Una Amore Cosi’ Grande Sophie Love Le Cronache Dell’amore #4 UN AMORE COME IL NOSTRO crea un mondo di emozioni e turbamenti, descrivendo superbamente la mente di una giovane donna (Keira) e le sue difficoltà per bilanciare la sua vita sociale e la carriera. Sophia Love è una narratrice nata. UN AMORE COME IL NOSTRO è ben scritto e studiato, e lo consiglio a tutti i lettori che apprezzano una storia d’amore da assaporare durante il weekend. Books and Movie Reviews (Roberto Mattos) UN AMORE COME IL LORO (Le cronache dell’amore – Libro #3) è il terzo libro di una nuova serie romantica dell’autrice di bestseller #1 bestselling Sophie Love. La serie inizia con UN AMORE COME IL NOSTRO (Libro #1), un download gratuito! Keira Swanson, 28 anni, ha deciso di rinunciare all’amore. Con il cuore ancora ferito dopo essersi lasciata con Cristiano e Shane, non vuole lasciare che la sua rivista la usi per un altro esperimento sul romanticismo. Cosa che ai suoi capi va bene, perché la vogliono mandare in un viaggio di tipo diverso: per dimostrare che una persona con il cuore spezzato può evitare una storia di ripiego e può riuscire a NON innamorarsi. Per sottolineare la questione, NON le assegnano una nuova guida turistica. Invece, Keira si deve mettere in viaggio per i paesi scandinavi e lo deve fare da sola. Lei è entusiasta di accettare l’incarico. Non desidera altro che stare di per sé, ed è felice di andare verso climi nordici, dove potrà schiarirsi le idee, e di certo non troverà l’amore. Ma non ha previsto la bellezza di Copenhagen e di Stoccolma (la Parigi del Nord) o l’incredibile ospitalità del popolo scandinavo. Con l’avvicinarsi del Natale, resistere a un nuovo amore potrebbe essere più difficile di quanto non credeva…Una commedia travolgente, profonda quanto divertente, UN AMORE COSI’ GRANDE è il quarto libro in una fantastica nuova serie romantica che vi farà ridere, piangere, vi costringerà a leggere fino a tarda notte, e vi farà innamorare di nuovo dell’amore. Presto sarà anche disponibile il libro #5! Sophie Love usa tutta la sua capacità di trasmettere la magia ai lettori con frasi e descrizioni potenti ed evocative… il libro romantico definitivo o una perfetta lettura da spiaggia, con una differenza: il suo entusiasmo e le sue magnifiche descrizioni offrono un’attenzione inaspettata alla complessità dell’evoluzioni in amore, ma anche dei mutamenti della psiche. È una piacevolissima raccomandazione per i lettori di romanzi romantici alla ricerca di un tocco più complesso nelle loro letture. Midwest Book Review (Diane Donovan su: Ora e per sempre) UN AMORE COSI’ GRANDE (LE CRONACHE DELL’AMORE—LIBRO 4) S O P H I E L O V E Sophie Love La scrittrice di bestseller #1 Sophie Love è l’autrice della serie romantica LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR, che fino a oggi include sei libri e inizia con ORA E PER SEMPRE (LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR - LIBRO 1). Sophie Love è anche autrice della nuova serie romantica LE CRONACHE DELL’AMORE, che inizia con UN AMORE COME IL NOSTRO (LE CRONACHE DELL’AMORE - LIBRO 1). Sophie sarebbe felice di conoscere le vostre opinioni, quindi visitate www.sophieloveauthor.com (http://www.sophieloveauthor.com) per scriverle una mail, unirvi alla sua mailing list, ricevere libri gratis, essere messi al corrente delle ultime novità, e rimanere in contatto! Copyright © 2018 di Sophie Love. Tutti i diritti riservati. Salvo quanto permesso dalla legge degli Stati Uniti, U.S. Copyright Act del 1976, è vietato riprodurre, distribuire, diffondere e archiviare in qualsiasi database o sistema di reperimento dati questa pubblicazione in alcuna forma o con qualsiasi mezzo, senza il permesso dell’autore. Questo ebook è disponibile solo per fruizione personale. L’ebook non può essere rivenduto né donato ad altri. Se si vuole condividere con altre persone, si prega di acquistare una copia aggiuntiva per ogni beneficiario. Se si intende leggere l’ebook senza aver provveduto all’acquisto, o se l’acquisto non è stato effettuato per il proprio uso personale, si prega di restituirlo e di acquistare la propria copia. Grazie per il rispetto dimostrato nei confronti del duro lavoro dell’autore. Questa storia è un’opera di finzione. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e incidenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo romanzesco. Ogni riferimento a persone reali, in vita o meno, è una coincidenza. Immagine di copertina Copyright vvita, utilizzata con il permesso di shutterstock.com. LIBRI DI SOPHIE LOVE LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR ORA E PER SEMPRE (Libro #1) SEMPRE E PER SEMPRE (Libro #2) SEMPRE CON TE (Libro #3) SE SOLO PER SEMPRE (Libro #4) PER SEMPRE E OLTRE (Libro #5) PER SEMPRE PIÙ UNO (Libro #6) PER TE, PER SEMPRE (Libro #7) NATALE PER SEMPRE (Libro #8) LE CRONACHE DELL’AMORE UN AMORE COME IL NOSTRO (Libro #1) UN AMORE COME QUELLO (Libro #2) UN AMORE COME IL LORO (Libro #3) UN AMORE COSI’ GRANDE (Libro #4) UN AMORE COME IL VOSTRO (Libro #5) INDICE CAPITOLO UNO (#uaea4e4fc-6f15-5b82-9fa1-89a90809814e) CAPITOLO DUE (#u850ac5af-cdfc-5eb0-ba8a-e15ef397724d) CAPITOLO TRE (#u0804772c-7f2c-5335-9331-bfb646b13a9c) CAPITOLO QUATTRO (#u5abd8b69-b3e0-5ad8-9d5c-df44e76bc4b2) CAPITOLO CINQUE (#ud99dd401-531f-5756-8006-5b3bb35510d9) CAPITOLO SEI (#ube45c090-ef5a-5b6d-b948-80f63ee9e54f) CAPITOLO SETTE (#u4b5e667a-9717-5df0-a638-4be5fe799e2f) CAPITOLO OTTO (#litres_trial_promo) CAPITOLO NOVE (#litres_trial_promo) CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo) CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTITRE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo) CAPITOLO TRENTA (#litres_trial_promo) CAPITOLO TRENTUNO (#litres_trial_promo) CAPITOLO UNO Keira aprì un occhio. Mentre passava dal sonno alla veglia, capì dove si trovava. Il divano di Bryn. Di nuovo. Proprio come il giorno precedente e quello prima e quello prima ancora. Mugolò, strizzando forte gli occhi, cercando di costringersi a riaddormentarsi. Quando dormiva era come se tutta la faccenda di Cristiano sparisse. Poteva fingere di non avergli mai spezzato il cuore, e di non aver mai abbandonato quella che avrebbe potuto essere la miglior storia d’amore della sua vita. Nei suoi sogni, poteva anche immaginare di essersi sistemata, di non dover continuare a dormire sul divano di Bryn, sprecando il suo tempo a guardare TV spazzatura, evitando tutte le chiamate degli amici e prendendo tempo ogni volta che il suo capo, Elliot, le chiedeva di scegliere una location per il nuovo incarico all’estero. La stanza era buia, nella fioca alba di inizio dicembre. Sdraiata sul divano a fissare le ombre sul soffitto, Keira si accorse del suono di acqua corrente. La doccia. Bryn doveva essere già sveglia, che era insolito considerando che era sabato mattina e che Bryn aveva sempre passato ogni sabato mattina della sua vita da adulta in preda ai postumi di una sbornia. Confusa, si alzò a sedere sul vecchio divano cigolante e sentì il gorgoglio della macchina del caffè. Annusò l’aria e un aroma le riempì le narici. Bryn era già sveglia e stava preparando il caffè? Non era per niente da lei! C’era sotto qualcosa. Bryn era la più pigra e scombinata tra le due sorelle, ma recentemente era Keira a passare tutta la giornata stesa a far nulla. Ma non riusciva a riscuotersi. Dopo quello che era successo con Cristiano, non era ancora pronta ad affrontare il mondo. Keira udì la porta del bagno aprirsi con uno schiocco, poi il suono dei passi goffi di Bryn che attraversava saltellando il corridoio. La sentì fischiettare un motivetto stonato. Poi apparve alla porta, avvolta in un asciugamano giallo, e con un altro attorcigliato attorno alla testa. “Oh, sei sveglia,” disse Bryn, fermandosi di colpo e sorridendo allegramente. “Ho fatto il caffè. Ne vuoi un po’?” Keira si accigliò sospettosa. “Perché sei così di buon umore? È sabato mattina. E a questo proposito, perché sei già sveglia?” Bryn rise. “Ieri ho passato una serata tranquilla a casa. A quanto pare quando il fegato non è impegnato a filtrare litri di alcol dal corpo, ci si sente piuttosto bene.” “Sono anni che cerco di dirtelo,” borbottò Keira. Sprofondò nuovamente nel divano, riassumendo la posizione supina con lo sguardo rivolto verso il soffitto. Un secondo più tardi, il volto di Bryn apparve sopra di lei. L’acqua gocciolò dalle ciocche dei suoi capelli sulla faccia di Keira. “Stai facendo un’imitazione di un cadavere molto convincente,” commentò Bryn. Keira sbuffò e incrociò le braccia sul petto, distogliendo lo sguardo dalla sorella. “Così è persino meglio!” scherzò Bryn. Keira si limitò a ignorarla. Udì la sorella allontanarsi, diretta verso la sua camera da letto per prepararsi per la giornata. Si sentiva in colpa a essere sgradevole con lei, specialmente considerando il gigantesco favore che Bryn le stava facendo permettendole di vivere nel suo appartamento senza neanche pagare l’affitto. Ma poi ripensò alla miriade di volte in cui la sorella era stata irritabile e ingrata nei suoi confronti e decise che una piccola inversione dei ruoli non era poi così male. La udì tornare nel soggiorno. “Ti sto versando il caffè,” annunciò la donna. Keira sospirò e si alzò a sedere. “Non voglio il caffè,” disse. “Non voglio niente che possa interrompere il mio sonno. Voglio solo dormire per sempre.” Bryn invece ignorò la sua richiesta, versandole il caffè nella tazza più grande che aveva in casa. Si avvicinò e gliela tese. “Non ti lascerò sprecare un’altra giornata sul divano, a guardare Netflix e a compatirti,” dichiarò, affibbiandole la tazza. “Bevilo. Datti una svegliata. Quando è stata l’ultima volta che hai fatto una doccia?” Keira si accigliò accettando la bevanda fumante. “Giovedì sera.” Bryn roteò gli occhi. Tornò con una piroetta al bancone della cucina e versò una tazza per sé. “E comunque perché sei sveglia così presto?” borbottò Keira, prendendo un piccolo sorso di caffè. Era bollente. Lo appoggiò sul tavolino. “Perché…” canticchiò Bryn, alzandosi in punta di piedi per prendere una bottiglia chiusa del suo sciroppo al caramello preferito, “io e Felix abbiamo dei programmi.” Si riabbassò con lo sciroppo in mano e sorrise trionfante a Keira. Felix. Felix. Felix. Era tutto ciò di cui Bryn parlava in quei giorni. Era passata dall’essere una mangiatrice di uomini seriale a una fidanzatina fedele. In circostanze normali, Keira sarebbe stata entusiasta che la sorella avesse finalmente trovato una relazione stabile, ma Felix aveva la stessa età della loro madre e lei non riusciva a evitare di esserne vagamente disgustata. Faceva un po’ troppo “Problemi con la Figura Paterna” per i suoi gusti. Il fatto che il loro stesso padre le avesse abbandonate quando erano solo bambine non faceva altro che confermare la sua teoria. “Che genere di programmi?” chiese. Notò un netto rossore risalire sul collo di Bryn. Lei scrollò le spalle in una maniera che Keira identificò subito come un tentativo di sembrare noncurante. “Oh, solo un po’ di shopping di arredamento.” Keira socchiuse gli occhi. Perché lo shopping di arredi per la casa avrebbe dovuto farla arrossire? Forse perché era il tipo di cosa che faceva un’adulta, che era qualcosa che Bryn, proprio come Peter Pan, aveva giurato di non diventare mai. O forse era perché la sorella festaiola non riusciva ad ammettere di potersi divertire scegliendo lampade insieme al suo innamorato tanto quanto una volta faceva bevendo e ballando tutta la notte nei nightclub di New York. Oppure… “Quando parli di arredamento non intendi dire una statuina ornamentale di un gatto da mettere sopra il caminetto, vero?” domandò Keira, voltandosi di scatto per studiare meglio il volto di Bryn. “No,” rispose la sorella nello stesso tono allegro. “Parlavo più di mobili.” Keira rimase a bocca aperta. “Perché vai a comprare mobili con Felix?” Bryn assunse una sfumatura intensa di rosso. “Si è trasferito in un nuovo appartamento, ecco