Castel Gavone: Storia del secolo XV
Anton Barrili




Anton Giulio Barrili

Castel Gavone: Storia del secolo XV



Stabilimento Fratelli Treves

A Santo Saccomanno.

_A te, valoroso artista, il cui scalpello sa infondere nel marmo tanta parvenza di vita, io dedico questo libro, in cui mi sono ingegnato di rinfrescare la vita e le costumanze d'un tempo trascorso. È una storia paesana e per me quasi domestica, poichè si ragguarda alla terra ove mio padre ha passati gli anni della studiosa adolescenza, ove mia madre è nata, e dove io medesimo ho vissuto tanti bei giorni.

Fanciullo ancora, io mi aggirai per quelle valli, consolate da un'aria così pura; mi commisi a quel mare tinto, in azzurro da un così limpido cielo; m'inerpicai su quei greppi, dove annidano i falchi e donde l'anima si eleva così libera e franca. Colà non è palmo di suolo che io non abbia corso, con quella pienezza di gaudio che ti fa parere come in casa tua, e con quel senso intimo di pace, che ti fa gustare la poesia delle solitudini. Il culto delle antiche memorie io lo derivo da quella terra così varia e così nobile, colle sue caverne ospitali ai prischi uomini della Liguria, co' suoi ponti romani, colle sue torri severe, cogli archi a sesto acuto e le finestre partite a colonnini, donde egli sembra che tuttavia ci guardi il passato, mestamente amoroso.

Tra le storie che illustrano questo mio diletto suolo materno, ho amato raccontar questa dello assedio sostenuto dai vecchi marchesi del Finaro, contro le armi di Genova, così onorevole pei combattenti dell'uno e dell'altro campo, Liguri tutti, antenati nostri, e, se ne togli ciò che è vizio particolare dei tempi, uomini esemplari per rara fortezza d'animo e singolar gentilezza di costume. O m'inganno, o il segreto di quella nobiltà di sentire, che è di presente patrimonio comune, ha da cercarsi in quelle stirpi di cavalieri del medio evo; i quali però non sono soltanto i mal ricordati progenitori di degeneri schiatte, ma i padri di tutti noi, gl'istitutori de' forti caratteri e dei cuori gentili.

E tu che le cose gentili e le forti imprimi sicuro nel marmo, gradirai, se non altro, le buone intenzioni, che io, scultore a mio modo, pongo oggi sotto il patrocinio della tua cara amicizia._



    ANTON GIULIO BARRILI.




CAPITOLO I


Nel quale si narra di due viaggiatori che amavano saper molto e dir poco.

A' dì 26 novembre dell'anno 1447 della fruttifera incarnazione (così dicevasi allora, nè io mi stillerò il cervello a rimodernare la frase), due cavalieri, che pareano aver fretta, galoppavano in sulle prime ore del mattino per la strada maestra che, svoltate le rupi di Castelfranco, lunghesso la marina del Finaro, risale verso il borgo.

Che risalga è un modo di dire, trovato da noi, i quali abbiam sempre la mente alle carte geografiche, e ci raffiguriamo il settentrione su in alto e l'ostro umilmente segnato nel basso. La strada di cui parlo era per contro ed è tuttavia in pianura, come la spiaggia che rasenta e come la valle in cui piega. Questa valle, che per amore del Medio Evo io dirò del Finaro, ma che i lettori possono, senza scrupoli di coscienza, chiamar di Finale, è stretta, ma piana, e la si abbraccia tutta quanta in un colpo d'occhio. Essa è conterminata da tre montagne; due la fiancheggiano, accompagnandola cortesemente fino al mare; un'altra la chiude a tramontana, o, per dire più veramente, la divide in convalli, dandole in tal guisa la forma di una ipsilonne, il cui piede si bagna nel Tirreno e le braccia si allungano verso il padre Appennino, che in quei pressi per l'appunto incomincia, spiccandosi dall'altura del Settepani, ultimo anello della catena delle Alpi marittime.

Nella inforcatura dell'ipsilonne (poichè ho presa a nolo questa inutilissima tra le lettere dell'alfabeto, ne spremerò tutto il sugo) si alza il monte del Castello, che ha il borgo del Finaro alle falde. Due torrenti, Aquila da levante e Calice da ponente, scendono dalle convalli, circondano il borgo, si maritano sotto le sue mura (stavo per dire sotto i suoi occhi), pigliano il nome di Pora e in un letto che è lungo un miglio, o poco più, consumano le nozze modeste, vigilate in sulla foce dalle due montagne accennate più sopra; Monticello a levante, che finisce poco lunge dalla spiaggia nei dirupi bastionati di Castelfranco, e Caprazoppa a ponente, ruvida schiena di monte che s'inarca a mezza via, indi si abbassa, si prolunga a dismisura verso mezzogiorno e coll'estremo suo ciglio si getta a piombo nel mare.

Tra questi due monti, e lungo la spiaggia, si stende ora una piccola ma ridente città, che porta il nome di Finalmarina. Al tempo di cui narro, si diceva in quella vece la Marina del Finaro e non era che un'umil terra di duecento fuochi; laddove il borgo feudale, murato in capo alla valle, ne noverava ben quattrocento, e, coronato dal suo castel Gavone, dimora e sede di giustizia ai marchesi Del Carretto, comandava su tredici borgate minori, sparsa sui greppi che gli sorgevano intorno, e per le valli che gli serpeggiavano da tergo.

Intanto che io tengo a bada il lettore benevolo, i due cavalieri hanno avuto il tempo di varcar la Marina, offrendo spettacolo di sè ad alcune frotte di pescatori, che traggono a terra le reti, e dando una sbirciata a due galere, che stanno sulle ancore in un cantuccio della rada, coi provesi legati agli argani della spiaggia. Giunti a poca distanza dal torrente, hanno voltato a destra, verso la valle, dalla cui apertura una severa ma bella veduta si affaccia loro allo sguardo.

La Caprazoppa, co' suoi massi enormi, sporgenti da ripide falde scarsamente vestite di umili cespugli ed erbe di facile contentatura, riceve ed ammorbidisce nella sua tinta rossigna, qua e là chiazzata d'azzurro, la vivida luce del sole. Laggiù, in capo alla valle, il cui fondo è ancora a mezzo velato dall'ombra della costiera di Monticello, s'innalza il dorso alpestre, su cui è murato il castello Gavone, superba mole solitaria, fiancheggiata da quattro torri, che siede a custodia dei passi sottostanti. Veduto a quella distanza, così solo in mezzo alle balze digradanti, il nobile edifizio comanda l'ammirazione e la riverenza. Lo si direbbe un avvoltoio, posato alteramente sulla sua rupe, in atto di spiare intorno e meditare da qual parte abbia a calarsi veloce, per afferrar la sua preda. Non lunge dal castello, la rupe si deprime un tal poco, indi risale, si gonfia e tondeggia in ampio dorso sassoso. È questa la roccia di Pertica, che, veduta da settentrione, apparisce dirupata, inaccessibile, come una di quelle rocche incantate che vide e ritrasse la fantasia dell'Ariosto. La vetta del monte, le bianche torri di Castel Gavone e i sottoposti declivii, risplendono al sole; il borgo del Finaro non si vede, ascoso com'è dietro un colmo di piante, ma lo s'indovina dalla merlatura di qualche torrione, o dalla guglia di qualche campanile, che sbuca dal verde.

I due cavalieri s'erano avviati per una stradicciuola sulla riva sinistra del torrente. Poco o nulla, inoltrandosi, potevano più scorgere di quella scena meravigliosa, che, allo svoltare della Marina, s'era parata dinanzi a loro. Il luogo era piuttosto basso; la prospettiva chiusa da alberi frequenti, da siepi e casolari. Ma eglino, a quanto pareva, non si curavano molto di godere la bella veduta, bensì di trovare un certo edifizio, che doveva esser meta, o stazione, del loro viaggio.

Ora, sebbene da quelle parti là non fossero mai stati, tale era la forma, e così chiara l'insegna del luogo cercato, che essi non ebbero mestieri di pigliar lingua da alcuno, per ritrovarlo. La forma era comune, anzi rustica a dirittura, ma notevole per un largo terrazzo sormontato da una pergola, su cui alcuni ceppi di vite, serpeggiando lunghesso i muri, erano saliti ad intrecciare i nodosi lor tralci, che per la stagione inoltrata apparivano spogliati di fronde. L'insegna, poi, era un ramo di pino, sporgente sull'angolo dell'edifizio, vicino ad un muro di cinta, nel quale si apriva il portone, per dar àdito alla casa e all'orto attiguo.

Giusta le apparenze, il padrone del luogo, o fittaiuolo che fosse, raccoglieva nella sua persona le due dignità di ortolano e di ostiere.

I due cavalieri giunsero davanti al portone spalancato, che lasciava scorgere un'aia pulita e lucente, sebbene non d'altro fosse composta che di terra battuta, con un frascato in aria, all'altezza del primo piano, e qua e là alcune rozze tavole e panche niente più appariscenti, secondo il costume delle osterie di campagna. Di là dall'aia, e proprio di rincontro al portone, si dilungava un pergolato, che risaliva tra due file di pilastri sul fianco della collina.

–Dovrebbe esser qui;—disse il più vecchio dei due, uomo intorno ai sessanta, dal volto abbronzato e dalle membra poderose, strette in un farsetto di pannolano, su cui era buttato alla scapestrata un corto mantello.—Questa veduta risponde benissimo a ciò che vi ha detto il magnifico messere Ambrogio Senarega. C'è il terrazzo colla pergola, c'è la frasca sull'uscio, il viale coperto in fondo dell'aia….

–E l'insegna che dice tutto!—interruppe il compagno, d'una ventina d'anni più giovine e più nobilmente vestito.—Vedi, Picchiasodo; qui sul portone sta scritto a lettere da speziali: «Fermatevi all'Altino; c'è buona l'accoglienza, e meglio il vino.»

–L'oste si vanta;—rispose il Picchiasodo;—ma gli darò io una ripassata al suo vino, e se non mi va, il primo pezzo di muro che mando a rotoli, vuol esser questo, dov'egli ha posto l'insegna.—

Intanto, erano entrati sotto il portone.

L'oste, faccia contenta e grulla (così almeno portava l'apparenza), si fece innanzi premuroso, con un ragazzone e una nidiata di bambini alle spalle.

–Entrate, magnifici messeri!—gridò egli, cavandosi umilmente la berretta e mettendo inchini su inchini.—Maso, piglia i cavalli e conducili in istalla.

–No, non occorre:—disse il più giovine dei due viaggiatori, che in quel mezzo scendeva d'arcione.

–Metteteli soltanto al coperto; ci si ferma per poco.

–E se il tuo vino non è buono, si parte subito!—aggiunse quell'altro, che rispondeva al nome di Picchiasodo.

–Ah, per questo,—rispose l'oste con aria di sicurezza profonda,—non ho niente paura. Vedrete, messere, sentirete che vino! Non fo per dire, ma ci ho il meglio della vallata. Soltanto alla tavola del nostro magnifico Marchese si può bere il compagno.

–Vedremo…. confronteremo!—disse gravemente messer Picchiasodo.

Ed era per aggiunger dell'altro; ma il suo compagno gli diede un'occhiata, che ebbe il potere di arrestargli la parola tra i denti.

–Venga dunque il tuo vino!—ripigliò l'oratore interrotto.—E siccome io m'immagino che voi, messer Pietro, non vi disporrete a mandarlo giù così di buon mattino, senza un briciolo d'accompagnatura….

–No certo;—ribadì l'altro sollecito.—Non ci sei che tu, per ber vino ad ogni ora, come se fosse acqua di fonte.

–Ah, baie! Io e lui siamo amici vecchi, messere, e si sta come pane e cacio. A proposito di cacio, hai tu qualcosa da ungere il dente? Di' su!

–Comandate, magnifici messeri!—fu pronto a dir l'oste, a cui erano rivolte le ultime parole del Picchiasodo.—C'è pane e cacio, uova da farne una frittata in un batter d'occhio, e se vi piace, posso anche ammannirvi un pollo allo spiedo….

–Ottimo amico! Ostiere degno della mia stima e della mia pratica!—gridò con burlesco fervore quell'altro.—Portaci il pollo, la frittata, il cacio, il pane, tutto quello che hai!—

L'oste, serviziato per indole e giubilante per quella mattutina ventura, non se lo fece dire due volte, e, comandato al Maso che accompagnasse i due forastieri al pian di sopra, ov'era luogo più degno di loro, entrò difilato in cucina, per ammannire alla svelta tutto il meglio della credenza. La moglie si diede a pelare un pollo, ostia innocente, acciuffata in quel punto sull'aia e messa a morte senza processo; il figlio più grandicello a rattizzare il fuoco e disporre il menarrosto; un altro a raccattare nell'orto due talli d'indivia e due carciofi primaticci; egli a trar fuori dall'armadio il pane, il cacio, il vasellame e tutto l'altro che bisognasse. Volea fare le cose a modo, mastro Bernardo; dare in tavola i principii, servire per bene i suoi ospiti, che gli pareano persone d'assai.

–Per altro, diceva egli (e qui faceva capolino la natural diffidenza del campagnuolo), o come va che due cavalieri di quella fatta, avviati al Finaro, si fermino qua, all'insegna dell'Altino? Capisco che alla Marina non abbiano trovato il fatto loro; ma qui siamo a cento passi dal borgo, e, con quelle cavalcature vistose, in quattro salti erano a casa.—

Onesta considerazioni mastro Bernardo le faceva ad alta voce, in quella che spicciava le sue faccende. Il Maso, che tornava in quel punto da apparecchiare la tavola, lo intese e da buon cortigiano entrò a dire la sua.

–Padrone, o che credete, che l'Insegna dell'Altino la non ci abbia il suo buon nome per tutto il paese? Chi non lo sa, che il miglior vino di Calice viene a farsi bere nella nostra osteria? E non sono già soli i terrazzani, che ci hanno la divozione a questo santo, ma anco i forestieri, che pure non avrebbero a risaperne gran cosa. Vi ricordate, padrone, quel pezzo grosso di genovese, che c'è capitato due volte e non c'era luogo al mondo che gli piacesse di più?

–Uhm!—brontolò mastro Bernardo, che in sulle prime aveva fatto bocca da ridere.—Brutta gente, quei genovesi! E se questi due fossero della pasta di quell'altro, meglio sarebbe dar loro acquetta, che vino di Calice!

–Ho dunque a portar loro l'acquetta?—chiese il ragazzone, con aria che volea parere melensa.

–Di che acquetta mi vai tu novellando?

–Non sapete, mastro Bernardo? quel vinello fiorito, che è sempre in fin di botte, perchè oramai nessuno lo vuole?

–Ehi, bada a te, mascalzone! Vuoi forse trincartelo tu, che fai sempre a screditarlo? Ci ho a fare un nipotino ancora, prima che tu ne assaggi!

–Un nipotino su quel vinello? Sarà acqua schietta, allora—notò il Maso tra sè.

E raumiliato in vista, ma contento d'aver detto la sua, andò a spillare il migliore, per servir degnamente i due forastieri; indi, colmate le bottiglie, si affrettò a portarle di sopra, insieme col pane e i camangiari.

Si affrettò, dico, ma non fu tanto sollecito a ritornare, come al padrone pareva che egli ragionevolmente dovesse; epperò n'ebbe da mastro Bernardo un'altra ripassata delle solite.

–Diamine!—sclamò il Maso.—Come ho a fare? Cinquantadue scalini non si salgono e non si scendono mica in un batter d'occhio!

–Cinquantadue! Tanti ce n'ha dal pian terreno al terrazzo.

–E appunto lassù ho dovuto apparecchiare. Hanno voluto così.—

Mastro Bernardo rimase lì a mezzo, colla mano sullo schidione e le ciglia inarcate.

–Che diavolo!—gridò egli sbalordito.—Sul terrazzo? in fin di novembre?

