Un Amore come il Nostro Sophie Love Le Cronache Dell’amore #1 Sophie Love usa tutta la sua capacità di trasmettere la magia ai lettori con frasi e descrizioni potenti ed evocative… il libro romantico definitivo o una perfetta lettura da spiaggia, con una differenza: il suo entusiasmo e le sue magnifiche descrizioni offrono un’attenzione inaspettata alla complessità dell’evoluzioni in amore, ma anche dei mutamenti della psiche. È una piacevolissima raccomandazione per i lettori di romanzi romantici alla ricerca di un tocco più complesso nelle loro letture. Midwest Book Review (Diane Donovan su: Ora e per sempre) Un romanzo molto ben scritto, che descrive la lotta di una donna per trovare la sua vera identità. L’autrice compie un ottimo lavoro con la creazione dei personaggi e la descrizione degli ambienti. C’è romanticismo, ma senza esagerare. Complimenti all’autrice per questo bell’inizio di una serie che si annuncia molto interessante. Books and Movies Reviews, Roberto Mattos (su: Ora e per sempre) UN AMORE COME IL NOSTRO (Le cronache dell’amore – Libro #1) è il romanzo di debutto di una nuova serie romantica dell’autrice di bestseller Sophie Love. Keira Swanson, 28 anni, ha ottenuto il lavoro dei suoi sogni al Viatorum, un elegante rivista di New York, come aspirante scrittrice di viaggio. Ma la cultura aziendale della rivista è brutale, il suo capo è un mostro e lei non sa quanto a lungo riuscirà a resistere. Tutto cambia quando Keira, per un colpo di fortuna, riceve un incarico molto ambito e ha l’occasione di viaggiare in Irlanda per trenta giorni, per partecipare e studiare il leggendario Festival dell’Amore di Lisdoonvarna, e sfatare il mito dell’esistenza del vero amore. Keira, una ragazza cinica e in un rapporto burrascoso con il suo fidanzato, è solo felice di accettare. Ma quando si innamora dell’Irlanda e incontra la sua guida turistica irlandese, che potrebbe essere l’uomo dei suoi sogni, non è più sicura di niente. Una commedia travolgente, profonda quanto divertente, UN AMORE COME IL NOSTRO è il libro di debutto di una fantastica nuova serie romantica che vi farà ridere, piangere, vi costringerà a leggere fino a tarda notte, e vi farà innamorare di nuovo dell’amore. È anche disponibile il libro #2! UN AMORE COME IL NOSTRO (LE CRONACHE DELL’AMORE—LIBRO 1) S O P H I E L O V E Sophie Love Sophie Love, autrice di best-seller, è la scrittrice della divertente serie rosa LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR, che include sei libri (più altri in arrivo) e che inizia con ORA E PER SEMPRE (LA LOCANDA DI SUSNET HARBOR – LIBRO 1). Sophie Love è autrice anche di una nuova divertente serie rosa, CRONACHE D’AMORE, che iniziano con AMORE COSÌ (CRONACHE D’AMORE – LIBRO 1). Visita il sito www.sophieloveauthor.com (http://www.sophieloveauthor.com) per scrivere a Sophie, entrare a far parte della mailing list, ricevere e-book gratis ed essere sempre al corrente delle ultime novità! Copyright © 2017 di Sophie Love. Tutti i diritti riservati. Salvo quanto permesso dalla legge degli Stati Uniti, U.S. Copyright Act del 1976, è vietato riprodurre, distribuire, diffondere e archiviare in qualsiasi database o sistema di reperimento dati questa pubblicazione in alcuna forma o con qualsiasi mezzo, senza il permesso dell’autore. Questo ebook è disponibile solo per fruizione personale. L’ebook non può essere rivenduto né donato ad altri. Se si vuole condividere con altre persone, si prega di acquistare una copia aggiuntiva per ogni beneficiario. Se si intende leggere l’ebook senza aver provveduto all’acquisto, o se l’acquisto non è stato effettuato per il proprio uso personale, si prega di restituirlo e di acquistare la propria copia. Grazie per il rispetto dimostrato nei confronti del duro lavoro dell’autore. Questa storia è un’opera di finzione. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e incidenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo romanzesco. Ogni riferimento a persone reali, in vita o meno, è una coincidenza. Immagine di copertina Copyright oneinchpunch, utilizzata con il permesso di shutterstock.com (http://shutterstock.com). LIBRI DI SOPHIE LOVE LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR ORA E PER SEMPRE (Libro #1) SEMPRE E PER SEMPRE (Libro #2) SEMPRE CON TE (Libro #3) SE SOLO PER SEMPRE (Libro #4) PER SEMPRE E OLTRE (Libro #5) PER SEMPRE, PIÙ UNO (Libro #6) LE CRONACHE DELL’AMORE UN AMORE COME IL NOSTRO (Libro #1) UN AMORE COME QUELLO (Libro #2) INDICE CAPITOLO UNO (#u3bb33a2e-0cc0-50ea-a775-ac22895d2b62) CAPITOLO DUE (#u1455b8a6-4633-5346-aab4-fae594c493ef) CAPITOLO TRE (#u3a4250a8-d056-52e1-ad0c-724e3155c62f) CAPITOLO QUATTRO (#u77273a1f-34f7-56f3-b620-7059bdc0d7b3) CAPITOLO CINQUE (#u4da6e4dc-f3bf-5f0e-97b3-98eb6cea2221) CAPITOLO SEI (#litres_trial_promo) CAPITOLO SETTE (#litres_trial_promo) CAPITOLO OTTO (#litres_trial_promo) CAPITOLO NOVE (#litres_trial_promo) CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo) CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo) EPILOGO (#litres_trial_promo) CAPITOLO UNO Keira Swanson spalancò le porte di vetro della rivista Viatorum ed entrò con passo sicuro. Era il Labor Day, ma la donna, come tutti gli altri scrittori, era stata richiamata a lavoro senza alcun preavviso. Keira sapeva bene che non c’era nessuna emergenza vera e propria, niente di tanto grave da giustificare una convocazione durante una festività nazionale. Ma la rivista di viaggi era un ambiente di lavoro incredibilmente competitivo e al suo capo, Joshua, piaceva 'creare opportunità per eliminare i deboli.' Chiunque si fosse lamentato di dover lavorare durante le feste o avesse avuto un’espressione troppo infelice durante quelle riunioni si sarebbe trovato in fretta senza impiego. Keira si era tanto impegnata per trovare un lavoro come scrittrice che non aveva intenzione di cedere alle prime difficoltà, anche se significava lasciare a casa Zachary, il suo fidanzato, a organizzare un brunch di famiglia senza di lei. I suoi tacchi a spillo neri ticchettarono sulle immacolate piastrelle bianche mentre si affrettava verso la sua scrivania. La sede centrale del Viatorum si trovava nella parte più alla moda di New York, in un enorme e vecchio magazzino che era stato convertito in eleganti uffici. Le finestre erano ampie, si estendevano dal pavimento al soffitto a volta, dove rimanevano ancora le travi d’acciaio dai grossi bulloni dell’epoca in cui veniva usato come magazzino. L’ambiente open space significava che ogni conversazione era percettibile da tutti. Persino i bisbigli riecheggiavano. Voleva anche dire che nessuno osava portare niente di troppo aromatico per pranzo. Keira ricordava ancora quando una nuova scrittrice, una giovane svampita di nome Abby, aveva portato un’insalata di tonno il primo giorno di lavoro. Non appena Joshua ne aveva sentito l’odore, si era rapidamente assicurato che quello fosse il suo primo, ultimo e unico giorno al Viatorum. Studiando la vasta sala, Keira notò che non era stata la prima ad arrivare. Nina, sua amica e una dei vice redattori del Viatorum, era già china sulla sua scrivania, a scrivere al computer. Le lanciò un rapido sorriso, prima di immergersi di nuovo nel suo lavoro. Keira gettò la borsetta sulla scrivania e si lasciò cadere sulla sedia, stando attenta che il suo sospiro non si udisse. Non avrebbe mai creduto che lavorare alla prestigiosa rivista Viatorum potesse prevedere tante recite, tanto falso interesse per le chiacchiere e tanta arroganza. Attraverso il divisorio di vetro che separava Joshua dal resto del personale, Keira si accorse che l’uomo la stava guardando. Si chiese a che cosa stesse pensando, se fosse sorpreso di vedere che era stata la seconda a rispondere alla sua convocazione urgente, o se fosse a caccia di qualcuno da licenziare e lei fosse appena diventata la preda che era entrata nel suo territorio. Joshua emerse dall’altra parte del divisorio di vetro. Indossava un completo blu elettrico ed era acconciato con un ciuffo alla Elvis. Si avvicinò con aria minacciosa alla scrivania di Keira. “Hai già finito la ricerca sull’Irlanda?” chiese, senza nemmeno prendersi la briga di salutarla. Ah certo, l’articolo sul Festival dell’Amore che Elliot, il direttore generale del Viatorum, aveva assegnato a Joshua. A quanto pareva era un grosso incarico, molto importante, o almeno così aveva insinuato Joshua, anche se Keira non riusciva a immaginare che importanza potesse avere un futile articolo riempitivo sugli incontri combinati durante un’antiquata cerimonia, che si teneva in un buffo villaggio irlandese. Nonostante ciò, l’umore di Joshua era stato persino peggiore del solito e, in quanto ultima arrivata, le era stato affibbiato il compito di svolgere tutte le ricerche che lui era stato ‘troppo impegnato’ per fare. Più che altro troppo spocchioso, pensò silenziosamente Keira dentro di sé, alzando lo sguardo e sorridendo. “Te l’ho mandata per email prima di andare a casa, venerdì.” “Mandamela di nuovo,” ordinò Joshua senza battere ciglio. “Non ho tempo di rovistare nella mail per ritrovarla.” “Nessun problema,” disse Keira, rimanendo cordiale come al solito. Joshua ritornò come una furia in ufficio e Keira gli rispedì l’email con l’enorme quantità di informazioni che aveva raccolto sul Festival dell’Amore irlandese, sogghignando tra sé e sé all’idea di quanto fosse melenso e disgustosamente romantico. La sua email aveva appena lasciato l’Inbox, quando le porte si aprirono e gli scrittori dello staff del Viatorum entrarono in massa, fingendo dal primo all’ultimo di non essere irritati di dover tornare a lavoro in quella che avrebbe dovuto essere una festività nazionale. Keira li sentì chiacchierare e cercare di fare a gara sottolineando i loro vari sacrifici. “Mia nipote partecipa a un campionato di baseball,” stava dicendo Lisa. “Ma questo è molto più importante. Ha pianto disperatamente quando le ho detto che dovevo andare via, ma so che capirà quando sarà grande abbastanza da avere una sua carriera.” Duncan non voleva essere da meno. “Io ho dovuto lasciare Stacy all’aeroporto. Voglio dire, possiamo andare un’altra volta a Madrid, non se ne va da nessuna parte.” “Io ho appena lasciato mia madre in un letto d’ospedale,” intervenne Victoria. “Non è che sia in punto di morte o malata grave, e comunque lo sa che la mia carriera viene prima.” Keira sogghignò di nascosto. L’atmosfera competitiva al Viatorum le sembrava completamente inutile. Lei voleva riuscire ad avere successo grazie al suo impegno, alle capacità e al duro lavoro, invece che alle chiacchiere e alle lusinghe ai superiori. Ciò non significava che non fosse concentrata sulla sua carriera, che era la cosa più importante della sua vita anche se non lo avrebbe mai ammesso a Zachary, ma non voleva cambiare se stessa per adattarsi all’ambiente lavorativo della rivista. Spesso si sentiva in sospeso, in attesa che arrivasse il suo