In Cerca di Vendetta Blake Pierce Un Mistero di Riley Paige #10 Un capolavoro del giallo e del mistero! L’autore ha svolto un magnifico lavoro, sviluppando i personaggi con un approfondito lato psicologico, descritto con tale cura da farci sentire all’interno della loro mente, provare le loro paure e gioire del loro successo. La trama è molto avvincente e vi catturerà per tutta la durata del libro. Ricco di colpi di scena, questo libro vi terrà svegli fino all’ultima pagina. Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (su Il Killer della Rosa) IN CERCA DI VENDETTA è il libro #10 nella serie di bestseller dei misteri di Riley Paige, che comincia con IL KILLER DELLA ROSA, bestseller (Libro #1) – scaricabile gratuitamente con oltre 900 recensioni da cinque stelle! Ancora distrutta per la morte della sua ex partner Lucy e per la SPTS del suo partner Bill, l’Agente Speciale Riley Paige fa del suo meglio per mantenersi stabile e rimettere insieme la sua vita familiare. Deve decidere cosa fare con il ragazzo di April, che deve riprendersi da un padre violento, e con Blaine, che è pronto a fare un passo avanti nella loro relazione. Ma prima che possa occuparsene, Riley viene convocata per lavorare ad un nuovo caso. Nell’idilliaca cittadina suburbana nel Midwest, le adolescenti scompaiono, ed è già stato trovato un corpo. La polizia è disorientata, e Riley viene interpellata, per far sì che trovi il killer, prima che un’altra ragazza venga uccisa. A peggiorare le cose, le viene assegnata come sua partner, la sua nemesi, l’Agente Speciale Roston, che l’aveva interrogata sul caso di Shane. Ancora peggio: Shane è a piede libero, vuole vendetta, e ha la famiglia di Riley nel mirino. Cupo thriller psicologico, caratterizzato da una suspense mozzafiato, IN CERCA DI VENDETTA è il libro #10 in una nuova serie affascinante – con un nuovo amato personaggio – che vi terrà incollati alle pagine fino a notte tarda. Il libro #11 nella serie di Riley Paige sarà presto disponibile. Blake Pierce In Cerca di Vendetta. Un Mistero di Riley Paige 10 Blake Pierce Blake Pierce è l’autore della serie di successo dei misteri di RILEY PAGE, che include nove libri (e oltre). Blake Pierce è anche autore della serie dei misteri di MACKENZIE WHITE, composta da sei libri; della serie dei misteri di AVERY BLACK, composta da quattro libri (e oltre); e della nuova serie dei misteri di KERI LOCKE. Accanito lettore, da sempre appassionato di romanzi gialli e thriller, Blake apprezza i vostri commenti; pertanto siete invitati a visitare www.blakepierceauthor.com (http://www.blakepierceauthor.com/) per saperne di più e restare in contatto. Copyright © 2017 di Blake Pierce. Tutti i diritti sono riservati. Fatta eccezione per quanto consentito dalla Legge sul Copyright degli Stati Uniti d'America del 1976, nessuno stralcio di questa pubblicazione potrà essere riprodotto, distribuito o trasmesso in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, né potrà essere inserito in un database o in un sistema di recupero dei dati, senza che l'autore abbia prestato preventivamente il consenso. La licenza di questo ebook è concessa soltanto ad uso personale. Questa copia del libro non potrà essere rivenduta o trasferita ad altre persone. Se desiderate condividerlo con altri, vi preghiamo di acquistarne una copia per ogni richiedente. Se state leggendo questo libro e non l'avete acquistato, o non è stato acquistato solo a vostro uso personale, restituite la copia a vostre mani ed acquistatela. Vi siamo grati per il rispetto che dimostrerete alla fatica di questo autore.  Questa è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, aziende, società, luoghi, eventi e fatti sono il frutto dell'immaginazione dell'autore o sono utilizzati per mera finzione. Qualsiasi rassomiglianza a persone reali, viventi o meno, è frutto di una pura coincidenza. L’immagine di copertina è di proprietà di aradaphotography, usata su licenza di Shutterstock.com. LIBRI DI BLAKE PIERCE I MISTERI DIRILEY PAIGE IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1) IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (Libro #2) OSCURITA’ PERVERSA (Libro #3) IL KILLER DELL’OROLOGIO (Libro #4) KILLER PER CASO (Libro #5) CORSA CONTRO LA FOLLIA (Libro #6) MORTE AL COLLEGE (Libro #7) UN CASO IRRISOLTO (Libro #8) UN KILLER TRA I SOLDATI (Libro #9) IN CERCA DI VENDETTA (Libro #10) LA CLESSIDRA DEL KILLER (Libro #11) I MISTERI DIMACKENZIE WHITE PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1) UNA NUOVA CHANCE (Libro #2) PRIMA CHE BRAMI (Libro #3) PRIMA CHE PRENDA (Libro #4) PRIMA CHE ABBIA BISOGNO (Libro #5) I MISTERI DIMACKENZIE WHITE PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1) UNA NUOVA CHANCE (Libro #2) PRIMA CHE BRAMI (Libro #3) I MISTERI DIAVERY BLACK IL KILLER DI COLLEGIALI (Libro #1) CORSA CONTRO IL TEMPO (Libro #2) FUOCO A BOSTON (Libro #3) I MISTERI DIKERI LOCKE UNA TRACCIA DI MORTE (Libro #1) PROLOGO Katy Philbin ridacchiava allegramente, mentre scendeva con attenzione le scale. Basta! si disse. Che cosa c’era di tanto divertente? Come si stava comportando? Ridacchiava come una ragazzina e non come la diciassettenne che era in realtà! Più di ogni altra cosa al mondo voleva comportarsi come da adulta. Dopotutto, lui la trattava come tale e le aveva parlato in quel modo per tutta la sera, facendola sentire speciale e rispettata. L’aveva persino chiamata la sua Katherine, invece di Katy. E questo le piaceva davvero. Aveva