvicinandosi, potÃ© notare alcuni dettagli che, durante i minuti precedenti, attaccata da un senso di confusione e agitazione, erano abilmente sfuggiti alla sua attenzione: gli occhi profondi, il naso leggermente a punta, la bocca definita e carnosa, le orecchie minute e le marcate sopracciglia. Tutto questo disegnava un volto pulito e proporzionato al resto del corpo. Di colpo e senza motivo le vennero in mente dei compagni di classe: alcuni avevano teste enormi rispetto ai corpi gracili, alcuni lo strabismo di Venere, altri ancora avevano caratteristiche orribili, pessime espressioni, caratteri impossibili, voci rauche, occhi spenti. Guardare quel ragazzo fu come ricredersi sulla bellezza maschile, fu come lasciarsi andare e affermare tutto il suo fascino; non aveva di per sÃ© particolari caratteristiche fisiche, ma era soprattutto il suo sguardo a disorientarla.

âTi devo tuttoâ disse lei, come se quella fosse la conclusione del ragionamento mentale a cui lui non aveva assistito.

âNon l'ho fatto per ricevere qualcosa in cambioâ rispose lui rimanendo sdraiato, con le mani intrecciate dietro la nuca.

âMi hai salvato la vitaâ.

âSe non lo avessi fatto io, lo avrebbe fatto qualcun altro, non credi?â

âNon fare il modesto, il punto in cui....â la voce si spezzÃ². Riprese subito dopo pochi secondi. âMi trovavo in un posto isolato. So per certo che non c'era nessuno perchÃ© avevo controllato in precedenza quindi se nonâ¦â

âNon fa piÃ¹ nienteâ disse lui rizzandosi a sedere. âL'importante Ã¨ che sia andato tutto per il meglio, no?â Sorrise e, dopo un momento, si alzÃ² in piedi.

âIl sangueâ¦â riprese Jane con tono interrogatorio. Voleva vederci piÃ¹ chiaro. Parlare con gli sconosciuti, specie se uomini, le metteva un senso di ansia non indifferente, ma lui sembrava lâunica eccezione possibile. Lâunica e la sola valida.

âIl sangue?â

âNon ti ha impressionato tutto il mio sangue? Non ti sei sporcato?â domandÃ² velocemente.

âNon ce n'era tantissimoâ si difese lui.

âMa se ho perso i sensi!â sbottÃ² Jane.

âTi sembra necessario ora discutere sul come e perchÃ©? Non sei contenta di essere viva?â

Quella domanda retorica placÃ² la sua angoscia e ammise di aver esagerato. Che motivo c'era di farsi tante domande?

Non si fidava di lui?

Decise di non farne piÃ¹, anche se sfiorÃ² il pensiero di fargliene un'altra, l'ultima: perchÃ© lâaveva lasciata sul retro dellâospedale?



* * *



âIl cielo Ã¨ pieno di stelleâ se ne uscÃ¬ lui tenendo la testa buttata all'indietro.

Jane imitÃ² la sua posizione e si accorse che effettivamente il cielo aveva milioni di punti luce addosso, come un meraviglioso tappeto incastonato di preziosi diamanti.

âBello, non trovi?â

âMoltoâ rispose lei. Lo guardava, ma ogni tanto chinava gli occhi in basso. Non avrebbe voluto sparargli tutte quelle domande insieme e a gran voce, come invece aveva fatto

âOgni volta che alzo gli occhi al cielo mi viene in mente la storia che mi raccontÃ² mia madre, molti anni faâ disse lui continuando a tenere gli occhi fissi sulle stelle.

âSe ne hai voglia puoi raccontarmelaâ lo incoraggiÃ² Jane. Si sedette sull'altalena.

âQuando mia zia morÃ¬ in seguito a una brutta malattia, non riuscii a dormire piÃ¹ come prima. Era tutto per me e appena la persi mi dissi che la sua mancanza mi avrebbe tormentato per sempre; avrÃ² avuto circa otto anni e mia madre, quando per l'ennesima volta venne svegliata dai miei lamenti notturni, mi preparÃ² una tisana e mi chiese se avevo voglia di vedere mia ziaâ. Il ragazzo sorrise.

âChe faccia avrÃ² fatto non lo so, mi ricordo solo che gridai un forte 'sÃ¬'. Lei mi prese la mano, si diresse verso la grande finestra dalla sala e indicÃ² il cielo. Mi disse: 'La vedi quella stella laggiÃ¹? Non puoi sbagliarti, Ã¨ la piÃ¹ luminosa'. Io la fissai incantato e annuii. 'Quella Ã¨ zia. Adesso si Ã¨ trasformata in una stella. Ogni volta che vorrai la potrai guardare e salutare con il pensiero. Zia non se ne andrÃ  mai da lÃ¬'â.

Il ragazzo distolse lo sguardo da Jane per alzarlo di nuovo al cielo.

âNon dimenticherÃ² mai l'ingenua felicitÃ  che provai. Sapevo che in qualsiasi posto fossi andato, sarebbe bastato alzare la testa un attimo per guardarla quanto volevo. Questa dolce bugia riuscÃ¬ a farmi calmare e a farmi accettare meglio la sua morteâ.

Il sorriso che aveva tenuto per l'intera storia scomparve.

âÃ stata davvero molto delicata con i tuoi sentimentiâ osservÃ² la ragazza.

âSÃ¬. Col passare degli anni ovviamente la bugia di mia madre non teneva piÃ¹ e di questo ho pianto. Avevo perso la fiducia in quella stella. Ho sempre apprezzato il suo gesto, ma alla fine lâho pagato molto caro. Un po' come quando scopri che l'amato Babbo Natale non esisteâ disse lui tornando a sorridere.