momento di brillare. Un secondo più tardi il suo cellulare vibrò. Nina le aveva mandato uno dei suoi messaggi segreti. Scommetto che Joshua non ti ha avvisata che alla riunione ci sarà anche Elliot. Keira trattenne un sussulto per la sorpresa. Anche se l’amministratore delegato del Viatorum era molto più gentile di Joshua, in sua presenza provava più trepidazione. Quell’uomo aveva in mano le chiavi del suo futuro. Era lui ad avere il potere di assumere e licenziare sul posto, erano le sue le opinioni che importavano veramente. Joshua non avrebbe mai detto a Keira se aveva fatto un buon lavoro o se la sua scrittura era migliorata, nonostante tutto il suo impegno. Elliot, d’altra parte, concedeva complimenti quando erano meritati, che era un evento raro ma per questo ancora più prezioso quando avveniva. Stava per rispondere al messaggio di Nina, quando udì il suono dei passi di Joshua che si avvicinavano rapidamente. “Che diavolo è questa robaccia, Keira?” esplose l’uomo prima ancora di aver raggiunto la sua scrivania. Le sue parole riecheggiarono nell’ufficio. Tutti gli scrittori si voltarono per guardare l’ultima sferzata verbale, simultaneamente grati di non esserne i destinatari ed eccitati dalla prospettiva che qualche altro agnello sacrificale avrebbe soddisfatto la brama di sangue di Joshua. “Chiedo scusa?” chiese amabilmente Keira, anche se il cuore le batteva forte. “Quelle stupidaggini sull’Irlanda! È tutto inutile!” Keira non era certa di come rispondere. Sapeva di aver fatto una buona ricerca; si era attenuta alle indicazioni e aveva presentato le sue scoperte in un documento di facile consultazione; si era fatta in quattro. Joshua era solo di pessimo umore e si stava sfogando su di lei. Semmai quello era un test per vedere come avrebbe reagito a un attacco verbale in pubblico. “Posso fare qualche altra ricerca se preferisci,” rispose Keira. “Non c’è abbastanza tempo!” gridò Joshua. “Elliot sarà qui tra quindici minuti!” “A dire la verità,” intervenne Nina, “la sua auto è appena arrivata.” Si sporse nella sua sedia da ufficio per guardare fuori dall’ampia vetrata. Joshua assunse un colorito rosso acceso. “Non sarò io ad assumermi la responsabilità, Swanson,” disse, puntando il dito verso Keira. “Se Elliot rimarrà deluso, gli farò sapere di chi è la colpa.” Tornò a grandi passi verso la sua scrivania separata dalle altre. Ma strada facendo, una delle sue scarpe di vernice atterrò esattamente su una pozza di caffè che uno dei suoi scrittori aveva fatto cadere sul pavimento nell’ansia di mettersi a lavoro. Per un momento tutto rimase in sospeso, ma Keira riuscì a percepire che stava per avvenire qualcosa di terribile. Poi iniziò, il lungo scivolone di Joshua simile a quello di un cartone animato, e i suoi goffi tentativi per rimanere in piedi. Contorse il torace in una buffa danza, cercando di rimanere diritto. Ma la combinazione delle piastrelle di granito e del caffè macchiato fu troppo potente. Joshua perse completamente l’equilibrio, una gamba gli schizzò in avanti mentre l’altra si piegava goffamente sotto di lui. Tutti sussultarono quando atterrò pesantemente e con un tonfo sul duro pavimento. Un rumore secco risuonò nel grande ufficio, riecheggiando in maniera nauseabonda. “La mia gamba!” urlò Joshua, stringendosi la tibia attraverso i pantaloni blu elettrico. “Mi sono rotto la gamba!” Lo staff sembrava paralizzato per la sorpresa. Keira corse da lui, incerta di cosa fare per aiutarlo, ma certa che spaccarsi una gamba in quel modo fosse impossibile. “Non sarà rotta,” balbettò, cercando di essere rassicurante. Ma fu prima che le cadesse lo sguardo sulla brutta angolazione della sua gamba, e sullo strappo nei pantaloni attraverso il quale vide sporgere l’osso. La nausea l’assalì. “A dir la verità…” “Non stare lì ferma!” gridò Joshua, contorcendosi a terra per il dolore. Controllò la ferita con gli occhi socchiusi. “Oh, Dio!” urlò. “Mi sono strappato i pantaloni! Valgono più di un mese del tuo stipendio!” Proprio in quel momento, le porte d’ingresso di vetro si aprirono ed Elliot entrò. Se anche l’uomo non fosse stato alto un metro e novanta, avrebbe avuto un aspetto imponente. C’era qualcosa in lui, nel modo in cui si comportava. Poteva incutere terrore e obbedienza nelle persone con un solo sguardo. Come cervi abbagliati dai fanali di un’auto, tutti gli impiegati si bloccarono sul posto e lo fissarono intimoriti. Lo spavento ammutolì persino Joshua. Elliot osservò la scena davanti a sé: Joshua steso per terra, a stringersi la gamba gridando di dolore, Keira china impotente su di lui, gli scrittori alle loro scrivanie con espressioni sconvolte sui volti. Ma lui rimase impassibile. “Qualcuno ha chiamato un’ambulanza per Joshua?” Si limitò a dire. Tutti si misero improvvisamente in moto. “Lo faccio io!” iniziarono a dire uno sopra l’altro afferrando i telefoni sulle scrivanie, ansiosi di farsi notare come i salvatori davanti a Elliot. Una patina di sudore brillava sulla fronte di Joshua. Alzò lo sguardo sull’amministratore delegato. “Starò bene,” disse a denti stretti, cercando di sembrare disinvolto ma fallendo miseramente. “È solo un osso rotto. Meno male che è la gamba e non il braccio. Non mi serve la gamba per scrivere l’articolo sull’Irlanda.” Sembrava quasi delirante. “Ma ti serve per salire su un aereo e girare per le colline,” replicò calmo Elliot. “Stampelle,” esclamò Joshua con una smorfia. “Sedia a rotelle. Dovremo solo adattarci un po’.” “Joshua,” rispose severo Elliot, “l’unico posto in cui ti manderò è l’ospedale.” “No!” gridò Joshua, cercando di raddrizzarsi a sedere. “Posso scrivere il pezzo! Mi serve solo un gesso e sarò come nuovo!” Senza dimostrare alcuna emozione, Elliot ignorò le suppliche di Joshua e lanciò uno sguardo all’orologio. “La riunione inizia alle undici esatte,” annunciò allo staff. Poi si diresse verso la sala conferenze senza nemmeno guardarsi indietro. Tutti rimasero fermi dove erano, in silenzio, sconvolti, incerti su cosa fare. Poi le urla di Joshua li riportarono di colpo alla realtà. “Lascia che ti porti dell’acqua,” si offrì Lisa. “Non voglio della stramaledetta acqua!” gridò Joshua. “Ecco,” disse Duncan, accorrendo. “Devi tenere la ferita sollevata.” Fece per alzare la gamba rotta di Joshua ma lui gli allontanò le mani con uno schiaffo. “Non toccarmi! Giuro su dio che se mi tocchi ti licenzio!” Duncan indietreggiò, con le braccia alzate in segno di resa. “L’ambulanza è arrivata,” annunciò Nina dalla finestra, illuminata dai lampeggianti blu dall’altro lato. Grazie a Dio, pensò Keira. Ne aveva avuto abbastanza di Joshua, tanto che le sarebbe bastato per un’intera giornata. Per un’intera vita, se doveva essere sincera con se stessa. Fu in quell’istante che alzò lo sguardo e si rese conto che Elliot era in piedi sulla porta della sala conferenze, intento a osservarli mentre accorrevano attorno a Joshua come tante galline senza cervello. Non sembrava affatto colpito. Keira notò l’ora. La riunione sarebbe iniziata in meno di un minuto. Capì di avere un’occasione. Joshua non avrebbe potuto occuparsi dell’incarico sull’Irlanda, Elliot lo aveva detto esplicitamente. Il che significava che si sarebbero tutti accapigliati per farsi notare. Non era la migliore tra le mansioni, ma era più di quanto avesse mai avuto. Doveva dimostrare a Elliot quanto valeva. Aveva bisogno di quell’incarico. Lasciandosi i colleghi alle spalle, Keira si diresse verso la sala conferenze. Superò Elliot all’ingresso e si sedette vicino alla postazione che l’amministratore delegato avrebbe presto occupato. Duncan fu il primo a notarla. Vederla seduta nella sala conferenze vuota sembrò fargli capire ciò che Keira aveva già realizzato, che l’incarico sull’Irlanda era disponibile e che se ne sarebbe occupato uno di loro. Corse (cercando di nascondere la rapidità del suo passo) per essere il secondo a entrare nella sala. Gli altri lo videro, e improvvisamente tutti si affrettarono verso la sala conferenze, scusandosi educatamente l’uno con l’altro per gli“accidentali” spintoni ai colleghi dati nella fretta di entrare, per fare colpo su Elliot, e per conquistare l’ambito incarico. Il che lasciò Joshua completamente solo nel bel mezzo dell’ufficio open space, dove i paramedici lo stavano caricando su una barella e portando via, mentre una sala conferenze piena del suo staff si preparava alla guerra per ottenere il suo incarico. * “Sono certo che ormai avrete capito tutti,” esordì Elliot, “che lo sfortunato incidente di Joshua mi ha messo in una situazione un po’ difficile.” Giunse le grandi mani sopra al tavolo delle conferenze e guardò il gruppo di scrittori seduti davanti a sé. Keira rimase in silenzio, aspettando il momento giusto. Aveva un piano: avrebbe lasciato che gli altri si sfinissero domandando che gli venisse assegnato l’incarico e poi avrebbe attaccato all’ultimo minuto. “L’articolo sull’Irlanda,” continuò Elliot, “avrebbe dovuto essere il nostro articolo di punta. La rivista Viatorum sta prendendo una nuova direzione. Pezzi personali e racconti in prima persona. Una narrazione sospinta dallo scrittore, che crea una storia nella quale il luogo è il personaggio chiave. Avevo spiegato la questione a Joshua. Non so se c’è qualcuno tra di voi con l’abilità per farlo, per comprendere la mia visione.” Abbassò lo sguardo sul ripiano del tavolo, tanto accigliato che sulla fronte gli pulsava persino una vena. “L’aereo parte domani,” si lamentò, come se davanti non avesse avuto nessuno. “Se posso,” intervenne Lisa. “Ho quasi finito il mio articolo sulla Florida. Potrei concluderlo in aereo.” “Assolutamente no,” rispose Elliot. “Nessuno può occuparsi di due incarichi alla volta. Chi è libero?” In massa, quasi tutti gli scrittori al tavolo sembrarono deprimersi quando si resero conto che erano già fuori dai giochi. “Io sono libero,” annunciò Duncan. “Sarei dovuto partire per Madrid oggi, ma il lavoro viene prima. A Stacy non dispiacerà rimandare la vacanza.” Keira si trattenne a fatica dall’alzare gli occhi al cielo sentendo l’affermazione ben collaudata di Duncan. Si chiese quanto stesse davvero bene a Stacy che la loro vacanza fosse cancellata. Elliot studiò Duncan attraverso il tavolo. “Tu sei Buxton, giusto? Quello che ha scritto il pezzo su Francoforte?” “Sì,” confermò Duncan, sorridendo con orgoglio. “Ho detestato quell’articolo,” replicò Elliot. Keira la sentì ribollire dentro di sé, l’eccitazione. Quello era il suo momento. Stava a lei. Ignorando il proprio nervosismo, alzò la mano con forzata sicurezza. “Io sono disponibile a scrivere l’articolo.” Tutti si girarono per guardarla e lei dovette lottare contro la tentazione di nascondersi dietro la sedia. “E tu saresti?” chiese Elliot. La donna deglutì. “Keira Swanson. Sono la scrittrice junior di Joshua. Mi ha incaricata di svolgere le ricerche preliminari per questo articolo.” “Ha incaricato te, eh?” domandò Elliot, apparentemente