Un Amore come Quello 
Sophie Love


Le Cronache Dell’amore #2
Sophie Love usa tutta la sua capacità di trasmettere la magia ai lettori con frasi e descrizioni potenti ed evocative…  il libro romantico definitivo o una perfetta lettura da spiaggia, con una differenza: il suo entusiasmo e le sue magnifiche descrizioni offrono un’attenzione inaspettata alla complessità dell’evoluzioni in amore, ma anche dei mutamenti della psiche. È una piacevolissima raccomandazione per i lettori di romanzi romantici alla ricerca di un tocco più complesso nelle loro letture. Midwest Book Review (Diane Donovan su: Ora e per sempre) Un romanzo molto ben scritto, che descrive la lotta di una donna per trovare la sua vera identità. L’autrice compie un ottimo lavoro con la creazione dei personaggi e la descrizione degli ambienti. C’è romanticismo, ma senza esagerare. Complimenti all’autrice per questo bell’inizio di una serie che si annuncia molto interessante. Books and Movies Reviews, Roberto Mattos (su: Ora e per sempre) UN AMORE COME QUELLO (Le cronache dell’Amore – Libro #2) è il secondo libro di una nuova serie romantica dell’autrice di bestseller #1 bestselling Sophie Love. Keira Swanson, 28 anni, torna a New York, ancora tra le nuvole dopo il suo viaggio in Irlanda e follemente innamorata di Shane. Ma quando un evento inatteso si pone tra di loro, la relazione potrebbe dover finire. Ma Keira è la star della rivista per cui lavora, e le viene assegnato un nuovo incarico: viaggiare in Italia per 30 giorni e scoprire quale è il segreto italiano dell’amore. Dopo le magnifiche esperienze in Irlanda, le alte aspettative di Keira per l’Italia vengono deluse quando niente va come pianificato. Durante il suo frenetico viaggio attraverso l’Italia, da Napoli, la Costa Amalfitana, Capri, Roma, Verona, Venezia e Firenze, inizia a chiedersi se gli italiani nascondono davvero un segreto sull’amore. O è così fino a quando non incontra la sua nuova guida turistica, e tutto ciò che crede cambia per sempre. Una commedia travolgente, profonda quanto divertente, UN AMORE COME QUELLO è il secondo libro in una fantastica nuova serie romantica che vi farà ridere, piangere, vi costringerà a leggere fino a tarda notte, e vi farà innamorare di nuovo dell’amore. È anche disponibile il libro #3!







UN AMORE COME QUELLO



(LE CRONACHE DELL’AMORE—LIBRO 2)



S O P H I E L O V E


Sophie Love



La scrittrice di bestseller #1 Sophie Love è l’autrice della serie romantica LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR, che fino a oggi include sei libri e inizia con ORA E PER SEMPRE (LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR - LIBRO 1) .

Sophie Love è anche autrice della nuova serie romantica LE CRONACHE DELL’AMORE, che inizia con UN AMORE COME IL NOSTRO (LE CRONACHE DELL’AMORE - LIBRO 1).

Sophie sarebbe felice di conoscere le vostre opinioni, quindi visitate www.sophieloveauthor.com (http://www.sophieloveauthor.com) per scriverle una mail, unirvi alla sua mailing list, ricevere libri gratis, essere messi al corrente delle ultime novità, e rimanere in contatto!



Copyright © 2017 di Sophie Love. Tutti i diritti riservati. Salvo quanto permesso dalla legge degli Stati Uniti, U.S. Copyright Act del 1976, è vietato riprodurre, distribuire, diffondere e archiviare in qualsiasi database o sistema di reperimento dati questa pubblicazione in alcuna forma o con qualsiasi mezzo, senza il permesso dell’autore. Questo ebook è disponibile solo per fruizione personale. L’ebook non può essere rivenduto né donato ad altri. Se si vuole condividere con altre persone, si prega di acquistare una copia aggiuntiva per ogni beneficiario. Se si intende leggere l’ebook senza aver provveduto all’acquisto, o se l’acquisto non è stato effettuato per il proprio uso personale, si prega di restituirlo e di acquistare la propria copia. Grazie per il rispetto dimostrato nei confronti del duro lavoro dell’autore. Questa storia è un’opera di finzione. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e incidenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo romanzesco. Ogni riferimento a persone reali, in vita o meno, è una coincidenza. Immagine di copertina Copyright solominviktor, utilizzata con il permesso di shutterstock.com (http://shutterstock.com).


LIBRI DI SOPHIE LOVE



LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR

ORA E PER SEMPRE (Libro #1)

SEMPRE E PER SEMPRE (Libro #2)

SEMPRE CON TE (Libro #3)

SE SOLO PER SEMPRE (Libro #4)

PER SEMPRE E OLTRE (Libro #5)

PER SEMPRE PIÙ UNO (Libro #6)

FOR YOU, FOREVER (Libro #7)



LE CRONACHE DELL’AMORE

UN AMORE COME IL NOSTRO (Libro #1)

UN AMORE COME QUELLO (Libro #2)

UN AMORE COME IL LORO (Libro #3)


INDICE



CAPITOLO UNO (#uca814dd6-1fa5-594a-901c-e6acb3cadf99)

CAPITOLO DUE (#u25a72937-6976-5570-ac45-2f8ce9f588f5)

CAPITOLO TRE (#ue5961330-f4e4-5f92-afdd-c727353f09a1)

CAPITOLO QUATTRO (#uc5c122b1-8c62-597a-ae02-018f4061846c)

CAPITOLO CINQUE (#u3b6062ec-dbc1-58d0-a6f7-856e39075e1f)

CAPITOLO SEI (#u83400200-3ba7-5559-9f0b-adcecfa6769c)

CAPITOLO SETTE (#uf82d7eaa-1ae3-5767-8a89-8a48254e5e76)

CAPITOLO OTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO NOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTITRE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTUNO (#litres_trial_promo)




CAPITOLO UNO


Keira si svegliò sul divano bitorzoluto di Bryn con il collo irrigidito e i piedi ghiacciati. La temperatura a New York stava scendendo per via dell’arrivo dell’autunno. Nonostante il divano scomodo e i brividi, era di ottimo umore.

Quel giorno, il 22 di ottobre, Keira sarebbe tornata a lavoro alla rivista Viatorum con un nuovo ruolo di maggior livello e anche meglio pagato. Non vedeva l’ora di riabbracciare Nina, la sua amica ed editrice alla rivista, e smaniava dal desiderio di rimettersi a scrivere. Quale sarebbe stato il suo prossimo incarico, ancora non lo sapeva, ma era certa che non sarebbe stato eccitante come il suo ultimo mese in Irlanda.

Dava per scontato che quella volta Elliot le avrebbe affidato qualcosa di meno rilevante e a lei andava assolutamente bene. Quasi non aveva avuto il tempo di reinserirsi nella sua vita a New York, di rivedere i suoi amici e sua madre. E oltretutto, di lì a una settimana Shane sarebbe andato a trovarla e la sua visita le premeva molto di più che girare per il mondo.

Proprio in quel momento Bryn, sua sorella maggiore, entrò di corsa nel soggiorno, con i capelli in disordine, saltellando con una scarpa infilata e una no.

“Sono in ritardo per il lavoro,” farfugliò la ragazza. “Perché non mi hai svegliata?”

Keira controllò l’orologio.

“Perché sono le sette. Hai ancora un’ora prima di dover uscire.” Scoppiò in una risata davanti alla perpetua sbadataggine della sorella.

Bryn si fermò e fissò l’orologio, per rimanere a bocca aperta. “Oh, già.” Si sfilò la scarpa con un calcio e andò a sedersi sul divano accanto a Keira. “Ero davvero sicura che sarei stata un’adulta migliore una volta arrivata ai trent’anni,” rimuginò.

Keira sorrise. “Non succederà mai.”

A nessuna delle due sorelle Swanson interessava molto crescere.

Bryn le si avvicinò e la sgomitò. “Quindi… primo giorno di lavoro dopo la pausa. Come ti senti?”

“Sto bene,” rispose lei. “Sarà tutto diverso senza Joshua a rovinare l’atmosfera. Soprattutto non vedo l’ora di rivedere Nina. E ovviamente sono in ansia di scoprire quale sarà il prossimo progetto che Elliot mi affiderà.”

“Sarà un altro viaggio all’estero?” ipotizzò Bryn.

“Ne dubito,” commentò Keira. “Anche se un po’ di sole mi farebbe bene!” Scoppiò a ridere e lanciò uno sguardo fuori dalla finestra verso il cielo autunnale di New York, carico di nubi.

“E anche tornare al tuo letto,” scherzò Bryn, dando una pacca sul divano.

“A questo proposito…” esordì Keira. “Voglio assicurarti che non ho intenzione di rimanere qui per sempre. È solo che ci sto mettendo un po’ più di quanto avevo pensato per trovare un appartamento. E prima mi servirebbe anche riavere la cauzione della casa che dividevo con Zach. Lo sai quanto la sta tirando per le lunghe.”

“Non è un problema,” disse Bryn, accantonando la sua giustificazione. “Rimani tutto il tempo che ti serve. Basta che non mi giudichi per gli uomini che mi porto a casa.” Fissò la sorella con uno sguardo severo. “Ho visto come mi guardi certe volte.”

Keira scoppiò a ridere. “Credo solo che se riuscissi a vedere quanto sei bella veramente, non perderti tutto questo tempo con degli uomini orrendi.”

Bryn roteò gli occhi. “Lasciamo perdere. Dunque, perché pensi che non ti manderanno di nuovo all’estero?”

“Non lo so.” Keira alzò le spalle. “Perché non sarebbe giusto nei confronti degli altri scrittori, tanto per iniziare. Sembrerebbe favoritismo.”

“Non dimenticarti che ormai sei a un livello più alto.” Le sottolineò Bryn. “E favoritismo è una parola molto infantile da usare. Si tratta di lavoro. Se sei più brava degli altri, allora è così e basta. Impara ad accettarlo.”

Keira non condivideva la sicurezza di sua sorella. Si agitò a disagio. “Beh, in ogni caso, anche se fosse all’estero, non potrei andarci.” Pensò a Shane e sorrise con aria sognante. “Ho dei progetti qui.”

“Ah, sì,” disse Bryn, sogghignando. “Il fidanzato. Tra quanto arriverà?”

La mente di Keira evocò l’immagine dell’affascinante volto di Shane, la barba incolta sulla sua mascella scolpita, i meravigliosi occhi blu, e fluttuò attraverso una miriade di fantastici ricordi del mese che avevano passato a innamorarsi l’uno dell’altra.

“Una settimana,” rispose con un sospiro estatico, ripensando alla sensazione delle sue labbra sulle proprie, il tocco di quelle dita sulla pelle. “E a questo proposito, devo proprio chiamarlo.”

Doveva essere quasi mezzanotte in Irlanda, dove viveva Shane, e quindi sarebbe stata la sua ultima possibilità di parlare con lui prima che andasse a dormire. Così avrebbe dovuto sopportare otto ore senza Shane, mentre il ragazzo dormiva. Nessuna comunicazione, niente messaggi provocanti o battute buffe. Quelle otto ore erano quasi insopportabili per Keira, tanto era intensa la sua voglia di lui al momento.

“Lo chiami tutte le mattine?” chiese Bryn, sorpresa.

Keira percepì un accenno di disprezzo nella voce della sorella. Era una single perenne e una maniaca degli appuntamenti, cosa che la rendeva immediatamente sospettosa di chiunque dichiarasse di aver trovato l’amore.

“Già,” rispose Keira. “Di solito stai ronfando e quindi non te ne accorgi.”

“Beh, secondo me non è sano,” iniziò Bryn. “Dipendi già troppo da lui.”

Keira si alzò roteando gli occhi verso il cielo. L’attività preferita di Bryn era dare aria alla bocca, nonostante fosse un modello di comportamento tremendo. Invece lei era convinta che se solo avesse saputo, se solo avesse visto, ciò che condivideva con Shane, non sarebbe stata tanto sicura di sé.

