La Casa Sulla Chiusa
Andrea Calo'







SAGGISTICA - NARRATIVA






LA CASA SULLA CHIUSA



Prima Edizione â Settembre 2012









Â© Copyright 2012 â Andrea CalÃ² (@ e-mail: andrea.calo_ac@libero.it)

ISBN: 9788873042860














Andrea CalÃ²

LA CASA SULLA CHIUSA



Û©



Immagini di vita interiore







Edizioni TEKTIME


Alla mia sorellina Elena,

che per lâassurda volontÃ  della Vita

non ha ricevuto dalle mie mani una copia

di questo libro per poterlo leggere,

ma che abita cosÃ¬ tanto nel mio cuore

da essere arrivata al punto di

poterlo scrivere.



[Elena CalÃ², 1 Maggio 1985 â 25 Settembre 2011]




Indice




SAGGISTICA - NARRATIVA (#uf45898be-77a9-5b28-b8b9-1252944a6082)

RINGRAZIAMENTI (#ufb2fce68-0727-5fe1-81f7-5118bb794b6c)

CAPITOLO 1 (#uecefa151-db1f-5654-a1a2-7dc83d7e8f73)

CAPITOLO 2 (#u08cd4868-af43-553a-ad99-04e763d1699d)

CAPITOLO 3 (#u988da303-354a-581e-b7ad-d1275ae5a69e)

CAPITOLO 4 (#litres_trial_promo)

CAPITOLO 5 (#litres_trial_promo)

CAPITOLO 6 (#litres_trial_promo)

CAPITOLO 7 (#litres_trial_promo)

CAPITOLO 8 (#litres_trial_promo)

CAPITOLO 9 (#litres_trial_promo)

CAPITOLO 10 (#litres_trial_promo)

EPILOGO (#litres_trial_promo)

TEKTIME (#litres_trial_promo)











RINGRAZIAMENTI


Scrivere un libro Ã¨ come partire per un viaggio. Si fanno le valige, si parte da un punto preciso e si procede cercando di raggiungere il punto dâarrivo, la meta desiderata. Ma come a volte accade durante un viaggio, le insidie, gli errori, le paure e gli imprevisti sono lÃ¬ pronti a sorprenderci, a frenarci, a volte al punto di farci desistere dal proseguire. Con lâaiuto delle persone che ci stanno accanto o a quelle incontrate lungo la strada, si riesce tuttavia a venirne fuori, a volte con facilitÃ , altre volte con estrema pena; ma non ci si siede mai sullâerrore, per non perdere lâinvestimento fatto. Durante questo viaggio ho avuto diverse persone al mio fianco, tutte mi hanno spronato e incoraggiato a continuare il cammino, a realizzare quel sogno che da tanti anni tenevo chiuso in un cassetto, permettendomi di aprirmi completamente ad esso, al mio progetto.

Grazie a mia moglie Sonia che piÃ¹ di tutti ha creduto in me, da sempre, per la paziente lettura delle bozze avvenuta sin dalle prime fasi di preparazione di questo testo. Se non fosse stato per lei, oggi questo libro non esisterebbe.

Grazie a mio cognato Enzo, per avermi accompagnato in piacevoli discussioni sugli argomenti trattati nel libro e per avermi donato una parte di un suo elaborato perchÃ© potesse entrare a far parte di questa trattazione: con la sua chiarezza di pensiero mi ha spesso guidato aiutandomi a sbrogliare la matassa.

Grazie ai miei genitori, che mi hanno donato la vita, mi hanno cresciuto e istruito, permettendo che tutto questo si trasformasse in realtÃ .

E infine, ma non da ultimo, grazie a te Elena, per aver istruito il mio cuore e guidato la mia mente durante tutto questo percorso: qui dentro câÃ¨ davvero una grossa parte di te.




CAPITOLO 1


Ogni spirito libero ha in sÃ© sogni e follie.

[Anonimo]



Mi sono sempre chiesto quanti fili dâerba si potrebbero contare in un metro quadrato di terra. Una domanda semplice ma dalla risposta non banale. Troppe variabili da considerare: di quale campo Ã¨ parte il pezzetto di terra, quale erba ci cresce, la varietÃ  delle specie presenti, la tipologia della terra e cosÃ¬ via. Sono solo alcune delle tante domande possibili. Pertanto, ho sempre schivato qualsiasi tentativo di approfondimento sullâargomento, convincendomi del fatto che, alla fine, non fosse poi cosÃ¬ importante venirne a capo. Non potendo classificare in alcun modo la mia vita, ho archiviato il tutto sotto la voce âConoscenze Steriliâ. Bello sarebbe poter sapere tutto di tutto! Ma sarebbe anche pericoloso e, per quanto mi riguarda, mi troverei in balia completa dellâincertezza in ogni situazione della mia vita. Con troppe varianti a mia disposizione, ogni mia eventuale scelta troverebbe un suo opposto plausibile e valutabile, rallentando il mio processo decisionale e lasciandomi alla fine comunque nel dubbio di aver fatto la scelta giusta. Si spegnerebbe lâistinto a favore della ragione, non sempre riconosciuta come lo strumento piÃ¹ adatto al superamento di tutte le situazioni della vita e capace di condurci alle scelte corrette. Il significato di ciÃ² che Ã¨ giusto, poi, Ã¨ del tutto relativo e legato alle persone, alle esperienze di queste, ai trascorsi storici. Ed Ã¨ purtroppo forzato dalle mode dettate dalla comunitÃ , dal sociale e dalle Religioni, senza distinzione alcuna. Si formano persone che si adattano a un âsistemaâ, quando invece dovrebbe essere lâesatto contrario. Vivrei la mia vita da piccolo uomo posto al centro di un recinto, e ad esso legato con tanti elastici. Potrei muovermi allâinterno dello spazio a me assegnato ma non potrei mai andare oltre, trascinato costantemente verso il centro ad ogni mio tentativo di guardare o provare unâesperienza âoltreâ il confine. E allora scelgo di dedicare i miei neuroni alle cose davvero importanti della vita. Quali sono le cose davvero importanti? Ecco un altro concetto totalmente relativo, legato comâÃ¨ alle prioritÃ  personali, agli stimoli, alle sensazioni, alle emozioni di ciascuno di noi. Il cervello Ã¨ facilmente intossicabile. Quando raggiunge il suo limite, Ã¨ dâobbligo per noi fermarsi e guardarsi dentro, riscoprirsi e interrogarsi sul nostro presente senza curarsi troppo del passato che ci ha condotto a quel punto, per disegnare con serenitÃ  il nostro prossimo futuro. Cambiare rotta, se necessario, e darsi una bella ripulita. Non serve spingersi troppo in avanti con i pensieri e con i progetti, poichÃ© troppi sono gli eventi che sfuggono al nostro controllo, che si prendono gioco di noi e che non sono minimamente predicibili nel momento in cui ci si guarda e ci si parla. Fanno parte della sfera dellâignoto. Serve cambiare! Non mi riferisco solo a un superficiale ritocco cosmetico, parlo proprio di unâazione profonda, radicale e immediata, capace di scavare nelle viscere piÃ¹ profonde del nostro essere umano, lÃ  dove abita la parte piÃ¹ vera di noi, dove lâumano incontra il Divino in tutte le sue forme ed etichettature. Cancellare tutto e ricominciare da zero, Ã¨ questa la sfida. Ma Ã¨ tanto semplice quanto indovinare il numero esatto di fili dâerba contenuti in un metro quadrato di terra in un campo.