poco soddisfatto dalla scoperta che Joshua affidava i propri compiti ai sottoposti. Si accarezzò il mento, pensieroso. “Non sei mai stata all’estero per scrivere un articolo, prima?” Keira scosse la testa. “Non ancora,” rispose. “Ma sarei felice di farlo.” Sperava che non percepisse il lieve tremito nella sua voce. Era consapevole dell’irritazione di colleghi tutti intorno a lei. Probabilmente ritenevano che fosse molto ingiusto, che Keira non meritasse quell’incarico. Di certo si stavano pentendo amaramente di essersi offerti volontari per scrivere articoli molto meno importanti nelle settimane precedenti, perché a quel punto non potevano più liberarsene. L’unica che le stava dimostrando un minimo di supporto era Nina, che le lanciò un sorriso d’intesa. Dentro di sé, anche Keira si sentì sorridere. Era il suo momento. Era rimasta in attesa al Viatorum, ripulendo i casini di Joshua, riscrivendo gli articoli per lui, lavorando a tutte le ore in cambio di poco o niente. Finalmente poteva farsi notare. Elliot tamburellò le dita sul ripiano del tavolo. “Non sono sicuro,” disse. “Ancora non hai dimostrato quanto vali. E questo è un compito importante.” Nina intervenne coraggiosamente dall’altro capo della sala. L’amica lavorava da tempo in quell’industria, e si era guadagnata fiducia e rispetto. Anni come editore in riviste di lusso l’avevano temprata. “Non credo che tu abbia altra scelta.” Elliot si fermò, come per assimilare quelle parole. Poi il suo cipiglio iniziò a rilassarsi e con una sorta di consenso riluttante disse: “Va bene. Swanson, l’articolo è tuo. Ma solo perché siamo disperati.” Non era il modo migliore per ricevere una notizia tanto bella, ma a Keira non importava. Aveva ottenuto il pezzo. Era tutto ciò che voleva. Si costrinse a non alzare un pugno in segno di vittoria. “È un viaggio di quattro settimane,” spiegò Elliot. “Al Festival di Lisdoonvarna, in Irlanda.” Keira annuì; sapeva già tutto. “Il Festival dell’Amore,” disse sardonica. Elliot sogghignò. “Quindi sei una cinica?” Improvvisamente nervosa, Keira temette di aver detto la cosa sbagliata, di aver lasciato trapelare il suo disprezzo per errore. Ma poi notò che l’espressione di Elliot in realtà esprimeva approvazione. “È esattamente la prospettiva che stavo cercando,” disse lui. Attorno al tavolo sembrò che tutti avessero mangiato un limone. Lisa le lanciò uno sguardo di aperta gelosia. “La verità,” aggiunse Elliot, con gli occhi che brillavano per l’eccitazione improvvisa. “è che voglio che smitizzi questa sciocchezza del romanticismo in Irlanda. Sfata il mito che si può trovare la propria anima gemella solamente grazie a un festival smielato. Ho bisogno che tu sia coraggiosa e che dimostri che sono tutte sciocchezze, che l’amore non funziona così nel mondo reale. Voglio tutti i dettagli, nel bene o nel male.” Keira annuì. Era una cinica newyorkese, e la prospettiva dell’incarico le si adattava bene. Era come se le fosse caduta tra le braccia l’opportunità giusta al momento giusto. Era la sua occasione per dimostrare quanto valeva, di sfoggiare la sua voce e il suo talento, di far vedere che meritava il suo posto al Viatorum. “La riunione è finita,” annunciò Elliot. Mentre Keira si alzava, aggiunse: “Non per te, signorina Swanson. Dobbiamo discutere i dettagli con la mia assistente. Prego, andiamo nel mio ufficio.” Mentre gli altri uscivano dalla sala conferenze, Nina colse il suo sguardo e sollevò i pollici in segno di vittoria. Poi Keira attraversò tutto l’ufficio, fianco a fianco con Elliot, seguita dal ticchettio dei tacchi e dagli sguardi invidiosi del resto dello staff. * Non appena la porta dell’ufficio di Elliot si richiuse, Keira capì che stava per iniziare il lavoro vero e proprio. L’assistente di Elliot, Heather, si era già accomodata. Si accigliò confusa quando capì che era stata scelta lei per l’incarico, ma non disse niente. Farò ricredere anche te, pensò Keira. Si sedette e così fece Elliot. Heather le tese una cartella. “I tuoi biglietti dell’aereo,” spiegò. “E i dettagli su dove alloggerai.” “Spero che tu sia mattiniera perché dovrai partire molto presto,” aggiunse Elliot. Keira sorrise, anche se le vennero in mente tutti gli eventi che aveva in programma, eventi che avrebbe dovuto cancellare o perdersi. Le venne in brivido quando si rese conto che si sarebbe persa il matrimonio di Ruth, la sorella di Zachary, che sarebbe stato proprio il giorno seguente. Il suo fidanzato si sarebbe infuriato! “Non è un problema,” disse, abbassando lo sguardo sui biglietti nella cartella, che erano per il volo delle 6 del mattino. “Assolutamente nessun problema.” “Ti abbiamo prenotato una stanza in un caratteristico Bed & Breakfast a Lisdoonvarna,” spiegò Elliot. “Niente fronzoli. Vogliamo che ti godi ogni esperienza.” “Fantastico,” rispose lei. “Non fare stupidaggini, va bene?” disse Elliot. “Sto correndo un grosso rischio a fidarmi di te. Se sbagli questo incarico i tuoi giorni qui sono finiti. Hai capito? Ho cento altri scrittori in lizza per il tuo lavoro.” Keira annuì, cercando di non lasciare trapelare l’ansia nella propria espressione, e di apparire audace, sicura di sé e con i piedi per terra, mentre dentro si sentiva tutta sottosopra. CAPITOLO DUE Più tardi quella sera, quando Keira ritornò all’appartamento che condivideva con il suo fidanzato, si ritrovò ancora fremente per l’eccitazione e l’incredulità. Le tremavano le mani mentre cercava di infilare la chiave nella serratura della porta. Alla fine riuscì ad aprire ed entrò. L’aria era pervasa dai profumi della cucina, insieme all’odore dei detergenti per la casa. Zachary si era dato alle pulizie. Significava che era furioso. “Lo so, lo so, lo so,” iniziò a dire ancora prima di vederlo. “Sei arrabbiato. E mi dispiace.” Lanciò le chiavi nel vassoio a fianco della porta e la richiuse con una spinta. “Ma, piccolo, ho delle grandi notizie!” Si sfilò le scarpe con il tacco e si massaggiò i piedi doloranti. Zachary apparve all’ingresso del soggiorno, con le braccia incrociate. I suoi capelli erano scuri quanto la sua espressione. “Ti sei persa il brunch,” esordi. “Dall’inizio alla fine.” “Mi dispiace!” lo implorò Keira. Gli gettò le braccia attorno al collo ma si accorse che le resisteva, quindi decise di cambiare tattica. Tirò fuori la sua voce più sensuale. “Che ne dici se ne discutiamo e poi mi faccio perdonare?” Zachary si scrollò violentemente le sue braccia di dosso e si diresse a passo pesante verso il soggiorno, dove si lasciò cadere sul divano. La stanza era pulita. Persino la Playstation era stata spolverata. Keira si accorse che quella volta doveva essere più arrabbiato del solito. Si sedette accanto a lui e gli appoggiò delicatamente una mano sul ginocchio, accarezzando la stoffa ruvida sotto la punta delle dita. Zachary puntò lo sguardo sulla televisione spenta. “Che cosa vuoi che faccia, Zach? ” gli chiese dolcemente. “Devo lavorare. Lo sai.” Lui sospirò e scosse la testa. “Capisco che tu debba lavorare. Anche io lavoro. Tutto il mondo lavora. Ma non tutti hanno un capo che schiocca le dita e fa accorrere il suo staff come dei robot!” Non aveva tutti i torti. “Aspetta, non sarai geloso di Josh, vero?” domandò Keira. La sola idea era ridicola. “Se solo l’avessi visto!” “Keira,” esplose Zachary, guardandola finalmente. “Non sono geloso del tuo capo. Almeno non in quel senso. Sono geloso di tutto il tempo, dell’energia e della concentrazione che ottiene da te.” A quel punto fu il turno di Keira di sospirare. Da una parte capiva il punto di vista di Zachary, ma dall’altra desiderava che il suo ragazzo la incoraggiasse di più nella sua scalata verso il successo. Avrebbe voluto che lasciasse correre quel momentaccio in cui si trovava al gradino più basso. Poi le cose sarebbero diventate più semplici, non appena avesse fatto un passo avanti nella sua carriera. “Anche io preferirei che non fosse così,” concordò Keira. “Ma non smetterò di dedicare tutto il tempo e la mia energia alla carriera. Almeno non nel prossimo mese.” Zachary si accigliò. “Che cosa vuoi dire?” Keira avrebbe voluto contenere la sua eccitazione per rispetto verso Zach, ma non riuscì a trattenersi. Quasi strillò annunciando: “Andrò in Irlanda!” Ci fu una lunga, lunghissima pausa mentre Zach assorbiva la notizia. “Quando?” chiese con calma. “È questo il punto,” rispose lei. “È una sostituzione dell’ultimo minuto. Josh si è rotto una gamba. È una lunga storia.” Lei parlava a ruota libera e Zach la fissava corrucciato, come in attesa del colpo di grazia. Keira si strinse tra le spalle sul divano, cercando di apparire più piccola possibile. “Parto domani.” L’espressione di Zachary mutò con la velocità di un cielo estivo. Se prima c’erano state solo le avvisaglie di una tempesta, ora regnavano tuoni e lampi. “Ma il matrimonio è domani,” disse. Keira gli strinse le mani tra le proprie. “Il momento non è dei migliori, sono la prima a dirlo. Ma ti giuro che a Ruth non importerà.” “Non le importerà?” scattò Zach, allontanandosi di colpo da lei. “Fai parte del corteo nuziale!” Si alzò in piedi all’improvviso, iniziando a camminare avanti e indietro e infilandosi le mani tra i capelli. Keira balzò su e corse da lui, cercando di placarlo con l’affetto fisico. Ma quella volta Zach non volle sentire ragioni. “Non posso crederci,” esplose. “Ho passato tutta la giornata a un brunch con la tua famiglia, ad ascoltare Bryn che parlava all’infinito di quanto fosse sexy il suo nuovo insegnante di meditazione e tutte le sue opinioni idiote…” “Ehi!” Lo interruppe Keira. Non era giusto criticare la sua sorellona. “E invece di ringraziarmi,” continuò Zach, “mi lanci addosso questa bomba! Come diavolo dovrei dirlo a Ruth?” “Glielo dirò io,” suggerì Keira. “Farò io la parte della cattiva, va bene così.” “Tu sei la cattiva!” esclamò Zach. Abbandonò il soggiorno come una furia. Keira lo seguì impotente. Stavano insieme da due anni e non lo aveva mai visto tanto arrabbiato. Lo rincorse fino alla camera e lo guardò tirare fuori la valigia da sotto il letto. “Che cosa stai facendo?” gli chiese esasperata. “Prendo la valigia,” replicò lui altrettanto irritato. “Non puoi partire senza, giusto?” Keira scosse la testa. “Lo so che sei arrabbiato, ma stai davvero esagerando.” Gli tolse la valigia dalle mani e la gettò sul letto. Si aprì subito, come invitandola a iniziare a riempirla. Keira dovette lottare contro la tentazione di impilarvi dentro i suoi vestiti. Zach sembrò perdere momentaneamente la sua energia. Si sgonfiò, sedendosi a un capo del materasso con la testa tra le mani. “Scegli sempre il lavoro al mio posto.” “Mi dispiace,” disse Keira, senza guardarlo mentre prendeva il suo maglione preferito da terra e lo lanciava discretamente nella borsa. “Ma questa è l’opportunità di una vita.” Si avvicinò al comodino e frugò tra le sue bottigliette di lozioni e profumi. “Tanto Ruth mi odia comunque. Mi ha messa nel corteo nuziale solo