Una Ragione per Correre 
Blake Pierce


Un Mistero di Avery Black #2
Una trama dinamica che ti afferra dal primo capitolo e non ti lascia più andare. Midwest Book Review, Diane Donovan (su Il killer della rosa) Dall’autore #1 di gialli best seller Blake Pierce arriva un nuovo capolavoro di tensione psicologica. In UNA RAGIONE PER CORRERE (Un Mistero di Avery Black – Libro 2), un nuovo serial killer è in caccia per le strade di Boston, uccidendo le sue vittime in maniera bizzarra e sfidando la polizia con misteriosi puzzle ispirati dall’astronomia. La posta in gioco è sempre più alta, la pressione sale, e il Dipartimento di Polizia di Boston è costretto a mettere in campo la sua detective più brillante e controversa: Avery Black. Avery, ancora scossa dopo l’ultimo caso, si ritrova in lotta contro un distretto rivale e un assassino intelligente e furbo, sempre un passo davanti a lei. È costretta a entrare nella sua mente oscura e perversa per comprendere gli indizi per l’omicidio successivo, ed è obbligata a guardarsi dentro, in luoghi bui dove preferirebbe non avventurarsi. È spinta a chiedere aiuto a Howard Randall, il perverso serial killer che ha messo dietro le sbarre anni prima, mentre la sua nuova vita insieme a Rose a Ramirez va in pezzi. E mentre le cose sembrano non potere andare peggio, scopre qualcos’altro: lei stessa potrebbe essere un obiettivo. In un gioco psicologico del gatto e il topo, una frenetica corsa contro il tempo guida Avery attraverso una serie di sconvolgenti e inaspettate rivelazioni, per culminare in un finale che neanche lei avrebbe potuto immaginare. Un oscuro thriller psicologico di una suspense mozzafiato, UNA RAGIONE PER CORRERE è il #2 libro di un’appassionante nuova serie, con un’amata nuova protagonista, che vi costringerà a girare una pagina dopo l’altra fino a notte inoltrata. Presto sarà disponibile il #3 libro della serie di Avery Black. Un capolavoro del mistero e del giallo. Pierce ha fatto un lavoro magnifico sviluppando personaggi con un lato psicologico, descritti tanto bene che ci sembra di essere nelle loro teste, sentendo le loro paure e applaudendo i loro successi. La trama è intelligente e vi terrà con il fiato sospeso per tutto il libro. Pieno di svolte inaspettate, questo libro vi terrà svegli fino a quando non avrete girato l’ultima pagina. Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (su Il killer della rosa)







UNA RAGIONE PER SCAPPARE



(UN MISTERO DI AVERY BLACK—LIBRO 2)



B L A K E P I E R C E


Blake Pierce



Blake Pierce è l’autore della serie di gialli best seller di RILEY PAGE, che per ora include sette libri. È anche l’autore delle serie di gialli di MACKENZIE WHITE, che fino a oggi conta quattro libri, della serie di gialli di AVERY BLACK, che per ora comprende quattro libri, e la nuova serie di KERI LOCKE.

Avido lettore e da sempre fan di romanzi gialli e thriller, Blake apprezza i vostri commenti, quindi non esitate a visitare www.blakepierceauthor.com (http://www.blakepierceauthor.com) per saperne di più e rimanere in contatto.



Copyright © 2016 di Blake Pierce. Tutti i diritti sono riservati. Fatta eccezione per quanto consentito dalla Legge sul Copyright degli Stati Uniti d'America del 1976, nessuno stralcio di questa pubblicazione potrà essere riprodotto, distribuito o trasmesso in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, né potrà essere inserito in un database o in un sistema di recupero dei dati, senza che l'autore abbia prestato preventivamente il consenso. La licenza di questo ebook è concessa soltanto a uso personale. Questa copia del libro non potrà essere rivenduta o trasferita ad altre persone. Se desiderate condividerlo con altri, vi preghiamo di acquistarne una copia per ogni richiedente. Se state leggendo questo libro e non l'avete acquistato, o non è stato acquistato solo a vostro uso personale, restituite la copia a vostre mani e acquistatela. Vi siamo grati per il rispetto che dimostrerete alla fatica di questo autore. Questa è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, aziende, società, luoghi, eventi e fatti sono il frutto dell'immaginazione dell'autore o sono utilizzati per mera finzione. Qualsiasi rassomiglianza a persone reali, viventi o meno, è frutto di una pura coincidenza. Immagine di copertina di Copyright

miljko, usata con l’autorizzazione di iStock.com.


I LIBRI DI BLAKE PIERCE



I MISTERI DI RILEY PAIGE

IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1)

IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (Libro #2)

OSCURITA’ PERVERSA (Libro #3)

IL KILLER DELL’OROLOGIO (Libro #4)

KILLER PER CASO (Libro #5)

CORSA CONTRO LA FOLLIA (Libro #6)

MORTE AL COLLEGE (Libro #7)



I MISTERI DI MACKENZIE WHITE

PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1)

UNA NUOVA CHANCE (Libro #2)

PRIMA CHE BRAMI (Libro #3)



SERIE MYSTERY DI AVERY BLACK

UNA RAGIONE PER UCCIDERE (Libro #1)

UNA RAGIONE PER SCAPPARE (Libro #2)

UNA RAGIONE PER NASCONDERSI (Libro #3)

UNA RAGIONE PER TEMERE (Libro #4)



I GIALLI DI KERI LOCKE

TRACCE DI MORTE (Libro #1)

TRACCE DI OMICIDIO (Libro #2)


INDICE



PROLOGO (#ub2d604a3-fe9b-56c6-b5e9-e40ea03dfee3)

CAPITOLO UNO (#u27a6a49d-a5e7-5f43-baa5-7a5689b0c3ca)

CAPITOLO DUE (#u0839806d-1f8f-5d41-9474-591a77e06e3d)

CAPITOLO TRE (#ue565e7f2-80d1-5170-ba9a-341302f8ffd1)

CAPITOLO QUATTRO (#ue641bd7e-7482-52bd-8a26-8fa3077df7f6)

CAPITOLO CINQUE (#ucc467571-1829-5aec-a5f6-649acfb8ead4)

CAPITOLO SEI (#u8ef8ee17-ea88-544d-9b32-092f941ccb82)

CAPITOLO SETTE (#u0ed978d5-3df8-59f6-a2bb-286b0362148e)

CAPITOLO OTTO (#u39903446-7009-523f-a68a-d8ea139ca94e)

CAPITOLO NOVE (#u9f9625af-13cf-53ee-9adb-e21a92ba9c1c)

CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTITRE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTATRÈ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTAQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTACINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTASEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTASETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTATRE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTAQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTACINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTASEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTASETTE (#litres_trial_promo)

EPILOGO (#litres_trial_promo)




PROLOGO


Era nascosto all’ombra della recinzione di un parcheggio e fissava l’edificio di mattoni a tre piani dall’altra parte della strada. Immaginava che per qualcuno fosse l’ora della cena, un momento in cui le famiglie si riunivano, ridevano e si scambiavano storie sulla giornata.

Storie. Sbuffò. Le storie erano per i deboli.

Un fischio spezzò il silenzio. Il fischio di una donna. Henrietta Venemeer camminava fischiettando. Così felice, pensò lui. Così ignara.

A quella vista la sua rabbia crebbe, una rabbia bruciante che gli tinse di rosso il campo visivo. Chiuse gli occhi e fece un paio di respiri profondi per acquietarla. Un tempo le droghe lo avevano aiutato con la rabbia. Lo avevano calmato e gli avevano mantenuto la mente libera e distesa, ma negli ultimi tempi neanche i farmaci servivano. Gli occorreva qualcosa di più potente per aiutarlo a riequilibrare la sua vita.

Qualcosa di cosmico.

Sai che cosa devi fare, ricordò a se stesso.

La donna era esile e avanti con gli anni, con una folta capigliatura rossa e un atteggiamento positivo che permeava ogni suo movimento: i fianchi ondeggiavano come se stesse ballando a un ritmo tutto suo e la sua andatura era vispa. Portava una busta della spesa ed era diretta verso il palazzo di mattoni in quella parte sperduta di East Boston.

Adesso, ordinò a se stesso.

Mentre la donna raggiungeva l’edificio e armeggiava con le chiavi, lui lasciò il suo nascondiglio e attraversò la strada.

Lei aprì il portone del palazzo e entrò.

Prima che la porta si richiudesse, l’uomo infilò un piede nell’apertura. La telecamera puntata sull’atrio era stata resa inoffensiva in precedenza; aveva spruzzato uno strato di gel trasparente sulla lente per oscurare le immagini, lasciando al tempo stesso l’illusione che funzionasse normalmente. Anche la seconda porta dell’atrio era stata neutralizzata, la sua serratura era stata facile da rompere.

La donna aveva ancora un fischio sulle labbra mentre svaniva su per una rampa di scale. Lui la seguì dentro il palazzo, senza preoccuparsi della gente in strada o delle telecamere degli altri palazzi che avrebbero potuto riprenderlo. Aveva già studiato tutto e i tempi del suo attacco erano allineati con l’universo.

Quando la donna raggiunse il terzo piano e stava per aprire il proprio portone, lui le arrivò alle spalle. La porta si aprì e mentre entrava, l’uomo la afferrò per il mento e le tappò la bocca con un palmo, soffocando le sue grida.

Poi entrò e chiuse la porta dietro di sé.




CAPITOLO UNO


Avery Black uscì dal parcheggio con la sua nuova e vistosa auto, una Ford nera a quattro porte da agente in borghese, e sorrise tra sé e sé. L’odore di macchina nuova e la sensazione del volante sotto le mani le davano un senso di gioia, come di un nuovo inizio. La vecchia BMW bianca che aveva comprato quando era avvocato, un ricordo costante della sua vita precedente, era finalmente sparita.

Evvai! esultò dentro di sé, come faceva quasi ogni volta che si sedeva dietro al volante. La nuova auto aveva finestrini oscurati, cerchioni neri e sedili in pelle, ed era persino dotata di una fondina per il fucile, un computer integrato nel cruscotto e luci della polizia nella griglia, ai finestrini e negli specchietti retrovisori. Per di più, quando i lampeggianti erano spenti, sembrava un veicolo come tutti gli altri in strada.

L’invidia di ogni poliziotto, pensò.

Alle otto in punto andò a prendere il suo partner, Dan Ramirez. Come sempre, lui era perfetto sotto ogni punto di vista: capelli neri pettinati all’indietro, pelle abbronzata, occhi scuri e agghindato con abiti eleganti. Una camicia giallo canarino spuntava sotto la giacca cremisi. Indossava pantaloni rossi, una cintura marrone chiaro e scarpe della stessa tinta.

“Dovremmo fare qualcosa stasera,” attaccò lui. “È l’ultima notte in cui siamo di turno. Sarà anche un mercoledì, ma è come se fosse venerdì.”

Le fece un sorriso caloroso.

A sua volta Avery sbatté le ciglia sugli occhi azzurro ghiaccio e gli lanciò un sorrisetto rapido e affettuoso, ma poi la sua espressione tornò subito impassibile. Si concentrò sulla strada e dentro di sé si domandò cosa avrebbe fatto della sua relazione con Dan Ramirez.

Non che il termine ‘relazione’ fosse del tutto accurato.

Da quando aveva fatto fuori Edwin Pesh, uno dei serial killer più strani nella storia di Boston, il suo partner le aveva espresso i suoi sentimenti e Avery gli aveva lasciato capire di provare un interesse simile. Le cose non erano procedute oltre. Avevano cenato insieme, si erano scambiati sguardi amorosi e si erano tenuti per mano.

Ma Avery era preoccupata per lui. Sì, era affascinante e rispettoso. Le aveva salvato la vita durante il fiasco con Edwin Pesh e le era quasi sempre rimasto a fianco durante la sua convalescenza. E tuttavia era il suo partner. Si vedevano cinque giorni alla settimana se non di più, dalle otto del mattino alle sei, le sette o anche oltre, a seconda dei casi. E Avery non aveva una relazione da anni. L’unica volta che si erano baciati, le era sembrato di essere con Jack, il suo ex marito, e si era immediatamente ritratta.

Controllò l’orologio del cruscotto.

Erano in macchina da neanche cinque minuti e già Ramirez parlava di una cena. Devi parlargliene, capì. Ugh.