tutto. Non significa niente. Smettila di guardarmi così!” “Andrai a vivere con lui?” volle sapere Keira, mettendo sotto torchio la sorella. “Non lo so,” rispose lei con una risata. “Chi lo sa?” Sprofondò la faccia nella tazza da caffè, cercando di nascondere un sorriso e fallendo miseramente. Non esisteva al mondo una tazza abbastanza grande da riuscire a nascondere l’ampiezza del sorriso di Bryn. Keira era senza parole. Non riusciva a credere alle sue orecchie. La sorella alla fine era stata domata. Quella sì che era un’avventura degna di uno dei suoi articoli! “E comunque, smettila di cambiare argomento,” disse Bryn, tutto a un tratto. “Stavamo parlando di te e della tua trasformazione in un sacco di patate. Non puoi passare l’ennesimo weekend chiusa in casa. Ti prego, esci e fai qualcosa. Non ti fa bene stare seduta al chiuso tutto il giorno.” “Fa freddo fuori,” si lagnò Keira. “Quindi?” rispose Bryn. “Mettiti un cappello! Sei nata e cresciuta a New York, puoi sopportare il freddo!” Lei si morse il labbro. Le venne in mente un messaggio che le era arrivato da Shelby la sera prima. Ancora non le aveva risposto, ma l’amica l’aveva invitata a una festa sabato sera, vale a dire quel giorno. “A dir la verità, stasera esco,” dichiarò a Bryn, con un certo compiacimento. “Davvero?” chiese la sorella, inarcando un sopracciglio con ovvia incredulità. “Sì,” ripeté seccamente Keira. “Vado a una festa. Stavo per domandarti se vuoi venire anche tu.” “Sono felice di saperlo. Ma non posso. Io e Felix passiamo la serata a casa.” Keira scoppiò in una fragorosa risata. “Ma chi sei tu?” Bryn ridacchiò. Con una leggera scrollata di spalle disse: “La gente cambia.” Quando la sorella replicò con poco più di un grugnito, Bryn si sedette accanto a lei e le strofinò la schiena. Tutta quella premura era molto insolita da parte sua. “Lo so che stai male,” disse con voce rassicurante e materna. “Ma rimuginare sulla sofferenza non ti aiuta a guarire. Devi alzarti e affrontare il giorno. Una doccia ti farebbe bene.” “Va bene,” brontolò Keira. “Ho capito l’antifona.” Si alzò dal divano con i muscoli doloranti. Il torcicollo ormai stava diventando una parte integrante di lei. “Sarò già uscita quando avrai finito,” l’avvertì Bryn. “Okay, divertiti,” rispose Keira. “Saluta Felix da parte mia.” Bryn arrossì all’istante. Keira andò in bagno, scuotendo la testa di fronte alla sua totale trasformazione. Era incredibile quanto l’amore di un uomo avesse cambiato la sorella, pensò, sfilandosi il pigiama sudicio e aprendo l’acqua. Entrò nella doccia, chiudendosi la porta alle spalle. Mentre l’acqua le scorreva sui capelli e la pelle, Keira rifletté meravigliata sull’inversione di ruoli che avevano subito lei e Bryn. Per quanto la sorella fosse cambiata per il meglio, lei sentiva di essere cambiata per il peggio. La fine della sua relazione con Cristiano l’aveva travolta come un treno merci. Stava persino influenzando il suo lavoro. Elliot non vedeva l’ora di mandarla di nuovo all’estero per un altro incarico ma ormai avevano già fatto tre riunioni per parlarne e ogni volta Keira aveva trovato una scusa per non prendere una decisione definitiva riguardo alla location. Quando Elliot aveva insistito, lei gli aveva ricordato che le aveva promesso più libertà creativa dopo l’ultimo incarico, e così lo aveva temporaneamente zittito. Ma non sarebbe durata per sempre, lo sapeva. Proprio come non poteva continuare per sempre a dormire sul divano dell’appartamento di Bryn. Avrebbe dovuto rimettersi in sesto prima o tardi. Si sciacquò il sapone dai capelli, realizzando al contempo che Bryn aveva avuto ragione. Una doccia era proprio quello che le serviva per rinfrescarsi le idee. Forse andare a una festa quella sera le avrebbe fatto bene, anche se non ne aveva voglia. A volte quel che si voleva e quello di cui si aveva bisogno erano cose diverse, ricordò a se stessa. Si ripeteva quelle parole ogni volta che si ritrovava a sentirsi in colpa per quello che era successo con Cristiano. Solo perché lo aveva voluto, non significava che fosse l’uomo giusto per lei. Tuttavia spesso le era più facile credere alle proprie parole che a quelle degli altri. Uscì dalla doccia, si avvolse in un asciugamano fresco, e tornò in soggiorno per cercare degli abiti puliti per la giornata. Tutte le sue cose erano ancora conservate dentro scatole e valigie, ma si era tanto abituata a quel modo di vivere che ormai sapeva dove trovarne la maggior parte. La maglia che cercava doveva essere nella scatola da scarpe sotto al tavolino da caffè. Si abbassò per prenderla. Allo stesso tempo le cadde lo sguardo sul cellulare. Lottò contro la familiare compulsione a controllare se Cristiano si era fatto sentire, afferrando invece la scatola e rovistandovi dentro alla caccia della maglia che le serviva. Mentre la tirava fuori, ripensò all’ultima volta che l’aveva indossata: a Parigi, durante una delle loro passeggiate romantiche nella città bagnata dalla pioggia. Immediatamente le si strinse il cuore e lasciò cadere l’indumento, afferrando al suo posto il cellulare, ormai priva di forza di volontà. Non c’erano notifiche ma controllò individualmente ogni applicazione nel caso lui avesse deciso di mettersi in contatto con qualche mezzo meno scontato di un messaggio o un’email; un “like” su una delle sue foto, per esempio, o articolo rilevante pubblicato sulla sua bacheca di Facebook. Ma con un sospiro triste, si rese conto che non c’era nulla. Cristiano non aveva fatto alcun tentativo di comunicare, nemmeno impercettibilmente, da quando lei aveva chiuso la loro relazione all’aeroporto Charles de Gaulle. La sensazione di turbamento nel petto le fece capire quanto avesse bisogno di vedere i suoi amici quella sera. Anche se una festa non era l’ambiente migliore per lei in quel momento, stare insieme a Maxine e Shelby le avrebbe fatto bene. Per la prima volta dopo tanto tempo, si ritrovò a desiderare la compagnia umana. * Keira salì di corsa i gradini della casa di Shelby e David. Faceva un gran freddo, e lei indossava un minuscolo abitino nero. Rabbrividì sulle scale mentre premeva ripetutamente il campanello, impaziente di vedere la porta aprirsi. Finalmente si spalancò, inondando Keira di luce, musica e chiacchiere. Lei si strofinò le braccia e alzò lo sguardo per vedere Rob, il fratello di David, alla porta. “Ehi,” disse lui, squadrandola da capo a piedi. Poi gli apparve una ruga divertita tra le sopracciglia. “Keira Swanson? Sei davvero tu?” “Già,” rispose Keira. “Posso entrare? Sto gelando!” “Ma certo!” esclamò Rob, spostandosi di lato. Keira lo superò rapidamente, emergendo dall’oscurità ed entrando nel corridoio luminoso. Lui chiuse la porta alle sue spalle. “Non ti avevo riconosciuta. Sei cambiata.” “Non ho più ventun anni, se è questo che vuoi dire,” replicò la donna, sfilandosi la giacca. Rob gliela prese di mano per appenderla a un gancio vuoto. “È stata allora l’ultima volta che ci siamo visti?” Keira annuì. “Già. Alla fine del college.” La temperatura dentro l’appartamento iniziò a scaldarla e lei smise di strofinarsi tanto vigorosamente le braccia. “Quindi, come va?” chiese a Rob, cercando di fare conversazione. “Alla grande,” rispose lui, con un largo sorriso. “Sì, molto bene.” Si grattò la testa, a quanto pareva a corto di argomenti. “Uhm, perché non vieni con me?” “Certo,” confermò Keira. Lui le fece cenno di seguirlo dentro l’appartamento. Keira obbedì, avanzando verso i rumori provenienti dalla cucina. David e Shelby avevano una bella casa, soprattutto considerando che nessun altro dell’età di Keira era ancora riuscito a permettersi di comprarne una. Che diavolo, Keira stessa non era nemmeno riuscita a mettere insieme il denaro per la cauzione di un appartamento in affitto! Trovò tutti in cucina, Shelby seduta vicino a una grande isola intenta a chiacchierare con alcune persone che lei non conosceva. Colleghi di lavoro, suppose. Erano eleganti, con bei tagli di capelli, abiti alla moda e sorrisi sicuri. All’improvviso si sentì estremamente a disagio in presenza degli amici così calmi e tranquilli di Shelby. “Keira!” esclamò Shelby, notandola. “Sei arrivata!” Appoggiò con forza il bicchiere sul bancone e barcollò verso l’amica, chiaramente già un po’ brilla. “Oddio, non pensavo che ti avrei mai più rivista,” strillò, gettandole le braccia attorno al collo e stringendolo. Lei diede qualche pacca sul braccio che la stava strozzando. “Non essere sciocca,” disse con voce stridula. “Mi sono solo riposata un po’.” Shelby la liberò dalla sua morsa e la guardò da capo a piedi. “Wow, sei bellissima!” Pizzicò la stoffa dell’abito di Keira tra le dita, per poi lasciarlo ricadere sul suo fianco. Poi voltò la testa per rivolgersi a tutta la sala. “Guardate quanto è splendida la mia amica Keira!” gridò. “Ed è SINGLE!” Keira arrossì immediatamente. “Ti prego, Shelby,” borbottò tra i denti. Non si sentiva affatto attraente, per via dei chili di troppo che aveva messo su di recente. “Che c’è?” ridacchiò Shelby. “Sei di nuovo sulla piazza e io ho degli amici molto affascinanti. E sappi che il tuo culo ha un aspetto magnifico.” “È grasso, non magnifico,” borbottò Keira. “E ancora non sono pronta a uscire con nessuno. Oggi è letteralmente la prima volta che emergo dalle lande desolate della Depressione dopo due settimane.” “Okay, okay,” rispose Shelby, roteando gli occhi. “Non insisto. Ma ti offrirò del vino.” E sorrise con aria maliziosa. “No!” protestò Keira. Sapeva fin troppo bene quanto perdeva il controllo quando beveva troppo, e con quanta facilità si ubriacava quando era preda delle emozioni. L’alcol era l’ultima cosa che le serviva in quel momento. Ma era troppo tardi. Un bicchiere pieno fino all’orlo di vino bianco attraversò la folla per piombarle davanti. Lei lo accettò dalla mano tesa e senza corpo, sbirciando lo spazio tra le teste di due persone per capire chi glielo stava offrendo. “MAX!” gridò poi, quando alla fine capì che era l’altra sua migliore amica. La donna sgusciò in mezzo a due uomini alti e dall’aria inamovibile, e abbracciò Keira. “Ehi, straniera,” disse. “È bello vederti.” Si separarono e Maxine le sorrise, i suoi occhi scuri rilucenti di dolcezza. “Ero così preoccupata per te che ho persino mandato un messaggio a tua sorella.” Keira alzò di scatto le sopracciglia. Maxine e Bryn si odiavano. Una qualche faida inesplicabile di cui nessuna ricordava le origini aveva reso la loro relazione quantomeno gelida. “Non me l’ha detto,” replicò lei. “Figurarsi,” ribatté Maxine, alzando gli occhi al cielo. “Comunque, sono felice che tu sia qui ora. Adesso posso dirti in faccia che sei una donna forte, potente e perfetta che non si lascia definire da nessun uomo.” Keira scoppiò a ridere. Aveva l’impressione che fosse il primo sorriso autentico che faceva da giorni. “Grazie, Max,” disse, sgomitando l’amica. Sentendosi un po’ più felice, Keira bevve un sorso di vino. Era piacevole, con un sapore leggero e delicato. Immediatamente sentì la voce di Cristiano nella testa, a informarla che sarebbe stato benissimo insieme a del pesce. Fu attraversata da un senso doloroso di perdita. “Hai notato che Rob ti sta fissando?” chiese tutto a un tratto Maxine, distogliendola dai suoi pensieri. “No,” disse Keira, lanciando uno sguardo verso l’uomo appoggiato al frigo. Lui distolse subito gli occhi. “Dovresti parlare con lui,” la esortò l’amica. “È chiaro che gli piaci.” Keira scosse la testa. “Non sono dell’umore giusto per questo adesso. Quella con Cristiano è stata una relazione di rimbalzo dopo Shane, te lo ricordi? E guarda quanto è finita male.” “Shane era stato un modo per superare la relazione con Zach,” le ricordò Maxine. “Ed è stata la miglior decisione che tu abbia preso per te in tanto tempo.” Keira scosse di nuovo la testa. Abbassò la voce. “Ti prego, posso avere una sola serata senza dover pensare all’amore?” Maxine sospirò con riluttanza. “Va bene. Ma a una condizione.” Afferrò la mano di