Keira si chiuse in bagno con il telefono, consapevole che quello fosse l’unico luogo dove avrebbe potuto avere un po’ di privacy nel minuscolo appartamento di Bryn, e fece il numero di telefono di Shane. Un familiare brivido di eccitazione la attraversò tutta mentre aspettava, ascoltando il segnale di libero, in attesa di sentire di nuovo la sua voce affascinante. Non vedeva l’ora di raccontargli delle cose interessanti che aveva organizzato per la sua visita, tutte le attrazioni di New York che voleva svelargli, dagli assaggi di cibo lungo il Restaurant Row alle passeggiate sul fiume a Tribeca, per poi passare al Tenement Museum, ai giardini a Battery Park, al frutteto fuori città e le gallerie d’arte a Chelsea. L’itinerario era strapieno e sapeva che Shane sarebbe stato emozionato dalla sua visita della città quanto lei lo era di mostrargliela.

Finalmente rispose alla chiamata e il cuore di Keira prese a battere forte. Invece della solita voce allegra, Shane aveva un tono provato. E piuttosto che iniziare la chiamata con un nomignolo esagerato e buffo, come coniglietta o fiorellino, usò il suo vero nome.

“Keira, ehi,” disse, sembrando esausto, come se avesse avuto la giornata peggiore che si potesse immaginare.

La gioia di Keira si trasformò subito in angoscia. In lontananza sentiva suoni poco familiari, diverse conversazioni sovrapposte e telefoni che squillavano.

“Che cosa è successo?” chiese, iniziando a spaventarsi. “Dove sei?”

“All’ospedale.”

“Oh, mio Dio, perché?” Il cuore di Keira perse un colpo per la paura, e una miriade di possibilità le riempì la mente. “Sei ferito? Malato?”

“Non è per me,” rispose lui. “Io sto bene. È per mio padre.”

Un’immagine del padre di Shane, Calum Lawder, le apparve davanti agli occhi. Era una delle persone più gentili e dolci che avesse mai avuto la fortuna di incontrare. L’idea che gli fosse successo qualcosa era agghiacciante.

“Sta bene? Dimmi che cosa sta succedendo!”

Shane fece un profondo sospiro. “Starà bene adesso che è stato operato.”

A Keira si gelò il sangue nelle vene. “Operato?” ripeté in uno strillo.

“Sono stato tutto il giorno al Pronto Soccorso. Ha avuto un attacco di cuore. Gli hanno dovuto mettere uno stent. È un miracolo che sia ancora vivo. Se non ci fosse stato un chirurgo cardiaco qua all’ospedale per un altro appuntamento, non ce l’avrebbe fatta.”

“Oh, Shane, mi dispiace così tanto,” disse Keira, con il petto stretto dall’ansia. Avrebbe voluto poter attraversare la linea telefonica e raggiungere Shane, per stringerselo al cuore e dimostrargli tutto il suo affetto. “Come sta tua madre? E le tue sorelle?”

“Stiamo bene,” rispose Shane. “Siamo ancora tutti sotto shock, a dir la verità. Specialmente Hannah.”

Keira ripensò alla sua sorella minore, la sedicenne dai capelli dorati a cui si era tanto affezionata. “Povera ragazza,” disse. All’improvviso quello non le sembrò il momento giusto per discutere della sua futura visita a New York. Non era corretto parlare di progetti emozionanti dopo la giornata spaventosa che doveva aver appena passato. “E ora come adesso Calum?”

“È sveglio e fa delle battute, ma si capisce che sta fingendo di essere coraggioso per tutti noi.“

“Mi dispiace così tanto, tesoro,” disse Keira. “Vorrei essere lì con te per sostenerti, ma immagino di dover conservare tutti i miei abbracci per quando arriverai, la prossima settimana.”

Dall’altro capo del telefono, Shane rimase in silenzio. Gli unici suoni che Keira riusciva sentire erano gli squilli dei telefoni dell’ospedale in piena attività, i bip delle macchine, il rumore lontano delle sirene e il viavai generale dello staff medico che si dedicava ai propri compiti.

“Sembra molto caotico lì,” aggiunse, quando Shane continuò a non rispondere.

“Keira,” disse lui, non appena ebbe finito di parlare.

Alla ragazza non piacque il tono della sua voce. Ebbe la netta sensazione che Shane stesse per darle una pessima notizia.

“Cosa c’è…?” sussurrò la domanda, come se la facesse soffrire.

“Dovrò cancellare il mio viaggio,” annunciò Shane.

Keira capì dal suo tono quanto era devastato. La sua stessa voce si abbassò in un bisbiglio afflitto. “Davvero?”

“Mi dispiace,” continuò lui, “ma devo rimanere qui. Per mamma e le ragazze. Sono a pezzi e io mi sentirei uno stronzo se me ne scappassi a New York e le abbandonassi.”

“Ma manca ancora una settimana,” insistette Keira. “Le cose andranno meglio per allora. Calum sarà di nuovo in forma. E tu non staresti via tanto. Solo una settimana. Non è un mese o un periodo assurdo di tempo. Non avranno problemi senza di te per qualche giorno. Voglio dire, riescono a resistere senza la tua presenza una volta all’anno, quando fai il tuo lavoro di guida turistica a Lisdoonvarna.”

Si rendeva conto che stava parlando a vanvera, e che doveva sembrare decisamente disperata. Aveva atteso con tanta ansia il momento in cui avrebbe rivisto Shane, in cui lo avrebbe portato nel proprio mondo come lui aveva fatto in Irlanda. L’attesa era stata così difficile, la sua assenza tanto dolorosa da sopportare. Senza parlare dei soldi che aveva già speso per il suo volo, e tutto il resto per cui aveva speso una fortuna, le attività che aveva prenotato e che non poteva cancellare per farsi rimborsare. Avrebbe potuto usare il bonus in denaro che aveva ricevuto da Elliot per trovare casa invece che rimanere sul divano di Bryn, a rovinarsi la schiena. Sarebbero riusciti a rinviare il viaggio? Shane non aveva molti soldi per contribuire.

“Mio padre è quasi morto, Keira,” disse seccamente Shane. “È una situazione completamente diversa da un viaggio di lavoro di un mese all’anno.”

“Lo so,” rispose umilmente lei. “Non volevo essere egoista. È solo che mi manchi così tanto.”

“Anche tu mi manchi,” replicò Shane, con un profondo sospiro.

A Keira venne un nodo alla gola per l’infelicità. Ma non voleva insistere, specialmente perché a finire all’ospedale non era stato un suo parente. Decise di farsi forza.

“Immagino che non ci sia altro da fare,” dichiarò, con più calma di quanto non provasse. “Decidiamo subito un’altra data così non lasciamo il viaggio in sospeso. Non so come potrei resistere senza fare il conto alla rovescia fino al momento in cui ci rivedremo.” Ridacchiò, cercando di dare l’impressione di stare meglio di quanto non fosse.

Ancora una volta, da Shane non venne alcuna risposta. Al posto della sua voce, Keira sentì solo il suono di una receptionist che spiegava a qualcuno come andare verso il reparto dialisi.

“Shane?” lo chiamò timidamente, quando non riuscì più a sopportare il suo silenzio.

Alla fine lui rispose.

“Non credo di poter fissare un’altra data,” le disse.

“Per via di tuo padre? Shane, si riprenderà in un batter d’occhio. Si rimetterà in piedi e potrà tornare alla fattoria. Ti prometto che per novembre sarà tornato tutto come prima. Oppure se preferisci potremmo fare per dicembre. Così avrà avuto tutto il tempo per tornare a lavoro.”

“Keira,” la fermò Shane.

Lei chiuse la bocca di scatto, interrompendo il flusso di coscienza in cui sapeva si stava buttando come tattica diversiva, per rimandare ciò che temeva sarebbe avvenuto, un modo per fermare la tremenda inevitabilità di quello che stava per dire Shane.

“Non posso venire da te,” affermò. “Mai.”

Keira sentì le mani che iniziavano a tremare. Improvvisamente il telefono le sembrò scivoloso tra le dita, come se non potesse stringerlo adeguatamente.

“Allora verrò io in Irlanda,” disse piano lei. “Per me non è un problema viaggiare, se tu non te la senti. Ho adorato l’Irlanda. Posso tornare da te.”

“Non è quello che volevo dire.”

Keira sapeva che cosa aveva voluto dire, ma non voleva crederci. Non aveva intenzione di rinunciare a Shane alla prima difficoltà. Il loro amore era più forte di così, più importante e più speciale. Doveva fargli cambiare idea, anche se significava sembrare disperata o diventare, per usare le parole di Bryn, troppo dipendente da lui.

Ascoltò Shane che prendeva un lungo e triste sospiro. “C’è bisogno di me alla fattoria, e con la famiglia. L’Irlanda è la mia casa. Non mi posso trasferire da un’altra parte.”

“Nessuno ha mai parlato di trasferirsi,” rispose Keira.

“Ma lo dovremo fare, presto,” disse Shane. “Se vogliamo che la nostra relazione funzioni, a un certo punto dovremo vivere nello stesso paese. Io non posso trasferirmi lì da te, e tu non ti trasferirai qui da me.”

“Potrei farlo,” balbettò Keira. “Sono sicura che potrei. A un certo punto.”

Pensò al magnifico paese di cui si era innamorata. Era certa che avrebbe potuto vivere lì se fosse servito per stare insieme a Shane.

“In una fattoria?”

“Certo!”

L’incantevole cottage pieno di amore e vita familiare la attirava moltissimo. La sua famiglia era frammentata, con Bryn sempre impegnata, sua madre a miglia di distanza e suo padre completamente assente dalle loro vite. Che cosa c’era di meglio della famiglia istantanea che Shane poteva darle?

“Con i miei parenti? Le mie sorelle? I miei genitori?” Le domandò Shane. “E tutte quelle pecore?”

Keira ripensò alle feci di pecore in cui si era trovata immersa fino alle ginocchia. Pensò alle sei sorelle di Shane, che erano tutte adorabili ma vivevano ancora a casa. Sarebbero stati stretti. Sarebbe stato molto diverso da quello che aveva voluto per sé, ma lo era anche dormire sul divano di Bryn. Se poteva sopportare di vivere con sua sorella, avrebbe potuto decisamente resistere vivendo con tutte e sei quelle di Shane! E non era forse quello il senso della vita, riuscire a superare le sfide che lanciava? Il punto non era proprio accogliere ogni assurdità a braccia aperte?

“Shane,” rispose Keira, cercando di sembrare rassicurante. “Non dobbiamo decidere tutto proprio adesso. La vita cambia. Chi lo sa, le tue sorelle potrebbero sposarsi e trasferirsi altrove. I tuoi genitori potrebbero decidere di vendere la fattoria e viaggiare per il mondo su uno yacht. Non puoi prevedere il futuro quindi smettiamo di preoccuparcene.”

“Ti prego, ascoltami,” disse Shane, con voce rotta dall’emozione. “Sto cercando di farla finita adesso, così in futuro non diventerà ancora più doloroso di quanto non sia già.”

Le parole farla finita rimbombarono nella mente di Keira, come un martello sul ferro. Sussultò, e il groppo doloroso che aveva in gola diventò più grande di prima.

Per la prima volta si rese conto che Shane aveva già preso la sua decisione. Non avrebbe fatto marcia indietro. Niente che poteva dire gli avrebbe fatto cambiare idea.

“Non farlo,” supplicò Keira. All’improvviso stava piangendo, singhiozzava apertamente, inconsolabilmente, mentre si rendeva conto che Shane non avrebbe ceduto. Che la stava davvero lasciando. Il Vero Amore. L’uomo della sua vita.

“Mi dispiace,” anche lui stava piangendo. “Devo farlo. Ti scongiuro, devi comprendermi. Se non ci fosse stato un oceano tra di noi, io sarei voluto rimanere con te per sempre. Ti avrei anche sposata.”

“Non dirlo!” singhiozzò Keira. “Così rendi tutto più difficile.”

Shane esalò bruscamente. “Ho bisogno che tu sappia quanto sei importante per me, Keira. Non devi pensare che io abbia avuto paura. Se non ci trovassimo in una situazione del genere non lo farei mai. Non è quello che voglio. Neanche lontanamente. Lo capisci?”

“Sì,” rispose Keira, mentre le scendevano lacrime amare lungo le guance. Lo capiva bene. L’uomo dei suoi sogni, l’uomo che la amava e che la faceva ridere ogni singolo giorno, stava rinunciando a lei solo perché le cose si erano fatte un po’ complicate. L’uomo di cui si era profondamente innamorata nel mese più trasformativo della sua vita si stava arrendendo alla prima difficoltà. In fin dei conti non voleva impegnarsi nella loro relazione. Quel pensiero le aleggiò tetro nella mente.