apprezzato molto anche i drink per adulti che le aveva offerto per tutta la sera: li chiamava “Mai Tais”, ed erano così dolci, che era riuscita a malapena a sentire il sapore dell’alcol. E ora, non riusciva nemmeno a ricordare quanti ne avesse bevuti. Era forse ubriaca? Oh,sarebbe davvero grave! pensò. Che cosa avrebbe pensato di lei se a malapena riusciva a gestire pochi drink ghiacciati e dolci? In quel momento la ragazza si sentiva estremamente stordita. Che cosa sarebbe successo se fosse caduta per quelle scale? Si guardò i piedi, chiedendosi come mai non si stessero muovendo come avrebbero dovuto e perché la luce fosse così fioca. Con suo grande imbarazzo, si rese conto di non ricordare neppure, con esattezza, il motivo per cui si trovasse lì su quelle scale di legno, che sembravano aumentare sempre di più. “Dove stiamo andando?” chiese. Quelle parole vennero fuori completamente confuse e disordinate, ma almeno era riuscita a smettere di ridacchiare. “Te l’ho detto” le rispose. “Voglio mostrarti una cosa.” L’adolescente si guardò intorno, cercandolo. Doveva essere da qualche parte in fondo alle scale, ma non riusciva a vederlo. L’unica fonte di luce era una lampada, che si trovava in un angolo distante. Ma quella luce fu sufficiente a ricordarle dove si trovava. “Oh, sì” mormorò allora. “Nella tua cantina.” “Stai bene?” “Sì” rispose, provando a convincersi che fosse vero. “Arrivo.” Costrinse un piede a raggiungere lo scalino successivo. Lo sentì dire: “Coraggio, Katy. Quello che ho promesso di mostrarti è proprio quaggiù.” Realizzò debolmente … Mi ha chiamata Katy. Si sentì stranamente delusa, dopo che l’aveva chiamata Katherine per l’intera serata. “Arrivo in un minuto” replicò. Il suo farfugliare si palesò ancora di più. E, per qualche ragione, trovò la cosa decisamente buffa. Lo sentì sogghignare. “Ti stai divertendo, Katy?” le chiese in tono piacevole, che le era sempre piaciuto e di cui si era fidata per tanti anni. “Assolutamente” rispose, ridacchiando di nuovo. “Ne sono contento.” Ma, in quel momento, il mondo sembrò girarle intorno. Aggrappandosi al corrimani, si sedette sulle scale. L’uomo riprese a parlare, ma stavolta in un tono meno paziente. “Sbrigati. Non voglio restare qui tutto il giorno.” Katy si rimise in piedi, senza riuscire a schiarirsi le idee. Non le piaceva quel tono di voce. Ma come poteva biasimarlo per essere diventato impaziente? Che cosa le stava succedendo? Perché non riusciva a scendere per quelle stupide scale? Stava trovando sempre più difficoltà nel concentrarsi su dove fosse e che cosa stesse facendo. Lasciò il corrimani, e si lasciò cadere a terra, sedendosi su uno scalino. Si chiese di nuovo quanti drink avesse bevuto. Poi, ricordò. Due. Solo due! Naturalmente, non aveva più bevuto da quell’orribile notte … Non fino ad ora. Ma solo due drink. Per un istante, non riuscì a respirare. Sta accadendo di nuovo? Si accusò di aver agito da sciocca. Era sana e salva lì, con un uomo di cui si era fidata per tutta la vita. E si stava rendendo ridicola, e l’ultima cosa che voleva era fare proprio questo, specialmente davanti a lui, quando l’aveva trattata così bene e le aveva servito tutti quei drink e … E ora, tutto era confuso, offuscato e cupo. Avvertì una strana nausea formarsi dentro di sé. “Non mi sento molto bene” disse. Lui non rispose, e lei non riusciva a vederlo. Non riusciva a vedere niente. “Penso che farei … che farei meglio a tornare a casa ora” la ragazza riprese. L’uomo continuò a restare in silenzio. Lei si allungò alla cieca, andando a tentoni, agitando le mani nel vuoto. “Aiutami, a scendere le scale. Aiutami a scendere le scale.” Sentì i suoi passi venire verso di lei. Lui mi aiuterà, pensò l’adolescente. Allora perché quella turbolenta e nauseante sensazione peggiorava sempre di più? “Acc – accompagnami a casa” disse. “Potresti farlo? Per favore?” I passi cessarono. Riusciva a sentire la sua presenza proprio di fronte a lei, anche se non riusciva a vederlo. Ma perché continuava a restare in silenzio? Perché non faceva nulla per aiutarla? Poi, si rese conto di che cosa fosse davvero quella nauseante sensazione. Paura. Fece appello all’ultimo grammo di volontà, si allungò e si aggrappò al corrimani, e si mise in piedi. Devo andarmene, pensò. Ma non riuscì a pronunciare quelle parole ad alta voce. D’improvviso, Katy sentì un forte colpo alla testa. E dopo, non riuscì a sentire più niente. CAPITOLO UNO Riley Paige faticava a trattenere le lacrime. Era seduta nel suo ufficio a Quantico e guardava una foto di una ragazza che aveva un proiettile nella caviglia. Perché mi sto punendo in questo modo? si chiese. Dopotutto, aveva bisogno di pensare ad altre cose al momento e, in particolare, al meeting al BAU, in programma pochi minuti più tardi. Riley temeva quel momento, che avrebbe potuto minacciare il suo futuro professionale. Nonostante tutto, Riley non riusciva a distogliere lo sguardo da quella foto sul suo cellulare. L’aveva scattata a Lucy Vargas l’autunno precedente, proprio lì, negli uffici dell’Unità di Analisi Comportamentale. La caviglia di Lucy era ferita, ma il suo sorriso era semplicemente radioso, un contrasto abbagliante rispetto alla sua liscia pelle dorata. Lucy era appena rimasta colpita durante il primo caso a cui aveva lavorato con Riley e il suo partner, Bill Jeffreys. Ma Lucy aveva svolto un ottimo lavoro, e lo sapeva; Riley e Bill erano orgogliosi di lei: ecco perché la giovane agente sorrideva. La mano di