Anche Jane si addolcÃ¬. Lei in realtÃ  non ci aveva mai creduto, ma questo non poteva dirglielo. Non poteva raccontargli, come aveva fatto lui, nemmeno un frammento della sua storia familiare. Gary, quando si avvicinava il fatidico giorno in cui si sarebbero dovuti scartare i regali, le ripeteva che doveva ringraziare il cielo di avere un tetto sopra la testa e il cibo tutti i giorni quando invece nel mondo c'erano tanti bambini che morivano di fame. La banale scusa serviva soltanto a farla sentire in colpa e a non farle desiderare nessun regalo; in questo modo non avrebbe speso un centesimo e tutti sarebbero stati piÃ¹ contenti, secondo il suo logico e perfetto ragionamento. Dopo svariati anni, Jane aveva perso del tutto la fiducia sia nella festa in sÃ©, sia in un tentativo da parte del padre di cambiare atteggiamento e non per comprarle chissÃ  cosa: bastava anche essere poco piÃ¹ gentili. Ma questo regalo, desiderato e gratuito, Gary non glielo aveva mai fatto.

âQuando guardo le stelle, perÃ², una parte di me, la piÃ¹ nascosta, ancora Ã¨ convinta che zia sia realmente quella stella. La piÃ¹ luminosa di tutteâ. Il ragazzo lanciÃ² un ultimo sguardo in alto, poi lo incrociÃ² con quello della ragazza.

âA volte abbiamo bisogno di credere in qualcosa che non esiste, non trovi?â

âSono perfettamente d'accordoâ anche se avrebbe voluto aggiungere altre mille parole, Jane si limitÃ² a un pensiero solo.

âCome ti chiami?â domandÃ² d'un tratto lei.

âIo mi chiamo Noelâ rispose dopo un attimo dâesitazione. âScusami se non mi sono presentato primaâ.

Jane si alzÃ² dallâaltalena dandogli la mano e lui l'afferrÃ² avvolgendola nella sua.

La ragazza si accorse che, nel momento in cui le loro mani si toccarono, il suo sguardo si fece molto piÃ¹ intenso e nella luce che intravedeva nei suoi occhi intuÃ¬ qualcosa che non andava, qualcosa di malvagio.

Lui serrÃ² i denti e diventÃ² serio.

All'improvviso Jane ebbe la terribile sensazione di essersi sbagliata sul conto di quel ragazzo.

RealizzÃ² che Noel aveva iniziato a stringerle la mano con - forse - l'intenzione di non lasciarla piÃ¹.



* * *



Lâattimo in cui credette dâaver visto il male negli occhi di Noel sembrÃ² infinito.

Quella forza in piÃ¹ che le era parso dâavvertire nel momento in cui le aveva stretto la mano, aveva avuto un effetto disastroso sul suo stato dâanimo, ma sembrava ormai essersi acquietato.

âCâÃ¨ qualcosa che non va?â le chiese Noel lasciandole finalmente la mano.

âNoâ rispose Jane con voce secca. Il cuore ancora batteva velocemente, perÃ² decise di non andarsene subito; sfidÃ² se stessa e cercÃ² di rimanere ancora davanti a lui per liberarsi della paura che, in qualche modo, le faceva vivere.

In quegli occhi scuri câera tanto mistero; Jane sentiva unâattrazione verso di lui che non riusciva a spiegarsi razionalmente, come se dâimprovviso avesse voluto sapere tutto di lui, ogni singola cosa, avrebbe voluto sapere di piÃ¹ sul suo passato, sulla famiglia.

Il conflitto dâemozioni che percepiva cercÃ² di nasconderlo dietro atteggiamenti disinvolti. âForse Ã¨ ora di tornare a casa, che ne dici?â propose non sopportando piÃ¹ lâangoscia che le aveva preso lo stomaco.

âIo rimango ancora un poâ quiâ rispose Noel.

IntrecciÃ² le mani dietro la testa e tornÃ² a fissare il cielo stellato.

âNon devi andare a cena?â

âSÃ¬, ma a casa mia si mangia sempre molto tardi: Ã¨ una brutta abitudine che ha imposto mio padre con i suoi scomodissimi orari di lavoroâ.

âIo vado, alloraâ chiuse lei. Sapeva che sarebbe stato poco educato non andargli accanto per salutarlo, ma non ne se curÃ². Lâidea di andargli vicino, talmente vicino e addirittura baciarlo sulla guancia, le sembrÃ² assurda. Non ce lâavrebbe fatta ad affrontare quello sguardo freddo e penetrante e sicuramente non ce lâavrebbe fatta a sfiorare la sua pelle. Quando lo salutÃ² con un cenno della mano e lui ricambiÃ², Jane fece per andarsene. Di passo in passo sâaccorse che forse aveva sbagliato a essere cosÃ¬ maleducata solo per aver dato ascolto alle sue paure egoiste, avrebbe dovuto farsi coraggio per salutarlo bene, anche se dentro sentiva un poâ di timore. Si fermÃ² un istante dopo aver percorso una decina di metri, il battito restÃ² veloce, non si era mai alterato. Si sarebbe scusata e con gentilezza gli avrebbe spiegato che non lo aveva salutato perchÃ©â¦

Jane si girÃ² e lo scivolo era vuoto.

Noel non câera piÃ¹.



Si alzÃ² dalla sedia quando entrÃ² il professore di chimica.

Gli studenti che ormai si erano accomodati non ebbero la minima intenzione di imitare il gesto di Jane, nemmeno per sogno.

Il professore lanciÃ² un'occhiata alla ragazza e le fece un sorriso.

