Una Ragione per Nascondersi 
Blake Pierce


Un Mistero di Avery Black #3
Una trama dinamica che ti afferra dal primo capitolo e non ti lascia più andare. Midwest Book Review, Diane Donovan (su Il killer della rosa) Dall’autore #1 di gialli best seller Blake Pierce arriva un nuovo capolavoro di tensione psicologica: UNA RAGIONE PER NASCONDERSI (Un mistero di Avery Black – Libro 3) Stanno apparendo dei corpi nella periferia di Boston, cadaveri bruciati al punto di essere irriconoscibili, e la polizia capisce che un nuovo serial killer si aggira per le strade. Mentre la stampa si scatena e la pressione si alza, il Dipartimento di Polizia di Boston deve rivolgersi alla sua più brillante e controversa detective, Avery Black. Avery, mentre ancora cerca di rimettere insieme i pezzi della sua vita – la relazione appena nata con Ramirez, la sua riconciliazione con Rose – si ritrova improvvisamente ad affrontare il caso più difficile della sua carriera. Con poche prove a disposizione, deve entrare nella mente di un assassino psicopatico, cercare di capire la sua ossessione per il fuoco e che cosa suggerisce sulla sua personalità. Gli indizi la portano nel cuore dei quartieri più malfamati di Boston, ad affrontare i suoi peggiori maniaci, e alla fine, a una scoperta inimmaginabile. In un gioco psicologico del gatto contro il topo, una frenetica corsa contro il tempo conduce Avery attraverso una serie di sconvolgenti e inaspettate rivelazioni, per culminare in un finale che neanche lei avrebbe potuto immaginare. Un oscuro thriller psicologico di una suspense mozzafiato, UNA RAGIONE PER NASCONDERSI è il #3 libro di un’appassionante nuova serie, con un’amata nuova protagonista, che vi costringerà leggere fino a notte inoltrata. Presto sarà disponibile il #4 libro della serie di Avery Black. Un capolavoro del mistero e del giallo. Pierce ha fatto un lavoro magnifico sviluppando personaggi con un lato psicologico, descritti tanto bene che ci sembra di essere nelle loro teste, a provare le loro paure e applaudendo i loro successi. La trama è intelligente e vi terrà con il fiato sospeso per tutto il libro. Pieno di svolte inaspettate, questo libro vi terrà svegli fino a quando non avrete girato l’ultima pagina. Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (su Il killer della rosa)







UNA RAGIONE PER NASCONDERSI



(UN MISTERO DI AVERY BLACK—LIBRO 3)



B L A K E P I E R C E


Blake Pierce



Blake Pierce è l’autore della serie di gialli best seller su RILEY PAGE, che per ora include sette libri. È anche l’autore delle serie di gialli su MACKENZIE WHITE, che fino a oggi conta quattro libri, della serie di gialli su AVERY BLACK, che per ora comprende quattro libri, e la nuova serie su KERI LOCKE.

Avido lettore e da sempre fan di romanzi gialli e thriller, Blake apprezza i vostri commenti, quindi non esitate a visitare www.blakepierceauthor.com (http://www.blakepierceauthor.com) per saperne di più e rimanere in contatto.



Copyright © 2016 di Blake Pierce. Tutti i diritti sono riservati. Fatta eccezione per quanto consentito dalla Legge sul Copyright degli Stati Uniti d'America del 1976, nessuno stralcio di questa pubblicazione potrà essere riprodotto, distribuito o trasmesso in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, né potrà essere inserito in un database o in un sistema di recupero dei dati, senza che l'autore abbia prestato preventivamente il consenso. La licenza di questo ebook è concessa soltanto a uso personale. Questa copia del libro non potrà essere rivenduta o trasferita ad altre persone. Se desiderate condividerlo con altri, vi preghiamo di acquistarne una copia per ogni richiedente. Se state leggendo questo libro e non l'avete acquistato, o non è stato acquistato solo a vostro uso personale, restituite la copia a vostre mani e acquistatela. Vi siamo grati per il rispetto che dimostrerete alla fatica di questo autore. Questa è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, aziende, società, luoghi, eventi e fatti sono il frutto dell'immaginazione dell'autore o sono utilizzati per mera finzione. Qualsiasi rassomiglianza a persone reali, viventi o meno, è frutto di una pura coincidenza. Immagine di copertina di Copyright Dimedrol68, usata con l’autorizzazione di Shutterstock.com.


I LIBRI DI BLAKE PIERCE



SERIE MYSTERY DI RILEY PAIGE

IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1)

IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (Libro #2)

OSCURITA’ PERVERSA (Libro #3)

IL KILLER DELL’OROLOGIO (Libro #4)

KILLER PER CASO (Libro #5)

CORSA CONTRO LA FOLLIA (Libro #6)

MORTE AL COLLEGE (Libro #7)

UN CASO IRRISOLTO (Libro #8)

UN KILLER TRA I SOLDATI (Libro #9)



I MISTERI DI MACKENZIE WHITE

PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1)

UNA NUOVA CHANCE (Libro #2)

PRIMA CHE BRAMI (Libro #3)



SERIE MYSTERY DI AVERY BLACK

UNA RAGIONE PER UCCIDERE (Libro #1)

UNA RAGIONE PER SCAPPARE (Libro #2)



I MISTERI DI KERI LOCKE

UNA TRACCIA DI MORTE (Libro #1)


INDICE



PROLOGO (#ub60de726-1981-5d7b-84a5-7991874010a2)

CAPITOLO UNO (#ub19ae975-1bcb-51cc-aa89-5457f9f74d35)

CAPITOLO DUE (#ua196e344-e8de-5862-87a8-d83b00d8783d)

CAPITOLO TRE (#u30ab4ae8-738f-5147-94c8-af368d2d1982)

CAPITOLO QUATTRO (#u165c68cd-7d20-57f4-8b6e-3c0fd61b12b9)

CAPITOLO CINQUE (#u4cb51305-c4e0-539a-90d8-255ce685125d)

CAPITOLO SEI (#u21cea215-0802-52bd-9e10-2242b6bcd187)

CAPITOLO SETTE (#u7704be84-ccef-521e-8783-d0b3631f5753)

CAPITOLO OTTO (#ubd7b0c1f-94e2-5356-8f85-f5252a27dd60)

CAPITOLO NOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTITRE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo)

CHAPTER TWENTY SEVEN (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTATRE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTAQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTACINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTASEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTASETTE (#litres_trial_promo)




PROLOGO


Mentre attraversava il lotto vuoto, il chiarore dell’alba stava scacciando quel che restava della notte. La sera prima aveva piovuto, creando una nebbia che aleggiava sopra la terra. L’uomo camminava lentamente, con metodo, come se lo facesse ogni mattina.

A ogni lato c’erano fondamenta di case, case che non sarebbero mai state finite. Probabilmente le strutture erano state costruite cinque o sei anni prima, solo per essere abbandonate quando il crollo del mercato immobiliare aveva colpito. Per qualche motivo, la cosa lo rendeva furioso. Tutte quelle promesse per una famiglia e un costruttore, che erano finite miseramente nel nulla.

Stagliato contro la nebbia, l’uomo appariva macilento, alto e scarno, uno spaventapasseri vivente. Non si capiva dove finisse il suo soprabito scuro e iniziassero gli sbuffi grigi di nebbia. La scena era eterea, lo faceva sentire come se fosse stato un fantasma. Una creatura leggendaria, praticamente invincibile. Si sentiva come se facesse parte del mondo e il mondo facesse parte di lui.

Ma nella sua presenza in quel luogo non c’era nulla di naturale. In effetti, la pianificava da settimane. Mesi, a dir il vero. Gli anni che si erano succeduti in precedenza lo avevano semplicemente sospinto, portandolo fino a quel momento.

Camminava tra la nebbia e tendeva l’orecchio verso la città. Il trambusto della vita di tutti i giorni iniziava a circa un miglio di distanza. Lui era nella parte dimenticata e decrepita della città, una zona che aveva subito il crollo economico. Tutte quelle speranze e i sogni abbandonati segnavano il terreno coperto dalla nebbia.

Gli facevano venir voglia di appiccare il fuoco a qualcosa.

Pazientemente, aspettò. Si mosse avanti e indietro senza uno scopo preciso. Camminò lungo le strade deserte e dentro le aree di costruzione tra gli scheletri delle case che non erano mai state finite. Si aggirò minaccioso, in attesa che un’altra figura apparisse tra la nebbia. Sapendo che l’universo stava per mandargliela.

Alla fine apparve.

Persino prima di riuscire a vederla chiaramente, la percepì tra la fioca luce dell’alba e il vapore serpeggiante. Era una figura femminile.

Era ciò che aspettava. Il destino stava prendendo forma proprio davanti a lui.

Con il cuore che gli martellava nel petto, avanzò di un passo, facendo del suo meglio per sembrare naturale e calmo. Aprì la bocca e iniziò a chiamare un cane che non era mai esistito. Nella nebbia, la voce non sembrava la sua; era debole e tremante, come uno spirito.

Infilò una mano nella tasca del lungo soprabito ed estrasse un guinzaglio retrattile da cane che aveva comprato solo il giorno prima.

“Sweet Pea!” chiamò.

Era il tipo di nome che avrebbe confuso un passante prima che avesse il tempo di dargli una seconda occhiata.

“Sweet Pea!”

La figura di una donna si avvicinò, avanzando in mezzo alla foschia. L’uomo vide che anche lei aveva un cane, lo stava portando a fare la passeggiata del mattino. Era uno di quei cani piccoli e pretenziosi, il tipo che più che altro somiglia a un ratto. Ovviamente lui la riconobbe. Sapeva quasi tutto dei suoi programmi mattutini.

“Va tutto bene?” chiese la donna.

Ormai riusciva a vederle il volto. Era molto più giovane di lui. Di vent’anni, almeno.

L’uomo sollevò il guinzaglio e fece una specie di sorriso triste. “Il mio cane si è liberato. Sono abbastanza sicuro che sia corso da queste parti, ma non lo sento.”

“Oh, no,” disse la donna.

“Sweet Pea!” gridò di nuovo lui.

Ai piedi della donna, il cagnolino alzò la gamba per fare la pipì. Lei quasi non lo notò. Stava guardando l’uomo. Qualcosa di molto simile al riconoscimento riempì i suoi occhi. Inclinò la testa e un sorriso incerto le increspò gli angoli della bocca. Fece un minuscolo passo all’indietro.

L’uomo infilò la mano nell’altra tasca del soprabito e strinse una mano attorno al manico del martello che vi aveva nascosto. Lo estrasse con una velocità che sorprese persino lui.

La colpì violentemente sulla testa. Il suono che fece in mezzo al lotto silenzioso, sotto la coperta di nebbia, fu quasi impercettibile. Thunk.

Gli occhi della donna si fecero vitrei. Quando collassò al suolo, ai lati della sua bocca c’erano ancora le tracce del sorriso.

Il cagnolino la annusò e poi guardò l’uomo. Abbaiò, un suono debole e patetico. Lui fece un passo verso l’animale e ringhiò piano. Il cane urinò ancora, indietreggiò e scappò di corsa dal lotto abbandonato, trascinandosi dietro il guinzaglio.

L’uomo rimise in tasca il martello e l’inutile guinzaglio. Abbassò per un momento lo sguardo sul corpo e lentamente si tese verso di esso, mentre l’unico suono che si udiva era l’abbaiare del cane, che echeggiava ininterrotto nella nebbia volteggiante del mattino.




CAPITOLO UNO


Avery appoggiò l’ultima delle scatole sul pavimento del nuovo appartamento della figlia e le venne voglia di piangere. Il camion dei traslochi si era allontanato dal marciapiede al piano terra da cinque minuti e ormai non si poteva più tornare indietro: ormai Rose aveva una casa tutta sua. Avery sentiva una stretta allo stomaco; vivere in un dormitorio del college, dove c’erano amici a ogni angolo e la sicurezza della polizia del campus era tutta un’altra cosa.