I cieli di Borgogna hanno una luce particolare e il loro colore avvolge e cattura, anche quando il tempo Ã¨ brutto. Se ti fermi e ti sdrai a terra ad ammirarli volgendo lo sguardo verso lâalto, questi cieli ti cadono addosso e ti avvolgono, facendoti levitare. Non ne percepisci il limite, puoi perderti totalmente e lasciarti andare ai pensieri piÃ¹ disparati. E proprio lÃ  dove il cielo cede spazio alla vallata, si dispiega un mosaico di appezzamenti terrieri multicolore, che vanno dal giallo paglierino del grano maturo al verde intenso delle foglie alte dei vitigni. Qua e lÃ  sâinnestano le macchie scure degli alberi ad alto fusto, ulteriormente rimarcati dalle ombre che essi stessi producono con il loro folto fogliame. Tutto questo Ã¨ disegnato su un terreno morbido e ondeggiante alla vista, a tratti piatto e in altri gentilmente posato su graziose alture in cima alle quali spunta un immancabile castello. Ai piedi delle alture i piccoli paesini medioevali con le loro chiese, il cimitero annesso e i canali dâirrigazione completano il meraviglioso quadro bucolico. Eâ lâimmagine di un tempo che fa ormai parte di un passato lontano, tanto lontano da non poter essere compreso completamente e pienamente il piÃ¹ delle volte. Le strade strette e sterrate immerse nella campagna tracciano percorsi simili a disegni realizzati a mano libera. Formano una trama perfetta, capace di collegare ogni villaggio agli altri, come unâenorme ragnatela. Le case rurali tipicamente realizzate in pietra viva, come nodi di questa tela, segnano i punti di riferimento per i viandanti incuriositi dalla semplicitÃ  di una realtÃ  di vita ancora presente in queste silenti campagne. Enormi nella loro maestositÃ , con la bellezza tipica delle costruzioni francesi del XXÂ° Secolo, per la pietra che le compone, per i colori sempre vividi, per le ampie ante oscuranti e per le finestre in legno e ferro battuto, regolarmente rinfrescate con sorde vernici a smalto in tinte pastello. Molte di queste costruzioni ospitano rigogliose specie di edera, arrampicate fino alla sommitÃ  dei tipici tetti a punta sui quali spuntano regali lucernai. Immagino il panorama che si puÃ² osservare da lassÃ¹, come ultima immagine alla sera prima di addormentarsi o come primo dolce risveglio il mattino seguente. I rami capaci di seguire il profilo dei muri sfiorano a volte le finestre, si attorcigliano stretti intorno ai numerosi comignoli nella stagione calda per poi abbandonarli durante lâinverno, quando si accendono i camini. Dove lâedera non copre i muri, fresche macchie di muschio compatto completano la tinteggiatura naturale delle facciate esposte a nord, come fossero pezze di stoffa cruda cucite su un vecchio vestito sgualcito. In molte altre, una variopinta fioritura di rose, ciclamini, glicini e gelsomini si erge fiera da un letto composto di erba, papaveri rossi e folti ciuffi di lavanda. Le erbe spontanee, comunque curate e profumate, completano lâimmagine di giardini semplici ma al contempo rilassanti e freschi. Cavalli e buoi sono lasciati liberi nei campi, restano ben lontani da pecore e capre che preferiscono invece raccogliersi in gruppo e trascorrere il tempo restando immobili sul posto, mangiando un ciuffo di erba fresca ogni tanto. Se ci si sofferma a guardarli attentamente, rispondono con sguardo lento e assonnato, gli occhi semichiusi e i movimenti minimi, annoiati, totalmente noncuranti dellâestranea presenza, senza avviso di alcun rischio o pericolo imminente. Di certo, la loro fine non Ã¨ diversa da quella di altri tenuti chiusi in capanni e stretti recinti, ma indubbiamente la qualitÃ  della loro esistenza non puÃ² essere minimamente paragonata a quella dei loro simili reclusi. Per questo motivo, a detta di molti, la loro carne Ã¨ piÃ¹ buona. Il tempo sembra rallentare cosÃ¬ come i ritmi della vita e le emozioni. Tutto si distende, tutto si apre. La consapevolezza dei propri problemi si dissolve e ci si focalizza su ciÃ² che Ã¨ vacuo, quasi irreale in un mondo materiale. Mi fermo a guardare un campo spingendo lâocchio ai limiti del visibile, vedo la linea dellâorizzonte. Non riesco con i sensi ad andare oltre perchÃ© lâocchio non me lo consente, ma la mia mente supera il limite dipingendo di fronte a me lâimpalpabile immagine della continuazione di questo paesaggio, in un istante. Mi sento tanto piccolo in mezzo a tanta vastitÃ , ma oltremodo percepisco un senso di sicurezza e di appagamento interiore, sentimento che assai raramente ho provato prima nella mia vita.

Ho scelto la Borgogna per trascorrere qualche giorno di vacanza, per rilassarmi con mia moglie e dimenticare per un poâ il frastuono della vita di cittÃ . Eâ tutto cosÃ¬ diverso qui. In cittÃ  ogni tanto mi assale il desiderio del distacco. I luoghi del quotidiano mâinfastidiscono come un prurito dei piÃ¹ molesti, le persone non mi appagano piÃ¹ di tanto e mi assale un desiderio dâisolamento: quasi che lâunica riconciliazione possibile possa passare solo attraverso lâassenza dei rumori di cittÃ  e dei suoi abitanti. Provo spesso, in questi momenti, a concentrarmi sul dettaglio piccolissimo di un paesaggio: lâinizio di una salita in montagna, la finestra di una casa che si affaccia su di un prato, una panchina sistemata accanto ad una fontana di campagna. Sento che lÃ¬ il rumore si trasforma in suono, si combina e sâintegra con il concerto universale, lo stesso in cui una voce umana puÃ² tornare a somigliare a un canto, senza spingere violentemente per il primato della onnipresenza. Quando cammino per le strade, nelle mie giornate dellâinsofferenza, lâumanitÃ  mi appare una presenza proterva, per numero di esemplari e per agitazione. Colgo il loro affanno per arrivare non si sa dove come un segnale di disperazione, di quella cattiva, pronta a farsi largo anche con le unghie o con le armi. E allora non posso fare a meno di sentirmi nato e destinato altrove, che sia lâinizio di una salita in montagna, la finestra di una casa e il suo prato o una panchina sistemata accanto ad una fontana di campagna, poco importa: in ogni caso si tratta di un âaltroveâ dove la voce puÃ² tornare a risuonare come un canto, il mio.

La nostra meta era una piccola casa sul canale di Borgogna, circa alla metÃ  della sua totale lunghezza, proprietÃ  del custode di una delle tante chiuse ivi presenti, sita nel villaggio di Gissey sur Ouche e prospiciente il canale stesso. Cercavamo un poâ di pace, di rilassamento, dâisolamento dal caotico mondo di cittÃ , alla ricerca di noi stessi. Il paesaggio innanzi a noi si dispiegava in un concerto ci colori, di riflessi di sole disegnati nelle pozze dâacqua, ci catturava completamente. Sarebbe stato difficile ritornare alla vita di cittÃ , giÃ  ce ne rendevamo conto, ancor prima di aver assaggiato il posto. Il meglio perÃ² doveva ancora arrivare, presentandosi prepotentemente davanti ai nostri occhi, invadendoci il cuore e catturando per sempre la nostra attenzione. Gissey Ã¨ un villaggio formato da un pugno di case per lo piÃ¹ costruite in pietra, in piena eco medioevale. Il municipio, una scuola, una chiesa e il suo cimitero adiacente erano gli unici edifici pubblici visibili dalla strada centrale. Un solo ristorante, piuttosto piccolo, offriva menÃ¹ turistici a prezzo fisso solo in alcuni giorni della settimana, inclusi il sabato e la domenica, raramente la sera. Nessun negozio, nemmeno di generi alimentari. Anche qui si notavano gli animali in libertÃ  nei campi, gli uccelli si libravano in cielo disegnando cerchi e archi ad ampio raggio, planando e risalendo come ballerini guidati dalle note perfette di unâaria classica.