"Grazie, puoi sedertiâ disse lui raggiungendo il posto in cattedra.

"La solita leccaculoâ osservÃ² Kris, posto centrale, prima fila. Il professore fece finta di non aver sentito.

"Ragazzi oggi dobbiamo assolutamente iniziare a spiegare la polaritÃ  della molecolaâ annunciÃ² aprendo il suo manuale.

"Io vado a casaâ sentenziÃ² una ragazza mora. Si alzÃ² dalla sedia e si diresse verso la porta.

"Paula, ti consiglio di ritornare al tuo posto dato che ti serve ascoltare questa lezione".

"Io invece ti consiglio di ritornare a casa dato che tua moglie starÃ  scopando con il tuo migliore amicoâ ruggÃ¬ lei sbattendo la porta. Qualcuno scoppiÃ² a ridere.

"Pagina 348â annunciÃ² lui un attimo dopo il prezioso consiglio della studentessa. Ovviamente nessuno aprÃ¬ il libro, ma il professore iniziÃ² a spiegare senza guardarli negli occhi. Rimaneva costantemente rivolto verso la lavagna, disegnava la sua graziosa cellula, scriveva le formule, gesticolava e restava, per tutta la durata della lezione, di spalle ai ragazzi.

Non appena Ashley si alzÃ² dal proprio posto a Jane mancÃ² l'aria per la paura.

"Piccola chimica delle mie palle, fuori i soldiâ sbottÃ², sicura che il professore non si sarebbe girato.

Jane la guardÃ² chiedendole pietÃ  con lo sguardo.

"Avanti porca puttana, non posso mica starti dietro tutto il santo giornoâ aggiunse agitando la mano protesa verso di lei.

La ragazza estrasse tre dollari dall'astuccio e, senza nemmeno porgerglieli, se li vide strappare via dalla sua nemica piÃ¹ agguerrita.

"Dammi anche la relazioneâ aggiunse Ashley.

"Quale relazione?"

La reginetta della scuola le diede un tremendo pizzico sul braccio.

"Non prendermi per il culo!â gridÃ² lei.

Il professore aveva quasi finito la sua lezione.

"Va bene, va beneâ si arrese. Dal quaderno estrasse la relazione che il professore aveva assegnato la settimana prima delle vacanze e che chiese subito dopo aver spiegato la polaritÃ  della molecola.

Ashley si alzÃ² e con passo deciso lo raggiunse.

"Professore, questo Ã¨ il mio compitoâ lo informÃ² ponendogli sotto agli occhi il foglio ben scritto; Jane aveva approfondito gli argomenti, disegnato a mano le illustrazioni, inserito anche le parole esatte dei grandi chimici che parlavano dell'argomento in questione.

"Perfetto Ashleyâ.

Le guardÃ² per un attimo la gentile scollatura che mostrava il seno poderoso e provocatorio.

"Come sempre sei l'unica che rispetta le mie consegne; se continui cosÃ¬ ti porterÃ² alla fine dell'anno con il massimo dei votiâ.

"Grazie professoreâ concluse lei e, soddisfatta, tornÃ² a sedersi.

"C'Ã¨ per caso qualcun altro che ha avuto il buonsenso di portare la relazione che avevo chiesto di fare?â

Nessuno rispose e quindi il professore uscÃ¬ dalla classe con la relazione di Jane tra le pagine della sua agenda.



Ashley si avvicinÃ² con aria minacciosa chiedendo sempre la stessa cosa. Jane cercava inutilmente di opporre resistenza, ma riusciva a fare solo una debolissima obiezione che non avrebbe intimorito nemmeno una bambina. La reginetta le sferrÃ² un calcio sulla tibia.

"Ashley, mi hai fatto male!â sbottÃ² Jane toccandosi la parte colpita.

"Jane, non vorrai mica farti malmenare ogni mattina, lo sai tanto ormai come funziona: possibile che io debba sempre ricordartelo?"

"Ti prego dalle questi soldiâ sâinfastidÃ¬ un ragazzo seduto qualche posto piÃ¹ avanti. "Sono due volte che te li chiede e due volte che fate storie. Paga e non stancareâ.

Jane le diede cinque dollari che aveva trovato il giorno prima per puro caso tra alcune cianfrusaglie.

Ashley prese silenziosamente i soldi, si avvicinÃ² al ragazzo che aveva osato mettersi in mezzo alle sue faccende e gli assestÃ² una violenta ginocchiata sui genitali. Il ragazzo si piegÃ² su se stesso e si accasciÃ² a terra senza fiato.

"Da domani portameli anche tu un po' di soldiâ aggiunse sistemandosi una ciocca di capelli fuori posto.

"Io non....â cercÃ² di dire qualcosa, ma quando Ashley gli affondÃ² pesantemente un piede in mezzo alle gambe, il ragazzo si affrettÃ² a dire che avrebbe portato la grana giÃ  dal giorno successivo.

Quando la reginetta si mise a sedere le sue amiche la guardarono un attimo allibite, forse impaurite, poi parlarono l'una sopra all'altra pur di complimentarsi con lei.



* * *



La lettera dell'uomo che temeva di piÃ¹ in assoluto gli venne recapitata a mano da un giovane che, furtivo, si guardava intorno per essere sicuro che nessuno lo vedesse.

"Questa gliela manda il capoâ informÃ² consegnandogli una busta bianca; Gary la prese e se la infilÃ² subito in tasca. "Nessun errore. La serata, non appena lui sarÃ  qui, dev'essere perfetta. Se ti devi rifare questa sarÃ  lâoccasione giusta per rimediare agli errori commessiâ. Il ragazzo se ne andÃ² senza salutare, si limitÃ² a sistemare il berretto che gli era calato da una parte. Gary digrignÃ² i denti e tornÃ² subito a casa nonostante fosse diretto a sbrigare un paio di faccende in centro. Si rifugiÃ² in camera sua chiudendo a chiave la porta.