Rose stava andando a vivere da sola. E Avery non lo aveva ancora accettato. Poco tempo prima la figlia era stata in pericolo per via del suo ultimo caso, che era una faccenda per cui lei provava ancora un enorme senso di colpa. Lasciare che Rose vivesse da sola dopo un simile evento le sembrava totalmente da irresponsabile. La faceva sentire un fallimento come madre. E la spaventava moltissimo. Che non era una cosa da poco per una decorata detective della Omicidi.

Ha diciotto anni, pensò Avery. Non puoi tenerla stretta a te per sempre, specialmente visto che il vostro rapporto è stato blando, se non addirittura inesistente, durante i suoi anni formativi.

Come aveva fatto Rose a crescere così in fretta? Come era diventata una donna tanto bella, indipendente e motivata? Di sicuro Avery non poteva prendersene il merito, essendo stata assente per la maggior parte della sua vita.

A parte tutto, guardare la figlia che sistemava i piatti e li metteva nella sua nuova credenza la rendeva orgogliosa. Nonostante l’infanzia e gli anni tumultuosi dell’adolescenza che aveva passato, Rose ce l’aveva fatta. Davanti a lei si stagliava il suo futuro e iniziava mettendo i piatti del Dollar Store nella credenza del suo primo appartamento.

“Sono orgogliosa di te, piccola,” disse Avery. Attraversò il labirinto di scatoloni che occupava il pavimento del soggiorno di Rose.

“Per cosa?” disse Rose.

“Per essere sopravvissuta,” rispose Avery con una risata. “So che non ti ho reso le cose facili.”

“Infatti. Ma papà è stato bravo. E non lo dico per ferirti.”

Avery provò una fitta di dolore.

“Lo so.”

Sapeva che fare un’ammissione come quella era stato difficile per Rose. Era ovvio che sua figlia stesse ancora cercando di trovare le basi del loro rapporto. Per qualunque madre e figlia estraniate, la riconciliazione non era facile. Ma nell’ultimo periodo loro due avevano vissuto l’inferno. Dalle minacce contro Rose da parte di un serial killer e il suo trasferimento in una casa sicura, al disordine da stress post-traumatico con cui Avery stava venendo a capo, scatenato dal salvataggio della figlia, c’erano ostacoli grandi quanto montagne da superare. E persino una cosa semplice come trasportare scatole nel nuovo appartamento della figlia era un grosso passo in avanti nella riparazione del rapporto che Avery desiderava stringere con lei.

Fare quel passo richiedeva una certa dose di normalità, una normalità che non era sempre stata presente nel mondo della detective ossessionata dal lavoro.

Raggiunse Rose e la aiutò a svuotare le scatole etichettate come CUCINA. Mentre lavoravano insieme per disfarle, Avery si sentì di nuovo vicina alle lacrime.

Ma che accidente mi succede? Quando sono diventata così emotiva?

“Credi che starai bene?” chiese la detective, facendo del suo meglio per mantenere viva la conversazione. “Qui non è come il dormitorio del college. Te la dovrai cavare da sola. Ti senti pronta dopo…. beh, dopo tutto quello che hai passato?”

“Sì, mamma. Non sono più una bambina.”

“Beh, questo è ovvio.”

“Oltretutto,” continuò la ragazza, mettendo via l’ultimo piatto e accantonando la scatola vuota. “Non sono più del tutto sola.”

Ed eccole arrivate al punto della questione. Ultimamente Rose era stata un po’ distratta ma anche di buon umore, e un ovvio buon umore era un avvenimento raro per Rose Black. Avery aveva supposto che potesse c’entrare un ragazzo e quello era un altro argomento scomodo che non era preparata ad affrontare. Non era stata lei a spiegare il ciclo mestruale a Rose, non era con lei che la figlia aveva parlato della sua prima cotta, del primo ballo e del primo bacio. Ora che potenzialmente aveva davanti la vita amorosa della figlia diciottenne, si rendeva conto di tutto quello che si era persa.

“Che cosa vuoi dire?” chiese Avery.

Rose si morse un labbro, come se fosse pentita di aver parlato.

“Io… beh, potrei aver incontrato qualcuno.”

Lo disse casualmente e come se non fosse niente di importante, rendendo ovvio che non era interessata a parlarne.

“Ah, sì?” domandò Avery. “Quando è successo?”

“Circa un mese fa,” rispose Rose.

Cioè precisamente da quando ho notato il suo buon umore, pensò Avery. A volte era inquietante quanto le sue abilità di detective fossero utili nella vita privata.

“Ma… lui non vivrà qui, vero?” chiese Avery.

“No, mamma. Ma potrebbe essere qui spesso.”

“Non è il genere di cosa che la madre di una diciottenne vorrebbe sentirsi dire.”

“Dio, mamma. Andrà tutto bene.”

Avery sapeva che avrebbe dovuto lasciar correre. Se Rose voleva parlarle di questo ragazzo, lo avrebbe fatto con i suoi tempi. Insistere avrebbe solamente peggiorato le cose.

E invece l’istinto maturato sul lavoro prese il sopravvento e non riuscì a trattenersi dal farle altre domande.

“Posso incontrarlo?”

“Uhm, assolutamente no. Non ancora, in ogni caso.”

Avery percepì l'opportunità di approfondire la questione, di affrontare l'imbarazzante conversazione sul sesso sicuro e i rischi delle malattie e delle gravidanze giovanili. Ma sentiva quasi di non averne il diritto, dato i loro rapporti tesi.

Essendo una detective della Omicidi però, le era praticamente impossibile non preoccuparsi. Sapeva che razza di uomini c’erano là fuori. Non aveva visto solo assassinii, ma anche casi gravi di abusi domestici. E anche se questo ragazzo nella vita di Rose era un perfetto gentiluomo, per lei era più semplice dare per scontato che fosse una minaccia.

Tuttavia, a un certo punto, non avrebbe dovuto iniziare a fidarsi dell'istinto di sua figlia? Non le aveva appena fatto i complimenti per come era cresciuta bene, nonostante la sua educazione?

“Basta che fai attenzione,” raccomandò Avery.

Rose era chiaramente in imbarazzo. Alzò gli occhi al cielo e iniziò a mettere in ordine i dvd nel piccolo salotto che dava sulla cucina.

“E tu?” chiese la ragazza. “Non ti stanchi mai di stare da sola? Lo sai... anche papà è ancora single.”

“Lo so,” disse Avery. “Ma non è un problema mio.”

“È il tuo ex marito,” sottolineò Rose. “Ed è mio padre. Quindi sì, è anche un problema tuo. Potrebbe farti bene vederlo.”

“Non sarebbe positivo per nessuno dei due,” rispose Avery. “Se lo domandassi a lui, sono certa che ti direbbe la stessa cosa.”

Avery era sicura che fossi così. Anche se non avevano mai parlato della possibilità di tornare insieme, tra di loro c'era un accordo inespresso, qualcosa che era stato nell'aria sin da quando aveva perso il lavoro da avvocato e nelle settimane seguenti si era praticamente rovinata la vita. Si sarebbero tollerati a vicenda per Rose. Anche se provavano ancora sentimenti di mutuo rispetto e affetto, sapevano che non era possibile tornare insieme. Jack si preoccupava solo della stessa cosa che interessava a lei. Voleva che Avery passasse più tempo con Rose. E stava a lei capire come farlo. Nelle ultime settimane si era messa d’impegno per elaborare un piano, e anche se richiedeva un sacrificio da parte sua, era pronta a provarci.

Sentendo che avevano già superato la nube temporalesca che era il difficile argomento di Jack, Avery cercò di affrontare quello del sacrificio in questione. Non c’era modo di arrivarci per vie traverse, quindi decise di dirlo e basta.

“Stavo pensando che potrei chiedere meno ore di lavoro i prossimi mesi. Mi sono detta che potremmo provare davvero a far funzionare le cose tra di noi.”

Rose si fermò per un istante. Sembrò presa in contropiede e genuinamente sorpresa. Fece un piccolo cenno in segno di assenso e tornò a svuotare le scatole. Emise un lieve sbuffo.

“Che c’è?” chiese Avery.

“Ma tu ami il tuo lavoro.”

“È così,” confermò lei. “Ma sto pensando di farmi trasferire dalla Omicidi. Se lo facessi, avrei molto più tempo libero.”

Rose lasciò perdere le scatole del tutto. Nel giro di un secondo tutta una gamma di emozioni le attraversò il volto. Avery fu felice di vederne una che sembrava essere speranza.

“Mamma, non devi farlo.” La sua voce era tenera e vulnerabile, quasi come la bambina che Avery ricordava bene. “È come se stravolgessi la tua vita.”

“No, non lo è. Sto invecchiando e ho capito di essermi persa molte cose della mia famiglia. È quello che mi serve per andare avanti… per stare meglio.”

Rose si sedette sul divano coperto di scatole e vestiti sparsi. Alzò lo sguardo su Avery, con quella luce di speranza ancora negli occhi.

“Sei sicura che sia quello che vuoi?” chiese.

“Non lo so. Forse.”

“E poi,” aggiunse Rose, “ho capito da dove viene la mia abilità a cambiare argomento. Abbiamo già smesso di parlare della faccenda della solitudine.”

“Te ne sei accorta, allora?”

“Sì. E a essere sinceri, anche papà lo ha notato.”

“Rose…”

Rose si voltò verso di lei.

“Gli manchi, mamma.”

Avery si ritirò in se stessa. Rimase ferma lì, in silenzio per un momento, incapace di rispondere.

“A volte anche lui mi manca,” ammise. “Solo non abbastanza da chiamarlo e riaffrontare fuori tutto il nostro passato.”

Gli manchi, mamma.

Avery rifletté su quelle parole. Raramente pensava a Jack in un senso veramente romantico. Ma aveva detto la verità: lui le mancava sul serio. Le mancava il suo buffo senso dell’umorismo, il modo in cui il suo corpo sembrava sempre un po’ troppo freddo al mattino, e come la sua voglia di sesso fosse comicamente imprevedibile. Più di ogni altra cosa però, le mancava guardarlo essere un ottimo padre. Ma ormai era tutto finito, parte di una vita che Avery stava cercando con impegno di lasciarsi alle spalle.

E tuttavia non riusciva a evitare di chiedersi come sarebbe stato, consapevole di aver avuto l’occasione di godersi una bella vita. Una vita fatta di staccionate bianche, raccolte di fondi scolastici e pigre domeniche pomeriggio trascorse in cortile.

Ma quell’occasione era svanita per sempre. Rose non aveva potuto avere quella vita perfetta e Avery incolpava ancora se stessa.

“Mamma?”

“Scusa, Rose. È solo che non credo che io e tuo padre potremmo aggiustare le cose, capisci? Oltretutto,” aggiunse, e fece un profondo respiro, preparandosi alla reazione di Rose, ”forse tu non sei l’unica ad aver incontrato qualcuno.”

Rose si voltò verso di lei e Avery fu sollevata di vederla sorridere. La ragazza la guardò con quella specie di sorrisetto malizioso che si scambiavano le amiche quando parlavano di uomini davanti a un cocktail. Scaldò il cuore di Avery in un modo a cui non era preparata, né che riusciva a spiegarsi.

“Che cosa?” chiese Rose, fingendosi scioccata. “Tu? Dettagli, grazie.”

“Ancora non ci sono dettagli.”

“Beh, chi sarebbe?”

Avery ridacchiò, sapendo quando sarebbe sembrato sciocco. Fu quasi sul punto di non dirlo. Che diavolo, aveva a malapena detto all’uomo in questione quello che provava. Ammetterlo ad alta voce davanti a sua figlia sarebbe stato surreale.

Almeno lei e Rose stavano facendo progressi. Non aveva senso reprimerli per via del suo imbarazzo nel provare sentimenti per un uomo che non fosse il padre di Rose.