–La giornata è bella;—notò il ragazzo.—I due messeri hanno detto che par primavera e vogliono profittarne per godersi la vista….

–Della Caprazoppa!—interruppe l'ostiere.

–Eh, già, della Caprazoppa;—soggiunse il Maso.—Voi stesso, padrone, non dite che la valle è stretta, ma bella a vedersi? E poi, non si vede soltanto la Caprazoppa, di qua. Si guarda a manca, e si vede il mare; a destra, e si vedono le case del borgo, il castel Gavone e la roccia, di Pertica, Così l'hanno intesa i due forastieri, e, scambio di mettersi a tavola, sono andati a sedersi sul murello, per contemplare il paese.

–Uhm! uhm!—borbottò mastro Bernardo.—Che fossero davvero due genovesi? Bisognerà sincerarsene.

–Padrone,—ripigliò il Maso,—s'ha a darlo in tavola, il pollo?

–Non ancora; lo porterò io, quando sarà rosolato per bene. Va intanto lassù, moccicone, e vedi se non hanno mestieri di te.—

Cuoceva assai più del suo pollo, l'ostiere. Natura l'avea fatto curioso; amore della sua terra lo facea sospettoso per giunta. E qui cade in acconcio un cenno storico, il più breve che per me si potrà, donde il lettore benevolo avrà qualche lume intorno alla diffidenza di mastro Bernardo.

Quel tratto di paese, che dopo il 1100 formò il marchesato del Finaro, era compreso per lo innanzi nel marchesato di Savona, e facea parte del patrimonio di quel famoso Abramo, che la leggenda disse nato d'ignoti pellegrini e rapitore d'una figliuola di Ottone I, ma che la storia chiarisce figlio d'un conte Guglielmo, venuto di Francia, con trecento lance, in aiuto al marchese Guido di Spoleto.

Di questo Aleramo, che ben potè avere ottenuta in moglie l'Adelasia della leggenda, poichè egli appare esser stato carissimo ad Ottone I, e da lui fatto signore di largo dominio, nacquero i marchesi di Monferrato e, ramo minore, ma non manco rigoglioso ed illustre, i signori Del Carretto, marchesi di Savona e d'altre terre sull'Appennino. Venuto a morte nel 1268 Giacomo Del Carretto, sesto della discendenza d'Aleramo, l'eredità sua andò spartita in tre figli, e l'ultimo d'essi, Antonio, ebbe per suo terziere, e trasmise ai suoi successori, il Finaro.

Congiunti d'antico parentado ai marchesi di Monferrato, prossimi consanguinei dei marchesi di Millesimo, di Ponzone, di Cortemiglia e via via, di tutti i borghi delle Langhe, ultimi rimasti sulla Riviera di ponente a rappresentarvi il feudalismo invasore delle regioni settentrionali d'Italia, non potevano i marchesi del Finaro esser veduti di buon occhio dalla genovese Repubblica, che, utilmente pei futuri destini dalla penisola, sebbene non sempre con mezzi leciti e con nobiltà d'intento, mirava al dominio di tutta Liguria. Però non istettero molto a nascere e ad infierir le contese. E Genova, fattasi, nel 1305, per cessione sforzata d'uno tra que' marchesi, padrona di una parte del territorio, a viemmeglio assicurarsene il possedimento, innalzava sollecitamente sulla marina del Finaro la ròcca di Castelfranco, che aveva a perder di poi.

Ma Castelfranco e i diritti di Genova sulla terza parte del Finaro, avevano cionondimeno a rimanere continuo argomento di litigio tra la Repubblica e i marchesi Del Carretto. La quistione sarebbe stata presto risolta colla peggio di questi, se le intestine discordie genovesi non avessero condotta la città in gravi distrette e travolto il suo reggimento in balìa dei signori di Milano. E i marchesi del Finaro ne fecero lor pro, alleandosi coi nemici di Genova, accogliendone ad onore i fuorusciti, dando aiuto ai capitani di ventura, mandati a guerreggiarla, e quinci e quindi occupando le terre circonvicine, che ella aveva per sue.

In questa maniera di guerra, si chiarì più audace de' suoi antecessori il marchese Galeotto, uomo d'animo grande oltre lo stato, e, ne' suoi avvedimenti contro Genova, sovvenuto dal patrocinio di Filippo Maria Visconti, signor di Milano. E appunto nella primavera di quell'anno, che fu, siccome si è detto, il 1447, una nave del Finaro, impadronitasi d'una nave genovese de' Calvi, l'avea tratta come buona preda al marchese. Dolse ai genovesi lo sfregio sul mare, più che non avessero potuto gli altri danni molteplici in terra; perciò fu deliberato di trarne vendetta sollecita, e tanto più allegra, in quanto che, essendo al termine di sua fortuna, e altresì di sua vita, il Visconti, ed ospite di Galeotto essendo il fuoruscito Barnaba Adorno, antico doge, balzato di seggio da Giano Fregoso in quell'anno, i vecchi nodi coi nuovi pareano stringersi al pettine, e molti torti si vendicavano in uno.

Per altro, infiammati i genovesi alla guerra, Giano Fregoso mirava a sfruttare quello sdegno cittadino per utile suo; e copertamente faceva proposta di pace a Galeotto, chiedendogli in moglie Nicolosina, la sua bella figliuola, e in balìa l'ospite Adorno, il cui riscatto, già fermato in diecimila genovini d'oro, prometteva egli di costituire in dote alla sposa. Disdegnò le celate proposte il marchese, mentre pure incalzavano le intimazioni della Repubblica, aperte queste e solenni. E in quelle proposte di Giano, e in queste intimazioni del Doge, parecchie ambascerie s'erano spese, tra il marzo e il novembre, ma tutto senza alcun frutto presso il marchese. Egli, o fidasse nell'aiuto de' consanguinei, stretti in lega con lui, o dal medesimo spesseggiar dei messaggi argomentasse debolezza ne' suoi nemici, o non pigliasse consiglio che dal suo animo prode, si tenne saldo nel niego.

E pronto si teneva altresì alla prova dell'armi. Il borgo era munito d'ogni maniera di difese; Castelfranco, scolta avanzata del Finaro, mentendo alle ragioni per cui era stato costrutto, si mostrava preparato a sostener l'urto de' suoi fondatori. Senonchè, i genovesi parevano piuttosto propensi a minacciare, che a muover guerra risoluta e gagliarda. L'ultima ambasceria, quella di messere Ambrogio Senarega, non avea l'aria di recare ai Del Carretto le ultime ragioni della Repubblica; epperò se ne aspettava un'altra, con grande molestia dei finarini, i quali vedevano le loro valide braccia rapite all'utile lavoro dei campi o delle officine, per aspettare un nemico che non veniva mai, e tutti li costringeva a quell'uggioso stato di aspettazione, che non è guerra, nè pace, e non dà modo di godere i frutti di questa, nè di sperare imminenti le conseguenze, buone o triste, di quella.

E adesso il lettore intenderà di leggeri con che animo mastro Bernardo, da buon cittadino e da oste a cui premeva il suo traffico, paventando il futuro, si facesse a considerare il presente, e con che po' di sospetto dovesse badare a que' due forastieri, i quali, in cambio di starsene in una camera al caldo, andavano a far sosta sul terrazzo, e più assai che di gustare i principii di tavola, si mostravano teneri di studiar prospettiva.

L'impazienza rosolava mastro Bernardo, ben più che i carboni ardenti non rosolassero il pollo. Ne avvenne, che egli si tenesse ancora nelle dita una serqua di giratine, e messo il pollo in un vassoio di terra savonese (che cominciava allora a soppiantare le terre cotte di Majorica), lo portasse egli in persona a' suoi ospiti.

Erano ambedue seduti sul murello dell'altana, quando l'ostiere comparve dall'abbaino, col suo piatto fumante tra mani.

Picchiasodo fu il primo a vederlo,

–Degno ostiere!—gridò egli, tirando dentro una gamba, che tenea cavalcioni sul muricciuolo.—Tu hai fatto le cose alla spiccia.

–Magnifici messeri,—disse Bernardo inchinandosi, nell'atto di deporre il vassoio in mezzo alla tavola,—temevo non aveste a spazientirvi e a prendere in uggia l'Altino….

–In uggia? che diavol dici? in uggia questo paradiso terrestre? Io ci ho succhiato una dozzina di olive indolcite, e stavo per isfogliarci un carciofo, davanti a questa bella veduta.

–Un po' chiusa….—notò timidamente l'ostiere.

–Tu sei modesto, mio caro…. A proposito, il tuo nome?

–Bernardo, ai vostri comandi.

–Diciamo dunque mastro Bernardo. Ora, vedi (e frattanto Picchiasodo con certi colpi di trinciante, che non erano da scalco, faceva a spicchi il pollo infilzato nel forchettone, per darne il meglio a messer Pietro), a me piacciono quei monti, che chiudono la vista…. quei monti che calano addosso al paese, come falconi sulla preda.

–Ci sarà una strada;—entrò a dire con piglio di mezza domanda il compagno.

–Una strada? sicuro;—rispose l'ostiere;—quella che voi facevate, messeri.

–Eh, quella, si sa; ma un'altra su quella costiera, o qui, dall'altra banda…. Queste montagne non saran mica inaccessibili.

–Occhio alla pentola, Bernardo!—disse l'ostiere tra sè.—Son genovesi, costoro, o ch'io non so più a quanti dì è san Biagio.

E ad alta voce soggiunse:

–No, magnifici messeri; ci sono alcuni passi, ma da non farne conto; buoni per menare al pascolo le capre, e nient'altro.

–Male!—sclamò il Picchiasodo, battendo le labbra.—Strade ci vogliono, mastro Bernardo; strade ci vogliono, perchè la gente a modo non abbia a scavezzarsi il collo.

–Le strade larghe tirano i nemici in casa,—sentenziò l'ostiere, temperando l'agro dell'osservazione con un suo riso melenso.

–E la strette non invitano gli amici;—replicò il più giovine e il meno loquace dei due forastieri.—Per ventura nostra, abbiam fatto il giro più lungo, a venir qua, ed abbiamo azzeccato una strada da amici.

–Amici! Beato chi ne ha!

–E ne ha sempre chi merita. Ne ha, verbigrazia, in buon dato il tuo magnifico marchese, messer Galeotto, che è un cortese e liberal cavaliere.

–Dite anche giusto ed umano,—soggiunse mastro Bernardo con impeto,—che in tutta la nobilissima stirpe dei signori Del Carretto non è il più leale, il più degno dell'amore e della venerazione del popolo.

–Tu lo ami molto, a quel che pare.

–Messere, che dirvi? Siam povera gente e si conta nulla; ma se bisognasse buttarci nel fuoco per lui….

E mastro Bernardo fece l'atto di dar la capata.

–Qualche volta riesce un po' duro di pagare la taglia;—notò il Maso, che si rodeva da un pezzo di non poter dire la sua.

–Che c'entri tu, mascalzone? Ti paion cose da dirsi, coteste? Eh, mastro Bernardo,—soggiunse l'altro, stringendosi nelle spalle,—non vi lagnate voi qualche volta, e non avete detto ancora l'altro dì….

–Che tu se' un pendaglio da forca o ch'io vo' lardellarti la lingua, per farne vivanda regalata al diavolo, tuo padrone. Va via, e vedi se la Rosa ha in pronto la frittata. Perdonate, magnifici messeri! Quel tristanzuolo mi ha fatto perdere la tramontana, colle sue invenzioni. Non dico che qualche volta…. Sicuro, i tempi son grami e le riprese scarse; ma io ho sempre pagato volentieri la taglia, la decima, e tutte l'altre gravezze…. perchè, già, il castello e la chiesa non son mica fatti d'aria, e di qualcosa hanno pure a campare.

–Sta di buon animo!—disse gravemente il Picchiasodo.—Se tu hai qualche volta mormorato del fisco, hai anche puntualmente pagato. La penitenza cancella il peccato, e noi non ne diremo nulla al tuo ottimo signore. Alla sua salute intanto,—aggiunse il solenne bevitore,—e ogni cosa gli vada com'io di gran cuor gli desidero.

–Non son genovesi!—notò mastro Bernardo tra sè.—Indi, a voce alta proseguì:

–Vedo che voi, magnifici messeri, siete amici del nostro Marchese, che Iddio prosperi e innalzi su chi gli vuol male. Di certo siete qua venuti per fargli una sorpresa….

–Vedi il destro arcadore! Ei l'ha imberciata alla prima. Sicuro, siamo venuti a fargli una sorpresa, e sarà più contento egli di veder noi, che non tu di buscarti un genovino d'oro.

–Moneta del nemico, è sempre buona a pigliarsi;—si fece a dire quell'altro, che il Picchiasodo chiamava rispettosamente messer Pietro;—e anche non amando i genovesi, si possono avere in pregio i genovini.

–E' sono il meglio di quella gente là!—rispose mastro Bernardo, ridendo liberamente, da uomo che non aveva più sopraccapi.—Ma ecco la frittata, magnifici messeri;—soggiunse, vedendo tornare il Maso e levandogli di mano il piatto, con quel disco appetitoso nel mezzo;—guardate se non par d'oro anche questa.

–Or ora ne faremo il saggio;—disse il Picchiasodo.—Ma guardate, messer Pietro, voi che siete così vago della bella natura; guardate com'è bene indorata dal sole quella vetta laggiù. Di' su, amico ostiere, come si chiama?

–È la roccia di Pertica,—rispose mastro Bernardo.

–La è proprio a cavaliere del castello;—notò il Picchiasodo.—Io, per me, se fossi nei panni del Marchese, temerei sempre di vedermi cascare di lassù un genovese sulla groppa.

–Sì, se un genovese avesse l'ali!—disse asciuttamente mastro Bernardo.

–Che? non ci si sale, fino a quel colmo?

–Che io mi sappia, non ci ha mai posto piede anima nata. E' bisogna vedere la roccia alle spalle, là dalla parte di Calice. Gesummaria! Se un negromante non ci scava i gradini nel vivo, gli è come volersi aggrappare ad uno specchio.

–Uhm!—borbottò il Picchiasodo.—E quell'altro cocuzzolo sulla Caprazoppa?

–È la roccia dall'Aurèra.

–Mi pare di vederci un segno di strade.

–Strada romèa, messere; ma ora la è guasta per modo che nessuno più se ne giova. Per altro, a che servirebbe, lassù?

–Adagio a' ma' passi!—gridò il Picchiasodo.—Qui ti vien meno il tuo senno, degnissimo ostiere. Non mi dir male de' romani! Non c'eran che loro, per capir certe cose. Vedi; una strada su quel monte la ci voleva, come un bicchier di vino su questo boccone. Strade sui monti, dico io; in pianura, quasi quasi se ne potrebbe far senza; uomo, o macchina, o bestia da soma, tutto ci passa a bell'agio; ma su per l'erta d'un monte, sul fianco d'una costiera, e va dicendo, s'ha a far come Annibale, lavorar coll'aceto. Ne hai tu dell'aceto?

–Padrone,–entrò a dire il Maso,—c'è quella botte di vinello fiorito, che potrebbe….—

Così disse il ragazzo, ma non continuò il discorso, poichè mastro Bernardo con una occhiata furibonda gli troncò le parole, e con una pedata non meno espressiva gli fe' prendere il volo verso l'abbaìno.

–Ne avrete fatto, di strada;—disse l'ostiere, tornando a' suoi ospiti e cercando di ravviare la conversazione;—ne avrete fatto molta, messeri, pervenire fin qua!

–Molta;—rispose il Picchiasodo, colla bocca impacciata da un boccone più grosso degli altri.

–E…. se è lecito il chiedervi….

–Ostiere!—interruppe quell'altro, con piglio tra il burbero e il faceto.—Che diavol ti piglia, di voler sapere il nostro itinerario?