Mentre si dirigevano verso l’ufficio, Avery ascoltava la frequenza della polizia alla radio, come faceva ogni mattina. All’improvviso Ramirez mise su una stazione radiofonica che dava del jazz e per qualche isolato viaggiarono ascoltando musica mescolata a un operatore della polizia che descriveva le varie attività che stavano avendo luogo a Boston.

“Fai sul serio?” chiese Avery.

“Che cosa?”

“Come faccio a godermi la musica e ad ascoltare le chiamate? Mi confonde. Perché dobbiamo sentirli tutti e due allo stesso tempo?”

“Va bene, d’accordo,” rispose lui con finto disappunto, “ma sarà meglio che riesca ad ascoltare anche la mia musica, oggi. Mi fa sentire calmo e sereno, capisci?”

No, pensò Avery, non lo capisco.

Odiava il jazz.

Fortunatamente alla radio arrivò una chiamata che la salvò.

“Abbiamo un dieci-sedici, dieci-trentadue in atto sulla East Fourth Street vicino a Broadway,” disse una stridente voce femminile. “Non sono stati esplosi colpi. Ci sono delle auto nelle vicinanze?”

“Violenza domestica,” disse Ramirez, “e il tizio ha una pistola.”

“Siamo vicini,” rispose Avery.

“Occupiamocene noi.”

Girò l’auto, accese le luci e prese la ricetrasmittente.

“Qui parla la detective Black,” disse, dando il suo numero di distintivo. “Siamo a circa tre minuti da lì. Rispondiamo alla chiamata.”

“Grazie, detective Black,” rispose la donna, per poi darle l’indirizzo, il numero dell’appartamento e le informazioni di base.

Uno dei vari aspetti di Boston che piaceva di più ad Avery erano le sue case, dei piccoli palazzetti, la maggior parte alti due o tre piani e con una struttura uniforme che dava alla città un distintivo senso di comunità. Svoltò a sinistra su Fourth Street e si avvicinò lentamente alla loro destinazione.

“Questo non significa che oggi possiamo evitare le scartoffie,” sottolineò lei.

“Nah, certo che no.” Ramirez scrollò le spalle.

Il tono della sua voce però, insieme al suo atteggiamento e alle pile disordinate che aveva sulla scrivania, spinsero Avery a chiedersi se quella deviazione di prima mattina fosse stata una buona idea.

Non servì molto lavoro investigativo per trovare la casa in questione. Un’auto della polizia, insieme a una piccola folla di persone al riparo dietro qualcosa, circondavano un edificio dipinto di blu, con le imposte dello stesso colore e il tetto nero.

In piedi nel giardino davanti alla casa c’era un uomo ispanico, in boxer e canottiera. In una mano stringeva i capelli di una donna inginocchiata e piangente. Con l’altra agitava una pistola verso la folla, la polizia e la donna.

“State indietro, cazzo!” gridò. “Tutti quanti! Ti vedo, laggiù.” Puntò l’arma verso una macchina parcheggiata. “Allontanati da quella cazzo di auto! Smettila di piangere!” urlò alla donna. “Continua e ti faccio saltare la testa, così impari a farmi incazzare.”

Due agenti erano ai lati del cortile. Uno gli puntava contro la pistola. L’altro aveva una mano sulla cintura e un palmo sollevato.

“Signore, per favore, metta già l’arma.”

L’uomo prese di mira il poliziotto con la pistola spianata.

“Cosa? Vuoi provarci?” disse. “Allora sparami! Sparami, figlio di puttana, e vedi cosa succede. Merda, non mi importa. Moriremo tutti e due.”

“Non sparare, Stan!” gridò l’altro poliziotto. “State tutti calmi. Nessuno morirà oggi. Signore, per favore…”

“Smettila di parlarmi, cazzo!” ruggì l’uomo. “Lasciatemi in pace. Questa è casa mia e questa è mia moglie. Stronza traditrice,” abbassò la voce e le spinse la canna della pistola contro una guancia. “Dovrei dare una lezione a questa lurida boccaccia del cazzo.”

Avery spense le sirene e si avvicinò al marciapiede.

“Un’altra poliziotta?!” fremette l’uomo. “Siete peggio degli scarafaggi. Va bene,” disse con tono calmo e determinato. “Oggi qualcuno morirà. Non mi riporterete in prigione. Potete tornarvene tutti a casa, o qualcuno ci rimetterà la pelle.”

“Non morirà nessuno,” disse il primo agente, “per favore. Stan! Abbassa la pistola!”

“Neanche per sogno,” gridò il suo partner.

“Maledizione, Stan!”

“Rimani qui,” disse Avery a Ramirez.

“Col cazzo!” affermò. “Sono il tuo partner, Avery.”

“Va bene, ma ascolta,” disse lei. “Altri due poliziotti e questo posto si trasformerà in un bagno di sangue. Stai calmo e fai quello che ti dico.”

“E cioè?”

“Seguimi e basta.”

Avery uscì dall’auto.

“Agente,” ordinò al poliziotto con l’arma puntata, “metti giù la pistola.”

“Chi cazzo sei?” chiese lui.

“Già, chi cazzo sei tu?” volle sapere l’aggressore ispanico.

“Tutti e due, allontanatevi dalla zona,” disse Avery ai due agenti. “Sono la detective Avery Black dell’A1. Qui ci penso io. Vale anche per te,” ordinò a Ramirez.

“Mi hai detto tu di seguirti!” gridò lui.

“E ora ti sto dicendo di allontanarti. Torna alla macchina. Tutti quanti, via di qui.”

L’agente con la pistola sputò e scosse la testa.

“Maledetta burocrazia,” disse. “Cosa vuoi? Solo perché sei apparsa in qualche giornale credi di essere una super poliziotta o qualcosa del genere? Beh, lo sai che c’è? Non vedo l’ora di vedere come te la cavi, super poliziotta.” Con lo sguardo sull’aggressore, sollevò la pistola e indietreggiò fino a quando non svanì dietro un albero. “Fai pure.” Il suo partner lo seguì.

Non appena Ramirez fu di nuovo sull’auto e gli altri agenti furono abbastanza lontani, Avery si fece avanti.

L’uomo ispanico sorrise.

“Guarda qua,” disse e puntò la pistola. “Sei la poliziotta dei serial killer, giusto? Ottimo lavoro, Black. Quel tizio era fuori di testa. Lo hai conciato per le feste. Ehi!” gridò alla donna in ginocchio. “Piantala di agitarti. Non vedi che sto cercando di parlare?”

“Che cosa ha fatto?” chiese Avery.

“La maledetta puttana si è scopata il mio migliore amico, ecco cosa ha fatto. Non è vero, troia?”

“Accidenti,” commentò Avery. “Che crudeltà. Ha mai fatto una cosa del genere prima?”

“Sì,” ammise lui. “In effetti ha tradito il suo ultimo uomo per me, ma merda, io questa puttana l’ho sposata! Questo dovrebbe valere qualcosa, giusto?”

“Certo,” confermò Avery.

Lui era di corporatura snella, con un volto lungo e senza denti. Lanciò un’occhiata all’audience crescente, poi guardò Avery come un bambino colpevole e sussurrò:

“Non è una bella situazione, vero?”

“No,” rispose Avery. “Proprio no. La prossima volta è meglio se te ne occupi dentro casa tua. E senza fare rumore,” disse piano facendo un passo in avanti.

“Perché ti stai avvicinando?” chiese lui con un sopracciglio inarcato.

Avery scrollò le spalle.

“È il mio lavoro,” disse come se fosse un compito sgradevole. “Per come la vedo io tu hai due possibilità. La prima: vieni con me tranquillamente. Hai già sbagliato. Troppo rumore, troppo pubblico, troppi testimoni. Nel peggiore dei casi, lei sporge denuncia e ti devi trovare un avvocato.”

“Lei non denuncerà proprio nessuno,” disse.

“Non lo farà, piccolo. Non lo farò!” promise lei.

“Se lei non ti denuncia, si tratta comunque di aggressione aggravata, resistenza all’arresto e qualche altra piccola infrazione.”

“Finirò in prigione?”

“Sei già stato arrestato prima?”

“Sì,” ammise lui. “Cinque anni per tentato omicidio colposo.”

“Come ti chiami?”

“Fernando Rodriguez.”

“Sei ancora in libertà vigilata, Fernando?”

“Nah, è finita due settimane fa.”

“Ok.” Lei rifletté per un momento. “Allora probabilmente dovrai stare dietro le sbarre fino a quando la situazione non sarà conclusa. Forse un mese o due?”

“Un mese?!”

“O due,” ripeté. “Andiamo, diciamoci la verità. Dopo cinque anni non è niente. La prossima volta, tieni la cosa per te.”

Lei gli era proprio davanti, abbastanza vicino da disarmarlo e liberare la vittima, ma l’uomo si stava già calmando. Avery aveva già visto gente come lui quando aveva avuto a che fare con certe gang di Boston, uomini che erano stati frustrati tanto a lungo da esplodere per il minimo problema. Ma alla fine dei conti, quando veniva data loro la possibilità di rilassarsi e di fare il punto della situazione, la loro storia era sempre la stessa: volevano solo essere rassicurati, aiutati e che qualcuno li facesse sentire come se non fossero stati soli al mondo.

“Eri un avvocato, vero?” chiese l’uomo.

“Sì.” Lei scrollò le spalle. “Ma ho fatto uno stupido errore e la mia vita è andata in malora. Non fare come me,” lo avvisò. “Chiudiamola qui.”

“E lei?” indicò la moglie.

“Perché vuoi stare con una come lei?” chiese Avery.

“La amo.”

Avery strinse le labbra e gli lanciò uno sguardo di sfida.

“Questo ti sembra amore?”

La domanda sembrò turbarlo sinceramente. Con le sopracciglia aggrottate, spostò lo sguardo da Avery alla moglie e poi di nuovo ad Avery.

“No,” disse, e abbassò la pistola. “Non è così che si ama.”

“Ti dico una cosa,” disse Avery. “Dammi la pistola e lascia che questi ragazzi ti portino dentro con calma, e ti faccio una promessa.”

“Che promessa?”

“Prometto che verrò a vedere come stai e mi accerterò che tu sia trattato bene. A me non sembri una cattiva persona, Fernando Ramirez. Sembri solo qualcuno che ha avuto una vita difficile.”

“Non ne hai idea,” disse.

“No,” fu d’accordo lei. “Non ce l’ho.”

Gli tese una mano.

Lui lasciò andare l’ostaggio e le consegnò la pistola. Immediatamente la moglie scattò attraverso il cortile e corse verso la salvezza. Il poliziotto aggressivo che era stato pronto ad aprire il fuoco si avvicinò con un’espressione rabbiosa di gelosia malamente trattenuta.

“Ora me ne occupo io,” sbuffò.

Avery lo guardò fisso negli occhi.

“Fammi un favore,” sussurrò. “Smettila di comportarti come se fossi migliore della gente che arresti e trattalo come un essere umano. Potrebbe esserti d’aiuto.”

Il poliziotto arrossì per la collera e sembrò pronto ad avanzare e a distruggere l’atmosfera tranquilla che Avery aveva creato. Fortunatamente il secondo agente aveva raggiunto l’uomo ispanico e lo stava trattando con gentilezza. “Ora la ammanetterò,” disse piano. “Non si preoccupi. Mi accerterò che venga trattato come si deve. Deve leggerle i suoi diritti, va bene? Ha il diritto di rimanere in silenzio…”

Avery indietreggiò.

L’aggressore ispanico alzò lo sguardo. I due si fissarono negli occhi per un istante. Lui le fece un cenno di gratitudine con il capo e Avery rispose allo stesso modo. “Prima dicevo sul serio,” ribadì, per poi girarsi e andarsene.

Ramirez aveva un grande sorriso sul volto.

“Merda, Avery, è stato davvero sexy.”

Quel flirt turbò Avery.

“Mi fa schifo quando i poliziotti trattano i sospettati come animali,” disse, e si voltò per guardare l’arresto. “Scommetto che si potrebbero evitare metà delle sparatorie di Boston con un po’ di rispetto.”

“Forse se ci fosse un commissario donna come te al comando,” scherzò lui.

“Forse,” rispose, e rifletté seriamente sulle implicazioni.

Il suo walkie-talkie si attivò.

Sopra i rumori di fondò si udì la voce del capitano O’Malley.

