Un Killer tra i Soldati 
Blake Pierce


Un Mistero di Riley Paige #9
Un capolavoro del giallo e del mistero! L’autore ha svolto un magnifico lavoro, sviluppando i personaggi con un approfondito lato psicologico, descritto con tale cura da farci sentire all’interno della loro mente, provare le loro paure e gioire del loro successo. La trama è molto avvincente e vi catturerà per tutta la durata del libro. Ricco di colpi di scena, questo libro vi terrà svegli fino all’ultima pagina. Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (su Il Killer della Rosa) UN KILLER TRA I SOLDATI è il libro #9 nella serie di bestseller dei misteri di Riley Paige, che comincia con IL KILLER DELLA ROSA, bestseller (Libro #1) – scaricabile gratuitamente con oltre 900 recensioni da cinque stelle! Quando due soldati vengono ritrovati morti in un’enorme base militare in California, apparentemente vittime di uno sparo, le indagini militari giungono ad un bivio. Chi è responsabile del fatto, all’interno dei confini sicuri della base?E perché?Viene chiesto l’intervento dell’FBI, e Riley Paige è convocata ad assumere la guida delle indagini. Esplorando il mondo militare, rimane sorpresa accorgendosi che i serial killer possono colpire persino qui, nel bel mezzo del posto più sicuro sulla terra. Si ritrova in una corsa del gatto col topo, impegnandosi freneticamente per cercare di decodificare la psicologia del killer. Presto, scoprirà di essere contro un assassino bene addestrato, un uomo che potrebbe rivelarsi un avversario troppo letale persino per lei. Cupo thriller psicologico, caratterizzato da una suspense mozzafiato, UN KILLER TRA I SOLDATI è il libro #9 in una nuova serie affascinante – con un nuovo amato personaggio – che vi terrà incollati alle pagine fino a notte tarda. Il libro #10 nella serie di Riley Paige sarà presto disponibile.







UN KILLER TRA I SOLDATI



(UN MISTERO DI RILEY PAIGE—LIBRO 9)



B L A K E P I E R C E


Blake Pierce



Blake Pierce è l’autore della serie di successo dei misteri di RILEY PAIGE, che include dieci libri (altri in corso di pubblicazione). Blake Pierce è anche autore della serie dei misteri di MACKENZIE WHITE, composta da sei libri (altri in corso di pubblicazione); della serie dei misteri di AVERY BLACK, composta da cinque libri; e della nuova serie dei misteri di KERI LOCKE, composta da quattro libri (altri in corso di pubblicazione).

Accanito lettore, da sempre appassionato di romanzi gialli e thriller, Blake apprezza i vostri commenti; pertanto siete invitati a visitare www.blakepierceauthor.com (http://www.blakepierceauthor.com/) per saperne di più e restare in contatto.



Copyright © 2017 di Blake Pierce. Tutti i diritti sono riservati. Fatta eccezione per quanto consentito dalla Legge sul Copyright degli Stati Uniti d'America del 1976, nessuno stralcio di questa pubblicazione potrà essere riprodotto, distribuito o trasmesso in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, né potrà essere inserito in un database o in un sistema di recupero dei dati, senza che l'autore abbia prestato preventivamente il consenso. La licenza di questo ebook è concessa soltanto ad uso personale. Questa copia del libro non potrà essere rivenduta o trasferita ad altre persone. Se desiderate condividerlo con altri, vi preghiamo di acquistarne una copia per ogni richiedente. Se state leggendo questo libro e non l'avete acquistato, o non è stato acquistato solo a vostro uso personale, restituite la copia a vostre mani ed acquistatela. Vi siamo grati per il rispetto che dimostrerete alla fatica di questo autore. Questa è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, aziende, società, luoghi, eventi e fatti sono il frutto dell'immaginazione dell'autore o sono utilizzati per mera finzione. Qualsiasi rassomiglianza a persone reali, viventi o meno, è frutto di una pura coincidenza. Immagine di copertina è di proprietà di Pholon, usata su licenza di Shutterstock.com.


LIBRI DI BLAKE PIERCE



I MISTERI DI RILEY PAIGE

IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1)

IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (Libro #2)

OSCURITA’ PERVERSA (Libro #3)

IL KILLER DELL’OROLOGIO (Libro #4)

KILLER PER CASO (Libro #5)

CORSA CONTRO LA FOLLIA (Libro #6)

MORTE AL COLLEGE (Libro #7)

UN CASO IRRISOLTO (Libro #8)

UN KILLER TRA I SOLDATI (Libro #9)

IN CERCA DI VENDETTA (Libro #10)



I MISTERI DI MACKENZIE WHITE

PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1)

UNA NUOVA CHANCE (Libro #2)

PRIMA CHE BRAMI (Libro #3)



I MISTERI DI AVERY BLACK

IL KILLER DI COLLEGIALI (Libro #1)

CORSA CONTRO IL TEMPO (Libro #2)

FUOCO A BOSTON (Libro #3)



I MISTERI DI KERI LOCKE

UNA TRACCIA DI MORTE (Libro #1)


INDICE



PROLOGO (#u55efd2fb-e07f-555f-9de2-0ca479447db1)

CAPITOLO UNO (#u1e5471bb-f3b6-5154-852b-b663414c8ea4)

CAPITOLO DUE (#u0de07f80-d888-5256-9ef0-4da7ceb64fc0)

CAPITOLO TRE (#ua0935147-4768-58df-9230-f09d1bb106b7)

CAPITOLO QUATTRO (#u0bb0a269-0f41-560b-be88-1f3d62a973c5)

CAPITOLO CINQUE (#ue197c3a8-5cb3-550b-8009-5c5e460c8f76)

CAPITOLO SEI (#u03d1eef3-6085-50f1-b2cd-8198faea48eb)

CAPITOLO SETTE (#u4becb1c8-59c9-5134-b0e3-9e69c4c837f1)

CAPITOLO OTTO (#u8eca75f1-6d49-5d97-b6ae-2aefe4cae229)

CAPITOLO NOVE (#u00aa7176-5b82-5201-b821-0559ea10a288)

CAPITOLO DIECI (#ub7ca0e27-ac3e-5399-b2f3-b3f30ff68959)

CAPITOLO UNDICI (#u1f913ca4-61d1-534b-9846-addb1969604e)

CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTITRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTATRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTAQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTACINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTASEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTASETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTANOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTATRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTAQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTACINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTASEI (#litres_trial_promo)




PROLOGO


Il Colonnello Dutch Adams guardò il suo orologio, mentre si aggirava per Fort Nash Mowat, e si rese conto che erano le 5 in punto. Era una mattina di aprile, buia e fredda, nel sud della California, e tutto appariva come doveva.

Sentì un forte grido femminile …

“Arriva il comandante del presidio!”

Il Colonnello Adams si voltò in tempo per scorgere un plotone in addestramento che obbediva prontamente alla voce femminile. Si fermò, per restituire il saluto, e poi proseguì per la sua strada. Affrettò il passo, sperando di non attrarre l’attenzione degli altri sergenti istruttori. Non intendeva interrompere altri plotoni in addestramento, mentre si radunavano nelle loro aree di formazione.

Sul suo volto si era formata un’espressione contrariata. Dopo tutti questi anni, non era ancora abituato a sentire delle voci femminili impartire degli ordini. Anche la presenza di plotoni misti lo sbalordiva un po’ talvolta. L’Esercito era certamente cambiato da quando aveva intrapreso la sua carriera, come recluta adolescente e non gli piacevano molte di quelle novità.

Mentre proseguiva per la sua strada, sentì le voci tonanti di sergenti istruttori, uomini e donne, che ordinavano ai loro plotoni di mettersi in formazione.

Non hanno più molta energia, pensò.

Non avrebbe mai potuto dimenticare gli abusi ad opera del suo stesso sergente in fase di addestramento, moltissimi anni prima, gli insulti selvaggi contro la sua famiglia e le sue origini, mescolati a oscenità varie.

Sorrise un po’. Quel bastardo del Sergente Driscoll!

Driscoll era morto molti anni prima, rammentò il Colonnello Adams, non in combattimento, come avrebbe senz’altro preferito, ma per ictus dovuto all’ipertensione. In quei giorni, la pressione sanguigna raggiungeva picchi altissimi nei sergenti che addestravano.

Il Colonnello Adams non avrebbe mai dimenticato Driscoll, per quanto lo riguardava, e così le cose dovevano restare. Un sergente istruttore aveva il compito di lasciare un’impronta indelebile nella mente di un soldato per il resto della sua vita. Doveva rappresentare un esempio vivente del peggiore inferno che la vita di un soldato poteva riservare. Il Sergente Driscoll aveva avuto senz’altro quel tipo di impatto sulla vita del Colonnello Adams. Gli addestratori che erano sotto il suo comando lì, a Fort Nash Mowat, stavano lasciando quel tipo d’impressione sulle loro reclute?

Il Colonnello Adams ne dubitava.

Troppa maledetta correttezza politica, l’uomo pensò.

Ora la morbidezza era persino contenuta all’interno del manuale d’addestramento dell’Esercito …

“Lo stress generato da abusi fisici o verbali è improduttivo e proibito.”

Gli venne da ridere, mentre pensava a quelle parole.

“Che mucchio di stronzate” mormorò sottovoce.

Ma l’Esercito si era spostato in quella direzione sin dagli anni ’90. Sapeva che ormai avrebbe dovuto esserci abituato. Ma non lo avrebbe mai fatto.

Per fortuna, non doveva sopportare tutto questo ancora a lungo. Era ad un anno dalla pensione, e la sua ultima ambizione consisteva nel diventare Generale di brigata prima di allora.

Improvvisamente, Adams fu distolto dalle sue riflessioni da una scena sconcertante.

Le reclute del Plotone #6 vagavano senza meta nella propria area di formazione; alcuni facevano esercizi di corpo libero, altri invece stavano semplicemente parlando pigramente tra loro.

Il Colonnello Adams si fermò ed urlò.

“Soldati! Dove diavolo è il vostro sergente?”

Sconvolte, le reclute rivolsero improvvisamente la loro attenzione all’uomo, scattando sull’attenti senza profferire parole.

“Riposo” il colonnello sbottò. “Qualcuno ha intenzione di rispondere alla mia dannata domanda?”

Una donna recluta rispose.

“Non sappiamo dove sia il Sergente Worthing, signore.”

Adams riuscì a malapena a credere alle proprie orecchie.

“Che cosa vuol dire che non lo sapete?” chiese.

“Non è mai arrivato qui, signore.”

Adams ringhiò sottovoce.

Non era affatto tipico del Sergente Clifford Worthing. Infatti, era uno dei pochi sergenti istruttori su cui Adams aveva potuto fare affidamento. Era un vero tipo tosto della vecchia scuola, o almeno intendeva esserlo. Spesso raggiungeva l’ufficio di Adams per lamentarsi di quanto le regole lo tenessero sotto controllo.

Nonostante ciò, Adams sapeva che Worthing aggirva le regole per quanto possibile. Talvolta, le reclute si lamentavano delle sue richieste impegnative e degli abusi verbali. Quelle lamentele rallegravano Adams.

Ma dov’era ora Worthing?

Adams si fece largo tra le reclute, entrò nella caserma, attraversò il dormitorio passando in mezzo alle file di letti, finché non arrivò all’ufficio di Worthing.

Bussò forte alla porta.

“Worthing, sei lì?”

Non ci fu alcuna risposta.

“Worthing, sono il tuo Colonnello, e, se sei lì, faresti meglio a rispondermi.”

Ancora una volta, nessuna risposta.

Adams girò la maniglia della porta, spalancandola.

L’ufficio era perfettamente ordinato, e al suo interno non c’era nessuno.

Dove diavolo è andato? Adams si chiese.

Worthing si era presentato alla base quella mattina?

Poi, Adams notò il cartello VIETATO FUMARE appeso alla parete dell’ufficio.

Ricordò che il Sergente Worthing era un fumatore.

Il sergente istruttore era appena uscito a fumare?

“No, impossibile” esclamò ad alta voce Adams.

Non aveva alcun senso.

Nonostante ciò, Adams uscì dall’ufficio e si diresse alla porta sul retro della caserma.

Aprì la porta e rimase immobile a guardare nella prima luce del mattino.

Non dovette guardare a lungo.

Il Sergente Worthing era accovacciato con la schiena contro la parete della caserma, una sigaretta ormai esaurita pendeva fuori dalla bocca.

“Worthing, ma che diavolo…?” Adams ringhiò.

Poi, indietreggiò di fronte a quello che vide.

Al livello degli occhi di Adams, c’era una grossa chiazza scura sulla parete.

Da lì, un rivolo di liquido scuro arrivava fin dove Worthing era accovacciato.

Poi, il colonnello scorse il buco nero nel bel mezzo della testa del sergente.

Era stato raggiunto da un proiettile.

Il foro d’entrata era minuscolo, ma quello d’uscita era nel retro del cranio di Worthing. L’uomo era stato colpito a morte, mentre fumava lì una sigaretta di mattino presto. Il colpo era stato così preciso, che il sergente istruttore era stato ucciso all’istante. Persino la sigaretta era rimasta tranquillamente nella sua bocca.

“Gesù Cristo” Adams mormorò. “Non di nuovo.”

Poi, si guardò intorno. Un grande campo vuoto si estendeva dietro la caserma. Il colpo era stato esploso da una grande distanza. Il che significava che l’autore doveva essere un tiratore scelto.

Adams scosse la testa, incredulo.

Sapeva che la sua vita stava per complicarsi molto.






CAPITOLO UNO


Riley Paige guardava fuori da una finestra della sua casa di città. Era una piacevole giornata primaverile, una di quelle che, comunemente nelle fiabe, vengono descritte con gli uccelli che cantano ed i fiori che sbocciano. L’aria era fresca e pulita. Ma, nonostante tutto, una certa oscurità sembrava essere in agguato.