–Scusate, magnifico messere…. volevo dire…. Siccome so che il nostro Marchese aspetta per l'appunto qualcuno….—

Il Picchiasodo era per dirgli dell'altro in quella medesima chiave; ma messer Pietro, più accorto, indovinò il profitto che si poteva ritrarre da quelle mezze parole dell'oste, e vogò destramente sul remo al compagno.

–E chi aspetta, di grazia?—domandò egli a mastro Bernardo.—Ne hai già imbroccata una, dicendo che siamo venuti per fare una sorpresa al tuo nobilissimo signore; vediamo dunque; indovina quest'altra!

–Ma….—disse l'ostiere, gonfiandosi a quella lode (e se avesse avuto un cencio di coda, si sarebbe provato a fare la ruota)—si parla in paese d'un certo matrimonio….

–E di chi? Va innanzi!—prosegui messer Pietro, ugnendogli le carrucole.

–Eh, meglio di me lo saprete voi, magnifico messere. Io non lo conosco, ma dicono sia un uomo d'assai, che ha terra e castella ed ogni ben di Dio, là dalle parti di Torino….

–E la sposa? Che ne dici tu?

–Madonna Nicolosina? Ah, quella è un occhio di sole…. un bottoncino di rosa!… Diecisette anni, messere, diecisette anni a san Nicola, che casca tra dieci dì, salvo errore, ed è già una meraviglia di bellezza, che vengono già da tutte le parti, solo per vederla a passare per via. E buona, per giunta, come il pane, e costumata, poi, e dotta, che nemmanco il parroco di san Biagio ne sa quanto lei. Insomma, una perla, messere, una perla, come madonna Bannina, sua madre, che Iddio conservi lungamente alla casa dei nostri signori.

–Godo che un suo vassallo me la lodi così!—esclamò messer Pietro, con aria tra umile e contenta.

–È lui! è lui! non c'è dubbio;—disse mastro Bernardo tra se.—Non sono io il solo a lodarla,—ripigliò quindi, per dar la giunta alla derrata,—ma tutti i ventimila abitanti del Marchesato l'hanno in quel conto che ella si merita, per la sua bellezza e per la sua virtù, che non han la compagna. E come le son fioccati i partiti! Ce n'è uno che la voleva ad ogni costo, e seguita a volerla…. messer lo Doge di Genova…. Ma sì, gli ha da appiccar la voglia all'arpione, costui! Madonna Nicolosina non è boccone pei Fregosi….

–Ah sì? e perchè mò?—interruppe messer Pietro, facendo bocca da ridere.—Perchè son genovesi?

–Non già per questo;—rispose l'ostiere, con un certo sussiego.—Parliamo suppergiù la medesima lingua e si potrebbe vivere, sto per dire, da buoni fratelli, se qualche volta non ci avessero il ruzzo di spadronare in casa d'altri. Ma vedete, messeri; su quella gente là non ci si può far conto. Potevano essere, sia detto con vostra licenza, il primo popolo del mondo, stimati da per tutto e temuti la parte loro…. Ma no; con mille discordie si sono guastati il sangue, e non possono durarla tre mesi in pace con sè medesimi. Va via di lì, ci vo' star io, è la regola di tutti que' maggiorenti, che dovrebbero invece adoperarsi per la tranquillità e per la grandezza del popolo. E si bisticciano sempre, non so da quanti anni, e fanno a rubarsi il comando; oggi Adorno, domani Fregoso, posdimani Adorno da capo, sempre su e giù, si arrabbattano come fagiuoli in pentola. Erano padroni in casa loro, che non li comandava nemmeno l'imperatore; e adesso, vedete, son roba di tutti, che la è una miseria a pensarci. E ancora s'impuntano a dar molestia ai vicini; e vogliono far l'omo addosso a noi altri! Si mettano in pace tra loro, si mettano; comandi chi può e obbedisca chi deve. Che ve ne sembra, messere?

–Mi sembra che tu abbia ragioni da vendere!—rispose messer Pietro, aggrottando le ciglia.

In quella che mastro Bernardo, ringalluzzito del suo trionfo oratorio, si disponeva a meritarsene un altro, ricomparve il Maso sull'altana.

–Padrone!—gridò egli ansimante—Venite giù subito!

–Che c'è egli di nuovo?—dimandò stizzito l'ostiere.

–C'è messer Giacomino che ha mestieri di voi.

–Aspetti; or ora ci andrò.

–Ha premura;—incalzò il ragazzo,

–Se ne vada, allora; potevi dirgli che ci ho forastieri.

–Se gliel ho detto! Ma egli vi vuole ad ogni costo.

–Ha da essere un pezzo grosso, il vostro messer Giacomo!—notò il Picchiasodo.—Va dunque e vedi di contentarlo.

–Oh, gli è un giovinotto, mezzo villano e mezzo soldato, che si crede dappiù di chi si sia, perchè il nostro Marchese lo vede di buon occhio; un superbioso, che va sempre col capo nelle nuvole, e qui non ha mai bevuto un bicchiere.

–Ragione di più per scendere; vedrai che stavolta ti asciuga la cantina.

–Del resto,—soggiunse messer Pietro.—oramai siamo satolli e si parte. Fa intanto stringer le cinghie ai cavalli.

–Sarete serviti, magnifici messeri; e caverò fuori un fiaschetto di malvasia, che vien proprio da Candia, pel bicchier della staffa.

–Sta bene; e tu piglia questo per l'opera tua; credo che basterà.—

Così dicendo, messer Pietro gli pose in mano un genovino d'oro.

–Corbezzoli, se basta!—gridò l'ostiere, facendo tanto d'occhi a quel lucicchìo.—Tornateci domani, sul conto, e doman l'altro, se vi piace; l'Altino è vostro, messere.

–Se non ci avesse a costare che questo,—borbottò il Picchiasodo,—e' sarebbe a straccia mercato.—

Il genovino d'oro, valeva allora quindici grossi, che erano intorno a tredici lire della nostra moneta presente, ma che, fatto il conto dei tempi diversi e dei mutati prezzi delle derrate, potrebbero ragguagliarsi al doppio di questa valuta. E ciò spieghi la meraviglia della contentezza di mastro Bernardo; il quale si avviò gongolante all'abbaino, per dove era già scomparso il ragazzo.

–Che matrimonio ha da essere!—andava dicendo l'ostiere tra sè.—Non è più di primo pelo, ma e' ci ha un'ariona da principe, questo messere…. A proposito; la Rosa mi aveva pur detto il suo nome! Tamburlano? No. Canterano? Nemmeno. Certo comincia in ca…. Vediamo un poco!

Messer Pietro si era mosso dalla tavola, alla volta del murello, e pareva volesse dare un'ultima occhiata al paese. Picchiasodo, da uomo più materiale, era ancora al suo posto, e mostrava cogli atti di voler vedere il fondo all'orciuolo del vino.

–Scusate, messere;—disse mastro Bernardo, avvicinandosi a lui;—il nome del vostro compagno?

–Perchè?—dimandò il Picchiasodo, inarcando le ciglia.

–L'ho sulla punta della lingua;—prosegui mastro Bernardo, senza badare al piglio scontento di quell'altro.—Vedete, messere; sono un povero diavolo d'oste, ma ci ho entratura al castello. Mia moglie è sorella della madre di Gilda, la cameriera di madonna Bannina, e il nome dello sposo io l'ho risaputo. Ca…. Casche…. Aiutatemi a dire!

–Casche….—ripetè il Picchiasodo, per contentarlo.

–Sicuro, Casche…. Ma se non mi date voi una mano…

–Ti cascherà l'asino, lo capisco.

–Ah, bravo! Cascherà…. Ci sono; Cascherano, Grazie tante! Messer lo conte di Cascherano,—soggiunse allora mastro Bernardo, volgendosi a messer Pietro e sprofondandosi fino a terra,—la grazia vostra!

–Per chi vi piglia costui?—chiese il Picchiasodo a messer Pietro, mentre quell'altro si allontanava.

–Lascialo dire;—rispose messer Pietro.—Egli è venuto quassù per farci cantare, ed ha cantato lui per tutti, il baggèo!—




CAPITOLO II


Dove messer Giacomo Pico impara che il torto è degli assenti.

Stropicciandosi le mani in segno di contentezza, tronfio, invanito di quel colloquio, in cui aveva fatto prova di tanta penetrazione, mastro Bernardo scese le scale; indi, comandato al ragazzo che stringesse le cinghie alle cavalcature dei due forastieri, e alla Rosa che pigliasse in cantina un fiaschetto di malvasia, entrò in cucina, dove stava il nuovo venuto impaziente ad attenderlo.

Era costui un giovinotto di forse venticinque anni, che tale lo dinotava l'aspetto, fiorente della prima virilità, alto della persona, di membra robusto e di belle sembianze, quantunque infoscate un tal poco dalla torbida guardatura degli occhi cilestri e dallo aggrovigliarsi della chioma rossigna in ciocche scompigliate sul fronte. Semplice era la foggia del vestire; portava calze di lana divisata e scarpe di cuoio ruvido, alla guisa dei montanari; in capo aveva un'umil berretta e sulle spalle una cappa di bigello, alla borghigiana; ma il farsetto di cordovano e l'impugnatura d'una brava misericordia, che facean capolino dallo sparato, insieme colla punta d'una spada che usciva fuori ad una rispettabile lunghezza dal lembo della cappa, lo chiarivano un uomo d'armi, per allora fuor di servizio, ma non al tutto fuori d'arnese.

Il suo nome era Giacomo Pico, figliuol d'Antonio, della terra di Bardineto. Lo si chiamava dimesticamente messer Giacomino, sendo egli venuto in tenera età alla corte del Marchese; ancora lo dicevano il Bardineto, senz'altro, dal suo luogo natale, posto a forse dodici miglia di là, in mezzo ai monti, presso le scaturigini del Bormida. Bardineto apparteneva ai signori Del Carretto, e ad essi molto affezionata era la famiglia dei Pico; singolarmente caro a Galeotto il loro ultimo rampollo, che dapprima eragli stato donzello, indi compagno nelle aspre fatiche di guerra e salvator della vita. Però Galeotto lo teneva sempre al suo fianco, più amico assai che vassallo, e lo adoperava in ogni faccenda che richiedesse fedeltà e segretezza a tutta prova.

Ragioni queste perchè mastro Bernardo avesse a fargli servitù. Ma, oltrechè non gli sapea menar buono quel suo fare fantastico e il non essersi mai seduto davanti a' suoi fiaschi, quel giorno a mastro Bernardo pareva di aver piantato l'insegna accanto a più gran personaggio che non fosse messer Giacomo Pico.

Epperò, mentre questi, vedutolo entrare in cucina, si muoveva ansioso verso di lui, quel vanaglorioso d'un oste gli fece a mala pena di berretta.

–Ve ne prego messer Giacomino, spicciatevi;—soggiunse egli tosto, dopo quell'atto un po' sbrigativo;—ho da offrire il bicchier della staffa a due cavalieri.

–Erano da te!—sclamò il Bardineto.—Ed io che li cerco da un'ora!….

–Eh, eh, capisco;—ripigliò mastro Bernardo, con aria di chi sa e vuol lasciarsi scorgere;—il nostro magnifico Marchese li aspetterà.

–Se li aspetterà! Lo credo io! Sono annunciati certamente da due ore. Io era appunto in volta verso Calvisio,… A mala pena arrivato stanotte!…

–A proposito, siete stato in viaggio….

–E lungo; e ho avuto appena il tempo di far la mia relazione al Marchese, ch'egli mi ha mandato fino a Pia per vedere la nuova compagnia di balestrieri che ha presa in condotta testè. Ero salito a Calvisio per dare un'occhiata alla guardia; torno al passo della fiumana e mi dicono che due cavalieri sono discesi verso Castelfranco, avviati pel Borgo. Mi metto sulle loro pedate e non li trovo; alla porta di San Biagio nessuno li ha visti. Rifò la strada, piglio lingua, e sento che si erano fermati all'Altino. Che è ciò? A due passi dal borgo, perchè smontano essi da te?

–Eh, l'ho detto ancor io; perchè smontare da me? Ma che volete, messer Giacomino? Avran veduto l'insegna: Fermatavi all'Altino, c'è buona l'accoglienza e meglio il vino. E l'han trovato buono, credetemi, quantunque non l'abbiate mai assaggiato. Dopo tutto, o che? dovevano presentarsi al castello a stomaco digiuno, come due pellegrini affamati?

–Che uomini sono?—dimandò il Bardineto, per metter fine a quella intemerata dell'oste.

–Non lo indovinate?

–Eh, forse; due genovesi, dei soliti, che vengono qua, sotto colore d'ambasceria, per curiosare, scoprir terreno e macchinar tradimenti in casa nostra.

–Che!—sclamò mastro Bernardo, facendo le cocche colle dita,—Più su sta monna Luna!

–Come? e che altro hanno ad essere?

–Due pezzi grossi, vi dico io. Cioè, no, dico male; uno grosso soltanto di corporatura, e gli ha da essere lo scudiere, o alcun che di somigliante; ma l'altro….

–L'altro?

–Eh, un uomo per la quale, che è aspettato dal Marchese e gli farà molto piacere il vederlo capitare al castello.

–Non genovese?—ripicchiò il Bardineto, stringendosi nelle spalle.

–Non genovese; piemontese.

–Capitano di ventura?

–Altro ci è; signore di terre e castella. Ma scusatemi, messer Giacomino; e' son qua che scendono le scale.—

E senza aspettar altro, l'ostiere si mosse, per andare incontro a' suoi ospiti.

IL Bardineto, rimasto solo in cucina, si accostò alla finestra, che dava sull'aia, ov'erano già i due cavalli, tenuti per le redini dal Maso, e vide poco stante i due forastieri che salivano in arcione.

Uno, il più vecchio e il più tarchiato, gli parve per l'appunto uno scudiere, o un famiglio. L'altro, era un bell'uomo tra i trenta e i quaranta, biondo di capegli, dal volto un po' arsiccio, ma bianco di carnagione, di leggiadre fattezze e di nobilissimo aspetto. Anche a non voler badare alla sua cappa di scarlatto verde foderata di vaio e al suo cavallo palafreno, la cui gualdrappa e gli altri arnesi erano filettati d'argento, si capiva ch'egli era un uomo di grande affare, e che mastro Bernardo aveva ragione a notare in lui un'ariona da principe.

–Chi diamine sarà costui?—andava almanaccando tra sè il Bardineto.—Non genovese, perciò non nemico; capitano di ventura nemmanco. Fosse uno del parentado! Ma io li conosco tutti, i signori della lega, e questi mi giunge affatto nuovo alla vista.

Intanto, mastro Bernardo s'era fatto innanzi col suo fiaschetto di vin prelibato e profferiva ai due viaggiatori il bicchier della staffa.

–Grazie!—disse il più giovine accettando il bicchiere e rendendolo dopo avervi a mala pena intinte le labbra.

Non così il Picchiasodo, che, recatosi il bicchiere all'altezza degli occhi, ne contemplò amorosamente il liquido topazio, indi lo accostò alle labbra, ne assaporò un sorso, tornò da capo a guardare, mentre, alla maniera de' buongustai, batteva la lingua contro il palato, e finalmente, arrovesciando gli occhi in segno di beatitudine, mandò giù l'abbeverato e succiò l'orlo del bicchiere per giunta.

–Se tu cominciavi da questo,—diss'egli all'oste nell'atto di restituire il bicchiere,—non si andava più via dall'Altino.

–Eh eh!—rispose mastro Bernardo ridendo.—Per altro, a messer lo conte non è piaciuto.

–A me?—dimandò messer Pietro, vedendo che l'oste accennava a lui.—Anzi, gli è nettare, non vino; ma con quest'amicone non bisogna far troppo a fidanza.

–Con vostra licenza, messere, berrò io le vostre bellezze. Alla salute degli sposi.