Keira. “Ballerai con me tutta la notte!” Keira sbuffò rumorosamente ma non oppose particolare resistenza mentre Maxine la trascinava al centro del soggiorno. I divani erano stati spinti verso le pareti, il tavolino da caffè spostato di lato, e già un certo numero di persone ballava in quello spazio. Ritrovarsi nel bel mezzo della stanza in quel modo non era certo il divertimento ideale di Keira, ma qualsiasi cosa era meglio che essere costretta a fllirtare. Shelby le raggiunse saltellando, gettando le braccia attorno alle due amiche allo stesso tempo. “Le mie preferite!” gridò. “Vi ho detto ultimamente quanto vi voglio bene?” Keira rise. “Qualcuno è ubriaco,” commentò Maxine. “Già!” confermò l’amica. Poi alzò la voce e gridò sopra la musica: “Ed è bellissimo!” Iniziarono a ballare insieme al ritmo della canzone, esibendosi in mosse di danza buffe ed esagerate. Keira si permise di rilassarsi per un momento. Bevve un’altra sorsata di vino, concedendosi di divertirsi e di lasciarsi andare almeno un po’. Insieme alle sue migliori amiche poteva scatenarsi. Aveva svuotato il bicchiere, quando Shelby esclamò all’improvviso ad alta voce: “Oddio! Quando è stata l’ultima volta che ci siamo fatte degli shottini insieme?” Afferrò le mani di entrambe, guardando prima una e poi l’altra con ansiosa anticipazione, come se avesse avuto l’idea migliore del mondo. “Assolutamente no,” disse Keira, scuotendo la testa. Aveva già scolato un bicchierone pieno di vino. Aggiungere anche uno shot al miscuglio sarebbe stato pericoloso. “Andiamo!” insistette Shelby, mettendo il broncio. Saltellò su e giù, e la sua espressione insieme alla sua stazza minuta la fecero sembrare una fatina petulante. “Abbiamo la tequila!” Keira ricordò che loro tre si erano sempre fatte degli shot di tequila alle feste del college, quasi come un rito delle loro serate di libertà, e che era stato molto divertente. “In onore dei vecchi tempi?” disse Maxine, sospingendola. Magari uno solo non sarebbe stato così grave, pensò Keira. “Okay, okay,” disse alla fine, cedendo alla pressione sociale per l’ennesima volta nel corso della serata. Prendendola per le spalle, Shelby la guidò verso il bancone della cucina, seguite da Maxine come se avessero dato via a un trenino. David era lì a parlare con un gruppo di amici, Rob incluso. “Tesoro, ci diamo alla tequila,” farfugliò Shelby, stendendogli un braccio sulle spalle e piantandogli un bacio umido sulla guancia. Il suo anello di fidanzamento brillò sotto le luci vivaci. David le lanciò uno dei suoi sguardi adoranti e Keira distolse il proprio, sentendo una fitta di gelosia trapassarle il cuore. Mentre si girava, inavvertitamente guardò dritto negli occhi di Rob. La sua espressione sembrava il riflesso di quella di Keira, come se stesse cercando di nascondere l’invidia. Si chiese se anche l’amico stesse cercando di superare la fine di una relazione come lei. “Ma certo, cara,” disse David a Shelby, baciandole il naso. Lei gli tolse le braccia dal collo e il suo fidanzato si avvicinò ai pensili, radunando ciò che le serviva: la tequila, il sale e i bicchieri da shot. “Rob, puoi prendere i lime?” domandò Shelby, indicando il frigo contro cui lui era appoggiato di schiena. Keira lo guardò ripescare una busta piena di lime, avvicinarsi al bancone e appoggiarli. “Ne bevo uno anche io,” disse lui, indicando la fila di bicchierini che David stava preparando. “GRANDE!” gridò Shelby. La ragazza fece per prendere un coltello per iniziare a tagliare i lime e subito le fu sfilato di mano da Maxine. “Lascia fare a me, okay, tesoro?” disse Max con una risatina. Shelby annuì. Non appena fu tutto pronto ed ebbero riempito i bicchierini da shot, David, Rob, Keira, Maxine e Shelby presero posizione davanti a essi. Si misero il sale sulle mani e presero un bicchiere ciascuno, preparandosi per il conto alla rovescia. “Tre, due, uno!” strillò Shelby. Keira buttò giù la tequila in un colpo solo. Il liquore le bruciò subito la gola. Il sapore era intenso e lei deglutì in fretta, sentendo il calore che le scendeva nel ventre. Sussultando, leccò immediatamente il sale, poi afferrò una fetta di lime da succhiare. Con gli occhi lacrimanti, guardò i suoi amici. Shelby si tolse la fetta di lime di bocca e la gettò sul bancone, per poi essere travolta da un improvviso conato. Si voltò e vomitò violentemente nel lavandino. David scoppiò a ridere, e si affrettò a confortarla. Maxine lo seguì, accantonando il proprio lime con una risatina. Keira rimase sola con Rob. Gli gettò un’occhiata. L’uomo stava ridendo, con la fetta di lime ancora infilata in bocca. “Shelby non regge proprio l’alcol,” commentò, dopo averla tolta. Anche Keira si tolse il lime di bocca. La tequila le aveva raggiunto lo stomaco, e si sentì riempire dal suo calore. “Non è colpa sua,” replicò con un sorriso. “Non ci sono molte donne alte a malapena un metro e cinquanta e sui 45 chili che reggono bene l’alcol.” “Tu te la cavi bene però,” replicò Rob. Keira si diede un colpetto sulla pancia recentemente ingrassata a mo’ di spiegazione. “Comunque, a parte tutto,” continuò. “Che te ne è parso del tuo shot?” “Non è stato male,” rispose Rob, scrollandosi con noncuranza. “Ma devo ammetterlo, sono più un tipo da birra. Ho pensato solo di provare.” “I miei complimenti,” disse Keira. Si sentiva le guance sempre più calde per il mix di vino e liquore. Per la prima volta dopo tanto tempo, aveva la voglia e la capacità di mantenere una conversazione. “Quindi, Rob, che cosa hai fatto negli ultimi…” Si fece mentalmente il conto. “… sette anni?” “Ho rigenerato ogni cellula del mio corpo,” rispose lui. Keira si accigliò perplessa. “Eh?” “Sette anni. È il tempo che impiegano le cellule del corpo a rigenerarsi,” spiegò Rob. “C’è una teoria secondo cui è questo il motivo per cui esiste la crisi dei sette anni nelle relazioni.” “Oh,” disse Keira. “Non credo che raggiungerò mai i sette anni in una relazione.” Rob rise. “No, neanche io. Riesco ad arrivare a uno, a volte due. Ma qualsiasi cosa al di sopra è territorio sconosciuto.” “Vale lo stesso per me,” rispose Keira. Sentiva che l’alcol le aveva sciolto la lingua. Era piacevole comunicare di nuovo. Fece per prendere la tequila. “Un altro?” Rob alzò le sopracciglia. “Certo.” Keira versò un altro shot a entrambi. Si misero a turno il sale sulle le mani, e quella volta fece lei il conto alla rovescia. “Tre, due, uno!” Bevvero lo shot in contemporanea, sbattendo giù i bicchierini allo stesso tempo, leccandosi il sale dalle mani e cercando di prendere in fretta le fette di lime. Entrambi si diressero verso lo stesso pezzo, e Keira colpì giocosamente la mano di Rob, rubandoglielo. Lo succhiò, ridendo, e poi se lo tolse dalle labbra. “È stato diverten-” iniziò, ma si interruppe quando all’improvviso Rob si lanciò verso di lei e la baciò. Keira lo spinse via, sconvolta. “EHI!” gridò. “Che diavolo fai?” Rob apparve sbalordito. “Che vuoi dire?” esclamò. “Stavi flirtando con me.” “NO, non lo stavo facendo!’ ribatté Keira. Ancora peggio di essere baciata senza consenso, era l’accusa di aver dato in qualche modo il via libera quando invece non lo aveva assolutamente fatto. “Oh, ma per favore,” rispose Rob, furibondo. “Allora perché continuavi a guardarmi? Perché mi hai offerto un altro drink?” “E da quando guardare significa flirtare?” ribatté Keira. “Uhm, da quando la nostra specie ha sviluppato parti maschili e femminili ben distinte?” La rimbeccò lui. Sembrava inviperito. Keira si rese conto che era veramente ubriaco. In precedenza aveva retto bene, ma con i due bicchierini di tequila in rapida successione aveva superato i limiti di tolleranza del suo fisico, e tutto a un tratto apparve tutto arruffato. Keira si voltò. Non era preparata a gestire una discussione sulle tecniche di flirt con un idiota sbronzo. Ma quando fece per andarsene, fu bloccata dalla stretta di Rob sul suo braccio, che cercava di fermarla. “Ehi,” le disse l’uomo. “Dovresti chiedermi scusa.” “Cosa?” esplose lei, resa più sicura dalla tequila che le riscaldava il ventre. “TU dovresti chiedermi scusa. Io non ho fatto niente.” “Mi hai illuso!” Keira fu travolta dalla rabbia. “Sei un porco!” gridò, allungando una mano verso il più vicino bicchiere. Ne trovò uno di vino che era stato abbandonato e lo versò in faccia a Rob. Fuggì via, afferrando la giacca e uscendo in fretta e furia dall’appartamento prima che chiunque riuscisse a fermarla. Non voleva essere seguita da Shelby o Maxine per essere consolata. Voleva solo tornare a casa. Fortunatamente, quando scese in strada, un taxi si stava dirigendo verso di lei, con la luce accesa. Lo fermò. Il veicolo parcheggiò lungo il marciapiede e lei vi saltò dentro, dando l’indirizzo di Bryn all’autista. Mentre si allontanava, vide Maxine e Shelby che scendevano in fretta i gradini alla sua ricerca. Fece loro un timido saluto dal retro del taxi mentre le superava, poi sprofondò nel sedile. L’umiliazione le aveva arrossato le guance. Frugò dentro la borsetta, afferrando il cellulare per mandare un messaggio di scuse a Shelby. Ma invece di scrivere all’amica, si ritrovò invece a inviare un messaggio a Cristiano. Due semplici parole. Mi manchi. CAPITOLO DUE Quando Keira si svegliò il giorno seguente, fu assalita da un senso di mortificazione. I ricordi della festa le tornarono alla mente tutti insieme, dagli shot di tequila con gli amici e la sgradevole esperienza del bacio di Rob, fino al drink che lei gli aveva gettato in faccia. Ma non era quella la parte peggiore. La parte peggiore era stato il messaggio a Cristiano. Sollevò le coperte, rimanendovi impigliata nella fretta di trovare il cellulare e finendo per cadere sul sedere. Stesa sul duro pavimento emise un gemito e allungò una mano sul tavolino da caffè, trovando il telefono. Non appena ebbe il cellulare in mano, ebbe paura di controllare. Esitò, con il pollice sospeso sopra il pulsante d’avvio, ma poi riuscì a mettere un freno alla sua ansia e a pigiarlo. Immediatamente vide che c’erano diverse notifiche di messaggi ricevuti. Le balzò il cuore in gola. Ce ne poteva essere anche uno di Cristiano? Cliccò sull’icona dell’app. Il primo messaggio era di Maxine, che le chiedeva se stava bene. Il seguente, sempre di Maxine, insisteva di farle sapere se era arrivata a casa sana e salva. Poi ce n’erano diversi di Shelby, parole sconnesse scritte come in un flusso di coscienza, un altro di Maxine di quella mattina presto che l’avvertiva che se non si fosse fatta viva per mezzogiorno avrebbe chiamato la polizia, e alla fine uno di sua madre che le chiedeva se aveva mai provato il latte di cocco nel latte macchiato. Ma niente da Cristiano. Si sentì lo stomaco sotto i piedi e la delusione le sbocciò nel petto. Ma una nuova sensazione prese rapidamente il sopravvento: il sollievo. Lei aveva fatto il primo passo, aveva rotto il muro di silenzio tra di loro, e Cristiano aveva scelto di non comunicare. Almeno adesso sapeva come stavano le cose. Non aveva più bisogno di domandarselo. Per quanto la consapevolezza che la loro relazione era definitivamente finita fosse dolorosa, era grata di quella certezza. Rilesse i messaggi di Maxine, non più distratta dal pensiero di Cristiano e in grado di prestargli l’attenzione che meritavano. Stai bene, tesoro? Mi dispiace così tanto per Rob! Che stronzo. Ti conosco abbastanza bene da sapere che di certo sarai in imbarazzo per questa faccenda, ma in questo momento sei letteralmente la mia eroina. Lei sorrise tra sé e sé, e poco alla volta la sua mortificazione per aver fatto una sceneggiata svanì. Le scrisse una risposta. Scusa se non ti ho più risposto. Devo essermi addormentata non appena sono arrivata a casa. Certo che sono imbarazzata, ma almeno tu sei orgogliosa di me. Inviò il messaggio e fece per mettere da parte il cellulare, poi ripensandoci mandò una risposta a sua madre, Mallory. Sì, e ci sta benissimo. Udì il suono di una chiave nella toppa della porta e sobbalzò per la sorpresa. Voltandosi