Riley tremava un po’, mentre teneva in mano il cellulare. Lucy ora era morta, uccisa da un folle assassino. Era morta tra le sue braccia e Riley si sentiva responsabile di quella morte. Avrebbe voluto che Bill provasse le sue stesse emozioni. Il suo partner era attualmente in licenza obbligatoria, e le cose non stavano andando affatto bene. Riley sussultò al ricordo di come si erano svolte le cose. La situazione si era rivelata caotica, e, invece di sparare all’assassino, Bill aveva sparato ad un innocente, che stava provando ad aiutare Lucy. Fortunatamente, l’uomo non era stato ferito gravemente, e nessuno aveva biasimato Bill per aver agito in tal modo, men che meno Riley, che non lo aveva mai visto tanto indebolito dal senso di colpa e dal trauma. Si chiedeva spesso quando il suo partner sarebbe tornato a lavoro o se mai sarebbe tornato. Le si chiuse la gola, al ricordo di quando aveva stretto Lucy tra le braccia. “Hai una grande carriera davanti a te” Riley l’aveva pregata. “Ora resta con noi, Lucy. Resta con noi.” Ma era stato inutile. Lucy aveva perso troppo sangue e Riley aveva sentito la vita abbandonare il corpo della giovane, finché non aveva emesso l’ultimo respiro. E, ora, le lacrime cominciarono a rigarle le guance. I suoi pensieri furono interrotti da una voce familiare. “Agente Paige …” Riley sollevò lo sguardo e vide Sam Flores, il tecnico di laboratorio con occhiali dalla montatura nera. Era sulla porta aperta del suo ufficio. Riley soffocò un sussulto. Si asciugò frettolosamente le lacrime, e poggiò il cellulare a faccia in già sulla scrivania. Ma comprese, dall’espressione affranta di Sam, che aveva colto ciò che lei stava guardando. E quella era l’ultima cosa che avrebbe voluto. Una storia d’amore stava nascendo tra Sam e Lucy, e lui aveva preso molto male la sua dipartita. Appariva ancora distrutto. Flores guardò tristemente Riley, ma, con grande sollievo della donna, non fece alcuna domanda riguardo a ciò che aveva appena interrotto. Invece, la invitò: “Sto andando al meeting. Vieni?” Riley annuì, e Sam rispose a sua volta con un cenno. “Allora, buona fortuna, Agente Paige” le disse, poi proseguì per la sua strada. Riley borbottò ad alta voce tra sé e sé … “Certo, buona fortuna.” Sam sembrava intuire che lei ne avrebbe avuto bisogno per quel meeting. Era giunto il momento di rimettersi in sesto, ed affrontare quello che la attendeva, qualunque cosa fosse. * Poco tempo dopo, Riley era seduta nell’ampia sala conferenze, insieme a molti più componenti del BAU di quanto si aspettasse: tra di loro c’erano tecnici e investigatori esperti in vari settori. Non tutti i volti le erano familiari, e non tutti erano amichevoli. Potrebbe davvero servirmi un alleato in questo momento, pensò. Certamente le mancava la presenza di Bill. Sam Flores era seduto vicino, ma sembrava troppo depresso per esserle di alcun aiuto in quell’occasione. Il viso più ostile di tutti era quello dell’Agente Speciale Capo Carl Walder, che sedeva direttamente dall’altra parte del tavolo, di fronte a lei. L’uomo aveva un volto infantile e lentigginoso e spostava lo sguardo da Riley e un rapporto scritto, poggiato davanti a lui. Esordì con una voce accigliata: “Agente Paige, sto provando a comprendere che cosa sta succedendo qui. Abbiamo ricevuto una richiesta di mandare degli agenti a casa sua ventiquattr’ore su ventiquattro. Sembrerebbe avere a che fare con le recenti attività di Shane Hatcher, ma non sono certo di capire come o perché. La prego di spiegare.” Riley deglutì forte. Sapeva che quel meeting sarebbe stato incentrato sul suo rapporto con Shane Hatcher, un evaso brillante e pericoloso. Sapeva anche che una totale ed onesta spiegazione avrebbe significato la fine della sua carriera. Avrebbe potuto persino farla finire in prigione. Provò a rispondere: “Agente Walder, come lei sa, Shane Hatcher è stato visto per l’ultima volta in una baita di mia proprietà, sugli Appalachi.” Walder annuì e aspettò che Riley proseguisse. Riley sapeva di dover scegliere le parole molto attentamente. Fino a poco tempo prima, lei ed Hatcher avevano condiviso un patto segreto. In cambio dell’aiuto ricevuto nella risoluzione di un caso molto personale, Riley aveva accettato che Hatcher si nascondesse nella baita che aveva ereditato da suo padre. Era stato un patto con il diavolo, e Riley ci ripensava con vergogna. Riprese: “Come lei sa, Hatcher è sfuggito ad una squadra della SWAT dell’FBI, che aveva circondato la mia baita. Ho ragione di credere che possa andare a casa mia.” Walder le rivolse una sospettosa occhiata. “Che cosa glielo fa pensare?” “Hatcher è ossessionato da me” Riley esclamò. “Ora che è stato scoperto, sono sicura che proverà a raggiungermi. In quel caso, gli agenti intorno a casa mia hanno una chance di catturarlo.” Istintivamente Riley si fece piccola piccola. Nella migliore delle ipotesi, quella era una mezza verità. La vera ragione per cui voleva degli agenti disposti intorno alla sua casa era il desiderio di proteggere se stessa e la sua famiglia. Walder restò seduto, tamburellando sul tavolo con le dita per un distante. “Agente Paige, lei sostiene che Hatcher sia ossessionato da lei. E’ sicura che questa ossessione non sia reciproca?” Riley si irritò a quell’insinuazione, ma fu confortata vedendo che il suo diretto superiore, Brenth Meredith, aveva deciso di intervenire. Meredith aveva una presenza intimorente, come sempre del resto, con i suoi lineamenti scuri e spigolosi e il suo