"Jolie non venire in camera, oggi non la pulire per niente, va bene?â disse estraendo la lettera.

"Sei sicuro Gary? Potrei ancheâ¦â

"No, oggi non devi pulire la mia camera!â gridÃ² con foga. Sempre senza esagerare, non poteva superare i limiti con Jolie.

"La camera non la pulisco, ma quel tono non lo usare con me, mi sono spiegata?â rispose lei che stava dietro la porta della camera da letto per essere sicura di farsi sentire bene.

"D'accordo, dâaccordoâ aggiunse lui per chiudere in fretta la discussione. Quando sentÃ¬ i suoi passi allontanarsi, finalmente potÃ© dedicarsi alla lettera. L'aprÃ¬ con l'emozione che si prova quando si legge o si tiene tra le mani qualcosa di incredibilmente proibito. Si accinse subito a leggerne il contenuto.



Tra una settimana esatta sarÃ² di nuovo a Seattle. Devi rimediare agli errori fatti altrimenti, stavolta, non ti risparmio. Sai come farmi divertire. Giocati bene questa possibilitÃ .

Ã lâultima.

R.H



SentÃ¬ la faccia andare a fuoco. Ogni cosa dipendeva dalle mosse che avrebbe fatto, lui stesso era racchiuso nelle sue mani; una mossa sbagliata, solo una e sarebbe stato fatto fuori. RÃ¼tger era un uomo perfido, ma lo sarebbe diventato ancora di piÃ¹ se di mezzo ci fosse stato il profumo di una donna interessante. Era la sua peggior malattia, andava fuori di testa non appena ne vedeva una giovane e bella e se qualcuno, come Gary, per un motivo o per un altro glielâavesse tolta da davanti gli occhi, si sarebbe infuriato. Si sedette sul bordo del letto sperando che il forte mal di testa si sarebbe placato nel giro di qualche minuto. Rimase senza fiato mentre il suo cervello intensificava i pensieri, creando solo centinaia di problemi, di domande senza focalizzarsi su ipotetiche soluzioni: come fare per accontentarlo? Qualsiasi cosa avesse fatto sarebbe bastata? Avrebbe dovuto far ricorso a ogni sua capacitÃ  organizzativa, avrebbe pregato la fortuna e l'avrebbe implorata di non tradirlo; avrebbe ucciso tutti i suoi conoscenti pur di non fallire in quel delicato compito senza precedenti. Fece forza sulle ginocchia e si alzÃ² nonostante la rabbia che aveva dentro pesasse una tonnellata. Raggiunse il suo armadio e fece per far scattare la serratura con la piccola chiave di bronzo, ma si accorse che qualcuno aveva aperto le due ante senza richiudere il mobile a chiave. Era stato chiaro da sempre con Jane, Jolie e Ginger: nessuno, per nessun motivo, in nessun'occasione, mai e poi mai avrebbe dovuto aprire quell'armadio. Tutte e tre avevano risposto che avrebbero mantenuto la parola. Gary socchiuse gli occhi e serrÃ² i denti. IniziÃ² a respirare a fatica. AprÃ¬ di scatto l'anta e si accorse di qualcosa di agghiacciante relativo alla sua cassettiera. Il suo cuore battÃ© all'impazzata e la gola gli si seccÃ² in una sola manciata di interminabili secondi: un minuscolo triangolino di carta bianca usciva fuori dal terzo cassetto: qualcuno aveva frugato tra le lettere e adesso sapeva tutto sul suo passato.

Chiuse gli occhi e si disse che quella volta avrebbe ucciso qualcuno.

* * *



Per i corridoi sembrava di vivere un intervallo ininterrotto: i ragazzi giravano tranquillamente e, tra grida e schiamazzi, sprecavano le ore che avrebbero dovuto impiegare per imparare qualcosa. Come ogni giorno il suo sguardo finÃ¬ inevitabilmente sulla porta della stanza proibita, quella in cui nessuno aveva il diritto di entrare. Quel velo di mistero affascinava Jane che, curiosa, andÃ² a leggere un foglio affisso al centro della porta. Il messaggio era composto da un'unica frase che informava gli studenti della possibilitÃ  di partecipare al concorso musicale di fine anno che, da quando era stato effettuato il restauro, si teneva con cadenza regolare; gli invitati, fino all'anno precedente, erano stati sempre numerosi e molto soddisfatti dello spettacolo offerto, anche grazie a una delle piÃ¹ straordinarie musiciste del mondo: Sarah Kattabel. Una donna di quarant'anni che aveva rapito tutta la stima e l'ammirazione di Jane. La adorava; ogni volta che la incontrava di sfuggita nei corridoi del liceo, la salutava; solo un paio di volte aveva avuto il piacere nonchÃ© l'onore di parlarci di persona. Era successo due anni prima, quando, tra i professori, era corsa la voce di Jane e dellâesame scritto che aveva sostenuto su Mozart. Il suo professore di lettere era rimasto talmente tanto impressionato dallo stile di scrittura, dal contenuto e dal messaggio retorico nascosto dietro quello che doveva essere solo un tema su un musicista a piacere, che lo aveva fatto leggere ai suoi colleghi, fino a farlo avere alla famigerata Sarah Kattabel. Entusiasta, aveva detto che dopo anni di studio sui libri piÃ¹ disparati, non aveva mai letto nulla di equiparabile a quello che una giovane studentessa era riuscita magnificamente a scrivere su uno dei compositori musicali piÃ¹ geniali. Aveva infatti voluto incontrarla per complimentarsi personalmente con lei.