per guardarsi alle spalle, vide Bryn che entrava nell’appartamento, abbigliata con un completo sportivo, le guance rosa, la fronte sudata e un ampio sorriso sulle labbra. Keira si accorse che non era da sola, con lei c’era Felix. Per essere un uomo di una certa età, in tenuta da palestra faceva la sua figura. Ricordava un modello per le pubblicità di tinte per capelli, nella versione prima del trattamento. “Ti sei svegliata,” disse Bryn con un sorriso. “Come è stata la festa?” “Avrebbe potuto andare meglio,” borbottò in risposta Keira. “Dove siete stati voi due?” Bryn si diresse al lavandino per riempire la bottiglietta d’acqua vuota. Fu Felix a rispondere alla sua domanda. “Siamo solo andati a fare una corsetta,” spiegò. Keira dovette impedirsi di sbottare: “Alla tua età?” Riuscì a censurarsi e domandò: “A quest’ora del mattino?” “È il momento migliore per farlo,” rispose lui. Sollevò una gamba per appoggiarla a uno degli sgabelli della cucina e allungarsi a toccarsi le dita dei piedi. Era più in forma di Keira, quello era evidente. Lei aveva lasciato che quella parte della sua vita andasse a scatafascio e il suo giro vita ne stava subendo le conseguenze. Bere e mangiare a piacimento andava bene finché si arrampicava su per le colline in Italia, ma ora che i suoi pomeriggi consistevano in maratone televisive e montagne di pretzel, non era più tanto una buona idea. Si tastò lo stomaco. Era decisamente più morbido di quanto non fosse stato in passato. Avrebbe dovuto fare qualcosa e in fretta. Bryn si voltò dal lavandino e bevve una sorsata dalla bottiglia. “Hai sentito la mamma?” “Solo un messaggio strano sui cappuccini al latte di cocco,” rispose Keira. Bryn scoppiò a ridere. “Chissà dove ha la testa. Avrebbe dovuto parlarti della cena di stasera.” “Oh,” replicò Keira. “Beh?” insistette la sorella. “Che ne dici? Una serata tra le donne Swanson?” “Felix non è invitato?” domandò Keira, incuriosita. Sua madre sembrava adorare Felix; o quello oppure era estremamente sollevata dal fatto che finalmente Bryn avesse una relazione stabile. Felix passò a fare stretching all’altra gamba. Lanciò un’occhiata a Keira, con le mani tese a stringersi l’alluce sotto le scarpe da ginnastica. “Stasera ho da fare con la mia famiglia. È l’anniversario di matrimonio dei miei genitori.” Ancora una volta, Keira dovette mordersi la lingua per evitare di rispondere qualcosa di scortese. Ma era davvero sorpresa che i genitori di Felix fossero vivi e vegeti. Dovevano avere più di ottant’anni, la stessa età che avrebbero avuto i nonni di Keira se fossero stati vivi. “È fantastico,” riuscì a commentare. “Che cosa devo dire alla mamma?” chiese Bryn. “Dille che va bene,” rispose lei. Forse farsi viziare un po’ l’avrebbe aiutata a liberarsi della depressione. Non c’era niente al mondo come le sdolcinatezze di Mallory per ricordarle quanto tenesse alla sua indipendenza. Bryn e Felix si scambiarono un cenno con il capo e si diressero verso la porta. “E voi dove andate?” chiese loro. “Altri cinque chilometri di corsa,” rispose Bryn. “Dieci chilometri prima di colazione è sempre stato il mio motto,” aggiunse Felix. La salutarono e uscirono rapidamente. Keira rimase a guardare la porta sbattendo le palpebre. Come faceva quell’uomo a essere tanto in forma, per di più a sessant’anni suonati? Si chiese quanto ci volesse per imparare a correre dieci chilometri e si rese conto che non doveva servire poi così tanto tempo. Di certo meno di un anno. Per quel che ne sapeva lei, Felix aveva iniziato i suoi allenamenti fisici il giorno del suo sessantesimo compleanno. Non era mai troppo tardi per un cambiamento. Capì, tutto a un tratto, che doveva smettere di stare con le mani in mano ad auto-compatirsi. Improvvisamente motivata, prese la sua borsa di lavoro e tirò fuori il taccuino. Buttò giù rapidamente una lista di tutte le cose che doveva cambiare della sua vita, incluso perdere qualche chilo e rifarsi la tinta ai capelli. Studiò la lista e si accorse che c’era un cambiamento fondamentale da fare se voleva rimettere in sesto la sua vita, ed era trovare un appartamento tutto per sé. Più tempo passava a dormire sul divano di Bryn, e più le sembrava complicato persino immaginarsi indipendente e di nuovo autonoma. Prese il portatile e andò sul un sito di un agenzia immobiliare. Erano almeno un paio d’anni che non controllava più i prezzi delle case in vendita, avendo vissuto con Zach tanto a lungo, e le cifre le fecero venire da piangere. Ma se metteva insieme i suoi bonus a lavoro con le diverse migliaia di dollari che aveva risparmiato non dovendo pagare l'affitto e nemmeno il suo cibo negli ultimi mesi, avrebbe potuto racimolare abbastanza da potersi permettere la caparra. Sulla carta sembrava una scelta sicura, dato che aveva un lavoro stabile con uno stipendio decente. Iniziò a intravedere la prima scintilla di speranza dopo giorni. Scorse tutti gli appartamenti, alla ricerca di uno in affitto che fosse nel suo budget. La maggior parte sembrava un po’ malconcia, ma le piaceva il fai-da-te e non aveva problemi a prendere una casa da ristrutturare. Voleva solo qualcosa tutto per sé, un posto da poter chiamare casa dopo aver passato lunghe settimane in stanze d’albergo. Alla fine, fu colpita da uno in particolare. Un appartamento con una camera da letto e un bagno più a ovest di Manhattan rispetto a dove si muoveva di solito. Dalle foto sembrava il classico appartamento in cui un divorziato triste si sarebbe trasferito per ridurre le spese, ma Keira riuscì a vedere oltre l’arredamento scialbo e trascurato. Le finestre erano enormi, i soffitti alti. Senza i tappeti grigi sarebbe apparso ancora più spazioso. Nel seminterrato dell’edificio c’era una lavanderia, ed era a meno di due chilometri dalla stazione della metropolitana. Sembrava destino. Keira prese il telefono e fece il numero dell’agenzia immobiliare. Dopo qualche squillo, le rispose una voce roca, il raschio di una donna anziana con un vizio del fumo di decenni. “Chiamo per l’appartamento sul vostro sito,” disse, spiegando all’anziana signora a quale fosse interessata nello specifico. “Oh, sì, quello è una meraviglia,” rispose la donna. “Una zona fantastica. Quanto è alta lei?” Keira fu presa in contropiede dalla domanda. “Perché?” “Perché gli ultimi due tizi a cui l’ho mostrato erano grossi come giocatori di pallacanestro e volevano più spazio. Una perdita di tempo per tutti. E il tempo è denaro, ragazza. Quindi? Quanto è alta?” “Un metro e cinquantasette,” disse Keira. “Perfetto,” gracchiò la donna. “Quando vuole dare un’occhiata?” Keira pensò al suo lavoro, agli straordinari che spesso doveva fare al Viatorum. “Nel weekend sarebbe meglio.” “Che cosa fa oggi?” fu la risposta dell’agente. “Mi hanno cancellato un appuntamento quindi potrei avere del tempo per lei.” “Oggi?” ripeté Keira, sorpresa. D’altra parte non aveva altro da fare. “Okay, sì. Oggi va bene!” Presero gli accordi necessari e Keira chiuse la chiamata, sentendosi un po’ frastornata per la velocità in cui era successo tutto. Sembrava davvero che fosse destino. * Keira uscì dalla metropolitana, ritrovandosi in una zona sconosciuta ma piuttosto gradevole di New York. Era una delle cose che amava di più di quella città, il modo in cui cambiava, si evolveva, e si sviluppava tanto costantemente da reinventarsi di continuo. Fino a poco tempo prima quell’area doveva essere stata un po’ degradata e ancora la gente non si era accorta del mutamento, perché altrimenti le sarebbe stato impossibile permettersi l’affitto in un posto del genere! Si affrettò lungo il marciapiede, controllando i numeri della porte man mano che avanzava, alla ricerca del palazzo giusto. Mentre si avvicinava al numero corretto, notò una donna davanti a sé, vestita con un tailleur rosa fucsia e scarpe con il tacco dello stesso colore, che fumava una sigaretta. Doveva essere l’agente immobiliare con cui aveva parlato a telefono. La donna si voltò, avendo udito il suono dei passi di Keira, e gettò la sigaretta a terra. La spense con la punta della scarpa e si diresse verso la porta, facendole cenno di seguirla, dopo aver soffiato il fumo da una lato della bocca. “Entriamo,” le disse prima ancora che si fosse avvicinata. “Mi sto gelando le chiappe qui fuori.” Keira batté le palpebre sorpresa per la velocità con cui quella situazione continuava a evolversi. Senza nemmeno uno scambio di presentazioni, seguì la donna dentro l’edificio. All’interno era squallido come si era aspettata, ma le scale erano tutte intere e l’ascensore non puzzava. Salirono al tredicesimo piano e Keira fu lieta di vedere che non c’erano graffiti da nessuna parte del corridoio in cui si fermarono. L’agente immobiliare infilò una chiave nella toppa di una semplice porta bianca e aprì. Ne emerse un tanfo di polvere. Sembrava che nessuno avesse più passato l’aspirapolvere in quell’appartamento da anni. Entrarono. “Il proprietario ha vissuto qui per un po’, prima di trasferirsi in un altro posto e di mettere questo in affitto. È uno scapolo,” raccontò l’agente, passando le dita sulla balaustra e sollevando la polvere. “Probabilmente lo aveva già intuito.” Ma a Keira non importava dello sporco. Non le importava nemmeno quanto sembrasse più piccolo l’appartamento dal vivo rispetto alle foto, o che la carta da parati fosse macchiata di impronte di mani. Riusciva a vedere al di là di tutto quello. Per lei l’appartamento significava la libertà, l’indipendenza, l’inizio di una nuova vita. Una nuova partenza. Un’ancora di salvezza. “Lo adoro!” esclamò, battendo le mani. L’agente non sembrò colpita dal suo entusiasmo. “Bene,” rispose semplicemente. “La camera da letto è per di qua. È il motivo per cui è così economico. Non c’è abbastanza spazio per un matrimoniale come si deve, solo per un letto da una piazza e mezzo. Ma lei è bassa quindi non avrà problemi.” Keira sbirciò nella camera da letto. In effetti era poco più di un ripostiglio, ma tanto le serviva solo come posto dove dormire. Non era come se avesse un partner con cui condividere il letto, sarebbe stata lei da sola. Lei e magari un gatto… “Per me è grande abbastanza,” replicò. “Non ho ancora un letto quindi si tratterà solo di trovarne uno che ci stia.” L’agente immobiliare annuì con l’ormai familiare atteggiamento disinteressato. “Fantastico. Lo vuole prendere in affitto?” A Keira serviva un momento per riflettere. Stava succedendo tutto troppo in fretta. Uscì dalla camera da letto per tornare in soggiorno e si avvicinò a una delle grandi finestre, per ammirare il panorama. Da lì riusciva a vedere Central Park. All’improvviso si riuscì a immaginare seduta davanti a quella finestra, in vista delle strade al di sotto, a bere caffè e a scrivere. Sarebbe stata come la sua personale finestra parigina. Non le serviva niente di più, non quando andava all’estero per lavoro tanto spesso. Aveva solo bisogno di una casa tutta sua. Il suo nuovo inizio. Si voltò di scatto verso l’agente immobiliare vestita di fucsia. “Sì. Lo prendo.” CAPITOLO TRE Mallory si chinò verso l’altro lato del tavolo e riempì il bicchiere di Keira con altro vino rosé. La ragazza fece una smorfia. Non era particolarmente affezionata a quella bevanda dolciastra che piaceva tanto a suo madre, ma non poteva farci niente. Quando si trattava di Mallory Swanson, ogni resistenza era inutile. Bryn colse lo sguardo di Keira dall’altra parte del tavolo e sogghignò. Lei odiava il vino rosé tanto quanto la sorella. Almeno era diventato uno scherzo privato tra loro due. “Dunque, Keira,” disse Mallory, rivolta alla figlia più giovane. Keira distolse lo sguardo da Bryn e si girò verso la madre. Capiva dagli occhi stretti e dal modo in cui il bicchiere le pendeva tra le mani che aveva bevuto troppo. Che significava che stava per domandarle qualcosa di molto privato, come capitava sempre quando era vagamente brilla. Keira si preparò. “Sì, mamma?” “Hai avuto notizie di Cristiano?” Ed eccolo lì. Un pugno allo stomaco. Prima