sguardo severo. Ma il rapporto con lui era sempre stato improntato al rispetto persino amichevole. L’uomo si era sempre rivelato suo alleato nei momenti di difficoltà e sperava che sarebbe stato così anche in questo momento. L’uomo disse: “Capo Walder, penso che la richiesta dell’Agente Paige di disporre agenti intorno a casa sua sia ben fondata. Non dobbiamo rinunciare neppure alla minima possibilità di consegnare Hatcher alla giustizia.” “Certo” Walder replicò. “E non posso dirmi soddisfatto del fatto che sapessimo esattamente dove fosse, eppure sia scappato via.” Walder  si alzò dalla sedia, e si rivolse direttamente a Riley: “Agente Paige, ha avvertito Hatcher che la squadra della SWAT stava per circondarlo?” Riley sentì un sussulto nella stanza. Non erano molte le persone che avrebbero avuto il coraggio di porle una tale domanda. Ma Riley fece uno sforzo per soffocare una risata. Quella era una domanda a cui poteva rispondere sinceramente: infatti era proprio la ragione per cui aveva paura di Hatcher ora. “No, non l’ho fatto” rispose fermamente, sostenendo lo sguardo di Walder con decisione. Walder abbassò per primo gli occhi. Si rivolse a Jennifer Roston, una giovane donna afro-americana, con corti capelli lisci, seduta a guardare Riley con occhi intensi. “Ha delle domande, Agente Roston?” chiese. Roston non disse nulla per un momento. Riley attese in qualche modo ansiosamente la sua risposta. La Roston era stata assegnata al caso di Hatcher, affinché lo consegnasse alla giustizia. La giovane agente era nuova al BAU ed desiderosa di lasciare il segno. Riley non pensava di poterla considerare un’alleata. La Roston aveva tenuto lo sguardo fisso su di lei, durante l’intero meeting, fino ad allora. “Agente Paige, le dispiacerebbe spiegare l’esatta natura del suo rapporto con Shane Hatcher?” Riley si irritò nuovamente. Avrebbe voluto rispondere: Sì, mi dispiacerebbe. Mi dispiacerebbe molto. La tattica della Roston le divenne chiara. Alcuni giorni prima, l’aveva interrogata in privato su quello stesso argomento, proprio nella stessa stanza. Ora la Roston intendeva chiaramente farle di nuovo le stesse domande, sperando di coglierla in contraddizione. Evidentemente la giovane si aspettava che Riley cedesse sotto la pressione di un grande meeting come quello. E Riley sapeva bene che avrebbe fatto meglio a non sottovalutarla, perché era ben preparata in quei giochi mentali. Parla il meno possibile, si disse. Sii estremamente accorta. * Dopo la conclusione del meeting, tutti lasciarono la stanza, ad eccezione di Riley. Ora che era finito tutto, Riley si sentiva troppo scossa per alzarsi dalla sedia. La Roston le aveva posto delle domande familiari: per esempio, quante volte fosse entrata in contatto con Hatcher, e come. Aveva anche domandato della morte di Shirley Redding, un’agente immobiliare che era andata alla baita contro il volere di Riley, ed era stata trovata morta proprio lì. La polizia non sospettava l’esistenza di un crimine, ma Riley era sicura che Hatcher l’avesse uccisa perché si era introdotta nel suo territorio e sentiva che anche la Roston sospettava la verità. A tutte le domande della giovane agente, Riley aveva risposto con familiari menzogne. Intuiva che la Roston era molto insoddisfatta. Non è finita, pensò con un brivido. Per quanto ancora poteva sperare di nascondere la piena verità del suo rapporto con Hatcher? Ma una preoccupazione di gran lunga più terrificante pesava sul suo cuore. Che cosa avrebbe fatto ora, Shane Hatcher? Sapeva che lui si sentiva amaramente tradito per il fatto che lei non l’avesse avvisato dell’arrivo della SWAT. Sicuramente aveva deciso di farsi vedere alla baita, permettendo all’FBI di avvicinarsi, solo per testare la lealtà della donna. Dal punto di vista di Hatcher, lei aveva fallito il test. Riley ricordò un messaggio ricevuto da lui, subito dopo … “Vivrà per pentirsene. La sua famiglia no.” Conosceva troppo bene Hatcher, per non prendere seriamente le sue minacce. Riley rimase seduta al grosso tavolo, stringendo ansiosamente le mani. Come ho potuto permettere che si arrivasse a questo? si chiese. Perché aveva accettato la prosecuzione del suo rapporto con Hatcher persino dopo la sua evasione dalla prigione? Alcune parole di Walder riecheggiarono nella sua mente … “AgentePaige,lei sostiene che Hatcher sia ossessionato da lei. E’ sicura che questa ossessione non sia reciproca?” Ora che era seduta lì, da sola, non poteva negare la verità che si celava dietro la domanda di Walder. Hatcher aveva affascinato Riley sin dal loro primo incontro, avvenuto a Sing Sing, quando lei era andata in cerca del suo aiuto, vista la rilevante competenza dell’uomo come criminologo autodidatta. In effetti, tuttora ne era affascinata, anche adesso che si trovava a piede libero, con la sua genialità, la sua spietatezza e la sua particolare attenzione alla lealtà. Infatti, Riley sentiva un’inspiegabile legame con lui, un legame che Hatcher faceva di tutto per rinforzare e manipolare. Era vero quello che le aveva detto più volte: “Siamo uniti nella mente, Riley Paige.” Riley rabbrividì al pensiero. Aveva sperato di essere riuscita a rompere quel legame. Ma, in quel modo, aveva fatto sì che l’ira di Shane Hatcher si volgesse contro le persone che più amava al mondo? Proprio allora, Riley sentì una voce dietro di sé. “Agente Paige …” Riley si voltò e vide che Jennifer Roston era appena tornata nella stanza. “Credo che lei ed io dovremmo parlare ancora” la