E mastro Bernardo, contento di metter le labbra al bicchiere del suo ospite, tracannò il rimanente d'un fiato.

Messer Pietro sorrise, salutò e spinse il cavallo fuori del portone.

Il Picchiasodo spronò a sua volta, e lo seguì sulla strada.

–Costui vi vuol vedovo, messer Pietro;—gli disse frattanto a mezza voce.—Povera madonna Bartolomea!—

A mala pena furono sulla strada i due viaggiatori, il Bardineto si serrò addosso a mastro Bernardo.

–E adesso mi dirai…. Prima di tutto, che andavi tu novellando di sposi?

–Non avete capito?—disse l'ostiere, mentre, levato di pugno al Maso il fiaschetto prezioso, lo andava a riporre nell'armadio.—C'è un matrimonio in aria e quello è lo sposo; il magnifico conte di Cascherano, che si è degnato, bontà sua….

–Sposo! di chi?—interruppe il Bardineto, facendosi bianco nel viso come un cencio lavato.

–Eh, non già di madonna Bannina, nè della mia Rosa, che hanno i loro uomini vivi e sani!

–Ma, alla croce di Dio, parla; di chi?

–Di madonna Nicolosina, perdinci! O che, venite dal mondo della luna?—

A messer Giacomo Pico venian meno le forze, e si offuscava la vista.

–Impossibile!—esclamò egli, con voce soffocata dalla commozione.—Impossibile!

–E perchè mo'? A San Nicola fa i diecisette, quantunque, a dir vero, mi paia che la sia nata ier l'altro. Ma, pur troppo, i giorni passano e gli anni van di conserva. O che? l'avrebbe da starsene a spulciare il gatto? È bella, è savia, è di nobil casato; e qui, con nostra buona pace, non c'è nessuno per lei. Al Fregoso, quantunque doge, non l'hanno voluta mostrare nemmeno dal buco della toppa; e' bisognava dunque far capo più lunge; a Cascherano, verbi grazia. Cascherano! bel nome! E lo sposo n'ha un altro, per giunta alla derrata; ma ora e' non mi vien sulle dita.—

Il Bardineto sudava freddo, e per un tratto non aveva potuto aprir bocca.

–Ma come sai tutto ciò, che io ignoro affatto?….

–Eh, lo capisco? se voi andate a fare l'ambasciatore! Da quanto tempo mancate?

–Da due settimane; cioè a dire, da quando è partito l'ultimo oratore dei Genovesi, messere Ambrosio Senarega. Sono stato a Cosseria, a Millesimo, a Cortemiglia, a Ponzone; ho dato infine una scorsa a tutte le castella delle Langhe.

–Orbene, e in questo mezzo s'è accozzato il negozio. Io sono stato il primo ad averne fumo, in paese. Sapete pure, messer Giacomino; madonna Bannina, che Iddio la prosperi sempre, n'ha fatto un cenno alla Gilda. La Gilda l'ha rifischiato a sua zia; e sua zia, che è poi nostra moglie, indegnamente, l'ha rapportato a me, com'era debito suo. Ma ora che ci penso, badate, gli era un segreto da tener sotto chiave, e voi da me non sapete nulla, intendiamoci; io non ho fiatato, acqua in bocca! me lo promettete?—

Messer Giacomo Pico non gli dava più retta; uscito in sull'aia, aveva infilato il portone, e via come una saetta.

–Ehi, dico, messer Giacomino, vi prego, non mi fate pasticci!—andava gridando l'ostiere.—Che diamine! ci ha il fuoco alle calcagna. E perchè mo'? Quella notizia l'ha messo fuori dei gangheri. Egli forse…. cotto di madonna Nicolosina? Eh, non mi farebbe meraviglia; la donna è un certo guaio! Quando t'ha fatto perdere il lume degli occhi, non badi più se la è imperatrice o villana. Orvia, se la è così, un bel malanno l'ho fatto! Ma già, maledetta lingua! La Rosa me lo dice spesso, che non so tenermela a freno! E poi? che male c'è? Tanto e tanto s'aveva a sapere. Il Cascherano non è forse arrivato? E come l'avranno a battezzare, quando capiterà al castello e farà il su' inchino alla sposa? Andiamo, via; delle mie ragazzate, non è questa la peggio.—

Con questo po' di sollievo, mastro Bernardo si ritirò nella sua tenda, dove noi lo lasceremo ad aspettare gli avventori quotidiani, men nobili o meno degni della nostra attenzione.

Il Bardineto, con quel passo che ho detto, s'era avviato verso il Borgo. Giunto alla porta di san Biagio, varcò il ponte levatoio gittato sul torrente dell'Aquila, ed entrò sotto l'androne, dov'era scolpito in marmo il carretto, tirato da due leoni aggiogati, con suvvi lo scudo listato a fascie diagonali d'argento in campo rosso.

Per la prima volta, guardando quella insegna de' suoi signori, l'occhiata fu torva. Egli per fermo non se ne addiede, non n'ebbe coscienza; ma fu torva la sua guardatura, piena di stizza, se non forse di mal talento e di rabbia.

Ah! diceva quell'occhiata; sposa Nicolosina ad un altro! Era forse quella la ricompensa che egli si riprometteva de' suoi fedeli servigi? Non già che l'attendesse; non già che l'avesse per suo certo diritto! Ma egli, adolescente, quasi fanciullo, era venuto alla corte del Finaro, come donzello del marchese Galeotto, e da lui tenuto in conto di figlio. Vassalli erano i Pico, ma pur sempre i primi di Bardineto; questo sentivano di sè medesimi, e l'onesta alterezza del casato erasi accresciuta nell'animo del giovinetto, per quel suo lungo vivere in corte, dimestico ai grandi, per modo da parergli non pure di essere uno dei loro, ma di non essere stato mai altro. E un bel giorno i vincoli della consuetudine s'erano ristretti anche più, per aver egli campato il marchese dalle mani dei genovesi, che in uno scontro di pochi anni addietro già l'avean posto a mal partito, sui monti alle spalle di Albenga.

E al suo ritorno in corte, che era egli mai avvenuto? Lui audacissimo tra i migliori del Finaro, lui salvator suo e primo sostegno della sua casa, celebrava il marchese; però, tra le lodi e i plausi universali, madonna Bannina, la virtuosa castellana, o la sua lieta figliuolanza, gli aveano fatto gran festa. Nicolosina, l'ultima nata, ricciutella innocente, gli si era sospesa al collo e gli aveva coperto di baci il volto abbronzato dal sole dei campi. Bambinesco era l'atto, e naturale in quel punto; pure l'aveva commosso più che ogni altra dimostrazione d'affetto e di gratitudine de' suoi signori più innoltrati negli anni.

Nè quelle infantili carezze erano state le sole. Da quel dì, la bionda fanciullina non ebbe amico più caro del suo Giacomo; lui aspettava ansiosa; lui sgridava, se tardo a giungere per aver parte a' suoi giuochi; lui abbracciava; a lui scompigliava con vezzo fanciullesco le chiome, più che non avessero fatto le aure dell'Appennino; e i parenti a ridere, a compiacersi di quelle tenerezze, in cui non pure vedevano, ma eziandio caldeggiavano una testimonianza del loro animo grato e del loro affetto paterno per lui.

Senonchè, un giorno (e' doveva pur giungere!) la fanciulla non gli era più corsa incontro come soleva; non gli si era gettata al collo, non lo aveva più baciato; nemmanco gli aveva profferta con soave atto la fronte, come usava co' suoi genitori. Lo aveva in quella vece accolto con una certa gravità impacciata, che la faceva due cotanti più bella; lo aveva salutato con un «buon dì, messer Giacomo» profferito a mezza voce, ed aveva arrossito dal sommo della fronte fino alla radice del collo.

Ed egli si era inchinato, come solea fare colla madre di lei; nè aveva trovato cosa a ridire intorno alla novità delle sue accoglienze; ma quel riguardoso saluto e quel rossore, che tradiva i casti segreti della pubertà nascente, gli avevano recato arcane commozioni nel sangue, dischiuso un mondo ignoto allo spirito.

Da quel giorno aveva pensato; più del bisognevole e del ragionevole aveva pensato al nuovo aspetto di quella fanciulla, de' cui baci infantili erano calde tuttavia le sue guance. E una gran sete di quei baci improvvisamente cessati gli riardeva le labbra. Ma non erano più i baci della fanciulla, non erano più i casti baci fraterni, che egli ripensava in quel punto.

Da quel giorno si fece più grave; da quel giorno il suo volto, gli atti, i pensieri, i modi del suo vivere, assunsero quel non so che di bizzarro e di fantastico, donde la gente volgare toglieva indizio di alterigia, non dicevole punto al suo umile stato di vassallo. Presso i famigliari del marchese dicevasi in quella vece che la guerra avea fatto del giovine un uomo, del donzello un capitano. Ed uomo e capitano, messer Giacomo Pico era più bambino che mai. Del suo futuro non aveva un concetto, un proponimento formato; viveva alla giornata; lieto quando gli fosse dato vedere il suo conforto, triste ed uggioso quando ne fosse lontano.

La corte dei marchesi del Finaro aveva nelle sue consuetudini alcun che della vita patriarcale. Però, in quella beata intrinsichezza della famiglia, le occasioni di vedere Nicolosina e di starle accanto eran molte e frequenti. Per altro, erano anche in buon dato le occasioni di lontananza. Il marchese Galeotto, pari in cotesto a tutti gli animi grandi, quando aveva messo l'amor suo in alcune, non conosceva misura. E grato al Bardineto della conservata libertà, fors'anco della vita, in lui aveva riposto ogni sua fede, con lui si consigliava in ogni più grave bisogna, lui, come suo messo fidato, o come un altro sè stesso, mandava di sovente d'una in altra villata a recarvi i suoi ordini, a chieder ragguaglio d'ogni novità che occorresse. Conosciuto dovunque come il più caro amico del marchese, messer Giacomino (così dimesticamente lo chiamavano i terrazzani) era ossequiato ed obbedito da tutti.

Così viveva il Bardineto, senza por mente al domani. Amava, senza proporsi una meta, senza sperar nulla di certo; amava, ecco tutto, e fidava alle onde tranquille il fragile schifo della sua giovanile fortuna. Però, quando Giano Fregoso, fattosi pur dianzi signore e doge di Genova, ebbe mandato Bartolomeo Cecere a dimandar la mano di Nicolosina, per la prima volta il povero Bardineto tremò, sentì come una mano di ferro che gli agguantasse il cuore. E non cessò lo spasimo suo, fino a tanto non ebbe udite dal labbro del marchese queste consolanti parole:

–«A Giano, prestantissimo uomo, rendo, o messere, le grazie che per me si posson maggiori, che in ciò liberale si mostra ed amicissimo mio. Senonchè, la figliuola mia è troppo giovine per andarne a marito, e in cosiffatti negozi occorre maturità di consiglio. Ben so a qual patto vecchi nemici possano raccostarsi; però consentite, messere, che di cotesto io m'abbia a dare più lunga e meditata risposta in iscritto».

Così era bellamente pagato il Fregoso. Ma egli, inteso l'animo dell'avversario, tosto aveva adunato il Consiglio e messo mano a più saldi argomenti. E poco dopo l'ambasciata del Cecere, andavano alla corte di Galeotto, oratori non più di Giano Fregoso, privato cittadino, bensì del Doge e del Consiglio, un Giacomo di Leone e un Galeazzo Pinello.

–«Marchese Galeotto,—avean detto costoro,—i Genovesi, quanto è in poter loro, detestano le inimicizie e meglio in pace coi vicini amano vivere, che in guerra. Esortano te a volere il medesimo, e a mostrarne il desiderio, ritenendo ciò che è tuo, restituendo l'altrui. Possiedi Castelfranco, già da essi murato e ad essi appartenente quasi per gius di dominio. Sai una terza parte del Finaro doversi ai Genovesi, e come soggetta e come venduta. Sai esser Giustenice loro dominio del pari. Tutto ciò, dunque, ripetono essi da te, e ti pregano ad amar meglio di concederlo pacificamente, anzichè di doverlo rendere per forza di guerra. Inoltre, sarebbe fuori dalle consuetudini d'amicizia e di pace che presso te rimanesse ospite più a lungo messer Barnaba Adorno, già doge, oggi nimico della Repubblica. A te il vedere che cosa ti convenga di fare; se mandarlo a Genova, o voler guerra da lei».

Vivaddio, era questo un alzar la visiera, e di nozze non si facea più discorso. Giacomo Pico aveva dato un respiro di consolazione. Non era uno sposo temuto, quegli che minacciava la guerra.

E l'aveva di grand'animo accettata il marchese.

–«Io ben so che me la farete,—aveva egli risposto,—se ciò che dite pensate, e se più oltre su voi comanderanno i Fregosi. Così fosse la puntaglia soltanto tra essi e me, che agevolmente la condurrei a buon termine! Invero, aver guerra co' Genovesi mi duole; ma sappiatelo, messeri; avrei caro il morire, anzichè far cosa veruna contro la dignità del mio nome, e l'onore di buon cavaliere. Signore di Genova era Filippo Maria Visconti, per propria dedizione dei cittadini; a lui lecito di disporre a sua posta d'ogni possedimento di Genova. Egli mi donò Castelfranco e Giustenice; nè di ciò, e molto meno della terza parte del Finaro, mi tengo io debitore ai Genovesi. Credete il contrario? Orbene, facciamo giudice del piato l'imperator de' Romani, o il re di Francia, o l'Università degli studi di Bologna, o quella di Pavia; venga da principe, o da collegio di giureconsulti, il giudizio sarà legge per me. Niente farò io di Barnaba Adorno; intorno a ciò, arrossisco di avervi a rispondere, più che voi di avermene a chiedere. Ch'io manchi alla mia fede! Ch'io tradisca un prestantissimo uomo, qua venuto a rifugio come in terra neutrale, e lo dia in mano a' suoi nemici! Non lo sperate da me. Guerra minacciate; e sia; il cielo provvederà. Voi questo rispondete al Consiglio: prima verrà meno a Galeotto ogni altra cosa che l'animo.»—

Nobili parole, sebbene un genovese d'allora avrebbe potuto trovarci alcuna cosa a ridire. Ben s'era commessa la Repubblica alla signorìa del Visconti, ma per essere tutelata dalle intestine discordie, non tradita a' suoi nemici; infine, scosso da dodici anni il giogo di lui, doveva ripetere tutti i suoi diritti sugli altri, nè riconoscere donazioni e larghezze del suo a coloro che, come appunto il marchese del Finaro, si adoperavano sempre a' suoi danni. Ma di ciò non occorre dir altro; che ad entrare nel pro e nel contro della ragion di stato d'allora, si dovrebbe dare ad ognuno la sua parte di torto. Va in quella voce notato che alla corte del marchese Galeotto piacque la fiera risposta, e più assai che ad ogni altro, a Giacomo Pico, il quale intravvedeva nella prossima lotta occasione di gloria.

Eppure, come già conosce il lettore, non la era anche finita colle ambasciate. Dopo i due oratori della Repubblica, erano venuti Ladislao Guinizzo e Francesco Caito, inviati di Giano, a chieder da capo Nicolosina in moglie. Della dote mettevano questo patto: mandasse a Genova messer Barnaba Adorno; da lui i Fregosi, come da nimico prigione, avrebbero pigliato il riscatto di diecimila genovini d'oro, che sarebbero andati in dote alla sposa.

A cosiffatta proposta, più che alla ostinatezza di Giano, si sdegnò grandemente il marchese.

–Mi turba la dimanda,—rispose,—e peggio ancora, mi muove lo stomaco. Tristo è Giano e tristo mi crede. A tal uomo, e di tali nefandezze capace, io non sarei per concedere mai la figliuola mia, anco se molto maggior dote le costituisse del suo.—

Così avevano avuto fine le pratiche celate presso il marchese. Ma ben altro tentavano ancora i Fregosi presso il parentado di lui, per rimuovere i Carretti delle Langhe dal proposito di aiutare il loro consanguineo. Il quale, di certo, per assegnamento fatto su questi, più che per fidanza vera nelle sue forze, mostrava animo tanto deliberato a resistere.