Arrivati nei pressi del villaggio, voltammo su una stretta strada sterrata, cosparsa di sassi e ghiaia, cosÃ¬ stretta che difficilmente due auto sarebbero potute transitare contemporaneamente in senso opposto. Costellata di buche larghe e profonde, qua e lÃ  riempite dallâacqua piovana non assorbita dal terreno, la stradina fiancheggiava il canale che si distendeva alla nostra sinistra e sul quale scorgevamo qualche piccola chiatta che procedeva in linea retta. Sulle chiatte la gente rideva allegramente, si guardava attorno disegnando sui volti sguardi carichi di folklore, i visi dalla pelle lucida e ben tesa, di un colore bianco latte macchiato di un rosa confetto e con le gote tendenti al rosso acceso. Gli uomini scattavano fotografie mentre spizzicavano stuzzichini e sorseggiavano avidamente del vino da lunghi calici in vetro. Forse erano giÃ  sopraffatti dalla potenza dellâalcol. Donne di mezza etÃ  sedevano rilassate, le gambe scomposte sulle panche, di legno scuro e metallo, che arredavano il ponte della barca. Oppure, ove presenti, su sedie sdraio con seduta in telo grezzo, color beige. I bambini appoggiati alle loro madri gustavano i loro gelati, il viso parzialmente nascosto dai loro variopinti berretti per proteggersi dal sole e nascondere lâimbarazzo agli sguardi dei curiosi compagni di viaggio. Davano lâimpressione di assaporare la piÃ¹ assoluta libertÃ , o qualche cosa di molto simile, la spensieratezza, quasi fossero parte integrante dellâambiente, in comunione con esso. I problemi della vita di tutti i giorni sembravano non sfiorarli nemmeno, come se in realtÃ  non ci fossero proprio problemi da affrontare, come se ne fossero totalmente esenti. Oltre che in lingua francese si sentiva parlare anche in tedesco, in inglese e in spagnolo. Nessun italiano era presente, o quantomeno nessuno che stesse parlando in quel momento. Tuttavia, nessuno dei presenti mostrava lineamenti del viso tipicamente italiani. Passavano davvero molto vicino a noi e si potevano vedere bene, fino quasi a rilevarne i difetti della pelle. Noi osservavamo la barca galleggiare mentre trasportava lâallegra comitiva. Non emetteva rumori assordanti per via dei motori in azione. Dava lâimpressione di scivolare sullâacqua, come sospinta dalla sola forza dellâaria. Dai finestrini della nostra auto, che avevamo opportunamente spento per ammirare e immortalare la scena, entravano il suono delle risate delle persone, i loro discorsi e la sinfonia del canto degli uccellini che popolavano lo spazio aperto alla destra della carreggiata. Su questo lato, unâimmensa distesa verde ricopriva tutto il campo a noi visibile. Era come incorniciato da colline di un verde piÃ¹ scuro e intenso che sembravano essere state messe lÃ¬ proprio per non svelare subito le bellezze che si dispiegavano dietro di esse.

Â«Eâ tutto cosÃ¬ incredibile qui!Â», disse Sonia con una voce carica di gioia e palpabile eccitazione, con gli occhi che brillavano di quella luce che non percepivo da qualche tempo con eguale intensitÃ  Â«Sembra un altro mondo! Sembra quasi che imboccando quella strada si sia oltrepassata la linea di confine che divide ciÃ² che Ã¨ reale da ciÃ² che invece Ã¨ mero frutto dei sogni. Eâ indescrivibile, sono felice!Â», concluse.

Â«Eâ tutto cosÃ¬ vero ma Ã¨ anche cosÃ¬ incredibile al tempo stesso! I colori, i suoni, i profumi e le immagini. Tutto sembra avere un suo spazio, una posizione tanto precisa che, se modificata da un profano, farebbe percepire lâoggetto isolato come âfuori postoâ. Tutto Ã¨ parte del quadro che in questo momento stiamo osservando e sembra portare la firma del suo autore, di unâentitÃ  superiore ed esperta, non si percepisce modo alcuno per migliorare quanto agli occhi appare giÃ  perfetto fin dallâinizio. Sono felice anchâio!Â».

Girai la chiave per riaccendere lâauto e con un sorriso la invitai a proseguire verso la nostra meta ormai prossima, la casa sulla chiusa 34s. Mentre avanzavamo, gli alberi dietro di noi chiudevano il tunnel sulla strada come fossero i tendoni di un sipario teatrale alla conclusione dellâopera.




CAPITOLO 2


La gente dice: âÃ mattoâ.

Oppure: âVive in un mondo di fantasiaâ.

O ancora: âCome puÃ² confidare in cose prive di logica?â.

Ma il guerriero continua ad ascoltare il vento

e a parlare con le stelle.

[Paulo Coelho - Manuale del guerriero della luce]



La casa era piccola, con i muri costruiti in pietra viva. Il tetto mostrava una notevole pendenza su entrambe le facciate della casa. Era necessaria per favorire lo scarico delle nevi durante il periodo invernale, evitando la formazione di pesanti lastre di ghiaccio pericolose per la struttura di travi di legno visibili anche allâinterno delle stanze. I proprietari di casa e custodi della chiusa si chiamavano Urs e Doris, una coppia molto affiatata. Avevano diviso la casa in due parti, una piÃ¹ ampia a loro riservata, lâaltra ceduta in affitto ai turisti come alloggio per le vacanze. Nella sua semplicitÃ  la casa aveva tutto quanto potesse servire: un salotto con angolo cottura, un cucinino ben attrezzato e magnificamente fornito delle necessarie stoviglie, pentolame e posate in quantitÃ , un comodo divano, un bagno privato molto raccolto ma con ampia doccia. La zona notte soppalcata sfruttava la parte piÃ¹ alta della struttura. Vi si accedeva tramite una robusta scala interna. Era disponibile ogni sorta di elettrodomestico, utile o meno, câerano una radio, la televisione satellitare, persino la connessione ad Internet senza fili. Tutto questo sembrava quasi fuori luogo in una contestualizzazione allâapparenza tanto semplice, rurale, naturale e minimalista. Non potevo non apprezzare tutte queste comoditÃ  ormai entrate prepotentemente a far parte della mia vita di uomo di cittÃ , feci comunque promessa a me stesso di limitarne lâuso al minimo indispensabile. Eravamo alla ricerca di tranquillitÃ  assoluta, del distacco dal superfluo, dellâimmersione nella natura. Non volevamo di certo consumare del tempo prezioso ripetendo le azioni della caotica vita di tutti i giorni. Allâesterno la casa non era circondata da fiori o piante tipiche dei giardini preziosi. Era al contrario tinteggiata da chiazze di colore delicato, donato da fiori e arbusti spontanei, dai papaveri rossi e altri eleganti fiori di un colore arancio intenso, dalle campanule bianche e viola arrampicate sui muri o cosparse sul terreno, cosÃ¬ belle e fitte che ci si obbligava a porre attenzione per non calpestarle mentre si camminava. Câerano erbe e arbusti che io avrei sicuramente rimosso se nati nel giardino della mia casa in cittÃ , perchÃ© non adatti o non belli se guardati con uno sguardo superficiale. Questi fiori dalla forma unica mostravano venature e sfumature di colore sui soffici petali, vellutati al tatto. E il loro dinamismo, il modo in cui oscillavano consegnandosi allâaria per via del loro lungo stelo, li faceva sembrare ballerini istruiti da un grande maestro. Tutto questo ci affascinava, catturandoci in una sorta dâincantesimo, dâipnosi. PerchÃ© ciÃ² avveniva solo lÃ¬ e in quel momento? Ne ho viste tante di campanule e di papaveri fioriti nella mia vita, perchÃ© non ho mai fatto caso a quanto fossero belli, delicati ed eleganti? Realizzai la mia profonda superficialitÃ  e in parte mi rattristai. Su un angolo della casa si sviluppava invece una stupenda rosa dal colore rosso intenso, aveva petali soffici come il velluto piÃ¹ pregiato e rilasciava un profumo che avvolgeva completamente, annientando i sensi. Avevamo a disposizione due biciclette, fondamentali per muoversi nei dintorni senza dover usare lâautomobile.