ancora che avesse il tempo per lamentarsi, Mallory sussultò e lanciò un’occhiataccia a Bryn. “Niente calci, signorina!” esclamò. “Se non glielo chiedo, lei non ne parlerà mai. Come altro posso sapere che cosa sta succedendo nella vita di mia figlia? Un momento sembra che abbia incontrato l’Uomo Perfetto e poi subito dopo quello è già svanito. Voglio sapere che cosa è capitato.” La petulanza era un’altra delle caratteristiche dell’ubriachezza di Mallory. Keira sospirò. “Va bene. Tanto ormai parlarne mi può fare solo bene.” Appoggiò il bicchiere di vino. Almeno così aveva una scusa per non bere più rosé. “Non l’ho più sentito da dopo che l’ho lasciato. Credevo davvero che saremmo rimasti amici. Mi era sembrata una separazione tra persone mature, ecco. Come se entrambi avessimo capito che non era la cosa giusta da fare. Ma poi lui è scomparso dalla faccia del pianeta. Nessuna comunicazione di alcun tipo. Voglio dire, sono un’idiota per aver pensato che avrei potuto rimanere amica di un mio ex? È successo lo stesso con Shane.” “Oh, cara, non sono la persona giusta a cui chiederlo,” rispose Mallory. “Sai fin troppo bene quanto è stata disastrosa la mia vita amorosa.” Se Keira avesse avuto una cartella della tombola per gli argomenti di cui sua madre parlava dopo aver bevuto, probabilmente ormai sarebbe stata vicina alla vittoria. La carriera. Il dolore di un cuore spezzato. E ora il colpo di grazia: papà. Keira conosceva benissimo la storia, ma ciò non impediva a Mallory di ritirarla fuori in continuazione. Lui era stato il suo vero amore, erano stati giovani ma avevano creduto di poterla fare funzionare, ma l’uomo non era riuscito a sopportare la responsabilità di avere dei figli e l’aveva lasciata povera in canna nella grande città con due bambine piccole. Anche se non aveva mai incontrato suo padre, Keira era assolutamente certa che la sua assenza avesse avuto un ruolo fondamentale nella propria incapacità di portare avanti una relazione felice. Ed era di certo il motivo per cui Bryn stava mettendo su casa con un uomo anziano. Mallory si agitò il bicchiere davanti al volto, versando un po’ del liquido rosa sul tavolo. “Ma vi dirò una cosa: i cuori spezzati, come le ossa rotte, sono più forti una volta aggiustati.” Keira sollevò un sopracciglio. Era un’affermazione piuttosto profonda per venire dalla madre. “Chi stai citando, mamma?” saltò su Bryn. “Oprah Winfrey?” “Non mi ricordo chi,” rispose stizzita Mallory. “Potrebbe anche essere un biscotto della fortuna. Non importa. Il punto è che supererai questa faccenda, imparerai qualcosa e guarirai, e il tuo cuore andrà avanti.” “Oh, questa la conosco. È di Celine Dion,” disse Bryn. Mallory la guardò accigliata. “Vuoi smetterla con le battute, Bryn! Sto cercando di far sentire meglio Keira.” “Ed è così, mamma,” disse sinceramente lei, riprendendo la parola. “Mi stai davvero aiutando moltissimo. E anche Bryn, a modo suo.” Sorrise alla sorella. Bryn aveva fatto molto nelle ultime settimane, sopportandola mentre si aggirava depressa per casa tutto il giorno senza lavarsi e tollerando il suo cattivo umore. Quello le sembrò il momento giusto per raccontar loro dell’incontro con l’agente immobiliare di qualche ora prima. “A dir la verità, ho delle novità. Delle buone notizie.” “Oh?” chiesero le due donne all’unisono. Keira all’improvviso si sentì intimidita. Affittare un appartamento era un grosso passo per lei, e per tutte loro in realtà. Avrebbe finalmente segnato la sua transizione da giovane adulta a donna. Per Mallory, sarebbe stato il momento in cui avrebbe potuto smettere di preoccuparsi di come la figlia più giovane se la stava cavando nel mondo. Per Bryn avrebbe significato il ritorno della sua indipendenza, una diminuzione di responsabilità, e un alleggerimento del peso che aveva sempre dovuto portare in quanto sorella maggiore. “Ho pagato la caparra per un appartamento.” Ci fu un momento di silenzio sbalordito. Poi Bryn iniziò a strillare e Mallory fece un ampio e luminoso sorriso. “Cara, lo hai fatto davvero?” chiese. Keira sorrise imbarazzata e annuì. “Già.” All’improvviso Bryn saltò su dalla sua sedia. Corse verso Keira e le gettò le braccia attorno al collo. “Oh, GRAZIE A DIO!” gridò. Keira scoppiò a ridere nel suo stretto abbraccio. “Okay, okay, lo so che sono stata una seccatura, ma dai!” Bryn allentò leggermente la presa. “Non è che tu sia stata una seccatura,” spiegò. “È solo che Felix… beh, mi ha chiesto di andare a vivere con lui. Io la sto tirando un po’ per le lunghe…” “Lo sapevo!” esclamò Keira. Dall’altra parte del tavolo, Mallory iniziò a piangere. “Le mie due bambine, stanno crescendo così in fretta.” E così potevano chiudere l’ultima casella del tabellone della tombola. Il pianto! * Keira uscì nella fredda aria della sera, stringendo il cappotto attorno a sé. La cena con sua madre e Bryn era stata rinvigorente. L’aveva apprezzata molto più di quanto si fosse aspettata. Bryn era andata a passare la notte da Felix, quindi Keira avrebbe avuto l’appartamento tutto per sé. Tanto era stanca, e voleva buttarsi subito a letto. Il giorno seguente sarebbe tornata in ufficio e voleva essere fresca e riposata per il lavoro. Nelle ultime settimana era stata di umore pessimo, ma sperava che quel nuovo atteggiamento positivo sarebbe durato fino all’indomani. Si ritrovò davanti al cartello con le indicazioni per la metropolitana. Mentre si dirigeva verso la stazione, sentì una vibrazione nella tasca. Il suo cellulare. Lo tirò fuori. Con sua sorpresa, era un messaggio da Cristiano. Le parve che il suo cuore si fermasse mentre lo apriva. Chiunque tu sia, lascia in pace Cristiano. Ormai ha voltato pagina. Keira fissò il messaggio, sbattendo le palpebre per lo shock. Non veniva affatto da Cristiano, ma da qualcuno che stava usando il suo cellulare. Una nuova ragazza? Le si torse lo stomaco. Tutta la positività della serata sembrò improvvisamente svanire e disperdersi. Come era possibile che l’avesse già dimenticata? Dopo tutte quelle conversazioni che avevano avuto sul fatto che lui voleva uscire solo con donne con cui si vedeva sposato. Quante ce ne dovevano essere perché ne avesse già trovata una, in quel breve lasso di tempo? Essere un buon partito ai suoi occhi non doveva significare molto, in fondo. Quindi era stata raggirata? Si rinfilò di scatto il telefono in tasca. Furibonda, si affrettò lungo le scale della metropolitana e dentro il treno in sosta. Sprofondò nel sedile e fissò l’oscurità fuori dal finestrino. Aveva la mente in subbuglio, immersa in un’analisi accurata di ogni singolo secondo che lei e Cristiano avevano passato insieme, alla ricerca di un nuovo significato, di nuovi indizi nei momenti della loro relazione. Ma più ci pensava e più la sua rabbia si acquietava. Invece di continuare a soffermarsi sul peggior scenario che la sua mente potesse inventarsi (che Cristiano le avesse mentito sulla difficoltà con cui apriva il suo cuore) riuscì a calmarsi e a tornare in sé. A volte le relazioni di ripiego erano le migliori. Lui era stato il suo ripiego dopo Shane e il tempo che avevano passato insieme era stato magnifico. Forse quella nuova donna era solo il suo ripiego, piuttosto che la sua prossima moglie. Forse lo aveva imparato da Keira, che a volte andava bene stare con una persona solo perché lo si voleva, piuttosto che perché si avevano dei piani a lungo termine. Ripensò alle parole di sua madre, a proposito del fatto che ogni relazione fosse un’opportunità per imparare e crescere, per avanzare e migliorarsi. Era possibile che Cristiano stesse facendo lo stesso. E Keira riusciva a percepire, in maniera quasi tangibile, che per lei era così. Piuttosto che aggrapparsi alla sua rabbia, al suo ego ferito, le era servito solo il tempo che aveva impiegato la metro a partire per lasciarli andare. Scese dal treno e tornò al livello della strada, uscendo dalla stazione della metropolitana più saggia di quanto fosse stata al suo ingresso. Quando era salita sul vagone era stata furiosa, ma all’uscita era sollevata. Quella era davvero la fine. Era il momento di andare avanti, una volta per tutte. CAPITOLO QUATTRO Keira bussò con le nocche sulla porta dell’ufficio di Elliot. Era aperta, me lei sentiva lo stesso il bisogno di essere educata. “Buongiorno, Keira,” disse l’uomo, voltandosi per guardarla. “Entra, entra.” La donna entrò, accomodandosi sulla sedia davanti a lui. Era sempre intimidita dall’ufficio di Elliot, come se fosse stata una scolaretta di fronte al preside. “Va tutto bene?” domandò Elliot, abbassando lo sguardo per incontrare il suo. Keira deglutì il groppo alla gola che le veniva sempre quando doveva parlare con il capo. “Sì. A dir la verità volevo scusarmi.” “Per cosa?” domandò Elliot, accigliandosi. “Per il mio comportamento delle ultime settimane, da quando sono tornata dalla Francia. Non sono stata molto in forma.” Una volta iniziato a parlare, voleva togliersi quel peso dallo stomaco, e le parole le scivolarono in fretta dalle labbra. “E lo so che finora ho evitato di scegliere la location per il nuovo incarico; credo solo che mi servisse del tempo dopo Cristiano. Ero preoccupata, capisci? Un altro incarico, un altro cuore spezzato. Ma avrei dovuto essere sincera invece di evitare l’argomento, quindi mi dispiace.” Prese un profondo respiro e poi sorrise, soddisfatta di aver dato finalmente voce alle sue ansie. “Oh,” rispose lui, un po’ perplesso. “In realtà non me ne ero accorto.” Keira aggrottò le sopracciglia. “Davvero? Ma mi hai scritto praticamente una email al giorno per chiedermi dove volevo andare per il prossimo articolo.” Elliot scrollò le spalle. “Io mando moltissime email, Keira. Guarda, te ne sto scrivendo una mentre stiamo parlando. Immagino che ora non ce ne sia più bisogno.” Cliccò qualche tasto e poi incrociò le braccia guardandola. Ci fu una lunga pausa. Keira sbatté le palpebre. “Beh, che cosa c’era scritto nella email?” “Oh, giusto,” disse Elliot, ritornando all’argomento. “Era a proposito del tuo prossimo incarico all’estero.” “Il mio…” Keira si prese un istante per comprendere a pieno il significato di quelle parole. Strinse gli occhi. “Vuoi dire che hai deciso dove sarà?” Avrebbe dovuto consultarla! Era quello l’accordo a cui erano arrivati, che avrebbe scelto lei le sue mete da quel punto in avanti. Elliot l’aveva accettato. Come poteva rimangiarsi la sua promessa? “Beh, ho chiesto il tuo parere,” rispose semplicemente l’uomo. “E non l’ho ricevuto, quindi ho chiesto a Heather di procedere e di prenotare qualcosa in ogni caso. Questo è un ambiente che si muove in fretta, Keira. Se le persone non mi rispondono, non posso stare fermo ad aspettare per sempre.” Sembrava completamente distaccato, ma Keira si sentiva tradita. Non solo sfruttava il suo cuore per l’intrattenimento del pubblico, ma tornava persino indietro sugli accordi presi? La frustrazione ribollì dentro di lei. “Dove vi mandi?” chiese con tono secco. Elliot controllò l’orologio. “Te lo dirò alla riunione con lo staff.” Poi batté le mani. “Andiamo.” A Keira girava la testa dopo la discussione con il capo. Non era andata affatto come si era aspettata. Guardò Elliot che usciva dall’ufficio, con la mente in subbuglio. Che si fosse dimenticato del loro accordo? O forse non gliene importava proprio. E Nina? Almeno lei avrebbe dovuto evitare di procedere senza il consenso di Keira! In teoria era sua amica, doveva essere dalla sua parte, ma man mano che era salita tra i ranghi al Viatorum, aveva iniziato a schierarsi sempre più dalla parte di Elliot. Frastornata, si alzò e seguì Elliot fuori dalla stanza, e nella vicina sala conferenze. Gli altri scrittori iniziarono a entrare, con il caffè in mano, per accomodarsi. Keira si accorse che c’erano altri nuovi volti tra di loro. Era stata tanto reclusa nel proprio ufficio nelle ultime settimane che non l’aveva nemmeno notato, né si era presa la briga di parlare con nessuno di loro. Si sentì in colpa. Non era passato tanto tempo da