Era in quel tempo tra tutti i signori Del Carretto come un patto d'alleanza, per cui, se ad uno di loro si recasse alcun danno, a tutti si reputasse ugualmente recato, e tutti avessero a mettersi in armi per vendicare i torti di un solo. L'antica divisione dell'eredità di Enrico Guercio in tre parti e le altre divisioni avvenute in processo di tempo, che avevano di soverchio sminuzzate le forze di que' discendenti d'Aleramo, chiarivano di per sè necessario quel patto di famiglia. Dicevasi la lega dei Carretti; e invero, se fosse stata così salda nel fatto come nella mente de' suoi fondatori, grandezza d'animo dei collegati, fede provata dei popoli loro, copia di attinenze e asprezza di luoghi, avrebbero potuto renderla formidabile alle difese.

Congregavasi la lega nella torre detta di Oddonino, presso la corte di Millesimo. Capitano della lega era in quel mezzo il magnifico messere Francesco, signor di Novelli, tra i Carretti d'allora il più innanzi nella prudenza e negli anni. A lui n'andò Veneroso Doria, amico e fautore dei Fregosi, come tutti gli altri del suo casato, e ottenuta la presenza dei collegati, espose, in nome di tutti i Doria, la sua ambasciata. Rammemorata l'antica amicizia delle due genti e i maritaggi che tratto tratto erano sopraggiunti ad unirle in parentado, non dubitò di noverare alcune recenti e vicendevoli offese. Colpevoli i Doria di essere stati primi a molestare i Carretti; colpevoli questi, nelle persone di due dei loro, Galeotto del Finaro e Giorgio di Zuccarello, di aver mosso guerra e fatto devastazioni gravissime nella valle di Oneglia, dominio amplissimo e rispettato dei Doria. Questi, per altro, memori dei profferti appigli, aver comportato con animo grande l'offesa; non così poter sofferire che Giorgio e Galeotto s'ostinassero a tener come proprie le castella occupate. La Lega, se aveva in alcun pregio l'amicizia dei Doria, comandasse la restituzione del maltolto; se no, sarebbero stati costretti i Doria a procacciar l'utile proprio e dare orecchio a' nemici dei Carretti, che fino a quel punto non aveano voluto ascoltare.

Ponderavano i Carretti, siccome era naturale che facessero, le gravi ragioni esposte da messer Veneroso. E Francesco, il vecchio capitano della lega, avea già proposto di rispondere: niente amar meglio i Carretti che vivere in pace coi Doria; non doversi ascrivere l'invasione di quel d'Oneglia, nè a Galeotto del Finaro, nè a Giorgio di Zuccarello, bensì ad espresso comando del signor di Milano, che a tutti soprastava. Per altro, a dimostrar meglio l'animo loro alieno da ogni litigio, come da ogni offesa ad amici e vicini, avrebbero esplorata la mente del Visconti e fatto il poter loro perchè le castella occupate nella valle d'Oneglia fossero restituite ai loro signori.

Senonchè Galeotto, il quale scorgeva nella intromissione dei Doria un artifizio del suo nemico inteso a sbigottirlo, volle si rispondesse in altra maniera. Ricordino i Doria, disse egli, ricordino quanto abbiano sovvenuto di consiglio e d'armi i Fregosi, allorquando Battista e Spinetta, di questa gente, vennero sulla Pietra, per assediarmi e impadronirsi di me. E il loro intento avrebbero essi raggiunto, se l'invincibile Filippo Maria Visconti non avesse mandato in mio soccorso messer Guido Torello, con grossa mano di cavalli e di fanti. Ricordino i Doria come abbiano essi favoreggiato i Fregosi, nella condotta di quel Baldazzo che lungamente guerreggiò il Finaro, e mancò poco non mi desse in balìa de' miei giurati nemici. Mai furono rette le intenzioni, mai schietti i diportamenti dei Doria verso di noi; smettano dunque di ricordare l'antica benevolenza; ricordino piuttosto l'antichissimo odio e il mal talento loro contro la nostra casata. Nulla sperate da noi; date pure liberamente ascolto ai nemici; cotesto vi tornerà per fermo più agevole e caro. Che cosa si stia macchinando tra voi, ci è noto, o messeri. Ma tutto non v'andrà, come pensate, a seconda; me prima torrete di vita che di animo.

In quella guisa fu risposto ai Genovesi. Ma eglino, o fosse per guadagnar tempo, o perchè sperassero di smuovere dalla lega alcuno nei Carretti, o finalmente perchè in tutto quel viavai d'ambasciatori mirassero a pigliar cognizione dei luoghi e dello stato degli animi, non si tennero paghi di quella risposta dettata dal marchese Galeotto, e vollero averne l'intiero.

Però mandarono in volta a tutte le famiglie dei Carretti un altro oratore, accortissimo uomo, che fu messere Ambrogio Senarega. Doveva egli apertamente ricordare i vecchi diritti di Genova sulla terza parte del Finaro, su Castelfranco e sulla terra di Giustenice, posta ai confini occidentali del marchesato; chiedere che Giustenice e Castelfranco fossero restituiti, e per la terza parte del Finaro si riconoscesse Galeotto feudatario della repubblica; a ciò volesse la lega persuaderlo, o, dove questi si ostinasse nel niego, abbandonar le sue parti. Certamente, poi, doveva in privati colloqui scandagliare i propositi e tentar la fede di tutti; che certo, e per antiche ruggini e per essere eglino in troppi, non dovevano vivere in così calda amicizia e comunanza d'interessi, come il fatto della lega mostrava. Del resto, provvedessero, come stimavano meglio, all'utile loro; ma ricordassero che Filippo Maria Visconti, protettore e amico a Galeotto era morto, e Milano rivendicata in libertà non avrebbe spalleggiato i nemici della repubblica genovese.

Anche in quella occasione la risposta della lega fu data da messer Francesco di Novelli. A difesa di Galeotto si ricordava la donazione di Filippo Maria; a discolpa di tutti i signori della lega si ripeteva non aver essi altro desiderio che di vivere in pace e in amicizia con Genova; del resto, avrebbero combattuto, se ella a ciò li astringeva, e resistito con ogni lor possa; che bene dovevano essi andare in soccorso di Galeotto, a cui erano stretti da vincoli d'alleanza e di sangue.

Queste le parole; ma i fatti voleano esser diversi. La morte di Filippo Maria Visconti improvvisamente avvenuta nell'agosto, e i torbidi che n'eran seguiti in Lombardia, d'onde più speravano aiuto in quel loro bisogno, avevano scosso la baldanza dei collegati marchesi. Bene avevano mandato lettere e messaggi a tutti i signori circonvicini per chieder consiglio e procacciarsi amicizie; ma in pari tempo (e qui era da vedersi il frutto delle pratiche di Ambrogio Senarega) disegnavano di mandare un oratore a Genova, per rabbonire i Fregosi.

Ora, vedete bel caso, quest'oratore fu bensì uno di loro, ma figliuolo a Marco, signore di Osiglia, che tra tutti i collegati era il meno amico a Galeotto e il più tiepido nei consigli di guerra.

Questi, che avea nome Abate, recatosi a Genova, mentre il Senarega scendeva da Osiglia al Finaro per abboccarsi con Galeotto e far le viste di raccomandargli la pace, mostrò ai Genovesi esser tra loro discordi i signori della lega. Rammentò come suo padre Marco e un suo cugino Gherardo di Santo Stefano, discendessero da quei due, Emanuele ed Aleramo, che avevano venduto la loro terza parte del Finaro, e come, nell'atto di volerla ricuperare, molti anni addietro, fossero stati presi ed imprigionati dalla madre di Galeotto, ed avessero perduto per giunta Calizzano; riandò tutte le vecchie ragioni d'inimicizia che covavano in seno a quel parentado; lasciò intendere come i Carretti avrebbero potuto, parte voltarsi contro, parte non dare al congiunto quel valido aiuto che egli si prometteva da essi; una sola cosa dimandò: che, frutto dei mutati consigli fosse a Marco suo padre la ricuperazione del dominio perduto.

Non è a dire se i Fregosi accogliessero di buon animo le confidenze di Marco e del figliuol suo, e come gli fossero larghi di promesse.

L'orso di Castel Gavone era ancora da prendere; si poteva impegnarne senza tanti riguardi la pelle.

Queste cose, siccome è agevole argomentare, ignorava Galeotto. E frattanto, poichè egli, messo al punto di dover provvedere alle sue difese, non poteva muoversi dal marchesato, e gli premeva in pari tempo di saper l'esito dell'ambasceria del figliuolo di Marco ai Genovesi, aveva disegnato di spedire Giacomo Pico alla torre di Oddonino e alle altre castella de' principali tra' suoi consanguinei. Nè a ciò si ristringeva la commissione del Pico. Egli, udito delle pratiche di Abate presso i Fregosi e di ciò che il capitano della lega, messer Francesco di Novelli, avesse deliberato di fare, doveva altresì, procedendo di corte in corte, raccogliendo i pareri e indagando gli animi di tutti, giungere fino alle rive del Tanaro, per recare un messaggio a Tommaso di Bagnasco.

Era questo messer Tommaso un onorevole cavaliere, della casata dei marchesi di Ceva. Quella gente erano guelfi, laddove i Carretti erano ghibellini; ma, oltre che i tempi delle acerbe nimicizie partigiane erano trascorsi e più assai importava a quelle schiatte marchionali vivere in pace tra loro e assodare la loro signoria, Tommaso di Bagnasco aveva sempre dimostrato a Galeotto la più schietta amicizia e s'era in parecchie occasioni profferto all'amico, per servirlo, come dicevasi allora, di coppa e di coltello.

E messer Giacomo Pico era andato, con che animo sel pensi il lettore. Si allontanava un tratto da madonna Nicolosina, ma, a ben guardare la sostanza delle cose, per avvicinarsi di più alla meta de' suoi desiderii. Diffatti, se la guerra inevitabile coi Genovesi mandava già a monte un temuto matrimonio, quella importantissima ambasceria commessa a lui dal marchese, ristringeva i vincoli dell'antica dimestichezza, aggiungeva servizio a servizio, gratitudine a gratitudine, dava esca e fondamento a più salde speranze. Al suo ritorno, poi, utile al suo signore per delicatissimi negoziati, come gli era stato caro per consuetudine antica e per aiuti personali, il Bardineto avrebbe operato tali miracoli di valore da farsi armar cavaliere sul campo e da meritare tal grazia appo i signori del Finaro, che a lui si sarebbe conceduta Nicolosina, o a nessuno, fosse pure conte, marchese, duca, o figlio di re.

Galeotto era ben lungi dal sospettare che nuova specie di fantasie girasse per lo capo al suo antico donzello. Ad altro aveva egli la mente: ai vassalli chiamati in armi da tutte le borgate; a due compagnie di balestieri che avea tolte in condotta; alle lancie che gli mancavano ancora; al suo tesoro, che di molto si sarebbe scemato, e senza speranza di ricattarsene, anco vincendo la prova. Imperocchè, quella era una guerra di difesa contro un potente nimico lontano, e, per arricchire delle sue spoglie, sarebbe bisognato stravincere. Ora, di stravincere, il marchese Galeotto non nutriva speranza per fermo. Bene lo assicurava Barnaba Adorno, con gli altri fuorusciti di Genova, ospiti suoi, che, tornata la fazione loro alla somma delle cose, largamente sarebbe stato compensato di ogni suo danno; ma quella fortuna era di là da venire e poteva anche restarsi per via; laddove la guerra soprastava al Finaro, e quella lì non c'era speranza pur troppo di allontanarla, nè sarebbe tornato a guadagno il tenerla in sospeso.

Ma, per tornare a Giacomo Pico, che le centomila necessità del racconto mi fanno ogni tanto lasciare in disparte, è da stringere in poche parole che egli aveva sollecitamente adempiute, in quel modo che poi si dirà, le incombenze a lui date, ed era di ritorno al Finaro due settimane dopo la sua partenza, e proprio in quel giorno 26 novembre dell'anno 1447. Il cuore gli battea forte nello avvicinarsi al castello. Aveva veduto per pochi istanti Nicolosina, e gli era parsa un'altra donna. Effetto naturale delle lontananze, anche brevi, da chi siamo usi vedere ogni giorno, che ci si sente subito come stranieri alla casa. E perchè poi? Perchè eravamo avvezzi a sapere ogni più lieve atto, ogni più riposto pensamento dei nostri famigliari, e la fragil catena di tutti quei preziosi nonnulla si è malamente spezzata.

Per altro, egli non era il momento di trattenersi su quelle frasche. Mandò giù la ingrata sensazione di quel primo incontro con lei; la ebbe anzi per una fisima del suo cervello ammalato, e si presentò al marchese, per dargli ragguaglio della sua legazione. Tra le altre cose, narrò come il figlio di Marco niente avesse ottenuto dai Fregosi, e nemmanco fosse tornato da Genova; donde per avventura, si poteva conchiudere che le speranze d'un accordo non fossero tuttavia dileguate.

Ma intorno a ciò il marchese Galeotto non istava più in forse e ben sapeva che cosa pensarne, cioè che i Genovesi si studiavano di tenergli a bada la lega, e frattanto si disponevano con ogni diligenza ad assalirlo, sperando di averlo atterrato, innanzi che gli altri si fossero mossi a difenderlo. Ora, che la lega del parentado fosse per aiutarlo, non dubitava il marchese; anche pur dianzi, al suo inviato, tutti ad una avevano fatto le più solenni promesse. Quanto a sè ed alle forze raccolte nel Finaro, egli si teneva abbastanza sicuro, da credere che i Genovesi avessero per quella volta fatto male i lor conti. Questo era l'essenziale. Piuttosto, gli doleva del Bagnasco, così largo promettitore in principio, e adesso, secondo gli riferiva Giacomo Pico, tanto irresoluto e difficile a muoversi per un verso o per l'altro. Ma forse, pensava Galeotto (e questo pensiero lo consolava un tratto) la guerra, incominciata che fosse, anche al lontano amico avrebbe sgranchiato le gambe.

E la guerra stava appunto per rompere. Là, a poche miglia discosto, sulla spiaggia di Vado, che è tra Noli e Savona, i Genovesi facevano gente. Da un momento all'altro, chi sa, potevano anche apparire i primi scorridori dell'esercito nemico sulle alture della Briga, e scendere in valle di Pia. Ed era questa la nuova, che dava a messer Giacomo Pico di Bardineto il marchese Galeotto, in ricambio alle molte del suo messaggiero.

Il quale, d'ambasciatore rifattosi uomo d'armi in un subito, uscì dal borgo, varcò il torrente dell'Aquila, e, per la via più spedita, che s'inerpicava alle spalle di Monticello, corse a vedere se fossero bene asserragliati i passi di monte Tola e Calvisio. E di là, attraversata la valle di Pia, già era sulle mosse per risalire fino a Verzi, dove stavano le prime vedette del Finaro, allorquando gli venne udito di que' due cavalieri, che, provenienti dalla parte d'Isasco e delle Magne (per dove correva la via maestra da Noli al marchesato) erano discesi al guado della fiumana di Pia.

Argomentando che fossero avviati al Finaro, era corso dietro a loro.

Ma egli a piedi, e quei due a cavallo; nè aveva potuto raggiungerli.

Giunto a Castelfranco, li seppe andati oltre alla Marina; giunto alla Marina, udì che aveano proseguito alla volta del Borgo. Andò al Borgo; nessuna novella di loro. Erano dunque rimasti a mezza strada.