Aveva la strana sensazione che tutta quella bellezza fosse in qualche modo terribilmente fragile.

Ecco perché teneva le mani lungo i fianchi, come se si trovasse in un negozio di porcellane delicate, e un singolo movimento sbagliato rischiasse di rompere un oggetto grazioso e costoso. O forse, come se quel perfetto pomeriggio fosse semplicemente una sottile illusione di carta, che sarebbe svanita al tocco di una mano, solo per svelare …

Che cosa? Riley si chiese.

L’oscurità di un mondo pieno di dolore, terrore e male?

O l’oscurità che si celava nella sua stessa mente, l’oscurità di troppi pensieri e segreti?

Una voce femminile adolescenziale destò Riley dai suoi pensieri.

“A che cosa stai pensando, mamma?”

Riley si voltò. Si rese conto di aver momentaneamente dimenticato le altre persone presenti in soggiorno.

La ragazza che aveva parlato era Jilly, la magra tredicenne che Riley stava per adottare.

“Niente” Riley rispose.

Il suo splendido ex vicino Blaine Hildreth le sorrise.

“Sembravi di certo distante” le disse.

Blaine era appena arrivato a casa di Riley, con la sua figlia adolescente, Crystal.

Riley disse: “Immagino mi stessi chiedendo dove sia finita April.”

Era preoccupata. La figlia quindicenne di Riley non era ancora rientrata da scuola. April si era dimenticata che avevano in programma di andare a breve a cena al ristorante di Blaine?

Crystal e Jilly ridacchiarono maliziosamente tra loro.

“Oh, sarà qui presto” Jilly disse.

“Scommetto che arriverà da un momento all’altro” Crystal aggiunse.

Riley si chiese che cosa le ragazze sapessero che lei ignorava. Sperava che April non si fosse messa nei guai. Aveva attraversato una fase ribelle, e aveva affrontato un grande trauma alcuni mesi prima. Ma sembrava stare molto meglio ora.

Poi, Riley guardò gli altri nella stanza, rendendosi conto di essere stata una pessima ospite.

“Blaine, Crystal, non vi ho nemmeno offerto qualcosa da bere. Ho del ginger ale. E anche del bourbon, se ti va, Blaine.”

“Il ginger ale è perfetto, grazie” Blaine rispose.

“Anche per me, grazie” Crystal aggiunse.

Jilly iniziò ad alzarsi dalla sedia.

“Vado a prenderne un po’” Jilly si offrì.

“Oh, no, non ce n’è bisogno” Riley replicò. “Ci penso io.”

Riley andò dritta in cucina, contenta di avere qualcosa da fare. Servire bibite sarebbe normalmente spettato a Gabriela, la governante guatemalteca che viveva in casa con Riley. Ma Gabriela aveva il giorno libero, ed era andata a trovare degli amici. A volte, la governante faceva sentire Riley una donna viziata, ed era bello poter servire da bere per una volta. Manteneva anche la sua mente concentrata sul presente piacevole.

Versò il ginger ale nei bicchieri per Crystal e Blaine, e anche per se stessa e Jilly.

Mentre portava il vassoio con le bibite in soggiorno, Riley sentì la porta di casa aprirsi. Poi riconobbe la voce di April parlare a qualcuno che aveva portato dentro con lei.

Riley stava servendo da bere, quando April entrò, seguita da un ragazzo che aveva circa la sua età. Rimase sorpresa nel vedere Blaine e Crystal.

“Oh!” April esclamò con un sussulto. “Non mi aspettavo …”

Poi, divenne rossa per l’imbarazzo.

“Oh mio Dio, l’ho completamente dimenticato! Stasera dovevamo uscire! Mi dispiace tanto!”

Jilly e Crystal ridacchiarono. Ora Riley comprendeva la ragione del loro divertimento. Sapevano già che April aveva un nuovo ragazzo, e che probabilmente aveva dimenticato la loro cena, perché era così impegnata con lui.

Ricordo come ci si sente, Riley pensò, ripensando con nostalgia alle sue cotte adolescenziali.

Contenta che April lo avesse portato a casa per presentarlo, Riley adocchiò facilmente il ragazzo. Le piacque subito ciò che vide. Come April, era alto, allampanato e dall’aspetto piuttosto impacciato. Aveva luminosi capelli rossi, lentiggini e brillanti occhi blu e un sorriso bizzarro ed affabile.

April disse: “Mamma, questo è Liam Schweppe. Liam, questa è mia madre.”

Liam offrì la mano a Riley.

“Molto piacere di conoscerla, Signora Paige” esordì.

La sua voce aveva un piacevole tono adolescenziale, che fece sorridere Riley.

“Puoi chiamarmi Riley” gli rispose.

April disse: “Mamma, Liam è …”

April si bloccò, apparentemente non pronta a dire “il mio nuovo ragazzo.”

Invece la giovane disse: “E’ il capitano della squadra di scacchi del liceo.”

La contentezza di Riley cresceva sempre di più.

“Quindi presumo che insegnerai ad April a giocare a scacchi” la donna disse.

“Ci proverò” Liam rispose.

Riley non riuscì a fare a meno di ridacchiare un po’. Era una giocatrice di scacchi piuttosto brava, e per anni, aveva provato a trasmettere il medesimo interesse alla figlia. Ma April aveva sempre roteato gli occhi all’idea, e considerava gli scacchi un gioco assolutamente poco interessante, una “cosa da mamma” che non poteva interessarle in alcun modo.

Il suo atteggiamento sembrava essere cambiato ora che un ragazzo carino era coinvolto.

Riley invitò Liam ad entrare, e sedersi con gli altri.

Lei gli disse: “Ti offrirei qualcosa da bere, ma stiamo tutti preparandoci ad uscire a cena.”

“La cena di cui April si è dimenticata” Liam esclamò, allargando un po’ il sorriso.

“Giusto” Riley acconsentì. “Perché non vieni anche tu?”

April arrossì ancora di più.

“Oh, mamma …” esordì.

“‘Oh, mamma” cosa?” Riley ripeté.

“Sono certa che Liam abbia degli altri programmi” April disse.

Riley rise. Stava entrando ovviamente di nuovo in modalità di “mamma antipatica”. Sembrava che April fosse pronta a presentarle Liam, ma una cena in famiglia stava affrettando le cose per quanto ne sapesse.

“Che cosa ne pensi, Liam?” Riley chiese.

“E’ fantastico, grazie” esultò Liam. “Dove andiamo?”

“Blaine’s Grill” fu la risposta di Riley.

Gli occhi di Liam s’illuminarono per l’eccitazione.

“Oh, wow! Ho sentito cose grandiose su quel ristorante!”

Fu il turno di Blaine Hildreth di sorridere.

“Ti ringrazio” si rivolse a Liam. “Sono Blaine. Il proprietario del ristorante.”

Liam rise.

“Sempre più grandioso!” il ragazzo esultò.

“Forza, andiamo” Riley disse.



*



Poco più tardi, Riley si stava godendo una deliziosa cena con April, Jilly, Blaine, Crystal e Liam. Erano tutti seduti nel patio del locale, beandosi del bel tempo così come del meraviglioso cibo.

Riley stava parlando di scacchi con Liam, discutendo di tattiche. Era colpita dalla sua conoscenza del gioco. Si chiese come se la sarebbe cavata in una partita contro di lui. Era una brava giocatrice, ma lui era già il capitano di una squadra di scacchi del liceo, ed era ancora uno studente del secondo anno. Inoltre, aveva avuto ben poche opportunità di giocare ultimamente.

Dev’essere molto bravo, immaginò.

Quel pensiero la rallegrò molto. Riley sapeva che April era più sveglia di quanto credesse, ed era bello che avesse un ragazzo che la stimolasse.

Mentre chiacchierava con Liam, Riley si ritrovò a chiedersi in quale direzione il rapporto che il ragazzo aveva con sua figlia stesse andando. Restavano soltanto due mesi prima della chiusura dell’anno scolastico. Avrebbero intrapreso strade diverse e perso interesse l’uno nell’altra? Riley sperava di no.

“Che cosa farai questa estate, Liam?” Riley gli chiese.

“Andrò al campo scacchi” fu la risposta del ragazzo. “A dire il vero, sarò un giovane coach. Sto provando a convincere April a venire.”

Riley posò lo sguardo su April.

“Perché non ci vai, April?” le chiese.

April arrossì di nuovo.

“Non lo so” la figlia rispose. “Stavo pensando di fare il campo calcio. Potrebbe essere più del mio genere. Probabilmente non sarei abbastanza in gamba per affrontare quello degli scacchi.”

“Oh, no, non sarà così!” Liam intervenne. “Ci saranno giocatori di tutti i livelli, inclusi quelli che hanno appena cominciato a praticare il gioco, proprio come te. Ed è proprio qui, a Fredericksburg, quindi non dovrai lasciare casa tua.”

“Ci penserò” April disse. “Al momento, voglio solo concentrarmi sui miei voti.”

Riley era contenta che Liam non sembrasse distrarre April dagli studi. Eppure, lei sperava che considerasse di andare al campo scacchi. Ma sapeva che avrebbe fatto meglio a non insistere. Altrimenti sarebbe tornata in modalità “mamma antipatica”. Era meglio lasciare a Liam il compito di persuaderla, se ci riusciva.

Ad ogni modo, a Riley faceva piacere vedere April così felice. Con capelli scuri e occhi nocciola proprio come la mamma, talvolta April sembrava incredibilmente cresciuta. Riley ricordò che aveva scelto quel nome per la figlia, perché aprile era il suo mese preferito. E lo era anche per via di giornate come quella.

Blaine sollevò gli occhi dal pasto, guardando Riley.

Le disse: “Allora, dicci del premio che andrai a ritirare domani, Riley.”

Stavolta fu lei ad arrossire un po’.

“Ecco, non è niente d’importante” la donna rispose.

Jilly emise un verso di protesta.

“Invece è molto importante!” Jilly esclamò. “Si tratta del Premio della Perseveranza, e lo prenderà per via di quel caso irrisolto che ha appena risolto. Sarà il capo dell’FBI a conferirglielo.”

Gli occhi di Blaine si spalancarono.

“Vuoi dire il Direttore Milner in persona?” domandò.

Riley si sentiva davvero goffa e imbarazzata ora.

Scoppiò nervosamente a ridere.

“Non è così incredibile come sembra” lei disse. “Non è un grande viaggio venire a Quantico. Lui lavora a Washington DC, sapete.”

La bocca di Blaine si spalancò per la sorpresa.

Jilly disse: “Blaine, April ed io usciremo da scuola per andare ad assistere. Anche tu e Crystal dovreste venire.”

Blaine e Crystal dissero entrambi che sarebbero stati felici di andarci.

“OK, allora” Riley replicò, sentendosi ancora imbarazzata. “Spero che non vi annoierete. Ad ogni modo, non è l’evento più grande di domani. Jilly sarà la star della recita scolastica domani sera. E’ molto più importante.”

Ora Jilly stava arrossendo.

“Non sono la star, mamma” rispose.

Riley rise per l’improvvisa modestia di Jilly.

“Beh, interpreti uno dei ruoli principali. Sei Persefone in un’opera intitolata Demetra e Persefone. Perché non ci racconti la trama?”

Jilly cominciò a raccontare la storia di un mito greco, inizialmente con timidezza, ma poi diventando più entusiasta, man mano che proseguiva. Una delle sue ragazze stava imparando a giocare a scacchi; e l’altra era emozionata per la mitologia greca.

Forse le cose si stanno mettendo bene, pensò.

Gli sforzi che aveva fatto per il matrimonio e la famiglia l’avevano molto provata. Recentemente, aveva commesso un brutto errore, permettendo che il suo ex marito, Ryan, tornasse nella sua vita e in quella delle ragazze. Ryan si era dimostrato il solito irresponsabile, come sempre.

Ma ora?

Riley guardò Blaine, e si rese conto che anche lui la stava guardando. Le sorrideva, e lei ricambiò il gesto. C’era decisamente una scintilla tra di loro. Avevano persino ballato e si erano baciati durante un appuntamento il mese precedente, il loro unico vero appuntamento finora. Ma Riley si sentì dispiaciuta, ricordando quanto si fosse concluso goffamente, visto che lei era tornata di corsa a lavorare ad un caso.

Blaine sembrò averla perdonata.

Ma come sarebbero state le cose tra loro?

Ancora una volta, quell’oscurità celata emerse in Riley.

Prima o poi, quella felice illusione di famiglia ed amicizia avrebbe finito per essere sostituita dalla realtà del male, popolata da omicidi, crudeltà e mostri umani.

E aveva la profonda sensazione che sarebbe successo molto presto.






CAPITOLO DUE


Seduta nella prima fila dell’auditorium di Quantico, Riley si sentiva terribilmente a disagio. Aveva affrontato numerosi tremendi assassini senza perdere la propria compostezza. Ma, al momento, si sentiva completamente assalita dal panico.

Il Direttore dell’FBI Gavin Milner era sul palco di fronte alla grande sala. Stava descrivendo la lunga carriera di Riley, sottolineando in particolare il caso per cui stava per essere premiata, il caso (rimasto a lungo irrisolto) del cosiddetto “Killer della Scatola di Fiammiferi.”

Riley era colpita dal distinto tono baritonale della sua voce. Aveva parlato di rado con il Direttore Milner, ma le piaceva. Era un uomo piccolo, magro ed elegante con un paio di baffi curati in maniera impeccabile. Riley pensò che sembrasse e avesse il tono di un preside di una scuola importante, piuttosto che quello del capo della più elitaria organizzazione delle forze dell’ordine.