perché glielo hai chiesto tu.” “Perché è quello che si dovrebbe fare,” rispose tristemente Zach. “Gli eventi di famiglia si dovrebbero vivere tutti insieme.” Lei si voltò e buttò rapidamente gli oggetti in valigia. Ma Zach notò che cosa stava facendo e la sua espressione cupa divenne persino più tempestosa. “Stai facendo la valigia?” Keira si bloccò e si morse il labbro inferiore. “Mi dispiace.” “No, non è vero,” replicò lui in modo freddo e distaccato. Poi alzò lo sguardo e annunciò: “Se parti, non so se potremo rimanere insieme.” Keira alzò un sopracciglio, stupefatta dalla minaccia. “Oh, davvero?” Incrociò le braccia. Ora sì che aveva tutta la sua attenzione. “Mi stai dando un ultimatum?” Zachary alzò le braccia in preda alla frustrazione. “Sei tu che mi stai costringendo! Non riesci a capire quanto sarà imbarazzante presentarmi domani al matrimonio di Ruth senza di te?” Keira sospirò, ugualmente frustrata. “Non capisco perché non puoi semplicemente dirle che ho avuto una fantastica occasione a lavoro, una che non potevo perdermi.” “Il matrimonio di mia sorella dovrebbe essere qualcosa che non puoi perderti. Dovrei essere io la tua priorità!” Ah. Ed eccoli di nuovo al punto della questione. Quella parola. Priorità. Ciò che lui non era, anche se Keira non avrebbe potuto confessarglielo. “Mi dispiace,” ripeté, sentendo venir meno i suoi propositi. “Ma non è possibile. La mia carriera deve venire prima.” Chinò il capo, non per la vergogna ma per la tristezza. Non sarebbe dovuta andare in quella maniera. Zach non avrebbe mai dovuto mettere la loro relazione contro la sua carriera. Era una battaglia che avrebbe inevitabilmente perso. Non sapeva che altro dire. Guardò il volto infuriato di Zachary. Non si scambiarono nessun altra parola. Non rimaneva più niente da dire. Zach si alzò dal letto, si diresse fuori dalla stanza e nel corridoio, afferrò le chiavi dal vaso davanti alla porta prima di aprirla e di richiudersela seccamente alle spalle. Ascoltando il suono della sua auto che si allontanava, Keira capì che quella notte non sarebbe tornato; avrebbe dormito sul divano letto di Ruth come dimostrazione. Keira aveva vinto la battaglia, ma non c’era gioia nella sua vittoria. Si lasciò cadere sul letto accanto alla valigia aperta e sentì formarsi un groppo alla gola. Bisognosa d’affetto, prese il cellulare e chiamò sua madre. “Ciao, cara,” salutò la donna, rispondendo immediatamente, come se la vista del nome della figlia minore sullo schermo del telefono l’avesse spinta subito in azione. “Va tutto bene?” Keira sospirò. “Ti volevo sentire per raccontarti di un incarico che mi hanno affidato oggi a lavoro. È un articolo da prima pagina. Potrò andare a visitare l’Irlanda.” “Cara, sono notizie magnifiche. Come è eccitante! Congratulazioni. Ma perché sembri così triste?” Keira si girò sulla pancia. “Zach. È irritato. Praticamente ha detto che se parto tra noi sarà finita.” “Sono certa che non dicesse sul serio,” disse gentilmente la madre. “Lo sai come sono gli uomini. Hai solo ferito il suo ego mettendo le tue priorità al di sopra delle sue.” Keira strapazzò distrattamente l’angolo di un cuscino. “In realtà è per il matrimonio di Ruth di domani,” spiegò. “Pensa che gli stia dando buca, piantandolo in asso in questa maniera. Come se fosse la fine del mondo presentarsi senza la fidanzata.” Rise seccamente, ma dall’altro capo della linea le rispose solo il silenzio. “Oh,” disse poi la madre. “Oh, cosa?” chiese Keira, accigliandosi. La voce della donna aveva perso una parte del suo calore. Aveva assunto un tono che Keira riconobbe subito, avendolo sentito un migliaio di volte da bambina. Disapprovazione. “Beh, non mi ero resa conto che ti saresti persa il matrimonio di sua sorella,” commentò. “E questo per te cambia le cose?” disse Keira, irrigidendosi leggermente. La madre rispose con una voce che Keira riconobbe come il suo “tono diplomatico”. “Se avevi già preso un impegno… E si tratta di sua sorella. Andare da soli a un matrimonio è davvero tremendo. Tutti ti fissano e bisbigliano. Sarà sgradevole per lui.” “Mamma!” si lagnò Keira. “Non è più il 1950. Il comfort di un uomo non è più importante della carriera di una donna!” “Non è quello che intendevo, cara,” disse la madre. “Voglio solo dire che Zachary è un bravo ragazzo e non c’è niente di male nel dare la priorità al matrimonio. Non vorrai essere come tua sorella, sempre su quei siti di appuntamenti, a passare serate terribili con uomini che dicono di essere alti un metro e ottanta, e poi si rivelano a malapena un metro e mezzo!” “Mamma!” gridò di nuovo Keira, mettendo fine al suo sproloquio. “In questo momento ho bisogno che mi supporti.” Sua madre sospirò. “Lo faccio. Sono molto felice per te. E mi piace la tua… passione. Davvero.” Keira roteò gli occhi. Sua madre non era affatto brava a sembrare convincente. “Credo solo che in questa situazione dovresti rimanere con il tuo fidanzato. Voglio dire, davvero, che cosa è più importante? Tanto tra tre anni lascerai il lavoro per iniziare a fare figli.” “Okay, mamma, adesso basta!” esplose Keira. I figli erano tanto distanti dalla sua realtà da essere un’idea ridicola. “Cara,” la tranquillizzò la madre. “Ti fa molto onore lavorare con tanto impegno. Ma anche l’amore è importante. Ugualmente importante. Se non addirittura di più. Scrivere questo articolo davvero significa per te più di Zachary?” Keira si rese conto che stava stringendo convulsamente il telefono. Rilassò leggermente la presa. “Devo andare, mamma.” “Pensa a quello che ti ho detto.” “Lo farò.” Riappese con il cuore pesante. L’euforia che aveva provato prima era completamente evaporata. Ormai c’era solo una persona che avrebbe potuto ridarle il sorriso, ed era Bryn. Trovò rapidamente il numero della sorella maggiore e la chiamò. “Ehi, ciao sorellina,” disse Bryn non appena rispose. “Ti sei persa il brunch.” “Stavo lavorando,” replicò Keira. “Joshua ci ha richiamati tutti in ufficio, credo per mettersi in mostra davanti a Elliot per quel pezzo sull’Irlanda che avrebbe dovuto scrivere. Solo che è scivolato e… beh, si è rotto una gamba.” “Stai scherzando?” esclamò Bryn, scoppiando in una risata isterica. “Ma come si fa?” Già Keira sentì l’infelicità che iniziava a svanire, tale era il potere di Bryn. “È stato assurdo,” continuò. “Ho visto l’osso. E poi si è messo a urlare che si era rovinato i suoi pantaloni costosi!” Le due sorelle risero insieme. “E poi cosa è successo?” chiese Bryn, il pubblico rapito che Keira avrebbe voluto fossero anche Zachary e sua madre. “I paramedici lo stavano portando via in barella, io mi sono resa conto la riunione stava per iniziare, e Elliot odia quando la gente è in ritardo, quindi sono andata e mi sono seduta. E così credo di aver catturato la sua attenzione, quindi mi ha affidato l’articolo sull’Irlanda.” “Incredibile!” esclamò Bryn. “Mi prendi in giro? La mia sorellina scriverà l’articolo di prima pagina?” Keira sorrise. Sapeva che Bryn non capiva del tutto quanto quella fosse un’opportunità importante per lei, e che stava fingendo almeno un venti percento dell’entusiasmo, ma lo apprezzava. Era il tipo di reazione che avrebbe voluto ricevere da Zach. “Sì, è fantastico. Ma domani devo già partire per l’Irlanda e mi perderò il matrimonio di Ruth.” “Oh, pfft. E quindi?” replicò Bryn. “Questo è molto più importante. E comunque non credevo che Ruth ti piacesse.” “E infatti non mi piace. Ma mi piace Zach,” disse Keira, cercando di farle capire per quale motivo volare in Irlanda da un momento all’altro potesse non essere la cosa più semplice del mondo. “Questa volta l’ho davvero fatto arrabbiare.” Bryn sospirò. “Senti, sorellina, lo so che è difficile. E mi piace quel ragazzo, credimi, mi piace davvero. Ma tu devi partire! Lo devi fare. Detesto dirlo ma non dovresti stare con un uomo che cerca di limitarti. Ce l’avrai con lui se cederai alle sue richieste.” “E lui odierà me se non lo farò.” “Già. È una triste verità, ma a volte la vita e l’amore non vanno d’accordo. Due persone possono essere giuste l’una per l’altra ma il momento può essere quello sbagliato.” Keira si sentì stringere il cuore al pensiero di lasciare Zach per la sua carriera. Ma forse Bryn aveva ragione. Forse non era il momento giusto per loro. “Quindi cosa farai?” chiese Bryn, strappandola dalle sue riflessioni. Keira fece un respiro profondo. “Lo sai, ne ho passate di tutti i colori per fare carriera e non posso arrendermi all’ultima difficoltà. Non posso tirarmi indietro.” Sentì ritornare la sua energia. Era triste all’idea di lasciarsi indietro Zachary, ma non aveva altre possibilità. Rifiutare quell’opportunità avrebbe significato la fine della sua carriera. Non poteva fare altrimenti. Doveva partire. CAPITOLO TRE Il mattino seguente la svegliò squillò fin troppo presto, rimbombando come una sirena da nebbia. Keira si girò e la spense, poi si rese conto che l’altro lato del letto era vuoto. Zach non aveva dormito lì la notte precedente. Si alzò, strofinandosi via il sonno dagli occhi, e sbirciò in soggiorno. Niente Zach. Quindi, esattamente come aveva predetto, la notte prima non era tornato. Doveva essere rimasto da Ruth. Accantonando la delusione e la tristezza, si fece una rapida doccia lottando per evitare che l’acqua calda la facesse riaddormentare, e indossò abiti comodi in previsione del lungo viaggio. Afferrata la borsa, controllò per accertarsi di avere i biglietti e l’itinerario che le aveva dato Heather. Soddisfatta di scoprire che i documenti e il passaporto erano ancora in suo possesso, uscì di casa e saltò sul sedile posteriore del taxi che l’aspettava. Mentre sfrecciava per le strade di New York di prima mattina, Keira si prese un istante per fare il punto della situazione. Stava succedendo sul serio. Stava davvero per andare all’estero per lavoro, come aveva sempre sognato di fare. Avrebbe voluto solo che Zach avesse scelto di condividere con lei quel momento, piuttosto che tenersi a distanza. L’aeroporto di Newark era trafficato come l’ora di punta in metropolitana. Una partenza alle 5:00 del mattino era del tutto nomale per molte persone in carriera, e Keira provò un improvviso slancio d’orgoglio a considerarsi una di loro. Imbarcò i bagagli sull’aereo sentendosi come una super star all’aeroporto di Los Angeles, e tenendo la testa alta allo stesso modo. Poi trovò un baretto per la sua dose mattutina e per perdere un po’ di tempo prima che il suo volo fosse pronto alla partenza. Seduta nel bar affollato, controllò ripetutamente il telefono. Anche se sapeva che Zachary doveva essere ancora addormentato, desiderava disperatamente qualsiasi genere di comunicazione da lui. Sapeva di aver fatto la cosa giusta accettando l’incarico e sperava che alla fine anche lui sarebbe arrivato alla stessa conclusione. O forse la loro relazione era condannata come pensava Bryn. Forse le loro opposte priorità erano davvero un blocco che non potevano