Così, pigliando lingua da ogni banda, aveva trovati i due forestieri all'Altino e gli era occorso con mastro Bernardo quel dialogo maledetto, che gli aveva a dar fumo di tante novità dolorose. In due settimane di lontananza, madonna Nicolosina promessa ad un altro e quest'altro già arrivato per farla sua! Ma, già; hanno il torto gli assenti!




CAPITOLO III


Dal quale apparisce che, in materia di consolazioni, Tommaso Sangonetto avrebbe potuto dar de' punti a Boezio.

Che torbidi pensieri menassero la ridda nel cervello di Giacomo Pico, è più facile argomentare che dire. Chiunque ha fieramente patito per amore, e per amore dispregiato o negletto, ci metta qualcosa dei suoi ricordi particolari e di ciò che ha veduto, udito, o letto degli altri; mescoli, aggiunga un pizzico d'acerbo, come l'hanno in gioventù i caratteri chiusi, e dopo i trent'anni ogni nato di donna, e s'avrà formato un concetto di quella stizza profonda in cui si crogiuolava lo spirito del nostro innamorato.

Sconvolto, rabbioso, tormentato da cento pazzi disegni, aveva preso a furia la strada del borgo ed era entrato per la porta di san Biagio. La meta della sua corsa doveva essere a tramontana, verso l'erta su cui torreggiava il castello; senonchè, giunto ad un crocicchio in mezzo all'abitato, parve essersi pentito; poichè, fatto un gesto di sdegno, svoltò rapidamente a sinistra e andò ad uscire da un'altra porta, che metteva sulla strada di Calice.

Pervenuto colà e data una torva occhiata su in alto, dove non gli era parso dicevole andare, varcò il ponte antichissimo che cavalcava il torrente. Quel ponte era di costruzione romana, e in ogni altro caso Giacomo Pico si sarebbe fermato, come spesso soleva, a contemplarne i poderosi piloni, che da forse millequattrocent'anni sfidavano l'ira del tempo e doveano sfidarla altri quattrocento di poi, per essere divelti in quella vece da un capriccio degli uomini. Ma allora, e' non li degnò neppur d'uno sguardo, e passato sull'altra sponda del Calice, si avviò verso la ripida costa della montagna, con passo concitato e gagliardo, come se volesse pigliare d'assalto la roccia dell'Aurera, che ne incoronava la cima.

Salire al castello non aveva voluto; dal mezzo del ponte, lo aveva anzi guardato a squarciasacco; tuttavia, non sapeva allontanarsene troppo, e, risalendo la costiera di rincontro, non rifiniva di guatare lassù, verso quel nido d'avvoltoi; che tale gli pareva in quel punto il castello de' suoi signori. E dire che quelle mura gli pareano pur dianzi un nido di colombe, e che egli, per tanti giorni lontano, tra le feste, le oneste accoglienze e gli svaghi naturali del viaggio, altro non aveva in mente, altro non desiderava che di tornare a quel nido! Così facilmente mutano aspetto le cose ai nostri occhi, secondo che porta l'amore o l'odio, la benevolenza o lo sdegno!

Il Bardineto si era fermato a metà dell'erta, colle braccia incrociate sul petto e lo sguardo teso verso il castello, probabilmente divisando nell'animo tutti i particolari dell'arrivo del Cascherano, le cortesie del suocero, gli amabili rossori della sposa e i lieti conversari della nobile brigata, allorquando gli venne udito poco lunge uno stormire di frasche, come per guizzar di ramarro attraverso i cespugli.

Si volse in soprassalto, confuso e scontento, a guisa di chi si trovi colto in mal punto. Diffatti, egli non era un ramarro, nè altro animale che striscia per terra, il turbatore della sua pensosa solitudine; e bene glielo avevano indicato per un suo simile certe risa sguaiate che accompagnavano il repentino fruscìo.

Quegli che rideva in tal guisa era un uomo di fresca età, sebbene il volto avvizzito e di fattezze non belle, nè brutte, ma semplicemente volgari, potesse farlo apparire più presso ai confini della maturità che non a quelli della beata giovinezza. Indossava un farsetto di ruvido cuoio; portava la berretta alla scapestrata, come a dire sulle ventitrè ore e tre quarti, un coltellaccio a fianco, e sulle spalle un archibugio, specie di balestro da caccia, per la cui canna si faceva scattare, a forza d'arco, una pallottola, od un sassolino.

Il Bardineto, che a prima giunta avea fatto quella faccia scontenta, si rabbonì, com'ebbe raffigurato quell'altro.

–Tommaso!—esclamò egli.—Sei tu?

–Io, non altri, perdiana! E tu probabilmente sei Giacomo Pico, marchese di Bardineto, e d'altre castella nel paese dei sogni?

–Sì, canzonami, lingua tabana! Così foss'io marchese, o conte, da senno:

–Eh, eh!—soggiunse l'altro ridendo.—Sulla strada ci sei. Co' marchesi e coi conti ci bazzichi la tua parte, e saprai che chi va col lupo…. A proposito di lupi, io ti facevo ancora di là dai monti.

–Son tornato stamane.

–Con che aria lo dici! e con che sospirone di rincalzo!—esclamò Tommaso, tirandosi indietro in atto di meraviglia.

Il Bardineto, che già s'era padroneggiato oltre le forze, si lasciò cadere sulla sporgenza d'un masso che ingombrava mezza la strada, e si nascose il volto tra le palme, tentando di soffocare un singhiozzo.

–Tommaso mio,—gridò egli,—così non fossi tornato!—

L'amico stette immobile un tratto a guardarlo; quindi posò l'archibugio e andò a sederglisi gravemente da lato.

–Ah, ah! c'è del grosso in aria!….—diss'egli.—Giacomo, vuoi tu dirmi che hai? ma chetati, perdiana! Non sei più un bambino da latte. Lascia pianger le donne, che piangono spesso, perchè piangono bene.

–Tu ridi!—notò amaramente il Bardineto crollando il capo e traendo un altro sospiro dal profondo del petto.

–Ma sì, rido;—rispose quell'altro, scaldandosi;—rido, come ha sempre riso Tommaso Sangonetto, e come riderà fino all'ultimo, perchè niente c'è al mondo che meriti d'esser pigliato sul sodo. E riderò di te, fino a tanto non m'avrai dimostrato…. Ma già, che potresti tu dirmi di nuovo! Io t'ho capito e da un pezzo; ella non t'ama.—

Il Bardineto trasaltò.

–Chi, ella? E come sai tu?

–Sicuro, non ho da saper nulla, io, quando tutti ne sanno e ne parlano! O dimmi, per chi ci hai pigliati? che un marito, od un padre, sia l'ultimo ad avvedersi, ed anco non si avveda mai più, concedo; ma gli altri… eh, via! dovrebbero esser ciechi dalla nascita. Come se, alla tua età, il non cercar donna alcuna tra le tue pari, il fuggire ogni occasione di sollazzo, lo starti poi sempre ristretto ai fianchi di quella gente lassù (c'intendiamo!), non fossero già segni bastanti! Ah, vedi? chini la fronte; capisci anche tu che tutto il paese ha fumo delle tue ambizioni?

–Tutto il paese!—ripetè Giacomo Pico sgomentito.—E adesso….

–E adesso… lo so anch'io; siamo in un ronco, e la è dura di dover dare indietro, al cospetto di tutti. Ma infine, non sarai tu il primo a cui è capitato il somigliante. Papi e imperatori, principi e capitani ti offre la storia in buon dato, che hanno dovuto, un giorno della lor vita, appender la voglia all'arpione. E non si son mica guastati il sangue per così poco; hanno aspettato la volta loro, ed hanno messa a più certo segno la mira. Impara anche tu; lascia di trarre in arcata e lontano; mira da vicino e traggi di punto in bianco; è buon colpo. Fa a modo mio, Giacomo, e non avrai sopraccapi. Sai donde vengo? Da caccia, ti dirà l'archibugio; ma, in fede mia, non ho tirato nemmanco a uno scricciolo. Vengo dalla Nena di Verezzi. Ma già, tu non la conosci, ed hai torto. Una forosetta, un bel tocco di donna, che non ha la compagna in tutto il marchesato, e cui non piace la sputi. Ruvida di modi, non nego, e manesca anzi che no; gli è il suo diletto. Le ho fatto una carezza e m'ha reso un urtone; son caduto ad arte, ella su me e siamo ruzzolati ambidue. Ah! ah! se per fortuna non ci tratteneva un letto di timo, si tombolava giù giù fino alle Arene candide.—

E fatto questo discorso, Tommaso Sangonetto si cacciò a ridere sgangheratamente. Aveva ragione, poichè doveva ridere per due.

–Tommaso!—esclamò il Bardineto, con accento di rimprovero.—E tu puoi mettere il capo in questi amorazzi volgari?

–Ma sì! ma sì!—rispose l'altro con impeto.—Del resto, che intendi tu per amorazzi volgari? Volgo è quantità; e nel numero, lo capisco, ci si trova del buono e del gramo. Ma sappi, chi la guarda in ogni penna non farà mai nido, come chi guarda ad ogni nuvolo non farà mai viaggio. Così dicono i vecchi. A che si tende, poi? che si vuole? Io vado senz'altro alla meta e per la strada più corta; magàri ci fosse un tragetto! A fartela breve, non vo' moccicose, nè superbiose, nè schizzinose, nè altrimenti noiose, le quali mi diano pastocchie, speranze ed erba trastulla.

–Ma quali donne son dunque le tue!

–Eh via, quali donne! Son tutte compagne. Lisciate, contigiate, razzimate, il più delle volte t'ingannano; le hai per fior di farina, e gran mercè se alla seconda stacciata riescono a darti cruschello. Quali donne! dirò io delle tue. Bada a me, Giacobino; le mie non hanno tante trappolerie; rustiche sono e male ad arnese; ma egli c'è questo di buono, che il vino non mente all'insegna e tu non resti gabbato nella bontà della merce.

–Sarà;—disse il Bardineto, per metter fine al discorso.

Ma il Sangonetto era in vena, e proseguiva.

–Eh, già, capisco; a te quella superba ha fatto dar volta al cervello.—

Giacomo Pico scosse il capo in atto d'impazienza.

–E non la perdi di vista, a quel che pare!—incalzò il Sangonetto.—Tu guardi sempre lassù.

–Tommaso!—proruppe scorrucciato quell'altro,—Per l'anima di….

–Orbene!—ripiccò Tommaso, alzando la voce a sua volta.—Chiama i morti dallo inferno e i santi del paradiso, fin che ti piace. Io ti amo, non so perchè; vedo che soffri; sono il tuo medico e ti curo a modo mio. Sapevo il tuo segreto; e metti pure che io non dovessi saperlo, nè altri; tu stesso me lo hai sciorinato poc'anzi. Ed ora, io non ti ho domandato che cosa tu sperassi per lo addietro da lei: ti domando in quella vece che cosa speri adesso, poi che ella ti ha richiamato alla tua condizione di vassallo.

–Non ella,—gridò il Bardineto,—non ella, il destino. Vedi, Sangonetto, tu ti sei giudicato da te. V'hanno cose che tu non intendi, nè verresti a capo d'intendere. Sì, io l'ho amata; ma potevo io forse operare diverso? Fanciullo mi han tratto al castello; è cresciuta sotto i miei occhi; la vedevo ogni giorno suo padre mi è debitor della vita; ella mi ha abbracciato…

–E baciato; storia antica!—interruppe Tommaso.—E tu, povero amico, hai pigliato i bisantini per oro di coppella. Bacio di bocca cuore non tocca, o non dovrebbe toccare. Comunque sia,—aggiunse il Sangonetto a mo' di correzione,—pensa che la era una bambina, o giù di lì. Ma più tardi, ti ha ella mai incuorato a sperare?

–Che ne so io? Si può egli mai dir d'una donna, anche alla vigilia di farla tua, o di perderla per sempre, ch'ella t'abbia incuorato ad amarla?

–Eh, per un pazzo, non ragioni poi male! A me, per esempio, la Nena di Verezzi, che non è una Luccrezia romana, non ha forse data la più rustica gomitata, proprio un momento prima di andar ruzzoloni? Ah, ah! Ma, torniamo al caso: tu se' in male acque, mio povero Giacomo! Ma che diamine, dico io, t'è saltato in mente di andar così in alto coi desiderii? Meglio sarebbe stato per te d'inerpicarti sull'ultima balza della Caprazoppa, là dalla parte del mare, per cogliervi i falchi nel nido. Vedi, siamo vassalli. Il notaio David, lo sputasentenze, nel cui studio ho passato i begli anni della mia giovinezza, te le dirà lui per filo e per segno, le nostre delizie. Censuarii, aldioni, coloni, servi della gleba, soggetti a taglia e soggetti a prestazione, la è tutta una beva, e non c'è altra differenza che del più o del meno.

–Io sono libero uomo!—ripiccò alteramente il Bardineto.

–Uhm!—disse Tommaso.—Libero! e chi lo è? Tu appartieni alla classe dei commendati. I tuoi vecchi erano boni homines, i quali, per custodire da ogni insidia di potenti il tranquillo possesso del loro lembo di terra, lo proffersero in podestà del signore, ne riconobbero da lui l'investitura e diventarono censuarii, come il primo quidam che da lui avesse ottenuto un poveretto a livello. La terra è serva, e chi v'ha stanza, del pari. Non c'è modo di uscirne; qui l'aria rende servi coloro che la respirano. Commendati, ligii, o censuarii (chiamali con quel nome che vorrai) e' son tutti soggetti a prestazioni e a tributi, e non hanno un'ora di bene. Una volta e' sono richiesti di riparare le fortificazioni del castello; un'altra volta di battere il grano e di trasportare il vino del padrone; un'altra sono chiamati per la guardia notturna; un'altra ancora per ferrare i cavalli. Un dì si paga censo di grani, di farina, di miele, di vino; un altro di capponi, un altro di pane, carni e prosciutti. Ottieni un'esenzione? Paghi. Un diritto di pascolo? Paghi. Un diritto di pesca? Paghi. Dimori in una borgata e ci capita il marchese colla sua masnada? Devi dargli l'alloggio e fargli la spesa, uno o più giorni dell'anno, o pagarne in moneta il riscatto. Il marchese marita sua figlia? C'è taglia sopra i vassalli. È preso in guerra? C'è taglia. Arma cavaliere il figliuolo, o cavalca fuori del marchesato? Taglia, sempre taglia. A te muore il padre? Paghi, per potergli succedere. Ti ammogli? Devi dare al marchese un presente, perchè consenta alle nozze, e riscattarti con una somma non lieve da un certo diritto fastidioso, ch'egli ha, di levar le primizie.—

Qui il Sangonetto si fermò per pigliar fiato e per vedere che senso facevano le sue argomentazioni sul suo malinconico sozio. Ma Giacomo Pico, o non gli desse retta, o non credesse di doverlo contraddire, taceva. E allora Tommaso, con quell'aria di trionfo che già s'è notata, proseguì l'invettiva.

–Questo è il caso nostro; eccoti la sorte serbata a noi, boni homines, uomini liberi, sotto la signoria dei nobili discendenti di Aleramo. Non entro in tutte le miserie, a gran pezza più gravi, dei servi della gleba a delle mani morte, taglieggiabili a misericordia, cioè, a dire, fin dove piace ai nostri magnifici signori di aggravare il summum jus del loro talento. E servi, come siamo, tenteremmo di pareggiarci ai nostri padroni, di entrare, puta caso, in parentado con essi? Alla men trista, se siamo giovani, di bell'aspetto e di buona voglia, possiamo riuscire donzelli, o scudieri, meritarci le grazie segrete d'una annoiata castellana e le segrete prigioni e i trabocchetti d'un castellano rabbioso. Ora, io non son bello, nè giovane, e non ho voglia di mettermi in questi ginepreti. Il mio esempio t'insegni; la mia filosofia ti persuada, o Giacomo Pico, e ti basti l'essere meglio accetto di me, ma sempre come soggetto, ai signori del luogo. A noi tocca di obbedire, e gran mercè se si può farlo men che si può. I nostri diritti di signori esercitiamoli sui casolari; non c'impuntiamo a voler l'impossibile. Di belle ragazze, e meglio in apparenza che non sia la giovine castellana, è pieno il Finaro. Vedi, a me piace due cotanti di più la Gilda, la nipote di mastro Bernardo; e se non fossa che le buone grazie di madonna Bannina e della sua smancerosa figliuola l'hanno fatta montare in superbia….