Riley non stava prestando ascolto alle sue parole con molta attenzione. Era fin troppo nervosa e imbarazzata già così. Ma ora lui sembrava essere vicino alla fine del suo discorso, per cui la donna prestò maggiore attenzione.

Milner disse: “Tutti conosciamo il coraggio, l’intelligenza e la grazia sotto pressione dell’Agente Speciale Riley Paige. E’ stata premiata per tutte questa qualità in passato. Ma oggi siamo qui a premiarla per un motivo diverso: la sua lunga tenacia, la sua determinazione a fare giustizia. Grazie ai suoi sforzi, un killer che si è macchiato di tre omicidi ben venticinque anni fa è stato finalmente consegnato alla giustizia. Tutti siamo in debito con lei per il suo servizio, e per il suo esempio.”

L’uomo sorrise, guardandola dritto negli occhi. Poi, prese la scatola che conteneva il premio.

E’ il mio segnale, Riley pensò.

Le gambe le tremarono quando si alzò dalla sedia, e si fece largo sul palco.

Si posizionò sul lato del palco, e Milner le mise la Medaglia della Perseveranza con un nastro intorno al collo.

Era sorprendentemente pesante.

Strano, pensò Riley. Gli altri non sono così.

Aveva ricevuto altri tre premi nel corso degli anni, lo Scudo per il Coraggio, e Medaglie al Valore e per Vari Meriti.

Ma questo era più pesante, e diverso.

In qualche modo, sembrava quasi sbagliato.

Ma Riley non sapeva proprio spiegarsi il perché.

Il Direttore dell’FBI Gavin Milner diede a Riley una pacca sulla spalla e sorrise.

Si rivolse alla donna, quasi sussurrando …

“Qualcosa da aggiungere alla sua collezione, eh?”

Riley rise nervosamente e strinse la mano del direttore.

I presenti all’interno dell’auditorium esplosero in un fragoroso applauso.

Ancora una volta con un sorrisetto, e quasi in un sussurro, il Direttore Milner disse: “E’ ora di affrontare il suo pubblico.”

Riley si voltò e fu colpita da quanto vide.

C’erano molte più persone nell’auditorium di quanto si aspettasse. Ed ogni volto era familiare: un amico, un familiare, un collega, o qualcuno che aveva aiutato o salvato, nell’esercizio del proprio dovere.

Erano tutti in piedi, che sorridevano ed applaudivano

Riley ebbe un nodo in gola, e le lacrime si formarono nei suoi occhi.

Credono tutti così tanto in me.

Si sentì grata e umile, ma anche un po’ in colpa.

Che cosa queste semplici persone avrebbero pensato di lei se avessero conosciuto i suoi segreti più oscuri?

Non sapevano niente del suo attuale rapporto con un terribile quanto brillante killer evaso da Sing Sing. Certamente non sospettavano che il criminale l’avesse aiutata a risolvere diversi casi. E in alcun modo potevano essere a conoscenza di quanto la vita di Riley fosse intrecciata con quella di Shane Hatcher.

Riley quasi rabbrividì al pensiero.

Non c’era da meravigliarsi che quella medaglia fosse più pesante delle altre.

No, non me lo merito, pensò Riley.

Ma che cosa doveva fare, voltarsi e restituirla al Direttore Milner?

Invece, riuscì a sorridere e a pronunciare poche parole di apprezzamento. Poi, scese attentamente dal palco.



*



Alcuni istanti dopo, Riley si trovò in una grande stanza affollata, che era stata allestita per un rinfresco. Sembrava che la maggior parte delle persone che si trovava nell’auditorium fosse lì. Scoprì di essere il centro di una fervida attività: tutti si congratulavano con lei, ad uno ad uno. Era grata per la stabilizzante presenza del Direttore Milner, che era proprio al suo fianco.

I primi a congratularsi con lei furono i colleghi, agenti, specialisti, responsabili ed impiegati.

La maggior parte di loro era visibilmente felice per lei. Per esempio, Sam Flores, l’instancabile capo della squadra del laboratorio di Quantico, le mostrò il pollice all’insù silenziosamente, e le rivolse un sincero sorriso, per poi passare oltre.

Ma Riley aveva anche dei nemici, ed anche loro erano presenti. La più giovane era Emily Creighton, un’agente piuttosto inesperta, che si vantava di essere la rivale di Riley. Riley l’aveva richiamata, accusandola di un errore dovuto all’inesperienza alcuni mesi prima, e la giovane provava del risentimento per lei da allora.

Quando fu il turno della Creighton di congratularsi con Riley, la giovane agente si sforzò di sorridere a denti stretti, le strinse la mano e borbottò: “Congratulazioni” e si defilò.

Altri colleghi si fecero avanti, prima che l’Agente Speciale in Carica Carl Walder si avvicinasse a Riley. Infantile per aspetto e per comportamento, Walder era l’idea di Riley del burocrate. Erano sempre ai ferri corti. Infatti, lui l’aveva sospesa e persino licenziata alcune volte.

Ma ora, Riley era contenta per via della sua espressione di sottomessa benevolenza nei suoi riguardi. Con il Direttore Milner accanto a lei, Walder non osò mostrare altro che simulato rispetto.

La sua mano era umida e fredda mentre stringeva la sua, e la donna notò rivoli di sudore sulla fronte dell’uomo.

“Un premio ben meritato, Agente Paige” disse in tono scosso. “Siamo onorati di averla nella nostra forza.”

Poi, Walder strinse la mano al direttore dell’FBI.

“Mi fa piacere che lei si sia unito a noi, Direttore Milner” Walder disse.

“E’ un piacere” il Direttore Milner rispose.

Riley osservò il volto del direttore. C’era per caso un leggero sorriso mentre annuiva a Walder? Non poteva esserne sicura. Ma sapeva che Walder non aveva molta autorità all’interno del Bureau, e non aveva nemmeno una grande influenza su subordinati o superiori.

Dopo che l’ultimo dei suoi colleghi di Quantico si fu congratulato con lei, la successiva ondata di persone a farlo suscitò in lei delle forti emozioni. Si trattava di persone che aveva conosciuto durante lo svolgimento del proprio dovere, o persone che aveva salvato. Riley non si aspettava di ritrovarle lì, specialmente non in tale numero.

Il primo era un uomo fragile ed anziano, che lei aveva salvato da un folle avvelenatore lo scorso gennaio. Prese la mano di Riley tra le sue, e disse lacrimevolmente: “Grazie, grazie, grazie” ancora e ancora.

Riley non riuscì a fare a meno di piangere.

Poi, arrivarono Lester e Eunice Pennington e la loro figlia adolescente, Tiffany. A febbraio, la sorella maggiore di Tiffany, Lois, era stata assassinata da un giovane folle. Riley non aveva visto i Pennington da quando aveva risolto il caso, e riuscì a malapena a credere che fossero lì. Si ricordava di loro distrutti e afflitti dal dolore. Ma sorridevano attraverso le lacrime, felici per Riley e grati perché aveva ottenuto giustizia per loro.

Mentre Riley scambiava con loro delle strette di mano, si chiese quanto ancora avrebbe resistito senza lasciare la stanza in lacrime.

Infine arrivò Paula Steen, l’anziana madre di una ragazza che era stata uccisa ben venticinque anni prima, nel caso per cui Riley era stata premiata quel giorno.

Riley si sentiva davvero sopraffatta ora.

Lei e Paula erano state ormai in contatto per tanti anni, parlando al telefono ogni anniversario della morte della figlia.

La presenza lì di Paula, quel giorno, aveva colto Riley completamente di sorpresa.

Strinse la mano di Paula, provando a non scoppiare a piangere in modo incontrollabile.

“Paula, grazie di essere venuta” riuscì a dire attraverso le lacrime. “Spero che resteremo ancora in contatto.”

Il sorriso della donna era radioso, e non stava affatto piangendo.

“Oh, continuerò a chiamarti una volta all’anno come sempre, lo prometto” Paula disse. “Fino a quando resterò in questo mondo. Ora che hai catturato il killer di Tilda, mi sento pronta ad andare, a unirmi a lei e a mio marito. Mi aspettano da tanto tempo ormai. Grazie di cuore.”

Riley sentì un’improvvisa fitta di dolore dentro di sé.

Paula la stava ringraziando per la pace che ora aveva trovato, ringraziandola per averle permesso di morire finalmente.

Era troppo da elaborare per Riley.

Non riusciva proprio a parlare.

Invece, diede un maldestro bacio a Paula sulla guancia, e l’anziana donna si allontanò.

Ora la gente stava andando via, e la stanza era notevolmente meno affollata.

Ma le persone che più contavano per lei erano ancora presenti. Blaine, Crystal, Jilly, April e Gabriela erano rimasti nelle vicinanze ad osservarla per tutto il tempo. Riley si sentiva specialmente felice dello sguardo orgoglioso sul viso di Gabriela.

Vide che anche le ragazze stavano sorridendo, mentre l’espressione di Blaine era di profonda ammirazione. Riley sperava che quella cerimonia non lo avesse intimidito o spaventato.

Ad avvicinarsi a lei furono tre persone, che era molto felice di vedere. Uno dei suoi partner storici, Bill Jeffreys. Al suo fianco, c’era Lucy Vargas, un’agente entusiasta e promettente che considerava Riley come sua mentore. Insieme a loro, comparve Jake Crivaro.

Riley fu sorpresa di vedere Jake. Era stato il suo partner anni prima, ed era andato in pensione da un bel po’. Aveva messo da parte il proprio stato di pensionato solo per aiutarla con il caso del Killer della Scatola di Fiammiferi, che lo aveva perseguitato per anni.

“Jake!” Riley chiese. “Che cosa ci fai qui?”

Il basso e robusto uomo emise una risata rauca.

“Ehi, che tipo di accoglienza è questa?”

Anche Riley scoppiò a ridere e poi lo abbracciò.

“Sai che cosa intendevo” rispose la donna.

Dopotutto, Jake era rientrato nel suo appartamento in Florida non appena il caso era stato chiuso. Era felice che fosse tornato, anche se era molto prima di quanto lei si aspettasse.

“Non me lo sarei perso per nulla al mondo” Jake disse.

Riley sentì un rinnovato senso di colpa, mentre abbracciava Bill.

“Bill, Jake, questo non è giusto.”

“Cosa non è giusto?” Bill chiese.

“Che io riceva un premio. Voi due avete svolto tanto lavoro quanto me.”

Ora fu il turno di Lucy di abbracciare Riley.

“Certo che è giusto” Lucy disse. “Il Direttore Milner li ha menzionati. Ha dato credito anche a loro.”

Bill annuì e disse: “E non ce l’avremmo fatta, se tu non avessi insistito così tanto a far riaprire il caso.”

Riley sorrise. Era vero, naturalmente. Aveva fatto riaprire il caso, quando nessun altro aveva pensato che fosse possibile risolverlo.

Improvvisamente, sentì una nuova ondata di confusione in merito a tutto ciò che era accaduto.

Si guardò attorno, e rivolgendosi a Bill, Jake e Lucy, disse: “Come hanno fatto tutte queste persone a sapere di questo?”

Lucy rispose: “A dire il vero era al telegiornale, naturalmente.”

Era vero, ma non spiegava alcunché per quanto Riley ne sapesse. Il suo premio era stato annunciato su piccole emittenti locali, che difficilmente qualcuno avrebbe notato a meno che non ne fosse già stato alla ricerca.

Poi, Riley notò un malizioso sorriso formarsi sul volto di Bill.

E’ stato lui a contattare la gente! realizzò.

Poteva non essere riuscito a contattare ogni singola persona del suo passato, ma aveva messo in moto la macchina.

Era stupita dalle emozioni contraddittorie che provava.

Certamente, era grata a Bill per essersi assicurato che quella giornata non fosse meno che straordinaria.

Ma, con sua sorpresa, provava anche rabbia.

Senza nemmeno rendersene conto, Bill le aveva preparato un’imboscata emotiva.

E, peggio di ogni altra cosa, l’aveva fatta piangere.

Ma, poi, Riley rammentò che lui lo aveva fatto per amicizia e rispetto nei suoi confronti.

Gli disse: “Io e te dovremo fare una piccola chiacchierata più tardi.”

Bill sorrise e annuì.

“Sono sicuro di sì” le rispose il partner.

Riley fece per tornare da amici e familiari in attesa, ma fu fermata dal suo capo, il Caposquadra Brent Meredith. L’uomo robusto dai tratti scuri e spigolosi non sembrava essere dell’umore per festeggiare.

Pertanto disse: “Paige, Jeffreys, Vargas, ho bisogno di vedervi immediatamente nel mio ufficio.”

Senza aggiungere altro, Meredith uscì dalla stanza.

Il cuore di Riley sprofondò, mentre si dirigeva verso Blaine, Gabriela e le ragazze, per dire loro di aspettarla per qualche minuto.

In quel momento, ricordò il celato senso di oscurità che l’aveva attanagliata la sera prima a cena.

E’ qui, pensò.

Un nuovo male stava per entrare nella sua vita.






CAPITOLO TRE


Mentre Riley seguiva Bill e Lucy lungo il corridoio, in direzione dell’ufficio del Capo Meredith, provò ad immaginare il motivo per cui si sentisse così agitata. Non riusciva proprio a comprenderne la ragione.

Si rese conto che, almeno in parte, era una sensazione a cui era abituata da tanto tempo ormai, si trattava di quella familiare apprensione che aumentava ogni volta che stava per ricevere dei nuovi ordini.

Ma c’era dell’altro che si mescolava a tale sensazione. Non era affatto paura o inquietudine. Aveva fin troppa esperienza per preoccuparsi eccessivamente per quanto l’aspettava.

Si trattava di una sensazione che a malapena riconosceva.