superare. Inviò un messaggio spensierato a Zachary, evitando qualsiasi riferimento al loro litigio, sperando che se si fosse svegliato con qualche parola dolce si sarebbe sentito più ben disposto nei suoi confronti. Il suo telefono squillò e lei fece un balzo per l’eccitazione, sicura che fosse la risposta di Zach. Invece era Heather, per controllare che fosse andato tutto secondo i piani e che lei fosse pronta a prendere l’aereo. Delusa, Keira le rispose, rassicurandola che stava andando tutto bene. Proprio in quel momento sentì la chiamata d’imbarco per il suo volo. Bevuta rapidamente l’ultima sorsata di caffè, Keira si diresse verso il cancello, giurando di chiamare Zachary non appena fosse atterrata. Tra New York e l’Irlanda c’era una differenza di cinque ore che avrebbe dovuto tenere a mente durante il suo soggiorno. A bordo dell’aereo Keira si accomodò nel suo posto, controllando un’ultima volta se c’erano messaggi da Zach. Ma non aveva ricevuto niente, e l’assistente di volo le lanciò un’occhiataccia di disapprovazione vedendola usare il cellulare dopo la richiesta di spegnere tutti i dispositivi elettronici. Sospirando, Keira spense il telefono e lo infilò in tasca. Esattamente in quel momento, un gruppo chiaramente in partenza verso una festa di addio al celibato salì sull’aereo, chiacchierando allegramente. Keira mugolò. Sarebbe stato un lungo volo. Sette ore, in effetti, fino a Shannon a County Clare. Sarebbe stato buio quando fosse atterrata, ma il suo corpo sarebbe stato convinto che fosse mezzogiorno. Aveva sperato di riuscire a riposarsi durante il volo, ma quel gruppo di uomini chiassosi sarebbe stato gliel’avrebbe impedito. L’aereo si mise in moto sulla pista. Tentando di isolarsi dal frastuono dell’addio al celibato, si infilò gli auricolari e chiuse gli occhi. Ma non era neanche lontanamente sufficiente per soffocare le loro rumorose battute. L’aereo prese il volo e Keira si rassegnò al piano B: la caffeina. Fece un cenno allo steward e ordinò un caffè, sapendo che sarebbe stato il primo di molti. Lo sorseggiò, irritata, sul sottofondo dei rumori dell’addio al celibato. Mentre attraversava i cieli, Keira si prese il tempo di controllare l’itinerario e gli appunti di Heather. Non ci sono taxi, quindi nel parcheggio ci sarà un’auto a noleggio ad attenderti. Spero che tu sappia guidare con il cambio manuale. E ricordati anche di tenere la SINISTRA. Il pensiero di dover guidare mentre era tanto assonnata la preoccupò. Era molto tempo che non prendeva la macchina, dato che di solito usava la metropolitana per muoversi ovunque. Il cambio manuale era una sfida in più. E guidare sulla sinistra sarebbe stato persino più complicato. Se voleva avere qualche possibilità di non schiantarsi, avrebbe avuto bisogno di bere molto più caffè! Alloggerai in un tradizionale pub e Bed & Breakfast irlandese, quindi non aspettarti un trattamento da Hilton Hotel. Sarà un posto molto semplice. Keira non ne fu turbata. Era una scrittrice squattrinata da quando si era diplomata al college; erano anni che gli hotel erano fuori dal suo budget! Poteva vivere in un tugurio per un mese senza alcun problema. Finché non fosse stata costretta ad andare al bagno in una latrina all’aperto, era certa che sarebbe sopravvissuta agli alloggi più basilari. Avrai la serata per acclimatarti prima di iniziare a lavorare. Abbiamo preso accordi con una guida turistica perché ti mostri il posto. Incontrerai il sensale, che si occupa di organizzatore degli incontri romantici, e proprietario del festival il mattino seguente. Il festival inizia la sera stessa. Man mano che leggeva le informazioni, Keira cominciò a sentirsi sempre più emozionata. Il volo le sembrò più rapido di quanto si fosse aspettata, probabilmente grazie all’adrenalina che le pompava nelle vene. Quella, e alle copiose quantità di caffeina. Atterrò a Shannon di buon umore, scendendo dall’aereo accolta dalla fredda e frizzante aria settembrina. Si aspettava di vedere dolci colline verdi e campi pieni di mucche e pecore, ma invece l’aeroporto di Shannon non offriva un gran panorama. La zona era piuttosto industrializzata, con grandi edifici grigi privi di qualsiasi bellezza architettonica. L’autonoleggio era altrettanto tetro. Piuttosto di una calda accoglienza irlandese, incontrò un giovane dal volto impassibile che accettò in silenzio la sua ricevuta di pagamento e le tese le chiavi dell’auto senza pronunciare nemmeno una sillaba. Keira le accettò e trovò la sua auto nel parcheggio. Era assurdamente piccola. Entrò dal lato destro, ricordando l’appunto di Heather sulla guida a sinistra. Le servì un po’ per riprendere familiarità con il concetto del cambio manuale e del pedale della frizione, e poi partì, usando il navigatore satellitare per uscire da Shannon. Le sarebbe servita un’ora circa per raggiungere la sua destinazione, Lisdoonvarna. Non appena ebbe lasciato la strada principale, si trovò a guidare lungo strette stradine tortuose senza marciapiedi, segnali stradali né lampioni. Keira strinse ansiosamente il volante e dedicò ogni briciolo della sua energia e concentrazione per superare quelle vie che sembravano farsi sempre più piccole. Dopo circa quindici minuti, iniziò a rilassarsi leggermente. Non c’era molto traffico, e ciò l’aiutò a calmare i nervi perché non doveva aver paura di andare a sbattere contro qualcuno. Anche l’ambiente era molto rilassante, niente per miglia a parte colline e campi punteggiati di pecore. L’erba era del più puro color verde che Keira avesse mai visto in tutta la sua vita. Abbassò il finestrino per annusare l’aria fresca, ma invece fu colpita dall’odore del letame. Risollevò rapidamente il vetro. Non c’erano segnali stradali a guidarla, quindi fu grata di avere il navigatore satellitare. Ma non c’erano neanche lampioni, che rendeva la guida più difficile, specialmente con tutte quelle curve strette e ripide. La segnaletica sulla strada era cancellata. Inoltre Keira trovava la guida sulla sinistra disorientante. Il viaggio complicato fu ulteriormente aggravato dai vari trattori che dovette superare! A un certo punto la strada divenne tanto stretta da lasciare lo spazio solo per un’auto. Keira quasi si schiantò nella corsia opposta e dovette frenare di colpo, slittando sul ciglio della strada e strisciando sulle siepi di bordura. Sollevò una mano per scusarsi con l’autista dell’altra auto, che si limitò a sorridere gentilmente come se non fosse successo niente, e indietreggiò un po’ per lasciarle lo spazio per superarlo. Se fosse stata a New York, un simile incidente si sarebbe concluso in molte imprecazioni nella sua direzione. E invece stava già ricevendo un assaggio della famosa ospitalità irlandese. Con il cuore che le batteva ancora forte per lo shock dell’incidente schivato di poco, riuscì lentamente a superare l’altra auto. Continuò ad avanzare con cautela, sentendosi più terrorizzata dalle strade di quanto non lo fosse stata in precedenza. Sperava che il graffio contro i cespugli non si vedesse sulla vernice, non era certa di come avrebbe reagito la società se fosse tornata a casa con un salatissimo conto dell’autonoleggio per danni! Qualsiasi residuo di eccitazione avesse provato prima di quel viaggio infido aveva iniziato a svanire. L’adrenalina e caffè l’aveva sospinta solo fino a un certo punto. Ormai, invece di ammirare la bellezza della natura, vedeva i suoi dintorni come spogli e vagamente tetri. Le uniche creature viventi che notò erano pecore. Le vecchie fattorie di pietra che apparivano di tanto in tanto erano trascurate e fatiscenti. Sulle colline, Keira intravide un castello in rovina nascosto tra alcuni alberi e si chiese come era possibile che un edificio storico fosse stato abbandonato. Iniziò a prendere mentalmente appunti per il suo articolo, ricordando la prospettiva cinica che Elliot voleva che assumesse. Invece di godersi la bellezza del panorama costiero, si concentrò sulle nuvole grigie. Piuttosto che apprezzare come miracolosa l’ampia vista sull’oceano, decise di rivolgere lo sguardo sulla desolazione delle lontane montagne rocciose. Anche se da una parte era incredibilmente bello, Keira sentiva che sfatare il mito del romanticismo irlandese non sarebbe stato difficile. Le sarebbe bastato sapere dove guardare e come descrivere i dettagli. Attraversò alcuni piccoli paesini dalle mura di pietra. Uno si chiamava Killinaboy e lei scoppiò a ridere, mandando rapidamente una foto del nome della città a Zach e sperando che l’avrebbe apprezzata. Fu tanto distratta da quel buffo cartello stradale che Keira quasi non notò il successivo ostacolo in strada, un gregge di pecore! Pigiò il piede sul freno e si fermò appena in tempo, spegnendo l’auto. Le servì molto tempo perché il suo terrore si acquietasse. Avrebbe potuto sterminare un’intera famiglia di pecore! Prendendosi un momento per calmare i battiti del suo cuore, Keira afferrò il telefono e scattò una foto ai posteriori del gregge di pecore, mandandola a Zach con il commento: il traffico qui è un incubo. Ovviamente non ricevette alcuna risposta. Frustrata dalla sua totale mancanza di interesse, inviò la stessa foto a Nina e Bryn. Entrambe risposero quasi immediatamente con emoji ridenti e Keira annuì, soddisfatta di sapere che almeno qualcuno nella sua vita trovasse interessanti le sue avventure. Riavviò il motore e lentamente superò la colonna di pecore. Le bestie la guardarono passare con espressioni scaltre e lei si ritrovò sul punto di domandar loro scusa. Il cielo stava iniziando a scurirsi, rendendo il viaggio ancora più pericoloso. Non era d’aiuto il fatto che le uniche costruzioni che vide erano chiese, con solenni statue della Vergine Maria a pregare sul ciglio della strada. Alla fine arrivò a Lisdoonvarna e fu piacevolmente colpita da ciò che trovò. Almeno sembrava un posto dove vivevano delle persone! C’erano strade affiancate da più di una casa, che le dava l’aspetto di una cittadina vera e propria… o qualcosa del genere. Tutti gli edifici, le case e i negozi erano piccoli e ameni, molti a pochi passi di distanza dalla strada, ed erano verniciati allegramente con tutti i colori dell’arcobaleno. Keira fu lieta di essere finalmente giunta a quella che sembrava una comunità, invece che singole dimore collegate da strade. Rallentò l’auto, seguendo i cartelli in strada fino a quando non trovò l’indirizzo che stava cercando, il St. Paddy’s Inn. Il Bed & Breakfast era proprio all’angolo tra due vie, un edificio a tre piani di scuri mattoni rossi. Dall’esterno a Keira sembrò estremamente irlandese. Lasciò l’auto nel piccolo parcheggio e saltò fuori, afferrando le sue valige dal bagagliaio. Era esausta e pronta a entrare e rilassarsi. Ma mentre si avvicinava, si rese conto che il riposo non era nel suo futuro. Perché anche da lì riusciva a sentire i suoni di allegre conversazioni e accesi dialoghi. Udiva anche i rumori della musica dal vivo, di violini, pianoforti