“Black,” disse. “Black, dove sei?”

Lei gli rispose.

“Sono qui, Capitano.”

“D’ora in avanti tieni il telefono acceso,” disse lui. “Quante volte te lo devo dire? E vai al Boston Harbor Marina su Marginal Street, a East Boston. Abbiamo un problema.”

Avery si accigliò.

“East Boston non è il territorio dell’A7?” chiese.

“Non importa,” rispose il capitano. “Molla qualsiasi cosa tu stia facendo e vai là il più in fretta possibile. C’è stato un omicidio.”




CAPITOLO DUE


Avery raggiunse il Boston Harbour & Shipyard vicino al Callahan Tunnel, che univa il North End a East Boston. La marina era su Marginal Street, proprio lungo l’acqua.

Il posto brulicava di poliziotti.

“Porca miseria,” commentò Ramirez. “Che diavolo è successo qui?”

Avery entrò lentamente sulla marina. Auto della polizia erano parcheggiate in maniera casuale, insieme a un’ambulanza. Gruppi di persone che volevano usare le loro barche in quel luminoso mattino si aggiravano nei dintorni, chiedendosi che cosa avrebbero dovuto fare.

Parcheggiò ed entrambi uscirono mostrando il distintivo.

Oltre il cancello principale e l’edificio c’era un grande molo, da cui spuntavano due pontili in una forma a V. La maggior parte della polizia era assiepata attorno all’estremità di uno dei due pontili.

All’orizzonte si stagliava il capitano O’Malley, vestito in abito scuro e cravatta. Era impegnato in un’intensa discussione con un altro uomo in uniforme da poliziotto. A giudicare dai gradi sul petto, Avery immaginò che l’altro uomo fosse il capitano dell’A7, il dipartimento che gestiva tutta East Boston.

“Guarda quello,” Ramirez indicò l’uomo in uniforme. “È appena uscito da una cerimonia o cosa?”

Gli agenti dell’A7 gli lanciarono delle occhiatacce.

“Che cosa ci fa qui l’A1?”

“Tornate al North End!” gridò qualcun altro.

Il vento colpì Avery in faccia mentre camminava lungo il pontile. L’aria era salata e piacevole. Si strinse la giacca in vita perché non si aprisse con l’aria. Le violente raffiche di vento stavano mettendo Ramirez in difficoltà, continuando a scompigliargli i capelli perfettamente pettinati.

A lato del pontile spuntavano delle banchine ad angolo perpendicolare, ed erano tutte piene di barche. Sull’altro lato erano allineate altre imbarcazioni: motoscafi, costose navi a vela e grossi yacht.

Una banchina separata formava una T con l’estremità del pontile. Un unico yacht di media grandezza era ancorato al suo centro. O’Malley, l’altro capitano e due agenti stavano parlando, mentre un team della Scientifica passava al setaccio la barca e scattava delle foto.

O’Malley aveva lo stesso aspetto arcigno di sempre: capelli tinti di nero tagliati corti e un volto da ex pugile, corrucciato e rugoso. Strizzava gli occhi per il vento e sembrava turbato.

“Eccola, è qui,” disse. “Dalle una chance.”

L’altro capitano aveva un’aria regale e maestosa: capelli brizzolati, un volto magro e uno sguardo imperioso sotto le sopracciglia corrugate. Era molto più alto di O’Malley e sembrava non riuscire a credere che l’altro capitano o qualche esterno stesse sconfinando nel suo territorio.

Avery salutò tutti con un cenno.

“Che succede, capitano?”

“È una festa?” sorrise Ramirez.

“Togliti quel sorriso dalla faccia,” sibilò l’imponente capitano. “Questa è la scena di un crimine, giovanotto, e mi aspetto che la tratti come tale.”

“Avery, Ramirez, questo è il Capitano Holt dell’A7. È stato tanto gentile da…”

“Gentile, un cazzo!” sbottò lui. “Non so che cosa abbia in mente il sindaco, ma se crede di potere pestare i piedi alla mia divisione, non ha capito un accidente. Ti rispetto, O’Malley. Ci conosciamo da molto tempo, ma questo è inaudito e tu lo sai. Come ti sentiresti se entrassi nell’A1 e cominciassi a dare ordini?”

“Nessuno vuole prendere il controllo su niente,” disse O’Malley. “Credi che mi piaccia? Abbiamo già abbastanza lavoro dalle nostre parti. Il sindaco ci ha chiamato entrambi, non è così? Avevo in mente una giornata del tutto diversa, Will, quindi non comportarti come se questa fosse una mia dimostrazione di forza.”

Avery e Ramirez si scambiarono uno sguardo.

“Quale è la situazione?” chiese Avery.

“È arrivata una chiamata questa mattina,” disse Holt e accennò allo yacht. “Una donna trovata morta su quella barca. È stata identificata come una libraria della zona. Da quindici anni ha una libreria esoterica su Summer Street. Niente sulla sua fedina penale né alcuna attività sospetta.”

“Tranne per il modo in cui è stata assassinata.” O’Malley subentrò. “Il Capitano Holt, qui, stava facendo colazione con il sindaco quando è arrivata la chiamata. Il sindaco ha deciso che voleva venire a vedere con i suoi occhi.”

“La prima cosa che ha detto è stata: ‘Perché non affidiamo il caso a Avery Black?’” concluse Holt lanciando un’occhiataccia ad Avery.

O’Malley cercò di alleggerire la situazione.

“Non è quello che mi hai detto, Will. Hai detto che i tuoi uomini sono arrivati, non hanno capito cosa stavano guardando e quindi il sindaco ha suggerito che chiedessi a qualcuno con dell’esperienza in queste faccende.”

“È lo stesso,” ringhiò Holt sollevando pomposo il mento.

“Vai a dare un’occhiata,” disse O’Malley indicandole lo yacht. “Vedi cosa riesci a trovare. Se torna a mani vuote,” aggiunse verso Holt, “ce ne andremo per la nostra strada. Ti sembra giusto?”

Holt si allontanò a grandi passi verso gli altri due detective.

“Quei due sono della sua squadra Omicidi,” li indicò O’Malley. “Non guardarli. Non parlare con loro. Non irritare nessuno. Questa è una situazione molto delicata. Tieni la bocca chiusa e dimmi che cosa vedi.”

Mentre si avvicinavano al grosso yacht, Ramirez praticamente aveva l’acquolina in bocca.

“Questo è un gioiellino,” disse. “Sembra un Sea Ray 85 Sedan Bridge. Due piani. Sopra c’è l’ombra e dentro l’aria condizionata.”

Avery rimase colpita.

“Come fai a sapere tutte queste cose?” chiese.

“Mi piace pescare.” Ramirez scrollò le spalle. “Non l’ho mai fatto su niente del genere, ma un uomo può sognare, giusto? Una di queste volte dovrei portarti a fare un giro sulla mia barca.”

Ad Avery non era mai piaciuto molto il mare. La spiaggia, a volte; i laghi, assolutamente; ma le barche a vela e a vapore in mezzo all’oceano? Attacchi di panico. Lei era nata e cresciuta in pianura e il pensiero di ritrovarsi in mezzo alle onde, senza sapere che cosa ci fosse in agguato al di sotto, non le faceva venire in mente niente di buono.

Mentre Avery e Ramirez gli passavano accanto e si preparavano per salire sulla barca, Holt e i suoi due li ignorarono. Un fotografo a tribordo scattò un’ultima foto e fece segno a Holt. Si fece strada lungo la murata a tribordo e agitò le sopracciglia verso Avery. “Non guarderai mai più uno yacht allo stesso modo,” scherzò.

Una scaletta argentata conduceva sul lato della barca. Avery si arrampicò, appoggiò i palmi sulle finestre oscurate e scivolò verso la prua.

Una donna di mezza età dall’aspetto pio e con scompigliati capelli rossi era stata lasciata sulla prua della nave, appena sopra le luci laterali. Era stesa di lato e tutta incurvata, rivolta verso est, con le mani strette alle ginocchia e la testa china. Se fosse stata seduta diritta sarebbe sembrata addormentata. Era completamente nuda e l’unica ferita visibile era una linea scura attorno al collo. Gliel’ha spezzato, pensò Avery.

Ciò che distingueva la vittima, oltre alla nudità e a quella pubblica esposizione della sua morte, era l’ombra che gettava. Il sole era alto. Il suo corpo era leggermente alzato e l’ombra lunga e distorta creava una sua immagine speculare.

“Porca puttana,” sussurrò Ramirez.

Come Avery faceva quando puliva le superfici di casa sua, si abbassò e lanciò uno sguardo alla prua della barca. O l’ombra era una coincidenza, oppure era un segno importante dell’assassino, e se ne aveva lasciato uno, poteva averne lasciato anche un altro. Andò da un lato all’altro della nave.

All’accecante luce del sole, sulla superficie bianca della barca proprio sopra la testa della donna, tra il suo corpo e l’ombra, Avery notò una stella. Qualcuno aveva usato le dita per disegnare una stella, con la saliva o l’acqua salata.

Ramirez gridò verso O’Malley.

“Che cosa ha detto la scientifica?”

“Hanno trovato della peluria sul corpo. Potrebbero venire da un tappeto. L’altra squadra è ancora all’appartamento.”

“Quale appartamento?”

“L’appartamento della donna,” gridò O’Malley. “Crediamo che sia stata rapita da lì. Non ci sono impronte da nessuna parte. Il nostro uomo potrebbe aver indossato dei guanti. Come l’abbia portata fin qui, su una banchina ben visibile, senza essere visto da nessuno, è un mistero. Qui ha oscurato alcune delle telecamere della marina. deve averlo fatto subito prima dell’omicidio. Probabilmente la donna è stata uccisa la notte scorsa. Il corpo sembra indisturbato, ma il coroner deve ancora esaminarlo.”

Holt sbuffò rivolto verso nessuno in particolare.

“Questa è una perdita di tempo,” sbottò a O’Malley. “Che cosa può dirci quella donna che i miei uomini non hanno già scoperto? Non mi importa del suo ultimo caso, né del suo personaggio pubblico. Per quel che mi riguarda è solo un avvocato fallito che ha avuto fortuna con il suo primo grosso caso perché un serial killer, che lei ha difeso in tribunale, le ha dato una mano!”

Avery si alzò, si appoggiò al parapetto e osservò Holt, O’Malley e gli altri due detective sulla banchina. Il vento le mosse la giacca e i pantaloni.

“Ha visto la stella?” chiese.

“Che stella?” gridò Holt.

“Il suo corpo è piegato di lato e verso l’alto. Alla luce del sole, crea un’ombra identica alla sua forma. Ben distinta. Sembrano quasi due persone, schiena contro schiena. Tra il suo corpo e l’ombra qualcuno ha disegnato una stella. Potrebbe essere una coincidenza, ma la posizione è perfetta. Forse siamo fortunati, se l’assassino l’ha disegnata con la saliva.”

Holt si consultò con uno dei suoi uomini.

“Hai visto una stella?”

“No, signore,” rispose un detective biondo e snello con gli occhi marroni.

“La Scientifica?”

Il detective scosse la testa.

“Ridicolo,” borbottò Holt. “Il disegno di una stella? Potrebbe averlo fatto un bambino. Un’ombra? La luce crea le ombre. Non c’è niente di speciale in questo, detective Black.”

“A chi appartiene lo yacht?” chiese Avery.

“Un vicolo cieco.” O’Malley scrollò le spalle. “Un grosso imprenditore edile. È in Brasile per affari. È via da un mese.”

“Se la barca è stata pulita un mese fa,” disse Avery, “allora la stella è stata lasciata lì dall’assassino, e dato che si trova perfettamente tra il corpo e l’ombra, deve significare qualcosa. Non sono certa di cosa, ma qualcosa.”

O’Malley lanciò un’occhiata a Holt.

Holt sospirò.

“Simms,” disse all’agente biondo, “fai tornare la Scientifica. Occupati di quella stella, e anche dell’ombra. Ti chiamo quando abbiamo finito.”

Miseramente, Holt guardò Avery e infine scosse la testa.

“Fatele vedere l’appartamento.”




CAPITOLO TRE


Avery si incamminò lentamente lungo il corridoio del palazzo buio, con Ramirez al fianco e il cuore che le batteva forte per l’anticipazione come faceva sempre quando arrivava su una scena del crimine. In quel momento desiderava essere ovunque tranne che lì.