giovane agente proseguì, sedendosi al tavolo, di fronte a Riley, che si sentì di nuovo spaventata. Che asso nella manica poteva avere ora la Roston? CAPITOLO DUE Riley e Jennifer Roston erano sedute l’una di fronte all’altra nella sala conferenze, in silenzio ormai da quasi un intero minuto. Quella suspense era più di quanto Riley potesse sopportare. Finalmente, la Roston esordì: “E’ stata una bella recita, Agente Paige.” Riley si sentì ferita ed arrabbiata. “Non ne ho bisogno” ringhiò in risposta. Fece per alzarsi dalla sedia e andarsene. “No, non se ne vada” la Roston disse. “Non senza sentire ciò che ho in mente.” Poi, con uno strano sorriso, aggiunse: “Potrebbe rimanere sorpresa.” Riley era certa di sapere perfettamente che cosa la Roston avesse in mente: voleva distruggerla. Ciò nonostante, Riley restò seduta. Qualunque cosa stesse accadendo tra lei e la Roston, era giunta l’ora di sistemarla. E, inoltre, era curiosa. La Roston riprese: “Innanzitutto, penso che abbiamo iniziato col piede sbagliato. Ci sono stati dei fraintendimenti. Non ho mai voluto essere sua nemica. La prego di credermi. Io la ammiro. Molto. Sono venuta al BAU, entusiasta all’idea di lavorare con lei.” Riley ne fu un po’ sconvolta. L’espressione del viso e il tono della voce della Roston sembravano perfettamente sinceri. In verità Riley era rimasta profondamente impressionata da tutto ciò che aveva sentito dire sulla Roston: i suoi risultati all’Accademia erano impressionanti ed aveva già ottenuto degli encomi per il lavoro sul campo a Los Angeles. E, ora, seduta lì a guardarla, Riley era di nuovo impressionata dall’atteggiamento della Roston. La donna era bassa ma robusta ed atletica, ed emanava energia ed entusiasmo. Tuttavia quello non era il momento per Riley di elogiare la nuova agente. C’erano state semplicemente troppa tensione e sfiducia tra di loro. Dopo una pausa, la Roston riprese: “Penso che ci sia molto che possiamo fare l’una per l’altra. Ora. Infatti, sono certa che entrambe vogliamo esattamente la stessa cosa.” “Di che cosa si tratta?” chiese Riley. La giovane sorrise e inclinò leggermente la testa. “Mettere fine alla carriera criminale di Shane Hatcher.” Riley rimase in silenzio. Le ci vollero alcuni secondi per capire che le parole di Roston erano vere. Non considerava più Shane Hatcher un alleato ma, al contrario, era un nemico pericoloso. E doveva essere fermato, prima che facesse del male a qualcuno dei cari di Riley. C’era un solo modo: doveva essere catturato o ucciso. “Dimmi di più” Riley rispose infine. La Roston poggiò la mano sul mento, e si allungò verso Riley. “Dirò alcune cose” riprese la giovane agente. “Vorrei che mi ascoltasse senza dire niente. Non neghi o confermi ciò che dirò. Si limiti ad ascoltare.” Riley annuì nervosamente. “Il suo rapporto con Shane Hatcher è continuato anche dopo che è evaso da Sing Sing. In effetti, è diventato più stretto di prima. Ha comunicato con lui più di una volta, diverse volte, ne sono più che sicura, talvolta anche di persona. Lui l’ha aiutata nei casi ufficiali e l’ha aiutata anche in modi più personali. Il suo rapporto con lui è diventato, com’è il termine? Simbiotico.” A Riley occorse un considerevole autocontrollo per non reagire a nessuna di quelle affermazioni. Che erano tutte, naturalmente, assolutamente vere. La Roston proseguì: “Sono quasi certa del fatto che lei fosse consapevole della sua presenza alla sua baita. Probabilmente era d’accordo con lui. Ma la morte di Shirley Redding non è stata un incidente. E non faceva parte del suo accordo. Hatcher è andato fuori controllo, e lei non vuole avere nulla a che fare con lui. Ma ha paura di lui. Non sa come rompere la connessione.” Un inquietante silenzio cadde tra lei e la giovane collega. Riley si chiese come facesse a sapere tutto. Era inquietante. Ma Riley non credeva nella lettura della mente. No,è solo una bravissima detective, pensò Riley. Questa nuova agente era molto intelligente; in lei l’istinto e l’intuito sembravano essere forti quanto quelli della stessa Riley. Ma che cosa stava provando a fare la giovane al momento? Stava tessendo una trappola, provando a indurre Riley a confessare tutto ciò che era successo tra lei e Hatcher? In qualche modo, l’istinto di Riley le suggeriva qualcosa di diverso. Ma avrebbe potuto fidarsi di lei? La Roston stava sorridendo enigmaticamente, di nuovo. “Agente Paige, pensa che io non sappia come si sente? Pensa che non abbia anch’io dei segreti? Pensa che io non abbia rimuginato in merito a un patto fatto con qualcuno con cui non mi sarei dovuta accordare? Mi creda, so esattamente cosa sta passando. Ha avuto una chance, e le regole devono essere infrante talvolta. Perciò, lei le ha infrante. Non molti agenti hanno il suo istinto. Voglio davvero essere d’aiuto.” Riley studiò il volto della Roston, senza replicare. Rimase di nuovo colpita dalla sincerità della giovane agente. Notò che un sorriso duro si stava formando agli angoli della bocca della Roston. Apparentemente, c’era qualcosa di oscuro dentro di lei, così come in Riley. La Roston riprese: “Agente Paige, quando ho cominciato a lavorare al caso di Hatcher, lei mi ha dato accesso a tutti i file digitali che aveva su di lui. Tranne quello intitolato ‘PENSIERI’. Era nell’elenco, ma non sono riuscita a trovarlo. Lei mi ha detto di averlo cancellato. Aggiungendo che si trattava soltanto di appunti confusi e materiale superfluo.” La Roston si appoggiò allo schienale della sua