e fisarmoniche. Un campanello sopra la porta tintinnò al suo ingresso, e fu accolta da un piccolo e buio pub con una vecchia carta da parati cremisi e numerosi tavolini rotondi di legno. Traboccava di gente, tutti con una birra in mano. La squadrarono come se avessero capito al volo che non era una di loro, e che non era una semplice turista, ma un’americana. Keira si sentì un po’ travolta dallo shock culturale. “Che cosa ti porto?” chiese una voce maschile con un pesante accento che Keira riuscì a malapena a comprendere. Si voltò verso il bar e vide un uomo anziano dietro al bancone. Aveva un volto rugoso e un ciuffo di capelli grigi spuntava dal centro della sua testa altrimenti completamente calva. “Sono Keira Swanson,” si presentò lei, avvicinandosi. “Della rivista Viatorum.” “Non riesco a sentirti! Parla ad alta voce!” Keira alzò la voce sopra la musica folk che stava suonando dal vivo e ripeté il proprio nome. “Ho prenotato una stanza qui,” aggiunse quando l’uomo si limitò a guardarla con espressione impassibile. “Sono una scrittrice dall’America.” Alla fine l’uomo sembrò capire chi fosse e perché era lì. “Ma certo!” esclamò, mentre gli si allargava un sorriso sul volto. “Da quella rivista con il buffo nome latino.” Trasmetteva un che di caloroso, da nonno, e Keira si sentì di nuovo rilassata. “Proprio quella,” confermò. “Io sono Orin,” disse lui. “Il St. Paddy è mio. Ci vivo anche. E questa è per te.” Tutta a d’un tratto una pinta di Guinness apparve sul bancone davanti a Keira. “Un tradizionale benvenuto dal St. Paddy.” Keira fu presa alla sprovvista. “Non sono una gran bevitrice,” rise. Orin le lanciò un’occhiata. “Lo sei finché rimani qui a County Clare, ragazza mia! Sei qui per lasciarti andare come noialtri. E comunque dobbiamo fare un brindisi per festeggiare il tuo viaggio sicuro. Sia reso grazie alla Vergine Maria.” Si fece il segno della croce sul petto. Keira aveva un po’ paura ad accettare la Guinness e a dare il primo sorso di quel forte liquido cremoso. Non aveva mai assaggiato una Guinness prima e il sapore non le piacque molto. Dopo un solo goccio fu certa che non sarebbe riuscita a finire la pinta intera. “Gente,” gridò Orin ai clienti del pub, “questa è la giornalista americana!” Keira sussultò quando l’intero pub si voltò verso di lei e iniziò ad applaudire e a festeggiarla come se fosse stata una celebrità. “Siamo così emozionati che tu sia qui!” esclamò una donna con i capelli ricci e crespi, avvicinandosi e mostrando un sorriso con troppi denti per la tranquillità di Keira. Poi con voce più bassa aggiunse: “Forse vuoi ripulirti il baffo di Guinness.” Sentendosi le guance bollenti per l’imbarazzo, Keira si asciugò rapidamente la schiuma sopra il labbro superiore. Un secondo più tardi un’altra dei clienti del bar si fece avanti, sgomitando via altre persone senza che nessuno sembrasse prendersela. Caracollando rovesciò qualche goccia del drink. “Non vedo l’ora di leggere l’articolo!” “Oh, grazie,” rispose Keira, scrollando le spalle. Non aveva pensato che la gente del luogo avrebbe voluto leggere che cosa avrebbe scritto su di loro. Forse così sarebbe stato un po’ più complicato mantenere una prospettiva fredda e cinica. “Quindi perché sei diventata una giornalista?” domandò l’uomo accanto a lei. “Sono solo una scrittrice,” rispose Keira arrossendo, “non una giornalista.” “Solo una scrittrice?” esclamò l’uomo, parlando ad alta voce e attirando l’attenzione degli altri attorno a lui. “L’avete sentita? Dice che è solo una scrittrice. Beh, io quasi non so tenere una biro in mano quindi per quel che mi riguarda tu sei un genio.” Tutti scoppiarono a ridere. Keira bevve nervosamente piccoli sorsi della Guinness. Era molto grata per l’ospitalità irlandese ma era anche uno shock culturale, e si sentì intimorita, pensando ai diversi modi in cui poteva fare a pezzi quel posto nel suo articolo. “Ti faccio vedere la tua camera,” disse alla fine Orin, non appena ebbe finito metà della sua pinta di Guinness. Lei lo seguì su per una scalinata stretta e scricchiolante e lungo un corridoio con un logoro tappeto dal forte odore di polvere. Keira camminò in silenzio e assorbendo tutti i dettagli, costruendo frasi taglienti nella mente mentre osservava l’arredamento antiquato. Le pareti erano decorate con fotografie sbiadite e incorniciate delle squadre di calcio locali del passato e Keira sogghignò notando che la maggior parte dei giocatori condivideva lo stesso cognome, O’Sullivan. Scattò discretamente una foto della squadra di calcio in bianco e nero e la mandò a Zach con la dicitura: Il signor O’Sullivan si deve essere dato da fare. “Eccola qui,” annunciò Orin, aprendo una porta e mostrandole l’interno. La stanza era tremenda. Anche se era ampia, con un letto matrimoniale e una grande finestra, l’arredamento era agghiacciante. La carta da parati era di uno strano color pesca, macchiata da anni di manate unte. Il letto era coperto da un piumino, che era trapuntato ma non in un gradevole stile campagnolo, piuttosto come un residuato invenduto di un negozio di seconda mano. “Questa è la stanza con la scrivania,” disse Orin, sorridendo con orgoglio e indicando il piccolo tavolino di legno sotto la finestra. “Così puoi scrivere.” Keira arrossì. Dentro di sé era disgustata dall’idea di stare in quella stanzetta sudicia per un mese intero, ma riuscì a emettere un grato: “Grazie.” E lei che era stata certa di riuscire a vivere ovunque per un mese! “Preferisci ambientarti e riposarti un po’ prima di incontrare Shane?” chiese Orin. Keira si accigliò, confusa. “Chi è Shane?” “Shane Lawder. La tua guida turistica. Per il festival,” spiegò Orin. “Certo,” disse Keira, ricordando che tra gli appunti di Heather c’era scritto che avrebbe avuto una guida. “Sì, grazie, mi farebbe piacere incontrare Shane.” Non aveva alcun desiderio di passare neanche un altro minuto nella stanza, quindi lasciò cadere la borsa sul letto e si diresse di nuovo verso la scalina scricchiolante. “Shane!” gridò Orin, riprendendo la sua posizione dietro il bancone del bar. Con grande sorpresa di Keira, fu il violinista a rispondere. Abbassò il suo strumento, anche se il gruppo di musicisti con cui si stava esibendo continuò come se non fosse cambiato niente, e si avvicinò. Sotto la barba incolta, Keira notò che aveva una mascella scolpita. In effetti, se non fosse stato per i capelli, che dovevano assolutamente essere tagliati, e gli abiti trasandati, Shane si sarebbe potuto definire decisamente attraente. Keira si sentì in colpa a fare un pensiero di quel tipo, specialmente dato che le cose con Zach erano tanto incerte in quel momento, ma poi pensò al motto di Bryn: Non c’è niente di male nel guardare. “Non sembri un Joshua,” commentò Shane stringendole la mano. “Oh, non te l’hanno detto?” disse Keira. “C’è stato un cambio di piani e sono stata mandata io al suo posto. Mi spiace.” Shane le lanciò un’occhiata impudente. “Perché ti scusi? Preferisco di gran lunga passare trenta giorni con una bella ragazza come te. Senza offesa per questo Joshua, sono sicuro che sia un bell’uomo, ma non sembra il mio tipo. Sai, per il fatto che è maschio e quella roba lì.” Keira deglutì. Non si aspettava che gli uomini irlandesi fossero tanto audaci. Ma ricordò a se stessa di Zach e si ripeté mentalmente che stava solo guardando. Quando Shane si sedette sullo sgabello accanto a lei, Orin mise una Guinness davanti a entrambi. Keira mugugnò dentro di sé. Come avrebbe fatto a sopportare tutto quell’alcol? Shane prese una lunga sorsata della sua birra e poi aprì alcuni fogli sul bancone. “Il Festival dell’Amore dura trenta giorni,” spiegò. “La maggior parte delle attività inizia solo la sera, quindi ho preparato un itinerario di posti che possiamo visitare mentre sei qui, così puoi farti un’idea di tutto il paese. Inizieremo con il Burren per gli scenari montuosi, le Scogliere di Moher per vedere l’oceano, poi andremo nella contea vicina, Kerry, per il palazzo monumentale a Killarney, e infine a Dingle.” “Pensavo che mi avresti semplicemente fatto da guida nel festival,” disse Keira. “Non per tutto il paese!” “Andrai fuori di testa se non esci un po’ da Lisdoonvarna durante il giorno,” spiegò Shane. “Tutte quelle comitive di persone che vanno e vengono, dopo un po’ diventano decisamente troppo.” Keira rise silenziosamente tra sé e sé. Le era difficile credere che Lisdoonvarna fosse anche solo vagamente caotica durate il festival quanto New York durante una giornata qualsiasi. “Si beve molto,” continuò Shane. “Certe feste durano fino alle prime ore del mattino del giorno seguente. Dico certe, ma praticamente quasi tutte.” Keira ripensò allo scatenato addio al celibato con cui aveva condiviso il viaggio in aereo e si chiese se nel mese successivo sarebbe mai riuscita a dormire. “Mi sembra perfetto,” commentò, lanciando uno sguardo all’itinerario. “Ma mi servirà un po’ di tempo ogni giorno per scrivere. Non posso solo divertirmi.” Shane ghignò. “Sei appena arrivata e già pensi al lavoro?” “Devo farlo,” spiegò lei. “Per me questo articolo è molto importante. Non voglio fare stupidaggini.” “E rilassarti un po’ è una stupidaggine?” Keira non aveva voglia di difendere le sue scelte di vita. Le bastava già doverlo fare con Zach e con sua madre. “Significa solo che mi prenderò un po’ di tempo per scrivere tutti i giorni,” ribadì, con un’aria piuttosto seccata. L’espressione di Shane rimase una specie di ghigno divertito. Prese una languida sorsata dalla sua pinta. “Sei una di quei tipi tutti seriosi, vero?” ribatté. “Tutta lavoro e niente divertimento.” Keira gli scoccò un’occhiata fredda. “Non so come tu possa fare supposizioni su di me,” rispose. “Mi conosci da neanche cinque minuti.” Shane continuò a ghignare. Non replicò, come se la discussione fosse stata già risolta. Keira si irrigidì. Era attraente, certo, ma se avesse continuato in quella maniera avrebbe finito per infastidirla. Non sapeva se sarebbe riuscita a sopportare trenta giorni di provocazioni e bevute senza avere lo spazio per scrivere. Forse l’incarico sarebbe stato più difficile del previsto. * Alla fine intorno a mezzanotte Keira riuscì a congedarsi. Aveva perso il conto del numero di Guinness che Orin e Shane avevano ingollato, ma per fortuna avevano smesso di cercare di convincerla a unirsi a loro. E ugualmente le girava la testa mentre saliva le scale fino alla sua camera. Chiuse la porta, ma il rimbombo della musica e della festa al piano di sotto non si affievolì. Keira si sentiva fragile, come un elastico troppo teso. Controllò il telefono, ma non vi trovò nessun messaggio da parte di Zach. Ormai aveva avuto tutto il tempo di leggere i suoi. Che significava che le stava tenendo il muso. Molto maturo, pensò Keira. Almeno aveva ricevuto le risposte di Nina e Bryn, che le facevano una miriade di domande. Scrisse a Nina, che si sarebbe occupata dell’editing dell’articolo, per dirle che