Si liberò di quella sensazione. Si concentrò e si costrinse a osservare ogni dettaglio, per quanto minuscolo.

La porta dell’appartamento della vittima era aperta. L’agente di sorveglianza al di fuori si spostò e permise ad Avery e agli altri di passare sotto il nastro della scena del crimine per entrare.

Uno stretto corridoio conduceva al soggiorno. Accanto si apriva la cucina. Non si vedeva niente di fuori dall’ordinario, solo un bell’appartamento. Le pareti erano dipinte di grigio chiaro e c’erano librerie ovunque. Pile di libri erano accatastate a terra. Dai davanzali pendevano piante. Davanti alla televisione era sistemato un divano verde. Nell’unica camera da letto, il letto era in ordine e coperto da una trapunta di pizzo bianco.

L’unico segno evidente di disordine nell’appartamento era nel soggiorno, dove era stato chiaramente tolto un tappeto. Il contorno polveroso, insieme allo spazio più scuro, era stato contrassegnato da numerose targhette gialle della polizia.

“Che cosa ha trovato qui la scientifica?” chiese Avery.

“Niente,” rispose O’Malley. “Niente impronte. Niente riprese delle telecamere. Al momento brancoliamo nel buio.”

“È stato preso qualcosa dall’appartamento?”

“Niente che noi sappiamo. Il barattolo degli spiccioli è pieno. I suoi vestiti sono stati lasciati in ordine nel cesto della biancheria. I soldi e la sua carta d’identità erano ancora nelle tasche.”

Avery si prese il suo tempo.

Come era sua abitudine, si mosse per piccole sezioni e ne osservò ognuna con attenzione: le pareti, il pavimento e le assi di legno, tutti i ninnoli sugli scaffali. Spiccava una foto della vittima insieme a due amiche. Si fece un appunto mentale di scoprire i loro nomi e di contattarle entrambe. Studiò le librerie e le pile di libri. C’erano cataste di romanzi d’amore. Il resto era per lo più su argomenti spirituali: auto-aiuto e religione.

Religione, pensò Avery.

La vittima aveva una stella sopra la testa.

Una stella di Davide?

Avendo osservato il corpo sulla barca e l’appartamento, Avery iniziò a formarsi mentalmente un’immagine dell’assassino. Doveva averla attaccata dal corridoio. L’omicidio era stato rapido e non aveva lasciato tracce, né erano stati commessi errori. I vestiti e gli effetti personali della vittima erano stati lasciati in un punto ordinato, in modo da non disturbare l’appartamento. Solo il tappeto era stato spostato, in quell’area e attorno ai bordi c’era della polvere. Qualcosa in quel dettaglio faceva pensare a un possibile attacco di rabbia nell’assassino. Se era stato tanto meticoloso con tutto il resto, rifletté Avery, perché non pulire la polvere ai lati del tappeto? Ma poi perché prendere il tappeto? Perché non lasciare tutto in condizioni perfette? Ripensò a quello che doveva essere successo: le aveva spezzato il collo, l’aveva spogliata, aveva messo via i vestiti e lasciato tutto in ordine, ma poi l’aveva arrotolata in un tappeto e l’aveva portata fuori come un selvaggio.

Si diresse alla finestra e fissò la strada al di sotto. C’erano un paio di punti dove qualcuno avrebbe potuto nascondersi e osservare l’appartamento senza essere notato. Un punto in particolare la chiamava: un vicolo stretto e buio dietro a una recinzione. Eri lì? si domandò. Stavi guardando? Aspettavi il momento giusto?

“Beh?” chiese O’Malley. “Che cosa pensi?”

“Abbiamo un serial killer tra le mani.”




CAPITOLO QUATTRO


“Il killer è un maschio ed è forte,” continuò Avery. “Ha sopraffatto la vittima e ha dovuto trasportarla fino alla banchina. Sembra una vendetta personale.”

“Come fai a saperlo?” chiese Holt.

“Perché darsi tanta pena per una vittima casuale? Non sembra che abbia rubato niente, quindi non è stata una rapina. È stato preciso con tutto a eccezione del tappeto. Se passi tanto tempo a pianificare un omicidio, a spogliare la vittima e a mettere i vestiti nel cesto della biancheria, perché prendere una qualsiasi delle sue cose? Sembra un gesto calcolato. Voleva prendere qualcosa. Forse per dimostrare di essere potente? Che poteva farlo? Non lo so. E lasciarla su una barca? Nuda e in bella vista del porto? Quest’uomo vuole essere notato. Vuole che tutti sappiano che ha ucciso. Potrebbe avere un serial killer per le mani. Qualsiasi decisione prenderete su chi si occuperà di questo caso,” e lanciò un’occhiata a O’Malley, “è meglio che facciate in fretta.”

O’Malley si voltò verso Holt.

“Will?”

“Lo sai che cosa ne penso,” rispose Holt con una smorfia.

“Ma farai come ti ha ordinato?”

“È uno sbaglio.”

“Ma?”

“Qualsiasi cosa voglia il sindaco.”

“O’Malley si girò verso Avery.

“Te la senti?” chiese. “Sii sincera. Hai appena chiuso un caso importante di omicidi seriali. La stampa ti ha crocifissa a ogni passo. Ancora una volta avresti tutti gli occhi su di te, ma questa volta anche il sindaco sarà particolarmente attento. Ha chiesto di te nello specifico.”

Il cuore di Avery batté forte. Fare la differenza come agente di polizia era ciò che amava del suo lavoro, ma agognava catturare i serial killer e vendicarne le vittime.

“Abbiamo molti altri casi aperti,” rispose lei. “E un processo.”

“Posso affidare tutto a Thompson e a Jones. Tu potrai supervisionare il loro lavoro. Se ti occupi di questo caso, deve avere la priorità assoluta.”

Avery si voltò verso Ramirez.

“Ci stai?”

“Ci sto.” L’uomo annuì con fermezza.

“Ce ne occuperemo noi allora,” disse lei.

“Bene,” sospirò O’Malley. “Segui il caso. Il capitano Holt e i suoi uomini si occuperanno del corpo e dell’appartamento. Avrai il pieno accesso ai file e la loro totale collaborazione per tutta l’indagine. Will, a chi devono chiedere se hanno bisogno di informazioni?”

“Il detective Simms,” rispose.

“Simms è il capo detective che avete visto questa mattina,” riferì O’Malley, “biondo, occhi scuri, uno tutto d’un pezzo. Il dipartimento A7 si sta occupando sia della barca che dell’appartamento. Simms vi informerà direttamente di ogni indizio che troveranno. Per ora magari sarebbe meglio parlare con la famiglia. Vedi che cosa scopri. Se hai ragione ed è una cosa personale, possono essere coinvolti o avere delle informazioni che potrebbero aiutarci.”

“Ce ne occupiamo subito,” rispose Avery.



*



Una rapida telefonata al detective Simms e Avery scoprì che i genitori della vittima vivevano più a nord, fuori Boston, nella città di Chelsea.

Informare le famiglie era la seconda parte del suo lavoro che Avery detestava di più. Anche se con le persone ci sapeva fare, subito dopo aver saputo della morte di un loro caro c’era un momento in cui emozioni complesse prendevano il sopravvento. Gli psichiatri li definivano i cinque stadi del lutto, ma Avery li considerava una lenta tortura. Prima c’era la negazione. Amici e parenti volevano sapere tutto del corpo, informazioni che avrebbero solo dato loro maggior dolore, e qualsiasi cosa lei gli avesse detto non gli avrebbe fatto accettare la realtà dei fatti. Per seconda arrivava la rabbia: nei confronti della polizia, del mondo, di tutti. Poi era il turno della negoziazione. “È certa che siano morti? Magari sono ancora vivi?” Quelle fasi potevano avvenire tutte in una volta, oppure potevano impiegare anni, o entrambi. Gli ultimi due stadi di solito avvenivano quando Avery se ne era andata: la depressione e l’accettazione.

“Devo dire,” rifletté Ramirez, “che non mi piace trovare cadaveri, ma questo ci lascia liberi di lavorare su un caso e basta. Basta processo e basta scartoffie. Non male, vero? Possiamo fare quello che vogliamo, senza le lungaggini della burocrazia.”

Si tese per baciarle una guancia.

Avery si scostò.

“Non ora,” disse.

“Non c’è problema,” rispose lui con le mani alzate. “Pensavo solo che, sai… ormai tra di noi ci fosse qualcosa.”

“Senti,” disse lei, riflettendo con attenzione sulle sue parole successive. “Tu mi piaci. Mi piaci davvero, ma sta succedendo tutto troppo in fretta.”

“Troppo in fretta?” si lamentò lui. “Ci siamo baciati solo una volta in due mesi!”

“Non è quello che intendo,” spiegò Avery. “Scusa. Quello che sto cercando di dire è che non so se sono pronta per una relazione vera e propria. Siamo partner. Stiamo insieme tutta la settimana. Mi piace flirtare e vederti al mattino. Solo che non so se sono pronta ad andare oltre.”

“Accidenti,” disse Ramirez.

“Dan…”

“No, no.” Sollevò una mano. “Va bene, sul serio. Credo di averlo sempre saputo.”

“Non so dicendo che voglio che finisca tutto,” lo rassicurò Avery.

“Tutto cosa?” chiese lui. “Voglio dire, non lo so nemmeno io! Quando stiamo lavorando, pensi solo all’indagine, e quando provo a vederti dopo il lavoro, è praticamente impossibile. Sei stata più gentile con me quando eri in ospedale che nella vita di tutti i giorni.”

“Non è vero,” ribatté, ma una parte di lei capì che aveva ragione.

“Mi piaci, Avery,” disse lui. “Mi piaci molto. Se hai bisogno di tempo, mi sta bene. Voglio solo essere certo che provi davvero qualcosa per me. Perché se non è così, non voglio sprecare il tuo tempo, né il mio.”

“Sì che provo qualcosa per te,” insistette lei e lo guardò per un rapido istante. “Veramente.”

“Ok,” rispose. “Va bene.”

Avery continuò a guidare, concentrandosi sulla strada e sul nuovo quartiere, costringendosi a ritornare rapidamente in modalità lavorativa.

I genitori di Henrietta Venemeer vivevano in un complesso residenziale appena oltre il cimitero su Central Avenue. Dal detective Simms, Avery aveva saputo che erano entrambi in pensione e probabilmente li avrebbe trovati a casa. Non li aveva chiamati in anticipo. Una dura lezione che aveva imparato era che una chiamata di avvertimento poteva allertare un possibile assassino.

Arrivata all’edificio, Avery parcheggiò ed entrambi si avviarono fino alla porta d’ingresso.

Ramirez suonò il campanello.

Ci fu una lunga pausa prima che una donna anziana rispondesse.

“Sì? Chi è?”

“Signora Venemeer, sono il detective Ramirez del distretto di polizia A1. Sono qui con la mia partner, Avery Black. Possiamo salire per parlare con lei?”

“Chi?”

Avery si fece avanti.

“Polizia,” disse seccamente. “Per favore, apra la porta.”

La porta venne aperta.

Avery sorrise a Ramirez.

“È così che si fa,” disse.

“Non smetti mai di sorprendermi, detective Black.”

I Venemeer vivevano al quinto piano. Quando Avery e Ramirez uscirono dall’ascensore, trovarono una donna anziana che li sbirciava da dietro una porta chiusa.

Avery prese il comando.

“Salve, signora Venemeer,” disse, con la sua voce più chiara e gentile. “Sono la detective Black e questo è il mio partner, il detective Ramirez.” Entrambi mostrarono i distintivi. “Possiamo entrare?”

La signora Venemeer aveva una folta capigliatura disordinata proprio come la figlia, solo che la sua era bianca. Portava grossi occhiali scuri e indossava una camicia da notte bianca.

“Di che cosa si tratta?” si preoccupò.

“Credo che sarebbe meglio se potessimo parlare dentro,” rispose Avery.

“Va bene,” mormorò e li lasciò entrare.

L’appartamento puzzava di canfora e vecchiaia. Sul divano c’era un uomo grasso che Avery immaginò essere il signor Venemeer. Indossava solamente boxer rossi e una maglietta che probabilmente usava per dormire, e non sembrò fare caso alla loro presenza.