sedia, sembrando rilassarsi un po’. Ma Riley era ben lungi dall’essere rilassata. Aveva avventatamente eliminato il file intitolato PENSIERI, che in realtà conteneva informazioni vitali relative ai movimenti finanziari di Hatcher, collegamenti che gli avevano consentito di restare a piede libero ed esercitare un potere considerevole. La Roston disse: “Sono sicura che lei ha ancora quel file.” Riley soppresse un brivido, derivato dal senso di allarme. In effetti aveva tenuto il file in una chiavetta USB. Aveva spesso pensato di cancellarlo, semplicemente, ma in qualche modo, non riusciva a farlo. L’incantesimo che Hatcher le aveva lanciato era davvero forte. E, forse, aveva pensato che avrebbe potuto usare quelle informazioni un giorno. Invece di cancellarlo, era andata avanti, vivendo in uno stato d’indecisione. In quel momento la chiavetta era nella sua borsetta. “Sono anche sicura che quel file sia importante” la Roston riprese. “Infatti, potrebbe contenere informazioni necessarie per farmi togliere di mezzo Hatcher una volta per tutte. Ed entrambe vogliamo che ciò accada. Ne sono sicura.” Riley deglutì. Non devo dire niente, pensò. Ma tutto quello che aveva detto la Roston non aveva davvero senso? Quella chiavetta USB poteva certamente essere la chiave per liberare Riley dalle grinfie di Shane Hatcher. L’espressione della Roston si ammorbidì ancora di più. “Agente Paige, sto per farle una promessa solenne. Se le mi fornisce quelle informazioni, nessuno verrà mai a sapere che l’aveva nascoste. Non lo dirò ad anima viva. Mai.” Riley sentì crollare la sua resistenza. L’istinto la rassicurò in merito alla sincerità della giovane Roston. Silenziosamente infilò la mano nella borsetta, estrasse la chiavetta USB, e la diede alla giovane agente. Gli occhi di quest’ultima si spalancarono lievemente, ma non disse una sola parola. Si limitò ad annuire e mise la chiavetta nella sua tasca. Riley provò un disperato bisogno di rompere il silenzio. “Desideri discutere d’altro, Agente Roston?” L’altra rise un po’ sommessamente. “La prego, mi chiami Jenn. E’ così che mi chiamano tutti i miei amici.” Riley le rivolse un’occhiata incerta, mentre la Roston si alzò dalla sedia. “In ogni caso, non mi permetterò di rivolgermi a lei se non come Agente Paige. Almeno fino a quando lei non si sentirà a suo agio altrimenti. Ma la prego. Mi chiami Jenn. Insisto davvero.” La giovane lasciò la stanza, lasciando Riley seduta lì, in stupito silenzio. * Riley s’impose di riprendere il suo lavoro in ufficio. Ogni volta che non era impegnata in un caso, sembrava che tonnellate di noiosa burocrazia si riversassero su di lei e quel carico non si sarebbe esaurito finché non fosse tornata di nuovo sul campo. Era sempre sgradevole. Ma oggi aveva molta difficoltà a concentrarsi su quello che aveva davanti. Temeva di aver commesso uno sciocco e terribile errore. Perché mai aveva appena consegnato quel file a Jennifer Roston, o “Jenn”, come ora insisteva che Riley la chiamasse? Era in sostanza una confessione, per quanto riguardava Riley. Perché l’aveva data proprio a quell’agente, quando non l’aveva mostrata a nessun altro? Come poteva un’ambiziosa giovane agente evitare di riportare la trasgressione di Riley ai suoi superiori, forse persino allo stesso Carl Walder? In qualsiasi istante, ormai, Riley avrebbe potuto essere arrestata. Perché non si era limitata a cancellare il file? O perché non se ne era sbarazzata, così come aveva fatto con il braccialetto d’oro che Hatcher le aveva regalato? La catena era un simbolo del loro legame. Conteneva anche un codice per contattarlo. Riley l’aveva gettato via in un momento di grande agitazione, nello sforzo di liberarsi di lui. Ma,  per qualche ragione, non era riuscita a ripetersi con la chiavetta USB. Perché? I dati finanziari che conteneva erano senz’altro sufficienti ad almeno limitare i movimenti e le attività di Hatcher. Poteva bastare proprio quello per fermarlo definitivamente. Era un enigma, così come lo erano vari aspetti del suo rapporto con Hatcher. Mentre stava studiando dei documenti sulla sua scrivania, il suo cellulare si mise a squillare. Era un messaggio da un mittente sconosciuto. Riley trasalì, quando lo lesse. Pensava che questo mi fermasse? Tutto è già cominciato. Non mi dica che non l’avevo avvertita. Riley ebbe difficoltà a respirare. Shane Hatcher, pensò. CAPITOLO TRE Riley rimase a guardare il messaggio, avvertendo un senso di panico crescere dentro di lei. Non le fu difficile intuire che cosa fosse accaduto. Jenn Roston aveva aperto il file non appena lei e Riley si erano separate, aveva scoperto il suo contenuto e si era messa già al lavoro, provando a chiudere l’operazione Hatcher. Ma, con il suo messaggio, lo stesso evaso aveva annunciato, come gesto di sfida, che Jenn non era riuscita nell’intento. Tutto è già cominciato. Shane Hatcher era ancora a piede libero, ed era arrabbiato. Con le sue risorse finanziarie intatte, poteva dimostrarsi più pericoloso che mai. Devo rispondergli, pensò. Devo ragionare con lui. Ma come? Che cosa poteva dire per non farlo infuriare di più? Infine, le venne in mente che Hatcher poteva non comprendere totalmente ciò che stava succedendo. Come poteva sapere che era la Roston a sabotare la sua rete, e non Riley? Forse poteva fargli comprendere almeno quello. Le sue mani tremavano, mentre digitava una risposta. Mi lasci spiegare. Ma quando provò ad inviare il messaggio, lo vide segnato come “non spedito.” Riley gemette