“È un uomo con cui lavoro. Ramirez.”

“Siete stati a letto insieme?”

“Rose!”

Rose scrollò le spalle. “Ehi… volevi una relazione aperta e sincera con tua figlia, no?”

“Sì, immagino di sì,” rispose lei con un sorriso. “E no… non siamo stati a letto insieme. Però credo di provare qualcosa per lui. È gentile. Divertente, sexy, e ha un certo fascino che all’inizio mi irritava ma ora… è interessante, in un certo modo.”

“Anche tu gli piaci?” chiese Rose.

“Sì. O comunque gli piacevo. Credo di aver rovinato tutto. Lui è stato paziente ma credo che non abbia più voglia aspettare.” Ciò che non disse fu che aveva preso la decisione di dire a Ramirez quello che provava per lui ma che non aveva ancora trovato il coraggio di farlo.

“Lo hai allontanato?” domandò Rose.

Avery sorrise.

“Accidenti, che intuito.”

“Te l’ho detto, è ereditario.”

Rose sorrise di nuovo, sembrando dimenticarsi per un momento delle scatole da svuotare.

“Vai e colpisci, mamma!”

“Oh, mio Dio.”

Rose scoppiò a ridere e presto Avery si unì a lei. Probabilmente era stato il momento di maggior vulnerabilità che avevano avuto da quando avevano iniziato ad aggiustare il loro rapporto. All'improvviso l'idea di allontanarsi dalla Omicidi e prendersi un po' di tempo dal lavoro sembrò una necessità piuttosto che un'idea speranzosa.

“Hai dei progetti per questo fine settimana?” chiese Avery.

“Devo svuotare gli scatoloni. Forse un appuntamento con Ma... il tizio che per ora rimarrà senza nome.”

“Che ne dici di una giornata tra ragazze con la tua mamma, domani? Pranzo, un film, una pedicure.”

Rose arricciò il naso all'idea, ma sembrò prenderla seriamente in considerazione. “Posso scegliere io il film?”

“Se devi proprio.”

“Sembra divertente,” commentò Rose con un pizzico di eccitazione. “Ci sto.”

“Fantastico,” rispose Avery. Poi sentì il bisogno di fare una domanda—una domanda strana, ma che andando avanti sarebbe stata fondamentale per il loro rapporto. La consapevolezza di ciò che stava per domandare a sua figlia era umiliante, ma in una strana maniera, liberatoria allo stesso tempo.

“Quindi a te andrebbe bene se io andassi avanti?” chiese Avery.

“Che cosa vuoi dire?” domandò Rose. “Se trovassi qualcuno che non sia papà?”

“Sì. Un altro uomo, ma anche se superassi quella parte della mia vita, la parte che ha reso le cose difficili a tutti noi. Per me significherebbe non essere più gravata dal senso di colpa per ciò che avrebbe potuto essere. E per farlo devo allontanarmi anche da tuo padre. Gli vorrò bene per sempre e lo rispetto per averti cresciuta mentre io non c'ero, ma fa parte di quella vita da cui devo prendere le distanze. Lo capisci?”

“Sì, lo capisco,” disse Rose. La sua voce era di nuovo bassa e vulnerabile. Sentirla fece desiderare ad Avery di andare da lei sul divano e abbracciarla. “E non ti serve il mio permesso, mamma,” continuò la ragazza. “Lo so che ci stai provando. Lo vedo, davvero.”

Per la terza volta in quindici minuti, Avery si sentì vicina alle lacrime. Sospirò e ricacciò giù la voglia di piangere.

“Come hai fatto a venir su così bene?” domandò.

“È genetica,” rispose Rose. “Anche se hai fatto qualche errore, sei sempre stata una tosta, mamma.”

Prima che Avery riuscisse a formulare una risposta, Rose le si avvicinò e l’abbracciò. Fu un abbraccio genuino, che non riceveva da sua figlia da molto tempo.

Quella volta, Avery lasciò che le lacrime scendessero.

Non riusciva a ricordarsi quando fosse mai stata tanto felice. Per la prima volta dopo moltissimo tempo, si sentì come se stesse veramente facendo qualcosa per sfuggire dagli errori del suo passato.

Una grossa parte di ciò sarebbe stato parlare con Ramirez e fargli sapere che aveva finito di nascondere quello che stava nascendo tra di loro. Voleva stare con lui, qualsiasi cosa ciò implicasse. All'improvviso, con le braccia di sua figlia strette attorno a sé, Avery non vide l'ora di parlare con lui.

In effetti, sperava che non avrebbero solo parlato. Sperava che avrebbero finito per fare molto di più, lasciando finalmente che la tensione che era cresciuta tra di loro raggiungesse la sua naturale risoluzione.




CAPITOLO DUE


Tre ore più tardi si incontrò con Ramirez, proprio dopo la fine del suo turno. Lui aveva risposto con entusiasmo alla sua chiamata, ma era anche sembrato stanco. Era stato per quello che avevano scelto da incontrarsi vicino al Charles River, su una delle molte panchine che lo fiancheggiavano dalle passeggiate che si snodavano lungo il lato destro del fiume.

Mentre camminava verso la panchina su cui si erano accordati, vide che lui era appena arrivato. Era seduto e guardava verso il fiume. La stanchezza che gli aveva sentito nella voce era evidente sul suo volto. Tuttavia sembrava tranquillo. Era una cosa che aveva notato in lui diverse volte, come diventasse silenzioso e introspettivo ogni volta che si trovava davanti a un panorama della città.

Gli si avvicinò e lui si girò udendo i suoi passi. Sfoggiò un sorriso vincente e in un batter d'occhio non sembrò più stanco. Una delle molte cose che le piacevano di Ramirez era il modo in cui la faceva sentire ogni volta che la guardava. Era chiaro che c'era molto di più che una semplice attrazione; lui la guardava con apprezzamento e rispetto. Quello sguardo, oltre al fatto che le diceva quotidianamente che era bellissima, la faceva sentire più al sicuro e desiderata di quanto riuscisse a ricordare.

“Giornata dura?” chiese Avery mentre si univa a lui sulla panca.

“Non proprio,” rispose Ramirez. "Ho avuto molto da fare. Denunce per rumori molesti. Una rissa in un bar che è finita nel sangue. E giuro che ho persino ricevuto una chiamata per un ragazzino che si è arrampicato su un albero per scappare da un cane.”

“Un ragazzino?”

“Un ragazzino,” ripeté Ramirez. “L’eccitante vita di un detective quando la città è tranquilla e noiosa.”

Entrambi ammirarono il fiume in un silenzio che nel corso delle ultime settimane aveva iniziato a diventare confortevole. Anche se tecnicamente non stavano insieme, erano giunti ad apprezzare il tempo insieme non riempito di chiacchiere tanto per il gusto di parlare. Lentamente e con deliberazione, Avery si tese e gli prese una mano.

“Vuoi camminare un po' con me?”

“Certo,” disse lui, stringendole la mano.

Anche tenersi per mano era un evento monumentale per Avery. Lei e Ramirez lo avevano fatto spesso e si erano baciati brevemente in qualche occasione, ma prendergli intenzionalmente la mano era stato fuori dalla sua zona di comfort.

Sta diventando piacevole, pensò lei mentre iniziavano a camminare. Che diavolo, ormai lo è da un bel po' di tempo.

“Stai bene?” chiese Ramirez.

“Sì,” rispose lei. “Ho passato una bella giornata con Rose.”

“Credi che le cose inizino finalmente a diventare normali?” domandò lui.

“Tutt’altro che normali,” rispose Avery. “Ma ci stiamo avvicinando. E a questo proposito…”

Si fermò, confusa dal motivo per cui le era tanto difficile dire quello che voleva. Con tutto quello che aveva passato, sapeva di essere emotivamente forte... quindi perché le era così complicato esprimere la vera se stessa quando era importante?

“Ti sembrerà sdolcinato,” iniziò Avery. “Quindi per favore, sopportami e tieni a mente la mia estrema vulnerabilità.”

“Okay…” disse Ramirez, chiaramente confuso.

“È da un po' di tempo che so che devo fare qualche cambiamento. La parte più grossa parte di questo cambiamento è stato cercare di aggiustare le cose con Rose. Ma ci sono anche altre questioni. Questioni che ho quasi avuto paura di ammettere con me stessa.”

“Tipo quali?” chiese Ramirez.

Lei capì che stava iniziando a sentirsi a disagio. In precedenza erano stati sinceri l'uno con l'altra, ma mai fino a quel punto. Era molto più difficile di quanto si fosse aspettata.

“Senti… lo so che praticamente ho rovinato le cose tra di noi,” ammise Avery. “Tu sei stato molto paziente e comprensivo mentre io mi occupavo dei miei problemi. E so che ti ho lasciato avvicinare un po' per poi respingerti.”

“È piuttosto accurato, sì,” disse Ramirez con una punta di divertimento.

“Non riuscirò mai a scusarmi abbastanza per questo,” continuò Avery. “Ma se tu trovassi la forza nel tuo cuore di perdonare la mia esitazione e le mie paure... mi piacerebbe molto avere un'altra occasione.”

“Un’occasione per cosa?” domandò Ramirez.

Vuole che ceda e lo ammetta, pensò. E me lo merito.

La sera volgeva al tramonto e rimanevano solo poche persone lungo i sentieri e le passeggiate che si snodavano attorno al fiume. Era una scena pittoresca, come tratta da uno di quei film che solitamente detestava guardare.

“Un’occasione per noi due,” disse Avery.

Ramirez si fermò ma tenne la mano nella sua. La guardò con grandi occhi scuri e sostenne il suo sguardo. “Non può essere solo un’occasione,” affermò. “Deve essere una cosa vera. Una cosa sicura. Non puoi continuare a spingermi e a tenermi sempre in sospeso.”

“Lo so.”

“Quindi se riesci a spiegarmi che cosa intendi dire con noi due, potrei anche pensarci.”

Lei non riusciva a capire se era serio o se stava cercando di fare il difficile. Distolse lo sguardo e gli strinse la mano.

“Accidenti,” esclamò. “Hai intenzione di farmela pagare, non è vero?”

“Beh, credo di…”

Avery lo interruppe attirandolo a sé e baciandolo. In passato, i loro baci erano stati brevi, goffi e pieni della sua solita esitazione. Invece quella volta si lasciò travolgere. Lo strinse a sé il più possibile e lo baciò con maggior passione avesse messo in qualsiasi contatto fisico dopo l'ultimo anno felice di matrimonio con Jack.

Ramirez non cercò di opporsi. Lei sapeva che lo voleva da molto ormai e riusciva a sentire il desiderio che gli scorreva in tutto il corpo.

Si baciarono come adolescenti innamorati sulla riva del fiume Charles. Fu un bacio tenero e appassionato allo stesso tempo, elettrizzato dalla frustrazione sessuale che da mesi era sbocciata tra di loro.

Quando le loro lingue si incontrarono, Avery si sentì come attraversata da una corrente di energia, un'energia che sapeva di voler usare in una determinata maniera.

Interruppe il bacio e appoggiò la fronte sulla sua. Si guardarono per diverso tempo in quella posizione, godendosi il silenzio e il peso di ciò che avevano appena fatto. Avevano oltrepassato una linea. E nel silenzio teso, entrambi percepirono che ce n'erano ancora molte altre da superare.

“Ne sei certa?” chiese Ramirez.

“Sì. E mi dispiace che mi sia servito tanto tempo per rendermene conto.”

Lui l’attirò a sé e l’abbracciò. Avery percepì qualcosa di simile al sollievo nel corpo del partner, come se gli si fosse sollevato un enorme peso dalle spalle.

“Voglio provarci,” dichiarò Ramirez.

La lasciò andare e la baciò di nuovo, piano, sul lato della bocca.

“Penso che dovremmo festeggiare l'occasione. Vuoi andare a cena?”