E’ sollievo? Riley si chiese.

Sì, forse si trattava proprio di questo.

La cerimonia ed il ricevimento erano parsi così bizzarri e irreali, suscitando pensieri conflittuali e ondate di emozioni.

Dirigersi all’ufficio di Meredith era familiare, confortevole … e sembrava una sorta di fuga.

Ma una fuga verso cosa?

Senza dubbio in un noto mondo di crudeltà e malvagità.

Riley sentì un brivido scenderle lungo la schiena.

Che cosa suggeriva su di lei, che era più a suo agio con la crudeltà e la malvagità di quanto non fosse con festeggiamenti e lodi?

Non voleva lasciarsi tormentare da quella domanda, e provò a scuotersi di dosso quella sensazione di ansia, mentre camminava. Ma quasi non ci riusciva.

Sembrava che si sentisse sempre meno a suo agio nella sua stessa pelle in quei giorni.

Quando Riley, Bill e Lucy raggiunsero l’ampio ufficio di Meredith, il capo era seduto dietro la sua scrivania.

Un’altra persona era presente, una giovane afro-americana, con lunghi capelli lisci e grandi ed intensi occhi. Quest’ultima si alzò in piedi, vedendo Riley ed i compagni entrare.

Meredith disse: “Agenti Paige, Jeffreys e Vargas, vorrei presentarvi l’Agente Speciale Jennifer Roston.”

Riley osservò la donna con cui aveva parlato al telefono, dopo aver risolto il caso del Killer della Scatola di Fiammiferi. Jennifer Roston non era alta, ma sembrava atletica e completamente abile. L’espressione sul suo volto era quello di una donna sicura delle proprie abilità.

La Roston strinse la mano ad ognuno di loro.

“Ho sentito grandi cose su di te” Lucy le disse.

“Hai stabilito dei record all’Accademia” Bill intervenne.

Anche Riley aveva sentito dire delle grandi cose sull’Agente Roston. Godeva già di una grandiosa reputazione, ed aveva ricevuto delle eccellenti raccomandazioni.

“Sono così onorata di incontrare tutti voi” la Roston disse con un sorriso sincero. Poi, guardando Riley dritto negli occhi, aggiunse: “Specialmente lei, Agente Paige. E’ fantastico incontrarla di persona.”

Riley ne fu lusingata. Provò anche una lieve, opprimente preoccupazione.

Quando tutti raggiunsero le sedie e si sedettero, Riley si chiese che cosa ci facesse lì oggi la Roston. Meredith le avrebbe assegnato un caso, da seguire insieme a lei e ai due colleghi?

Quel pensiero fece sentire Riley un po’ a disagio. Lei, Bill e Lucy avevano creato un grandioso rapporto, al di là del lavoro. Un nuovo ingresso nella loro piccola squadra avrebbe ostacolato il loro rapporto, almeno temporaneamente?

Meredith rispose alla sua domanda: “Volevo che voi tre incontraste l’Agente Roston, perché le ho assegnato il caso di Shane Hatcher. Il bastardo è a piede libero ormai da troppo tempo. Il quartier generale ha deciso di fare di lui una priorità. E’ ora di acciuffarlo, e abbiamo bisogno di una mente giovane che si occupi di questo caso specifico.”

Riley sentì crescere un po’ di agitazione dentro di sé.

Sapeva che la Roston stava lavorando al caso di Hatcher. Infatti, era ciò di cui avevano discusso al telefono. La ragazza aveva chiesto di poter accedere ai file di Shane Hatcher al computer, e Riley le aveva dato quell’accesso.

Ma che cosa stava succedendo ora?

Senz’altro, Meredith non li aveva convocati tutti per lavorare al caso di Hatcher. Non era certa di quanto Meredith sapesse realmente dei suoi rapporti con Hatcher. Sarebbe stata arrestata, se il suo capo fosse stato totalmente consapevole, che era stata lei a lasciar andare il criminale evaso, perché l’aveva aiutata.

Sapeva bene che Hatcher era probabilmente sulle montagne, nascosto nello chalet che l’agente aveva ereditato dal padre; era lì con la piena consapevolezza e l’approvazione di Riley.

Come poteva anche solo fingere che stava provando a consegnarlo alla giustizia?

Bill chiese alla Roston: “Com’è andata finora?”

La giovane agente sorrise.

“Oh, ho appena cominciato, sto solo facendo delle ricerche.”

Poi, guardando di nuovo Riley, aggiunse: “Ti sono grata di avermi dato l’accesso a tutti quei file.”

“Mi fa piacere essere di aiuto” Riley rispose.

La Roston strizzò gli occhi a Riley, la sua espressione divenne vagamente curiosa.

“Oh, è stato un grosso aiuto” replicò. “Hai messo insieme molte informazioni. Anche se mi aspettavo di trovare più dati sull’aspetto finanziario di Hatcher.”

Riley soffocò un brivido, mentre ricordava di aver fatto qualcosa di affrettato dopo quella telefonata.

Prima di dare alla Roston l’accesso ai file di Hatcher, ne aveva cancellato uno intitolato “PENSIERI”, un file che non soltanto conteneva i pensieri personali ed osservazioni relative ad Hatcher, ma anche le informazioni finanziarie che avrebbero condotto facilmente alla sua cattura. O, almeno, avrebbero reso possibile tagliare tutte le sue risorse.

Che cosa folle, pensò Riley.

Ma ormai era fatta, e non poteva essere cambiata, anche se lei avesse voluto farlo.

Riley ora si sentiva a disagio sotto lo sguardo inquisitorio della Roston.

“Lui è un personaggio sfuggente” Riley osservò.

“Sì, così pare” la giovane replicò.

Gli occhi della Roston erano incollati a quelli di Riley.

Lo sconforto di Riley aumentò.

Lei sa già qualcosa? Riley si chiese.

Poi, Meredith disse: “Questo è tutto per ora, Agente Roston. Ho un’altra questione da discutere con Paige, Jeffreys e Vargas.”

La Roston si alzò e prese educatamente congedo.

Non appena se ne fu andata, Meredith disse: “Sembra che ci sia un altro serial killer nel Sud della California. Qualcuno ha ucciso tre sergenti istruttori del Forth Nash Mowat. A sparare loro è stato un tiratore esperto. La vittima più recente è stata uccisa oggi, alle prime ore del mattino.”

Riley era incuriosita, ma anche un po’ sorpresa.

“Ma non dovrebbe occuparsene il Comando Investigativo Criminale dell’Esercito?” chiese, utilizzando l’altro nome della Divisione di Indagini Criminali dell’Esercito. Sapeva che il CID indagava generalmente sui crimini commossi all’interno dell’Esercito degli USA.

Meredith annuì.

“Il CID ci già sta lavorando” disse. “C’è un loro ufficio a Fort Mowat, perciò sono già al lavoro. Ma, come sapete, il Provost Marshall, che comanda il CID, è il Generale Boyle. Mi ha chiamato prima, per chiedere l’intervento dell’FBI. Sembra che questo sia un caso davvero odioso, con ogni sorta di negative ripercussioni nelle pubbliche relazioni. Ci sarà molta stampa negativa e una grande pressione politica. Prima si risolve, meglio sarà per tutti.”

Riley si chiese se questa fosse una buona idea. Non aveva mai sentito di una collaborazione tra FBI e CID, per la soluzione di un caso. Temeva che avrebbero finito per pestarsi i piedi, facendo più male che bene.

Ma non fece alcuna obiezione. Non spettava a lei.

“Allora, quando cominciamo?” Bill chiese.

“Al più presto possibile” fu la risposta di Meredith. “Avete le vostre valigie qui?”

“No” Riley rispose. “A dire il vero non mi aspettavo di mettermi al lavoro così in fretta.”

“Allora, preparate le vostre cose più rapidamente che potete.”

Riley fu assalita da un improvviso senso di agitazione.

Stasera c’è la recita di Jilly! pensò lei.

Se Riley partiva ora, se la sarebbe persa.

“Capo Meredith” esordì.

“Sì, Agente Paige?”

Riley si bloccò. Dopotutto, l’FBI le aveva appena conferito un premio e un aumento. Come poteva respingere tutto questo ora?

Gli ordini sono ordini, si disse fermamente.

Non c’era nulla che potesse fare.

“Niente” lei disse.

“OK, allora” Meredith disse, alzandosi in piedi. “Voi tre sbrigatevi. E risolvete il caso in fretta. Altri casi stanno aspettando.”






CAPITOLO QUATTRO


Il Colonnello Dutch Adams guardava fuori dalla finestra del suo ufficio. C’era una bella vista di Fort Nash Mowat da lì. Riusciva persino a vedere il campo dove il Sergente Worthing era stato ucciso soltanto quella mattina.

“Dannazione” borbottò sottovoce.

Meno di due settimane prima, il Sergente Rolsky era stato ucciso esattamente nello stesso modo.

Poi, una settimana prima, era stato il turno del Sergente Fraser.

E ora, Worthing.

Tre bravi sergenti istruttori.

Che stupida perdita, pensò.

E, finora, gli agenti del Comando Investigativo Criminale non erano riusciti a risolvere il caso.

Adams restò lì a interrogarsi …

Come diavolo sono finito a lavorare in questo posto?

Dopotutto, aveva avuto una buona carriera. Indossava orgogliosamente le sue medaglie, la Legione del Merito, tre Stelle di Bronzo, Medaglie al Merito, un Encomio al Merito e molti altri riconoscimenti.

Ripensò alla sua vita, e continuò a guardare fuori dalla finestra.

Quali erano i suoi migliori ricordi?

Senz’altro, il servizio che aveva prestato durante la guerra in Iraq, in entrambe le Operazioni: Desert Storm ed Enduring Freedom.

Quali erano i suoi peggiori ricordi?

Probabilmente, la routine accademica per salire di grado a sufficienza da ottenere una commissione.

O forse, stare di fronte alle classi, insegnando.

Ma persino quelli non erano poi così male, quanto gestire quel posto.

Star seduto ad una scrivania, e compilare rapporti e presiedere ai meeting, quello era l’aspetto peggiore di tutti, per quanto lo riguardava.

Ma almeno, aveva avuto anche dei bei momenti.

La sua carriera gli era costata cara a livello personale: tre divorzi e sette figli adulti, che a malapena gli parlavano ormai. Non era nemmeno certo di quanti nipoti avesse.

Era così che doveva essere.

L’Esercito era sempre stata la sua vera famiglia.

Ma ora, dopo tutti questi anni, si sentiva estraneo persino nell’Esercito.

Perciò, come sarebbe stato separarsi dal servizio militare: un felice pensionamento o solo un altro orrendo divorzio?

L’uomo fece un amaro sospiro.

Se avesse realizzato la sua ultima ambizione, si sarebbe ritirato come generale di brigata. Nonostante ciò, sarebbe rimasto completamente solo, con il pensionamento. Ma forse, era giusto così.

Forse, poteva semplicemente sparire serenamente, “estinguersi” proprio come i proverbiali “vecchi soldati” di Douglas MacArthur.

O come un animale selvaggio, pensò.

Era stato un cacciatore per tutta la vita, ma non riusciva a ricordare di essersi trovato dinnanzi alla carcassa di un orso o un cervo, o di qualsiasi altro animale selvatico che fosse morto di cause naturali. Altri cacciatori gli avevano detto la stessa cosa.

Che mistero era sempre stato! Dove andavano quelle creature selvagge a morire e marcire?

Avrebbe voluto saperlo, così da poterci andare quando sarebbe giunta la sua ora.

Nel frattempo, fu preso da una gran voglia di fumare una sigaretta. Era tremendo, non poterlo fare nel proprio ufficio.

Poi, il telefono sulla sua scrivania vibrò. Era la sua segretaria nell’ufficio esterno.

La donna disse: “Colonnello, ho il Provost Marshall generale in linea. Vuole parlare con lei.”

Il Colonnello Adams provò un senso di sorpresa.

Sapeva che il Provost Marshall generale era il Generale di brigata Malcolm Boyle. Adams non aveva mai parlato con lui finora, per quanto rammentasse.

“Di cosa si tratta?” Adams chiese.

“Degli omicidi, immagino” la segretaria rispose.

Adams brontolò sottovoce.

Naturalmente, pensò.

Il Provost Marshall generale di Washington era il responsabile di tutte le indagini criminali dell’Esercito. Senza dubbio, aveva saputo che lì le indagini erano bloccate.

“OK, rispondo subito” Adams esclamò.

Prese la telefonata.

Fin dal primo istante, non apprezzò il suono della voce dall’altra parte del telefono. Era troppo morbida per i suoi gusti, non aveva il tono appropriato per un ufficiale d’alto rango. Ciò nonostante, occupava una posizione di gran lunga superiore a quello del colonnello. Pertanto, doveva almeno fingere rispetto.

Boyle disse: “Colonnello Adams, volevo soltanto avvisarla. Tre agenti dell’FBI di Quantico saranno presto lì, per occuparsi delle indagini sugli omicidi.”

Adams si sentì improvvisamente irritato. Per quanto ne sapesse, c’erano già troppi agenti ad occuparsene. Ma riuscì a tenere un tono calmo di voce.

“Signore, non sono certo di comprendere il motivo. Abbiamo il nostro ufficio del Comando di Indagini Criminali qui a Fort Mowat. Si stanno occupando del caso.”

Ora la voce di Boyle sembrò un po’ più dura.

“Adams, ci sono stati ben tre omicidi in meno di tre settimane. A me sembra che a voi serva un piccolo aiuto.”

La frustrazione del colonnello aumentava sempre di più. Ma sapeva di non doverlo mostrare.

Disse: “Con tutto il rispetto, signore, non so perché sta dando a me la notizia. Il Colonnello Dana Larson è il comandante del CID qui di Fort Mowat. Perché non si rivolge a lei prima?”