quando era stata lei la nuova arrivata, disperatamente bisognosa di parole rassicuranti e di amicizia. Decise a metterci più impegno. “Come sta andando oggi?” chiese al gruppo di novellini, dirigendo la domanda verso una giovane donna con una lunga treccia e un anello nel setto nasale. La ragazza sbatté le palpebre, come se fosse sconvolta dall’attenzione rivoltale da Keira. “Bene,” rispose con uno squittio stridulo. “È il giorno delle assegnazioni, quindi non vedo l’ora di sapere quale sarà il mio prossimo incarico.” Il resto del gruppo si limitò ad annuire. Uno di loro arrossì persino. Era la prima volta che Keira aveva quell’effetto su altre persone. Era facile dimenticare che ormai aveva un ruolo di grosso rilievo, che era una scrittrice che si palesava alle riunioni per poi svanire dall’ufficio per intere settimane. Probabilmente pensavano di lei quello che un tempo Keira aveva pensato di Elliot, o di Lance. Era una sensazione molto singolare. “Io sono Keira, a proposito,” disse, tendendosi per stringere la mano alla ragazza. “Sì, lo so,” rispose lei. “Io mi chiamo Meredith.” Aveva un sorriso dolce. Keira si accomodò di fianco a lei. “Sei nuova, giusto?” “Più o meno,” replicò Meredith. “Ho iniziato mentre tu eri in Francia.” All’improvviso apparve intimidita. “Mi è piaciuto moltissimo il tuo articolo, comunque.” “Oh,” disse lei. “Grazie. Sto cercando di andare oltre quella serie.” “Quella serie? Vuoi dire gli articoli della Guru del Romanticismo?” La ragazza sgranò gli occhi. “Non puoi! Sono fantastici!” Keira non ebbe il tempo di rispondere perché Elliot diede il via alla riunione. Aveva lo stomaco stretto dall’ansia. Qualsiasi cosa avessero in mente per lei, avrebbe dovuto essere forte. Se non lo avesse voluto accettare, si sarebbe licenziata. Era semplice. Anche se ovviamente era più facile a dirsi che a farsi. “Iniziamo con un bell’applauso a Meredith,” esordì Elliot. “Il suo articolo sull’e-tour dei graffiti di New York è stato un grande successo.” Tutti applaudirono e Meredith si illuminò. Keira fu felice per lei. Quando aveva iniziato alla rivista, era stata sotto il comando di Joshua. Lui aveva fatto sentire tutti dei falliti. L’ambiente lavorativo era molto meglio in quel periodo, era molto più solidale. Elliot continuò. “Poi credo che siate tutti interessati di sapere dove andrà la nostra Guru del Romanticismo per la nostra uscita speciale di dicembre.” “In Lapponia?” disse uno dei nuovi assunti. “Vediamo se può sedurre Babbo Natale,” aggiunse un ragazzetto dal volto pulito. Tutti risero. Tutti tranne Keira. “No,” rispose Elliot. “Abbiamo deciso di fare qualcosa di un po’ diverso.” Ed eccolo lì. Il momento del verdetto. Ogni muscolo del corpo di Keira si tese. “La manderemo a fare una crociera in Scandinavia. Questa volta, l’incarico sta nel dimostrare che qualcuno che sta soffrendo per la fine di una relazione può evitare una storia di ripiego. Questa volta, vogliamo che la nostra Guru non si innamori.” Keira rimase sbalordita. Aveva le parole mi licenzio sulla punta della lingua, ma fu costretta a rimangiarsele. “Impossibile,” disse il burlone dal volto pulito che aveva parlato prima. “Si innamorerà della sua guida turistica, e lo sapete tutti.” La stava prendendo in giro, ovviamente, ma Keira era troppo sconvolta per prestargli attenzione. “Ed è per questo che non assumeremo nessuna guida turistica,” aggiunse Elliot. Guardò Keira. “Hai quindici giorni. Oltre al percorso in nave, che ti porterà attraverso la Danimarca, la Finlandia e la Svezia, il resto sta a te. Viaggerai completamente da sola.” Keira era senza parole. Mentre iniziava a prendere coscienza della situazione, sentì che le sue ansie svanivano. Quella volta non si aspettavano che mettesse in pericolo il suo cuore! Certo, avrebbe comunque dovuto scavare a fondo per rendere l’articolo personale, ma non c’era bisogno che mettesse in gioco i suoi sentimenti. Il burlone aveva un’ultima osservazione arguta da regalare. “Quindi, in pratica deve solo scrivere un articolo di viaggio?” Tutti scoppiarono a ridere. Ma Keira aveva una cosa sola da dire, solo una parola per descrivere quello che la sua mente stava immaginando: l’aurora boreale, i fiordi, le montagne innevate e una grande varietà di polpette! Alla fine riuscì a fiatare: “Wow.” CAPITOLO CINQUE Keira era al settimo cielo per la gioia mentre tornava a casa di Bryn dopo il lavoro, quella sera. Sua sorella non era ancora nell’appartamento, quindi non c’era nessuno a cui potesse raccontare le novità. Piuttosto, si infilò sotto il letto di Bryn alla ricerca della sua fidata borsa da viaggio, sorpresa della propria felicità all’idea di fare di nuovo le valigie. Era stata certa al cento per cento di non volerlo fare più, e invece eccola lì, entusiasta di viaggiare all’estero per lavoro ancora una volta. Il suo telefono squillò per l’arrivo di un messaggio, e lei lo controllò, scoprendo che era di sua madre. Che differenza c’è tra un cortado e un flat white? Rise e chiamò il numero di Mallory. Non appena la madre rispose, iniziò a parlare di caffè, presumendo chiaramente che fosse quello il motivo della chiamata di Keira. “Voglio dire, è solo la grandezza della tazza? Deve esserci qualcosa di più, no?” rifletté ad alta voce. “Mamma, vado di nuovo all’estero,” disse Keira, senza prestare attenzione alla conversazione sul caffè. “Davvero?” domandò Mallory, sembrando sorpresa. “Ma pensavo che avessi deciso di smettere con gli articoli della Guru del Romanticismo.” “Era così,” spiegò Keira, sedendosi sul bordo del letto di Bryn con un breve sospiro. “Ma questo è diverso.” “In che senso?” “Il punto dell’articolo è che non mi devo innamorare di un ripiego questa volta. Voglio dire, è esattamente quello che mi serve, non credi? Un’occasione per lavorare su me stessa. Di stare da sola. Sto con un uomo o l’altro da troppo tempo, ormai.” “Quando parti?” “Domani. Tipico del Viatorum, non darmi più di un giorno di preavviso.” Ci fu una breve pausa. “Beh, sono contenta per te, cara,” disse alla fine Mallory. Keira colse nettamente un tono stranito nella sua voce. “Che c’è?” “Niente,” protestò Mallory. “Ho solo detto che sono felice per te.” “Sta per arrivare un ma…” disse Keira. “No, invece no.” “Sì, invece sì. Mamma, sono tua figlia da ventotto anni. Lo so quando stai per dire ma.” Mallory sospirò. “Va bene. Stavo per dire: ‘Ma dove sarai per Natale?’” “Ooh,” esclamò Keira, sollevata. Aveva temuto che la madre volesse farle qualche commento sul fatto che avrebbe potuto fallire l’incarico, che era destinata a innamorarsi dell’uomo sbagliato, che non si sarebbe mai sposata, non l’avrebbe mai resa nonna, e tutti quei discorsi lì. Con una risatina, la rassicurò: “Tornerò in tempo per il Natale.” “Quindi questa volta è un viaggio breve?” “Poco più di due settimane. Non hai niente di cui preoccuparti. Sarò presente alla Vigilia di Natale come sempre.” “Bene,” rispose la madre. “Quindi tornando alla mia domanda. Quale è la differenza tra un cortado e un flat white?” Keira scoppia a ridere. “Ciao, mamma. Ti voglio bene.” Chiuse la chiamata e tornò a riempire la sua valigia. Vi impilò dentro i suoi vestiti più caldi, i maglioni e qualche sciarpa, delle calze particolarmente grosse e i leggings imbottiti. Poi aggiunse la sua borsa dei trucchi, i saponi, degli stivali impermeabili e una scorta di taccuini e penne. A quel punto la porta si aprì, e udì sua sorella che gridava: “Sono a casa!” Keira balzò in piedi e le corse incontro. “Indovina un po’?” esclamò, mentre Bryn gettava le chiavi nella ciotola accanto alla porta e si sfilava le scarpe. La sorella alzò lo sguardo. “Che cosa?” “Vado in Scandinavia! Con una crociera!” Bryn sgranò gli occhi. “Davvero? Wow! È fantastico.” “E non mi devo neanche innamorare di nessuno.” “Oh, bene. È esattamente quello che ti serve.” Sembrava genuinamente felice per Keira, e ancora una volta lei vide un lato più maturo della sorella, come se gli spigoli della sua competitività avessero iniziato a smussarsi. “E l’appartamento?” chiese Bryn. “Non dovresti firmare un contratto da firmare prima di andare?” “Hai ragione,” disse Keira, mentre la realtà riprendeva il sopravvento sulla fantasia. “Dovrò chiamare l’agente immobiliare per mettermi d’accordo.” Andò in camera da letto a prendere il cellulare, poi chiamò il numero. L’agente immobiliare rispose con la sua roca voce da fumatrice e Keira immaginò immediatamente col pensiero al suo tailleur rosa fucsia. “Ecco, stavo giusto per chiamarla,” disse la donna. “Deve prendere appuntamento per venire a firmare il contratto.” Keira scoppiò a ridere. “È esattamente il motivo per cui le sto telefonando. Devo andare all’estero per lavoro, per quindici giorni. Quindi devo firmare i documenti prima di partire, o dovranno aspettare che io ritorni.” L’agente sospirò rumorosamente. “Così mi uccidi. Mi stai dicendo che devo lasciare tutto quello che sto facendo a metà per sbrigarti la burocrazia? Di solito mi serve almeno una settimana.” Il cuore di Keira le piombò in fondo allo stomaco. Si sentiva malissimo ad avanzare pretese, ma allo stesso tempo l’agente si stava comportando piuttosto maleducatamente, dando l’impressione che la sua semplice richiesta fosse inaccettabile. “Forse sarebbe più semplice aspettare il mio ritorno, in questo caso?” suggerì. Poi aggiunse, con tono vagamente sarcastico: “Non vorrei certo che si stressasse troppo.” “Posso parlare con il padrone di casa,” rispose la donna con un altro lungo sospiro. “Vedere che ne pensa. Ma so che voleva concludere in fretta e se lei si sta tirando indietro…” La frustrazione di Keira crebbe. “Posso venire lì subito a firmare il contratto. Ma lei ha detto che le serve una settimana per prepararlo. Però quindici giorni sarebbero troppi? Mi sembra che abbia un’agenda inflessibile.” Non appena ebbe finito di parlare, Keira rimase sbalordita dalla propria reazione. Non le capitava spesso di essere tanto diretta. Ma se fosse andato tutto a monte, quante erano le possibilità che trovasse un altro appartamento come quello? L’unico motivo per cui sarebbe riuscita a permettersi l’affitto era proprio la minuscola camera da letto. Di certo c’erano altre persone che avrebbero colto al volo l’occasione mentre lei era via! Perderlo sarebbe stato uno scherzo del destino troppo crudele. “Va bene,” rispose l’agente. “Farò le corse per preparare tutto in tempo per il suo viaggio all’estero.” Aveva la voce carica di sdegno. Tra i denti digrignati, Keira borbottò: “Grazie.” Chiuse la chiamata, innervosita da quella conversazione, e solo allora divenne acutamente consapevole delle voci che provenivano dal soggiorno. C’era qualcuno. Sbirciò fuori dalla porta della camera da letto. Keira rimase a bocca aperta. Là, in piedi nella cucina della sorella, c’era Zach. Aveva ancora il naso bendato, dove Cristiano glielo aveva rotto, e sotto i suoi occhi si vedevano i lividi quasi scoloriti del tutto. Bryn, a braccia incrociate, lo stava fissando in cagnesco, con la sua più feroce espressione da sorella iper-protettiva. “Non ti vorrà vedere,” la udì dire Keira. In quel momento la porta della camera da letto cigolò, e Zach e Bryn spostarono lo sguardo verso di lei. Con riluttanza, Keira li raggiunse in soggiorno. “Zach,” disse, imbarazzata. “Che cosa ci fai qui?” Lui sorrise alla sua vista, anche se i suoi lineamenti erano per lo più coperti dalle bende. “Che fai, non mi abbracci?” Keira si immobilizzò. Non ci sarebbero stati di certo abbracci per il suo ex-fidanzato, specialmente dopo lo scherzetto che le aveva giocato in Francia e la cattiveria nel negarle il suo denaro. Bryn roteò gli occhi sdegnata. Zachary lasciò cadere le braccia. “Giusto,” disse rigido. “Ascolta, non voglio rubarti troppo tempo. Sono venuto solo per darti questo.” Keira lo osservò mentre si sfilava qualcosa dalla tasca. Un foglio di carta, delle stesse dimensioni e forma di un assegno. Ma non aveva intenzione di permettersi di credere che lo fosse. Zach glielo