Lei sospirò e gli lanciò un sorriso tremante. Aveva già superato una barriera emotiva confessandogli i suoi sentimenti. Che male poteva fare ormai continuare a essere spudoratamente sincera con lui?

“Credo anche io che dobbiamo festeggiare,” gli rispose. “Ma adesso, in questo preciso momento, non sono molto interessata a mangiare.”

“Quindi cosa hai voglia di fare?” domandò lui.

La sua innocenza era fin troppo adorabile. Avery si appoggiò a lui e gli sussurrò all'orecchio, godendosi la sensazione di quell’uomo contro il proprio corpo e dell'odore della sua pelle.

“Andiamo a casa tua.”

Lui si allontanò di scatto e la guardò con la stessa espressione seria di prima, ma in più c'era anche qualcos'altro. Era un'espressione che aveva già visto sul suo volto di quando in quando, qualcosa che somigliava molto all'eccitazione e nasceva dal desiderio fisico.

“Davvero?” chiese lui incerto.

“Davvero,” ripeté lei.

Mentre correvano sull'erba verso il parcheggio in cui avevano lasciato le auto, entrambi stavano ridacchiando come bambini. Era giusto, dato che Avery non riusciva a ricordare l'ultima volta in cui si era sentita così sollevata, emozionata e libera.



***



La passione che avevano provato in riva al fiume covava ancora mentre Ramirez apriva la porta del suo appartamento. C'era una parte di Avery che voleva saltargli addosso lì e subito, prima ancora che lui avesse il tempo di chiudere la porta dietro di sé. Avevano continuato a toccarsi delicatamente per tutto il viaggio fino a casa sua e ora che erano arrivati, Avery si sentiva come se fossero all'inizio di una svolta.

Dopo che Ramirez ebbe chiuso la porta e girato la chiave, lei si sorpresa che non l’avvicinasse subito. Invece il partner attraversò il soggiorno fino alla sua modesta cucina, dove si versò un bicchiere d’acqua.

“Acqua?” le offrì.

“No, grazie,” rispose lei.

Lui bevve tutto il suo bicchiere e guardò fuori dalla finestra della cucina. Era scesa la notte e le luci della città brillavano attraverso i vetri.

Avery si unì a lui nella cucina e gli tolse maliziosamente di mano il bicchiere. “Quale è il problema?” chiese.

“Non voglio dirlo,” rispose lui.

“Hai… beh, hai cambiato idea su di me?” volle sapere. “Dopo tutta quell'attesa non mi vuoi più?”

“Dio, no,” esclamò lui. Le mise le braccia attorno alla vita e lei capì che stava cercando di trovare le giuste parole.

“Possiamo aspettare,” disse lei, sperando che lui non accettasse.

“No,” rispose lui, con una certa urgenza. “È solo che... merda, non lo so.”

Quella fu una sorpresa per Avery. Con i corteggiamenti esperti e le parole seducenti nel corso degli ultimi mesi, era certa che sarebbe stato persino un po’ aggressivo quando e se fosse mai giunto il momento. Ma invece sembrava incerto, quasi nervoso.

Si chinò in avanti e gli baciò un angolo della guancia. Lui sospirò e si tese verso di lei.

“Che cosa c’è?” chiese lei, sfiorandogli la pelle con le labbra quando parlò.

“È solo che ora questo è reale, capisci? Non è una storia di una notte e basta. È reale. Io tengo a te, Avery. Ci tengo davvero. E non voglio affrettare le cose.”

“Ci stiamo girando attorno da quattro mesi,” disse lei. “Non credo che stiamo correndo.”

“Ottima osservazione,” commentò lui. La baciò su una guancia e sulla piccola parte della spalla che la sua maglietta lasciava vedere. Poi le sue labbra trovarono il collo e quando la baciò lì, lei pensò che avrebbe potuto accasciarsi al suolo sul posto, trascinando anche lui insieme a sé.

“Ramirez?” disse, rifiutandosi ancora giocosamente di usare il suo nome di battesimo.

“Sì?” chiese lui, con il volto ancora appoggiato al suo collo, intento a depositare baci.

“Portami in camera da letto.”

Lui la attirò a sé, la sollevò e le lasciò stringere le gambe intorno alla sua vita. Iniziarono a baciarsi e lui le obbedì. La portò lentamente in camera e quando chiuse la porta della stanza, Avery era talmente presa dal momento che nemmeno la udì richiudersi.

Tutto ciò di cui era consapevole erano le sue mani, la sua bocca, il corpo muscoloso che premeva contro il proprio mentre la sdraiava sul letto.

Lui interruppe il loro bacio abbastanza a lungo da chiederle: “Ne sei certa?”

E se lei avesse avuto bisogno di un'altra ragione per desiderarlo, quella domanda le sarebbe bastata. Lui le voleva sinceramente bene e non voleva rovinare quello che c'era tra di loro.

Avery annuì e lo attirò giù, su di sé.

E per un po', lei non fu più una frustrata detective della squadra Omicidi o una madre in difficoltà, né una figlia che aveva dovuto guardare la madre morire per mano del padre. Allora fu semplicemente Avery Black... una donna come tutte le altre, che si godeva i piaceri che la vita aveva da offrire.

Si era quasi dimenticata come si faceva.

E non appena iniziò a riprenderci la mano, giurò a se stessa che non li avrebbe mai più dimenticati.




CAPITOLO TRE


Avery aprì gli occhi e guardò il soffitto sconosciuto sopra la sua testa. La tenue luce dell'alba entrava dalla finestra della camera da letto, ricadendo sul suo corpo quasi completamente nudo. Illuminava anche la schiena scoperta di Ramirez accanto a lei. Si voltò leggermente e sorrise assonnata. Lui era ancora addormentato, con il volto girato dall’altra parte.

Avevano fatto l’amore due volte la notte prima, prendendosi due ore tra ogni sessione per preparare una cena veloce e per discutere di come andare a letto insieme avrebbe potuto complicare il loro rapporto di lavoro, se non fossero stati attenti. Era quasi mezzanotte quando erano scivolati nel sonno fianco a fianco. Avery era stata assonnata e non riusciva a ricordare il momento in cui si era addormentata, ma rammentava il suo braccio attorno alla vita.

Voleva provarla di nuovo… la sensazione di essere desiderata e al sicuro. Pensò di fargli scorrere le dita lungo la base della spina dorsale (oltre che in qualche altro punto, magari) solo per svegliarlo perché lui la potesse stringere.

Non ne ebbe mai l’occasione. La suoneria dei messaggi del suo cellulare squillò. Lo stesso fece quella di Ramirez. Suonarono in contemporanea, un evento che poteva significare una cosa sola: riguardava il lavoro.

Ramirez si alzò in fretta. Nel gesto, il lenzuolo gli scivolò di dosso e svelò tutto. Avery diede un’occhiatina, non riuscendo a resistere alla tentazione. Lui afferrò il telefono dal comodino e lo fissò, con occhi stretti dal sonno. Nel frattempo Avery recuperò il proprio cellulare dalla pila di abiti sul pavimento.

Il messaggio veniva da Dylan Connelly, il supervisore della Omicidi dell’A1. In perfetto stile Connelly, il messaggio era diretto e dritto al punto:



È stato trovato un corpo. Molto ustionato. Forse un trauma alla testa.

Porta il culo al sito di costruzioni abbandonato sulla Kirkley St ORA.



“Ma che bello svegliarsi così, di prima mattina,” borbottò lei.

Ramirez scese dal letto, ancora completamente nudo, e si accovacciò sul pavimento insieme ad Avery. L’attirò a sé e commentò: “Sì, è molto piacevole svegliarsi in questo modo, il mattino.”

Avery si appoggiò a lui, leggermente allarmata da quanto fosse follemente soddisfatta in quel momento. Borbottò di nuovo e si alzò in piedi.

“Merda,” disse. “Arriveremo tardi sulla scena. Devo prendere la mia auto e anche tornare a casa per un cambio di vestiti.”

“Andrà tutto bene,” la rassicurò Ramirez mentre iniziava a vestirsi. “Io gli risponderò tra pochi minuti, mentre tu vai a prendere l’auto. Fai passare un po’ di tempo prima di rispondere. Magari lo squillo del messaggio non ti ha svegliata. Forse ti ho dovuta chiamare io per tirarti in piedi.”

“Sembra un inganno,” rispose lei, infilandosi la maglietta.

“È una furbata, ecco cosa è,” replicò lui.

Si sorrisero l’un l’altra mentre finivano di vestirsi. Poi andarono in bagno, dove Avery fece del suo meglio per dare un senso ai suoi capelli mentre Ramirez si spazzolava i denti. Si affrettarono in cucina e Avery mise insieme due tazze di cereali.

“Come puoi vedere,” spiegò, “sono una cuoca provetta.”

Lui l’abbracciò da dietro e sembrò godersi il suo profumo. “Staremo bene?” chiese. “Possiamo farlo funzionare, vero?”

“Credo di sì,” rispose lei. “Andiamo là fuori e proviamoci.”

Divorarono i loro cereali, passando la maggior parte del tempo a guardarsi a vicenda, cercando di valutare la reazione dell’altro a ciò che era successo la notte prima. Da quello che Avery riusciva a capire, Ramirez era felice esattamente quando lei.

Si diressero fuori dalla porta d’ingresso, ma prima che Ramirez la chiudesse alle loro spalle, si fermò. “Aspetta, torniamo dentro un secondo.”

Confusa, lei tornò in casa.

“Dentro,” disse lui, “siamo fuori servizio. Non siamo ufficialmente partner, giusto?”

“Giusto,” rispose Avery.

“Quindi posso fare questo un’altra volta,” replicò lui.

Si chinò e la baciò. Fu un bacio stravolgente, tanto forte da farle cedere leggermente le ginocchia. Lei lo spinse via allegramente. “Come ho detto prima,” annunciò, “non iniziare. A meno che tu non abbia anche intenzione di finire.”

“Devo rimandare,” disse Ramirez. La ricondusse fuori e quella volta chiuse la porta dietro di loro. “Okay, ora siamo in servizio. Faccia strada, detective Black.”



***



Seguirono il piano di Ramirez. Avery rispose al messaggio di Connelly solo sedici minuti dopo. A quel punto era quasi tornata al suo appartamento ed era ancora su di giri per come era andata la serata. Riuscì a vestirsi, a prendere un caffè e a tornare in strada in meno di dieci minuti. Il risultato, ovviamente, fu che arrivò sulla scena su Kirkley Street circa mezz’ora più tardi di quanto Connelly avrebbe preferito.

C’erano già diversi agenti che si aggiravano per la zona. Erano tutti volti familiari, volti che era arrivata a conoscere e a rispettare da quando era diventata detective della Omicidi. Le espressioni sulle loro facce quella mattina le fecero intuire che sarebbe stata una giornata lunga e difficile.

Tra i presenti c’era anche Mike O’Malley. Avery trovò preoccupante che il capitano fosse là fuori così presto. In qualità di capitano del più grande dipartimento di polizia di Boston, era raro vederlo in mezzo ai lavori sulle normali scene del crimine, per quanto fossero mostruose. In quel momento O’Malley stava parlando con altri due agenti, uno dei quali era Finley. Avery era arrivata a rispettare Finley in quanto agente, anche se tendeva a essere un po’ troppo distaccato per i suoi gusti.

Notò subito Ramirez; stava chiacchierando con Connelly dall’altra parte del lotto abbandonato.

Mentre si avvicinava ai due uomini, studiò la scena con più accuratezza possibile. Aveva attraversato quel quartiere della città diverse volte ma non ci aveva mai veramente fatto attenzione. Era una delle molte zone rovinate dalla crisi economica in quella parte della città, un’area dove imprenditori entusiasti avevano investito grosse quantità di denaro in proprietà, solo per vederle perdere di valore e allontanare rapidamente i potenziali acquirenti. Non appena i tentativi di costruire erano stati interrotti, l’area era stata lasciata in rovina. E sembrava inserirsi perfettamente nell’ambiente circostante.