“Quindi immagino che questo sia un addio?” disse Keira, freddamente.

Shane doveva aver notato il suo tono improvvisamente sconfortato. “Non fare così,” disse. “Possiamo rimanere in contatto. Possiamo essere amici. Ci sono sempre i social media. Non voglio allontanarti del tutto dalla mia vita.”

“Ma certo,” rispose lei tristemente, sapendo che nonostante le migliori intenzioni, era molto raro che una relazione d’amore si trasformasse in un’amicizia platonica. Semplicemente non era così che funzionava. Una volta che l’amore era finito, il sentimento svaniva per sempre, per le meno nella sua esperienza.

“Sei arrabbiata con me?” chiese Shane, sembrando giovane e fragile.

“No,” rispose Keira, rendendosi conto che era vero. Le ragioni per cui Shane aveva deciso di chiudere la loro relazione erano nobili. Stava dando la priorità alla sua famiglia. Erano esattamente le qualità che lei cercava in un partner, quindi sarebbe stato ingiusto da parte sua fargliene una colpa. “Penso che adesso dovresti andare e stare insieme alla tua famiglia,” aggiunse. “Dai a tutti un abbraccio da parte mia, va bene?”

“Okay,” disse lui.

Keira non ne era certa, ma il modo in cui lo pronunciò le diede la sensazione che Shane pensasse che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui si sarebbero parlati. Sembrava devastato.

Seguì un lungo momento di silenzio.

“Addio, Keira,” fu il suo saluto finale.

Prima ancora di avere la possibilità di rispondergli, la chiamata si chiuse. Si allontanò il telefono dall’orecchio e lo fissò, tenendolo tra le dita. Come poteva quel minuscolo ammasso di metallo e microchip farla sentire come se tutto il suo mondo le fosse caduto sotto i piedi? Come aveva potuto una sola conversazione ribaltare la sua vita? Era come se ogni briciola di felicità che avesse mai provato fosse stata risucchiata attraverso il microfono del telefono per essere risputata in un abisso oscuro, e mai più ritrovata.

E peggio ancora, Keira non poteva nemmeno arrabbiarsi. Shane non era stato un bastardo come ogni altro ragazzo con cui si era lasciata. Non c’erano stati tradimenti, bugie, litigi o colpi deliberati sotto la cintura. Forse era per quello che faceva molto più male. Forse era perché si era permessa di pensare che Shane potesse essere il Vero Amore, che fosse possibile trovarlo.

Ancora in lacrime, uscì dal bagno e gettò il telefono sul divano. Bryn, che era al bancone della cucina a preparare il caffè, sussultò per la sorpresa.

“Che cosa è successo?” chiese lei. “Stai piangendo?”

Ignorando le domande di Bryn, Keira afferrò il suo itinerario autunnale dal tavolino, scorrendo rapida con lo sguardo la lista di eventi che aveva organizzato per sé e Shane, luoghi dove avrebbero dovuto creare ricordi preziosi da raccontare ai nipotini, e lo strappò bruscamente a metà.




CAPITOLO DUE


Bryn strinse un braccio attorno alle spalle di Keira, mentre la minore delle due sorelle singhiozzava amaramente.

“Hai fatto la cosa giusta,” la consolò Bryn. “Lo so che subito non ti sembrerà così, ma fidati di me. Ti stavi facendo coinvolgere troppo. Hai ventotto anni, Keira, non è il momento di accasarsi.”

Le sue parole non le furono di gran conforto. Come faceva Bryn a saperlo? La sua vita era stata segnata da una serie di relazioni disastrose. Non aveva idea del tipo di amore che Keira e Shane avevano trovato, e che adesso avevano perduto per sempre. I singhiozzi le squassarono tutto il corpo.

“Dai,” continuò Bryn, “Andiamo a prendere un caffè. Io chiamo la mamma. Lo sai quanto è brava con queste cose.”

Keira non avrebbe potuto essere più in disaccordo. Sua madre, a differenza di Bryn, sembrava aver fretta di vederla sistemata e con dei figli. Le aveva persino detto che non aveva molto senso che lei mettesse tutta quell’energia nella sua carriera, dato che tanto vi avrebbe rinunciato di lì a qualche anno per cominciare a sfornare bambini.

Scosse la testa. “Non posso, devo andare a lavoro.”

Bryn fece una smorfia. “Tesoro, sei un disastro. Non ti vorranno in questo stato. Così non sei utile a nessuno.”

“Grazie,” borbottò Keira. “Ma non posso non andare. È il primo giorno dopo le ferie. Ho una nuova posizione importante. Elliot sarà in ufficio e si aspetterà che faccia del mio meglio.”

Mentre spiegava le sue ragioni, Bryn si allungò e le sfilò il telefono dalle mani.

“Ehi!” protestò Keira.

Bryn pigiò alcuni pulsanti e poi riappoggiò trionfante il cellulare sul tavolino da caffè. “Fatto.”

“Cosa?” gridò lei, inorridita, riprendendolo subito. “Hai richiesto un giorno di malattia per me? Non ho mai preso un giorno di malattia! Non sei per niente professionale, non riesco a credere che tu lo abbia fatto.”

Ma quando controllò gli ultimi messaggi del telefono, scoprì che Bryn non aveva contattato il suo ufficio, bensì Nina, l’amica di Keira ed editrice della rivista. Lesse il messaggio che le aveva mandato.

Shane mi ha mollato. La mia vita è finita. Aiuto.

Keira fece una smorfia poco felice, e lanciò un’occhiataccia alla sorella. Bryn si limitò a scrollare le spalle con insolenza. Un secondo più tardi, il cellulare di Keira vibrò con l’arrivo della risposta di Nina.

Andrà tutto bene. Dirò a Elliot che faremo una riunione fuori dall’ufficio. Un caffè alle dieci?

L’espressione di Keira si addolcì. Forse Bryn non era del tutto deleteria.

“Nina viene a trovarmi,” disse, mettendo via il telefono. “Adesso sei contenta?”

“Sì,” rispose Bryn. “Ora devo solo dire al mio capo che oggi non vado a lavoro.”

“Non sei costretta a farlo.”

“Oh, ti prego, ogni scusa è buona,” ribadì Bryn.

Keira si arrese. A volte discutere con sua sorella era inutile. Anche se non era la persona migliore con cui sfogarsi, era brava a mettersi al primo posto e occasionalmente quell’abitudine giocava a favore degli altri.

Qualche tempo più tardi le sorelle uscirono insieme dall’appartamento avvolte in caldi indumenti autunnali, e si avviarono in strada fino al bar in cui avevano deciso di incontrare Nina. Era ancora molto presto. Quando arrivarono, il locale aveva appena aperto per la giornata. Furono le prime a entrare.

Bryn ordinò cappuccini e muffin dietetici per entrambe e guidò Keira fino al morbido divano in pelle. Un momento più tardi entrò anche Nina.

“Keira,” esclamò, con espressione addolorata.

Si accomodò e abbracciò stretta l’amica, dandole subito conforto. Forse dopo tutto saltare il lavoro era stata una buona idea, anche se si fece un appunto mentale di non prendere quell’abitudine. Non era assolutamente professionale, anche se Bryn e Nina non sembravano pensarlo. Ma tanto con ogni probabilità non le sarebbe mai più capitato, dato che stava per iniziare una vita di celibato e quindi non avrebbe avuto altre occasioni di prendersi un giorno per curare il proprio cuore ferito…

“Dio, non riesco a credere che Shane sia stato tanto stronzo,” iniziò Nina.

Keira scosse la testa. “Non è così.”

L’amica le lanciò un’occhiata impassibile. “Come fa a non essere così? Ti ha fatta innamorare di lui, e poi una settimana prima del vostro ritrovo ti molla?”

“Beh, se la metti così,” disse Keira. “Ma credimi, non è così che è andata. Suo padre si è ammalato. Si è trovato, non lo so, a riconsiderare la nostra situazione.” Si sentì di nuovo sull’orlo delle lacrime. “Per favore, possiamo non parlarne? Non voglio trovarmi a dover difendere l’uomo che mi ha spezzato il cuore.”

Nina si interruppe e sembrò riflettere sulle sue parole. “Forse è stato meglio così,” disse. “In ogni caso presto Elliot ti manderà all’estero per un nuovo incarico. Forse incontrerai un altro uomo. Uno anche meglio Shane.”

“È l’ultima cosa che voglio, adesso,” rispose Keira tristemente, appoggiando con pesantezza il mento su una mano. “Non so cos'altro potrebbe sopportare il mio cuore. Passare direttamente da Zach a Shane, e poi a qualcun altro che magari mi tratterà da schifo? Non credo proprio. Avevo ragione a volermi concentrare solo sulla carriera. Il mio lavoro non mi dirà mai che se le cose fossero state diverse avrebbe anche potuto sposarmi.”

Nina sussultò. “Shane ha detto così?”

Keira annuì, sentendosi più depressa e demoralizzata che mai.

Nina le strinse di nuovo il braccio attorno alle spalle. “Sei giovane. Troppo giovane per sistemarti. C’è un mondo enorme là fuori e tu ne hai visto solo una piccolissima parte.”

“Grazie,” concordò Bryn. “È quello che le ho detto anche io. Ha meno di trent’anni, santo cielo. Aspetta almeno di aver superato la trentina.”

Nina sollevò un sopracciglio. “Facciamo la quarantina,” disse seccamente. “E poi qualche altro anno per buona fortuna. Io non ho alcuna fretta di mettere su famiglia, nonostante quello che dicono i media sul mio orologio biologico.”

“I media?” intervenne scherzosa Keira. “Vuoi dire quelli come noi? Siamo giornaliste dopo tutto. È il nostro lavoro dire alla gente che cosa deve desiderare. Come l’amore,” aggiunse amaramente.

Nina scoppiò a ridere e Keira si sentì un po’ meglio. Lanciò un’occhiata fuori dalla vetrina, verso le strade affollate di New York, piene di gente diretta a lavoro, persone di ritorno a casa dopo feste durate tutta la notte, alcune in abiti costosi, altre con magliette decorate da slogan buffi. Vide moltissime razze e nazionalità, e ogni capigliatura immaginabile. Tutti si affrettavano, lottando contro i venti freddi portati dall’autunno.

Studiandoli, Keira si rese conto di quanto amava la sua città. Non sarebbe mai stata felice di vivere in Irlanda. Shane aveva ragione. Non si sarebbe mai trasferita altrove. Lei era una newyorkese, al cento percento. La città le scorreva praticamente nelle vene.

Riportò la sua attenzione su Nina e Bryn.

“Quindi, come ha preso Elliot la mia assenza dall’ufficio, oggi?” chiese a Nina, più che pronta a cambiare l’argomento di conversazione.

Nina mescolò il suo caffè. “A dir la verità, mi è sembrato un po’ distratto. L’ho sentito nel mezzo di una discussione accesa a telefono l’altra sera, mentre lavoravo fino a tardi. Credo che qualcuno stia cercando di acquistare la rivista.”

Keira sollevò le sopracciglia per la sorpresa. “Ma non può succedere. Elliot non lo farebbe mai. Lui ama il Viatorum. A volte anche troppo.”

Nina si limitò a scrollare le spalle e a prendere un sorso del suo caffè. “A volte non c’entra quanto si ama una cosa. Se una delle maggiori società crea una rivista rivale della nostra, copiandoci il modello ma usando tutte le sue risorse economiche e contatti per promuoversi e sopraffarci, Elliot non potrà fare altro che vendere. A volte l’unico modo in cui un indipendente come il Viatorum può rimanere in attività è che il capo, Elliot, accetti un compromesso sulla proprietà.”

“Ma per lui sarebbe una retrocessione, giusto?” chiese Keira. “Passerebbe dall’esserne il proprietario a cosa, il semplice amministratore?”

Nina reclinò la testa di lato. “Non sarebbe del tutto negativo. Così potrebbe fare più soldi. Avrebbe solo dei superiori a cui rispondere. Probabilmente perderebbe un po’ di libertà creativa.” Si scrollò di nuovo. “In effetti, è sicuro che perderebbe una parte di libertà creativa.”

Keira si morse il labbro, riflettendo sulla premonizione di Nina. Perché le cose dovevano sempre cambiare tanto in fretta? Quella mattina si era svegliata con un fidanzato affettuoso e un lavoro da sogno. E adesso era seduta depressa e in lacrime in un bar, di nuovo single e in ansia per la sua situazione lavorativa.