La risposta di Boyle colse Adams completamente di sorpresa.

“E’ stato il Colonnello Larson a contattarmi. Mi ha domandato di richiedere l’aiuto del BAU. Perciò, me ne sono occupato io stesso.”

Adams era inorridito.

Quella stronza, pensò.

Il Colonnello Dana Larson sembrava sfruttare ogni singola opportunità per mettergli i bastoni tra le ruote.

E cosa ci faceva una donna al comando di un ufficio del CID?

Adams fece del proprio meglio per nascondere tutto il suo disgusto.

“Capisco, signore” disse.

Poi, mise fine alla telefonata.

Il Colonnello Adams stava ribollendo dalla rabbia ora. Colpì la sua scrivania con un pugno. Non aveva diritto di dire la propria in quel posto?

Eppure, gli ordini erano ordini, e doveva rispettarli.

Ma non doveva necessariamente apprezzarli, e non doveva rendere facile la vita alle persone.

Borbottò ad alta voce.

Non gli importava delle persone uccise.

Le cose stavano per diventare molto brutte.






CAPITOLO CINQUE


Mentre riaccompagnava Jilly, April e Gabriela a casa, Riley non riuscì a dire loro che stava per andarsene immediatamente. Sarebbe mancata al primo grande evento di Jilly, la recita in cui aveva il ruolo della protagonista. Le ragazze sarebbero state in grado di comprendere che doveva rispettare degli ordini?

Persino quando furono arrivate a casa, Riley non riuscì a parlargliene.

Si vergognava troppo.

In quella stessa giornata le era stata conferita una medaglia per la perseveranza, e in passato, invece, aveva ricevuto dei riconoscimenti per valore e coraggio. E naturalmente, le sue figlie erano state presenti tra il pubblico, osservandola ricevere la medaglia.

Ma, di certo, non si sentiva molto un’eroina.

Le ragazze uscirono fuori a giocare in cortile, e Riley salì in camera sua e cominciò a preparare le valigie. Era una routine familiare. Il trucco era riempire una valigia piccola con l’indispensabile, in modo che potesse durare un paio di giorni o anche un mese.

Mentre appoggiava le cose sul letto, sentì la voce di Gabriela.

“Señora Riley, che cosa sta facendo?”

Riley si voltò e vide Gabriela ferma sulla porta. La governante aveva in mano una serie di lenzuola pulite di lino, che stava per riporre nell’armadio del corridoio.

Riley balbettò: “Gabriela, devo … devo andare.”

Gabriela spalancò la bocca.

“Andare? Dove?”

“Sono stata assegnata ad un nuovo caso. In California.”

“Non può partire domani?” Gabriela chiese.

Riley deglutì forte.

“Gabriela, l’aereo dell’FBI mi sta aspettando proprio adesso. Devo andare.”

Gabriela scosse la testa.

La donna disse: “Va bene combattere il male, Señora Riley. Ma qualche volta penso che perda di vista le cose positive.”

Gabriela sparì nel corridoio.

Riley sospirò. Da quando pagava Gabriela per farle da coscienza?

Ma non poteva lamentarsene. Era un compito che Gabriela stava svolgendo fin troppo bene.

Riley rimase a fissare la sua valigia ancora incompleta.

Lei scosse la testa e sussurrò a se stessa …

“Non posso fare questo a Jilly. Proprio non posso.”

Per tutta la vita, aveva sacrificato le sue figlie per il lavoro. Ogni volta. Nemmeno in un’occasione aveva dato loro la priorità.

Ed era questo - comprese - ad essere sbagliato nella sua vita. Quella era una parte della sua oscurità.

Era abbastanza coraggiosa da affrontare un serial killer. Ma lo era abbastanza da mettere il lavoro al secondo posto, rendendo la vita delle sue figlie una vera priorità?

In quel momento, Bill e Lucy si stavano preparando a volare fino in California.

Si aspettavano di incontrarla sulla pista dell’aeroporto di Quantico.



Riley sospirò tristemente.

C’era solo un modo per risolvere il problema, sempre che potesse essere davvero risolto.

Doveva provarci.

Tirò fuori il cellulare e digitò il numero privato di Meredith.

Al suono della sua voce roca, la donna disse: “Signore, sono l’Agente Paige.”

“Che cosa succede?” Meredith chiese.

Nel suo tono di voce, si celava un velo di preoccupazione. Riley ne intuì il motivo. Non aveva mai utilizzato quel numero, tranne che in circostanze estreme.

Raccolse tutto il suo coraggio e andò dritta al punto.

“Signore, vorrei posticipare il mio viaggio in California. Solo per stasera. Gli Agenti Jeffreys e Vargas possono andare prima di me.”

Dopo una pausa, Meredith chiese: “Qual’è la sua emergenza?”

Riley deglutì. Meredith non le avrebbe semplificato le cose.

Ma era determinata a non mentire.

Con voce tremante, balbettò: “La mia figlia minore, Jilly, stasera fa una recita. Interpreta il ruolo della protagonista.”

Il silenzio che ne seguì fu assordante.

Mi ha appena sbattuto il telefono in faccia? Riley si chiese.

Poi, con un ringhio, Meredith disse: “Vorrebbe ripetere, per favore? Non sono sicuro di aver capito bene.”

Riley soffocò un sospiro. Era sicura che lui avesse sentito perfettamente.

“Signore, questa recita è importante per lei” la donna riprese, mentre il suo nervosismo aumentava sempre di più. “Jilly è, ecco, sa che sto provando ad adottarla. Ha avuto una vita difficile e sta venendo fuori da un periodo piuttosto complicato, ed è molto fragile e…”

La voce di Riley si bloccò.

“E cosa?” Meredith chiese.

Riley deglutì forte.

“Non posso deluderla, signore. Non stavolta. Non oggi.”

Ci fu un altro imbarazzante silenzio.

Riley stava cominciando a sentirsi più determinata.

“Signore, non farà alcuna differenza nel caso” riprese. “Gli Agenti Jeffreys e Vargas andranno prima di me, e sa quanto siano ingamba. Potranno aggiornarmi in fretta, quando li raggiungerò.”

“E questo quando dovrebbe avvenire?” Meredith chiese.

“Domattina, presto. Andrò all’aeroporto non appena la recita sarà finita. Prenderò il primo volo disponibile.”

Dopo un’altra pausa, Riley aggiunse: “Andrò a mie spese.”

Sentì Meredith borbottare un po’.

“Lo farà certamente, Agente Paige” replicò.

Riley sussultò e tornò a respirare normalmente.

Mi sta dando il permesso!

Improvvisamente, si accorse di avere a malapena respirato durante quella conversazione.

Dovette fare appello a tutto il suo autocontrollo per non esplodere in incontrollate esclamazioni di gratitudine.

Sapeva che il capo non le avrebbe affatto gradite. E l’ultima cosa che voleva era che l’uomo cambiasse idea.

Perciò, si limitò a dire: “Grazie.”

Poi, sentì un altro borbottio.

E Meredith aggiunse: “Dica a sua figlia di rompersi una gamba.”

Mise così fine alla telefonata.

Riley fece un sospiro di sollievo, poi sollevò lo sguardo e vide che Gabriela era di nuovo sulla porta, sorridente.

Aveva ovviamente ascoltato l’intera telefonata.

“Penso che lei stia crescendo, Señora Riley” la governante disse.



*



Seduta nel pubblico con April e Gabriela, Riley si stava davvero godendo la recita scolastica. Aveva dimenticato quanto potessero essere affascinanti quegli eventi.

Gli studenti della scuola media indossavano tutti dei costumi improvvisati. Avevano dipinto un semplice scenario, per farlo assomigliare a quello della storia di Demetra e Persefone: campi pieni di fiori, un vulcano in Sicilia, le malsane caverne degli Inferi, e altri luoghi mitici.

E la recitazione di Jilly era semplicemente meravigliosa!

Interpretava Persefone, la giovane figlia della dea della fertilità. Riley si ritrovò a ricordare quella storia familiare mentre spettacolo andava avanti.

Un giorno, Persefone era fuori a raccogliere fiori, quando Ade, il dio degli Inferi, giunse con la sua carrozza e la rapì. La condusse negli Inferi, affinché divenisse la sua regina. Quando Demetra realizzò ciò che era accaduto a sua figlia, fu affranta dal dolore.

Riley provò dei brividi, rendendosi conto di quanto la recitazione della ragazza che interpretava Demetra, fosse convincente, esprimendo il dolore.

A quel punto, la vicenda cominciò a colpire Riley in un modo che non si sarebbe aspettata.

La storia di Persefone sembrava tremendamente simile a quella di Jilly. Dopotutto, era la storia di una ragazza che aveva perso parte della sua infanzia, a causa di forze decisamente più grandi di lei.

Riley provò una tristezza infinita.

Conosceva molto bene il resto della storia. Persefone avrebbe riacquistato la propria libertà, ma soltanto per metà di ogni anno. Ogni volta che la ragazza se ne andava, Demetra lasciava che la terra restasse fredda e sterile. Ogni volta che tornava, riportava vita sulla terra, e la primavera tornava.

E fu così che le stagioni arrivarono nel mondo.

Riley strinse forte la mano di April e sussurrò: “Ora arriva la parte triste.”

Riley fu sorpresa di sentire April ridacchiare.

“Non così triste” April le rispose, sussurrando anche lei. “Jilly mi ha detto che hanno un po’ cambiato la storia. Sta a guardare.”

Riley restò seduta e prestò molta attenzione.

Nelle vesti di Persefone, Jilly colpì Ade sulla testa con un vaso greco, in realtà un cuscino. Poi, lasciò di corsa gli Inferi e tornò dalla sua felicissima madre.

Il ragazzo che interpretava Ade fu colto da un enorme scatto d’ira e portò l’inverno nel mondo. Poi, lui e Demetra lottarono, cambiando le stagioni, facendo tornare la primavera al posto dell’inverno, e poi viceversa, e così ancora e ancora per l’eternità.

Riley si stava divertendo.

Quando la recita giunse al termine, Riley si recò dietro le quinte per congratularsi con Jilly. Nel tragitto, s’imbatté nell’insegnante che aveva diretto la recita.

“Amo quello che ha fatto con la storia!” Riley si rivolse all’insegnante. “E’ così rigenerante vedere Persefone trasformarsi da vittima indifesa ad eroina indipendente.”

L’insegnante sorrise.

“Non ringrazi me” la donna replicò. “E’ stata un’idea di Jilly.”

Riley si precipitò a dare un grande abbraccio alla figlia.

“Sono così fiera di te!” Riley esclamò.

“Grazie, mamma” Jilly rispose, sorridendo felice.

Mamma.

Quella parola riecheggiò nella mente di Riley. Significava per lei molto più di quanto riuscisse a dire.



*



Più tardi, quella sera, quando erano tutte a casa, Riley dovette finalmente dire alle ragazze che era in partenza. Infilò la testa nella porta di Jilly.

La ragazza dormiva, esausta dopo il suo grande successo. Riley amava lo sguardo di gioia sul suo volto.

Poi, Riley andò in camera di April a controllare. L’adolescente era seduta sul letto, intenta a leggere un libro.

April sollevò lo sguardo, puntandolo sulla madre.

“Ehi, mamma” disse. “Che cosa c’è?”

Riley entrò tranquillamente nella stanza.

Disse: “So che sembrerà strano, ma … devo partire ora. Sono stata assegnata ad un caso in California.”

April sorrise.

Poi riprese: “Io e Jilly ci siamo chieste il motivo del tuo meeting a Quantico. E, poi, abbiamo visto la valigia sul tuo letto. Pensavamo che partissi prima della recita. In genere, non prepari le tue cose a meno se non stai già per uscire …”

Poi, guardò Riley, sorridendo.

“Ma alla fine sei rimasta” aggiunse. “So che hai spostato il viaggio, per poter restare almeno alla recita. Sai quanto è significato per noi?”

Riley si commosse. Si avvicinò alla figlia e la abbracciò.

“Quindi, va BENE se parto, allora?” Riley chiese.

“Certo. Jilly mi ha detto che sperava che tu catturassi qualche cattivo. E’ davvero orgogliosa del tuo lavoro, mamma. E anch’io lo sono.”

Riley si commosse in un modo che non riusciva ad esprimere a parole. Entrambe le sue figlie stavano crescendo così in fretta. E stavano diventando davvero delle incredibili e straordinarie giovani donne.

Baciò April sulla fronte.

“Ti voglio bene, tesoro” le disse.

“Anch’io ti voglio bene” April rispose.

Riley fece cenno ad April con un dito.

“Ora che cosa farai?” lei chiese. “Spegni la luce e va a dormire. Domani c’è scuola.”

April ridacchiò e spense la luce. Riley tornò in camera sua a prendere la sua valigia.

Era passata la mezzanotte, e doveva guidare fino a Washington DC in tempo per prendere il primo volo di linea.

Sarebbe stata una lunga notte.






CAPITOLO SEI


Il lupo era sdraiato, pancia sotto, sul ruvido suolo desertico.

Era così che l’uomo si vedeva, una bestia che braccava la sua prossima vittima.

Godeva di una vista eccellente di Fort Nash Mowat dalla sua posizione, in alto, e l’aria notturna era gradevole e fresca. Osservava la preda di quella notte con il mirino a visione notturna del suo fucile.

Ripensò alle sue odiate vittime.

Tre settimane prima era stato Rolsky.

Poi era toccato a Fraser.

E infine a Worthing.

Li aveva colpiti con grande finezza, puntando alla testa in modo così preciso, che senz’altro non si erano nemmeno accorti di essere stati trafitti da una pallottola.

Stasera, sarebbe stato il turno di Barton.