In lontananza si stagliava una coppia di ciminiere, ritte come giganti sporchi. Di tanto in tanto entrambe liberavano per aria pennacchi di fumo, offuscando il chiarore del mattino, ma solo in quella parte della città. Dall’altra parte del lotto abbandonato, Avery riusciva a vedere la riva di quello che avrebbe potuto essere un promettente ruscelletto che sarebbe potuto scorrere dietro i terreni delle case costruite per una borghesia medio-alta. Ma ormai rovi ed erbacce avevano preso il sopravvento. Buste di plastica, incarti di merendine e altra spazzatura erano intrappolati tra la vegetazione secca. Le rive basse erano fangose e in stato di abbandono, aggiungendo un nuovo livello di degrado all’aspetto putrido della zona.

Nell’insieme, quell’area era diventata una parte della città che praticamente chiunque avrebbe preferito evitare. Avery percepiva bene quella sensazione; mentre si avvicinava a Ramirez e a Connelly e osservava i dettagli, si sentiva sempre più oppressa.

Un posto come questa non può essere una coincidenza, pensò. Se qualcuno ha ucciso qui o anche solamente ha lasciato qui un corpo, deve avere avuto un motivo… per l’omicidio in sé o per l’assassino stesso.

Subito a destra di Connelly e Ramirez, un agente aveva appena finito di piantare dei sottili paletti rossi per confinare una sezione rettangolare del terreno. Mentre il suo sguardo si abbassava su ciò che c’era all’interno del rettangolo, la voce di Connelly rimbombò verso di lei a pochi metri di distanza.

“Maledizione, Black… perché ci hai messo così tanto?”

“Scusi” disse lei. “Non ho sentito la vibrazione del messaggio. È stato Ramirez a chiamarmi per svegliarmi.”

“Beh, di certo non sei in ritardo perché eri impegnata a farti i capelli o a truccarti,” notò Connelly.

“Lei non ha bisogno del trucco,” commentò Ramirez. “Quella robaccia è per le femmine.”

“Grazie, ragazzi,” rispose lei.

“Non importa,” concluse Connelly. “Che cosa ne pensi di questo?” chiese, accennando con il capo verso il rettangolo tracciato dai paletti rossi.

All’interno dell’area contrassegnata, c’erano quelli che immaginò essere resti umani. Per lo più ciò che vide era uno scheletro, che sembrava brillare. Non doveva essere lì da molto. Senza alcun dubbio si trattava di uno scheletro che di recente era stato privato di tutta la carne. Intorno a esso vide della cenere o qualche altro tipo di polvere. Qua e là notò dei frammenti che potevano essere muscoli o tessuti che erano rimasti attaccati alle ossa, in particolare attorno a quelle delle gambe e delle costole.

“Che accidenti è successo?” chiese.

“Bene, la nostra migliore detective inizia con una domanda intelligente,” commentò Connelly. “Ecco cosa sappiamo finora. Circa un’ora e quindici minuti fa, una donna che stava facendo la sua corsa mattutina ci ha chiamati per denunciare quello che secondo lei era uno strano rituale satanico. E ci ha portati a questo.”

Avery si accovacciò vicino ai paletti rossi e scrutò la zona. Un’ora e quindici minuti prima. Significava che se il materiale nero attorno allo scheletro era davvero cenere, un’ora e mezza prima la pelle ricopriva ancora quelle ossa. Ma non sembrava probabile. Sarebbe servita una determinazione perversa e una pianificazione precisa per uccidere qualcuno e bruciarlo miracolosamente fino alle ossa in un tempo tanto breve. In effetti, pensò che sarebbe stato quasi impossibile.

“Qualcuno ha dei guanti per le prove?” chiese.

“Un secondo,” rispose Ramirez.

Mentre il partner correva da Finley e dagli altri agenti che si erano allontanati per lasciarle spazio, notò un odore nella zona. Era debole ma percettibile, un odore chimico che al naso le sembrò quasi candeggina.

“Lo sentite anche voi?” domandò.

“Qualche cosa di chimico, giusto?” chiese Connelly. “Secondo noi una bruciatura chimica è l’unico modo con cui avrebbero potuto friggere un corpo in questa maniera e così rapidamente.”

“Non credo che sia stato bruciato qui,” affermò lei.

“Come fai a esserne sicura?” chiese Connelly.

Non lo sono, pensò lei. Ma l’unica cosa che per me avrebbe senso a una prima occhiata sembra piuttosto assurda.

“Avery….” cominciò Connelly.

“Un attimo,” disse lei. “Sto pensando.”

“Gesù…”

Lei lo ignorò, studiando le ceneri e lo scheletro con occhi indagatori. No… il corpo non può essere stato bruciato qui. Intorno allo scheletro non ci sono segni di bruciature. Qualcuno che stesse andando a fuoco si agiterebbe e correrebbe in giro. Qui non c’è niente di bruciato. L’unico segno di un incendio di qualsiasi genere sono queste ceneri. Quindi perché un assassino brucerebbe un corpo e poi lo riporterebbe qui? Forse è qui che ha preso la vittima…

Le possibilità erano infinite. Una di esse, secondo Avery, era che forse lo scheletro era di proprietà di un laboratorio medico e che si trattasse solo di uno stupido scherzo perverso. Ma dato il luogo e la sfrontatezza dell’atto, dubitava che fosse quello il caso.

Ramirez tornò con un paio di guanti di plastica per le prove. Avery se li mise e si chinò fino alle ceneri. Ne strinse un po’ tra l’indice e il pollice. Strofinò insieme le dita e le portò al volto. Le annusò e le guardò con attenzione. Sembravano comuni ceneri ma avevano una traccia di quell’odore chimico.

“Dobbiamo far analizzare queste ceneri,’ disse. “Se è stata usata una sostanza chimica, c’è una buona possibilità che ce ne siano ancora delle tracce.”

“Il team della Scientifica sta già venendo qui,” annunciò Connelly.

Lentamente, Avery si rialzò in piedi e si tolse i guanti di plastica. O’Malley e Finley si avvicinarono e Avery non fu sorpresa di vedere che l’agente rimaneva a una certa distanza dalle ossa e le ceneri. Li guardava come se lo scheletro avrebbe potuto saltargli addosso da un momento all’altro.

“Sto lavorando con la città per ottenere le riprese di ogni telecamera di sicurezza entro il raggio di sei isolati,” disse O’Malley. “Dato che non ce ne sono molte in questa parte della città, non dovrebbe volerci molto.”

“Non sarebbe una brutta idea raccogliere anche i numeri delle aziende che vendono sostanze chimiche molto infiammabili,” sottolineò Avery.

“Potrebbero essercene un milione,” disse Connelly.

“No, ha ragione lei,” intervenne O’Malley. “Non è stato bruciato con un detersivo o uno spray casalingo. Io direi che è una sostanza chimica concentrata. Finley, puoi cominciare a lavorarci su?”

“Sì, signore,” rispose Finley, chiaramente felice di avere un motivo per allontanarsi dalla scena.

“Black e Ramirez… ora questo è un vostro caso,” continuò O’Malley. “Lavorate insieme a Connelly per mettere insieme una squadra che se ne occupi.”

“Certo,” disse Ramirez.

“E Black, facciamo in modo di essere puntuali d’ora in avanti. Il tuo ritardo di questa mattina ci ha fatto perdere quindici minuti.”

Avery annuì, non lasciandosi attirare in una discussione. Sapeva che la maggior parte degli uomini di grado superiore al suo stavano ancora cercando qualsiasi ragione per sgridarla. E non poteva lamentarsi. Con il suo sordido passato, quasi se lo aspettava.

Mentre iniziava ad allontanarsi dai paletti rossi, notò qualcos’altro a diversi metri di distanza, sulla destra. Lo aveva visto quando si era avvicinata ai resti, ma non ci aveva fatto caso, considerandolo semplice spazzatura. Ma avvicinandosi al detrito, vide che sembrava un frammento spezzato di qualcosa. Doveva essere del vetro, o qualcosa che a un certo punto era stato all’interno di un forno. Raggiunse l’oggetto, dando una bella occhiata al ruscello stagnante e fangoso in fondo al lotto.

“Qualcuno ha preso nota di questo?” chiese.

Connelly lanciò un’occhiata verso di lei, poco interessato.

“Solo spazzatura,” rispose.

Avery scosse la testa.

“Non credo,” replicò lei.

Si rinfilò i guanti di plastica e ne sollevò una scheggia. A un’ispezione più accurata, vide che qualsiasi cosa fosse stata, era effettivamente di vetro, non un materiale ceramico. Non sembrava esserci polvere o segni del tempo sui frammenti. Ce n’erano sette pezzi piuttosto grandi, circa della grandezza della sua mano, e moltissime piccole schegge a terra. A parte il fatto che era rotto, qualsiasi cosa fosse andato in mille pezzi sembrava piuttosto nuovo.

“Qualsiasi cosa sia stata, non è qui da molto,” disse lei. “Assicuratevi che la Scientifica lo analizzi alla ricerca di impronte.”

“Dirò alla Scientifica di occuparsene,” disse Connelly con un tono che indicava quanto non apprezzasse prendere ordini. “Ora, voi due… voglio che torniate all’A1 entro la prossima mezz’ora. Farò qualche chiamata e vi farò trovare una squadra ad aspettarvi in sala conferenze. La scena del crimine ha meno di due ore; vorrei catturare questo bastardo prima che abbia troppo vantaggio su di noi.”

Avery lanciò un’occhiata finale allo scheletro. Senza lo strato protettivo della pelle, era come se stesse sorridendo. A lei diede l’impressione che l’assassino stesso le stesse rivolgendo un ghigno, trattenendo una risata di derisione. Non fu solo la visione delle ossa quasi completamente ripulite a darle un brutto presentimento e un senso di catastrofe imminente. Era il posto, le cataste di ceneri perfettamente ordine attorno alle ossa, i resti appositamente lasciati allo scoperto e l’odore chimico.

Tutto sembrava indicare qualcosa di preciso. Sottintendeva un’intenzionalità e una pianificazione. E per quel che riguardava Avery, poteva significare solo una cosa: chiunque fosse stato, lo avrebbe di certo fatto di nuovo.




CAPITOLO QUATTRO


Quaranta minuti più tardi, Avery entrò nella sala conferenze del quartier generale dell’A1. Si era già formata una folla di agenti ed esperti vari, per un totale di dodici persone, e lei conosceva quasi tutti, anche se non bene quanto Ramirez o Finley. Immaginava fosse colpa sua. Dopo che Ramirez le era stato assegnato come partner, lei non si era di certo preoccupata di farsi degli amici. Le era sembrata una cosa sciocca, in quanto detective della squadra Omicidi.

Mentre tutti si accomodavano attorno al tavolo (a esclusione di Avery, che preferiva sempre rimanere in piedi), uno degli agenti che non conosceva iniziò a passare in giro copie stampate delle poche informazioni che avevano fino a quel momento—foto della scena del crimine e una lista per punti di ciò che sapevano del posto. Avery ne studiò una e la trovò succinta.

Notò che mentre tutti si sedevano, Ramirez si era sistemato davanti a lei. Abbassò lo sguardo su di lui e si rese conto che istintivamente gli si era avvicinata. Scoprì anche che avrebbe voluto appoggiargli una mano sulla spalla, solo per toccarlo. Indietreggiò, vedendo che Finley la stava guardando stranamente.

Merda, pensò. È così ovvio?

Tornò a tenersi occupata rileggendo gli appunti. Mentre leggeva, O’Malley e Connelly entrarono nella sala. O’Malley chiuse la porta e andò nella parte anteriore della stanza. Prima ancora che iniziasse a parlare, i mormorii e le conversazioni si acquietarono. Avery lo guardò con grande apprezzamento e rispetto. Era il tipo d’uomo che poteva prendere il controllo di una situazione schiarendosi semplicemente la gola o lasciando capire che stava per parlare.