Stranamente la signora Venemeer si sedette sul divano accanto al marito, senza dare alcuna indicazione su dove potessero sedersi Avery e Ramirez.

“Che cosa posso fare per voi?” chiese.

Alla televisione davano un gioco a premi. Di tanto in tanto, il marito si raddrizzava per applaudire, si riaccomodava e borbottava tra sé e sé.

“Può spegnere la televisione?” domandò Ramirez.

“Oh, no,” rispose la donna. “John deve guardare La Ruota della Fortuna.”

“Si tratta di vostra figlia,” aggiunse Avery. “Dobbiamo davvero parlare con voi, e vorremmo avere la vostra totale attenzione.”

“Tesoro,” disse lei toccando il braccio del marito. “Questi due agenti vogliono parlare di Henrietta.”

Lui si scrollò e ringhiò.

Ramirez spense la televisione.

“Ehi!” gridò John. “Che cosa hai fatto?! Riaccendila!”

Sembrava ubriaco.

Accanto a sé aveva una bottiglia mezza vuota di bourbon.

Avery si affiancò a Ramirez e fece nuovamente le presentazioni.

“Salve,” disse, “io sono la detective Black e questo è il mio partner, il detective Ramirez. Abbiamo delle notizie molto difficili da darvi.”

“Ve lo dico io cosa è difficile!” gridò John. “È difficile dover parlare con un mucchio di poliziotti quando sto guardando il mio programma. Riaccendi quella maledetta televisione!” esplose e cercò di alzarsi dal divano, ma sembrò non riuscire a muoversi.

“Vostra figlia è morta,” disse Ramirez, e si abbassò per guardarlo dritto negli occhi. “Mi ha capito? Sua figlia è morta.”

“Cosa?” sussurrò la signora Venemeer.

“Henrietta?” borbottò John risedendosi.

“Mi dispiace moltissimo,” disse Avery.

“Come?” mormorò la donna anziana. “Io non… no. Non Henrietta.”

“Diteci di che cosa state parlando!” sbuffò John. “Non potete entrare qui e dire che nostra figlia è morta. Che diavolo volete dire?!”

Ramirez si sedette.

Negazione, pensò Avery. E rabbia.

“È stata trovata morta questa mattina,” spiegò Ramirez, “ed è stata identificata per via del suo ruolo nella comunità. Non siamo certi del perché sia successo. Al momento abbiamo molte domande. Per favore, abbiate pazienza e aiutateci a capire alcune cose. ”

“Come?” pianse la madre. “Come è successo?”

Avery si sedette accanto a Ramirez.

“Temo che l’indagine sia ancora in corso. Al momento non possiamo dare informazioni specifiche. Ora abbiamo bisogno di sapere qualsiasi cosa voi possiate dirci per aiutarci a identificare l’assassino. Henrietta aveva un fidanzato? Un amico intimo che voi conosciate? Qualcuno che poteva avercela con lei?”

“È certa che sia proprio Henrietta?” domandò la madre.

“Henrietta non aveva nemici!” gridò John. “Tutti le volevano bene. Una dannata santa, ecco cosa era. Passava una volta alla settimana con la spesa. Aiutava i senzatetto. Non può essere vero. Deve esserci un errore.”

Negoziazione, pensò Avery.

“Vi assicuro,” disse, “che sarete chiamati entrambi per dare un’identificazione certa del corpo. So che è difficile da accettare. Avete appena ricevuto delle notizie terribili, ma vi prego, concentriamoci per cercare di capire chi può averlo fatto.”

“Nessuno!” strillò John. “È chiaramente uno sbaglio. Avete trovato la ragazza sbagliata. Henrietta non aveva nemici,” dichiarò. “È stata investita da un autobus? È caduta giù da un ponte? Almeno dateci una qualche idea di cosa siamo parlando!”

“È stata assassinata,” rispose Avery, “È tutto quello che posso dire.”

“Assassinata,” sussurrò la madre.

“Vi prego,” ripeté Ramirez. “Non c’è niente che vi venga in mente? Qualsiasi cosa. Anche se vi sembra insignificante, per noi potrebbe essere di grande aiuto.”

“No,” rispose la madre. “Non aveva un fidanzato, ma aveva molte amiche. L’anno scorso sono venute qui per il Ringraziamento. Nessuna di loro avrebbe potuto fare qualcosa del genere. Deve essere un errore.”

Li guardò con sguardo supplichevole.

“Deve!”




CAPITOLO CINQUE


Avery parcheggiò l’auto per strada, tra le altre macchine della polizia e si preparò, osservando il quartier generale del dipartimento di polizia A7 su Paris Street, nell’East Boston. Fuori dalla stazione c’era tutto il circo mediatico. Era stata indetta una conferenza stampa per parlare del caso e vari furgoni della televisione, telecamere e giornalisti bloccavano la strada, nonostante diversi agenti cercassero di convincerli a spostarsi.

“Il tuo pubblico ti aspetta,” notò Ramirez.

Sembrava che non vedesse l’ora di essere intervistato. Teneva la testa dritta e sorrideva a ogni giornalista si voltasse verso di lui. Con suo grande disappunto, nessuno si avvicinò. Avery stava a capo chino e camminò più velocemente possibile per entrare nella stazione. Odiava le folle. C’era stato un momento della sua vita, quando faceva l’avvocato, in cui le era piaciuto che la gente conoscesse il suo nome e le si radunasse attorno durante i processi, ma da quando lei stessa era stata metaforicamente processata dalla stampa, aveva imparato a disprezzare la loro attenzione.

Ma i giornalisti le accorsero subito intorno.

“Avery Black,” disse uno, mettendole un microfono in faccia. “Ci può dire qualcosa sulla donna assassinata sulla marina?”

“Perché si sta occupando del caso, detective Black?” gridò un altro. “Questo è l’A7. È stata trasferita a un altro dipartimento?”

“Che cosa pensa della nuova campagna del sindaco, Fermiamo il Crimine?”

“Lei e Howard Randall state ancora insieme?”

Howard Randall, pensò. Nonostante il prepotente desiderio di tagliare tutti i ponti con Randall, Avery non era riuscita a toglierselo dalla mente. Ogni giorno dal loro ultimo incontro, l’assassino aveva trovato un modo per strisciare nei suoi pensieri. A volte un semplice profumo o un’immagine era tutto ciò che bastava per sentire le sue parole: “Ti fa venire in mente qualcosa della tua infanzia, Avery? Che cosa? Dimmi…” Altre volte, lavorando su diversi casi, aveva cercato di pensare come avrebbe fatto lui per trovare la soluzione.

“Fuori dai piedi!” gridò Ramirez. “Spostatevi! Fate spazio. Andiamo.”

Le appoggiò una mano sulla schiena e la sospinse nella stazione.

Il quartier generale dell’A7, un grande palazzo di mattoni e pietra, aveva recentemente subito una grossa modernizzazione degli interni. Le scrivanie di metallo e l’atmosfera cupa, tipica dell’organizzazione statale, erano svanite. Al loro posto c’erano eleganti tavoli argentati, sedie colorate e uno spazio aperto per le attese che sembrava più l’ingresso di un parco giochi.

Come l’A1, ma ben più moderna, la sala conferenze aveva le pareti di vetro così che la gente potesse guardare fuori su tutto il piano. Sul grande tavolo ovale di mogano c’erano microfoni davanti a ogni posto a sedere e campeggiava un grande televisore a schermo piatto per le teleconferenze.

O’Malley era già seduto al tavolo accanto a Holt. Ai loro lati c’erano il detective Simms e il suo partner, e due persone che Avery immaginò fossero l’addetto della scientifica e il coroner. Rimanevano due posti liberi in fondo al tavolo, vicino all’ingresso.

“Sedetevi,” fece loro cenno O’Malley. “Grazie per essere venuti. Non vi preoccupate, non vi starò con il fiato sul collo per tutto il tempo,” disse rivolto ai presenti, con particolare enfasi verso Avery e Ramirez. “Voglio solo essere sicuro che siamo tutti dalla stessa parte.”

“Sei sempre il benvenuto qui,” disse Holt con genuino affetto verso O’Malley.

“Grazie, Will. Comincia pure.”

Holt indicò il suo agente.

“Simms?” disse.

“Okay,” disse Simms, “credo che stia a me. Perché non cominciamo con la scientifica, passiamo al rapporto del coroner e poi vi dico del resto della nostra giornata,” disse in particolare al capitano Holt, prima di voltarsi verso l’esperto della Scientifica. “Che te ne pare, Sammy?”

Uno snello uomo indiano era a capo della loro squadra scientifica. Portava giacca e cravatta e sollevò i pollici quando venne fatto il suo nome.

“Sì, signore, Mark,” disse con entusiasmo. “Come abbiamo già detto, abbiamo molto poco su cui lavorare. L’appartamento era pulito. Niente sangue, nessun segno di lotta. Tutte le telecamere sono state bloccate con una resina epossidica trasparente che si può comprare in una qualsiasi ferramenta. Abbiamo trovato resti di fibre di guanti neri, ma anche quelli non ci danno alcun solido indizio.”

Il detective Simms continuava a lanciare sguardi verso Avery. Sammy stava facendo fatica a capire chi era al comando. Continuava a guardare Simms, Holt e tutti gli altri. Alla fine capì l’antifona e iniziò a rivolgersi ad Avery e a Ramirez.

“Però abbiamo qualcosa dal cantiere navale,” continuò Sammy. “Ovviamente l’assassino ha disabilitato le telecamere anche lì, come nell’appartamento. Per arrivare al cantiere senza essere notato deve essersi mosso tra le undici di sera, quando l’ultimo operaio lascia la marina, e le sei del mattino, quando arriva il primo turno. Abbiamo trovato le stesse impronte di scarpe nel cantiere navale e sulla barca, prima che altri agenti di polizia arrivassero sulla scena. L’impronta è di uno stivale numero quarantatré, marca Redwings. Sembra che zoppichi per una possibile ferita alla gamba destra, dato che la scarpa sinistra lascia un calco più profondo dell’altra.”

“Eccellente,” commentò orgoglioso Simms.

“Abbiamo anche controllato quella stella disegnata sul ponte,” continuò Simms. “Non abbiamo trovato materiale genetico. Tuttavia abbiamo trovato una fibra nera simile a quelle del guanto nell’appartamento, quindi è un collegamento interessante, grazie, detective Avery.” Annuì verso la detective.

Aver annuì a sua volta.

Holt sbuffò.

“Infine,” concluse Sammy, “crediamo che il corpo sia stato portato al cantiere navale all’interno di un tappeto arrotolato, dato che su di esso c’erano molte fibre di tappeto e che ne mancava uno dalla casa.”

Annuì per indicare che aveva finito.

“Grazie, Sammy,” disse Simms. “Dana?”

Fu il turno di una donna in camice bianco da laboratorio, che sembrava avrebbe preferito essere ovunque tranne che in quella stanza. Era sulla mezza età, con lisci capelli castani che le arrivavano alle spalle e un costante cipiglio sul volto.

“La vittima è morta in seguito alla frattura del collo,” disse. “C’erano lividi sulle braccia e le gambe che indicano che è stata spinta a terra o contro una parete. La donna è morta da circa dodici ore. Non c’erano segni di penetrazione forzata.”

Si riappoggiò all’indietro con le braccia incrociate.

Simms sollevò le sopracciglia e si voltò verso Avery.

“Detective Black? Qualcosa sulla famiglia?”

“Un vicolo cieco,” disse Avery. “La vittima vedeva i genitori una volta alla settimana per portargli la spesa e preparargli la cena. Niente fidanzato. Nessun altro parente stretto a Boston. Ma aveva uno stretto gruppo di amiche con cui dovrò parlare. I genitori non sono sospetti, quasi non riuscivano ad alzarsi dal divano. Avremmo cominciato a fare ricerche sulle amiche, ma non ero sicura del protocollo,” disse, con uno sguardo a O’Malley.