Jane non avrebbe mai piÃ¹ dimenticato l'incredibile emozione che la sconvolse quando si ritrovÃ² a chiacchierare con una grande donna che considerava a tutti gli effetti un idolo. Legati al nome di Sarah, inoltre, câerano i sette segreti della magnifica melodia da lei stessa creata: tutti avrebbero voluto saperli, ma a quanto sembrava la musicista non li aveva rivelati a nessuno.

Appena letto il foglio appeso sulla porta, uscÃ¬ un ragazzo con uno spartito in mano e in quel momento Jane cercÃ² di buttare un'occhiata all'interno della stanza tanto segreta: quello che riuscÃ¬ a vedere fu semplicemente la sagoma veloce di una ragazza che passava.

Teneva la chitarra in mano e un plettro tra le labbra.



* * *



Sarah Kattabel veniva dal Massachusetts, esattamente da Haverhill. Fin da bambina si mostrava sveglia e acuta, anche se la precoce genialitÃ  musicale che le scorreva nelle vene non venne nÃ© scovata nÃ© tanto meno lontanamente intuita dai genitori. A tavola si parlava del direttore della fabbrica di ceramica in cui lavorava il padre, poi si passava al vice direttore della fabbrica, alle troppe ore della fabbrica, ai pochi o ai troppi ordini arrivati in fabbrica: sempre e solo la fabbrica. Quando Sarah, ormai una signorina di quindici anni, cercava di argomentare qualcosa di diverso a tavola, per esempio citando qualche politico americano o qualche autore letterario, il padre, puntualmente, rispondeva: "Loro basta che indossino giacche e cravatte, che ne sanno che si passa in fabbrica!"

Quando poi si tirava in ballo un artista: "E che gliene frega a Michelangelo che io domani devo alzarmi alle cinque, Ã¨ bello che morto, beato lui!"

Sarah, nonostante la volontÃ , nonostante un velo di tristezza che le ricordava che tanto ogni speranza, con lui, era persa, non poteva fare a meno di sorridere alle battute spontanee anche se a volte volgari e scurrili, dell'uomo che per anni le aveva permesso di studiare a scuola, di studiare la musica, di vestirsi e di cibarsi.

Non le chiedeva mai come fosse andata la giornata, o se si trovasse bene a frequentare il corso di musica, perÃ² non si era mai tirato indietro nel farle fare quello che desiderava nonostante ritenesse sbagliato studiare anzichÃ© cominciare subito a lavorare. Sarah aveva sempre avuto una strana sicurezza su ciÃ² che passava per la testa del padre quando le dava i soldi per pagare la rata del corso di musica; era certa che pensasse fossero solo soldi buttati, che non sarebbero mai tornati indietro in nessuna maniera; lo pensava perchÃ© non glieli aveva mai dati con il sorriso, mai una volta che le avesse chiesto se si divertiva o se imparava qualcosa di nuovo, se il professore era bravo. Niente di niente.

Il giorno in cui litigarono non lo avrebbero mai dimenticato, soprattutto Sarah che, dopo aver mandato giÃ¹ unâinfinitÃ  di bocconi amari, esplose gridandogli quello che pensava ogni volta che lo guardava negli occhi.

âTi sembra normale che parli e che pensi solo alla fabbrica? Qualcuno te lo ha mai detto che io non sono una figlia fatta di ceramica? Ho forse dei sentimenti che tu non hai mai capito e adesso che mi serve il tuo appoggio, sei sempre contro di me!â

Quella discussione avvenne subito dopo la grande notizia che entrÃ² in casa Kattabel come un uragano.

Qualcuno che avrebbe distrutto la loro famiglia con la notizia che stava portando con gioia, quel pomeriggio, alle quindici in punto, bussÃ² alla porta battendo due colpi forti e decisi.

Tamara, la madre, aprÃ¬ pensando fosse la sua vicina alla quale aveva chiesto poco prima, per telefono, un paio di limoni, e invece sulla soglia si materializzÃ² uno dei piÃ¹ grandi critici musicali del mondo: Benjamin Woolf.

Quel giorno passÃ² alla storia. Quando il critico annunciÃ² alla famiglia di voler prendere sotto la sua ala Sarah, sia la madre che il padre fecero presente che il futuro della giovane sarebbe stato quello di terminare gli studi per poi iniziare a lavorare. Non importava se in fabbrica come segretaria o chissÃ  dove, la cosa che premeva di piÃ¹ a loro era vederla occupare un posto fisso, a tempo indeterminato, che le avrebbe permesso di mangiare. âLa musica non la sfamerÃ  maiâ diceva Tamara.

In quellâoccasione la risposta fu negativa. Il critico musicale andÃ² via da casa Kattabel stupito e confuso, non si sarebbe mai aspettato un rifiuto a una sua proposta. Tutti sapevano che avrebbe lanciato in alto qualsiasi artista in cui vedeva talento.

La svolta per la musicista arrivÃ² un anno dopo, quando si esibÃ¬ in un teatro cittadino e lui, Benjamin, era seduto tra il pubblico. Dietro le quinte le fece unâaltra proposta, lâultima. âPrendere o lasciareâ le disse.

Sarah scappÃ² da casa con i soldi della sorella, che le aveva detto di essere dalla sua parte, e si trasferÃ¬ nella cittÃ  di Benjamin (fu lui a dirle che la sua era una musica magnifica): da lÃ¬ iniziÃ² il duro ma fortunato cammino che la portÃ² a essere la piÃ¹ grande musicista contemporanea.