Il lupo osservava Barton, mentre camminava lungo un sentiero non illuminato. Sebbene l’immagine attraverso il mirino notturno fosse sgranata e uniforme, il bersaglio era sufficientemente visibile per il suo scopo.

Ma non avrebbe sparato alla preda, quella sera, almeno non ancora.

Non era abbastanza distante. Qualcuno nelle vicinanze avrebbe potuto scoprirlo, sebbene avesse fatto in modo di nascondere il flash del suo fucile M110 da cecchino. Non avrebbe commesso l’errore da principiante di sottovalutare i soldati in quella base.

Seguendo Barton attraverso il mirino, il lupo si godette la sensazione di avere l’M110 tra le sue mani. In quei giorni, l’Esercito stava passando all’Hecker & Koch G28, come fucile standard. Anche se il lupo sapeva che il G28 era più leggero e più solido, continuava ancora a preferire l’M110. Era più accurato, sebbene fosse più lungo e più difficile da nascondere.

Disponeva di venti cartucce, ma intendeva utilizzarne solo una, quando sarebbe stato il momento di sparare.

Avrebbe fatto fuori Barton con un colpo solo, o nessuno.

Sentiva l’energia del branco, come se lo stessero osservando, dandogli il loro sostegno.

Seguì Barton giungere finalmente alla sua destinazione, uno dei campi da tennis esterni della base. Diversi altri giocatori lo accolsero, mentre entrava in campo e prendeva la sua attrezzatura da tennis.

Ora che Barton era in un’area illuminata, il lupo non aveva più bisogno di utilizzare il mirino notturno. Lo sostituì con un visore ottico diurno. Poi, prese la mira, puntando direttamente alla testa di Barton. L’immagine non risultava più sgranata, ma cristallina e i colori risultavano vividi.

Barton distava circa trenta metri ora.

A quella distanza, il lupo poteva contare sulla precisione del fucile, fino a un centimetro.

Spettava a lui restare in quel centimetro.

E sapeva che ci sarebbe riuscito.

Solo una lieve pressione del grilletto, pensò.

Adesso era tutto ciò che gli serviva.

Il lupo si crogiolò in quel misterioso momento di sospensione.

C’era qualcosa di quasi religioso in quei secondi, prima di premere il grilletto, quando aspettava di decidere di sparare, aspettava di decidere di premere con il dito. In quell’istante, vita e morte sembravano stranamente fuori dalla portata delle sue mani. L’irrevocabile movimento si sarebbe innescato nella pienezza di un istante.

Sarebbe stata la sua decisione, e al contempo, non la sua decisione.

Allora di chi era tale decisione?

Immaginava che ci fosse un animale, un vero lupo, celato dentro di sé, una creatura crudele che prendeva il pieno comando in quel momento, e movimento, fatali.

Quell’animale era sia suo amico, sia suo nemico. E lo amava di un amore strano, che poteva provare soltanto nei confronti di un nemico mortale. Quell’animale dentro di sé era ciò che faceva emergere il meglio di lui, rendendolo davvero accettabile.

Il lupo giaceva in attesa di quell’animale per colpire.

Ma l’animale non lo fece.

Il lupo non premette il grilletto.

Si chiese perché.

C’è qualcosa che non va, l’uomo pensò.

Comprese rapidamente di che cosa si trattasse.

Vedere il bersaglio nel campo da tennis illuminato attraverso il mirino regolare era semplicemente troppo facile.

Avrebbe richiesto davvero il minimo sforzo.

Non c’era alcun ostacolo.

Non sarebbe stato degno di un vero lupo.

Inoltre, era passato troppo poco tempo dall’ultimo omicidio. Gli altri erano stati distanziati, per suscitare ansia e incertezza tra gli uomini che lui detestava. Sparare a Barton ora avrebbe minato il ritmico impatto psicologico della sua opera.

Sorrise un po’, rendendosene conto. Si alzò in piedi con il suo fucile, e cominciò a tornare indietro, nella direzione da cui era venuto.

Gli parve giusto lasciare la sua preda indisturbata per ora.

Nessuno sapeva quando avrebbe colpito di nuovo.

Nemmeno lui stesso.






CAPITOLO SETTE


Era ancora buio, quando il volo di linea di Riley decollò. Ma, anche calcolando il fuso orario, sapeva che sarebbe stato giorno a San Diego, al suo arrivo. Sarebbe stata in aria, per più di cinque ore e già si sentiva piuttosto stanca. Doveva essere completamente operativa l’indomani mattina, quando avrebbe raggiunto Bill e Lucy per le indagini. Ci sarebbe stato del lavoro serio di cui occuparsi, e aveva bisogno di prepararsi ad affrontarlo.

Farei meglio a dormire un po’, pensò Riley. La donna seduta accanto a lei sembrava già essersi assopita.

Riley reclinò il sedile e chiuse gli occhi. Ma, invece di addormentarsi, finì per ricordare la recita di Jilly.

Sorrise, ricordando come la Persefone che l’adolescente aveva interpretato avesse colpito Ade sulla testa, e fosse fuggita dagli Inferi, per vivere la vita a modo proprio.

Il ricordo della prima volta che aveva incontrato Jilly fece venire a Riley una fitta al cuore. Era successo una notte ad una fermata per camionisti a Phoenix. Jilly era scappata da una miserabile vita domestica, con un padre violento, e si era rifugiata in un camion parcheggiato. Intendeva davvero vendere il proprio corpo al camionista quando fosse tornato.

Riley rabbrividì.

Che cosa ne sarebbe stato di Jilly, se non si fosse imbattuta in lei quella notte?

Amici e colleghi avevano spesso detto a Riley che aveva fatto bene a portare Jilly nella sua vita.

E allora perché la cosa non la faceva sentire meglio? Invece, provava disperazione.

Dopotutto, c’erano numerose Jilly al mondo, e poche di esse venivano salvate da vite terribili.

Riley non poteva aiutarle tutte, tantomeno poteva liberare il mondo da tutti i malvagi assassini.

E’ tutto così inutile, pensò. Tutto quello che faccio.

Poi, aprì gli occhi e guardò fuori dal finestrino. Il jet si era lasciato alle spalle le luci di Washington DC, e fuori non c’era altro che un’impenetrabile oscurità.

Mentre scrutava nella notte buia, pensò al suo incontro quel giorno con Bill, Lucy e Meredith, e a quanto poco sapesse del caso di cui stava andando ad occuparsi. Meredith aveva detto che le tre vittime erano state colpite da una lunga distanza da un tiratore esperto.

Che cosa le diceva del killer?

Uccidere era uno sport per lui?

O quella che stava svolgendo era una sorta di sinistra missione?

Una cosa sembrava certa: il killer sapeva che cosa stava facendo, ed era bravo a farlo.

Il caso sarebbe stato decisamente una sfida.

Nel frattempo, le palpebre di Riley cominciarono a farsi pesanti.

Forse posso dormire un po’ pensò. Ancora una volta, appoggiò la testa allo schienale e chiuse gli occhi.



*



Riley stava guardando quelle che sembravano migliaia di Riley, tutte che stavano in piedi disposte tra di loro a varie angolazioni, diventando più piccole e infine svanendo a distanza.

Lei si voltò un po’, e così fecero tutte le altre Riley.

Sollevò un braccio, e così fecero anche le altre.

Poi si allungò, e la sua mano entrò in contatto con una superficie di vetro.

Sono in una sala degli specchi, Riley realizzò.

Ma com’era giunta lì? E come ne sarebbe uscita?

Sentì una voce gridare …

“Riley!”

Era una voce femminile, e in qualche modo, le sembrava familiare.

“Sono qui!” Riley rispose. “Dove sei?”

“Anch’io sono qui.”

Improvvisamente, Riley la vide.

Era proprio davanti a lei, nel bel mezzo della moltitudine di riflessi.

Era una donna esile e bella, che indossava un abito davvero démodé, appartenente ad un’altra epoca.

Riley la riconobbe immediatamente.

“Mamma!” disse in un sussurro sbalordito.

Era sorpresa di sentire che la sua stessa voce fosse quella di una ragazzina.

“Che cosa ci fai qui?” Riley chiese.

“Sono solo venuta a dirti addio” la mamma disse con un sorriso.

Riley faticò a comprendere che cosa stesse accadendo.

Poi, ricordò …

La mamma era stata uccisa proprio davanti ai suoi occhi, in un negozio di dolci, quando Riley aveva soltanto sei anni.

Ma lei era lì, e sembrava esattamente com’era quando Riley l’aveva vista viva.

“Dove stai andando, mammina?” Riley domandò. “Perché devi andartene?”

La mamma sorrise, e toccò lo specchio che le separava.

“Adesso sono in pace, grazie a te. Posso passare oltre ora.”

A poco a poco, Riley cominciò a capire.

Non molto tempo prima, aveva rintracciato il killer di sua madre.

Adesso era un vecchio barbone patetico, che viveva sotto un ponte.

Riley lo aveva lasciato lì, comprendendo che la sua vita era stata una punizione sufficiente per il suo terribile crimine.

Riley si allungò e toccò il vetro che la separava dalla mano materna.

“Ma non puoi andartene, mammina” le disse. “Sono solo una bambina.”

“Oh, no, non lo sei” la donna disse, con il volto radioso e felice. “Guardati.”

Riley guardò il suo stesso riflesso nello specchio, accanto alla mamma.

Era vero.

Ormai Riley era una donna adulta.

Sembrò strano realizzare che ormai avesse superato da parecchio l’età che sua madre aveva raggiunto.

Ma Riley sembrava anche stanca e triste, rispetto alla sua giovane madre.

Non diventerà mai più vecchia, pensò Riley.

Questo non valeva certamente per Riley.

E sapeva che il suo mondo era ancora pieno di ostacoli e sfide da superare.

Sarebbe mai riuscita a trovare il giusto riposo? Sarebbe mai entrata in pace per il resto della sua vita?

Si ritrovò a invidiare l’eterna, pacifica gioia di sua madre.

Poi la madre si voltò e se ne andò, sparendo nell’infinito intreccio di riflessi di Riley.

Improvvisamente, ci fu un terribile schianto, e tutti gli specchi si infransero.

Riley si trovò immersa in un’oscurità quasi totale, con vetri rotti che le arrivavano fino alle caviglie.

Mosse con precauzione i piedi, ad uno ad uno, per provare a farsi largo in mezzo a quel disastro.

“Stai attenta a dove metti i piedi” disse un’altra voce familiare.

Riley si voltò e vide un robusto uomo anziano, con un viso rugoso, duro e invecchiato.

Riley sussultò.

“Papà!” esclamò.

L’uomo sorrise all’evidente sorpresa della figlia.

“Speravi che fossi morto, non è vero?” disse. “Mi spiace deluderti.”

Riley aprì la bocca per contraddirlo.

Ma, poi, si rese conto che l’uomo aveva ragione. Lei non aveva sofferto per il lutto, quando era morto lo scorso ottobre.

E certamente non lo rivoleva nella propria vita.

Dopotutto, le aveva a malapena rivolto una parola gentile in tutta la sua vita.

“Dove sei stato?” Riley chiese.

“Dove sono sempre stato” il padre ribatté.

La scena cominciò a cambiare, passando da un vasto disastro di vetri rotti all’esterno della baita di suo padre nei boschi.

Ora il genitore si trovava di fronte alla scalinata d’ingresso.

“Potrebbe servirti il mio aiuto per questo caso” le disse. “Sembra che il tuo killer sia un soldato. So molto di soldati. E so molto di omicidi.”

Era vero. Il padre era stato un capitano in Vietnam. Lei non sapeva quanti uomini il genitore avesse ucciso durante l’esercizio del proprio dovere.

Ma l’ultima cosa che desiderava era ricevere il suo aiuto.

“E’ ora che tu te ne vada” Riley disse.

Il sorrisetto paterno fu sostituito da un sogghigno.

“Oh, no,” l’uomo esclamò. “Sto cominciando ad abituarmi.”

Il suo volto e il suo corpo cambiarono forma. Nell’arco di istanti, divenne più giovane, più forte, con la pelle scura e persino più minaccioso di prima.

Adesso era Shane Hatcher.

La trasformazione terrorizzò Riley.

Suo padre era sempre stata una presenza crudele nella sua vita.

Ma stava cominciando a temere Hatcher anche di più.

Molto più di quanto suo padre avesse mai fatto, Hatcher aveva una sorta di potere manipolatorio su di lei.

Poteva farle fare cose che lei non avrebbe mai immaginato.

“Vattene” Riley disse.

“Oh, no” Hatcher replicò. “Abbiamo un patto.”

Riley rabbrividì.

Abbiamo un patto, benissimo, lei pensò.

Hatcher l’aveva aiutata a trovare il killer di sua madre. In cambio, lei gli aveva concesso di vivere nella vecchia baita di suo padre.

Inoltre, sapeva di doverglielo. L’aveva aiutata a risolvere i casi, ma lui aveva fatto molto di più.

Aveva persino salvato la vita di sua figlia e quella del suo ex marito.

Riley aprì la bocca per parlare, per protestare.

Ma non venne fuori alcuna parola.

Invece, fu lui a parlare.

“Siamo uniti nella mente, Riley Paige.”



Riley fu svegliata di soprassalto da un brusco sussulto.

L’aereo era appena atterrato al San Diego International Airport.

Il sole del mattino stava sorgendo di là dalla pista.

Il pilota parlò attraverso l’interfono, annunciando il loro arrivo e scusandosi per il brusco atterraggio.

Gli altri passeggeri stavano radunando le loro cose, e si stavano preparando a lasciare l’aereo.

Mentre Riley si alzava assonnata, tirando giù la valigia dallo scompartimento in alto, ripensò all’incubo appena fatto.