Dopo aver condiviso con noi alcune informazioni sulla zona e i relativi luoghi dâinteresse, Urs e Doris ci lasciarono sistemare, salutandoci con lâinvito per un aperitivo di benvenuto da consumarsi nellâimminente pomeriggio. Il silenzio intorno a noi era palpabile, un silenzio quasi fastidioso, direttamente percepito dallâorecchio e al quale non eravamo abituati. Guardai mia moglie e la invitai ad ascoltare. Si sentiva lâimmancabile cinguettio degli uccelli sempre numerosi e di diverse specie, lo scroscio delicato dellâacqua nella chiusa alle nostre spalle, mantenuto per tenere sotto controllo il livello del canale, il saluto ricambiato dei proprietari ai passanti con il sottofondo delle foglie degli alberi mosse dallâaria.

Sul canale si trovano molte chiuse, una per ogni salto di livello dellâacqua, generalmente di qualche metro. Per ogni chiusa esiste una casa, abitata da un custode che ha il compito di aprire e chiudere la chiusa al passaggio di ogni chiatta sul canale. Le operazioni di apertura e chiusura sono eseguite a tuttâoggi in modo manuale, con gli stessi movimenti sopravvissuti al trascorrere del tempo per arrivare fino ai giorni nostri. Una chiusa Ã¨ formata da una vasca a tenuta stagna, lunga ma molto stretta rispetto alla larghezza del canale stesso, realizzata come scavo nel terreno con blocchi in pietra posti a rinforzo degli argini terrosi, altrimenti soggetti a erosione al contatto con lâacqua. Il livello dellâacqua allâinterno della vasca Ã¨ aumentato o diminuito per consentire alle chiatte di transitarvi e per essere alzate o abbassate, portandole al livello desiderato uguale a quello della parte di canale in risalita o discesa da raggiungere. I passeggeri sulle chiatte sembrano sempre molto attenti e osservatori durante lâesecuzione di queste manovre, quasi fossero loro stessi a doverle eseguirle di persona. Nonostante i tentativi del governo francese atti ad automatizzare questi sistemi, il canale e le persone che su di esso lavorano hanno sempre cercato, con successo, di mantenere questa manualitÃ  che Ã¨ tuttâoggi molto apprezzata e ammirata dai turisti.

Urs e Doris ci chiamarono per lâaperitivo, invitandoci a unirci a loro al tavolo affacciato sulla chiusa. Da quel punto si godeva una vista stupenda, lo sguardo poteva liberamente distendersi sul canale, ubriacando con i suoi vivaci colori, sui riflessi carichi di dettagli degli alberi che dipingevano lo specchio dâacqua, sui fiori e sugli arbusti che popolavano le sponde. Famigliole di papere nuotavano in fila, a volte zigzagando, sul pelo libero dellâacqua. Non era raro vedere queste famigliole dirigersi verso i bordi del canale al transito delle chiatte, per poi attenderne il passaggio e riposizionarsi in coda a queste e continuare il percorso. Il canale ospita nel suo ventre molti grossi pesci, difficilmente osservabili dallâesterno per via della torbidezza dellâacqua colore verde militare. Eâ un richiamo irrinunciabile per gruppi di pescatori che regolarmente si appostano sui sentieri lungo i bordi, esperti e ben attrezzati gli uni, semplici principianti muniti solo di canna e di retino gli altri, tutti con il comune intento di portare a casa un grosso pesce e gustarselo per cena da soli o con la famiglia, accompagnato da qualche saporita salsa francese, del buon vino e una baguette. Se ne vedevano davvero tanti, schierati in fila come soldati, alcuni piÃ¹ concentrati altri piÃ¹ rilassati, quasi assonnati. Lasciavano le loro auto parcheggiate non molto lontano dalle loro postazioni di pesca, ma con tutti i finestrini rigorosamente aperti. Di fronte alla chiusa alcune collinette segnavano un confine non invalicabile, essendo di modesta altezza. Non si vedevano case o costruzioni di alcun tipo, forma o diversa destinazione dâuso in tutta lâarea che ci circondava. Qualche passo oltre la sponda del canale, opposta a quella sulla quale ci trovavamo, un torrente piuttosto agitato saturava lâaria con il suono prodotto della sua acqua scrosciante, leggermente deviata da grossi massi che vi si ritrovavano allâinterno, sparsi qua e lÃ . Le foglie che si distaccavano dai rami degli alberi posti sul bordo cadevano nellâacqua dopo aver ondeggiato per un poâ, per esser poi condotte dalla corrente lungo la sua pendenza. I sassi circuiti con movimenti eleganti, curvi e sinuosi, rimanevano lÃ¬ sorpresi, silenti e incapaci di arrestarne o anche solo rallentarne il viaggio. Che danza!

Erano le prime ore del pomeriggio, il sole alto nel cielo riscaldava lâaria ma non si percepiva lâafa. LâumiditÃ  nellâaria era minima, nonostante la vicinanza al corso dâacqua. Urs sfoggiava il suo solito bel sorriso. Invitandoci ad accomodarci, si scusÃ² dicendo che si sarebbe assentato alcuni minuti per preparare lâaperitivo. Dallâinterno della casa, attraverso la piccola finestra lasciata parzialmente aperta, proveniva il suono sordo del coltello che Doris armeggiava mentre tagliava cubetti di formaggio e pane biscottato intriso di olio e spezie. Il coltello sembrava urtare un piano di lavoro realizzato in pietra viva, ad intervalli tanto regolari da essere confondibili con quelli prodotti da una macchina piuttosto che da un braccio umano. Mia moglie ed io ci guardavamo restando in silenzio, provando un senso di profondo assopimento, di rilassamento. Solo due ore di permanenza sul posto ci avevano giÃ  fatto perdere completamente il legame con la realtÃ  di vita cittadina che sembrava quasi non appartenerci piÃ¹.