–Anche su quella avevi posto gli occhi?—dimandò Giacomo Pico, meravigliato di tanta facilità amatoria del suo faceto compagno.

–Sicuro; e perchè no?—disse a lui di rimando il Sangonetto.—Sono uomo libero in ciò, e dove mi vien fatto darla ad intendere, pianto a dirittura le insegne.

–Sta bene; notò Giacomo Pico, stringendosi nella spalle;—ma se madonna Bannina avesse mai fumo de' tuoi disegni—che certo non saranno fior d'innocenza….

–Oh, potresti giurarlo, nol sono;—interruppe Tommaso, ridendo sgangheratamente.—E perciò, vedi, mi tengo alla larga. Il castello mi dà noia, e i begli occhi della Gilda non mi faranno mai perdere la tramontana; la selvaggina mi piace, e se la mi capita a tiro d'archibugio, povera a lei, le scatto un colpo; se no, no, Che diamine! Non amo le frustate, io; e quei di lassù sarebbero capaci di farmi pigliar la misura delle spalle. Questo, io lo intendo, ti parrà un ragionar da filosofo; ma, mio caro, per un'ora di sollazzo non è da comperarsi un monte di guai. Si ha una vita sola, a questo mondo; perchè farla arrangolata e tapina? Io non vo' grattacapi. Pur troppo ne avremo, e non cercati da noi. Che te ne pare di questa burrasca che è in aria? Non è forse ella il colpo di grazia? Ed anche questa ci bisognerà parare; ma alla croce di Dio, non vo' pigliarmi fastidi oltre il bisogno.

–Che dici tu mai?—esclamò il Bardineto, con un accento da cui trasparivano lo stupore e lo sdegno.—Si combatte per casa nostra.

–Ah sì, casa nostra!—replicò sogghignando quell'altro.—Casa dei Carretti, vuoi dire! Bada a me, Giacomo Pico; noi siamo quei leoni aggiogati che ci ha sulla insegna il marchese. Si rode il freno d'acciaio, e, spinte o sponte, si tira il carro simbolico, lo scudo e l'elmo coronato dei nostri amati signori. Questa è la nostra sorte, e non vedo che possa farsi migliore. Da un pezzo io la vengo rimuginando, questa bellissima sorte, e la paragono a quella di Noli e di Savona, città vicine, città marinare, che un tempo rodevano il freno come noi, tiravano il carro simbolico come noi, e più avvedute, più audaci e per conseguenza più fortunate di noi, hanno rotto il freno, e piantato il carro in mezzo alla strada. Son liberi, i nostri compagni di servitù; fanno essi le leggi loro, provvedono di per sè ai loro bisogni; soli noi la duriamo con questo ignobil giogo sul collo. E sia pure, dacchè non si ardisce di scuoterlo; ma perchè ci scalderemmo il sangue? perchè ci metteremmo noi ad ogni sbaraglio, per chi ci vuol servi? perchè faremmo nostri i suoi litigi con questo quello de' suoi particolari nemici?—

Il Bardineto era stato ad udirlo con molta attenzione. E come Tommaso ebbe finito, così prese a rispondergli:

–Sai che t'ho a dire?

–Di' su!

–Che quando si pensa come tu pensi, e' bisogna far altro da quel che tu fai. La si rompe col suo signore e si muove a tumulto il popolo contro di lui; ma non si aspetta che egli abbia guerra con altri, per venir meno al debito di vassalli verso di lui, di cittadini verso la patria.

–Gli è questo un sentire nobilmente,—replicò il Sangonetto con piglio sarcastico,—e il tuo signore e nimico te ne ricambia a misura di carbone, facendoti trar calci all'aria, penzoloni dai merli della torre più alta del suo castello, che tu non hai potuto pigliare d'assalto. La non m'entra, sai, la non m'entra, questa tua nobilissima temerità, e preferisco il mio prudente consiglio. Di nulla io mi tengo debitore ai nostri padroni; taglia e prestazione, tributo di borsa e tributo di persona, tutto io pago per forza, e il meno che mi vien fatto. Anch'io, vedi, sono stato al pari di te alle impresa di guerra; ma in quella che tu, cavaliere audacissimo, facevi prodezze e menavi strage entro le file di Baldazzo, io, bandieraio della salmeria, serbavo la pancia pe' fichi. Brutta cosa, dirai. Ma tu, che ci hai guadagnato a fare il paladino, e correre il rischio d'un verrettone nel cuore, o d'una mazzata sul capo?

–Oh, fosse venuta allora!—sclamò il Bardineto chinando gli occhi a terra e mettendo un sospiro.

–Affediddio, non ci mancherebbe altro che aver dato la vita a chi te la stima sì poco! E invero, perchè dici tu questo? Perchè ti hanno pagato di quella buona moneta che sai. La fiducia del marchese! Grazie infinite; che è dessa? Leviamo la buccia, e consideriamola ignuda. T'hanno sperimentato di buona pasta, ti adoprano, ti spendono in ogni loro bisogno, come si spende un castaldo, un procuratore, un ser faccenda, un ceccosuda. Tu se' un arnese del castello. Giovi? ti si leva dal dimenticatoio. Non giovi più? ti si mette in disparte. È questo il tuo stato; non sperare di più. Ma tu sei uomo, hai occhi per vedere, cuore per desiderare, servigi da metter fuori, a fondamento delle tue ambizioni. Orbene, la è finita per te. Ami la figlia del tuo signore; chi non se n'era avveduto? e chi, guardando alla sostanza, non t'avrebbe riputato un buon partito? Tu fedel servitore della casa, tu valoroso cavaliere, tu messaggiero accorto e sicuro, tu anima d'ogni più malagevole impresa, che non dovevi riprometterti, in ricompensa dell'opere tue? Ma no; tu eri e resti un vassallo e la donna che desideri, che credi di aver meritato, te la ruba il primo venuto, perchè gli è nobile e signor di castella.

–Ah, tu sai?….

–Certamente; un Cascherano, conte di Osasco, che è un borgo di là da Torino. Questo matrimonio è una sorta di rifugio, e il marchese Galeotto, alla disperata, l'ha scelto. Poteva dare la figliuola ad uno di questi Adorni, che, cacciati da Genova, sono venuti ad appoggiar la labarda da noi e a congiurare contro la patria loro. Ma questo era il peggio dei peggi. L'ha negata a un Fregoso, che è doge, ma che potrebbe essere rovesciato da oggi a domani; non poteva pensare a un Adorno, che, anco tornando in alto posdimani, potrebbe dar la capata a sua volta. Quella è gente instabile e non c'è da far conto sovr'essa; meglio un nobile di là dai monti, che ha meno grandezza di nome e più sicurezza di stato. E ad un di costoro, che niuno sapeva chi fosse, si sacrifica il valore, la divozione, l'amore infinito di Giacomo Pico. Donde tu devi vedere che sorte di virtù siano queste tue, e come ben collocate!

–Ah, io ne morrò!—prorruppe il Bardineto, cacciandosi a furia le mani nei capegli.

–E dàlli,—soggiunse Tommaso.—O non ci hai proprio nient'altro da fare? Ma sai che mi faresti uscire dai gangheri? Infine, che cosa desideri? per che cosa ti arrovelli? Per una donna che ti piace. Orbene, da Adamo in poi ciò è capitato a più d'uno, e non so che alcuno abbia perso il lume degli occhi, prima di averne l'intiero. Pensaci un tratto; o le piaci tu pure, o non le piaci. Se non le vai a genio, ci hai il tuo conto saldato; puoi mandarla a quel paese, o aspettarla al varco e far vendetta allegra; ad ogni modo, egli non c'è da desiderarsi la morte per una donna che non ti abbada. Se in quella vece la ti vede di buon occhio, aspetta, perdiana; il tuo giorno verrà. O che credi, perchè la diventa contessa d'Osasco, t'abbia a fare il viso dell'arme? Il non esser buono per marito, non vuol già dire…. che anzi!…. In questi casi, un rifiuto io l'avrei per grazia profumata. La donna, amico mio, è una gran bella cosa e ci ha i suoi dolci momenti, che la getteresti sopra ogni altra delizia del mondo; ma guai a chi l'avesse sospesa al braccio tutte le ventiquattr'ore del giorno; e' ci sarebbe da pregarsi il fistolo! Or dunque, Giacomo Pico, sta di buon animo, e non ti lasciar scolorire le ultime rose sul volto, che non abbia a parer meglio di te il Cascherano, quando verrà a fare il mogliazzo.

–È già venuto;—mugghiò il Bardineto.

–Ah, ah! non si perde tempo? E sia pure e ci resti, in sua malora! Tu non mi fare il poeta; che saresti ridicolo, e chi fa ridere ha perso la causa. Ti piace la donna! tienti sull'orma e aspetta il buon punto. Chi sa? Non t'eri accorto, e forse la tua stella è già apparsa sull'orizzonte. Ma sopratutto, bada, non ti guastare il sangue, non pigliar nulla a scesa di testa; è l'essenziale. A proposito di scesa, o che, si sta qui fino a notte? Io ho fame, e tu non devi rimanere quassù, a far l'uomo salvatico. Si scende, dunque?

–No, Tommaso; non per di qua!—disse Giacomo Pico, torcendo gli occhi in atto supplichevole.

–No? Orbene, come ti pare. Largo ai canti e scendiamo alla Marina.—

Ciò detto, e per mandare i fatti di costa alla parole, il Sangonetto, che già s'era alzato da sedere, diè di piglio al suo archibugio e se lo gittò in spalla; con un colpo della palma distesa si acciaccò la berretta sul capo e, per uno di que' sentieruoli che serpeggiavano lunghesso i fianchi della montagna, s'avviò alla discesa.

Giacomo Pico si mosse dietro di lui, non rassegnato affatto, nè affatto sconsolato, bensì pieno di maltalento contro di sè, contro di tutti, pronto ad affogare la sua rabbia nel vino, come a sfogarla in una mareggiata di sangue.

Accadeva al Bardineto ciò che spesso accade a molti infelici suoi pari, che la compagnia e i conforti d'un uomo volgare mutano indirizzo al loro tormento. Sia che un intimo senso li ritenga dal commettere un alto dolore in piena balìa di chi non è nato ad intenderlo, o sia che la medesima volgarità del compagno pigli il sopravvento sulla fibra umana (già, per istinto, volgare, e non mai delicata, nè nobile, se non per eccesso, che non è naturale nell'uomo), o sia finalmente che la vostra vanità messa al punto, s'inalberi e comandi agli atti nostri una apparenza di fortezza, egli è un fatto che il dolore, almeno fino a tanto che duri quella nuova maniera di contrasto, non pure fa le viste di cedere, ma veramente si scema, o si addorme nel profondo dell'anima. Ripiglierà forse vigore, crescerà d'intensione più tardi, troverà le occasioni a romper fuori, tanto più impetuoso, quanto più è rimasto compresso ed inerte; ma tace, frattanto, e qualche volta, fra mezzo alle cento cure svariate del vivere, agli aspetti diversi delle cose, ai ragionari delle liete e noncuranti brigate, lascia libero il campo alle più discordi sensazioni, financo a quella che ci sforza di ridere. Cose che non si spiegherebbero altrimenti, senza questa mobilità somma detta umana natura.

Del resto, è anche vera un'altra cosa, ed accade agli animi deboli, che sono poi il maggior numero della figliolanza di Adamo. Ci si apre con un gentile ascoltatore, con un virtuoso consigliere, e si piange o si è sconfortati, ed è nobile sfogo che ci eleva lo spirito ad altezze o non prima vedute, o non reputate accessibili all'uomo. Si commettono i proprii dolori ad orecchio volgare; da labbro volgare si aspettano i conforti e i consigli; ma gli uni e gli altri ci affondano nel pantano dei sensi ingenerosi; crassi vapori c'involgono e ci nascondono il sereno de' cieli; il dolore, fatto ira e bestemmia, bramosia di vendetta, di mal per male, non ci affina lo spirito, lo ingombra, lo accieca, vi attossica le sacre fonti del bene.

I due amici scendevano, come si è detto, lungo la costa del monte. Giacomo Pico era taciturno e grave; ma tratto tratto scuoteva il capo e sbuffava a guisa di toro ferito. Il Sangonetto taceva del pari, e certo non facea bocca da ridere; ma chi gli fosse stato dinanzi e lo avesse veduto a dondolare il capo e ad aggrinzare di tanto in tanto le labbra, avrebbe detto che il consolatore di Giacomo Pico se la rideva dentro di sè, di quel riso tacito e profondo che fa tanto buon sangue. Gongolava, il Sangonetto; e perchè? Perchè la era finita una volta, quella cuccagna del Bardineto; perchè gli era finalmente caduto, quel superbioso, che si struggeva di salire tant'alto; perchè sprofondava nella mota comune, quel sognatore, quel pazzo, che cavalcava così alteramente le nuvole.

E non era crudele, il nostro Tommaso; non odiava già il Bardineto; che anzi lo amava, come poteva egli amare qualcuno, per consuetudine antica, e perchè non gli era venuta mai occasione di scontro. Sì, certo, gli era parso qualche volta noioso, con quel suo starsene in dimestichezza coi grandi, così felice in apparenza tra le bellezza del castello Gavone, libero di profferire i suoi omaggi a madonna Bannina, bellezza matura, o a madonna Nicolosina, bellezza nascente, o alla Gilda, bellezze di mezzo, ma più franca, secondo lui, e più attrattiva. Per altro, pensandoci su, il Bardineto non corteggiava la Gilda; era cotto, per sua disgrazia, della giovine castellana; gli era un uomo spacciato; non era da invidiarsi poi troppo. Lo amava dunque, sì lo amava; ma ora, poi, dieci cotanti di più, sapendolo giù d'ogni speranza e d'ogni superbia. Donde quel giubilo interno, quel gongolo, che gli facea dimenare il capo e aggrinzare le labbra. Anima umana!

In questi pensieri, i due compagni, erano giunti ai piedi del monte, e, valicato il Pora su certi passatoi disposti a giuste distanze sul pelo dell'acqua corrente, entravano in una viottola, che risaliva verso levante, ad incontrare la strada maestra dalla Marina al Borgo. E pochi passi avevano fatti in quella stretta, allorquando venne loro udito un calpestìo, insolito per que' luoghi e in quell'ora.

Giacomo Pico, che era stato il primo a notarlo, affrettò il passo, stese la mano sul braccio del Sangonetto, come per trattenerlo, e stette coll'orecchio teso in ascolto.

–Cavalli!—soggiunse egli, rispondendo ad un gesto del compagno, che si era voltato stupefatto a guardarlo.

–Cavalli, sicuro;—disse di rimando Tommaso;—e poi?

–Non hai indovinato? Son essi.

–Essi? Pronome, e nient'altro;—ripigliò il Sangonetto;—io non t'intendo.

Giacomo Pico crollò le spalle in atto d'impazienza.

–I cavalieri di questa mane;—aggiunse egli poscia;—il conte d'Osasco e il suo amico, o famiglio che sia.

–Ah, ah!—sclamò il Sangonetto, mettendosi finalmente sull'orma.—Buon viaggio a loro! Ma ora che ci penso, o come vuoi che, giunti a mala pena, già se ne tornino via dal castello? Il tratto, in fede mia, non sarebbe cortese.

–Ma! che ne so io?—rispose Giacomo Pico.—D'una cosa son certo; che sono costoro. Me lo dice il cuore….—aggiunse con accento di profonda amarezza.—Seguimi; or ora vedrai.