Riley non era affatto superstiziosa, ma, nonostante tutto, non poté fare a meno di chiedersi …

L’incubo e il brusco atterraggio erano in qualche modo presagi di eventi futuri?






CAPITOLO OTTO


Era una radiosa e splendida mattina, quando Riley si mise alla guida della sua auto a noleggio, lasciando l’aeroporto. Il tempo era davvero meraviglioso, con una piacevole temperatura che si aggirava tra i 15 e i 20 gradi. Si rese conto che, in quell’occasione, molte persone avrebbero pensato di godersi la spiaggia o una piscina da qualche parte.

Ma Riley percepiva un’occulta apprensione.

Si chiese nostalgicamente se sarebbe mai tornata in California solo per godersi il clima, o andare in qualsiasi altro posto semplicemente per rilassarsi.

Sembrava che il male l’aspettasse ovunque si recasse.

La storia della mia vita, pensò.

Sapeva che doveva a se stessa e alla sua famiglia lasciare quella strada, prendersi del tempo per sé e le ragazze da poter trascorrere da qualche parte, solo per la completa gioia di farlo.

Ma quando sarebbe successo?

Emise un triste e stanco sospiro.

Forse mai, pensò.

Non era riuscita a dormire molto durante il volo, e stava risentendo del jet lag, per via delle tre ore di fuso orario tra lì e la Virginia.

Ciò nonostante, era entusiasta di cominciare ad occuparsi di questo nuovo caso.

Appena si diresse a nord, imboccando la San Diego Freeway, passò davanti ad edifici moderni, affiancati da palme e da altre piante. Presto, si ritrovò fuori dalla città, ma il traffico sull’autostrada a più corsie non tendeva a diminuire. Il rapido flusso di veicoli vicini passava attraverso le colline, dove il primo sole del mattino sottolineava un paesaggio ripido e asciutto.

Malgrado il paesaggio, trovò il Sud della California meno rilassante di quanto si aspettasse. Come lei, tutti nell’oceano di auto sembravano andare di fretta, diretti ad un’importante meta.

Prese un’uscita chiamata “Fort Nash Mowat.” Dopo qualche minuto, accostò davanti ad un cancello, mostrò il distintivo e le fu concesso di entrare.

Aveva già inviato un messaggio a Bill e Lucy, avvisandoli che stava arrivando; li trovò ad attenderla accanto ad un’auto. Bill le presentò la donna in uniforme, che era con loro, come il Colonnello Dana Larson, la comandante dell’ufficio CID di Fort Mowat.

Riley fu subito stupita dalla Larson. Era una donna forte e robusta, con intensi occhi neri. La sua stretta di mano trasmise immediatamente a Riley un senso di confidenza e professionalità.

“Sono felice di conoscerla, Agente Paige” il Colonnello Larson esordì in un tono frizzante e vigoroso. “La sua reputazione la precede.”

Gli occhi di Riley si spalancarono.

“Ne sono sorpresa” rispose.

La Larson sogghignò leggermente.

“Non lo sia” le disse. “Anch’io faccio parte delle forze dell’ordine, e mi tengo aggiornata con le attività del BAU. Siamo onorati di averla qui a Fort Mowat.”

Riley si sentì arrossire un po’, mentre ringraziava il Colonnello Larson.

Larson chiamò un soldato, lì vicino, che si avvicinò rapidamente a lei e salutò.

La donna ordinò: “Caporale Salerno, voglio che riporti l’auto dell’Agente Paige all’autonoleggio dell’aeroporto. Non ne avrà bisogno qui.”

“Sì, signora” il caporale disse, “immediatamente.” Entrò nell’auto di Riley, e uscì fuori dalla base.

Riley, Bill e Lucy entrarono nell’altra auto.

Mentre il Colonnello Larson guidava, Riley chiese: “Che cosa mi sono persa finora?”

“Non molto” Bill rispose. “Il Colonnello Larson ci ha accolti qui ieri sera, e ci ha mostrato i nostri alloggi.”

“Non abbiamo ancora incontrato il Colonnello comandante della base” Lucy aggiunse.

Il Colonnello Larson intervenne: “Stiamo andando dal Colonnello Dutch Adams ora.”

Poi, con un sorrisetto, aggiunse: “Non aspettatevi un caloroso benvenuto. Specialmente voi, Agenti Paige e Vargas.”

Riley non era certa di che cosa intendesse la donna. Il Colonnello Adams non sarebbe stato felice del fatto che il BAU avesse mandato due donne? Riley non riusciva ad immaginare il motivo. Ovunque lei guardasse, vedeva uomini e donne in uniforme, mescolati liberamente. E con il Colonnello Larson alla base, senz’altro Adams era abituato ad interagire con una donna che occupava un ruolo autoritario.

Il Colonnello Larson parcheggiò di fronte ad un semplice e moderno edificio amministrativo, e poi accompagnò al suo interno gli agenti. Quando questi si avvicinarono, tre giovani uomini si misero sull’attenti e salutarono il Colonnello Larson. Riley vide che le loro giacche del CID erano simili a quelle che indossavano gli agenti dell’FBI.

Il Colonnello Larson presentò i tre uomini come il Sergente Matthews ed i membri della sua squadra, gli Agenti Speciali Goodwin e Shores. Poi, entrarono tutti nella sala conferenze, dove erano attesi dal Colonnello Dutch Adams in persona.

Matthews ed i suoi agenti salutarono Adams, ma il Colonnello Larson non lo fece. Riley si rese conto che era dovuto al fatto che Adams era del suo stesso rango. Presto scoprì che la tensione tra i due colonnelli era palpabile, quasi dolorosa.

Em come previsto, Adams apparve palesemente dispiaciuto della presenza di Riley e Lucy.

Ora Riley se ne rese perfettamente conto.

Il Colonnello Dutch Adams era un ufficiale di carriera della vecchia scuola, che non era affatto abituato ad avere uomini e donne a servire insieme. E, a giudicare dalla sua età, Riley era piuttosto sicura che non si sarebbe mai abituato. Probabilmente, sarebbe andato in pensione con i suoi pregiudizi intatti.

Era sicura che Adams doveva risentire particolarmente della presenza del Colonnello Larson nella sua base, un’ufficiale donna sulla quale non esercitava alcuna autorità.

Appena il gruppo si sedette, Riley provò un inquietante brivido di familiarità, mentre studiava il volto di Adams. Era robusto e lungo, scolpito severamente come quelli di molti altri ufficiali che aveva conosciuto in vita sua, incluso suo padre.

In effetti, Riley trovò la somiglianza del Colonnello Adams con suo padre assolutamente inquietante.

Si rivolse a Riley ed ai suoi colleghi con tono eccessivamente ufficiale.

“Benvenuti a Fort Nash Mowat. Questa base è operativa sin dal 1942. Si estende per settantacinque mila acri; è composta da millecinquecento edifici e trecentocinquanta miglia di strade. Ci sono circa sessantamila persona qui, in qualsiasi giorno. Sono orgoglioso di ritenerla la miglior base di addestramento militare nel paese.”

In quel momento, il Colonnello Adams sembrò tentare di soffocare un sogghigno, senza riuscirci molto bene, in realtà.

Aggiunse: “ E, per questa ragione, vi chiedo di non provocare alcuna seccatura mentre siete qui. Questo posto funziona come un meccanismo ben oliato. Gli estranei hanno una spiacevole tendenza a intralciare il lavoro. Se lo farete, vi prometto che la pagherete molto cara. Mi sono spiegato?”

Stava fissando Riley, ovviamente provando ad intimidirla.

Lei sentì Bill e Lucy dire: “Sì, signore.”

Ma non disse nulla.

Non è il mio Colonnello, pensò.

Si limitò a sostenere il suo sguardo e annuì.

Poi, l’uomo passò a fissare gli altri presenti nella stanza. Parlò di nuovo con fredda rabbia nella sua voce.

“Tre bravi uomini sono morti. La situazione a Fort Mowat è inaccettabile. Sistemate la situazione. Immediatamente. Preferibilmente al più presto.”

Poi, fece una pausa per un momento. Dopodiché disse: “Ci sarà il funerale per il Sergente Clifford Worthing alle undici in punto. Mi aspetto che partecipiate tutti.”

Senza aggiungere un’altra parola, si alzò dalla sua sedia. Gli agenti del CID si misero sull’attenti e salutarono, e il Colonnello Adams lasciò la stanza.

Riley era perplessa. Non erano tutti lì per discutere sul caso e sul da farsi?

Ovviamente, notando la sorpresa di Riley, il Colonnello Larson le sorrise.

“In genere, non parla molto” disse. “Forse lei gli piace.”

Tutti risero per la battuta sarcastica.

Riley sapeva che un po’ d’ironia era positiva al momento.

Le cose sarebbero diventate piuttosto difficili molto presto.






CAPITOLO NOVE


La risata cessò, e la Larson stava ancora guardando Riley, Bill e Lucy. La sua espressione era penetrante e potente, come se li stesse valutando in qualche modo. Riley si chiese se il comandante del CID stesse per fare un annuncio urgente.

Invece, la Larson chiese: “Qualcuno di voi ha fatto colazione?”

Tutti risposero di no.

“Beh, questa situazione è inaccettabile” la Larson disse con un sogghigno. “Sistemiamola prima che finiate male. Venite con me, e vi mostrerò un po’ di ospitalità di Fort Mowat.”

Poi, la donna si lasciò la squadra alle spalle e procedette, guidando i tre agenti dell’FBI nel club degli ufficiali. Riley si rese subito conto che il colonnello non stava scherzando relativamente all’ospitalità. La struttura era all’altezza di un ristorante esclusivo, e la Larson non avrebbe lasciato che pagassero i loro pasti.

Discussero sul caso, consumando una deliziosa colazione. Riley comprese che aveva avuto senz’altro bisogno di caffè. Anche il pasto era invitante.

Il Colonnello Larson diede loro il suo punto di vista sul caso. “I tratti più salienti di questi omicidi sono il metodo utilizzato e i ranghi delle vittime. Rolsky, Fraser e Worthing erano tutti sergenti istruttori. Sono stati colpiti da una lunga distanza, con un fucile ad alta precisione. E le vittime sono state tutte uccise di notte.”

Bill chiese: “Che cos’altro avevano in comune?”

“Non molto. Due erano bianchi e uno era nero, perciò non si tratta di una questione razziale. Erano in comando in unità separate, perciò non avevano reclute in comune.”

Riley aggiunse: “Avete probabilmente già controllato i file dei soldati rimproverati per problemi disciplinari o psicologici. Assenze ingiustificate? Congedo con disonore?”

“Certo” la donna rispose. “E’ una lista molto lunga, e l’abbiamo controllata tutta. Ma ve la manderò, così che anche voi possiate analizzarla.”

“Vorrei parlare con gli uomini di ogni unità.”

La Larson annuì. “Naturalmente. Potrà parlare con alcuni di loro dopo il funerale oggi, e le organizzerò degli altri incontri se desidera.”

Riley notò che Lucy stava prendendo appunti. Fece cenno alla giovane agente, affinché facesse anche lei delle domande.

Lucy chiese: “Di che calibro erano i proiettili?”

“Calibro NATO” il Colonnello rispose. “7,62 millimetri.”

Lucy guardò il Colonnello Larson con interesse. Disse: “Sembra allora che l’arma possa essere un fucile M110 da cecchino. O forse un Heckler e Koch G28.”

Il Colonnello Larson sorrise un po’, ovviamente colpita dalla conoscenza di Lucy.

“Per via del raggio, supponiamo che si tratti dell’M110” la donna rispose. “Sembra che tutti i proiettili provengano dalla stessa arma.”

Riley fu contenta nel vedere che Lucy fosse così ben impegnata. Le piaceva pensare a lei come sua protetta, e sapeva che Lucy, invece, la considerava come la sua mentore.

Sta imparando in fretta, Riley pensò con orgoglio.

Poi osservò Bill, intuendo dalla sua espressione che anche il partner era contento per il livello di competenza raggiunto da Lucy.

Riley aveva delle domande da fare, ma decise di non interrompere.

Lucy chiese alla Larson: “State pensando a qualcuno con un addestramento militare, immagino. Un soldato della base?”

“E’ possibile” la donna rispose. “O un ex soldato. Qualcuno con un ottimo addestramento, in ogni caso. Non semplicemente un tiratore nella media.”

Lucy giocherellò con la gomma da cancellare contro il tavolo.

Suggerì: “Qualcuno che ce l’ha con le figure autoritarie? Specialmente i sergenti istruttori?”

La Larson si grattò il mento, pensierosa.

“Lo sto prendendo in considerazione” rispose.

Lucy riprese: “Sono sicura che stia anche considerando il terrorismo islamico.”

La Larson annuì.

“In questi giorni, questa deve semplicemente essere la nostra ipotesi base.”

“Un lupo solitario?” Lucy chiese.

“Forse” la Larson rispose. “Ma potrebbe essere che stia agendo per conto di un gruppo, forse una piccola cellula da queste parti, o una sorta di gruppo internazionale, come l’ISIS o Al-Qaeda.”

Lucy rifletté per un momento.

“Quante reclute musulmane ci sono attualmente a Fort Mowat?” Lucy domandò.

“Al momento, trecentoquarantatré. E’ ovviamente una piccola percentuale delle nostre reclute. Ma dobbiamo fare attenzione a tracciare il profilo. In generale, le nostre reclute musulmane sono state verificate con molta attenzione. Non abbiamo mai avuto problemi di estremismo, se è di questo che si tratta.”

La Larson guardò Riley e Bill e sorrise.

“Ma voi due siete stati molto silenziosi. Come vorreste procedere?”

Riley diede uno sguardo a Bill. Come sempre, poté dire che stava pensando la stessa cosa a cui pensava lei.