Â«Ma puÃ² davvero esistere tutto questo? Sto forse vivendo un sogno?Â», esclamÃ² Sonia a bassa voce, forse per non farsi sentire dai proprietari che, comunque, non avrebbero compreso le nostre parole.

Â«Eâ unâincredibile realtÃ  che credevo ormai perduta nei tempi e dispiega proprio qui davanti ai nostri occhi con ricchezza di particolari. Non vi Ã¨ nulla da aggiungere. Godiamoci tutto questo, amore. Tutto e solo per noiÂ», risposi stringendo le sue mani tra le mie.

Urs ricomparve tenendo in mano due bottiglie, una di vino bianco e lâaltra, giÃ  aperta in precedenza, contenente un vino piuttosto denso, di un colore rosso molto intenso. Ci spiegÃ² che si trattava di un liquore di more prodotto nella sua tenuta, dalla gradazione alcolica molto forte. Era solitamente utilizzato per âtagliareâ altri vini o per preparare dei cocktail, aperitivi o dolci. Raramente veniva bevuto cosÃ¬ comâera, anche per via del sapore leggermente acre. Versato circa un centimetro di questo liquore nei bicchieri, riempÃ¬ il resto del calice con il vino bianco, formando un miscuglio dal colore molto simile al vino rosato. Il sapore pungente ma molto gradevole conservava quasi inalterata la gradazione alcolica del liquore, solo minimamente ammorbidita da quella notevolmente piÃ¹ contenuta nel vino bianco. Doris uscÃ¬ dalla casa portando in trionfo un vassoio colmo degli stuzzichini di formaggio e pane preparati qualche minuto prima. Dopo gli auguri di rito, cominciammo ad assaporare il tutto, lasciandoci completamente trasportare dai sapori, dagli odori, dal canto delicato e discreto degli uccelli, dal fruscio prodotto dallo strofinio delle foglie degli alberi sospinte dai soffi di un venticello che cominciava a farsi apprezzare, temperando lâaria. Qualche piccola nuvola bianca macchiava il cielo fino a quel momento azzurro, smorzandone una monocromaticitÃ  totalmente privata di confini. Discutemmo di molte cose, della nostra vita di cittÃ , del nostro lavoro. Urs e Doris ci raccontarono parte del loro passato, illustrandoci i percorsi e le scelte che li avevano condotti lÃ¬ in quel paradiso. I loro stati dâanimo ci arrivavano direttamente al cuore, accompagnati a destinazione dalle loro parole. Amavano quel posto, si sentivano parte di esso. E la luce che brillava nei loro occhi, i loro sorrisi e lâallegria che mostravano in ogni situazione ce lo confermavano ad ogni istante, anche nei giorni che seguirono. Vivevano una vita vera, una vita piena nella sua semplicitÃ . Mai scorderÃ² unâimmagine che mi si Ã¨ incisa a fuoco nella mente mentre guardavo Urs. Teneva il calice mezzo pieno tra le mani, con lo stelo poggiato sul tavolo. Il suo sguardo, perso verso lâorizzonte, regalava un leggero sorriso prodotto dai pensieri che in quel momento gli passavano per la mente. Pensieri sicuramente di delicata importanza, sgomberi da problemi di ogni sorta. Nel bicchiere il sole disegnava macchie di luci e ombre animate dallâondeggiare del vino sospinto dai movimenti della mano. Urs portava il bicchiere alla bocca senza nemmeno guardarlo, totalmente assorto nei suoi disegni, quasi estraniato. Allâopposto Doris parlava senza sosta, solo minimamente interrotta da una sigaretta che aspirava con regolaritÃ .

Alla fine li salutammo ringraziandoli, per poi ritirarci in casa a riposare un poâ in attesa dellâarrivo della frescura serale. Dopo una sola giornata avevamo giÃ  raccolto cosÃ¬ tante emozioni da riviverle anche di notte nei nostri sogni.










CAPITOLO 3


Lâamicizia Ã¨ uno dei doni del cielo allâumanitÃ  âLe montagne non si incontrano, ma gli uomini sÃ¬â.[Samburu, Kenya]



Tra amici cadono le barriere che di solito chiudono gli individui nel loro piccolo recinto. Non ci sono segreti tra amici: âSe ci si ama, non si nasconde la nuditÃ â.[Mongo, RD. Congo]



LâoscuritÃ  totale della notte lasciava spazio alle tenui luci di una timida alba. Le prime chiazze di una luce priva di sorgente, formate solo dal chiarore che risaliva le colline, a fatica si facevano spazio passando tra le folte chiome degli alberi. Come un lenzuolo, un sottile e uniforme strato di bassa nebbia ricopriva il campo di grano lievemente inumidito dalla rugiada del mattino. Si era creata unâatmosfera tipica dei paesaggi nord europei, quelli che si vedono spesso sulle cartoline e sui libri di fotografia. La chiusa era deserta e il flusso dâacqua attraversante le bocche di scarico era ridotto al minimo. Un leggero venticello manteneva lâaria fresca in quella mattina, sollevando pian piano la nebbia fino a farla scomparire. Le tenere spighe di grano dorato, cosÃ¬ riscoperte, erano illuminate dai raggi del sole ormai alto e libero in cielo. Erano solo le sette del mattino ma si percepiva il ritardo che la luce del sole aveva rispetto a quello che vedevo nelle mie mattine milanesi. Un coniglietto selvatico saltellava in modo irregolare sul sentiero, di fronte alla porta di casa. Probabilmente, pensai, era alla ricerca di cibo. Dal frigorifero presi una piccola carota e la posai fuori dalla porta, a terra sullo spiazzo prospiciente la stradina. Lo feci con cautela, perchÃ© non si spaventasse e scappasse via. Mi fissava con i suoi piccoli occhi, neri e tondi, il corpo impietrito, pronto a scattare via in fuga se necessario. La mia presenza lo inquietava, era evidente. Tuttavia non se ne andava. Posata la carota, lentamente, indietreggiai senza distogliere il mio sguardo dal suo. Quando fui sufficientemente lontano, invece di prendere la carota scappÃ² via in gran volata. LÃ¬ per lÃ¬ pensai fosse stato disturbato da qualcosa di diverso, forse un rumore che io non avevo percepito o forse un animale che si muoveva nel campo. Rimasi solo a guardare la carota posata a terra, quindi mi girai e tornai in casa, raccontando lâaccaduto a Sonia. Incredula si affacciÃ² alla finestra, e vista la carota abbandonata scoppiÃ² in una sonora risata.

Facemmo colazione in tutta tranquillitÃ , riservandoci tutto il tempo necessario, discutendo su quello che avremmo fatto durante la giornata: perlustrazione della zona in bicicletta, macchina fotografica alla mano, restando a pranzare fuori al sacco in mezzo a uno dei tanti campi variopinti oppure in qualche area di ristoro nei villaggi vicini. Avremmo eventualmente chiesto indicazioni ai pescatori lungo la via. Usciti sul sentiero, mentre chiudevo la porta di casa, notai che la carota era sparita. In un primo momento ne rimasi stizzito, ma subito dopo mi lasciai andare in un sorriso. Non potevo di certo aspettarmi dei ringraziamenti dal coniglietto per avergli donato una carota. Abituato alla sua libertÃ , Ã¨ anche sicuramente poco avvezzo a qualsiasi forma di rapporto. A volte non ringraziano nemmeno gli uomini, come potevo pensare che un animale selvatico riuscisse a farlo? Eppure, pensai, Ã¨ tornato e ha accettato con fiducia il mio dono. Ripensai ai suoi occhi e allâintensitÃ  di quellâimmobile sguardo, capii che quello era il suo semplice ma sincero modo per dirmi grazie. Gli uomini, spesso, girano di spalle e se ne vanno.