“Beh, anche questo è un modo per distrarmi da Shane,” commentò sarcastica a Nina.

“Oh, Dio, mi dispiace,” disse l’amica. “Non volevo farti preoccupare. Sono sicura che per te, per me, e per tutti gli altri non cambierà niente. Solo per Elliot. Ho già visto delle acquisizioni, moltissime in effetti. Di solito è quasi impercettibile per la maggior parte dello staff.”

Keira arricciò le labbra. “Vedremo,” rispose.

Si accorse in quel momento che Nina sembrava un po’ nel panico, e guardò l’amica che fissava Bryn negli occhi come per spingerla a subentrare nella conversazione. All’improvviso la sorella si illuminò come colta da un pensiero.

“Mi è venuta un’idea fantastica,” annunciò sgranando gli occhi.

“Perché ho la sensazione che non mi piacerà neanche un po’,” rispose Keira, socchiudendo i propri.

“C’è una bella festa da Gino questa sera, hai presente, quell’autentico ristorante italiano che c’è in città,” spiegò Bryn. “È a tema Halloween. A dir la verità è a tema Ognissanti, che è una festa italiana che non conoscevo, ma sembra super inquietante e da Gino la prendono davvero sul serio. Sarà per metà un ballo in maschera e per metà una cena gotica. Sembra folle ma in modo super interessante.”

Keira la fissò con occhi sempre più stretti. Bryn stava parlando a ruota libera. “Vai avanti…” esortò la sorella.

“Ecco il punto,” disse Bryn. “Malcolm, un tizio che ho conosciuto la notte scorsa mi ha invitata là per un appuntamento. Vuole vedere di che si tratta, sai, provare qualcosa di nuovo. Ovviamente ho accettato, mi conosci, sono pronta a provare qualsiasi cosa almeno una volta. Comunque, oggi mi ha detto che ha un amico che è single e si chiedeva se conoscessi qualcuno con cui fare un’uscita a quattro. Stavo pensando di invitare Tasha, ma perché invece non andiamo io e te? Ora sei di nuovo single.”

A Keira non servì nemmeno un secondo per riflettere sulla proposta di Bryn. Scosse la testa in un enfatico no. “Assolutamente no,” rispose.

Nina si chinò in avanti, apparentemente d’accordo. “Io conosco un negozio di costumi bellissimo,” esclamò. “Potresti prendere un abito da sera, dei guanti, una maschera, tutto quanto.”

Keira le lanciò un’occhiataccia. “Perché non vai tu a quest’uscita a quattro se l’idea ti piace tanto?”

Nina chiuse di scatto la bocca. Bryn assunse di nuovo il ruolo di corteggiatrice principale.

“Almeno vieni per il cibo,” disse. “Una cena gratis. Cibo raffinato. Qualche ballo. Vedila come una serata fuori tra di noi, con un paio di tizi accodati per pagarci il conto. Non devi nemmeno dirgli il tuo nome vero se non vuoi, e nemmeno toglierti la maschera. Può essere una notte d’anonimato. Potresti fingerti una persona tutta diversa.”

Keira scoppiò a ridere. “Fammi indovinare. Lo hai già fatto prima?”

Nina intervenne. “Cara, ti prego, lo abbiamo fatto tutte. Se non sei mai andata a un appuntamento fingendoti un’agente dell’FBI o un’ereditiera miliardaria, non hai mai vissuto davvero.”

Scuotendo la testa, Keira lanciò di nuovo un’occhiata fuori dalla vetrina. Studiò le persone in giro per le strade. Alcuni dei negozi avevano già le decorazioni di Halloween alle finestre. Vide una coppia di dark lungo la via, una donna con un abito di pizzo nero che sfoggiava un ombrellino e un uomo legato a un guinzaglio di cuoio. Solo a New York City, pensò tra sé e sé divertita.

Il senso della vita era accogliere a braccia aperte ogni sfida e assurdità, ricordò a se stessa. Non si era detta la stessa cosa proprio quella mattina?

“Va bene,” accettò, voltandosi verso Bryn con un sospiro rassegnato. “Verrò al tuo ballo.”



*



Bryn aveva avuto ragione su una cosa, scoprì Keira più tardi, quella sera. Gino era un posto magnifico. Tutto il ristorante era stato decorato come un castello gotico, i tavoli spinti ai lati in modo da far diventare l’area centrale una pista da ballo. C’era ovunque un’atmosfera incredibilmente inquietante, tra la vecchia musica popolare italiana, i camerieri in abiti di velluto e ovviamente, gli ospiti in maschera.

Se fossero state solo loro due, Keira avrebbe passato una notte fantastica. Sfortunatamente avrebbero condiviso la serata con Malcolm, l’uomo che aveva invitato Bryn, e Glen, quello che aveva invitato Keira. I due dovevano essere tra le persone più noiose al mondo.

Keira sollevò la pasta sulla forchetta, tenendo gli occhi aperti a fatica, mentre Glen continuava a blaterare i dettagli della sua carriera di contabile. Anche nel migliore dei casi parlare di lavoro l’avrebbe annoiata, ma quando si trattava di matematica la noia raggiungeva un nuovo livello. Senza contare che non le aveva fatto una sola domanda sul suo lavoro.

Ci fu un’improvvisa pausa nella conversazione e Keira si raddrizzò come se si fosse svegliata di scatto.

“Dunque, che cosa fai nel tempo libero?” chiese a Glen, cercando disperatamente di spostare la conversazione su un nuovo argomento.

Glen impiegò molto a rispondere, un’altra cosa che Keira interpretò come un brutto segno. Chi non conosceva i propri hobby? O che cosa gli piaceva fare oltre al proprio lavoro?

“Guardo lo sport,” disse alla fine.

“Guardi,” ripeté Keira. “Non lo pratichi?”

Glen scoppiò a ridere. “Accidenti, no. Non voglio farmi male. Preferisco essere uno spettatore.”

“È…” Keira faticò a trovare la parola giusta. Quella per cui si decise probabilmente era il contrario di ciò che intendeva davvero. “… interessante.”

“E tu che mi dici?” Le domandò Glen.

Era la prima volta che le chiedeva di lei e Keira fu quasi sorpresa. “Oh, beh, lavoro nel giornalismo quindi passo molto del mio tempo libero a leggere,” iniziò.

Glen la interruppe immediatamente. “Anche io leggo. Per lo più il Wall Street Journal.”

Rendendosi conto che le aveva appena strappato il suo turno di parlare, Keira si ritirò in se stessa. Punzecchiò di nuovo la sua pasta. “Bello.”

Bryn allora si allungò attraverso il tavolo. “Stavamo parlando dei nostri progetti,” annunciò. “Quello che vogliamo raggiungere nei prossimi cinque anni. Keira, tu cosa dici?”

Se Bryn glielo avesse chiesto il giorno prima, Keira le avrebbe detto con assoluta certezza che quello che voleva nei seguenti cinque anni era passare più tempo possibile con Shane, comprare insieme la casa dei loro sogni, e magari persino sposarsi e avere dei figli. Ma ormai quel desiderio era svanito.

Si limitò a scrollare le spalle. “Mi piacerebbe viaggiare. Vedere il mondo. Tra cinque anni vorrei aver messo piede su ogni continente almeno una volta.”

Bryn applaudì. “Che bello, sorellina.”

Glen sbuffò. “Viaggiare è sopravvalutato di questi tempi, ora che abbiamo la tecnologia per mappare tutto. Voglio dire, perché passare ore e ore in un tubo di alluminio sospeso nel cielo, inquinando l’atmosfera, quando si può vedere il mondo dalla comodità della propria casa? La realtà virtuale è ancora agli inizi, ma tra cinque anni sarà decollata. Un visore da cinquanta dollari prenderà il posto di voli inutili da centinaia di dollari.”

Solo Malcolm annuì, d’accordo con lui, lasciando capire con la sua espressione che aveva trovato l’analisi di Glen molto stimolante. Bryn, d’altra parte, apparve inorridita dalla sua dichiarazione e lanciò a Keira uno sguardo di scuse. La sorella si limitò a fissarla impassibile, come per rinfacciarle: Te lo avevo detto che sarebbe stato terribile.

“E quindi tu cosa ci dici, Glen?” domandò Bryn, cercando in ogni modo di salvare la conversazione. “Se non sei un fan dei viaggi, come pensi che saranno i tuoi prossimi cinque anni?”

Gli altri rivolsero la loro attenzione al contabile. Lui si schiocchiò le nocche.

“Ho pianificato tutto,” rivelò con assoluta sicurezza. Sollevò il dito indice. “Una moglie tra un anno.” Poi passò al secondo dito. “La nostra casa dei sogni nei sobborghi l’anno dopo.” Poi passò alle due dita successive. “Due figli, con diciotto mesi di distanza tra l’uno e l’altro. Un maschio e una femmina.” Poi alla fine agitò il pollice. “E un cane.”

Keira emise un profondo sospiro. Aveva saputo anche prima di uscire dall’appartamento di Bryn che non avrebbe trovato niente di simile al romanticismo in quell’appuntamento. Ma c’era stata lo stesso una scintilla di speranza. Solo un minuscolo barlume che qualcuno che ardesse luminoso quanto Shane potesse apparire nella sua vita all’improvviso, sconvolgendo il suo mondo rapidamente come aveva fatto lui.

Ma in quell’istante di amara delusione capì di essere stata una sciocca a prendere in considerazione quell’idea. Shane era stato un caso rarissimo. No, più unico che raro. L’appuntamento con Glen non aveva fatto altro che confermare le sue peggiori paure.

Non avrebbe trovato mai più un amore come quello.




CAPITOLO TRE


Keira non poté far altro che tornare in ufficio il mattino seguente. Un cuore spezzato non era un motivo valido per saltare il lavoro, e due giorni di fila sarebbero stati davvero esagerati. Oltretutto non voleva passare un’altra giornata a deprimersi dentro un bar, e di certo non voleva ritrovarsi invischiata in un ennesimo piano sciocco e insensato di Bryn! L’ultimo, l’appuntamento da Gino, le aveva lasciato l’amaro in bocca.

Nonostante si sentisse come se una cupa nube temporalesca le aleggiasse attorno alla testa, Keira riuscì a vestirsi e a prepararsi per la giornata. Di solito vestirsi per il lavoro la faceva sentire più forte, ma quel giorno aveva la sensazione di essere un’impostora, anche se aveva scelto uno dei completi più casual tra tutto il suo guardaroba da ufficio.

Mentre usciva da casa di Bryn, si accorse che Nina le aveva mandato un messaggio di incoraggiamento.

Tutti stanno aspettando con ansia il tuo ritorno.

Keira sorrise. Era felice di avere una buona amica come Nina. Nonostante la differenza di età tra di loro, erano molto in sintonia l’una con l’altra. E Nina aveva anche avuto una tale carriera nel mondo della scrittura da essere un’eccellente mentore per lei.

Entrando nell’ufficio principale del Viatorum, fu sorpresa dall’atmosfera differente che trovò all’interno. In passato, c’era sempre stato il panico nell’aria, una specie di stress invisibile che permeava l’intero luogo. Per quanto fosse stata di buon umore al suo ingresso, era certo che ne sarebbe uscita stanca, ansiosa e tesa.

Ma ovviamente il punto era che Joshua non lavorava più alla rivista. Grazie a Keira, era stato licenziato da Elliot. Era incredibile quanto ciò avesse migliorato il posto. Sembrava persino più confortevole, anche se le piastrelle erano dello stesso bianco sterile e immacolato di prima, e la struttura open plan ugualmente riecheggiante. C’era un’unica differenza visibile, o così notò Keira: tutte le porte delle sale riunioni e degli uffici che circondavano lo spazio aperto erano spalancate. Riusciva a vedere Heather, l’assistente di Elliot, che scriveva al computer nel suo ufficio. Dentro la sala conferenze, diversi membri dello staff erano impegnati in una riunione che sembrava allegra piuttosto che rigida e formale. Ai tempi di Joshua quelle porte erano sempre state chiuse, come una barriera fisica tra lo staff di livello superiore e quello appena assunto.

“È Keira!” esclamò una voce, e all’improvviso tutti si voltarono a guardarla.

Con sua grande sorpresa, qualcuno iniziò ad applaudire.