“Grazie per esservi riuniti tanto rapidamente,” iniziò O’Malley. “Avete tra le mani tutto ciò che sappiamo di questo caso finora, con una sola eccezione. Ho chiesto a degli impiegati della città di procurarsi tutto ciò che riuscivano dalle telecamere dei semafori della zona. Due delle quattro telecamere mostrano una donna che passeggia con il cane. E questo è quanto abbiamo.”

“C’è un’altra cosa,” aggiunse uno degli agenti al tavolo. Avery sapeva che si chiamava Mosely, ma di lui non conosceva altro. “Proprio due minuti prima di venire a questa riunione ho saputo che il centralino ha ricevuto una chiamata da un uomo anziano. Ha detto di aver visto qualcuno che ha descritto come un ‘uomo alto e inquietante’ aggirarsi nella zona. A quanto pare aveva una specie di borsa sotto un lungo cappotto. Il centralino ne ha preso nota ma ha supposto si trattasse solo di un vecchio impiccione che non aveva niente di meglio da fare. Quando abbiamo aperto il caso della vittima di incendio, questa mattina, mi hanno informato.”

“Abbiamo un recapito di quest’uomo?” chiese Avery.

Connelly le lanciò un’occhiata irritata. Lei immaginò di aver parlato al momento sbagliato, anche se le aveva detto meno di quarantacinque minuti prima che quello era il suo caso.

“Sì,” rispose Mosely.

“Voglio che qualcuno lo chiami non appena la riunione si sarà conclusa,” ordinò O’Malley. “Finley… a che punto siamo con la lista dei posti che vendono sostanze chimiche che possono bruciare con quella potenza in un tempo così breve?”

“Ho trovato tre rivendite nel raggio di trenta chilometri. Due di queste mi devono mandare una lista delle sostanze che possono fare un danno simile e mi devono dire se le hanno o meno in magazzino.”

Avery ascoltò il botta e risposta, prendendo mentalmente appunti e cercando di organizzarli con un criterio appropriato. Con ogni nuova informazione, la strana scena del crimine di quella mattina iniziava ad avere sempre più senso. Anche se fino a quel punto, il senso era del tutto incomprensibile.

“Ancora non abbiamo idea di chi sia la vittima,” continuò O’Malley. “Dovremo usare le impronte dentali fino a quando non riusciremo ad avere un riconoscimento grazie alle riprese delle telecamere del traffico.” Poi spostò lo sguardo su Avery e le fece cenno di andare davanti al tavolo. “La detective Black è a capo del caso e quindi qualsiasi cosa troviate d’ora in avanti andrà direttamente a lei.”

Avery si unì a lui e scrutò la tavolata. Le cadde lo sguardo su Jane Parks, una degli investigatori capo della Scientifica. “Ci sono dei risultati sui frammenti di vetro?” chiese.

“Non ancora,” rispose la Parks. “Sappiamo per certo che non ci sono impronte digitali. Stiamo ancora cercando di capire che oggetto fosse. Per ora diamo per scontato che si tratti di un gingillo che non ha niente a che vedere con il crimine.”

“E quale è l’opinione della Scientifica sull’incendio?” domandò Avery. “Siete d’accordo che non si è trattato di un incendio casuale?”

“Sì. Stiamo ancora analizzando le ceneri, ma è ovvio che nessun incendio normale avrebbe potuto bruciare tanto accuratamente la carne umana. Sulle ossa non è rimasto quasi niente, lo scheletro stesso sembra immacolato e non mostra alcun segno di ustione.”

“Potrebbe descriverci in che modo brucerebbe normalmente un corpo?” chiese Avery.

“Beh, non c’è niente di normale nel bruciare un corpo umano, a meno che non lo si stia cremando,” spiegò Parks. “Diciamo che un corpo sia intrappolato in una casa in fiamme e prenda fuoco in questo modo. Il grasso corporeo agisce da carburante non appena la pelle viene consumata, e mantiene vivo il fuoco. Quasi come una candela, capisce? Ma in questo caso l’incendio è stato rapido e molto breve… probabilmente tanto intenso che ha vaporizzato il grasso prima che potesse fare da carburante.”

“Quanto tempo servirebbe a un corpo per bruciarsi fino alle ossa?” chiese Avery.

“Beh, ci sono diversi fattori determinanti,” rispose la Parks. “Ma tra le cinque e le sette ore sarebbe una stima accurata. Un incendio lento e controllato, come quelli usati nei forni crematori, può impiegare fino a otto ore.”

“E invece questo è bruciato in meno di un’ora e mezza?” domandò Connelly.

“Sì, questa è l’ipotesi,” disse la Parks.

La sala conferenze si riempì di bisbigli di disgusto e stupore. Avery lo capiva. Era difficile riuscire a scenderci a patti.

“Oppure,” disse Avery, “il corpo è stato bruciato altrove e i resti sono stati abbandonati in quel lotto questa mattina.”

“Ma lo scheletro… quello era uno scheletro nuovo,” affermò la Parks. “Ha passato molto poco tempo senza la sua pelle, i muscoli, i tessuti e tutto il resto. Davvero pochissimo tempo.”

“Riesce a darci una stima di quanto tempo fa il corpo è stato bruciato?” chiese Avery.

“Di certo non più di un giorno fa.”

“Quindi c’è voluta molta pianificazione e studio da parte del killer,” concluse Avery. “Deve saperne molto su come si bruciano i corpi. E siccome che non ha fatto alcun tentativo di nascondere i resti, e ha anche ucciso la vittima in una maniera tanto sorprendente… possiamo già raggiungere qualche conclusione. E quella che temo di più è che probabilmente questo sarà il primo di molti omicidi.”

“Che cosa vuoi dire?” chiese Connelly.

Lei sentì tutti gli sguardi presenti nella stanza su di sé.

“Voglio dire che probabilmente è l’opera di un serial killer.”

Un silenzio attonito gravò sulla stanza.

“Di che cosa stai parlando?” domandò Connelly. “Non hai prove per supportare un’affermazione del genere.”

“Niente di ovvio,” ammise Avery. “Ma voleva che i resti fossero trovati. Non ha fatto alcun tentativo di nasconderli in quel lotto. C’è un ruscello proprio in fondo alla proprietà, avrebbe potuto abbandonarlo lì. Inoltre c’è la cenere. Perché lasciare la cenere sulla scena quando puoi eliminarla facilmente a casa? La pianificazione e il metodo dell’omicidio… è molto fiero di ciò che ha fatto, ne ha ricavato piacere. Voleva che i resti fossero trovati e che se ne parlasse. E questi sono tutti segni che indicano un serial killer.”

Sentì tutti i presenti ricambiare il suo sguardo, percepì la solennità del momento e capì che erano arrivati tutti alla stessa conclusione: quella faccenda si stava trasformando da un bizzarro caso su una cremazione improvvisata a un’urgente caccia al serial killer.




CAPITOLO CINQUE


Dopo la tensione della riunione, Avery fu felice di ritrovarsi dietro al volante della sua auto, con Ramirez nel sedile del passeggero. Tra di loro c’era uno strano silenzio che la mise a disagio. Era davvero stata tanto ingenua da credere che andare a letto insieme non avrebbe alterato il loro rapporto di lavoro?

Era stato uno sbaglio?

Iniziava a pensare che lo fosse stato. Purtroppo il fatto che il sesso fosse stato praticamente stravolgente lo rendeva difficile da accettare.

“Mentre abbiamo un minuto di tempo,” iniziò Ramirez, “vogliamo parlare della notte scorsa?”

“Certo,” rispose Avery. “Di che cosa vuoi parlare?”

“Beh, a rischio di sembrare il classico maschio stereotipato, mi chiedevo se fosse una cosa di una notte sola o se lo faremo di nuovo.”

“Non lo so,” replicò Avery.

“Te ne stai già pentendo?” chiese lui.

“No,” lo rassicurò. “Nessun pentimento. È solo che lì per lì non ho pensato a come avrebbe influenzato il nostro rapporto di lavoro.”

“Non credo che possa rovinarlo,” disse Ramirez. “Scherzi a parte, io e te abbiamo girato attorno a questa attrazione fisica per mesi. Finalmente abbiamo fatto qualcosa, quindi la tensione dovrebbe essere svanita, giusto?”

“È proprio da te pensarla così,” replicò Avery con un sorriso malizioso.

“Tu non lo credi?”

Lei ci pensò su per un po’ e poi scrollò le spalle. “Non lo so. E a essere sincera, non sono certa di essere già pronta a parlarne.”

“Mi sembra giusto. In effetti siamo nel bel mezzo di un caso che sembra decisamente complicato.”

“Sì, lo siamo,” disse lei. “Hai ricevuto l’email del distretto? Che altro sappiamo del testimone, a parte il suo indirizzo di casa?”

Ramirez cercò nel telefono e ritrovò la mail. “Eccola,” annunciò. “Il nostro testimone si chiama Donald Greer, di ottantuno anni. In pensione. Vive in un appartamento a meno di un chilometro di distanza dalla scena del crimine. È un vedovo che ha lavorato cinquantacinque anni come supervisore in un cantiere navale, dopo essersi fatto saltare via due dita dei piedi in Vietnam.”

“E come è riuscito a vedere l’assassino?” chiese Avery.

“Questo ancora non lo sappiamo. Suppongo che scoprirlo sia il nostro lavoro, giusto?”

“Giusto,” disse lei.

Tra di loro ricadde il silenzio. Avery sentì l’istinto di tendersi e prenderlo per mano, ma ci ripensò. Era meglio mantenere la situazione strettamente professionale. Forse sarebbero finiti lo stesso di nuovo a letto insieme e magari le cose sarebbero andate ancora oltre—fino a diventare qualcosa di più emotivo e concreto.

In quel momento non aveva alcuna importanza. Avevano un lavoro da fare e tutto ciò che avesse a che fare con le loro vite private doveva essere messo da parte.



***



Donald Greer dimostrava tutti i suoi ottantuno anni. I suoi capelli erano una folta e scarmigliata massa bianca in cima alla testa e i denti erano leggermente scoloriti per l’età e le cure sbagliate. In ogni caso, era chiaramente lieto di ricevere visite mentre accoglieva Avery e Ramirez in casa sua. Quando sorrise, fu in modo tanto sincero e aperto che le condizioni anti-estetiche dei suoi denti sembrarono svanire.

“Vi posso offrire del caffè o del tè?” chiese loro mentre entravano.

“No, grazie,” rispose Avery.

Da qualche parte in casa un cane abbaiò. Era un cane piccolo e i suoi versi suggerivano che fosse vecchio almeno quanto Donald.

“Quindi, si tratta dell’uomo che ho visto stamattina?” chiese Donald. Si lasciò cadere su una poltrona nel soggiorno.

“Sì, signore, è così,” replicò Avery. “Ci è stato detto che ha visto un uomo alto che sembrava nascondere qualcosa sotto il suo…”

Il cane che si trovava da qualche parte nelle stanze sul retro dell’appartamento, cominciò ad abbaiare ancora più forte. I suoi guaiti erano rumorosi e piuttosto rauchi.

“Zitta, Daisy!” gridò Donald. Il cane si ammutolì, dopo un fioco guaito. Donald scosse la testa e ridacchiò. “A Daisy piace molto la compagnia,” spiegò. “Ma sta invecchiando e ha la tendenza a fare la pipì sulle persone quando si emoziona troppo, quindi ho dovuto chiuderla per il vostro arrivo. Ero fuori a farle fare la passeggiata quando ho visto quell’uomo.”

“Fin dove arriva con il cane?” chiese Avery.

“Oh, io e Daisy camminiamo almeno due chilometri e mezzo ogni mattina. Il mio cuore non è più quello di una volta e il dottore ha detto che devo camminare il più possibile. Così dovrebbero rimanere in forma anche le mie articolazioni.”