aveva un itinerario molto impegnativo e di non aspettarsi niente da parte sua per un po’. A Bryn mandò una rapida descrizione delle caratteristiche fisiche di Shane e alcune emoji di fiamme. Ma è un rompiscatole. Uno di quegli uomini arroganti che crede sia adorabile prenderti in giro. La risposta di Bryn arrivò rapidamente. In effetti È adorabile. Keira scoppiò a ridere e mise via il cellulare. La musica proveniente dal piano di sotto l’avrebbe tenuta sveglia per qualche ora ancora, quindi tanto valeva passare un po’ di tempo al computer. Lo prese dalla borsa e iniziò a scrivere una mail a Elliot con alcune delle sue idee iniziali per impostare l’articolo. Grazie a tutta quella Guinness, si ritrovò in grado di assumere un tono persino più sarcastico di quanto avesse anticipato. Se vi siete mai chiesti che odore hanno decadi di birra stantia assorbita in un tappeto, allora il St. Paddy’s Inn a Lisdoonvarna, nel County Clare, è il posto che fa per voi. La mia esotica presenza americana ha già scatenato un torrente di soffocante ospitalità irlandese. Dico soffocante, perché rifiutare le offerte di copiosi quantitativi d’alcool semplicemente non è un’opzione accettabile, e da ciò deriva il summenzionato odore di Guinness stantia che permea ogni centimetro di questo buco buio e poco pulito. In effetti, il locale è tanto saturato dalla Guinness che i tappeti, le tende e la carta da parati sono appiccicosi sotto le dita. Diciamo solo che non sarò sorpresa se l’acqua della mia doccia mattutina (nel minuscolo e antiquato bagno privato) uscirà nera e spumosa… Proseguì con lo stesso tono sarcastico. Sapeva che era meschino stroncare il Bed & Breakfast e la gente amichevole che aveva incontrato fino a quel momento, ma non riuscì a trattenersi. Concluse e premette Invio. Elliot rispose quasi immediatamente con una email di elogi. Continua così, Keira. È perfetto! Proprio in quel momento le squillò il telefono. Era Bryn. Keira sospirò, capendo che quella notte non sarebbe riuscita più a lavorare. Richiuse il portatile e rispose alla chiamata, infilandosi a letto allo stesso tempo. “Che succede?” chiese alla sorella. “Ho appena avuto un appuntamento orribile,” comunicò Bryn. “Quindi ho pensato di chiamarti per farti il terzo grado su quel fusto della tua guida turistica.” Keira rise. “Beh, ha troppi capelli. E il suo senso della moda fa schifo. Ma con una ripulita non sarebbe niente male.” “Credo che dovresti provarci con lui,” disse Bryn. Keira sussultò, sorpresa dall’audacia della sorella, esagerata persino per i suoi standard. “E Zach?” chiese con un risolino. “E lui che c’entra?” rispose sprezzante Bryn. Keira mugugnò. “È il mio fidanzato,” ricordò alla sorella. “E anche se Shane si tagliasse i capelli e comprasse un guardaroba tutto nuovo, non riuscirei a passare più di cinque minuti in sua compagnia senza strangolarlo.” Bryn rise. “Questo renderà le prossime settimane un po’ complicate, no?” “Già, e anche il fatto che la mia camera sia sopra un pub che non sembra avere un orario di chiusura e un gruppo folk che suona dal vivo ventiquattro su ventiquattro.” “Sembra fantastico,” replicò Bryn. “Accidenti, Keira, sei così concentrata sul lavoro che non riesci nemmeno a vedere la situazione favolosa in cui ti trovi! Ti sei appena lamentata di una festa che non finisce mai.” “Mi sembra di parlare con Shane,” rispose Keira. “Se non voglio bere, ballare e divertirmi allora non sono costretta a farlo!” Lei e Bryn conclusero la loro conversazione, e Keira scoprì che nonostante il rumore proveniente dal piano di sotto, faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Quindi si accomodò sotto le coperte sottili e appoggiò la testa sul cuscino bitorzoluto. Ancora non aveva ricevuto nessuna risposta da parte di Zach ai suoi messaggini divertenti. Provò a chiamarlo, ma il telefono squillò e squillò senza fine. Andò su Instagram e vide le sue foto al matrimonio di Ruth. Era affascinante nel suo abito elegante, ma aveva un’espressione tanto sola. Sembrava a disagio senza nessuno al suo fianco, e lei si sentì in colpa di non essere lì con lui. Forse sua madre non aveva avuto tutti i torti. Andare ai matrimoni da soli era davvero imbarazzante. Mentre scivolava nel sonno, Keira iniziò a sognare di essere al matrimonio insieme a Zach. Solo che non era Zach, era Shane, rasato e vestito elegante. Aveva un aspetto ancora più attraente di quanto non avesse creduto. Keira si svegliò di scatto. La faccenda era già abbastanza complicata senza che lei si facesse venire una cotta per la sua guida! Allontanò tutti quei pensieri dalla mente e alla fine cadde in un sonno profondo. CAPITOLO QUATTRO “Hai dormito bene?” chiese Orin non appena Keira scese dalle scale il mattino presto seguente, entrando nella parte adibita a pub del Bed & Breakfast. La ragazza si strofinò gli occhi annebbiati. “Sì, grazie,” mentì con facilità. Era molto meglio fingere di adorare il suo letto sgangherato, la coperta lisa e i cuscini pieni di bitorzoli, piuttosto che lamentarsene e dover subire le premure di Orin. Avrebbe potuto scriverne in seguito, dopo tutto, e sfogarsi in maniera catartica. “Accomodati e fai colazione,” disse Orin, conducendola a un tavolo e mettendole davanti un caffè. Dopodiché apparve una ciotola di porridge. L’uomo si sedette davanti a lei. “L’ho preparato all’irlandese, spero che ti piaccia.” Aveva sul volto un sorriso molto ampio. “Come è il modo irlandese?” mormorò sospettosa Keira. Prese un sorso del caffè e rimase sorpresa da quanto fosse delizioso. Quale fosse il modo irlandese, era ottimo! Poi si mise in bocca una cucchiaiata di porridge e quasi pianse per la felicità. Non aveva mai assaggiato niente di tanto cremoso, di tanto incredibilmente buono. “Wow, come fai a farlo tanto buono?” chiese Keira, mentre mandava giù un’altra cucchiaiata di porridge. “Date erba biologica alle mucche e delle vergini le mungono a mani nude?” scherzò. Il sorriso di Orin divenne ancora più ampio. “Baileys nel caffè. E un po’ di whiskey nel latte.” Keira rimase sconvolta. “Liquori alle otto del mattino?” sussultò. “È una buona idea?” Orin le fece un occhiolino. “Il miglior modo per iniziare la giornata. Quello e una camminata veloce. Che farai non appena ti accompagnerò al tuo incontro con William Barry, il capo del festival.” Keira si rese contro che Orin era già pronto a uscire dal Bed & Breakfast. Indossava stivali che gli arrivavano a metà polpaccio come in previsione di pozzanghere. O fango. In ogni caso, Keira non aveva voglia di camminare. “Non è necessario,” disse. “Ho il navigatore satellitare nell’auto, quindi non mi perderò.” Orin indicò il suo caffè. “Non è per quello che lo faccio.” La parte cinica del cervello di Keira si chiese se Orin non le avesse fatto appositamente bere alcolici per accertarsi che non potesse rifiutare la sua offerta di una passeggiata. Ma sapeva che era un’idea folle. Orin era solo un signore anziano e gentile, orgoglioso della sua città. Voleva mostrarla alla cinica newyorkese che gli era stata affibbiata. “Andiamo,” continuò Orin. “Sei qui per goderti l’autentica Irlanda! Per vivere come una di noi! Non saprai mai come sono veramente le nostre vite se non fai un miglio nelle nostre scarpe!” La tirò scherzosamente per un braccio, incoraggiandola a unirsi a lui. Il suo entusiasmo si stava trasformando in un’esortazione, e Keira si rese conto che non sarebbe riuscita a resistergli. Orin l’avrebbe fatta camminare fino all’incontro, qualunque cosa avesse detto! Non poteva rifiutarsi. Arrendendosi, mandò giù il resto del suo caffè corretto, sentendone gli effetti non appena si alzò. Lei e Orin lasciarono il buio Bed & Breakfast ed emersero nella brillante luce del primo mattino. Anche se il cielo era di un tenue color grigio, Keira strizzò gli occhi per il riverbero. “Fammi strada,” disse a Orin, lanciando uno sguardo all’unico percorso, una tortuosa stradina di campagna che scendeva lungo il lato della collina. Era punteggiata da edifici su entrambi i lati, ma per la maggior parte era circondata da campi verde acceso pieni di pecore. “È una camminata di due miglia fino al municipio, se prendiamo la strada,” spiegò Orin. “Ma se tagliamo per i campi, sarà lunga la metà. Ovviamente, il contadino avrebbe ogni diritto di spararci dato che avremmo sconfinato, ma da queste parti tutti conoscono tutti, quindi non ci saranno problemi.” Keira deglutì. “Perché non facciamo la strada panoramica?” propose. “Se preferisci,” rispose noncurante Orin, senza cogliere le sue paure. Iniziarono a camminare lungo la via. Nonostante fosse molto presto, tutte le persone che superavano sembravano allegre e amichevoli. Raggiunta la strada principale (se così poteva essere chiamata) trovarono persino una piccola troupe di musicisti che suonava violini e fisarmoniche, e intonava vecchie canzoni folk. La gente ballava e cantava insieme a loro. Keira non riusciva a credere ai suoi occhi. Come poteva quel posto essere così collettivamente felice? Forse aveva avuto torto a dare dei giudizi tanto severi e lapidari. “Eccoci qui,” disse Orin, una volta che furono arrivati alla loro destinazione. Come tutti gli edifici a Lisdoonvarna, anche quello era verniciato di un colore brillante, un arancio bruciato in quel caso, che aggiungeva una sfumatura in più alla strada arcobaleno. Un cartello sopra la parta proclamava: La Casa del Sensale di Matrimoni. La porta era ricoperta di immagini di Cupidi. Keira alzò un sopracciglio davanti alle decorazioni volgari, e poi seguì Orin all’interno. Un anziano gentiluomo si alzò dalla scrivania e si fece avanti. “William Barry,” si presentò, tendendole la mano. “Lei deve essere la giornalista americana.” Keira gli strinse la mano. “Sono una scrittrice di viaggio, non una reporter.” “Quindi questo articolo non è per il New York Times?” domandò accigliato William. Keira lanciò uno sguardo sconvolto a Orin. William credeva che lei lavorasse per una grossa società? E se Heather avesse manipolato leggermente la verità organizzando quell’evento, sapendo che Josh sarebbe stato disposto a mentire e a adulare quegli sconosciuti per ottenere ciò che voleva? All’improvviso, Orin scoppiò a ridere. Keira si voltò per guardare William. Anche lui era piegato dalle risate. “Avresti dovuto vedere l’espressione sulla tua faccia!” esclamò, diventando tutto rossi in faccia. Keira non riusciva a vedere il lato buffo della cosa. Per lei la posta in gioco era troppo alta, dato che era il suo primo incarico vero e proprio e le prese in giro non erano esattamente le benvenute. “Accomodati, accomodati,” disse William smettendo poco alla volta di ridacchiare. Keira obbedì, avvicinando una sedia di legno e sedendosi alla scrivania. Orin si sedette accanto a lei. William si accomodò e in quel momento una donna dai capelli rosso acceso entrò portando un vassoio con una teiera, alcune tazze e una lattiera. “Questa è la mia segretaria, Maeve,” la