tese. “Che cosa è?” domandò Keira, ancora incredula. “La tua metà della caparra,” spiegò lui. Poi sospirò, con aria un po’ stanca. “Senti, ho parlato con mio cugino, gli ho detto che non era giusto tenersi i tuoi soldi. Quindi ha accettato di restituirti la tua parte.” “Davvero?” insistette lei, sollevando le sopracciglia. Alla fine prese il pezzo di carta e lo voltò tra le mani per vederlo a faccia in su. Era veramente la sua metà della caparra. Alzò di nuovo lo sguardo su Zach. “Wow. Grazie. Lo apprezzo molto.” Bryn sbuffò. Era ovvio che pensava che la sorella fosse troppo gentile con Zach. Keira stessa sapeva che era così. Ma era solo il suo modo di fare. Non era da lei serbare rancore. Non aveva senso continuare a farlo, una volta che un torto era stato corretto. Solo un sacco di energie sprecate. Come Bryn e Maxine; non avevano la minima idea di come fosse iniziata la loro inimicizia, ma nessuna delle due aveva intenzione di lasciar perdere. “Volevo anche dirti che mi dispiace,” continuò Zach. “So che quello che è successo in Francia è stato una follia. Ho parlato con mia madre, con Ruth e mia cugina, con Shelby e David e il mio psicologo, e c’è il consenso unanime che mi sia comportato come uno squilibrato.” Sorrise imbarazzato. “Mi dispiace molto se ti ho fatto paura.” “Okay,” rispose Keira. “Apprezzo che tu me lo abbia detto. E il naso, a me spiace molto per quello.” “Dio, me lo sono meritato!” rise Zach. “Se qualcuno si fosse comportato come me mentre eri la mia ragazza, avrei reagito nella stessa maniera. Spero solo che guarisca bene. Mi darebbe personalità.” “Sono certa di sì,” ammise Keira, sorridendo con timidezza. Bryn emise un altro verso disgustato dal fondo della gola. Strinse ancora di più le braccia al petto. “Avete finito adesso?” chiese freddamente. “Abbiamo delle faccende da sbrigare.” Zach spostò lo sguardo da Keira e Bryn. “Quasi,” disse. “Però potremmo avere un po’ di privacy? Poi mi leverò di torno.” Bryn guardò Keira. Una delle sue sopracciglia era sollevata. Aveva le labbra strette. Tutto nel suo atteggiamento gridava non cascare nei suoi trucchetti. Ma alla fine cedette, dirigendosi verso la camera da letto e chiudendo la porta. Keira guardò Zach. “Quindi?” “Quindi….” iniziò lui. Tamburellò le dita sul bancone della cucina. Qualsiasi cosa dovesse dirle non doveva essere semplice. “Keira, lo so che sono stato uno stronzo.” Keira si morse la lingua, anche se in realtà avrebbe voluto gridare: “Alla fine lo ammetti!” “E… il fatto è… che mi sono comportato in quella maniera perché tengo troppo a te.” La fissò, con occhi profondamente addolorati. “Quando ti ho dato quell’ultimatum non pensavo assolutamente che avresti scelto il tuo lavoro.” Keira ricordò con angoscia il malinteso che aveva portato alla fine della relazione tra lei e Zach. Non aveva creduto che lui avrebbe dato seguito alla minaccia di lasciarla, ma andare a letto con la damigella d’onore di sua sorella era stato il colpo di grazia della loro storia. “E io non pensavo che saresti andato a letto con la prima donna che passava,” rispose seccamente Keira. “Lo so, lo so,” disse lui, distogliendo lo sguardo ed emettendo un sospiro triste. “Stavo male. È tutto quello che posso dire. Ero così disperato all’idea che stessi mettendo qualcos’altro davanti a me che ho voluto fare qualcosa per punirti, per mettere i miei bisogni davanti a te. È stato… beh, è stato un modo orrendo di trattarti.” Keira si limitò a borbottare il suo assenso. Di lì a pochi giorni, una volta tornata alla normalità, sarebbe stata grata per le scuse di Zach, ma in quel momento le stavano risvegliando tutta una serie di sentimenti che non aveva il tempo di esaminare. “Okay, beh, grazie, suppongo,” disse alla fine. “Ma, come ha detto Bryn, abbiamo delle faccende da sbrigare.” “Certo,” replicò Zach, guardando verso la porta della camera da letto che era appena stata socchiusa. Riportò lo sguardo su Keira e sbottò all’improvviso: “Puoi darmi un’altra possibilità?” Keira alzò di scatto le sopracciglia. “Come?” “Ti prego,” disse Zach. “Non vorrei supplicare, ma lo farò. Lo so che non ti merito, specialmente dopo il modo in cui mi sono comportato. Ma ho dato di matto perché io ti amo. Ora riesco a capirlo.” La donna era sbalordita. Nei due anni che lei e Zach erano stati insieme, l’amore non aveva mai fatto parte dei loro discorsi. Erano stati amici, partner e compagni, certo, ma davvero innamorati? Non ne era certa. Non lo avevano mai detto, non avevano mai sentito la necessità di pronunciare quelle parole. Sentirle dire in quel momento la toccò nel profondo. “Zach…” iniziò lei. “È molto dolce da parte tua. Ma… non posso. Mi dispiace.” Vide il suo petto sgonfiarsi come un palloncino, privato di tutta la speranza da quelle parole. “Ho mandato tutto all’aria, vero?” disse Zach, con tono depresso. Lei scosse la testa. “Non è questo. Ne ho passate parecchie negli ultimi mesi. Sono cresciuta, ho imparato e sono cambiata. Ora so cosa voglio.” “E non sono io,” concluse Zach al posto suo. Keira annuì tristemente. “Mi dispiace. Ma no, non sei tu.” “Quindi non funzionerà nessuna supplica per il tuo perdono?” chiese Zach. “No,” disse Keira, dolcemente ma con fermezza. “Non servirebbe. Non è una questione di perdono o meno. È solo che… non ti voglio in quel senso. Ma possiamo essere amici.” “Certo,” replicò Zach, fissando i propri piedi. “Possiamo essere amici.” Keira accompagnò l’uomo sconsolato fuori da casa di Bryn. L’autocommiserazione di certo non lo avrebbe aiutato. Sperava che si sarebbe ripreso in fretta, e che avrebbe capito che non aveva rovinato tutto, ma semplicemente non erano giusti l’uno per l’altra, e che da qualche parte là fuori c’era la donna che faceva per lui. Non appena ebbe richiuso la porta, Bryn emerse dalla camera da letto. “Sorellina!” esclamò, alzando una mano per batterle il cinque. “È stato fantastico!” Keira si sentì sollevare gli angoli delle labbra in un sorriso. Batté la mano di Bryn. “Davvero?” “Sì! Gli hai tenuto testa alla grande.” Bryn le mise una braccio attorno alle spalle. “Andrai benissimo con questo incarico, so che sarà così.” Keira sorrise, piena di forza e determinazione. Bryn aveva ragione. Quell’articolo sarebbe stato un successo. CAPITOLO SEI Di buon’ora il mattino seguente, Keira ricevette una chiamata dalla scorbutica agente immobiliare che l’informava che i documenti da firmare erano pronti. Sollevata, la ragazza si diresse verso il suo ufficio e scrisse il proprio nome sul contratto d’affitto, prima di correre all’aeroporto. Era talmente stordita da quell’accumulo di impegni, che solo una volta che si fu lasciata cadere sul sedile dell’aeroplano si rese pienamente conto di dove fosse e che cosa stava facendo. Almeno ormai a quel punto le era familiare, stare su un aereo. Non era più spaventoso come era stato all’inizio. Per la prima volta, Keira si sentì molto più positiva per il futuro. Purtroppo non poté fare a meno di pensare che l’ultima volta che era stata a bordo di un aereo, Cristiano era stato nel sedile accanto a lei. Riusciva ancora a ricordare l’eccitazione che aveva provato mentre si avvicinavano a New York, e il modo in cui aveva sgranato gli occhi alla vista del milione di luci al di sotto. Ma ormai era tutto finito. Le rimanevano solo i ricordi. E per la prima volta da quando aveva messo fine alla loro storia, il pensiero di lui non la ferì più. Le spine acuminate che lo circondavano erano finalmente svanite. Pensò al messaggio della nuova ragazza di Cristiano, su cui aveva tanto rimuginato. Si sentiva così stupida ad essersi arrabbiata in quella maniera solo perché si stava vedendo con un’altra. Ovviamente non significava che la loro relazione fosse stata irrilevante per lui, significava solo che stava voltando pagina. L’aereo si alzò in cielo, e la sensazione del decollo le ribaltò lo stomaco. Tuttavia essere così in alto sopra al mondo la fece sentire libera, audace e indipendente. Sorrise tra sé e sé e cercò i dettagli della crociera che avrebbe intrapreso di lì a poco nel suo bagaglio a mano. Quella volta Heather aveva superato se stessa. L’itinerario era laminato. Probabilmente nel tentativo di combattere la tendenza di Keira di versarci sopra il caffè e di farlo cadere giù dalle gondole e dentro i canali. Heather aveva persino rilegato le pagine. Le fece pensare a qualcosa che lei avrebbe prodotto ai tempi del college, e sogghignò tra sé e sé. Sfogliò rapidamente le pagine dei contatti telefonici importanti, notando con un sorriso sardonico lo spazio vuoto al posto occupato normalmente dal nome e dal numero della guida turistica, e passò subito ai dettagli più succulenti del viaggio. Quasi non aveva avuto tempo di riflettere sul fatto che sarebbe andata in crociera, che sarebbe stata su una grande nave in mezzo al mare aperto. Era un’esperienza tutta nuova per lei. Le balzò in gola il cuore per l’anticipazione. Studiò la lista dei luoghi che avrebbe visitato: Copenaghen, in Danimarca. Helsinki, in Finlandia. Stoccolma, in Svezia. Heather non era tipa da aggiungere orpelli e non c’erano foto a stimolare ulteriormente l’appetito di Keira (è troppo costoso stampare a colori, la voce della donna le risuonò nella mente) quindi prese il tablet dalla borsa e iniziò a fare ricerche online. Le immagini che trovò le mozzarono il fiato. A differenza delle città europee che aveva visitato fino a quel momento, gli edifici nei paesi scandinavi avevano tutt’altra forma, a punta come le baite alpine. E c’erano enormi squarci rurali, magnifici alberi sempreverdi, laghi color blu profondo e montagne scoscese. Quasi non riuscì a star seduta per il resto del viaggio, avrebbe voluto arrivare subito a destinazione! I sonnellini erano sempre un buon modo per passare il tempo, quindi Keira si accomodò nel suo sedile dell’aereo e si lasciò cullare nel sonno. Sognò di essere in cima a una scogliera, a strapiombo sull’oceano, calmo e blu profondo. Tra le onde c’era un branco di delfini, che balzavano fuori dall’acqua e si tuffavano di nuovo. Li guardò, meravigliata, mentre saltavano in strane formazioni. Era quasi come se stessero ballando o stessero eseguendo una routine sincronizzata per lei. Come se stessero cercando di stupirla. Ma poi notò qualcosa di strano nei delfini, nei loro musi. Anche da quella distanza, riusciva a distinguere le loro espressioni stranamente umane, e le diverse sfumature dei loro occhi. Uno aveva gli stessi penetranti occhi blu di Shane, e anche il suo sorriso sghembo. Un altro aveva profondi occhi color del cioccolato, e una dolcezza nell’espressione che le ricordò Cristiano. E un altro ancora aveva un’espressione sperduta, e un grande dispiacere e pentimento nello sguardo. Zachary. Non appena ebbe notato quella somiglianza, le loro aggraziate acrobazie si trasformarono in qualcosa di diverso. Non più una routine coordinata, ma uno spettacolo aggressivo. Uno sfoggio di virilità. Il delfino Cristiano si gettò di testa verso Zachary, rompendogli il naso, o il muso, o come si chiamasse quella parte del corpo in un delfino. Poi Zachary lo colpì a sua volta, agitando la coda sia verso Cristiano che Shane. Il delfino Shane si alzò all’indietro sulla coda, agitando le grandi pinne come se fosse tutto uno scherzo. Poi si buttarono uno sull’altro, facendosi a brandelli mentre lei guardava inorridita, colorando di rosso le acque blu dell’oceano sotto i suoi occhi. Cercò di gridare: “Smettetela! Non è una gara!” Ma la sua voce fu portata via dal vento. Poi un nuovo pericolo catturò la sua attenzione. Diretta di gran carriera tra le onde, verso i delfini combattenti, c’era una enorme balena. Non sapeva chi fosse quell’animale, uno sconosciuto, ma si muoveva con risolutezza e una determinazione assassina. I suoi ex-delfini erano tanto impegnati ad attaccarsi l’un l’altro che non notarono nemmeno l’avvicinarsi della balena fino a quando non fu su di loro. In un enorme boccone, li mangiò tutti e tre. Poi svanì sotto le onde, creando