“Andiamo a dare un’occhiata alle scene dei crimini” Bill disse.



*



Qualche minuto dopo, il Colonnello Larson guidava Riley e Lucy attraverso Fort Mowat.

“Quali punti volete vedere per primi?” la Larson chiese.

“Vediamoli nell’ordine in cui i crimini sono avvenuti” Riley rispose.

Mentre la Larson guidava, Riley notò soldati impegnati nell'addestramento, mentre facevano delle corse ad ostacoli e praticavano abilità da fuoco con varie armi. Si rese conto che era un lavoro rigoroso e impegnativo.

Riley chiese alla Larson: “A che livello di addestramento sono a questo punto?”

“Alla seconda fase, la Fase Bianca” la donna disse. “Abbiamo tre fasi: rossa, bianca e blu. Le prime due, rossa e bianca, durano ognuna tre settimane, e queste reclute sono alla loro quinta settimana. Nelle loro ultime quattro settimane, affronteranno la Fase Blu. E’ sempre più dura. E’ quando le reclute scoprono se posseggono le caratteristiche necessarie per essere soldati dell’Esercito.”

Riley sentì una nota di orgoglio nella voce della Larson, lo stesso orgoglio che sentiva nella voce di suo padre, quando parlava del suo servizio militare.

Lei ama ciò che fa, Riley pensò.

Non nutriva nemmeno dubbi che il Colonnello Larson fosse eccellente nel proprio lavoro.

La Larson parcheggiò vicino ad un marciapiede, che conduceva attraverso il campo. Uscirono dall’auto, e la Larson li guidò fino ad un punto sul sentiero. Si trovava in un’area aperta, priva di alberi che potessero bloccare la vista.

“Il Sergente Rolsky è stato ucciso proprio qui” la donna disse. “Nessuno ha visto o sentito niente. Non siamo riusciti a stabilire, dalla ferita o dalla posizione del suo corpo, da dove il colpo sia arrivato, tranne per il fatto che è stato esploso da una considerevole distanza.”

Riley si guardò attorno, studiando la scena.

“A che ora è stato ucciso Rolsky?” chiese.

“Circa alle ventidue” il colonnello rispose.

Riley convertì il dato ad un orario civile: le dieci di sera.

L’agente immaginò l’aspetto di quel posto a quell’ora di notte. C’erano un paio di lanterne entro circa nove metri dal punto. Nonostante ciò, la luce lì doveva essere stata molto fioca. Il tiratore doveva aver utilizzato un mirino notturno.

Lei si girò lentamente, provando ad immaginare da dove fosse provenuto il colpo.

C’erano edifici a sud ed a nord. Era improbabile che un cecchino avesse avuto la possibilità di sparare da uno di quei posti.

Ad ovest, oltre il campo scorse il Pacifico, ad una distanza offuscata.

Ad est, c’erano ripide colline.

Riley indicò le colline e disse: “Immagino che il cecchino si sia posizionato da qualche parte laggiù.”

“E’ una buona pista” la Larson disse, indicando un altro punto in terra. “Abbiamo trovato il proiettile proprio qui, il che indica che il colpo dev’essere venuto da qualche parte, in cima a quelle colline. A giudicare dalla ferita, il colpo è stato esploso tra settantasei, ottanta metri. Abbiamo setacciato la zona, ma non ha lasciato alcuna traccia.”

Riley rifletté per un istante.

Poi, chiese alla Larson: “La caccia è consentita a Fort Mowat?”

“Sì, c’è una stagione per farlo, ma occorrono i permessi” la donna rispose. “Al momento, è la stagione del tacchino selvatico. E’ consentito anche sparare ai corvi di giorno.”

Naturalmente, Riley sapeva che quelle morti non erano affatto degli incidenti di caccia. In quanto figlia di un uomo che era stato Marine e cacciatore al contempo, sapeva che nessuno avrebbe usato un fucile da cecchino per uccidere corvi e tacchini, ed animali simili. Un fucile a doppia canna sarebbe stato probabilmente l’arma da caccia scelta intorno a Fort Mowat in quel periodo dell’anno.

Riley chiese alla Larson di condurli al prossimo punto. Il colonnello li portò ad alcune colline basse, all’estremità di un tratto escursionistico. Quando tutti uscirono di nuovo dal veicolo, la Larson indicò il punto che conduceva in cima alla collina.

“Il Sergente Fraser è stato ucciso proprio qui” disse. “Stava facendo un’escursione dopo l’orario di lavoro. Sembra che il colpo sia stato esploso dalla stessa distanza di prima. Ancora una volta, nessuno ha sentito o visto nulla. Ma la nostra migliore ipotesi è che sia stato ucciso alle ventitré.”

Alle undici di sera, pensò Riley.

Indicando un altro punto, la Larson aggiunse: “Abbiamo trovato il proiettile laggiù.”

Riley poi, dette un’occhiata nella direzione opposta, proprio dove doveva essere stato posizionato il cecchino. Vide delle colline coperte di cespugli, e numerosi posti dove un cecchino poteva essersi nascosto. Era sicura che la Larson e la sua squadra avessero già setacciato la zona.

Infine, guidarono in fondo alla zona in cui si trovavano gli alloggi delle reclute. La Larson li condusse dietro una delle caserme. La prima cosa che Riley vide fu un’enorme chiazza nera sul muro accanto alla porta sul retro.

La Larson disse: “E’ qui che il Sergente Worthing è stato ucciso. Sembra che fosse uscito qui fuori a fumare una sigaretta, prima della formazione mattutina del suo plotone. Il colpo è stato così netto, che la sigaretta non gli è mai caduta dalla bocca.”

L’interesse di Riley si destò. Questa scena era diversa dalle altre, e molto più ricca d’informazioni. Esaminò dunque la macchia e l’imbrattamento che scendeva fino in basso.

Poi aggiunse: “Sembra che fosse appoggiato contro il muro, quando il proiettile l’ha colpito. Dovete essere stati in grado di avere un’idea di gran lunga migliore della traiettoria del proiettile, rispetto a quanto non siate riusciti a fare per gli altri.”

“Molto meglio” la Larson replicò. “La posizione precisa.”

La Larson indicò al di là delle caserme, dove le colline cominciavano ad innalzarsi.

“Il cecchino deve essersi posizionato da qualche parte, tra quelle due valli di querce” spiegò. “Ma ha riordinato molto attentamente, dopo. Non siamo riusciti a trovare una traccia di lui in nessuno dei punti possibili.”

Riley vide che la distanza tra i piccoli alberi era di circa sei metri. La Larson e la sua squadra erano stati bravi a restringere molto l’area.

“Com’era il tempo?” Riley chiese.

“Molto bello” la donna rispose. “C’è stata una luna a tre quarti quasi fino all’alba.”

Riley avvertì un formicolio lungo la schiena. Era una sensazione familiare, che la coglieva quando stava per connettersi davvero con la scena di un crimine.

“Vorrei andare a dare un’occhiata da sola” disse.

“Certamente” la Larson rispose. “La accompagno.”

Riley non sapeva come dirle che intendeva andarci da sola.

Per fortuna, Bill intervenne per lei.

“Lasci che l’Agente Paige ci vada da sola. E’ una cosa sua.”

La Larson annuì, senza problemi.

Riley si recò nel campo. Ad ogni passo, quel formicolio s’intensificava.

Infine, si trovò tra i due alberi. Si rese conto del perché la squadra della Larson non fosse riuscita a trovare il punto esatto. Il terreno era decisamente irregolare, caratterizzato da cespugli piccoli. Proprio in quell’area, c’era almeno mezza dozzina di luoghi eccellenti, per accovacciarsi o stendersi, e sparare in direzione delle caserme.

Riley cominciò a camminare avanti e indietro tra gli alberi. Sapeva che non stava cercando qualcosa che il cecchino poteva essersi lasciato alle spalle, nemmeno delle impronte. La Larson e la sua squadra non avrebbero potuto tralasciare qualcosa del genere.

Fece dei respiri lenti, e s’immaginò lì alle prime luci del mattino. Le stelle stavano appena cominciando a sparire, e la luna proiettava ancora ombre ovunque.

La sensazione aumentò sempre di più, una sensazione legata alla presenza del killer.

Riley fece altri respiri profondi, e si preparò ad entrare nella mente del killer.






CAPITOLO DIECI


Riley cominciò ad immaginare il killer. Che cosa aveva provato, e osservato, quando era arrivato lì a cercare il punto perfetto da cui sparare? Lei voleva diventare il killer, o quanto meno, avvicinarsi quanto più possibile. E poteva farlo. Era il suo dono.

Innanzitutto, lei sapeva, l’uomo doveva aver trovato il punto.

La donna cercò, proprio come il killer doveva aver fatto.

Mentre si spostava in giro, avvertì una spinta misteriosa, quasi magnetica.

Fu trascinata verso un cespuglio di salice rosso. Su un lato del cespuglio, c’era uno spazio tra i suoi rami e il terreno. C’era un punto leggermente cavo nel suolo in quel preciso punto.

Riley si abbassò e guardò attentamente a terra.

Il suolo in quello spazio vuoto era ordinato e liscio.

Troppo ordinato, pensò Riley. Troppo liscio.

Il resto del suolo in quella zona era più ruvido, più irregolare.

Riley sorrise.

Il killer era riuscito a rimettere in ordine dopo, tanto da tradire la sua esatta posizione.

Immaginando la scena al chiaro di luna, Riley visualizzò in fondo alla discesa, e oltre il campo verso il retro delle caserme.

Visualizzò ciò che il killer aveva visto dalla sua posizione, la distante figura del Sergente Worthing uscire dalla porta sul retro.

Riley sentì un sorriso formarsi sul volto del killer.

Riusciva a sentirlo pensare …

“Proprio in orario!”

E, come l’uomo si era aspettato, il sergente si era acceso una sigaretta e si era appoggiato contro il muro.

Era ora di agire, e bisognava farlo in fretta.

Il cielo stava cominciando ad illuminarsi, a minuti il sole sarebbe sorto.

Come il killer doveva aver fatto, Riley si stese prona nello spazio vuoto a terra. Sì, era il punto perfetto per nascondere un’arma ad alta precisione.

Ma quale sensazione aveva suscitato in lui l’avere tra le mani quell’arma?

In realtà, Riley non aveva mai maneggiato un fucile da cecchino M110. Ma, anni prima, si era addestrata un po’, con l’arma che lo aveva preceduto, l’M24. Carico e assemblato, l’M24 pesava circa sette chili, e Riley aveva letto che l’M110 non era affatto più leggero.

E il mirino notturno, aggiungendosi a quel peso, lo doveva aver reso ancora un po’ più pesante.

Riley immaginò di vedere attraverso quel mirino. L’immagine del Sergente Worthing era sfocata e sgranata.

Il che non era un problema per un vero tiratore. Per un cecchino esperto, sparare sarebbe stato facile. Nonostante ciò, Riley sentiva che il killer provasse una vaga insoddisfazione.

Che cosa lo preoccupava?

Che cosa stava pensando?

Poi, il suo pensiero si formulò nella sua mente …

“Vorrei poter vedere lo sguardo nei suoi occhi.”

Riley fu colta da una scossa di comprensione.

Quell’omicidio era profondamente personale, un atto di odio, o come minimo di disprezzo.

Ma non avrebbe messo in conto la sua insoddisfazione. Avrebbe eseguito l’opera senza vedere l’espressione della sua preda.

Lei sentì la resistenza nel grilletto, mentre lui lo premeva, poi il forte rinculo, proveniente dal fucile, appena il proiettile venne esploso.

Il rumore del colpo non fu molto forte. Il silenziatore e il copriluce avevano mascherato il rumore e l’esplosione.

Eppure, il killer era stato preoccupato che qualcuno avesse sentito?

Solo per un istante, Riley ne fu sicura. L’uomo aveva sparato agli altri due uomini da più o meno la stessa distanza, e nessuno sembrava aver sentito i colpi. O, se qualcuno li aveva sentiti, nessuno aveva pensato a qualcosa di straordinario.

Ma che cosa aveva fatto il killer dopo aver sparato il colpo?

Ha continuato a guardare attraverso il mirino, Riley realizzò.

Poi, seguì il corpo, vedendolo cadere contro il muro, accovacciandosi in maniera strana.

E di nuovo, il killer pensò …

“Vorrei poter vedere lo sguardo nei suoi occhi.”



Come il killer doveva aver fatto, Riley si alzò in piedi. Immaginò l’uomo prendere un’ampia scopa per riordinare il suolo, poi tornare nel punto da cui era venuto.

Riley emise un sospiro di soddisfazione. Il suo tentativo di collegarsi con la mente del killer si era rivelato migliore di quanto avesse sperato.

O almeno, aveva la sensazione che la cosa fosse andata così.

Ricordò una frase che il Colonnello Larson aveva detto poc’anzi, relativamente al fatto che gli omicidi fossero atti di terrorismo islamico …

“In questi giorni, questa deve semplicemente essere la nostra ipotesi base.”

Riley aveva la sensazione che quella ipotesi fosse probabilmente errata. Ma non era pronta a dirlo ai suoi colleghi. In tali circostante, sapeva che la Larson aveva ragione nel verificare la possibilità della pista terroristica. Era semplicemente una buona procedura. Intanto, era meglio per Riley tenere per sé le sue idee, almeno finché non trovava delle prove per dimostrarle.

Riley dette un’occhiata al suo orologio. Si rese conto che lei e gli altri stavano per andare ad un funerale.






CAPITOLO UNDICI


Appena Riley osservò sei uomini in uniforme trasportare la bara del Sergente Worthing, ricoperta dalla bandiera, al luogo di sepoltura; ammirò la cadenza e la precisione solenni delle loro azioni.




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