“Capisco,” disse lei. “Fa sempre lo stesso percorso tutte le mattine?”

“No. Di tanto in tanto lo cambiamo. Abbiamo circa cinque percorsi diversi.”

“E dove era quando ha visto l’uomo, questa mattina?”

“Sulla Kirkley. Io e Daisy avevamo appena girato l’angolo di Spring Street. Quella parte della città è sempre deserta al mattino. Qualche camion qua e là, ma niente di più. Credo che nell’ultimo mese circa abbiamo visto solo due o tre persone nella Kirkley… e stavano tutti passeggiando con il cane. In quella zona non ci sono neppure quei masochisti a cui piace correre.”

Era chiaro dal modo in cui chiacchierava che Donald Greer non riceveva molte visite. Aveva una gran voglia di parlare e declamava tutto a voce molto alta. Avery si chiese se fosse perché l’età gli aveva abbassato l’udito o se le sue orecchie si erano rovinare ascoltando Daisy che abbaiava ogni giorno.

“E questo uomo stava andando nella vostra direzione o stava tornando indietro?” chiese Avery.

“Credo che vi fosse diretto. Non sono sicuro. Era un bel po’ davanti a me e mi è sembrato che si fermasse per un istante quando sono arrivato alla Kirkley. Credo che abbia capito che ero lì, dietro di lui. Poi ha iniziato a camminare di nuovo, abbastanza in fretta, ed è svanito nella nebbia. Forse ha preso una di quelle stradine laterali lungo la Kirkley.”

“Forse stava facendo anche lui la passeggiata con un cane?” ipotizzò Ramirez.

“No, l’avrei capito. Daisy impazzisce quando vede un altro cane o ne sente l’odore in zona. Ma è rimasta in silenzio come al solito.”

“Ha qualche idea di che cosa potesse avere sotto la giacca che ha detto di avergli visto addosso?”

“Non sono riuscito a capirlo,” rispose l’uomo anziano. “L’ho solo visto che muoveva qualcosa al di sotto. Ma stamattina la nebbia era troppo fitta.”

“E che cosa può dirci del cappotto che indossava?” chiese Avery. “Di che tipo era?”

Prima che potesse rispondere furono interrotti dal cellulare di Ramirez. Lui rispose e si allontanò, parlando a bassa voce.

“Il cappotto,” continuò Donald, “era come quelli neri, lunghi ed eleganti che portano gli uomini d’affari. Il tipo che arriva alle ginocchia.”

“Come un soprabito,” disse Avery.

“Sì,” esclamò Donald. “Proprio così.”

Avery stava finendo le domande, piuttosto certa che quel colloquio con il loro unico testimone fosse un fiasco. Stava cercando di farsi venire in mente un’altra domanda rilevante quando Ramirez tornò nella stanza.

“Devo andare,” disse. “Connelly mi vuole a dare una mano per un problema vicino al Boston College.”

“Non c’è problema,” rispose Avery. “Credo che tanto qui abbiamo finito.” Si voltò verso Donald e disse: “Signor Greer, la ringrazio moltissimo per averci dedicato il suo tempo.”

Donald li accompagnò fino all’ingresso del palazzo e li salutò con la mano mentre entravano in auto.

“Vieni con me?” chiese Ramirez mentre si avviavano lungo la strada.

“No,” rispose lei. “Credo che ritornerò sulla scena del crimine.”

“A Kirkley Street?” disse il partner.

“Sì. Tu prendi pure l’auto per fare qualsiasi cosa ti abbia chiesto Connelly, io prenderò un taxi per tornare al quartier generale.”

“Sei sicura?”

“Sì, non è che abbia molto altro da...”

“Da fare?”

“Merda!”

“Che c’è?” chiese Ramirez, preoccupato.

“Rose. Avrei dovuto stare insieme a Rose questo pomeriggio. Le ho chiesto io di passare una giornata tra ragazze. E così non succederà. Devo darle buca un’altra volta.”

“Capirà,” disse Ramirez.

“No. No, non lo farà. Io la deludo sempre.”

Ramirez non seppe come rispondere. Nell’auto scese il silenzio fino a quando non raggiunsero Kirkley Street. Parcheggiò a lato dell’altra strada, direttamente davanti alla scena del crimine di quella mattina.

“Fai attenzione,” disse il partner.

“Certo,” rispose lei. Sorprese se stessa quando si tese e lo baciò leggermente sulle labbra.

Poi uscì dall’auto e iniziò subito a studiare la scena. Era così concentrata e immersa nei suoi pensieri che a malapena notò che Ramirez stava ripartendo alle sue spalle.




CAPITOLO SEI


Dopo aver fissato la scena per un momento, Avery si voltò e guardò lungo la strada. Seguì con lo sguardo il percorso che Donald Greer doveva aver fatto, fino alla propria destra, dove la Kirkley incrociava Spring Street. Si incamminò lungo la strada, arrivò all’incrocio e poi si girò.

Mentre avanzava diversi pensieri le affollavano la mente. Il killer si era mosso a piedi per tutto il tempo? E se era così, perché era arrivato da Spring Street, una strada desolata e in rovina proprio come la Kirkley? O forse era arrivato in auto. Se era quello il caso, dove avrebbe parcheggiato? Se la nebbia fosse stata abbastanza fitta, avrebbe potuto parcheggiare ovunque sulla Kirkley e la sua macchina sarebbe stata invisibile.

Se l’uomo con il lungo cappotto era davvero il loro assassino, aveva fatto quello stesso percorso meno di otto ore prima. Cercò di immaginarsi la scena avvolta in una fitta nebbia mattutina. Essendo una zona della città tanto desolata, non le fu difficile farlo. Mentre si dirigeva lentamente verso il lotto dove erano stati trovati le ossa e i frammenti, tenne gli occhi aperti alla ricerca di potenziali vicoli dove l’uomo avrebbe potuto defilarsi.

Ce n’erano molti, quello era certo. C’erano sei lotti vuoti e due strade laterali in cui avrebbe potuto nascondersi. Se ci fosse stata abbastanza nebbia, sarebbe potuto svanire completamente in uno qualsiasi di quei luoghi.

Quel fatto dava adito a un pensiero interessante. Se l’uomo si era nascosto in una di quelle aree, aveva lasciato andare Donald Greer senza disturbarlo. Ciò eliminava la possibilità che l’assassinio fosse stato un atto di violenza insensata. La maggior parte delle persone capaci di una simile brutalità non avrebbe lasciato andare Donald tanto facilmente. In effetti, nella maggior parte dei casi Donald sarebbe diventato un’altra vittima.

Se aveva avuto bisogno di altre prove a sostegno del fatto che il corpo era stato bruciato altrove, quel pensiero gliele fornì. Forse allora, l’oggetto che l’uomo teneva sotto il cappotto era stato il contenitore dei resti che aveva abbandonato nel lotto.

Aveva un senso e lentamente iniziò a provare un senso crescente di soddisfazione. Adesso sì che iniziava a capire qualcosa.

Arrivò al lotto dove erano stati trovati i resti. Sempre efficiente e sollecito, O’Malley aveva già allontanato la polizia dalla scena. Immaginò che lo avesse fatto non appena la scientifica era passata a raccogliere i resti.

Andò dove erano state abbandonate ossa e ceneri e si fermò lì, guardandosi intorno. L’area paludosa dietro al terreno era più visibile che mai da quella posizione. Era molto vicina e meno allo scoperto del resto del lotto. Quindi perché qualcuno avrebbe voluto abbandonare le ossa nel bel mezzo di un terreno abbandonato piuttosto che nel ruscello infestato dalle erbacce? Perché lasciare i resti all’aria aperta invece che nasconderli tra la melma e l’acqua stagnante?

Era una domanda su cui aveva già riflettuto. E nella sua mente, la risposta era la prova che avevano davanti un serial killer.

Perché vuole che la gente veda il suo operato. È orgoglioso e probabilmente anche un po’ arrogante.

Probabilmente era anche una persona intelligente. L’uso della nebbia per nascondersi indicava che aveva pianificato bene gli eventi. Doveva aver controllato il meteo con cura per assicurarsi che ci fosse abbastanza foschia. Doveva anche conoscere relativamente bene la zona. La sua pianificazione doveva essere stata meticolosa.

E il fuoco… doveva conoscere bene il fuoco. Per bruciare un corpo tanto accuratamente senza annerire o danneggiare altrimenti le ossa serviva pazienza e dedizione. L’assassino doveva davvero sapere molto sul fuoco e sul processo dell’incenerimento.

Incenerimento, pensò. Fuoco.

Mentre studiava la scena del crimine e immaginava l’assassino in piedi al suo posto, sentì che le stava sfuggendo qualcosa, un indizio cruciale che le stava proprio sotto il naso. Ma tutto ciò che riusciva a vedere era la zona paludosa e fangosa in fondo alla proprietà, insieme al piccolo riquadro di spazio dove una povera vittima era stata abbandonata come se non fosse stata altro che un comune mucchio di spazzatura.

Si guardò di nuovo intorno nel lotto vuoto e si chiese se il luogo del ritrovamento dei resti non fosse importante quanto credeva. Se l’assassino usava il fuoco come mezzo per inviare un messaggio a qualcuno (alla vittima o alla polizia), forse era su quello che avrebbe dovuto concentrarsi.

Mentre un’idea iniziava a prendere forma nella sua mente, tirò fuori il cellulare e chiamò il taxi più vicino per farsi portare via di lì. Dopo la chiamata e aver richiesto il taxi, guardò tra i suoi contatti e fissò il nome della figlia per cinque secondi.

Mi dispiace così tanto, Rose, pensò.

Premette CHIAMA e si portò il cellulare all’orecchio, mentre il suo cuore andava in mille pezzi.

Rose rispose al terzo squillo. Subito sembrò felice. Avery sentì della musica che risuonava fioca in lontananza, si immaginò la figlia che si preparava per il loro pomeriggio insieme e si odiò un po’.

“Ehi, mamma,” disse Rose.

“Ehi, Rose.”

“Che succede?”

“Rose…” iniziò. Sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Guardò il lotto abbandonato alle sue spalle, cercando di convincersi che doveva farlo e che un giorno, Rose avrebbe capito.

Senza che Avery aggiungesse un’altra parola, Rose apparentemente colse il senso della chiamata. Emise una breve risatina amara. “Perfetto,” disse la ragazza, senza più gioia nella voce. “Mamma, mi stai prendendo per il culo?”

Avery aveva già sentito imprecare la figlia ma quella volta fu una pugnalata al petto perché se lo meritava.

“Rose, mi hanno affidato un caso. È una brutta faccenda e io devo…”

“Lo so che cosa devi fare,” la interruppe Rose. Non gridò. Quasi non alzò nemmeno la voce. E in qualche modo, ciò rese tutto peggiore.

“Rose, non posso farci niente. Non mi aspettavo di certo che succedesse una cosa del genere. Quando mi sono organizzata con te, pensavo che avrei avuto un paio di giorni liberi. Ma è spuntata questa faccenda e… beh, le cose cambiano.”

“Immagino che succeda, a volte,” disse Rose. “Ma non con te. Con te, le cose sono sempre le stesse… quando si tratta di me, per lo meno.”

“Rose, questo non è giusto.”

“Non cercare neanche di dirmi che cosa è o non è giusto! Sai che c’è, mamma? Lasciamo perdere. Questa volta e qualsiasi altra volta ti venga in mente di giocare alla Buona Madre in futuro. Si vede che non è destino.”

“Rose…”

“Lo capisco, mamma, davvero. Ma tu ti rendi conto di quanto faccia schifo avere una donna come te per madre… una donna forte con un lavoro impegnativo? Una donna che rispetto moltissimo… ma che continua a deludermi, una volta dopo l’altra?”

Avery non sapeva che cosa dire. E non avrebbe avuto importanza, perché Rose non ne poteva più.