Prese le nostre biciclette partimmo ad energiche pedalate, percorrendo i sentieri piÃ¹ o meno sassosi e tortuosi, fiancheggiando il torrente e riudendone il canto incessante, salutando ricambiati, a voce o con sorrisi, le persone che ci guardavano dai ponti delle chiatte che superavamo in velocitÃ . I pescatori ci osservavano con sospetto, forse disturbati dal nostro chiassoso passaggio che, in qualche modo, annientava la loro soporifera attesa. Superavamo ponti secolari che mostravano la roccia viva scolpita dal tempo, con gli spigoli smussati dalle piogge e dai venti. Forte ma intangibile ci arrivava il profumo dei materiali provenienti dal passato. Era impossibile scorgere automobili o anche solo percepirne il rumore dei motori, tanto lontani eravamo dalle principali arterie stradali. Nel nostro tragitto abbiamo superato parecchie chiuse, tra loro tutte molto simili. Dopo aver percorso una ventina di chilometri, sentivamo la necessitÃ  di fare una piccola sosta. Decidemmo quindi di raggiungere la chiusa successiva per chiedere quanto distasse il primo paesino o villaggio nella direzione percorsa dal nostro sentiero. Arrivammo alla chiusa che distava altri cinque chilometri dal punto dove câeravamo in precedenza fermati per recuperare il fiato. Come ci aspettavamo, câera la casa del suo custode. Nelle sue dimensioni, nei colori e nella forma, era molto simile a quella in cui soggiornavamo noi. Tuttavia il giardino era molto piÃ¹ ampio e curato, ricco di roseti variopinti. Le piante, giÃ  abbondantemente fiorite, dipingevano macchie di colore che da terra si allungavano fino a due metri dâaltezza. Sfumavano dal bianco candido al rosso fuoco, passando per due diverse tonalitÃ  di giallo, quasi arancio, e di rosa. Le mura della casa, cosÃ¬ come i pergolati, erano interamente ricoperte di glicine. I suoi fiori a grappoli di un bel colore lilla intenso e nel pieno della fioritura, spuntavano da un letto di foglie verde pastello, donando alla casa un senso di assoluta freschezza. I davanzali delle piccole finestre erano adornati con vasi di gerani, anchâessi multicolore. I fiori, ancora parzialmente chiusi, attendevano il tempo giusto per mostrarsi in tutta la loro bellezza. Sul lato opposto della casa, proprio lÃ  dove terminava il roseto, si scorgeva un orto. Forse era solo la piccola parte di un terreno molto piÃ¹ grande, nascosto ai nostri occhi dalla casa. Un bambino faceva la spola tra lâinterno e lâesterno della casa, portando a due mani un annaffiatoio con il quale bagnava i gerani. Lâaria fresca intorno a noi era impregnata da profumi, un miscuglio di fragranze tra le quali si distinguevano con facilitÃ  la menta e la salvia.

Con minimo accenno della voce, per non disturbare eccessivamente, attirai lâattenzione del ragazzino che, sentendosi chiamare da un estraneo, rimase un poco attonito. Non sembrava tanto intenzionato a parlare con noi, tantâÃ¨ che ci mandÃ² un chiaro cenno di aspettare e corse in casa per poi uscirne accompagnato dalla madre. Attraversato lâuscio, totalmente incurante della nostra presenza, tornÃ² ai suoi gerani mentre la madre si avvicinava a noi. Era una bella donna dai capelli neri, piuttosto alta e snella ma non magra. Tuttavia mentre si avvicinava a noi, cominciavano a intravedersi i lineamenti e i segni lasciati dal tempo sul suo viso. Non doveva essere tanto giovane ma di certo era ben curata nellâaspetto. Forse le fatiche fisiche avevano precocemente lasciato le loro firme indelebili sul suo corpo. Non potevo saperlo nÃ© tantomeno in quel momento mâinteressava, quindi smisi di pensare e mi preparai al dialogo con lei mentre un timido sorriso compariva sul suo volto.

Â«Buongiorno! Cercate qualcuno?Â», esclamÃ², mantenendo sulle labbra quellâinterrogativo, in attesa di una nostra risposta.

Â«Buongiorno a lei signora. La prego di scusarci se le abbiamo recato del disturbo. Saprebbe indicarci quanto dista da qui il prossimo villaggio e quale direzione dobbiamo prendere? Conviene proseguire lungo il sentiero oppure dobbiamo deviare? Vede, siamo alla ricerca di un posto per fermarci a riposare un poâ, per mangiare e comprare qualche bibita fresca. Non ci dispiacerebbe poter fare anche una passeggiata se possibile, per vedere qualche cosa. Abbiamo attraversato un villaggio che dista ormai circa dieci chilometri, non vorremmo tornare subito indietro percorrendo tanta strada a vuotoÂ», replicai rassicurandola.

Â«Si ce ne sono alcuni, certamente. Vedo perÃ² che siete in bicicletta e sembrate anche piuttosto stanchi. Raggiungere il prossimo villaggio potrebbe provarvi ulteriormente e arrivereste davvero sfiniti al villaggio. E poi, non dovreste anche tornare indietro? Da dove provenite?Â», chiese. Aveva tutte le ragioni del mondo.

Â«Soggiorniamo a Gissey, arriviamo dalla chiusa 34s signoraÂ», esclamai fiero, quasi mi sentissi un esperto padrone del posto in cui posavo i miei piedi in quel momento.

Â«Ah, capisco! Eâ la casa di Urs e Doris. Brave persone davveroÂ», replicÃ². Â«Secondo me ne avete giÃ  percorsi tanti di chilometri, vi consiglierei di non proseguire oltre, almeno per oggi. Comunque la decisione spetta a voi. Mi sembra di percepire il dolore che sentite nelle vostre gambe e sui vostri fondoschiena!Â», continuÃ², sempre guidata da una fonte di divertimento contagioso che portÃ² subito anche noi due a ridere di gusto mentre confermavamo la sua assunzione producendo una comica smorfia di dolore sulle nostre facce.

Â«Sentite ragazzi, le bibite fresche le abbiamo anche noi, lâunica differenza Ã¨ che non sono in vendita quindi dovreste accettare la nostra ospitalitÃ Â», disse divertita, Â«Se vi fa piacere unirvi a noi, siete i benvenuti. Non mordiamo, potete stare tranquilli!Â», disse infine con viso rassicurante e sincero.

Â«Ci sembra brutto approfittare di tanta gentilezza, signoraâ¦Â»

Â«Giselle, mi chiamo Giselle!Â», mâinterruppe tendendoci la mano per presentarsi e attendendo che noi facessimo altrettanto.

Ci presentammo e dopo aver ringraziato fino alla noia, la seguimmo. Ci fece accomodare a uno splendido tavolo in pietra costruito sotto un porticato che completava il lato sulla destra della casa fino a raggiunger quasi il recinto del giardino della proprietÃ . Anche da quel punto si potevano scorgere la chiusa e il torrente poco distante, immersi nel verde dei campi e degli alberi. Nessuna collinetta, tuttavia, limitava la vista fino alla linea dellâorizzonte, permettendo allâocchio di spaziare, oltre i confini. Solo un movimento a sbalzi irregolari privava il terreno di quella piatta monotonia delle distese pianeggianti. Spingendo lâocchio ad andare oltre la linea dellâorizzonte, si notavano coltivazioni. Erano visibili solo perchÃ© leggermente rialzate rispetto al suolo e mostravano delle tinte di verde piÃ¹ scuro. Si trattava di vitigni molto fertili, nei quali si produceva il buon vino di Borgogna.