un mulinello con il suo tuffo, lasciandosi dietro nient’altro che acqua insanguinata a dimostrazione che fosse mai successo qualcosa. Keira si svegliò di colpo. Stava sudando, e aveva il collo bloccato in una posizione dolorosa. Se lo strofinò, riabituandosi alla luce della cabina, ai suoni e agli odori dell’aeroplano in volo attorno a lei: il fruscio dei pacchetti di patatine, le allegre chiacchiere dei vacanzieri emozionati, il ronzio dei potenti motori. Tornando alla fine in sé, Keira iniziò a ridacchiare. Che strana, la sua mente! Trasformare in delfini i suoi ex… ma poi si chiese che cosa significasse la balena. Non un nuovo fidanzato, si disse. Non era nei piani, dopo tutto. Stabilì che la balena era il simbolo della sua carriera, del modo in cui avrebbe dato la priorità a se stessa e in cui avrebbe dimenticato i ex per poter eccellere. Non c’era nessuna relazione di ripiego all’orizzonte. Almeno, era quello il piano… CAPITOLO SETTE Keira atterrò a Berlino, in Germania, da dove la nave sarebbe salpata, diverse ore più tardi. Non aveva ancora superato del tutto lo strano e buffo sogno che la sua mente le aveva mostrato sull’aeroplano, quindi le servì una certa concentrazione per tornare al mondo reale. Attraversò l’aeroporto Tegel di Berlino, recuperando la sua valigia e seguendo i cartelli che sperava l’avrebbero portata all’uscita. Quella volta trovò piacevole essere da sola. Nessuna guida che le mostrasse dove andare, o che alleggerisse la sua responsabilità. Quella volta era solo lei, e ciò la faceva sentire potente. Uscì dall’aeroporto e fermò un taxi. L’autista era sulla cinquantina, con capelli che andavano ingrigendosi e un’espressione severa. Ma il suo atteggiamento era molto più amichevole di quanto suggerisse il volto aspro. “Parteciperà alla crociera per la Scandinavia?” chiese in un inglese perfetto e con solo il più vago accenno di accento. “Esatto.” Keira si illuminò. “Sono così emozionata.” “Mi piacerebbe andarci un giorno,” disse lui. “Purtroppo è un po’ troppo costosa per un tassista. Le dispiace se le chiedo che lavoro fa?” “Oh, sono una scrittrice,” spiegò Keira. “È tutto pagato dalla mia compagnia.” “È molto fortunata,” replicò lui. “Che cosa scrive?” “Articoli di viaggio. Beh, più o meno. Sono un po’ un misto, viaggio e sentimenti.” Dai sedili posteriori, lei vide il suo riflesso nello specchietto retrovisore mentre l’uomo sollevava le sopracciglia. “Viaggio e sentimenti?” “Lo so, sembra strano. Ma si tratta più che altro di resoconti personali sui paesi e sulle mie esperienze, con i miei appuntamenti, le cose nuove che provo, e gli incontri con degli uomini. C’è un po’ di tutto, ma sto iniziando a farmi un certo seguito.” “Ho una strana domanda,” disse lui. “Non è che scrive per quella rivista dal nome che sembra latino, vero? Viadus, o una cosa così?” “Viatorum,” lo corresse Keira, leggermente sorpresa che avesse sentito parlare della sua pubblicazione newyorkese persino lì in Germania. Ma d’altra parte, pubblicavano anche online e chiunque al mondo poteva accedere ai loro contenuti tramite Internet. “Ne ha sentito parlare?” “Mia moglie l’adora,” rispose il tassista, con aria frustrata. “Lei è la donna sulla copertina, non è vero? Ora riconosco il suo volto.” La copertina. Con Cristiano. Keira gemette. Sapeva che un giorno quell’immagine sarebbe tornata a perseguitarla, ma aveva lasciato che Nina ed Elliot facessero come preferivano. Ora se ne pentiva. “Sì, sono io,” disse, stringendosi nelle spalle in maniera difensiva. “È colpa sua se la porterò a Parigi per il suo compleanno,” commentò l’uomo, giovialmente, nonostante il suo tono fosse in completo disaccordo con l’espressione severa. “Fantastico, così la prossima volta vorrà andare in crociera. Lei mi manderà in bancarotta.” “Mi spiace,” borbottò Keira. Guardò fuori dal finestrino, cercando di distogliere la propria attenzione da quella conversazione imbarazzante e di spostarla sulla vista della nuova città straniera che le stava scorrendo accanto. Berlino era incredibile. Keira aveva sentito dire che la città si era reinventata e aveva superato la sua storia travagliata, ma non si era aspettata che fosse così vibrante e artistica. Sembrava giovane e cosmopolita, come certe zone più pittoresche di New York. Il suo autista doveva averla notata mentre fissava fuori, perché le disse: “Presto passeremo vicino a una parte del muro.” Keira non aveva saputo se sarebbe riuscita a dare uno sguardo al muro che un tempo aveva diviso la Berlino dell’Est da quella dell’Ovest, separando famiglie e spaccando in due la città per affiliazione politica. Tremò quando apparve all’orizzonte, un relitto sgretolato che il popolo tedesco aveva fatto a pezzi con le sue stesse mani. Sua madre aveva visto quell’evento storico al telegiornale, ed era orgogliosa di essere stata testimone di un momento di tale trionfo. A quella vista Keira si commosse e scattò una foto con il cellulare per poterla mostrare a Mallory, quando si sarebbero riviste a Natale. Il taxi continuò ad avanzare, avvicinandosi sempre di più al porto. Keira notò la nave persino a quella distanza. Era enorme, una mostruosità bianco brillante. Si sentì le farfalle allo stomaco per l’emozione. Il suo autista si fermò in un parcheggio temporaneo. Keira prese qualche euro dalla busta fornitale da Heather e glielo tese da sopra una spalla. “Saluti sua moglie da parte mia,” disse, sentendosi un po’ strana nel pronunciare quelle parole. “Si goda la crociera,” rispose l’uomo con la sua voce incongruamente calorosa e il volto impassibile. Keira recuperò la valigia dal bagagliaio e alzò lo sguardo sull’enorme nave che sarebbe stata la sua casa nei seguenti quindici giorni. Fece un profondo respiro per calmare i nervi eccitati, poi si diresse con certezza verso di essa. * La nave da crociera era molto più bella di quanto Keira avrebbe pensato. All’interno era arredata in stile Art Deco, con colori intensi, forme audaci e ornamenti geometrici. E oltre all’inaspettato sfarzo e lusso, non si poteva che ammirare l’opulenza della piscina e della Jacuzzi sul ponte! Non si era aspettata tutto quel fasto. Avrebbe adorato vivere su quella nave. Colpita, si diresse verso la prua, dove partiva un percorso che portava fino alla punta della nave. Le vennero in mente Jack e Rose sul Titanic, anche se sapeva che non c’erano storie d’amore in serbo per lei, e pregò che non ci fossero nemmeno iceberg! Dopo una rapida occhiata al ponte superiore, Keira andò in cerca della sua stanza. Credeva di doversi dirigere sotto coperta, ma con sua sorpresa, la sua cabina in realtà era sul ponte superiore. Trovò la porta e vi entrò. C’era un oblò rotondo, uno di quelli cerchiati di ottone come nei film, e la vista dava direttamente sull’oceano. Lei si era aspettata una stanza economica, poco più di un ripostiglio vicino alle cucine, che odorasse di cibo e fosse sempre rumorosa, ma quella era tutto l’opposto. Tranquilla, accogliente e lussuosa. Il suo letto era in legno di castagno, laccato perché brillasse, e sopra c’erano lenzuola candide di seta. Su uno dei piccoli comodini era stato lasciato un cestello d’argento pieno di ghiaccio e una bottiglia di champagne. Si chiese chi della rivista le avesse organizzato quell’accoglienza. Elliot non avrebbe pensato a essere tanto gentile, e Heather avrebbe detestato tutte quelle spese extra e inutili. Allora pensò che ci fosse la mano di Nina. Non erano state in buoni rapporti dopo il pasticcio durante il viaggio a Parigi, in cui l’amica si era tanto concentrata sul risultato da dimenticarsi che Keira era una persona con pensieri e sentimenti. Ma poi notò un bigliettino vicino al cestello dello champagne. Lo prese e lo aprì. Benvenuta a bordo, Keira Swanson! Vorremmo cogliere l’occasione per esprimere la nostra più profonda gratitudine alla sua rivista per aver scelto la nostra compagnia di crociere per il suo più recente articolo. Siamo grandi fan del Viatorum e non vediamo l’ora di apparire nel vostro prossimo numero. Keira smise di leggere, accantonando il biglietto. Quindi lo champagne non veniva dai suoi affezionati colleghi di lavoro, ma dalla compagnia di crociere, in un tentativo di lusingarla perché ne scrivesse commenti positivamente. Tutto il tour sarebbe stato una faccenda promozionale? Una specie di scambio di favori tra società? Afferrò il telefono e mandò un messaggio a Nina. La compagnia di crociere ci fa pubblicità? Nina rispose rapidamente. Finanziano il tuo viaggio. Credevo che Elliot te lo avesse detto. Keira sospirò. Quindi l’articolo era solo una grossa pubblicità? Sarebbe stato meglio se glielo avessero detto in anticipo. Almeno così si spiegava perché Elliot avesse prenotato il viaggio senza chiederglielo come aveva promesso di fare l’ultima volta. Non voleva sembrare una bambina viziata, ma il Viatorum stava davvero esagerando. Aveva la sensazione che le loro pretese nei suoi confronti crescessero a vista d’occhio, mentre i riguardi per lei svanivano sempre di più. Mandò un altro messaggio a Nina. Come faccio a scrivere di una nave da crociera? Una barca non è un paese. Quando Nina le rispose, le sue parole la sconvolsero. Non ci serve il Grande Romanzo Americano. Non è Sulla Strada. Basta che dici qualcosa di carino così verremo tutti pagati. Keira fece una smorfia e mise via il cellulare. Nina era di cattivo umore. Di nuovo. Non voleva rovinarsi il divertimento, quindi accantonò l’irritazione. Proprio allora qualcuno bussò alla sua porta. Keira si accigliò e l‘aprì. In piedi, di fuori, c’era un giovane uomo vestito come il portiere di un albergo. Capì subito che doveva essere un rappresentante dalla compagnia di crociere, mandato lì per farle una sviolinata. Non aveva davvero voglia di ascoltare la sua tiritera. “Salve, mi chiamo Vince,” esordì il ragazzo, sorridendo e porgendole la mano. Keira la strinse con poco entusiasmo. “Sono venuto a lasciarle qualche brochure della nostra nave,” continuò lui. “La Revontulet, che è la parola finlandese che significa Aurora Boreale.” Keira si sentì tornare di buonumore. Era emozionata di sapere che di lì a pochi giorni avrebbe visto il famoso spettacolo di luci! Accettò le brochure da Vince, molto più bendisposta. “Grazie. E anche per lo champagne. È stato un bel tocco.” Vince annuì, facendo rimbalzare il cappellino con il movimento. “Il suo minibar è anche stato rifornito di liquori e snack, tutti offerti dalla casa, ovviamente.” Keira fece un sorrisino. Cercavano di comprarsi la sua benevolenza a partire dallo stomaco. Era una buona strategia, doveva ammetterlo. Vince rimase fermo sulla soglia. “Se gradisce fare un tour, posso tornare quando le è più comodo per mostrarle le strutture.” “Va bene così,” disse Keira, rifiutando l’offerta. “Preferisco esplorare da sola.” Sollevò le brochure che le aveva lasciato. “Oltretutto, qui ho tutte le informazioni che mi servono.” “Okay. Se le serve qualcosa, basta che venga al banco informazioni e chieda di Vince.” “Lo farò,” rispose Keira, sapendo che di non lo avrebbe fatto di certo. Chiuse la porta e iniziò a sfogliare le brochure. All’interno c’erano tutti i dettagli sulle attività da godersi a bordo della nave: c’erano spettacoli comici, eventi musicali dal vivo, il karaoke, balli, persino un cinema! Non le sarebbero mancati gli eventi con cui distrarsi, pensò ironicamente. Sarebbe stato difficile combattere la procrastinazione a bordo della Revontulet. Poi le brontolò lo stomaco, per ricordarle che una dieta a base di cibo da aeroplano non era affatto sufficiente per sostenerla tutta una giornata. Cercò le informazioni sui pasti. La cena sarebbe stata servita nella sala da pranzo principale. Ancora una volta, non riuscì a non pensare al Titanic. Конец ознакомительного фрагмента. Текст предоставлен ООО «ЛитРес». Прочитайте эту книгу целиком, купив полную легальную версию (https://www.litres.ru/pages/biblio_book/?art=43697967) на ЛитРес. 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