“Grazie,” disse Simms. “Abbiamo capito. Credo che dopo questa riunione sarai tu al comando, detective Black, ma non sono io a decidere. Ecco cosa ha scoperto la mia squadra finora. Abbiamo controllato i suoi tabulati telefonici e gli indirizzi email. Lì niente di strano. Le telecamere del palazzo erano disattivate e l’edificio non appare in altre riprese. Però abbiamo trovato qualcosa alla libreria della Venemeer. Oggi era aperta. Ha due dipendenti a tempo pieno. Non sapevano della sua morte ed erano sinceramente sconvolti. Nessuno dei due sembra un possibile sospettato, ma entrambi hanno detto che di recente il negozio ha avuto dei problemi con una banda locale chiamata Chelsea Death Squad. Il nome viene dal loro punto di ritrovo principale, su Chelsea Street. Ho parlato con la nostra unità che si occupa di bande e ho saputo che sono una gang ispanica relativamente nuova, affiliata alla lontana con qualche cartello. Il loro capo è Juan Desoto.”

Avery aveva sentito parlare di Desoto ai tempi in cui lavorava sulle gang, durante i suoi primi anni in polizia. Era un pesce piccolo con una squadra appena formata, ma per anni aveva fatto il sicario per molte grosse bande in tutta Boston.

Perché un assassino della mafia con la propria banda avrebbe voluto uccidere la proprietaria di una piccola libreria e depositarne il corpo in bella vista su uno yacht? si chiese.

“Sembra che tu abbia trovato una buona pista,” esclamò Holt. “È seccante dover cedere le redini a un dipartimento dall’altra parte del canale. Purtroppo è la vita. Non è vero, capitano O’Malley? Un compromesso, giusto?” Sorrise.

“È giusto,” rispose con riluttanza O’Malley.

Simms si raddrizzò.

“Juan Desoto sarebbe sicuramente il mio sospettato numero uno. Se questo fosse il mio caso,” sottolineò, “cercherei di andare a trovare lui per primo.”

La frecciatina infastidì Avery.

Davvero mi serve tutto questo? pensò. Anche se era molto incuriosita dal caso, i confini confusi tra i responsabili la disturbavano. Devo seguire i suoi ordini? Ora è lui il mio supervisore? O posso fare quello che voglio?

O’Malley sembrò leggerle il pensiero.

“Credo che qui abbiamo finito. Giusto, Will?” disse, prima di rivolgersi esclusivamente ad Avery e a Ramirez. “Da adesso voi due siete i responsabili, a meno che non dobbiate consultarvi con il detective Simms a proposito delle informazioni di cui abbiamo appena parlato. Proprio ora stanno facendo delle copie dei file per voi. Verranno inviate all’A1. Dunque,” si alzò con un sospiro, “a meno che non ci siano altre domande, potete iniziare. Io ho un dipartimento da gestire.”



*



La tensione dentro l’A7 continuò a innervosire Avery fino a quando non si furono allontanati dall’edificio e dai giornalisti, e furono di nuovo in auto.

“È andata bene,” esultò Ramirez. “Ti rendi conto di cosa è appena successo là dentro?” chiese. “Ti hanno appena affidato il più grosso caso che l’A7 abbia avuto da anni, e solo perché sei Avery Black.”

Avery annuì silenziosamente.

Essere al comando aveva un alto costo. Poteva fare le cose a modo suo, ma se ci fossero stati dei problemi sarebbero stati solo una sua responsabilità. Oltretutto, aveva la sensazione che quella non sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe avuto notizie dall’A7. Mi sembra di avere due capi adesso, gemette dentro di sé.

“Quale è la nostra prossima mossa?” chiese Ramirez.

“Ripartiamo da zero con l’A7 e andiamo a trovare Desoto. Non sono certa di che cosa troveremo, ma se la sua banda stava molestando la proprietaria di una libreria, vorrei sapere il perché.”

Ramirez fischiò.

“Come fai a sapere dove trovarlo?”

“Tutti sanno dove trovarlo. Ha un piccolo caffè su Chelsea Street, vicino alla tangenziale e al parco.”

“Credi che sia il nostro uomo?”

“Non sarebbe la prima volta che Desoto ammazza qualcuno.” Avery scrollò le spalle. “Non sono sicura che questa scena del crimine corrisponda al suo modus operandi, ma potrebbe saperne qualcosa. A Boston è una leggenda. Da quello che so, ha lavorato per i neri, gli irlandesi, gli italiani, gli ispanici, tutti. Quando ero una recluta lo chiamavano l’Assassino Fantasma. Per anni nessuno ha nemmeno creduto che esistesse. L’unità anti crimine organizzato gli ha affibbiato degli omicidi persino a New York, ma nessuno è mai riuscito a dimostrare qualcosa. Ha sempre avuto quel caffè, da quando lo conosco.”

“Lo hai mai incontrato?”

“No.”

“Sai che faccia ha?”

“Sì,” disse lei. “Una volta ho visto una sua foto. Ha la pelle chiara ed è molto, molto grosso. Credo che si sia anche fatto affilare i denti.”

Ramirez si voltò verso di lei e sorrise, ma sotto quell’espressione Avery percepì lo stesso panico e la scarica di adrenalina che stava iniziando a provare lei. Stavano per entrare nella fossa dei leoni.

“Sarà interessante,” commentò lui.




CAPITOLO SEI


Il caffè si trovava sul lato nord del sottopassaggio per la tangenziale di East Boston. Era dentro un palazzo di mattoni a un piano con grandi vetrate e una semplice insegna, Caffè. I vetri erano oscurati.

Avery parcheggiò vicino all’ingresso e uscì dall’auto.

Il cielo si era rabbuiato. Verso sud-ovest, vedeva l’arancio, il rosso e il giallo del tramonto. Sul lato opposto c’era un negozio di alimentari e il resto della strada era occupato da case. La zona era tranquilla e modesta.

“Facciamolo,” disse Ramirez.

Dopo una lunga giornata passata a obbedire agli ordini e a partecipare a riunioni, Ramirez sembrava carico e pronto all’azione. La sua impazienza preoccupò Avery. Alle bande non piace che dei poliziotti nervosi invadano il loro territorio, pensò. Specialmente quelli senza mandato e che hanno solo delle chiacchiere su cui basarsi.

“Vacci piano,” disse. “Faccio io le domande. Niente mosse improvvise. Non atteggiarti in alcun modo, okay? Siamo qui solo per fare domande e per vedere se possono aiutarci.”

“Certo.” Ma Ramirez si incupì e il suo linguaggio del corpo disse tutt’altro.

Quando entrarono nel locale risuonò il tintinnio di una campanella.

Il minuscolo spazio ospitava quattro séparé con dei divanetti rossi e un unico bancone al quale si potevano ordinare il caffè e altre portate da colazione durante la giornata. Sul menù c’erano meno di quindici piatti e nel locale ancora meno clienti.

Due uomini ispanici anziani e magri che avrebbero potuto essere dei senzatetto bevevano caffè seduti in uno dei séparé sulla sinistra. In un altro era accomodato scompostamente un giovane gentiluomo con gli occhiali da sole e un borsalino nero, che si voltò verso la porta. Indossava una canottiera nera e in una fondina da spalla aveva una pistola in bella mostra. Avery lanciò un’occhiata alle sue scarpe. Quarantadue, pensò. Al massimo un quarantadue e mezzo.

“Puta,” sussurrò l’uomo alla vista di Avery.

Gli uomini anziani non sembrarono accorgersi di nulla.

Dietro al bancone non c’era lo chef né il commesso addetto all’asporto.

“Salve,” salutò Avery. “Vorremmo parlare con Juan Desoto, se è dentro?”

Il giovane uomo scoppiò a ridere.

Pronunciò rapidamente qualche parola in spagnolo.

“Dice: ‘vai a farti fottere, poliziotta puttana con il tuo cagnolino,’” tradusse Ramirez.

“Adorabile,” commentò Avery. “Senti, non vogliamo problemi,” aggiunse e sollevò entrambi i palmi in segno di sottomissione. “Vogliamo solo fare qualche domanda a Desoto su una libreria su Summer Street che sembra non piacergli.”

L’uomo si raddrizzò e indicò la porta.

“Fuori dai piedi, polizia!”

C’erano molti modi in cui Avery avrebbe potuto gestire la situazione. L’uomo aveva un pistola e lei supponeva che fosse carica e senza licenza. Sembrava pronto ad attaccarla senza alcuna ragione. Quello, insieme al bancone vuoto, la portò a pensare che stesse succedendo qualcosa in una stanza sul retro. Droga, immaginò, oppure là dietro hanno uno sventurato negoziante e lo stanno massacrando di botte.

“Vogliamo solo qualche minuto con Desoto,” ripeté.

“Troia!” esclamò l’uomo, alzandosi e prendendo la pistola.

Ramirez estrasse immediatamente la sua.

I due uomini anziani continuarono a bere il loro caffè e a sedere in silenzio.

Ramirez gridò da sopra la canna della pistola.

“Avery?”

“Tutti quanti, calmatevi,” ordinò lei.

Un uomo apparve da un’apertura sulla cucina dietro al bancone, un individuo corpulento a giudicare dal collo e dalle guance rotonde. Sembrava essersi chinato per farsi vedere, il che riduceva la sua altezza. Il volto era parzialmente nascosto nell’ombra; era un ispanico calvo e dalla pelle chiara con una luce divertita negli occhi. Sulle labbra aveva un sorriso e nella bocca portava una griglia che faceva sembrare i suoi denti dei diamanti affilati. Non sembrava avere cattive intenzioni, ma era tanto tranquillo e calmo in quella situazione tesa che Avery fu costretta a interrogarsi sul motivo.

“Desoto,” disse.

“Niente armi, niente armi,” Desoto fece cenno dal riquadro della finestra. “Tito,” chiamò, “appoggia la pistola sul tavolo. Agenti. Mettete le pistole sul tavolo. Niente armi qui.”

“Assolutamente no,” disse Ramirez tenendo l’arma puntata sull’altro uomo.

Avery riusciva a sentire il corto pugnale che teneva legato alla caviglia, nel caso fosse finita nei guai. E oltretutto tutti sapevano che loro due erano diretti al locale di Desoto. Andrà tutto bene, pensò. Spero.

“Mettila giù,” disse.

In segno di buona fede, prese delicatamente la Glock con le punte delle dita e la mise sul tavolo tra i due uomini anziani.

“Fallo,” disse a Ramirez. “Lasciala sul tavolo.”

“Merda,” sussurrò il partner. “Non mi piace per niente. Neanche un po’.” E tuttavia obbedì; appoggiò la pistola sul tavolo. Solo allora l’altro uomo, Tito, mise giù la sua e sorrise.

“Grazie,” disse Desoto. “Non vi preoccupate. Nessuno vuole le vostre pistole da poliziotto. Lì saranno al sicuro. Venite. Parliamo.”

Svanì dalla vista.

Tito indicò una piccola porta rossa, praticamente impossibile da notare data la sua posizione dietro uno dei séparé.

“Prima tu,” disse Ramirez.

Tito fece un inchino ed entrò.

Ramirez fu il secondo e Avery li seguì.

La porta rossa si apriva sulla cucina. Un corridoio portava ancora più a fondo nel palazzo. Proprio davanti a loro c’era una scalinata che scendeva in cantina, ripida e buia. In fondo c’era un’altra porta.

“Ho un brutto presentimento,” sussurrò Ramirez.

“Buono,” sibilò Avery.

Nella stanza oltre la porta era in corso una partita di poker. Cinque uomini, tutti ispanici, ben vestiti e armati di pistole, si ammutolirono al loro arrivo. Il tavolo era coperto di denaro e gioielli e alle pareti dell’ampia stanza erano appoggiati dei divanetti. Su numerosi scaffali Avery notò mitra e machete. C’era anche un’altra porta. Una rapida occhiata ai loro piedi rivelò che nessuno di loro aveva scarpe grandi abbastanza da essere l’assassino.

Sul divano, con le braccia allargate e un enorme sorriso sul volto che rivelava la griglia di denti affilati, c’era Juan Desoto. Il suo fisico era più taurino che umano, pompato e scolpito da allenamenti quotidiani e, Avery immaginò, steroidi. Un gigante anche da seduto, era alto più di due metri. Anche i suoi piedi erano enormi. Almeno un quarantasei, pensò Avery.

“State calmi, tutti quanti, calmi,” ordinò Desoto. “Giocate, giocate,” sospinse i suoi uomini. “Tito, porta loro qualcosa da bere. Che cosa le piacerebbe, agente Black?” chiese con enfasi.

“Mi conosce?” domandò lei.