con disperazione. Era successa la stessa cosa anche l’ultima volta che aveva provato a mettersi in contatto con Hatcher: lui le aveva inviato un messaggio criptico, poi aveva chiuso la comunicazione con lei. Un tempo era stata in grado di comunicare con Hatcher tramite videochiamata, messaggi e persino telefonate. Ma quei giorni erano finiti. Ora, non aveva alcun modo per rintracciarlo. Ma lui, al contrario, poteva ancora mettersi in contatto con lei. La seconda frase del suo nuovo messaggio era particolarmente inquietante. “Non mi dica che non l’avevo avvertita.” Riley ripensò a quello che le aveva scritto l’ultima volta che aveva comunicato con lui. “Lei vivrà per pentirsene. Ma potrebbe non essere così per la sua famiglia.” Riley sussultò e disse ad alta voce … “La mia famiglia!” Tremava mentre tentava di comporre il numero di casa sul cellulare. Sentì uno squillo dall’altro capo del telefono, che continuò a suonare libero. Infine si attivò la segreteria telefonica, e la donna ascoltò la sua stessa voce. Riley fece un grande sforzo per impedirsi di gridare. Perché nessuno rispondeva? Le scuole erano chiuse per le vacanze di primavera. Le sue figlie avrebbero dovuto essere in casa. E dov’era la governante, che viveva con loro, Gabriela? Proprio prima che il messaggio in uscita terminasse, sentì la voce di Jilly, la tredicenne che Riley stava per adottare. La ragazzina sembrò ansante. “Ciao mamma. Gabriela è andata a fare la spesa. April, Liam e io eravamo fuori in cortile, a giocare a calcio. Pensiamo che Gabriela torni da un momento all’altro.” Riley si accorse di stare trattenendo il fiato. Fece un cosciente sforzo per ricominciare a respirare. “Va tutto bene?” chiese. “Certo” Jilly rispose, alzando le spalle. “Perché me lo chiedi?” Riley lottò per calmarsi. “Jilly, potresti andare a dare un’occhiata dalla finestra per me?” “OK” Jilly disse. Riley sentì dei passi. “Sto guardando” la ragazza disse. “Il furgone degli agenti dell’FBI è ancora fuori?” “Sì. E anche quello nel vicolo. L’ho appena visto, quando era in cortile. Se quello Shane Hatcher si farà vedere, quegli uomini lo prenderanno di sicuro. C’è qualcosa che non va? Mi stai spaventando.” Riley si costrinse a ridere. “No, non c’è niente che non vada. Sto solo agendo, insomma sto agendo come una mamma, immagino.” “OK. A dopo.” La telefonata si concluse, ma Riley era ancora sconvolta. Andò in fondo al corridoio, e poi si diresse all’ufficio di Brent Meredith. La donna balbettò: “Signore, io, ho bisogno di prendermi il resto della giornata libera.” Meredith distolse lo sguardo dal proprio lavoro. “Potrei chiederle il motivo, Agente Paige?” le domandò. Riley aprì la bocca, ma non ne uscì alcuna parola. Se avesse spiegato di essere stata appena minacciata da Shane Hatcher, l’uomo avrebbe insistito per vedere il messaggio in questione. E come poteva mostrarglielo senza ammettere di aver appena consegnato il file a Jenn Roston? Meredith ora sembrava preoccupato, quasi consapevole che ci fosse qualcosa che non andava e di cui Riley non poteva parlare. “Vada” le disse. “Spero che vada tutto bene.” Il cuore di Riley era colmo di gratitudine per la comprensione e la discrezione dimostrate da Meredith. “Grazie, signore” rispose. Poi, si precipitò fuori dall’edificio e, raggiunta la propria auto, guidò fino a casa. * Avvicinandosi alla sua villetta a schiera in un tranquillo quartiere di Fredericksburg, notò con sollievo che il furgone dell’FBI era ancora al suo posto. Riley sapeva che ce n’era un altro posteggiato nel vicolo. Sebbene i due veicoli non avessero segni distintivi, non si poteva certo dire che non davano nell’occhio. Ma era inevitabile. Riley parcheggiò la sua auto nel suo vialetto d’accesso, raggiunse il furgone e guardò all’interno dal finestrino del lato passeggero. Due giovani agenti erano seduti davanti, Craig Huang e Bud Wigton. A quella vista Riley si sentì sollevata: aveva un’alta considerazione dei due, e aveva lavorato con Huang molte volte recentemente. Il giovane si era dimostrato un po’ troppo zelante per i gusti di Riley, quando era appena giunto al BAU, ma stava trasformandosi rapidamente in un ottimo elemento. Non conosceva bene Wigton, che però godeva di un’eccellente reputazione. “Novità?” Riley chiese loro attraverso il finestrino. “Niente” Huang replicò. Huang sembrava annoiato, ma Riley ne era lieta. L’assenza di novità era decisamente una buona notizia, per quanto la riguardava. Ma sarebbe durata? “Vi spiace se do un’occhiata dentro?” Riley domandò. “Faccia pure” Huang rispose. Lo sportello laterale del furgone, senza finestrini, si aprì, e Riley entrò all’interno trovandovi un’altra agente, Grace Lochner. Riley sapeva che anche Grace godeva di un’ottima reputazione al BAU. La Lochner era seduta davanti ad un insieme di schermi. Si voltò verso Riley, rivolgendole un sorriso. “Che cos’ha qui?” Riley chiese. Entusiasta di mostrare tutta la tecnologia a sua disposizione, la Lochner indicò un paio di schermi che mostravano vedute dall’alto del quartiere. Spiegò: “Qui abbiamo delle immagini satellitari in tempo reale, che mostrano tutte le persone che vanno e vengono nell’arco di mezzo miglio da qui. Nessuno può avvicinarsi senza essere visto da noi.” Ridendo un po’, la Lochner aggiunse: “Sono contenta che lei viva in un quartiere tranquillo. Ci semplifica il lavoro.” Poi indicò diversi altri schermi che mostravano attività a livello della strada. Aggiunse: “Abbiamo telecamere nascoste nel