* * *



Dopo il ragazzo con lo spartito in mano, a uscire fu proprio Sarah Kattabel. Quando vide Jane la salutÃ² con un cenno della mano prima di avvicinarcisi.

âBuongiorno, signorina Madisonâ disse sfoderando un gran sorriso.

Anche Jane stirÃ² le labbra in maniera naturale e spontanea. I denti bianchissimi e perfettamente allineati erano rivolti verso la sua eroina.

âBuongiorno a lei, professoressa Kattabelâ rispose la ragazza che, soltanto per guardarla negli occhi, faceva una gran fatica a non balbettare e a tenersi in piedi sulle gambe che le tremavano dallâemozione.

âTe lo dico ogni anno da quando ho letto il tuo meraviglioso tema su Mozart, ma tu puntualmente respingi la mia proposta: vuoi partecipare al concorso musicale di questâanno?â chiese lei dando alla domanda un tono retorico, come se sapesse lâesito della risposta.

âIo, professoressa, non so seâ¦â Jane bofonchiÃ² qualcosa fino a che lei non la interruppe porgendole lo stesso foglio che era stato appeso sulla porta della sala.

âSono sicura che per scrivere certe cose sulla musica non puoi che essere una gran musicistaâ disse lei sorridendo.

Jane diede una rapida occhiata al foglio, ma era convinta che nemmeno quellâanno avrebbe partecipato.

âA me piacerebbe, ma non so suonare bene il pianoforte a tal punto da sostenere un concorsoâ spiegÃ² nella speranza di chiudere immediatamente quellâargomento; non lo voleva ammettere nemmeno a se stessa, ma lâidea di suonare il suo strumento preferito davanti al pubblico come quello che câera ogni anno le faceva paura. Câerano pochi soggetti validi in quel liceo, ma erano sempre capaci di riempire la sala presentando le famiglie al completo, amici e talvolta anche qualche sconosciuto.

âNon ho nemmeno mai visto la nuova sala della musicaâ azzardÃ² lei.

Sarah sorrise per farle capire che aveva afferrato il vero senso di quellâaffermazione.

âAdesso devo sbrigare alcune faccende. Ci vediamo alla fine delle lezioni davanti alla sala. E ti dirÃ² un paio di cose sia sul pianoforte sia sulle brutte cose che hai dettoâ. Girandosi le lanciÃ² unâocchiata complice.

âQuali cose?â domandÃ² preoccupata.

âNon sono capace, ho paura, forseâ¦ bla bla blaâ rispose la musicista mentre si allontanava.



* * *



Probabilmente Sarah non sarebbe mai venuta.

Jane si trovava davanti alla porta della sala ormai da venti minuti; aveva visto uscire tutti i ragazzi e le ragazze dalle rispettive aule, ma della professoressa nemmeno lâombra. Dopo quasi quaranta minuti, prese lo zaino da terra e se lo mise sulle spalle, si allacciÃ² il giacchetto tirando fin su la zip e fece per allontanarsi rassegnata, quando una voce calda e femminile la chiamÃ² da dietro.

âProfessoressa!â esclamÃ² felice.

âJane cara, scusami per il ritardo, ma sono stata in presidenza fino a ora. Odio la burocrazia scolastica!â disse sbuffando.

âNon si preoccupi, io credevo si fosse dimenticataâ confessÃ² pentendosi subito di tutta quellâinsolenza. Le uscÃ¬ di getto.

âFigurati! Io ci tengo a far avvicinare gli studenti alla musicaâ affermÃ² lei estraendo dalla sua borsa avana un mazzo di chiavi.

Jane non stava piÃ¹ nella pelle; ogni volta che passava davanti a quella stanza moriva dalla voglia dâentrarci, ma unâinevitabile timidezza le impediva di chiedere informazioni o addirittura di iscriversi ai corsi di Sarah Kattabel.

Finalmente la musicista scelse la chiave giusta, la infilÃ² nella toppa color bronzo e la girÃ² in senso antiorario per tre volte. Per un istante guardÃ² la giovane studentessa come per prepararla psicologicamente a qualcosa che avrebbe visto solamente allâinterno di quelle quattro mura; Jane sospirÃ² istintivamente per rilassare il corpo, mentre mani e gambe erano pervase da un leggero e costante tremolio.

âMi dispiace averle chiesto di farmi vedere la sala, ma sono talmente curiosa diâ¦â Jane non fece in tempo a far capire alla professoressa il suo disagio nellâaverla disturbata, che lei la interruppe immediatamente.

âSono felicissima che tu mi abbia fatto capire che avevi voglia di vederla o, magari, di provare a iniziare a suonare, ne sarei onorata. Allora, vogliamo entrare?â

Senza aspettare la sua risposta, la professoressa spalancÃ² la porta e le due si tuffarono allâinterno della sala.



* * *



Meraviglioso.

A Jane non venivano in mente altri aggettivi per descrivere con chiarezza e precisione il complesso di oggetti, arredamenti, strumenti e meticolosi particolari che rendevano unica quella stanza.

Le quattrocento sedie rosse, comode come quelle del cinema che distava pochi metri dallâistituto, erano state divise in quattro gruppi da cento; ognuno di essi formava un quadrato dieci per dieci. Il palco invece si trovava in fondo alla sala e toccava entrambe le pareti laterali cosÃ¬ da avere il massimo della visibilitÃ ; un grande sipario rosso perÃ² nascondeva tutto quello che câera dietro.

Quando Jane alzÃ² la testa notÃ² gli spettacolari lampadari che come gocce di pioggia su un vetro scendevano lunghi e ornati, formati da decine di lampadine con la testa affusolata che si avvolgeva per qualche giro su se stessa fino a terminare in una punta spigolosa.