“Non la conosco,” rispose l’uomo. “Ma so chi è lei. Due anni fa ha arrestato il mio cuginetto Valdez e alcuni dei miei cari amici nei West Side Killers. Sì, ho molti amici in altre bande,” disse, davanti allo sguardo sorpreso di Avery. “Non tutte le gang lottano tra di loro come bestie. Io preferisco pensare più in grande. La prego. Che cosa posso portarle?”

“Per me niente,” rispose Ramirez.

“Sto bene così,” aggiunse lei.

Desoto annuì verso Tito, che uscì da dove era entrato. Tutti gli uomini al tavolo continuarono a giocare a carte, eccetto uno. L’altro uomo era la copia esatta di Desoto, solo molto più piccolo e più giovane. Borbottò qualcosa a Desoto e i due ebbero un’accesa conversazione.

“È il fratello minore di Desoto,” tradusse Ramirez. “Pensa che dovrebbero ucciderci entrambi e buttarci nel fiume. Desoto sta cercando di dirgli che è per questo che è sempre in prigione, perché pensa troppo quando invece dovrebbe tenere la bocca chiusa e ascoltare.”

“Sientate!” gridò alla fine Desoto.

Con riluttanza, il fratello minore si riaccomodò ma fissò Avery in cagnesco.

Desoto prese fiato.

“Le piace essere una poliziotta famosa?” chiese.

“Non proprio,” rispose Avery. “Dà agli uomini come te un bersaglio all’interno del dipartimento di polizia. Non mi piace essere un bersaglio.”

“Vero, vero,” confermò lui.

“Stiamo cercando informazioni,” aggiunse Avery. “Una donna di mezza età di nome Henrietta Venemeer ha una libreria sulla Summer. Libri spirituali, new age, psicologia, cose così. Si dice che non ti piaccia il suo negozio. Qualcuno le stava dando fastidio.”

“E sarei stato io?” esclamò lui sorpreso, indicandosi.

“Tu o i tuoi uomini. Non siamo sicuri. È per questo che siamo qui.”

“Perché sareste venuti fin qui, dentro la tana del lupo, per chiedere di una donna con una libreria? Vi prego, spiegatemi.”

Non sembrò aver riconosciuto né il nome di Henrietta né la sua libreria. A dire la verità, Avery ebbe l’impressione che si sentisse insultato da quell’accusa.

“È stata assassinata la notte scorsa,” disse Avery, facendo molta attenzione agli uomini nella stanza e alle loro reazioni. “Le hanno spezzato il collo e l’hanno legata a uno yacht nella marina su Marginal Street.”

“Perché avrei dovuto fare una cosa del genere?” domandò lui.

“È quello che vogliamo scoprire.”

Desoto iniziò a parlare ai suoi uomini in uno spagnolo rapido e agitato. Il fratello minore e un altro uomo sembravano irritati di essere accusati di qualcosa così chiaramente al di sotto di loro. Invece gli altri tre si fecero imbarazzati sotto quell’interrogatorio. Iniziò una discussione. A un certo punto, Desoto si alzò in preda alla rabbia e sfoggiò tutta la sua altezza e la sua stazza.

“Quei tre sono stati al negozio,” sussurrò Ramirez. “Lo hanno rapinato due volte. Desoto è incazzato perché è la prima volta che ne sente parlare, e non ha mai avuto la sua parte.”

Con un ruggito, Desoto sbatté il pugno sul tavolo e lo spaccò in due. Banconote, monete e gioielli volarono per aria. Una collana quasi frustò Avery al volto e lei fu costretta a spingersi contro la porta. Tutti e cinque gli uomini si alzarono dalle sedie. Il fratello di Desoto gridò per la frustrazione e alzò le braccia. Desoto concentrò tutta la sua furia su un uomo in particolare. Puntò un dito in volto al tizio e volarono minacce.

“È stato lui a portare gli altri al negozio,” bisbigliò Ramirez. “È nei guai.”

Desoto si voltò con le braccia spalancate.

“Vi devo delle scuse,” annunciò. “I miei uomini hanno veramente avvicinato questa donna nel suo negozio. Due volte. È la prima volta che ne sento parlare.”

Il cuore di Avery batteva forte. Erano in una stanza isolata piena di criminali arrabbiati e armati, e nonostante le parole e i gesti di Desoto, l’uomo era una presenza intimidatoria, e se le voci erano vere, un pluriomicida.

“Grazie,” rispose Avery. “Giusto per essere chiari, uno dei tuoi uomini potrebbe aver avuto un motivo per uccidere Henrietta Venemeer?”

“Nessuno uccide senza il mio permesso,” affermò lui categoricamente.

“La Venemeer è stata posizionata in modo strano sulla barca,” insisté Avery. “In bella vista di tutto il porto. Le hanno disegnato una stella sopra la sua testa. Significa qualcosa per te?”

“Ti ricordi mio cugino?” domandò Desoto. “Michael Cruz? Un piccoletto? Magrolino?”

“No.”

“Gli hai spezzato un braccio. Gli ho chiesto come avesse potuto farsi battere da una ragazzina, e lui ha detto che era molto veloce, e forte. Credi che potresti battere me, agente Black?”

Era iniziata una spirale discendente.

Avery riusciva a sentirlo. Desoto si annoiava. Aveva risposto alle loro domande, era seccato e arrabbiato, e aveva due poliziotti disarmati nella saletta privata sotto il suo negozio. Anche gli uomini che stavano giocando a poker ormai erano totalmente concentrati su di loro.

“No,” disse lei. “Secondo me in una lotta corpo a corpo mi ammazzeresti.”

“Credo nella legge del taglione,” disse Desoto. “Credo che quando vengono date informazioni, in cambio ne devono essere ricevute. L’equilibrio,” sottolineò, “è molto importante nella vita. Io ti ho dato delle informazioni. Tu hai arrestato mio cugino. Ora hai preso due volte qualcosa da me. Lo capisci, vero?” domandò. “Tu mi devi qualcosa.”

Avery indietreggiò e assunse la tipica posa da jujitsu, con le gambe piegate leggermente divaricate, le braccia alzate e le mani aperte sotto il mento.

“Che cosa ti devo?” chiese.

Con un grugnito, Desoto balzò in avanti, caricò il braccio destro e colpì.




CAPITOLO SETTE


Nella mente di Avery la stanza si svuotò; divenne nera e tutto ciò che riusciva a vedere erano i cinque uomini, Ramirez accanto a lei e il pugno di Desoto che le si avvicinava al volto. La chiamava la nebbia, una dimensione dove andava spesso ai tempi in cui correva. Un altro mondo, separato dalla sua esistenza fisica. Il suo istruttore di jujitsu la definiva la “consapevolezza definitiva”, uno spazio in cui la sua concentrazione si faceva selettiva, e quindi i sensi erano più amplificati attorno a determinati obiettivi.

Volteggiò oltre il braccio di Desoto e gli strinse il polso. Nello stesso momento, raddrizzò un fianco per fare leva e usò lo slancio per scagliarlo sul pavimento dello scantinato. Il legno si incrinò e il grosso uomo si schiantò pesantemente.

Senza fermarsi, Avery si girò e colpì il suo assalitore allo stomaco. Dopo di che, tutto iniziò a muoversi al rallentatore. Prese di mira tutti e cinque gli uomini, per provocare il massimo dei danni con il minimo dello sforzo. Un colpo alla gola ne fece cadere uno a terra. Un calcio all’inguine seguito da un violento colpo all’indietro e un altro uomo si schiantò sul tavolo spaccato. Per un secondo perse di vista il fratello di Desoto. Si voltò per scoprire che stava per colpirla con un tirapugni; Ramirez si intromise con un balzo e lo sbatté a terra.

Desoto ruggì e la afferrò da dietro in una stretta micidiale.

L’enorme peso del suo corpo era come un blocco di cemento. Avery non riusciva a liberarsi dalla sua presa. Calciò per aria e lui la sollevò e la gettò contro un muro.

Avery volò contro una scaffalatura e l’intero mobile le precipitò addosso quando cadde a terra. Desoto le sferrò un calcio allo stomaco; il colpo fu così forte da sollevarla per aria. Un altro calcio e le scattò la testa all’indietro. Desoto si abbassò. Grosse braccia le strinsero il collo in una morsa pericolosa. Uno scatto rapido e lei tornò verticale, con i piedi ciondoloni.

“Potrei spezzarti il collo,” sussurrò lui, “come un ramoscello.”

Stordita.

La sua mente era stordita per i colpi. Era difficile prendere fiato.

Concentrati, ordinò a se stessa. O sei morta.

Cercò di farlo ribaltare, o di liberarsi dalla presa delle sue braccia. La morsa ferrea la tenne stretta. Qualcosa si abbatté sulla schiena di Desoto. L’uomo abbassò i piedi di Avery per terra e si guardò alle spalle per vedere Ramirez con una sedia.

“Non ti ha fatto male?” chiese Ramirez.

Desoto ringhiò.

Avery tornò in sé, sollevò una gamba e gli spinse il tallone sulle dita dei piedi.

“Uh!” ululò Desoto.

Indossava una maglietta bianca con i bottoni, pantaloni corti beige e infradito; il tallone di Avery gli aveva spaccato due ossa. Istintivamente la lasciò andare, e quando fu pronto a stringerla di nuovo, Avery era già in posizione. Un rapido pugno alla gola fu seguito da un colpo al plesso solare.

A terra c’era una mazza di ferro.

Lei la prese e lo colpì alla testa.

Desoto si accasciò immediatamente al suolo.

Due dei suoi uomini erano già a terra, incluso il fratello minore. Un terzo, che aveva osservato la lotta con Desoto, sgranò gli occhi per la sorpresa. Estrasse la pistola e Avery gli schiaffeggiò la mano con la mazza, volteggiò su se stessa per lo slancio e lo colpì in faccia. L’uomo volò contro una scaffalatura.

Nel frattempo gli ultimi due uomini avevano sopraffatto Ramirez.

Avery roteò la mazza contro l’interno delle ginocchia di un assalitore. Lui si ribaltò e lei gli abbatté il metallo sul petto, per poi calciarlo in faccia con violenza. L’altro uomo le sferrò un pugno su una guancia e la scagliò urlando sul tavolo da poker.

Si schiantarono insieme.

L’uomo era su di lei e continuava a colpirla. Alla fine Avery riuscì ad afferrargli un polso e si girò. Lui cadde e lei roteò per intrappolargli le braccia in una presa di sottomissione. Era perpendicolare al suo corpo. Aveva la gambe sopra la sua pancia e le braccia erano diritte e iper-estese.

“Lasciami andare! Lasciami andare!” gridò l’uomo.

Lei sollevò una gamba e lo calciò in faccia fino a quando non perse i sensi.

“Vaffanculo!” urlò.

Tutto cadde nel silenzio. Tutte e cinque gli uomini, Desoto incluso, erano svenuti.

Ramirez gemette e si alzò sulle mani e le ginocchia.

“Gesù…” sussurrò.

Avery notò una pistola sul pavimento. La prese e la puntò alla porta dello scantinato. Non appena ebbe preso la mira, Tito apparve.

“Non alzare la pistola!” strillò Avery. “Mi hai sentita? Non farlo!”

Tito gettò un’occhiata all’arma che stringeva in mano.

“Alza la pistola e ti sparo.”

La scena nella stanza era impossibile da credere per Tito; quando vide Desoto, rimase praticamente a bocca spalancata.

“L’hai fatto tu questo?” domandò seriamente.

“Lascia a terra la pistola!”

Tito prese la mira.

Avery fece fuoco due volte nel suo petto e lo spedì a gambe all’aria sulle scale.




CAPITOLO OTTO


Fuori dal caffè, Avery si teneva una borsa di ghiaccio sull’occhio. Sotto pulsavano due brutti lividi e tutta la guancia era gonfia. Respirare era difficile, che le fece temere di essersi rotta una costola, e aveva il collo dolorante e arrossato per la stretta violenta di Desoto.

Nonostante le violenze, Avery si sentiva bene. Meglio che bene. Era riuscita a difendersi contro un killer gigantesco e altri cinque uomini.

Ce l’hai fatta, pensò.

Aveva passato anni a imparare a combattere, innumerevoli anni e ore da sola nel dojo, facendo sparring contro se stessa. Aveva già partecipato ad altri combattimenti, ma nessuno contro cinque uomini, e di certo nessuno contro qualcuno di forte quanto Desoto.