E senz'altro aspettare si mosse con rapido passo alla svolta. Il Sangonetto fu pronto a seguirlo.

Il cuore del Bardineto non si era ingannato. Erano proprio loro, messer Pietro e il Picchiasodo, che venivano di buon trotto per la strada maestra, con quel fare spigliato e contento di chi s'è sciolto d'ogni molestia e non ha più a darsi pensiero che di arrivare alla posta.

A Giacomo Pico la vista del più giovine dei due cavalieri diede una scossa fortissima al cuore. Era quegli il suo fortunato rivale, il suo nimico giurato. E gli prese in quel punto una maledetta voglia di buttarsi al pettorale del palafreno, di rovesciare il cavaliere e di finirlo d'un colpo.

La via era stretta, e, per andar oltre, con quell'intoppo dei due sopraggiunti, a messer Pietro convenne di spronare il cavallo e farsi innanzi da solo.

Il Bardineto lo divorava degli occhi. Era bello, messer Pietro, ed ilare in volto; due cose che lo rendevano uggioso a quell'altro.

Senza por mente all'effetto che cagionava la sua presenza, messer Pietro, cortese per consuetudine di gentiluomo e più ancora per la contentezza del momento, nell'atto di cansarsi col suo palafreno dai due viandanti, fece un gesto a mo' di saluto, che certo credeva gli fosse ricambiato in quel punto.

Frattanto, Giacomo Pico, innanzi che il Sangonetto potesse indovinare le sue intenzioni e trattenerlo, si faceva in mezzo alla strada e, afferrando lo redini del cavallo, salutava il suo avversario con queste parole:

–Messer cavaliere, mi consentite voi pochi istanti di colloquio?—




CAPITOLO IV


Nel quale si veda messer Pietro perdere la pazienza, il Sangonetto la ciarla, il Picchiasodo l'occasione, Giacomo Pico il tempo e mastro Bernardo la scrima.

All'atto insolito e inaspettato, il primo pensiero di messer Pietro fu di metter mano alla spada e di castigar l'arrogante che ardiva afferrare le redini del suo palafreno.

Senonchè, a lui, come un giorno ad Achille, la sapiente Minerva dovette susurrar qualche cosa nell'orecchio. O piuttosto, senza andare a scomodare gli Dei dell'Olimpo, che dormono da mille cinquecent'anni il gran sonno, è da credere che messer Pietro fosse di animo pronto a vedere per ogni lato le cose, come audace di mano ad operarle. E in quel punto egli certamente pensò che quei due sopraggiunti non erano assassini di strada, che alla più trista si era a numero pari, e che, finalmente, in paese nuovo e nemico, la prudenza non era mai troppa, nè mai gli avrebbe nociuto un pochino di calma. Dopo tutto, che ne sapeva egli? Poteva anch'essere usanza patriarcale di quei popoli, di trattare con tanta dimestichezza la gente.

E messer Pietro ristette, spianò le sopracciglia, che s'erano a tutta prima aggrondate; fe' un gesto da fianco per chetare il Picchiasodo, che egli colla coda dell'occhio avea visto dare un sobbalzo in arcione e spronare avanti il cavallo; quindi componendo le labbra ad un risolino tra cortese ed ironico, disse a Giacomo Pico:

–Parlate, messere, quantunque non sia luogo nè momento da ciò; son tutto orecchi ad udirvi.—

Parlare! era presto detto; ma il farlo non era la più agevole impresa. Il Bardineto ci aveva bensì avuto la forza del primo impeto; ma lì sui due piedi, senza aver meditata la possibilità d'una conversazione tranquilla, tirato in sul falso da quella urbana risposta, non trovò più il filo. E balbettando un poco, e stizzito con sè medesimo di non averci pensato prima, uscì in questa dimanda:

–Come va che tornate via così presto? Il castello non ha avuto potere di trattenervi?—

Messer Pietro lo guardò stupefatto; ma non uscì di misura.

–Che dite mai?—ripigliò, col medesimo accento di prima.—È luogo stupendo, il castello, e fo conto di tornarci prestissimo.

–Ah!—sclamò il Bardineto, fremendo di rabbia,—E quando si faranno le nozze?—

Messer Pietro fu ad un pelo di uscire dai gangheri. Per altro, gli venne il sospetto di aver da fare con un pazzo, e si volse, con aria trasognata, al Picchiasodo. Il suo vecchio compagno rideva.

–Messere,—disse il Picchiasodo, affrettandosi a commentare il suo riso,—la notizia si è sparsa, non c'è più verso di tenerla celata. L'oste dell'Altino ha cantato.—

L'altro ricordò allora le supposizioni di mastro Bernardo, e un sorriso venne a sfiorargli le labbra; ma fu pronto a reprimerlo. Non era più un pazzo, bensì un insolente, colui che lo aveva fermato per via e lo interrogava in tal guisa.

–Via, per l'andata, poteva correre; pel ritorno, non già!—rispose egli, facendosi grave.

Indi, rivolto a Giacomo Pico, gli parlò asciuttamente così:

–Messere, io fo nozze quando mi torna, e non dò ragguagli per via al primo che capita.

–Avete fatto il conto senza di me!—soggiunse Giacomo Pico, digrignando i denti, e facendo l'atto di afferrare da capo le redini.

–Giù quelle mani!—tuonò messer Pietro, in quella che facea dare indietro due passi al suo palafreno.—E spulezzami tosto, o ch'io lascio al mio cavallo di tritarti come paglia, villano!—

Giacomo Pico, che il pronto inalberarsi del cavallo avea fatto desistere dal suo tentativo, si morse le labbra all'udire quelle superbe parole, ma non diede già indietro d'un passo. Incrociò in quella vece le braccia sul petto; rispose con una crollata di spalle al Sangonetto che gli raccomandava di non far ragazzate e di pigliare dal consiglio d'un nemico quel che c'era di buono; indi, misurando ad una ad una le frasi, che gli uscivan sibilando dalle labbra contratte, così rimbeccò il suo avversario:

–Non son villano, e le opere mie, in attesa di altre prove, potranno chiarircene largamente. Voi, a cavallo, messere, potete sbarattarci d'un salto e darvi alla fuga; lo vedo, e lo temo. Ma dove sarebbe allora la differenza tra voi, conte di Osasco, e il più vile de' vostri vassalli? e quale rimarrebbe la vostra fama agli occhi dalla donna che amate?

–Conte di Osasco!—ripetè messer Pietro, voltandosi al Picchiasodo.—Ah, mi ricordo;—soggiunse a bassa voce,—lo sono, a quel che pare, e non posso disdirmi.—

Indi, rivolto il discorso a Giacomo Pico, gli chiese, con quel suo piglio sarcastico:

–E chi sei tu? Forse il duca Namo di Baviera, tornato tra i vivi? O forse Guerrino il Meschino, cercator d'avventure?

–Rattenete la lingua, per utile vostro!—replicò il Bardineto, impallidendo dallo sdegno.—Son tale che ha diritto sopra un tesoro, e non consentirà che altri glielo rubi. Son tale che desidera di vedere alla prova se la vostra spada è degna della vostra arroganza.

–Per san Giorgio, gli è questo un audace linguaggio,—disse a lui di rimando quell'altro,—e per la prima volta ch'io l'odo, mi piace.

–Vi piaccia, o no, gli è il mio, e lo udrete più d'una volta al Finaro, se vi piglierà il ruzzo di tornarci.

–Per Dio, se ci tornerò! Non foss'altro, per vedere di quanti palmi t'avranno scavato profonda la fossa!

–Di ciò parleremo;—borbottò Giacomo Pico.—Vi piaccia intanto calarvi d'arcione.

–Volentieri, se m'indicherete un luogo dove possiamo sbrigare i fatti nostri meglio che sulla strada maestra.

–Qui presso, nei greti della fiumana.

–Ottimamente; insegnate la strada.—

E così dicendo, messer Pietro, sempre ilare e disposto alla celia, spronò il cavallo per tener dietro a Giacomo Pico. Ma la faccenda non garbava punto al Picchiasodo, a cui era balenato un pensiero più vasto.

–Non già!—entrò egli a dire sollecito.—Con vostra licenza, messer Pietro, padron mio colendissime, abborro l'acqua, e ricordo in buon punto che siamo lontani appena un cento di passi dall'insegna dell'Altino. Questi degni messeri lo sapranno benissimo, che sono del paese; c'è buona l'accoglienza….

–E meglio il vino!—rincalzò, chiudendo la frase, il Sangonetto.

–Ah, bravo!—ripigliò il Picchiasodo.—Veniteci in aiuto anche voi, messere dell'archibugio. Siamo dunque intesi; si va a sbrigar la faccenda all'Altino. L'aia è piana e lucente come uno specchio, e sul battuto c'è posto pel giuoco di quattro lame. Che ve ne pare? Voi certo avete pratica del luogo. Non ci si è abbastanza liberi in quattro?—

Tommaso Sangonetto lo guardò con aria melensa. La proposta di quel vecchio barbone, che ci avea un paio di spalle e un torace da fare alle forze con Ercole, non gli andava a fagiuolo. Chinò la testa in atto di chi vuol dire e non dire; ma dentro di sè fece atto di contrizione per la sua lingua, che era stata un po' troppo latina.

–Andiamo dunque laggiù!—disse il Bardineto, avviandosi primo.

I due cavalieri incontanente lo seguirono. Tommaso, quantunque di mala voglia, si messe al suo fianco.

–Ah, Giacomo! Giacomo!—gli andava intanto bisbigliando all'orecchio.—L'hai fatta grossa!

–Che!—rispose il Bardineto, crollando superbamente le spalle.—Mi sfogo, perdio!

–Ma pensa al poi, te ne prego! E che dirà il marchese, quando verrà a risaperlo?

–Dirà…. dirà quel che gli parrà meglio di dire. Già, sentimi, Tommaso; o morto io, o morto quest'altro, s'è sciolto finalmente ogni nodo.

–Uhm! Mi pare che tu ne aggiunga, di nodi; e guai se vengono al pettine.

–Vattene, allora!—ripiccò spazientito il Bardineto.

–Ma…. lasciarti così solo?… Un testimone ti sarà pur necessario!—entrò a dire accortamente Tommaso.

–Un testimone! E per che farne?

–Eh, quel che si fa d'un testimone, perdiana! Il testimone vede e può all'occorrenza far fede. Inoltre, la sua presenza può tenere in soggezione gli avversarii. Capisco che non s'ha da appiccar zuffa in quattro, essendo voi due soli alle prese, e che io, pure volendo, non lo potrei, per non tirarmi addosso lo sdegno del castello, a cui non sono in grazia, come tu sai; ma infine, un amico presente….

–Capisco anch'io; non dirmene altro!—interruppe il Bardineto, che vedeva l'amico inteso a fermar chiaramente i patti della sua accompagnatura all'Altino.—Io non ho bisogno d'aiuto; la quistione è mia, tutta mia; tu non c'entri. E adesso, se ti piace venir testimone allo scontro, fa come t'aggrada; io non ci ho nulla a vedere.—

Il Sangonetto chinò la testa, in atto di chi si rassegna, suo malgrado, ai voleri d'un amico. E col cuor più tranquillo, e per conseguenza col passo più spedito di prima, si fece innanzi alla comitiva.

In quelle chiacchiere, erano giunti presso all'Altino. Lo scalpitar dei cavalli avea fatto correre il ragazzo dell'osteria sull'uscio di strada.

–Padrone! ohè, padrone!—aveva egli gridato.—Presto, fatevi innanzi; son qua di ritorno i gentiluomini di questa mattina.

–Che diavol dici?—esclamò mastro Bernardo, uscendo sull'aia.—O che ci verrebbero a fare?

–Eh, che so io?—disse il Maso, impenitente nella sua celia.—Forse ad assaggiare quel vinello fiorito….

–Zitto là, mascalzone! Oh, magnifici messeri….—

Come è facile argomentare da questo trapasso dell'oste, entravano allora Giacomo Pico e Tommaso Sangonetto a piedi, lasciando scorgere dietro di loro messer Pietro e il Picchiasodo a cavallo.

Mastro Bernardo, confuso e giubilante ad un tempo di quella nuova e non più sperata ventura, corse sollecito per tenere le redini a messer Pietro, che fu pronto ugualmente a balzar giù di sella.

–Che buon vento, messeri….—andava dicendo frattanto l'ostiere;—e come va che io sono onorato….

–Mastro Bernardo,—gridò il Picchiasodo, troncandogli i suoi complimenti a mezzo,—non lo sai tu l'adagio: chi n'assaggia ci torna? A te, ragazzo; tieni i cavalli.

–Ve li metto al coperto? disse il Maso, pigliandoli per le briglie.

–No, no, tirati là in fondo, ed aspetta, Il ragazzo afferrò le briglie e, superbo di prestare i suoi servigi a così nobili bestie, menò i cavalli in fondo dell'aia.

–Che fortuna per l'osteria dell'Altino!—ripigliò mastro Bernardo, che non aveva posto mente alle ultime parole del Picchiasodo, profferite a voce più bassa.—E dite, magnifici messeri; poichè il numero è cresciuto, s'ha egli da metter due polli allo spiedo?

–Ah, ci vuol altro che spiedo! Or ora vedrai;–gridò il Picchiasodo con aria beffarda.—Per un bicchiere di vino, intanto, non si dice di no. Almeno….—soggiunse dopo essersi guardato dattorno e aver veduto le facce rannuvolate de' suoi compagni,—io lo bevo, e posso fare anche la parte degli altri.

–Vado subito;—disse l'ostiere;—e sarà di quel tale, ve lo prometto.

–Sta bene, e non mi tradire!—aggiunse burlescamente il Picchiasodo.—Porta il fiasco incignato, che già sappiamo che cos'è, e non avrà avuto tempo A pigliare lo spunto.—

Mastro Bernardo, tutto nella sua beva, entrò in casa, senza aver capito nulla di quell'improvviso ritorno, nè pigliato sospetto dalla presenta del Bardineto, che due ore innanzi era andato via così in furia.

Più accorto di lui a gran pezza, il Maso aveva odorato l'aria, e aspettandosi qualcosa di grosso, stava là rincantucciato in mezzo ai cavalli, con tanto d'occhi a guardare la scena.

–Or dunque, a noi!—sclamò messer Pietro, poichè i quattro arrivati furono soli sull'aia.

E così dicendo, si tolse di dosso la sua cappa di scarlatto verde, foderata di vaio, e la gittò sulla sella del suo palafreno.

Giacomo Pico, a sua volta, si tolse la cappa di bigello, e rimase, come il suo avversario, in farsetto.

E già erano, per tacito accordo, intesi a pigliar campo e metter mano alle spade, allorquando il Picchiasodo entrò a dire la sua.

–Un momento, messeri, di grazia!—

I due avversarii si fermarono a tempo, e stettero guardando il vecchio soldato, aspettando che volesse parlare.

Ma il Picchiasodo non aveva da fare un lungo discorso.

–Come si combatte?—dimandò egli brevemente, ma con un certo sussiego.

–O come?—ripiccò messer Pietro.—Che novità è questa tua? Si combatte con questa, e chi ne assaggia un palmo rimane sul terreno.

–Un palmo! grazie tante!—mormorò il Sangonetto tra sè.

–Certo,—proseguiva messer Pietro,—se fossimo in campo chiuso, con giudici e testimoni, il vincitore avrebbe le spoglie, e si potrebbe anco stabilire il riscatto del vinto; Ma qui non siamo nel caso; ci si ricambia quattro colpi alla svelta e chi l'ha tocche son sue.

–Così l'intendo ancor io, con vostra licenza, messer Pietro,—replicò il Picchiasodo.—Ma scusate, io volevo domandare se di questo sollazzo non ce n'ha ad esser per tutti. In quattro ci siamo incontrati; ora, dico io, in quattro si avrebbe a combattere.—




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