Keira si sentì arrossire mentre sempre più persone si alzavano dai tavoli e si univano all’applauso. Era così che si era sentita Dorothy dopo aver ucciso la Malvagia Strega dell’Ovest? Dopo tutto un uomo aveva perso la sua fonte di reddito, anche se se lo era meritato!

Nina si avvicinò alla sua scrivania e l’abbracciò.

“Sei tornata,” disse gentilmente. “Te l’avevo detto che erano tutti felici di rivederti!”

Denise, una degli scrittori junior con cui Keira non aveva mai scambiato più di due parole in passato, accorse da lei e la strinse in un abbraccio. Keira ne fu sorpresa.

“Oh. Uhm, ehi,” la salutò goffamente.

“Volevo solo dirti grazie,” esclamò Denise. “Ero sul punto di licenziarmi per colpa di Joshua. Mi aveva fatto credere di essere inutile, che non ero capace di scrivere e non avevo alcun talento. Stavo per smettere del tutto di fare del giornalismo. Ma grazie a te sono ancora qui e tutto sta andando mille volte meglio di prima.”

“Non c’è di che,” rispose Keira, con un certo orgoglio. Tenere testa a Joshua non era stato facile, ma ne era valsa la pena, e aveva aiutato più gente di quanto avesse pensato. Qualsiasi residuo del senso di colpa che aveva provato per via di ciò che aveva fatto svanì quando vide che impatto aveva avuto su tutto lo staff. Josh era un uomo adulto, responsabile delle proprie azioni. Nessuno lo aveva costretto a comportarsi da bastardo con tutti quelli che lo circondavano. Si era praticamente licenziato da solo, e Keira era solo stata il catalizzatore.

Provando un’ondata di sicurezza in sé per la prima volta da quando Shane le aveva spezzato il cuore, Keira si diresse verso la propria scrivania, pronta a rigettarsi nel lavoro. Era lì che dava il suo meglio, dopo tutto. Anche se la sua vita amorosa era andata in pezzi, la sua carriera stava decollando e lei l’avrebbe sfruttata nel modo migliore.

Ma quando ebbe raggiunto la sua postazione, vide che nessuna delle sue cose era lì. La foto incorniciata di sua madre e di Bryn era svanita, insieme al suo mini cactus, il tappetino del mouse a pois che la sua amica Shelby le aveva dato come regalo per la laurea, e la tazza a forma di gatto che l’altra sua migliore amica, Maxine, le aveva regalato l’anno prima. Sperò disperatamente che non fossero state gettate via per sbaglio. Erano piccole cianfrusaglie, essenzialmente prive di valore, ma per lei significavano molto.

Si guardò intorno, preoccupata. Fu a quel punto che notò Elliot che le si avvicinava a grandi passi.

L’uomo si fermò, torreggiando su di lei con il suo metro e ottanta di altezza, e le strinse la mano. “Bentornata. Ti ho trasferita nell’ufficio d’angolo, spero che vada bene.”

“Ho un ufficio?” ripeté lei, con tono incredulo.

“Certamente,” rispose Elliot. “Ora sei una scrittrice senior. Tutti i senior hanno un ufficio.”

Le fece cenno di seguirlo. Mentre Keira attraversava l’ufficio, colse un’occhiata di Nina. L’amica le strizzò l’occhio. Doveva averlo sempre saputo.

Si fermarono davanti alla porta aperta di un piccolo ufficio in angolo. Il nome di Keira era stato inciso su una targa dorata avvitata sopra. I suoi oggetti preferiti erano stati sistemati sulla scrivania nella stessa posizione in cui erano stati in precedenza, ma quando prima avevano dato alla sua area di lavoro un aspetto gremito, ora sembravano spersi in mezzo all’ampia stanza vuota.

Keira era euforica, come se stesse camminando sulle nuvole. Non aveva mai avuto un proprio ufficio, né una targa sulla porta.

“Va bene per te?” chiese Elliot.

“È incredibile!” rispose Keira, entrando e facendo una piroetta. La stanza non aveva esattamente le dimensioni giuste per un arabesque, ma per lei non aveva nessuna importanza.

“Abbiamo adottato una politica della porta aperta,” aggiunse Elliot. “A meno che non si stia svolgendo una riunione o una telefonata. Abbiamo votato mentre eri in ferie.”

Keira lo fissò con un’espressione sorpresa ma felice.

Non riusciva nemmeno a immaginare come potesse essere un sistema di votazione al Viatorum! Ai tempi di Joshua bastava che lui abbaiasse i suoi ordini e tutti obbedivano. Se ti chiamava in ufficio durante una festività nazionale, che fosse Natale, Hannukkah, Eid, o qualsiasi altra celebrassi, dovevi presentarti o eri licenziato. Keira era così felice che anche gli scrittori junior avessero una loro voce adesso.

“Ti hanno già presentato Lance?” continuò Elliot.

“Lance?” ripeté Keira. “No, è uno scrittore nuovo?”

Elliot scoppiò a ridere. “È il tuo nuovo capo,” annunciò.

“Oh,” rispose Keira, accigliandosi. “Pensavo che fossi tu il mio nuovo capo.”

Il pensiero di un’altra persona al comando la preoccupò. E se si fosse rivelato un altro Joshua? E se le loro visioni creative non avessero combaciato?

Elliot scosse il capo. “Non posso essere qui ventiquattro ore su ventiquattro. Nonostante tutti i suoi difetti, Joshua era molto zelante. Mi serve qualcuno sul campo anche quando non posso esserci io, ed è per questo che ho incaricato Lance. Ma non preoccuparti, ti piacerà. È l’opposto di Joshua, te lo garantisco.”

Lei lo seguì fuori dall’ufficio e nella sala conferenze, dove il suddetto Lance li stava già aspettando. Elliot aveva ragione, era il contrario di Joshua, almeno a prima vista. Era un uomo basso e robusto, che indossava un abito vecchio e sformato e aveva i capelli tutti scompigliati. Quando vide entrare

Keira le rivolse un ampio sorriso, un gesto che richiedeva muscoli che probabilmente Joshua non aveva nemmeno, e le tese la mano. Lei gliela strinse.

“Tu devi essere la star del Viatorum,” iniziò Lance. “L’eroina, Keira Swanson.”

Keira ridacchiò un po’ in imbarazzo. “Non esageriamo.”

“Non è un’esagerazione,” disse lui, riaccomodandosi sulla sua poltrona e invitando Keira ed Elliot a fare lo stesso con un gesto. “Ho letto tutti i tuoi vecchi pezzi e devo dire che hai un gran talento.”

“Grazie,” disse Keira arrossendo.

Non era abituata a ricevere complimenti. Elliot li concedeva raramente, Joshua mai. Ancora non sapeva come prenderli, come rispondere in modo appropriato ma senza sembrare arrogante.

Lanciò uno sguardo a Elliot mentre si sedeva accanto e lui e l’uomo le rispose con un’occhiata d’intesa, come per dirle: Te l’avevo detto che era tutto il contrario.

“Dunque, occupiamoci subito degli incarichi,” esordì Lance, battendo le mani. “Elliot ha preparato quello più succoso in assoluto.” Strofinò insieme le mani, sorridendo entusiasta. “La competizione sarà spietata!” Detto questo, saltò in piedi e corse alla porta. Con la voce più giuliva immaginabile chiamò: “È il momento degli incarichi, ragazzi e ragazze!”

Si scatenò un’attività frenetica mentre lo staff accorreva alla sala conferenze. Keira si sentì all’improvviso fuori luogo. Le cose erano molto cambiate, ma i ritmi erano sempre ugualmente veloci, a quanto pareva. E l’atmosfera competitiva non era svanita, era solo completamente diversa da quando Joshua era incaricato.

Mentre gli altri scrittori entravano nella sala, percepì fisicamente la loro fame e ansia di essere messi alla prova. Erano sempre state presenti ma in precedenza erano state offuscate dall’insicurezza. Senza Joshua a buttarli giù, insieme all’approccio amichevole e incoraggiante di Lance, gli altri scrittori del Viatorum avevano iniziato a fiorire, a dare il meglio di loro. Con sua sorpresa Keira si rese conto che la competizione alla rivista era più feroce che mai.

“Uno di voi fortunelli sta per ricevere il miglior incarico della propria vita,” annunciò Lance con un sorriso a trentadue denti. “Tre settimane di viaggio in Italia, e sto parlando di Firenze, la Toscana, Verona e Capri.”

Un bisbiglio eccitato, quasi elettrico, riempì la stanza.

Keira si agitò sulla sua sedia, desiderosa di ricevere quell’incarico. Non riuscì a impedirsi di immaginare quanto sarebbe stato fantastico visitare l’Italia, mangiare la vera pizza italiana e il gelato, piuttosto che l’imitazione offerta da Gino.

Quell’incarico era fatto chiaramente su misura per lei. Era l’unica persona ad avere esperienza con un lavoro simile. Ma dovevano desiderarlo tutti! Si era lasciata prendere da un falso senso di sicurezza, dopo gli applausi e il nuovo ufficio d’angolo. Ma sembrava che sotto sotto le cose fossero rimaste uguali, solo con una facciata differente. Si preparò alla lotta.

“Dunque,” disse Lance, congiungendo le mani davanti a sé. “Chi si dà disponibile?”

La mano di Keira si alzò immediatamente.

I giorni in cui si limitava ad aspettare che le occasioni le cadessero in grembo erano finiti. Ormai aveva fame di successo e non si sarebbe lasciata sfuggire quell’opportunità tra le dita. Oltretutto, quel viaggio le sarebbe servito per togliersi Shane dalla mente.

Ma con sua sorpresa, si accorse che nessun altro aveva alzato la mano. Confusa, Keira guardò un volto dopo l’altro, vedendo che si erano tutti voltati verso di lei. E che stavano sorridendo.

“Che cosa sta succedendo?” chiese, riabbassando la mano.

Lance scoppiò in una calda risata. “È per te!” esclamò. “È ovvio. Ti stavamo solo facendo uno scherzo.”

Tutti iniziarono a ridere. Keira si guardò intorno, completamente scioccata. Da quando il Viatorum era diventato un posto in cui si facevano scherzi tra colleghi?

“Vuoi dire che hai sempre avuto l’intenzione di affidarlo a me?” domandò.

“Certo!” rispose Lance, continuando a ridere di gusto.

E con grande stupore di Keira, tutti l’avevano presa con spensieratezza. Sembravano felici per lei. Non c’era più invidia, nessuna spietatezza.

“Anche loro hanno già ricevuto degli ottimi incarichi,” spiegò Lance. “Non ti preoccupare di questo. Non mi piacciono le lotte intestine sul posto di lavoro, non le posso sopportare. Ognuna ha i propri punti di forza. E il tuo è viaggiare all’estero e scrivere degli articoli magnifici.”

Keira voleva darsi un pizzicotto. Era un sogno? Stava ancora dormendo sul divano scomodo di Bryn, fantasticando sul suo giorno di ritorno a lavoro ideale?

Ma no, era tutto vero. Senza Joshua, il Viatorum si era trasformato nel lavoro dei suoi sogni. E aveva appena ricevuto l’incarico perfetto per lei.

“È il nostro modo per dirti grazie,” intervenne Denise. “Per averci liberati di Josh.”

Keira rise, entusiasta. Era così emozionata dal suo nuovo incarico, ma era anche piuttosto nervosa. Che fosse una caratteristica instillata da Joshua o una parte della sua personalità, i nuovi progetti la riempivano sempre di ansia e insicurezza. Dentro di sé non era sicura di esserne all’altezza, specialmente essendo ancora tanto turbata da Shane. Ma sapeva anche di non potersi rifiutare. Tutti la stavano guardando con ammirazione. Era costretta a rigettarsi nella mischia, per così dire.

“Quale è il titolo dell’articolo?” chiese, cercando di concentrarsi sul compito da svolgere, per evitare di pensare a Shane.

“Il Paese dell’Amore,” disse Lance, spalancando le mani davanti a sé con aria drammatica.

“Un altro pezzo sull’amore?” ripeté lei, spiazzata.

“Ma certo!” esclamò il capo. “È quello che ti riesce meglio, Keira. Il tuo ultimo articolo era incredibile.”

“Solo perché mi sono innamorata…” spiegò.