presentò William mentre lei appoggiava il vassoio. “Grazie, cara.” Lei svanì fuori dalla stanza, lasciando William a versare le tazze di tè. Non faceva differenza che Keira non fosse una gran bevitrice di tè, si sentiva impossibilitata a rifiutare, e quindi accettò senza protestare la tazza piena della bevanda fumante. William giunse le mani sopra il tavolo. “Devo dire che siamo molto emozionati ad averti qui, Keira. Visto il modo in cui sta cambiando il mondo e tutti questi siti di appuntamenti su Internet, sta diventando sempre più difficile trovare dei clienti. Spero che il tuo articolo riaccenda l’interesse.” Keira coprì la sua espressione colpevole con la tazza. Si sentì male sapendo che doveva scrivere un pezzo sprezzante. William e Orin sembravano persone gentili e genuine, e l’avevano trattata con molta ospitalità. Ma aveva il suo incarico, e le sue istruzioni. Si disse che stroncare uno sciocco festival dall’altra parte del mondo in una rivista che non era nemmeno importata in Irlanda non poteva creare danni al loro giro d’affari. “Conosci la storia del festival?” continuò William. “Ho fatto qualche ricerca prima di arrivare,” disse Keira, annuendo. Ma quando il sensale si lanciò nel suo monologo sul festival, chiuse la bocca. Chiaramente si sarebbe dovuta sorbire la narrazione orale della sua storia, che lo volesse o meno. “Era l’attività di mio padre e quella di suo padre prima di lui. In effetti, i Barry sono sensali da tempo immemorabile. Tanto tempo fa combinavano gli incontri tra i nobili che venivano a visitare per le acque e qualche bella ragazza locale. Le ragazze irlandesi erano considerate madri molto fertili, sai, che era il principale punto di forza dei sensali.” Keira fece fatica a nascondere il disgusto che le affiorò sul volto. William comunque non lo notò, e continuò con la sua storia. “Di solito succedeva dopo il raccolto, quando le ragazze erano più floride e i loro seni particolarmente pieni. Un buon sensale doveva accertarsi che fossero sposate e portate via prima dell’arrivo dell’inverno, dato che c’erano buone possibilità che prendessero la polmonite e morissero per il freddo.” Keira premette insieme le labbra per contenere una risatina. Non sapeva per certo quanto William stesse ironizzando, anche se aveva la vaga sensazione che l’uomo fosse mortalmente serio. Nonostante avesse già studiato quell’argomento, il modo in cui William lo stava spiegando era davvero ridicolo. “Poi ovviamente i tempi sono cambiati. In città sono arrivate persone di diverso tipo. La guerra aveva esaurito la popolazione maschile. Per via della minaccia della carestia tutti volevano sposarsi giovani, e si accontentavano di chiunque. Sono stati tempi duri per i sensali. Quando ho rilevato l’attività da mio babbo, ero pagato principalmente da giovani contadini per combinar loro incontri con le ragazze locali.” Diede una pacca su un libro. “Quindi ho fatto una lista con i loro nomi.” “È legale?” chiese Keira, spezzando finalmente il suo silenzio sbalordito. “A me sembra un po’ da molestatori.” “Fesserie!” rise William. “Le ragazze ne sono felicissime. Vogliono tutte sposarsi, e gli va bene anche un bracciante senza cervello e una terribile igiene personale.” Keira scosse la testa. Era materiale eccellente per il suo articolo! A quel punto la porta si aprì. Keira si aspettava di rivedere i capelli fiammanti di Maeve, ma quando si lanciò un’occhiata dietro la spalla, scoprì che si trattava di Shane. Improvvisamente si sentì pervadere ovunque da uno strano formicolio e si raddrizzò, con la schiena rigida, sulla sedia. “‘Giorno,” disse Shane, accomodandosi a sedere in un angolo. William riprese. “Ora, ecco il mio libro delle coppie.” Le tese un grosso tomo rilegato in pelle. “Beh, uno dei libri. Lo faccio da talmente tanti anni che ormai ne ho una collezione.” Keira iniziò a sfogliare il libro, leggendo tutti i nomi delle coppiette felici. Ad alcuni erano allegate delle foto, altri avevano la data delle nozze. C’erano biglietti spediti a William dalle coppie che aveva fatto incontrare. Sembrava tutto molto dolce. Keira, sempre fredda e calcolatrice, iniziò a formulare mentalmente un paragrafo per l’articolo. “Sai,” disse William, tendendosi sulla scrivania verso di lei. “Potrei organizzarti un incontro. Magari un bel ragazzo irlandese è proprio quello che farebbe per te.” Keira si sentì arrossire. “Ho un fidanzato,” chiarì. Forse lo immaginò, ma con la coda dell’occhio le sembrò di vedere Shane che sussultava. “Zach. Lavora con i computer.” “Sei felice con quest’uomo?” chiese William. “Sì, molto,” rispose Keira, snocciolando la solita versione ufficiale. William non apparve convinto. Tamburellò le dita sul libro che Keira aveva riappoggiato sulla scrivania. “Faccio questo lavoro da molto tempo. Sono un esperto in amore e riesco a vederlo negli occhi delle persone. Non sono sicuro che quest’uomo sia giusto per te.” Keira sapeva che non stava cercando di essere scortese, ma il suo scetticismo la punse sul vivo, specialmente dopo tutte le discussioni che lei e Zach avevano avuto di recente. Ma William era anche una miniera d’oro da un punto di vista giornalistico e lei voleva farlo parlare il più possibile. “In che modo non sarebbe giusto per me?” insistette. “Non ti sostiene come vorresti. Non state più crescendo insieme, non seguite più lo stesso percorso.” Keira si sentì attraversare da un brivido. C’era fin troppa verità nelle sue parole. “Sei anche un indovino, oltre che un sensale?” scherzò. “Nascondi un mazzo di tarocchi là sotto?” William emise una grassa risata. “Oh, no, niente del genere. Ma nel corso degli anni ho sviluppato un certo intuito. Non ti hanno brillato gli occhi quando hai detto il suo nome. Non c’era gioia nella tua voce.” “Credo che quella sia solo la mia cinica personalità da newyorkese,“ disse Keira. “Forse. O forse è perché non lo ami davvero.” Keira rifletté su quell’affermazione. Lei e Zach si erano detti raramente la parola con la A. In effetti, non riusciva nemmeno a ricordare l’ultima volta che era successo. “Non credo che in queste faccende debba necessariamente c’entrare l’amore,” spiegò. “Ma perché sprecare il tuo tempo con qualcuno che non ami, quando potresti essere là fuori a cercare il Vero Amore?” Keira incrociò le braccia. “Forse perché il Vero Amore non esiste?” “Non credi nel Vero Amore?” volle sapere William. Keira scosse la testa. “No.” Quella ammissione sembrò eccitare William. “Abbiamo una bastian contrario,” esclamò con una risata. “Che significa che farle cambiare idea sarà la nostra sfida, eh Shane, ragazzo mio?” Fece cenno alla guida turistica di avvicinarsi, che obbedì. Quando gli fu accanto, William gli gettò un braccio sulle spalle. “Sei stato promosso,” scherzò. “Non devi più solo guidare questa giovane donna attraverso il festival, la devi accompagnare fino al Vero Amore. Temo che sarà un’ardua impresa!” Keira si agitò a disagio sulla sedia. Ma nonostante il suo fastidio nel ritrovarsi al centro di quella strana discussione, sapeva di aver raccolto del materiale eccellente per il suo articolo grazie a quel vecchio scimunito e alle sue antiquate opinioni sulle relazioni. Elliot sarebbe stato al settimo cielo. E per lei scriverlo sarebbe stato quantomeno terapeutico. Doveva solo arrivare alla fine della prima giornata insieme a Shane e poi avrebbe potuto purificarsi da quelle stupidaggini battendole al computer. CAPITOLO CINQUE “Non so quanto dovrebbe durare questo viaggio che stiamo per fare,” disse Keira mentre saliva nel lato passeggero dell’auto di Shane e armeggiava con la cintura. “Ma mi serve un caffè prima di subito. E se riuscissi a riportarmi indietro qualche ora prima dell’inizio del festival, sarebbe fantastico. Devo assolutamente scrivere per qualche ora.” Alla fine riuscì a chiudere la cintura. “Quindi dove stiamo andando?” Quando non ricevette nessuna risposta da Shane si voltò a guardarlo e lo trovò a fissarla con la sua classica espressione divertita. Incrociò le braccia. “Cosa c’è?” Lui scrollò le spalle. “Beh, non è esattamente tempo da occhiali da sole, stavo pensando solo questo.” Keira si spinse risolutamente gli occhiali sul naso. “Il sole del mattino potrebbe fare riverbero,” rispose, sussultando all’arroganza che udì nella propria voce. “E comunque tu sei l’ultimo a poter giudicare l’abbigliamento degli altri. Ti sei almeno guardato allo specchio dopo esserti vestito stamattina?” Shane reclinò la testa all’indietro e rise con abbandono. Keira sentì nascere un sorriso di soddisfazione sulle proprie labbra, ma poi si controllò. Si era quasi permessa di flirtare con lui, che decisamente andava oltre alla filosofia del non c’è niente di male nel guardare! “Ho pensato di portarti in un posto vicino, tanto per iniziare,” disse Sloane, mentre accelerava sulla strada principale. “Quindi ho scelto il Burren, che è a soli venti minuti di viaggio di distanza. È un parco nazionale. Lo conosci?” Keira scosse la testa. “Non vedo l’ora,” disse, creandosi mentalmente l’immagine di un magnifico panorama irlandese. Non ne fu certa, ma credette di vedere Shane che sogghignava. Quando si fermarono nel parcheggio del Burren venti minuti più tardi, capì il motivo. Non c’era un filo d’erba in vista! Il Burren era una distesa di tetra pietra grigia. Lei si voltò verso Shane, accigliata. “È uno scherzo? Pensavo che avessi detto che era un parco nazionale.” Shane iniziò a ridere. “Lo è! Millecinquecento ettari di territorio protetto, costituiti quasi interamente da pietra calcarea.” Keira emise un sospiro esasperato. “Quindi tra tutti i posti che potevi scegliere per mostrarmi la maestosità dell’Irlanda, hai scelto questo.” “Ho captato qualche vibrazione arrogante mentre eravamo da William,” disse Shane, alzando un sopracciglio con aria aggressiva. “Ho immaginato che questo potesse essere il miglior posto per farti scendere dal piedistallo. L’Irlanda non è una terra di fantasia piena di leprecauni, anche se alcune località giocano su quello stereotipo per i turisti. Se scavi un po’ sotto la superficie, il nostro è un paese con un cuore vero, un autentico romanticismo. Abbiamo una storia ricca e interessante, se ci lasci la possibilità di dimostrartelo.” Keira incrociò le braccia. Quello che aveva detto su di lei era vero, ovviamente, ma non aveva intenzione di ammetterlo. “Non sono arrogante,” fu tutto ciò che disse. Shane si limitò a scrollare le spalle. “Andiamo, da questa parte. La vista dalla cima della collina è incredibile.” Keira lo seguì. “Non ho esattamente le scarpe adeguate per un’escursione,” si lamentò. “Non preoccuparti, non ti porterò in una gita in montagna di tre ore, anche se è spettacolare ed è un peccato perderla.” Le lanciò uno sguardo sprezzante. “Credi di poter sopportare un giro di mezz’ora? Attraverseremo alcuni prati e dei boschi meravigliosi.” Конец ознакомительного фрагмента. 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