“Ciao, mamma. Grazie comunque per avermi avvisata in anticipo. Meglio così che se mi avessi dato buca, immagino.”

“Rose, io…”

La linea cadde.

Avery infilò il cellulare in fondo alla tasca e fece un respiro profondo. Dall’occhio destro le scivolò un'unica lacrima lungo una guancia e se l’asciugò il più rapidamente possibile. Poi camminò deliberatamente verso l’area che quella mattina era stata cordonata con il nastro della scena del crimine e la fissò a lungo.

Fuoco, pensò. Forse è più di qualcosa che il killer usa per colpire. Forse è simbolico. Forse è il fuoco l’indizio più importante.

E quindi mentre aspettava l’arrivo del taxi, pensò al fuoco e a che genere di persona avrebbe potuto usarlo per inviare un messaggio. Era difficile riuscire a comprenderlo, dato che conosceva molto poco della piromania.

Devo parlare con qualcun altro di questa faccenda, rifletté.

E con quel pensiero tirò fuori il cellulare e chiamò il quartier generale dell’A1. Chiese di farsi passare Sloane Miller, la psicologa dell’A1 e strizzacervelli di fiducia per gli agenti e i detective del distretto. Se qualcuno poteva capire la mente di un assassino con il fuoco nel cervello, quella era proprio Sloane.




CAPITOLO SETTE


Avery tornò al quartier generale dell’A1 mezz’ora più tardi. Una volta entrata, non prese l’ascensore fino al suo ufficio. Invece rimase al primo piano e si incamminò verso il fondo dell’edificio. Era già stata lì, quando le era stato ordinato di parlare con Sloane Miller, la psicologa del dipartimento, durante il suo ultimo difficile caso, e aveva avuto su di lei un effetto che ancora non aveva compreso appieno. Ma in quel momento stava andando dalla psicologa per altri motivi… per avere accesso alla mente dell’assassino. Essendo nel suo elemento, quella visita le sembrò più rilassata.

Arrivò all’ufficio di Sloane e fu sollevata di trovare la porta socchiusa. Sloane non aveva un’agenda di appuntamenti vera e propria, per le forze dell’ordine era più una risorsa del tipo ‘chi prima arriva meglio alloggia’. Quando Avery bussò alla porta, sentì che la psicologa stava scrivendo qualcosa al suo portatile.

“Entri pure,” disse Sloane.

Avery obbedì, sentendosi molto più a suo agio rispetto all’ultima volta che aveva visto l’altra donna. Lì nel suo ufficio, invece che nell’area simile a un atrio in cui accoglieva i pazienti, le cose erano un po’ più formali.

“Ah, detective Black,” disse Sloane con sincero piacere quando alzò lo sguardo dal portatile. “È bello rivederla! Sono stata molto felice di avere sue notizie, quando mi ha chiamata. Come è stata?”

“Le cose vanno bene,” disse Avery. Ma dentro di sé sapeva che Sloane avrebbe colto al volo l’occasione di analizzare i suoi problemi con Rose e la sua complicata relazione con Ramirez.

“Che cosa posso fare per lei oggi?” chiese Sloane.

“Beh, speravo di avere la sua opinione su un particolare tipo di personalità. Sto seguendo un caso su un uomo che siamo abbastanza certi appicchi il fuoco alle sue vittime. Ha lasciato solo ossa e ceneri sulla scena del crimine, ossa pulite, senza bruciature o danni. C’era anche una pila di ceneri e un odore chimico nell’aria… che veniva proprio dalle ceneri, credo. È chiaro che sa quello che fa. Sa come bruciare un corpo, e mi sembra una conoscenza piuttosto specifica da avere. Ma non credo che stia usando il fuoco solo come mezzo per le sue azioni. Ho bisogno di capire che genere di persona non solo userebbe il fuoco in questo modo ma ne farebbe anche un gesto simbolico.”

“L’idea che stia usando il fuoco come una specie di simbolo è una deduzione interessante,” commentò Sloane. “In un caso come questo, le garantisco che certamente è così. Tutto sommato, credo che abbia a che fare con qualcuno che ha un interesse o magari persino dei precedenti come piromane. Forse ha avuto un lavoro o un hobby che includeva il fuoco. Ci sono studi che confermano con certezza che persino i ragazzini affascinati dai fuochi da campo e dai fiammiferi hanno un tendenza verso la piromania.”

“Mi può dire qualcosa su questo genere di personalità che potrebbe aiutarci a catturare il nostro uomo il prima possibile?”

“Certo, posso provarci,” rispose Sloane. “Prima di tutto, dovrebbe avere dei problemi mentali, ma niente di troppo serio. Potrebbe essere qualcosa di semplice come una tendenza agli scoppi d’ira anche nelle situazioni più innocue. È anche probabile che sia poco istruito. La maggior parte dei piromani seriali non ha finito il liceo. Alcuni lo vedono come un modo per ribellarsi a un sistema che non riescono a capire, come quella frase stupida su ‘certi uomini che vogliono solo vedere bruciare il mondo.’ Altri dicono che appiccare incendi sia un atto di vendetta ma non riescono mai a definire contro cosa si stiano vendicando.

“Di solito si sentono isolati o separati dal resto del mondo. Quindi è molto probabile che stiate cercando un uomo single o in un matrimonio senza amore. Mi aspetterei che vivesse in una piccola casa—probabilmente passa molto tempo in un suo studio, nello scantinato o in un garage di qualche tipo.”

“E che cosa succede quando si unisce tutto questo a qualcuno che ovviamente non ha problemi con l’uccidere le persone?”

“Così diventa un po’ più difficile,” ammise Sloane. “Ma credo che valgano le stesse regole. I piromani di solito vogliono che la gente veda che cosa hanno fatto. Appiccare incendi è un modo per attirare l’attenzione. Ne sono quasi orgogliosi, come se fosse una loro opera. Per quel che riguarda l’abbandono dei resti del tuo sospettato… quello è strano. Immagino che si potrebbe collegare al fatto che i piromani visitano la scena dei loro incendi per vedere i pompieri che li spengono. I piromani guardano il duro lavoro dei pompieri e pensano che sia merito loro—in un qualche senso di essere loro a controllare i pompieri.”

“Quindi crede che il nostro sospettato potrebbe essere ancora nelle vicinanze, a guardarci?”

Sloane ci rifletté su per un momento e poi scrollò le spalle. “È di certo una possibilità. Tuttavia la precisione con cui dice che ha bruciato i corpi—fino all’osso—mi fa pensare che quest’uomo sia anche paziente e organizzato. Non credo che farebbe qualcosa di così sciocco come tornare sulla scena del crimine.”

Paziente e organizzato, pensò Avery. Si adatta bene alla pianificazione accurata e all’uso della nebbia come copertura per arrivare alle sue vittime e lasciarne i resti.

Rifletté sul modo in cui le ossa erano state praticamente messe in bella mostra, sconvolgenti e palesi quasi quanto un violento incendio.

“Ha già delle idee sul caso?” domandò Sloane.

“Credo che si tratti di un serial killer. Per quel che ne sappiamo questa è la sua prima vittima, ma il modo sfacciato in cui l’ha lasciata in mostra mi infastidisce. E non solo, c’è molta organizzazione nel procedimento di rapire una persona, bruciarla al punto giusto e lasciarne i resti in una maniera specifica. È ovvio che sia opera di qualcuno con gravi tendenze omicide.”

“Sono d’accordo,” affermò Sloane.

“Vorrei solo che gli uomini con cui lavoro fossero intelligenti quanto lei,” commentò Avery con un ghigno.

“E lei come sta, ultimamente, Avery? Niente stupidaggini, per favore.”

“Sto bene, davvero, tutto considerato. Per la prima volta nella mia vita, i miei problemi sembrano quasi normale amministrazione rispetto al passato.”

“Che genere di problemi normali?” insistette Sloane.

“Problemi con mia figlia. Una relazione confusa con un uomo.”

“Ah, i rischi di essere una donna impegnata con il lavoro.”

Avery sorrise, ma percepì l’avvicinarsi di una conversazione più profonda. Fu per quello che sospirò dentro di sé, quando nello stesso istante il suo telefono squillò. Lo prese dalla tasca e vide il numero di Connelly. “Devo proprio rispondere.”

La psicologa annuì.

Avery uscì dall’ufficio e rispose alla chiamata nel corridoio.

“Black, non montarti la testa, ma avevi ragione. Ci sono tornare indietro le impronte dentali dei resti. Ci hai preso. La vittima si chiama Keisha Lawrence. Aveva trentanove anni e viveva a un chilometro dalla zona del ritrovamento.”

“Che altro sappiamo?” chiese Avery, ignorando i complimenti.

“Abbastanza da aumentare leggermente la pressione su questa faccenda,” rispose lui. “Ho messo un paio di uomini a lavoro ma per ora siamo certi che non avesse famiglia in zona. L’unica persona sospetta che abbiamo è il ragazzo, oltre a lui aveva solo la madre che è morta da poco.”

“Qualcuno ha già parlato con il ragazzo?”

“Se ne sta occupando un agente proprio in questo momento. Nel frattempo ho controllato la sua fedina. Il bastardo ha dei precedenti per violenza domestica e risse nei bar. Un vero gentiluomo, questo tizio.”

“Vuoi che dopo il tuo agente vada a parlarci anche io?”

“Sì… vai a interrogare questo verme. Io chiamo Ramirez e lo libero dalla faccenda al Boston College. È tutto tuo per il resto della giornata.”

Aveva forse colto del sarcasmo nella sua voce? Era abbastanza sicura di sì. Quello, oppure stava diventando paranoica.

La tua vita sessuale non è così importante, pensò. Datti una calmata.

“Datti una mossa, Black,” aggiunse Connelly. “Prediamo questo tizio prima di ritrovarci con un’altra pila di ossa.”

Avery chiuse la chiamata e si affrettò verso il garage per prendere un’auto. Pensò a ciò che aveva detto Sloane sui piromani che spesso guardavano i pompieri al lavoro, sentendosi come se in un qualche modo li stessero controllando.

Forse dobbiamo aggiungere ‘potenziale guardone’ alla lista delle probabili caratteristiche del sospettato, pensò.

Per quel che riguardava il fatto che volessero controllare la gente che lavorava che capire i loro crimini… Avery Black non era un pompiere e di certo non si sentiva controllata da nessuno.

Uscì rapidamente dal garage, e le sue ruote emisero un breve e soddisfacente stridio di trazione mentre prendeva velocità. Il ragazzo di Keisha Lawrence era la loro prima pista sul caso e Avery voleva andare a trovarlo prima di chiunque altro.




CAPITOLO OTTO


Avery parcheggiò davanti all’appartamento del ragazzo proprio mentre Ramirez scendeva dall’auto di fronte a lei. Il partner le lanciò un sorriso che le apparve diverso dal solito. Che volesse ammetterlo o meno, il loro legame stava diventando molto più profondo della normale partnership prevista dal lavoro.

“Come andavano le cose al college?” chiese Avery quando si incontrarono davanti alla gradinata del palazzo.

“Una noia. Una protesta o una stupidaggine di quel tipo. Quindi, come è la situazione qui?”

“Fidanzato con la fedina penale sporca. Il tipo con accuse per violenza domestica. Ho ricevuto una chiamata mentre venivo qui, mi hanno avvisata che è diventato quasi aggressivo con gli agenti che gli hanno dato la notizia.”




Конец ознакомительного фрагмента.


Текст предоставлен ООО «ЛитРес».

Прочитайте эту книгу целиком, купив полную легальную версию (https://www.litres.ru/pages/biblio_book/?art=43693023) на ЛитРес.

Безопасно оплатить книгу можно банковской картой Visa, MasterCard, Maestro, со счета мобильного телефона, с платежного терминала, в салоне МТС или Связной, через PayPal, WebMoney, Яндекс.Деньги, QIWI Кошелек, бонусными картами или другим удобным Вам способом.