Ai lati della sala si succedevano diverse bacheche di vetro con le foto dei vari vincitori dei concorsi precedenti. In alto invece erano appesi quadri che ritraevano esclusivamente Sarah Kattabel: lei al pianoforte, lei in un teatro di Parigi, lei circondata dai ragazzi della Royal College of Music di Londra, lei al Teatro Real di Madrid.

âNon ho parole!â esclamÃ² la studentessa continuando a guardarsi intorno. PassÃ² una mano su una sedia e ne sentÃ¬ la stoffa morbida.

âÃ tutto bellissimo, questa sala Ã¨ cosÃ¬ diversa dal resto dellâistitutoâ.

âCi abbiamo lavorato duramenteâ rispose Sarah guardandola come fosse la prima volta. I suoi occhi si riempirono di luce al solo ricordo di quanta fatica era stato necessario sopportare nel corso degli anni prima di vedere costruita una bellezza simile.

âOgni volta che si tiene il concorso si fa il tutto esaurito, vero?â domandÃ² Jane, anche se conosceva perfettamente la risposta.

âSempre, ogni anno. Non Ã¨ mai avanzato un postoâ rispose la musicista con fierezza.

Jane si avvicinÃ² ai quadri e sembrÃ² studiarli uno per uno con scrupolosa attenzione come farebbe un falsario mentre guarda lâopera da copiare.

âProfessoressa, posso farle una domanda?â

âTi ho giÃ  detto che puoi chiamarmi Sarah o sbaglio?â disse lei fingendo di rimproverarla.

âPosso davvero?â domandÃ² Jane. Era un sogno, si disse, sicuramente quello era un sogno.

âFine di ogni formalitÃ â.

âGrazie, Sarahâ.

âAllora, volevi chiedermi qualcosa?â disse per riprendere il filo del discorso.

âSÃ¬: perchÃ© suoni in questo liceo nonostante il tuo immenso successo?â

PosÃ² la borsa su una delle sedie e con la testa le fece un cenno.

âVieni con meâ.

La professoressa la precedette, le fece salire i sei scalini laterali e la posizionÃ² al centro del palco, davanti al pesante tendone rosso che divideva gli artisti dal pubblico.

âQuando aprirÃ² questo sipario sono sicura che risponderÃ², senza parlare, a ogni tua domanda. Sei pronta?â domandÃ² lei puntando lâindice destro su un tasto bianco al centro del quadro elettrico generale.

âSono prontaâ mentÃ¬ lei.

Con un movimento fluido e continuo il sipario si spalancÃ², Jane allargÃ² gli occhi e, effettivamente, ogni sua domanda sparÃ¬ del tutto.



* * *



Trovarsi davanti a tutte quelle sedie vuote dava unâemozione di gran lunga superiore a quella che ognuno avrebbe potuto immaginare.

Jane Madison rimase immobile al suo posto: in quelle sedie vuote vide, come in un flash interminabile, persone di varia estrazione sociale, uomini e donne, signori anziani, qualche bambino, qualche suo coetaneo, parenti venuti da lontano; riuscÃ¬ persino a sentire quel rumore di sottofondo, anche se minimo, che fa una folla che cerca di rimanere in silenzio, mentre ascolta le ultime delicatissime note del pianoforte. Un attimo di pausa in cui Ã¨ congelato tutto il terrore dellâartista che teme dâaver fallito, poi lo scoppio di un grandioso applauso, mani che si agitano e si scontrano tra di loro per manifestare al meglio il gioioso fiume dâemozioni che lâartista ha fatto scaturire nei cuori dei presenti.

Jane si girÃ² verso Sarah.

âTi sei immaginata la folla, vero?â le domandÃ², come se le avesse appena letto segretamente il pensiero.

âSÃ¬â rispose la ragazza incredula. âCome hai fatto?â

âOgni artista in fasce lo fa: come lâartista emergente che durante la proiezione di un film non riesce a vedere altro che il suo di film o come lo scrittore che tra gli scaffali delle librerie di tutto il mondo vede solo il suo romanzoâ. Sarah gettÃ² gli occhi in pasto alle centinaia di poltrone.

âCome me quando ho visto per la prima volta una platea del genereâ raccontÃ² lei. âLâeffetto Ã¨ quello di immaginarsi, anche per un solo frammento di secondo, di essere il piÃ¹ grande, lâinimitabile, colei o colui che mai era nato prima nella storia; allora vedi le persone che si alzano per applaudire il tuo genio. Chi ti stringe la mano, chi ti chiede lâautografo, chi la foto, chi vorrebbe essere come te. Il vero artista raggiunge tutto ciÃ², ma non Ã¨ questo a renderlo feliceâ.

Jane si accigliÃ².

âIl vero artista non crede che sia stato il pubblico a raggiungere il suo talento, ma che sia stato il talento a raggiungere le persone, sono punti di vista: io la vedo cosÃ¬â.

âPer quanto riguarda il motivo per cui insegno qui, beh, sono convinta che la musica possa salvare i giovani in difficoltÃ ; nel corso degli anni, ho visto alcuni ragazzi abbandonare certi mondi terrificanti come violenza, droga, depressione; quando hanno incontrato il loro strumento che non sapevano di amare, tutto Ã¨ cambiato fino a migliorargli la vita; si sfogavano, creavano, emozionavano e molti hanno capito che quella era la loro strada quando hanno provato lâemozione che hai provato tu stando davanti alla sala vuota: lÃ¬, come unâilluminazione improvvisa, hanno capito quale doveva essere il prosieguo della loro storia iniziata malissimo. In alcuni casi la musica ha fatto e sono sicura che farÃ  ancora altri miracoli. Io mi sento dâessere venuta in questa scuola con una missione: salvare piÃ¹ persone possibili con questâarte. Ci sono perÃ² anche altri casi in cui i ragazzi hanno una visione distorta della musica e credono serva solo a diventare famosi fino a che, nelle loro teste, quello diviene il solo e unico obiettivoâ.