Ramirez era seduto sul marciapiede. Uscito dallo scantinato era stato sul punto di collassare. In confronto ad Avery era messo molto male: il suo volto era tumefatto e coperto di tagli, e aveva costantemente le vertigini.

“Sei stata una bestia laggiù,” borbottò, “un vero animale…”

“Grazie?” rispose lei.

Il locale di Desoto era nel cuore dell’A7, quindi Avery si era sentita obbligata a chiamare Simms per i rinforzi. Un’ambulanza era sulla scena, insieme a diversi agenti dell’A7 arrivati per portare dentro Desoto e i suoi uomini con le accuse di aggressione, possesso d’armi e altre piccole infrazioni. Il corpo di Tito, avvolto in un sacco nero, venne riportato su e caricato nel retro del veicolo per le emergenze.

Simms apparve e scosse la testa.

“Laggiù è un casino,” disse. “Grazie per tutte le scartoffie extra.”

“Preferivi che chiamassi i miei?”

“No,” ammise lui, “immagino di no. Abbiamo tre diversi dipartimenti che stanno cercando di incastrare Desoto, così almeno possiamo metterlo sotto torchio. Non so cosa avessi in mente, a venire qui senza rinforzi, ma bel lavoro. Come hai fatto ad affrontarli tutti e sei da sola?”

“Sono stata aiutata,” rispose Avery con un cenno verso Ramirez.

Ramirez alzò una mano in segno di riconoscimento.

“E che mi dici dell’assassino dello yacht?” chiese Simms. “Qualche collegamento?”

“Non credo,” rispose lei. “Due dei suoi uomini hanno rapinato il negozio un paio di volte. Desoto era sorpreso e incazzato. Se i commessi confermano la storia, credo che non ci siano dubbi. Volevano i soldi, non una proprietaria del negozio morta.”

Un altro agente apparve e fece cenno a Simms.

Simms diede un colpetto sulla spalla di Avery.

“Forse è meglio se te ne vai,” disse. “Ora li portano su.”

“No,” disse Avery. “Vorrei vederlo.”

Desoto era così grosso che dovette chinarsi per uscire dalla porta d’ingresso. Era affiancato da due agenti e ce n’era un altro alle sue spalle. In confronto a tutti gli altri, sembrava un gigante. I suoi uomini vennero accompagnati di sopra dopo di lui. Tutti furono sospinti verso un furgone della polizia. Mente si avvicinava ad Avery, Desoto si fermò e si voltò; nessuno dei poliziotti riuscì a farlo smuovere.

“Black,” la chiamò.

“Sì?” disse lei.

“Sai quel bersaglio di cui parlavi?”

“Sì?”

“Click, click, boom,” disse lui con un occhiolino.

La fissò per un altro istante prima di lasciare che la polizia lo facesse salire sul furgone.

Le minacce a vuoto facevano parte del lavoro. Avery lo aveva imparato molto tempo prima, ma un uomo come Desoto non parlava a vanvera. Vista da fuori, rimase immobile e lo fissò fino a quando non se ne fu andato, ma dentro di sé riuscì a malapena a mantenere la calma.

“Ho bisogno di bere,” disse.

“Assolutamente no,” borbottò Ramirez, “sto di merda.”

“Facciamo così,” disse lei. “Qualsiasi bar tu voglia. Scegli tu.”

Lui si illuminò subito.

“Davvero?”

Avery non si era mai offerta di andare in un bar scelto da Ramirez. Quando lui usciva, andava a bere con la squadra, mentre Avery sceglieva posti tranquilli e poco noti nel suo quartiere. Da quando era iniziata la loro specie di relazione, Avery non lo aveva mai accompagnato fuori, né era andata a bere con chiunque altro del dipartimento.

Ramirez si alzò troppo in fretta, ondeggiò ma si riprese.

“Ho il posto che fa per noi,” disse.




CAPITOLO NOVE


“Cazzo, sì!” ruggì Finley ubriaco. “Hai appena battuto sei membri della Chelsea Death Squad, incluso Juan Desoto? Non ci credo. Non ci credo, cazzo. Dicono che Desoto sia un mostro. Certi non credono neppure che esista.”

“L’ha fatto,” giurò Ramirez. “Ero proprio lì, amico. Ti dico la verità, l’ha fatto. La ragazza è una maestra di kung fu o una cosa così. Avesti dovuto vederla. Veloce come una saetta. Non ho mai visto niente del genere. Dove hai imparato a combattere così?”

“Molto ore in palestra,” spiegò Avery. “Nessuna vita. Niente amici. Solo io, un sacco da boxe, e lacrime e sudore a litri.”

“Mi devi insegnare qualcuna di quelle mosse,” la supplicò lui.

“Anche tu te la sei cavata bene,” disse Avery. “Mi hai salvata due volte, se non ricordo male.”

“È vero, l’ho fatto,” confermò lui facendosi sentire da tutti.

Erano al Joe’s Pub su Canal Street, un bar per poliziotti a pochi isolati di distanza dalla stazione di polizia dell’A1. Al grande tavolo di legno c’erano tutti gli uomini che erano stati nella squadra Omicidi insieme ad Avery: Finley, Ramirez, Thompson e Jones, insieme ad altri due poliziotti di quartiere che erano amici di Finley. Il supervisore della Omicidi, Dylan Connelly, era a un altro tavolo non lontano, a bere insieme ad alcuni uomini che lavoravano nella sua unità. Di tanto in tanto, alzava lo sguardo come per attirare l’attenzione di Avery, ma lei non se ne era accorta.

Thompson era l’uomo più grosso di tutto il bar. Praticamente albino, aveva la pelle estremamente pallida, sottili capelli biondi, labbra carnose e occhi chiari. Il suo sguardo ubriaco si incupì guardando Avery.

“Io potrei batterti,” dichiarò.

“Io potrei batterla,” esclamò Finley. “È una ragazza. Le ragazze non sanno combattere, lo sanno tutti. È stato un caso. Desoto era ammalato e i suoi uomini sono rimasti improvvisamente accecati dalle sue grazie femminili. Non è possibile che li abbia battuti ad armi pari. Impossibile.”

Jones, un giamaicano snello e con qualche anno in più degli altri, si chinò in avanti molto interessato.

“Come hai battuto Desoto?” domandò. “Sul serio. Niente cazzate sulla palestra. Anche io vado in palestra e guardami. Non metto su neanche un etto.”

“Sono stata fortunata,” disse Avery.

“Sì, ma come?” voleva davvero sapere.

“Jujitsu,” spiegò lei. “Un tempo correvo, quando facevo l’avvocato, ma dopo tutto lo scandalo, fare jogging per la città non è stata più una buona idea. Mi sono iscritta a un corso di jujitsu e ci ho passato ore e ore. Credo che stessi cercando di purificare la mia anima o qualcosa del genere. Mi piaceva. Molto. Così tanto che l’istruttore mi ha dato le chiavi della palestra e mi ha detto che potevo andarci quando volevo.”

“Jujitsu del cazzo,” disse Finley come se fosse stata una parolaccia. “Non mi serve il karate. Mi basta chiamare i miei ragazzi e loro fanno pop-pop-pop!” gridò, fingendo di sparare con una mitragliatrice. “Fanno saltare tutti per aria!”

Per commemorare l’evento venne ordinato un giro di bevute.

Avery giocò a biliardo, tirò le freccette e alle dieci di sera era completamente sbronza. Era la prima volta che passava veramente del tempo insieme alla sua squadra, e provava un autentico senso di comunità. In un raro momento di vulnerabilità, gettò le braccia attorno al ben più basso Finley, vicino al tavolo da biliardo. “Tu per me sei uno a posto,” dichiarò.

Finley, apparentemente incantato dal suo tocco e dalla presenza vicina a sé di quella dea alta e bionda, rimase senza parole per un momento.

Ramirez era curvo al bar, seduto da solo, dove era stato tutta la serata. Il tragitto fino a lui quasi spedì Avery a faccia in giù sul pavimento. Gli mise le braccia attorno al collo e lo baciò sulla guancia.

“Va meglio così?” chiese.

“Fa male.”

“Aw,” cinguettò lei. “Andiamocene da qui. Ti farò stare meglio.”

“Nah,” borbottò Ramirez.

“Che c’è che non va?”

Ramirez era affranto quando si girò.

“Tu,” rispose. “Sei incredibile in tutto quello che fai. E io cosa sono? A volte mi sembra di essere solo la tua spalla. Lo sai, fino a quando non sei arrivata tu, ero convinto di essere un ottimo poliziotto, ma ogni volta che siamo insieme vedo i miei difetti. Questa mattina… chi altro avrebbe potuto impedire a quel tizio di sparare all’agente? Al molo, chi altro avrebbe potuto vedere quello che hai notato tu? Chi altro avrebbe potuto convincere Desoto a farti entrare nel suo covo per poi batterlo? Sei tanto in gamba, Avery, che mi fai mettere in dubbio il mio valore.”

“Andiamo,” disse Avery e appoggiò la fronte alla sua. “Sei un ottimo poliziotto. Mi hai salvato la vita. Di nuovo. Desoto mi avrebbe spezzato il collo a metà.”

“Lo avrebbe fatto chiunque,” disse lui allontanandosi.

“Sei il poliziotto meglio vestito che conosca,” affermò lei, “e quello più entusiasta, senza contare che mi fai sempre sorridere con il tuo atteggiamento positivo.”

“Davvero?”

“Sì,” insistette lei. “Io mi perdo troppo nei miei pensieri. Rischio di stare a rimuginare per settimane. Tu mi costringi a uscire dal guscio e mi fai sentire una donna.”

Lo baciò sulle labbra.

Ramirez abbassò il capo.

“Grazie,” disse. “Sul serio. Grazie. Significa molto per me. Sto bene. Solo, dammi un minuto, va bene? Lasciami finire il mio drink e riflettere su un paio di cose.”

“Certo,” rispose lei.

Il bar era persino più affollato di quando erano arrivati. Avery scrutò la folla. Thompson e Jones se ne erano andati. Finley stava giocando a biliardo. C’era qualche altro agente che lei riconobbe dall’ufficio, ma nessuno che tenesse particolarmente a incontrare. Due uomini ben vestiti le fecero un cenno e indicarono i drink. Lei scosse la testa.

Le ritornarono alla mente delle immagini: le mani di Desoto attorno al suo collo, e la donna sulla barca con l’ombra inquietante e la stella.

Avery ordinò un altro bicchiere e trovò un tavolo tranquillo in un angolo vicino al fondo. Doveva sembrare pazza agli altri avventori: una donna sola con il volto pesto, le mani sul tavolo attorno a un bicchiere e lo sguardo concentrato sul nulla, mentre dentro di sé passava al setaccio gli eventi del giorno per trovare un collegamento.

Desoto, un vicolo cieco.

I genitori, un vicolo cieco.

Le amiche? Avery si rese conto che a un certo punto avrebbe dovuto contattarle, meglio prima che dopo.

Perché l’assassino ha disegnato una stella?

Pensò all’appartamento dove era avvenuto l’omicidio, ai libri, ai vestiti nel cesto e al tappeto mancante. È grosso, pensò, e forte, ed è sicuramente arrabbiato. Le telecamere sono state rese inutilizzabili, che significa che è cauto. Un addestramento militare? Forse.

Spuntò un’altra casella.

Decisamente un gesto personale, rifletté. Torna indietro nel passato della Venemeer. Scopri chi altro ha lavorato nel negozio, o è uscito con lei a scuola. Compila una lista. Dopo aver fatto la lista, parla di nuovo con i genitori perché possano confermarla.

I pezzi iniziarono a prendere forma, pezzi di un puzzle che doveva ancora completare.

Ramirez era proprio davanti a lei, intento a osservarla.

“Ehi,” disse Avery, coprendosi il volto per l’imbarazzo.

“Guardati un po’.” Lui sorrise a sua volta. “Che cosa stai facendo?”

Le sue guance si tinsero di rosso.

“È così che lavoro,” spiegò lei.

Ramirez le si accomodò di fianco.

“Come?” chiese. “Spiegami.”

“Io… analizzo tutto con la mente,” disse lei. “Tutti i fatti. Tutti i pezzi. Provo a cercare mentalmente i collegamenti. Mi creo un elenco di piste da seguire così da non tralasciare niente. Devo essere meticolosa.”

“Perché?” chiese lui. “Perché sei così brava con queste cose?”




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