Â«Attendetemi qui per qualche istante, vado a prendere Monsieur Jacques. Eâ mio padre. Lui si definisce uno dei piÃ¹ grandi chiacchieroni di Francia o forse dâEuropa. Io invece lo ritengo essere davvero un uomo molto saggio, imparerete a conoscerloÂ», disse divertita e con fierezza al tempo stesso.

Non ho mai saputo se in questo lei si sentisse simile al padre oppure no, la figlia âsaggiaâ di un uomo saggio. Forse esprimeva una saggezza diversa da quella del padre. Il tempo mi avrebbe suggerito la risposta. Sonia ed io ci guardammo in viso, divertiti da tanta allegria ma anche sorpresi da quellâospitalitÃ  cosÃ¬ inaspettata. Tememmo vagamente lâimbarazzo di quella situazione, soprattutto nei confronti del saggio, o chiacchierone, Monsieur Jacques.

Â«PapÃ , oggi ci sono amici a tavola con noi!Â», avvisÃ² Giselle subito dopo aver varcato lâuscio, in direzione di una stanza che non riuscivo a identificare.



Ho sempre ritenuto che amicizia e fiducia fossero tra loro strettamente legate, due doni che le persone ricevono e concedono solo con il passare del tempo. La semplice conoscenza non implica necessariamente lâamicizia e la fiducia. Non ci puÃ² essere istinto in un rapporto di amicizia perchÃ© non si puÃ² misurare la cosiddetta âsensazione di pelleâ. Lâamicizia deve essere provata, dimostrata e condivisa. Altrimenti si tratta solamente di un rapporto unilaterale. Mi riferisco a quella forma di amicizia che implica la complicitÃ  e che a volte crea anche attrito tra due persone, lâamicizia nella sua forma piÃ¹ vera. Associo poi la fiducia al carburante necessario per far sÃ¬ che lâamicizia possa andare avanti, permettendole di nascere, di svilupparsi, di evolvere verso sentimenti ancora piÃ¹ importanti, piÃ¹ profondi. Senza questo carburante non si puÃ² procedere, tanto vale quindi scendere e continuare a piedi, ma da soli. Osservando il film dei miei anni ho visto e sentito storie di persone che hanno donato la vita per lâamicizia, amando lâamico ancor piÃ¹ di se stessi. Ho visto persone svuotarsi di tutto pur di condividere le cose con i propri amici e mi son chiesto se anchâio al posto loro fossi stato capace di fare altrettanto. Forse avrei perso la sfida con me stesso, non so, ma di certo non ho ancora avuto una vera occasione per mettermi alla prova. Ho anche sentito di storie tradite, forse perchÃ© quel sentimento di amicizia era vissuto in modo diverso dalle persone in gioco, forse a senso unico, o forse per qualcuno lâamicizia era molto piÃ¹ sinonimo di buona opportunitÃ  e, come tale, da sfruttare a piene mani. Tuttavia non mi meraviglia tutto ciÃ². La lotta per la sopravvivenza della specie Ã¨ scritta nel DNA dellâanimale, sia esso uomo o bestia. Si lotta per sopravvivere e per andare avanti, âmorte tua Ã¨ vita miaâ. Poco importa, a volte, di chi ne paga le conseguenze. Eâ un processo di selezione naturale, questo Ã¨ stato nei millenni passati e questo non cesserÃ  mai dâessere in quelli futuri. Ci nascondiamo dietro questâalibi e non ci preoccupiamo piÃ¹ degli effetti che ne possono derivare. Ho sentito infine anche di storie di amicizia ricambiata, casi davvero rari e il piÃ¹ delle volte parte di favole; quando reali, esaltati e idealizzati al pari di racconti leggendari. Suscita meraviglia il fatto che, a fronte di una bella storia di amicizia, si tenda a romanzarci sopra, a farne dei film, a creare miti da esporre e utilizzare come riferimento, ogni volta che le cose non evolvono come ci si aspetta, dispiegandosi nella stesura di chilometriche poesie o prose poi destinate alla vendita. Miti, grandi esempi di vita da emulare, da seguire. Non dovrebbe essere questa la ânormalitÃ â? Se penso a una persona, la considero mia amica, intendo dire che questa persona Ã¨ come me, al pari mio. Altrimenti utilizzo un altro termine per catalogarla, preferisco chiamarla âconoscenteâ. E la fiducia quindi, come si pone, dove entra in gioco, quale posto occupa? La fiducia che riponiamo in un amico vero e non solo supposto tale, puÃ² essere la stessa riposta in un semplice conoscente? A mio modo di vedere le cose e in seguito alle esperienze, la risposta non puÃ² essere altro che negativa.

Lâamicizia e la complicitÃ  sono cose di vecchia data. Fin da quando lâuomo ha iniziato a camminare sulla Terra per vivere, o meglio per sopravvivere, ha avuto bisogno di un compagno al suo fianco. Lâuomo preistorico per cacciare doveva essere sempre affiancato da un compagno o piÃ¹ simili per braccare e poi uccidere la sua preda. Aveva capito che da solo non avrebbe potuto abbattere la sua grossa preda, avrebbe al contrario rischiato di morire. Il legionario romano doveva affidarsi alle capacitÃ  dellâintero plotone per creare la âtestuggineâ e quindi difendersi dal nemico in battaglia. Persino in ambito letterario e artistico lâamicizia ha ispirato lâuomo nella creazione delle sue piÃ¹ grandi opere. Lâuomo per sua natura non riesce a vivere da solo, ha bisogno del branco. Esistono alcune persone che preferiscono rimanere da sole, forse proprio per via della diffidenza che nutrono verso altri, oppure per necessitÃ  di realizzare un proprio isolamento alla ricerca spirituale di se stessi, senza esporsi ai condizionamenti esterni. Riporto qui un passo di Cicerone che, seppur datato, consegna ai nostri occhi un messaggio ancora molto moderno:



âLâamicizia non Ã¨ altro che unâintesa sul Divino e sullâumano, congiunta a un profondo affetto. Eccetto la saggezza, forse Ã¨ questo il dono piÃ¹ grande degli DÃ¨i allâuomo. CâÃ¨ chi preferisce la ricchezza, chi la salute, chi il potere, chi ancora le cariche pubbliche, molti anche il piacere.[â¦] CâÃ¨ poi chi ripone il bene supremo nella virtÃ¹: cosa meravigliosa, non câÃ¨ dubbio, ma Ã¨ proprio la virtÃ¹ a generare e a preservare lâamicizia e senza virtÃ¹ lâamicizia Ã¨ assolutamente impossibile. [â¦] Lâamicizia non puÃ² esistere se non tra gli onesti. Infatti, Ã¨ proprio dellâuomo onesto, che Ã¨ lecito chiamare saggio, osservare che non vi sia niente di finto o simulato; infatti, Ã¨ proprio degli animi nobili persino odiare apertamente piuttosto che celare il proprio pensiero dietro un falso aspetto. Inoltre non solo respinge le accuse fattegli da qualcuno, ma non Ã¨ neppure sospettoso, pensando sempre che lâamico abbia commesso qualche errore. Conviene aggiungere, infine, la dolcezza di parola e di modi, condimento per nulla trascurabile dellâamicizia. [â¦] Degno di amicizia Ã¨ chi ha dentro di sÃ© la ragione di essere amato. Specie rara! [â¦] Di tutti i beni della vita umana, lâamicizia Ã¨ lâunico sulla cui utilitÃ  gli uomini siano unanimemente dâaccordo.[â¦] Tutti sanno che la vita non Ã¨ vita senza amicizia, se almeno in parte si vuole vivere da uomini liberi. Lâamicizia, infatti, si insinua, non so come, nella vita di tutti e non permette a nessuna esistenza di trascorrere senza di lei. Anzi, se un uomo fosse di indole tanto aspra e selvaggia da rifuggire da ogni contatto umano e da detestarlo, non potrebbe tuttavia fare a meno di cercare qualcuno cui vomitare addosso il veleno della sua acredine. Allora Ã¨ vero quanto ripeteva, se non erro, Archita di Taranto: âSe un uomo salisse in cielo e contemplasse la natura dellâuniverso e la bellezza degli astri, la meraviglia di tale visione non gli darebbe la gioia piÃ¹ intensa, come dovrebbe, ma quasi un dispiacere, perchÃ© non avrebbe nessuno cui comunicarlaâ. CosÃ¬ la natura non ama affatto lâisolamento e cerca sempre di appoggiarsi, per cosÃ¬ dire, a un sostegno, che Ã¨ tanto piÃ¹ dolce quanto piÃ¹ caro Ã¨ lâamico.[â¦] In realtÃ , i rapporti di amicizia sono vari e complessi e si presentano molti motivi di sospetto e di attrito; saperli ora evitare, ora attenuare, ora sopportare Ã¨ indice di saggezza. Un motivo di risentimento in particolare non va inasprito, per poter conservare nellâamicizia vantaggi e lealtÃ : bisogna avvertire e rimproverare spesso gli amici e, con spirito amichevole, bisogna accettare da loro gli stessi rimproveri se sono ispirati dallâaffetto. Se, dunque, Ã¨ indice di vera amicizia ammonire ed essere ammoniti â e ammonire con sinceritÃ , ma senza durezza, e accettare i rimproveri con pazienza, ma senza rancore -, allora dobbiamo ammettere che la peste piÃ¹ esiziale dellâamicizia Ã¨ lâadulazione, la lusinga e il servilismo. Dagli tutti i nomi che vuoi: sarÃ  sempre un vizio da condannare, un vizio di chi Ã¨ falso e bugiardo, di chi Ã¨ sempre pronto a dire qualsiasi cosa per compiacere, ma la veritÃ  maiâ.



Lâamicizia Ã¨ innanzitutto una comunicazione (http://doc.studenti.it/appunti/psicologia/9/comunicazione.html) tra due persone che condividono passioni, situazioni comuni, che nel bene e nel male si sopportano a vicenda durante il lungo percorso della vita. Uso il termine âsopportarsiâ perchÃ© tra persone vi sono sempre delle divergenze che possono far riflettere e crescere allo stesso tempo, ma anche provocare lâallontanamento, a volte anche definitivo, nei casi piÃ¹ gravi nei quali svanisce la fiducia, suscitando lâincomprensione degli uni verso gli altri. Purtroppo ci si rende conto dellâimportanza degli amici solamente quando questi câignorano, quando si percepisce il loro allontanamento dalla nostra vita. In altre parole ci brucia la mancanza di unâamicizia quando ci si rende conto di averla perduta per sempre. A poco servono le scuse. Possono ricreare il dialogo, permettono forse di riallacciare i rapporti fisici, ma non riportano indietro la fiducia perduta. Come le ferite causate dalla lama di un pugnale, se pur rimarginate con il tempo, restano visibili per tutta la vita. Lâamicizia Ã¨ un bene prezioso che va alimentato giorno per giorno, Ã¨ in continua evoluzione tanto che grazie a esso non ci rendiamo nemmeno conto dello scorrere del tempo. Plauto diceva: âDove sono gli amici, lÃ  sono le ricchezzeâ, e per essere tale lâamicizia deve essere vissuta, costruita e non contemplata al pari di un monumento o di una generica meraviglia naturale. Non si puÃ² essere spettatori di unâamicizia, bisogna indossare i panni dellâattore e onorare la propria parte sulla scena, fino alla conclusione dellâatto, fino a quando non cala il sipario. Bisogna farlo sempre in prima persona, mettendosi in gioco, forse a volte sbagliando o rischiando di essere traditi. Si puÃ² rimanere estasiati alla visione di unâaurora boreale, ma non di certo indifferenti di fronte allâimmagine di due cuccioli di cane e gatto che reciprocamente si coccolano, mentre giocano inconsapevoli della loro diversitÃ  e del loro futuro âavverso/avversarioâ. A volte cerchiamo le persone perchÃ© sappiamo che con loro la giornata sembra essere piÃ¹ serena, ogni evento piÃ¹ lieto. Non ci rendiamo conto forse che essi sono dei potenziali amici. CosÃ¬, dâimprovviso lo diventano e basta, senza nessun tornaconto, per noi e per loro. Secondo le leggi (http://enciclopedia.studenti.it/legge.html) dellâEconomia il âdonareâ Ã¨ cosa buona solo se gli corrisponde sempre un âricevereâ. Nella vera amicizia disinteressata vi Ã¨ invece un continuo donare e il modo in cui si fa vale di piÃ¹ di ciÃ² che si dÃ .

E poi arriva lâamore, in tutte le sue forme. Amicizia e amore, un connubio indissolubile? E quellâaffetto che in qualche modo le unisce? Sono sensazioni cardine nella nostra vita di tutti i giorni, portatrici di emozioni uniche e indimenticabili, motivi validi per affrontare le mille difficoltÃ  che quotidianamente si pongono sul nostro cammino. Nel corso della nostra esistenza viviamo diverse volte queste situazioni, ci troviamo cosÃ¬ spesso ad avere a che fare con queste emozioni che bisogna anche saper gestire, comprendere, alle volte accettare e accettarsi nonostante tutto e tutti. Alle volte, questi sentimenti si confondono tra di loro e diventa difficile distinguerli per far chiarezza su ciÃ² che proviamo. Altre volte, questo lavoro Ã¨ inutile e non ce ne rendiamo nemmeno conto: la fame di chiarezza alimenta solo ulteriormente il nostro stato di confusione interiore. Quando si vuole bene a un amico, senza distinzioni di sesso, quando si tiene a lui e si Ã¨ parte integrante della sua stessa esistenza, diventa quasi superfluo distinguere le due cose. Amore come culmine estremo dellâamicizia. Nel profondo di noi stessi lâamico che soffre o che gioisce, che vive i momenti belli o brutti della sua vita ci coinvolge totalmente. Con lui condividiamo le medesime esperienze ed emozioni. Allo stesso modo lâamico sente le nostre. Si arriva a vivere in simbiosi, tenendo al bene dellâamico cosÃ¬ come si tiene a se stessi. E poichÃ© volenti o nolenti ci si ama, Ã¨ corretto affermare che si ama anche lui o lei allo stesso modo. Vale quindi davvero la pena di far distinzione tra amicizia e amore? Certo, quando nel rapporto subentrano il sesso, la famiglia, la convivenza. Resta vero il fatto che, in certe situazioni, Ã¨ semplicemente superfluo porsi il problema.




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