Lance annuì. “Esattamente. È stato magnifico. Voglio leggerne un altro così, quindi ti mando nella più romantica di tutte le destinazioni. Voglio che parli con la gente del posto e scopri i loro segreti. Gli italiani conoscono davvero il vero amore? Perché è considerato il luogo più romantico del pianeta? Che segreto nascondono sull’amore?”

Aveva sul volto un sorriso ampio e incoraggiante. Ma dentro Keira, il panico stava avere il sopravvento.

Come avrebbe potuto scrivere dell’amore quando aveva il cuore in mille pezzi? In Irlanda aveva faticato a completare l’incarico perché era stata ingenua, sciocca e inesperta. Quella volta sarebbe stata cinica e amareggiata. Non avrebbe mai funzionato.

“C’è spazio per una certa flessibilità nel titolo?” balbettò. “Qualche possibilità di modificare la prospettiva? Non vorrei trovarmi incastrata nel ruolo della scrittrice dell’amore.”

Lance sembrò sorpreso. “Ma tu sei la scrittrice dell’amore, Keira. La Guru del Romanticismo. È quello che la gente si aspetta da te. Il tuo punto di forza. Il tuo elemento esclusivo.”

Lei non riusciva a crederci del tutto.

Ma che altre possibilità aveva? Lance si era fatto in quattro per lei, per assicurarsi di farle avere l’incarico migliore. Non aveva scelta, doveva accettare di scrivere l’articolo. Tutti volevano che lo facesse, e la sua carriera dipendeva da quello. Avrebbe dovuto fingere.

O forse non sarebbe stata costretta. Forse avrebbe incontrato un altro uomo. Non un nuovo Shane, non qualcuno di cui si sarebbe innamorata perdutamente, ma un appassionato uomo italiano con cui avrebbe potuto avere una breve e travolgente storia. Niente legami, niente amore, solo lussuria.

Sorrise tra sé e sé. Magari era quella la cura per il suo cuore ferito! Anche se l’amore era l’ultimo dei suoi pensieri, forse un’avventura con un italiano sexy sarebbe stata la medicina che le serviva per dimenticare Shane.

Guardò Lance e sollevò un sopracciglio.

“Grazie,” accettò. “Quando parto?”




CAPITOLO QUATTRO


“Domani?” esclamò Bryn, appollaiandosi su un bracciolo del divano.

Keira annuì e continuò ad aggirarsi freneticamente nel piccolo appartamento, raccogliendo le proprie cose e gettandole in valigia. Vibrava per l’eccitazione.

“Riesci a crederci? Avrai di nuovo la casa tutta per te per tre intere settimane!”

“Ma ti perderai Halloween,” si lamentò Bryn. “Malcolm e Glen volevano portarci a una festa.”

Keira roteò gli occhi. “Ma che peccato,” commentò sarcastica.

In quel momento suonò il campanello. Bryn andò a rispondere, usando l’interfono per vedere chi fosse. Lanciò un’occhiata alle sue spalle verso Keira, con un’espressione perplessa sul volto. “Perché Shelby e Maxine sono davanti alla mia porta?”

Maxine e Shelby erano le più vecchie amiche di Keira, essendosi incontrate tutte e tre al college. Bryn le detestava, anche se lei non ne capiva il motivo e supponeva fosse per gelosia.

“Me n’ero completamente dimenticata,” sussultò. “Le avevo invitate a bere qualcosa moltissimo tempo fa. Dovevamo rivederci prima che arrivasse Shane e si portasse via tutto il mio tempo libero. Per te va bene?”

“Chiaramente non ho scelta,” rispose Bryn, con aria irritata. “Però mi dispiace, avremmo potuto passare una bella serata tra di noi dato che poi starai via così tanto tempo…”

“Scusa,” disse Keira, scrollando le spalle. “Non sapevo che sarebbe stata la mia ultima notte a New York quando ci siamo messe d’accordo. Ho pensato che saresti stata fuori con qualche tizio come la maggior parte delle sere.”

Bussarono alla porta e Bryn si alzò con uno sbuffo a rispondere. Non appena la porta si aprì, Keira sentì le esclamazioni di gioia di Maxine e Shelby. Accorse da loro e si ritrovò di fronte le sue due amiche, la minuta Shelby dai lunghi capelli biondo platino, e l’atletica Maxine con i suoi corti ricci neri e la pelle scura.

“Keira!” esplosero, gettandole le braccia attorno al collo.

“È passato troppo tempo,” le disse Maxine all’orecchio.

“Pensavo che non saresti mai tornata a new York,” aggiunse Shelby dall’altro lato.

Keira indietreggiò. “Lo so, mi dispiace. È successo tutto così in fretta, il viaggio in Irlanda, la rottura con Zach, il trasferimento dal suo appartamento. Non ho ancora avuto il tempo per riorganizzare le idee.”

Bryn, ancora in piedi a tenere la porta aperta, aggiunse con tono patetico: “Era un momento solo per la famiglia, capite?”

“Certo,” disse Maxine con un sorriso falso in volto.

Keira invitò le amiche ad accomodarsi nell’appartamento. “Dai, beviamo qualcosa. E facciamo due chiacchiere.”

“E preparate la valigia,” aggiunse Bryn con tono da genitore.

Entrarono tutte insieme, parlando eccitate. Con una certa riluttanza, Bryn aprì per loro una bottiglia di vino, poi si sedette all’isola della cucina con un sospiro, distribuendo bicchieri alle amiche di Keira con un’espressione cupa.

“Quindi, sei di partenza per l’Italia?” chiese Shelby, sorridendo emozionata. “Per quanto tempo questa volta?”

“Tre settimane,” rispose Keira, piegando i vestiti e infilandoli in valigia. “È praticamente diventata la mia nicchia alla rivista, in questo momento. Vado all’estero e scrivo un articolo sull’amore. Mi chiamano la Guru del Romanticismo.”

Shelby e Maxine si scambiarono uno sguardo, uno che Keira riuscì subito a interpretare.

“Lo so che in realtà sono uno disastro con le relazioni. Due rotture in altrettanti mesi, giusto? Ma posso sempre fingere.”

“Vuoi dire mentire?” chiese Maxine con una risata.

“Se devo,” rispose lei, ripensando a quanto aveva faticato per scrivere l’ultimo articolo. Allora si era comportata da cinica, cercando di negare il fatto che si stava innamorando dell’Irlanda, e più nello specifico, di Shane. Invece adesso avrebbe dovuto assumere la prospettiva contraria, dell’inguaribile romantica, una convertita che si sarebbe immersa prontamente e totalmente nell’amore e nella passione. Si sentiva esattamente il contrario.

“Dovrai semplicemente innamorarti di un sexy uomo italiano,” aggiunse Shelby.

Keira sogghignò. “Non sarebbe bello?” rifletté, anche se in quel momento era certa che una suora in un monastero avrebbe avuto più possibilità di lei di avere un’appassionata storia d’amore.

“Ti perderai Halloween,” aggiunse Maxine, sconsolata.

“Lo so, è un peccato,” rispose lei. “È la mia preferita, ma anche in Italia ci sono degli eventi. A quanto pare è una festività nazionale di quattro giorni, o qualcosa del genere. Il giorno dei morti, la commemorazione dei defunti, Ognissanti, è un grosso affare. Una festa enorme.”

Shelby incrociò le braccia fingendosi offesa. “Praticamente stai dicendo che il tuo Halloween sarà molto meglio del nostro.”

“No!” rise Keira, protestando. “Beh, forse.”

Tutte scoppiarono a ridere. Eccetto. Bryn, ovviamente. Stava fissando il fondo del suo bicchiere di vino, corrucciata.

“Comunque possiamo fare una bella festa del Ringraziamento insieme. Per allora sarò tornata qui.”

Bryn sollevò di scatto la testa. “Quest’anno per il Ringraziamento siamo dalla mamma, ricordi? Solo noi tre.”

“Quello è il pranzo,” replicò Keira, cominciando a spazientirsi con il comportamento difficile della sorella. “Posso passare il resto della giornata con le mie amiche, o no?”

“Certo che puoi,” sbuffò Bryn. Ritornò a fissare il fondo del bicchiere.

Maxine sollevò le sopracciglia. Lei e Shelby erano abituate all’ostilità di Bryn, ma Keira non riusciva a capire il motivo della possessività della sorella. Poteva avere altre persone nella sua vita! Bryn stessa era estremamente indipendente e aveva sempre avuto moltissimi amici e fidanzati, ed era sempre in movimento verso una festa o l’altra. E invece, non appena Keira voleva passare del tempo con chiunque non fosse lei, la sorella diventava di malumore. A volte Keira si sentiva la più matura tra le due. Bryn sapeva davvero comportarsi da bambina viziata.

“Il Ringraziamento mi sembra così lontano,” commentò Shelby.

“Lo so,” rispose Keira. “Ho l’impressione di non essere stata per niente qui a New York. È come se fosse stata una vacanza! Pensavo che avrei avuto più tempo per recuperare. Non ho nemmeno trovato un appartamento nuovo.”

“A proposito di appartamenti…” intervenne Bryn.

Stava fissando il cellulare di Keira, appoggiato sul bancone. Lo schermo si era illuminato per l’arrivo di un messaggio. E il nome di Zach era chiaramente visibile.

“Sarà meglio che mi abbia scritto per dirmi che mi restituisce la cauzione,” disse Keira.

Proprio in quel momento Maxine e Shelby si scambiarono un’occhiata colpevole e la giornalista ebbe la netta impressione che le stessero nascondendo qualcosa.

“Che c’è?” volle sapere.

Ne aveva avuto abbastanza delle sorprese.

Alla fine fu Shelby a confessare. “Credo che sia per via di Julia. Si sono lasciati.”

Keira alzò un sopracciglio, sorpresa. “Davvero?” La storia che aveva messo fine alla loro relazione era durata solo qualche settimana?

Prese il cellulare e lesse il messaggio di Zach. Confermava le notizie di Shelby.

Ehi, Keira. È tanto che non ci sentiamo. Prima che ti arrivasse la voce volevo farti sapere che ho rotto con Julia. Tra di noi le cose non funzionavano. Mi chiedevo se fossi disposta a vederci per un drink? Questa sera? Domani? Fammi sapere. Un bacio.

“Ugh, che stronzo arrogante,” borbottò lei.

“Che cosa dice?” chiese Maxine.

“Niente sul fatto che sta tenendo in ostaggio la mia cauzione,” disse Keira con tono disgustato. “Vuole andare a bere qualcosa con me.”

Bryn rimase a bocca spalancata per la sorpresa. “Tu non ci andrai, vero?” esplose.

Keira la fissò, sbalordita. “Certo che no,” esclamò. “A meno che non sia l’unico modo per riavere i miei soldi.”

Bryn emise un verso di disapprovazione. “Se ti vuole costringere con il denaro a uscire con lui, giuro su Dio che gliene dico quattro…”

Shelby si accigliò. “Non la vuole costringere. Non farla così lunga.”

Bryn sembrò offendersi. “Scusa ma tu di chi sei amica, sua o di Keira?”

“Di entrambi,” rispose Shelby, incrociando le braccia.

La sorella rimase impassibile. “Anche se lui l’ha tradita?”

“Ragazze!” le interruppe Keira. Non aveva voglia di sentirle litigare. Aveva ancora gli occhi incollati sullo schermo del cellulare.

All’improvviso, Bryn glielo strappò di mano.

“Smettila di pensarci!” ordinò a Keira.

“Non lo stavo facendo!” strillò lei, cercando di difendersi.

Ma Bryn aveva ragione, c’era una piccola parte di lei che ci stava pensando. Zach, nonostante tutti i suoi difetti, teneva a lei. Avevano passato insieme due anni, avevano condiviso un appartamento. Per moltissimo tempo era stato fedele, affidabile. E di certo era familiare. Le cose tra di loro erano finite male solo perché aveva dato la priorità al lavoro invece che a lui, e così aveva alzato un muro che lo aveva spinto tra le braccia aperte di Julia.

L’espressione sul volto di Bryn era tempestosa. Dondolò il telefono di Keira sopra il suo bicchiere di vino.

“Non costringermi a rovinartelo,” disse.

Con la coda dell’occhio, Keira vide Maxine e Shelby che scuotevano la testa, incredule davanti al comportamento aggressivo di Bryn.

Sospirò rumorosamente. “Okay, okay. Non mi vedrò con lui. È questo che vuoi sentirmi dire?”

Bryn annuì, soddisfatta, e restituì il telefono alla sorella.