âEffettivamente Ã¨ vero, ma dimmi: perchÃ© si sogna di essere famosi?â domandÃ² Jane spostandosi dal centro del palco. Anche se la bellissima sala era vuota, si sentiva in soggezione a rimanere lÃ¬.

âDiventare famosi Ã¨ solo la conferma che quello che si fa Ã¨ fatto bene, ma in certi casi questo non Ã¨ veroâ rispose enigmaticamente la musicista che, sfiorando i tasti bianchi e neri di un pianoforte a lato del palco, parve rattristarsi al ricordo di un qualcosa di lontano e cupo.

âVuoi dire che lâeterno artista emergente rimarrÃ  infelice per sempre per non aver raggiunto la fama?â

âPer molti Ã¨ cosÃ¬ e probabilmente non stiamo parlando di veri artistiâ disse lei. Poi la guardÃ² negli occhi.

âSei famosa quando suoni un pezzo e chi ti ascolta, anche solo una persona, piange. Famosa per quella persona. Esiste una fama piÃ¹ gratificante?â

Jane sembrÃ² riflettere a fondo.

âNon confondere mai la bravura di una persona con il suo successo, Jane: conosco pianisti mille volte piÃ¹ bravi di me che perÃ² lavorano undici ore al giorno, sei giorni a settimana in un ufficio e fanno fatica ad arrivare a fine mese. Apri il cuore e valuta la bravura di una persona, un poâ come ho fatto io quando stavo per prendere il treno alla stazione di Manchester. Lâartista che mi ha emozionato di piÃ¹ nella mia vita chiedeva lâelemosina, scalzo, a dicembre, davanti a una vecchia chiesa abbandonataâ.



* * *



âSono tornata da lui il giorno dopo, ma non lâho ritrovato mai piÃ¹â. Sarah si era seduta sullo sgabello disposto davanti al pianoforte.

âProbabilmenteâ¦â

âLo avevano uccisoâ tagliÃ² corto lei.

Jane alzÃ² le sopracciglia incredula.

âMe lo spiegÃ² il proprietario di un bar lÃ¬ vicino: alcuni amici sui trentâanni erano stati a bere da lui per tutta la serata, poi, infastiditi dalla musica, erano usciti e, a forza di botte, avevano finito per ucciderloâ. La professoressa sospirÃ².

âDa non crederciâ rispose Jane avvicinandosi di qualche passo; le piaceva cogliere sul volto di Sarah le impercettibili smorfie che faceva mentre, concentrata nei ricordi lontani, raccontava i vari episodi inerenti alla particolare chiacchierata intrapresa.

âTutto questo per dirti che lâarte Ã¨ un mondo a parte; Ã¨ vero che ci sono persone famose che sono acclamate, ma Ã¨ anche vero che troverai spesso geni poveri e poveri geniâ concluse lei. âSei dâaccordo?â

âDecisamenteâ. SoffocÃ² lâidea di chiederle in quale categoria si collocasse.

Sarah si alzÃ² dallo sgabello e fece un cenno a Jane. Voleva che si mettesse seduta.

âDovrei suonare?â chiese la ragazza incerta. Non sapeva fare praticamente nulla davanti ai tasti bianchi e neri.

âSieditiâ incitÃ² la musicista.

Jane obbedÃ¬ e si accorse dellâestrema morbidezza dello sgabello. PosÃ² le dita sui tasti e li carezzÃ² dolcemente, senza premerli.

âNon esplode se ne spingi unoâ scherzÃ² Sarah.

Premette un tasto a caso.

âVorrei davvero imparare a suonarlo; tu saresti disposta a insegnarmi le basi?â domandÃ² Jane. Nella sua voce riconobbe un tono di sicurezza finalmente, come se quel contatto le avesse scatenato dentro un indefinibile incantesimo senza nome.

âCerto che sarei disposta. Ne sarei anche feliceâ aggiunse lei.

âAllora considerami una tua allievaâ.



* * *



Una seconda possibilitÃ .

Le era stata concessa da un giovane sconosciuto entrato nella sua vita allâimprovviso, senza presentazioni, senza nessuna formalitÃ , come la testa di un minuscolo fiore che spunta fuori dalle viscere di una parete rocciosa. Le aveva salvato la vita senza vantarsene o pretendere alcunchÃ© in cambio e adesso, dopo che Sarah Kattabel aveva accettato di impartirle lezioni di pianoforte, quella seconda possibilitÃ  iniziava a colorarsi di un senso tutto nuovo ed era pronta a vivere la seconda vita che le era stata concessa; aveva promesso a se stessa che non avrebbe ripetuto mai piÃ¹ un errore simile. Forse era questo ciÃ² di cui a volte parlava la luce che aveva negli occhi quel ragazzo e che Jane, come unâabile ed esperta esploratrice, aveva scoperto. Ogni volta che la guardava, le dava un senso indefinito, ma forte, di quello che Noel riusciva a trasmettere. Solo avvolta in quello sguardo, si poteva leggere la voglia di vivere e di godersi ogni attimo che quel ragazzo aveva nellâunica vita che gli avevano dato; avrebbe dovuto registrare nella pellicola della sua memoria lâespressione che assumeva quando parlava o quando le diceva una cosa e subito dopo sorrideva godendo di una felicitÃ  palpabile, di quelle che contagiano.




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