“Ora cancella il messaggio e eliminalo dai tuoi contatti.”

Keira rimase senza fiato.

“Questo è ridicolo,” borbottò Shelby sottovoce.

Keira guardò il cellulare e il numero di Zachary. Erano anni che lo aveva. Non poteva semplicemente cancellarlo come se non fosse mai esistito.

Ma doveva accettare che Bryn aveva ragione anche su quello, nonostante le sue tattiche eccessive. Perché rimettersi in contatto con Zach avrebbe significato fare un passo indietro. La vita di Keira era cambiata così tanto in quel breve lasso di tempo, e riprendere il suo ex sarebbe stata una regressione. Doveva voltare pagina e continuare ad avanzare. Non allontanandosi solo da Zach, ma anche da Shane. Era il suo momento di brillare, di camminare con le sue gambe e diventare indipendente.

Determinata, cancellò il contatto, guardando il nome scomparire dal suo cellulare. Si sentì forte, potente. Se solo avesse trovato il coraggio di fare lo stesso con quello di Shane, allora sarebbe stata davvero a cavallo. Ma no, non ancora, il dolore della loro rottura era ancora troppo presente.

Keira alzò lo sguardo sulla sorella.

“Soddisfatta adesso?”

Bryn sorrise. “Certo. Sono sempre soddisfatta quando vinco.” Poi aggiunse, sorniona: “E sono pronta a usare ogni tattica per farlo.”

Shelby gemette. Maxine lasciò cadere la testa tra le mani, scuotendola in maniera teatrale. Keira scoppiò a ridere, felice e sollevata di aver compiuto il primo piccolo passo verso una nuova vita.




CAPITOLO CINQUE


Ben presto Keira scoprì che lasciarsi il passato alle spalle era più facile a dirsi che a farsi, e prevedeva molto più della simbolica eliminazione di un contatto dal cellulare.

Questo perché non appena arrivò all’aeroporto di Newark il mattino seguente, si ritrovò bombardata dai ricordi di Shane e dell’Irlanda.

Mentre attraversava l’atrio la nostalgia crebbe dentro di lei. Quando consegnò la sua carta d’imbarco al gate, ripensò con assoluta chiarezza alle emozioni provate la volta precedente, l’ansia unita all’ansia e alla speranza. Non era passato molto tempo ma si sentiva già una persona diversa, più triste e amareggiata.

Salì sull’aereo e si accomodò sulla sua poltrona. Fortunatamente era vicina al finestrino, che le dava una scusa per non interagire con il passeggero accanto. Non aveva voglia di chiacchierare. Sfortunatamente per lei, quello sembrava esattamente l’intento dell’uomo nel sedile vicino al suo. Mentre si alzavano in volo, si chinò verso di lei e si presentò.

“Mi chiamo Garret. Sei mai stata a Napoli?” le chiese, sorridendo gioviale.

Era un uomo di mezza età che stava già perdendo i capelli. Sembrava in viaggio da solo. Keira notò che non indossava la fede ma che dove avrebbe avuto l’anello la pelle era più pallida. Divorziato di recente, suppose, e gemette dentro di sé. Sarebbero state otto ore molto lunghe.

“No,” rispose brevemente.

“Quindi, come mai sei in viaggio oggi?” aggiunse. “Lavoro o piacere?”

Keira sprofondò nella sua poltrona. “Lavoro,” spiegò. “Sono…”

A quel punto si interruppe, ricordando cosa le avevano detto Bryn e Nina al bar a proposito di giocare con le identità finte per divertirsi. Le avrebbe fatto bene un po’ di divertimento. “Sono un’esperta di vini,” disse. “La migliore del mio campo. Sto andando in Italia per trovare qualche gemma nascosta da importare.”

Garret sollevò le sopracciglia per la sorpresa. “Sembra interessante. Molto di più del mio lavoro, comunque.”

“Oh?” chiese lei. “Che lavoro fai?”

“Sono nella contabilità,” rispose. “Beh, non è del tutto vero. È un po’ complicato da spiegare. È più semplice dire che sono un contabile per contabili. Ha senso per te?”

Ha orribilmente senso, pensò Keira.

“Sì,” confermò ad alta voce.

Era proprio da lei trovarsi seduta di fianco a un contabile. Era come se il destino stesse cercando di dirle di smettere di cercare l’Uomo Giusto e di accontentarsi dell’Uomo Noioso!

“Ma di certo non vorrai sentirmi parlare del mio lavoro,” aggiunse l’uomo. “Il tuo sembra affascinante. Come hai iniziato?”

“È affascinante davvero,” spiegò Keira, sorprendendo anche se stessa per la facilità con cui mentiva e per quanto lo trovasse spassoso. “Mio padre era un importatore di vini,” disse. “Amava il suo lavoro con tanta passione che io sono stata concepita in un vigneto.”

Provò un piccolo brivido d’eccitazione quando la bugia le emerse dalle labbra. Stava entrando nello spirito del gioco. Il suo vero padre l’aveva abbandonata quando era piccola e non era stato per niente coinvolto nella sua vita, quindi inventare un personaggio per lui era facile. Inoltre, decise che tutti quegli artifici le sarebbero tornati comodi nel corso dell’incarico, dato che avrebbe dovuto fingere di credere ancora nell’amore.

“Oh, cielo,” disse l’uomo accanto a lei.

“Lo so. Si è anche sposato lì. Ma purtroppo è morto in quello stesso vigneto.” Sospirò con fare drammatico. “Non abbiamo avuto altra scelta che seppellirlo lì.”

Keira notò il modo in cui l’uomo si spostò per aumentare la distanza tra di loro. Stava perdendo la voglia di parlare con lei, probabilmente per via della piega macabra che aveva dato alla conversazione. Rise tra sé e sé quando lo sconosciuto cercò di spostare la sua attenzione sul film proiettato durante il volo.

L’aereo si alzò ancora più in alto. Presto si ritrovarono al di sopra delle nuvole.

Avendo finalmente un po’ di pace e tranquillità, Keira colse l’opportunità di dare un’occhiata all’itinerario che Heather aveva preparato per lei. Subito, i ricordi del suo ultimo incarico la travolsero. Heather aveva usato lo stesso font, la stessa impaginazione clinica e organizzata, con i punti e i titoli separati. Durante il mese in Irlanda Keira lo aveva maltrattato, coprendolo di Guinness e di gocce d’olio delle abbondanti colazioni irlandesi che si era goduta con Shane. Quella volta non sarebbe successo. Percepiva già quanto sarebbero state diverse le cose durante quell’incarico. Si sentiva più vecchia. Più cinica.

Poi, con l’itinerario in grembo, Keira notò una parola che le fece balzare il cuore in gola. Guida turistica.

Era ovvio che ne avrebbe avuta una, se ne rese conto solo in quel momento. Solamente perché si era perdutamente innamorata della sua ultima guida turistica, che poi le aveva spezzato il cuore in mille pezzi, non significava che non avrebbe avuto bisogno di supporto durante quell’incarico! Ma le sembrava pericoloso. È solo per colpa di ciò che è successo l’ultima volta? si chiese. O perché nutriva la minuscola speranza che potesse succedere di nuovo?

Allontanò quei pensieri e piuttosto si concentrò sulle sue destinazioni. L’arrivo a Napoli, e una notte lì prima di prendere un treno per la Costiera Amalfitana. Un traghetto per Capri. Un viaggio in gondola fino a un posto chiamato la Grotta Azzurra. Roma e il Vaticano.

Se fosse stata una vacanza, Keira sarebbe stata esaltata dall’itinerario. Cercò sull’iPad le foto dei posti che avrebbe visitato e scoprì che erano tutti magnifici. Era praticamente la fuga romantica definitiva. Ma era proprio quello il problema. Avrebbe visitato alcune delle più belle location del paese più romantico al mondo e lo avrebbe fatto senza Shane.

E per aggiungere al danno la beffa, avrebbe dovuto scrivere di qualcosa che non provava più. Sarebbe stato come sbattersi in faccia l’amore e il romanticismo un giorno dopo l’altro, sfregando sale sulla ferita del suo cuore, sapendo di aver perso l’uomo della sua vita. Non era giusto. Un’ingiustizia poetica, o così la definì tra sé e sé. Non riusciva a trovare gioia in quel viaggio.

Rendendosi conto di essere sul punto di sprofondare nella depressione, Keira chiamò lo steward e ordinò qualcosa da bere. Poi mise via i documenti del lavoro e controllò i suoi account di social media, che era sempre un ottimo modo per distrarsi.

Il suo drink arrivò e Keira lo sorseggiò mentre guardava Instagram, trovando un milione di immagini di gatti, le foto di Bryn del disastroso doppio appuntamento da Gino e la recente maratona per beneficenza a cui Maxine aveva partecipato. Poi notò che Shelby aveva pubblicato qualcosa che aveva ricevuto migliaia di like. Era la semplice foto della sua mano, e all’anulare portava un anello.

“Non ci credo!” esclamò ad alta voce, quasi rovesciando il drink.

Garret, l’uomo nel sedile accanto a lei, le lanciò un’occhiata, accigliato. “Va tutto bene?”

Keira lo tranquillizzò con un cenno della mano. Non riusciva a credere ai suoi occhi. Shelby non aveva detto niente a proposito di un possibile matrimonio. In effetti parlava di David, il suo compagno, tanto raramente, che a volte lei aveva sospettato che si fossero lasciati in gran segreto. Quanto si era sbagliata! In fondo stavano insieme dai tempi del college, quindi erano già sette anni. Il matrimonio era l’ovvio passo successivo. E tuttavia Keira rimase ferita da quell’immagine.

Richiamò lo steward. “Ne prendo un altro,” disse.

Le serviva davvero qualcosa che le calmasse i nervi. L’uomo accanto a lei la guardò con sospetto. Keira lo ricambiò con un’occhiataccia gelida, e lui tornò a concentrarsi sul film, fingendo di non essersi impicciato.

Mandò un rapido messaggio di congratulazioni a Shelby e David, anche se più che felice per loro, si sentiva amareggiata. Non era così che avrebbe voluto essere. Avrebbe di gran lunga preferito provare gioia per la sua vecchia amica del college. Ma era troppo infelice in quel momento, il suo cuore troppo dolorante.

Diede un’occhiata al cellulare, chiedendosi se Shane si sarebbe fatto sentire. Erano passati un paio di giorni da quando si erano parlati l’ultima volta e non aveva più ricevuto nessuna notizia da lui. Le aveva garantito che sarebbero rimasti amici ma chiaramente erano solo state parole al vento. Non aveva avuto nessuna intenzione di mantenere quella promessa. Non le aveva nemmeno mandato un messaggio per farle sapere come stava Calum, o le sue sorelle. Non era così che si comportavano gli amici…

Scolò il secondo drink e presto iniziò a sentire gli effetti dell’alcool. Un po’ assonnata, Keira si mise comoda nella sua poltroncina e si lasciò prendere dal torpore.

Tanto vale dimenticare l’infelicità con il sonno, pensò.

Keira scivolò nell’incoscienza e iniziò a sognare. La sua mente evocò le immagini dell’Italia che aveva visto sull’iPad. Nel sogno era vestita come per una maratona ed era coperta di fango. Aveva corso fino alla Costiera Amalfitana per partecipare al matrimonio di Shelby e David, ma una volta arrivata lì, sudata e sporca di fango, aveva scoperto che tutti portavano maschere eleganti. E quando David si era tolto la propria, aveva scoperto che in realtà era Shane. La donna che stava sposando? Era Bryn.

Keira attraversò faticosamente la spiaggia per raggiungerli.

“Come avete potuto tradirmi così?” gridò, guardando Shane con orrore. “Pensavo che tuo padre fosse malato, che fosse per quello che non potevamo stare insieme.”

Lui fece spallucce con aria noncurante. “Me lo sono inventato,” fu la sua risposta glaciale. “Ti ho lasciata perché tua sorella è più sexy.”

Keira allora spostò lo sguardo su Bryn. “Mi hai sempre mentito! Sei mia sorella!”

Ma Bryn sembrava totalmente imperturbata. “Che cosa avrei dovuto fare?” Si scrollò. “È sexy.”

Sopraffatta dall’emozione, Keira si guardò intorno, disperata, ansimante. Uno alla volta, gli ospiti seduti si tolsero le maschere, e vide con orrore che il primo a rivelarsi era un altro Shane. La compagna di quello Shane era Julia, la ragazza con cui Zach l’aveva tradita. Accanto a quella versione c’era un terzo Shane, quella volta insieme a Maxine. E poi di nuovo, Shane con Shelby, Shane con Tessa, la ragazza irlandese con cui aveva pensato fosse andato a letto, persino Shane con sua madre. Ancora e ancora. Ovunque guardasse gli ospiti si trasformavano in Shane.

Cadde in ginocchio e iniziò a piangere, ma poi qualcuno le strinse con forza un gomito. Alzò lo sguardo, con il bagliore del sole che le impediva la visuale, e si ritrovò a guardare in un magnifico paio di occhi scuri, orlati da lunghe e folte ciglia.

“Keira, non piangere,” disse l’uomo con un accento italiano dolce e musicale.

“Chi sei?” chiese lei, lasciandosi rimettere in piedi.

“Non mi riconosci?” domandò l’uomo a sua volta, sorridendo.

Il suo volto era perfetto, capì Keira guardandolo. Era tanto bello che si sentì tremare le ginocchia.

All’improvviso lui la prese tra le braccia. La strinse al petto, sollevandola con facilità, come se non pesasse niente. L’acqua del mare prese a lambirgli i polpacci, e si trovarono in mezzo all’oceano.

“Ancora non mi hai detto il tuo nome,” chiese di nuovo Keira.

L’uomo rise, un suono di puro piacere per le sue orecchie.

“Non serve che te lo dica, lo sai già,” rispose.

Keira si arrovellò e poi le venne in mente un nome, inaspettatamente e con totale chiarezza.

“Sei Romeo?” chiese incredula.

L’uomo sorrise, il suo volto illuminato dalla bellezza. “Sì, sono Romeo. Il tuo Romeo.”

Si chinò verso di lei, lentamente, le loro labbra a pochi millimetri di distanza.

Uno scossone improvviso costrinse Keira a spalancare gli occhi. Si guardò intorno, disorientata, sorpresa di ritrovarsi su un aereo. Stavano discendendo tra le nuvole e il segnale della cintura di sicurezza era acceso. Doveva essere iniziata la fase di atterraggio. Aveva dormito per tutto il viaggio.

Il sogno l’aveva lasciata senza fiato. Si toccò il petto, sentendosi il cuore che batteva forte sotto la maglietta. Le girava ancora la testa per gli effetti del liquore che non era riuscita a smaltire dormendo.

“Credo che tu abbia avuto un incubo,” commentò Garrett.

Keira si strofinò le tempie, ricordando lo strano sogno che aveva fatto. “Sì, penso anche io. All’inizio per lo meno. Ero perseguitata dal mio ex ragazzo che stava sposando mia sorella. E tutte le mie migliori amiche. E mia madre.”

L’uomo sembrò stupefatto. Keira si chiese che cosa pensasse di lei. A giudicare dalla sua espressione, probabilmente la riteneva una matta. Una fuori di testa.

L’aereo atterrò con un sussulto, e poi iniziò a rullare sulla pista. Quando si fermò, l’uomo accanto a lei saltò fuori dalla poltroncina non appena la luce della cintura di sicurezza si spense.

“Voglio evitare le code,” spiegò un po’ imbarazzato.

“Ma certo,” rispose Keira con un sorrisetto ambiguo.

Le porte della cabina si aprirono e Garrett le raggiunse con uno scatto. Keira rise tra sé e sé. Si era goduta la pantomima. Forse Bryn non si era sbagliata!

Raccolse le sue cose e si aprì la cintura, poi recuperò la borsetta dallo scompartimento in alto. Attraversando la corsia, si preparò a mettere in atto lo stesso gioco che aveva fatto con Garrett. Per le seguenti tre settimane avrebbe dovuto fingere di essere qualcuno che non era, qualcuno che credeva ancora nell’amore. Per qualche motivo, aveva il sospetto che sarebbe stato molto più difficile di quanto lo fosse stato fingersi un’esperta di vini.

Scese dall’aereo e lasciò che la calda luce del sole le accarezzasse la pelle. Era molto più piacevole del tempo freddo che si era lasciata alle spalle, a New York. Nel sole c’era qualcosa che la metteva di buonumore. Rendeva tutto più bello, e anche se in quel momento non riusciva a vedere molto dell’Italia al di là dell’aeroporto, le colline che lo circondavano sembravano magnifiche nella luce brillante.

Seguì il percorso fino all’atrio, consapevole che presto avrebbe incontrato la sua guida turistica. Per la prima volta da quando aveva lasciato New York, si permise di pensare che il suo Romeo la stesse aspettando…




CAPITOLO SEI


Dopo aver recuperato la valigia e aver trovato la sala d’aspetto, Keira aveva iniziato a sognare ad occhi aperti. Aveva sovrapposto il Romeo dei suoi sogni con la guida turistica che stava per incontrare, trasformandolo in un personaggio concreto e reale che l’avrebbe conquistata con la sua personalità focosa e appassionata. Non vedeva l’ora di incontrarlo!

Si fermò e appoggiò la valigia per terra, guardandosi attorno nell’affollato aeroporto di Napoli. Tutto intorno c’erano persone con dei cartelli e quando Keira vide il proprio, il cuore le fece un balzo nel petto. L’uomo che lo teneva era un gran fusto.

Si sentì attraversare da una scarica di elettricità mentre correva verso di lui.

“Ciao, sono Keira,” disse, indicando il cartello con il suo nome.

L’uomo la guardò, confuso, e poi fissò il cartello. “Oh? Questo?” Scoppiò a ridere. “Lo sto solo tenendo per un tizio che è andato in bagno.”

Proprio allora, Keira notò qualcuno che usciva dalla toilette e si dirigeva verso di loro. Era basso, rotondetto, sciatto, vestito male, con una maglietta grigia tutta macchiata e jeans della taglia sbagliata, e i pochi capelli che gli rimanevano in testa sembravano un nido di uccelli. Desiderò con tutte le sue forze che la oltrepassasse, ma capì, con sua grande delusione, che era proprio diretto lì.

Il bell’uomo con il cartello lo vide. Non appena li ebbe raggiunti, gli restituì il cartello e si affrettò verso una ragazza bellissima che era appena arrivata nella sala d’aspetto. I due partirono subito con le effusioni in luogo pubblico.

“Giovani innamorati, eh?” commentò la guida, grattandosi la striscia di pelle che la maglietta non riusciva a coprire del tutto. “Sei Karla?”

“Keira?”

L’uomo rilesse il cartello e scrollò le spalle. “I nomi americani mi sembrano tutti uguali.”

Mentre parlava, dalla sua bocca emerse una zaffata di cipolla e caffè, che nauseò la giornalista.

“Andiamo,” le ordinò. “L’auto è da questa parte.”

Si voltò e si avviò in gran fretta, sparendo tra la folla di gente e lasciando Keira ad annaspare nel bel mezzo dell’aeroporto. Afferrò la valigia e cercò freneticamente l’indicazione per l’uscita.

La trovò, insieme alla nuca della sua guida che attraversava rapidamente la porta. Non si era nemmeno girato per controllare che fosse ancora insieme a lui!

Con una smorfia, Keira seguì quell’uomo sciatto, tirandosi dietro la pesante valigia.

Mentre la folla la spintonava, la sua eccitazione alla prospettiva che una storia d’amore in Italia le curasse il cuore ferito svanì completamente. Invece di essere conquistata da un uomo affascinante, avrebbe dovuto sopportare l’alito alla cipolla e la scortesia della sua guida turistica.

Altro che Romeo, pensò con un peso sul cuore.




CAPITOLO SETTE


“Lo sai che sei in ritardo?” disse Antonio, la guida turistica, mentre le faceva strada attraverso il parcheggio. Le rughe sulla sua fronte erano tanto profonde che sembrava le stesse tenendo il muso.

“Ci hanno messo un po’ a restituirmi la valigia,” rispose Keira, ancora turbata dall’annichilamento delle sue speranze di incontrare un Romeo.

Antonio la metteva estremamente a disagio con la sua presenza, e non solo per via del ventre rotondo e peloso che sporgeva dalla vita dei pantaloni. Aveva un atteggiamento severo, come quello di un maestro di scuola che sapeva già di non poter accontentare.

L’aria era calda, quasi in maniera oppressiva, ma non sembrava rallentarlo. Camminavano in fretta, Antonio sempre un paio di passi davanti a lei, che faticava a trascinare la valigia. Era già tutta sudata.

“Ho la schiena malandata,” disse lui, come per spiegare perché non la stesse aiutando.

Durante il percorso, Antonio chiacchierò, un’unica ondata impetuosa e rapida di parole, con una voce come il ringhio di un cane feroce. Keira ripensò al Romeo del sogno. Antonio non avrebbe potuto essere più diverso di così!

“Ventun giorni, eh?” stava dicendo, avanzando a grandi passi, costringendo Keira a correre per tenergli dietro.

Un periodo che già la riempiva di panico.

Nel frattempo l’aveva condotta fino a un’auto. Keira si era aspettata una bella vettura, ma invece si trovò davanti a un veicolo vecchio, minuscolo e tutto arrugginito.

“È questa?” domandò.

“Non c’è spazio per la valigia nei sedili di dietro. Mettile nel bagagliaio,” ordinò Antonio.

Keira lo aprì e così facendo scoprì che l’auto era piena di borse della spesa. Quando infilò la valigia vicino alla spesa di Antonio, fu assalita da un effluvio di formaggio puzzolente. Una delle buste si era aperta e ne rotolò fuori una forma di pecorino. Keira la rimise al suo posto, rendendosi conto con un mix di sorpresa, curiosità e disgusto che tutte le borse erano piene dello stesso formaggio. Antonio mangiava solo quello? si domandò. Poi capì anche che quell’odore avrebbe invaso la sua valigia e avrebbe permeato tutti i suoi vestiti. Avrebbe puzzato di formaggio per le successive tre settimane!

Arricciò il naso e chiuse il bagagliaio. Nel frattempo Antonio avviò il motore dell’auto, sputacchiandole una nube di fumo di scarico sulle gambe.

Irritata, Keira si sedette davanti insieme a lui, scoprendo che erano tanto vicini che le loro ginocchia si toccavano. Fissò le mani sudaticce e pelose di Antonio strette sul volante. L’odore all’interno dell’auto era una combinazione di formaggio, sudore e aria umida.

Prima ancora che avesse il tempo di mettersi la cintura, Antonio partì a tutta velocità. L’auto sobbalzò in avanti e mentre l’uomo si immetteva in strada lei strinse i lati del sedile tra le mani, con tanta forza da sbiancarsi le nocche. Antonio guidava come un pazzo.

“Quindi racconta, New York,” disse lui. “Un postaccio, eh? Molti crimini?”

Keira lo fissò, sbalordita. “No. Voglio dire, non esattamente. Ha i suoi problemi, come ogni città, ma è bellissima.”

“Ma fa freddo, no?” insistette Antonio. A Keira sembrò che stesse cercando di trovare il peggio nella sua città natale. “Tipo adesso è freddo. Mentre noi ci godiamo ancora un bel sole.” Emise una risata ansimante, mettendo in mostra denti gialli e storti.

“Ci sei mai stato?” chiese lei, un po’ offesa dal commento.

“No no no,” rispose Antonio, scuotendo la testa come se la sola idea fosse ridicola. “Non andrò mai in una città senza dio come quella. Qui siamo buoni cattolici.”

Se Antonio aveva avuto l’intenzione di irritare Keira, c’era sicuramente riuscito.

Ma se la guida turistica era stata uno shock per lei, neanche Napoli era quello che Keira si era aspettata. La strade erano molto strette, circondate da alti palazzi a cinque piani su entrambi i lati, con balconi in metallo arrugginito e fili appesi tra di loro coperti di vestiti colorati stesi ad asciugare che ondeggiavano al vento. Praticamente non c’erano marciapiedi, che significava che la gente camminava in strada, spesso senza guardare, apparendo da dietro auto parcheggiate. Keira notò che persino i segnali stradali e i lampioni erano attaccati alle mura delle case, dato che non c’era lo spazio per i pali.

Tuttavia nessuno di quegli ostacoli convinceva Antonio a guidare più lentamente. Si limitava a imprecare in italiano ad alta voce ogni volta che qualcuno gli si parava davanti, evitandoli e a volte strombazzandogli con il clacson.




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