quartiere, per vedere ciò che accade più da vicino. Possiamo verificare le targhe di qualsiasi veicolo che si avvicina qui.” Si sentì una voce uscire fuori da un interfono. “Avete una visita?” La Lochner rispose: “L’Agente Paige è appena passata a salutare.” La voce disse: “Salve, Agente Paige. Sono l’Agente Cole, nel veicolo appostato dietro alla sua casa. Con me ci sono anche gli Agenti Cypher e Hahn.” Riley sorrise. Quelli erano tutti nomi familiari, di agenti ben rispettati. Riley rispose: “Mi fa piacere avervi qui.” “Il piacere è nostro” l’Agente Cole rispose. Riley era stupita dalla comunicazione tra i due furgoni. Vide le immagini del furgone dietro casa sua su un paio di schermi della Lochner. Ovviamente, nulla poteva accadere ad una  squadra senza che l’altra lo sapesse immediatamente. Riley trovò conforto anche nel vedere la grande quantità di armi all’interno del furgone. La squadra ne aveva a sufficienza per respingere un piccolo esercito, se necessario. Ma non poté fare a meno di chiedersi se sarebbe stato sufficiente a battere Shane Hatcher. Lasciò dunque il furgone ed entrò in casa, cercando di tranquillizzarsi. Nemmeno Shane Hatcher avrebbe potuto superare tutto quell’apparato di sicurezza. Eppure, non riusciva a fare a meno di ricordare il messaggio che aveva appena ricevuto. Non mi dica che non l’avevo avvertita. CAPITOLO QUATTRO Quando Riley entrò, l’abitazione sembrava stranamente vuota. “Sono a casa” gridò. Nessuno rispose. Dove sono tutti? Il senso d’allarme cominciò a mutare in panico. Shane Hatcher era riuscito ad evitare tutti i controlli? Riley si sforzò di non immaginare che cosa potesse essere accaduto, in quel caso. Il battito ed il respiro accelerarono, mentre si precipitava in soggiorno. Tutti e tre i ragazzi, April, Liam e Jilly erano lì. April e Liam stavano giocando a scacchi, e Jilly invece, era impegnata con un videogioco. “Non mi avete sentito?” chiese. Tutti e tre sollevarono lo sguardo, guardandola con espressioni vuote. Erano tutti ovviamente concentrati sulle loro attività. Stava per chiedere loro dove fosse Gabriela, quando sentì la voce di quest’ultima proprio dietro di lei. “E’ a casa, Señora Riley? Ero di sotto, e mi è sembrato di averla sentita arrivare.” Riley sorrise dinnanzi alla tarchiata donna guatemalteca. “Sì, sono appena entrata” disse, respirando normalmente ora. Con un cenno di benvenuto e un sorriso, Gabriela si voltò e si diresse in cucina. April distolse lo sguardo dalla partita che stava giocando con Liam. “Va tutto BENE, mamma? Sembri agitata.” “Sto bene” fu la risposta di Riley. April rivolse di nuovo la sua attenzione alla partita. Riley si concesse un istante per meravigliarsi di quanto matura sembrasse la sua figlia quindicenne. Era magra, alta e mora, con gli stessi occhi nocciola di Riley. April aveva affrontato molti pericoli durante gli ultimi mesi. Ma sembrava che stesse molto bene ultimamente. Riley guardò Jilly, una ragazza più piccola con la pelle olivastra e grandi occhi neri, che stava per adottare. Al momento, Jilly era seduta di fronte ad un grande schermo, impegnata a sparare ai cattivi. Riley si accigliò un po’. Non amava particolarmente i videogiochi violenti. Ai suoi occhi facevano sembrare la violenza, specie quella provocata dalle armi da fuoco, troppo affascinante e troppo addolcita. Credeva che esercitassero una cattiva influenza specialmente sui ragazzi. Eppure, tutto considerato, pensava che forse quei giochi erano innocui rispetto alla stessa esperienza di Jilly. Dopotutto, la tredicenne era sopravvissuta a veri orrori. Quando Riley aveva trovato Jilly, la ragazza stava tentando di vendere il proprio corpo, colta da una profonda disperazione. Grazie a lei, ora aveva una chance di una vita migliore. Liam distolse lo sguardo dalla scacchiera. “Ehi, Riley. Mi stavo chiedendo …” Esitò prima di formulare la sua domanda. Liam era l’ultimo arrivato in casa. Riley non aveva alcuna intenzione di adottare il ragazzo ,alto ed allampanato con i capelli rossi e gli occhi blu. Ma l’aveva salvato da un padre ubriaco che lo aveva picchiato. Aveva bisogno di un posto dove vivere al momento. “Che cosa c’è, Liam?” Riley gli chiese. “Va BENE se partecipo ad una gara di scacchi domani?” “Potrei andarci anch’io?” aggiunse April. Riley sorrise di nuovo. Liam ed April avevano una storia, quando il ragazzo era venuto a vivere lì, dormendo in soggiorno, ma avevano promesso di tenere la loro relazione in sospeso, per il momento. Dovevano essere hermanos solamente, come aveva richiesto Gabriela: solo fratello e sorella. A Riley piaceva Liam, soprattutto per via dell’influenza positiva che il brillante ragazzo esercitava su April. Aveva fatto sì che la ragazza s’interessasse agli scacchi, alle lingue straniere e allo studio in generale. “Certo che potete andarci entrambi” la donna disse. In quello stesso istante, avvertì nuovamente la preoccupazione crescere in lei. Prese il cellulare, trovò alcune foto di Shane Hatcher, e le mostrò a tutti e tre i ragazzi. “Ma dovete stare attenti a Shane Hatcher” disse. “Avete queste foto sui vostri cellulari. Tenete sempre a mente il suo aspetto. Chiamatemi subito, se vedete qualcuno che assomiglia a lui.” Liam ed April rivolsero a Riley uno sguardo sorpreso. “Ce l’hai già detto” Jilly disse. “E abbiamo guardato quelle foto mille volte. E’ cambiato qualcosa?” Riley esitò per un momento. Non intendeva spaventare i ragazzi. Ma sentiva che avevano bisogno di essere messi in guardia. “Ho ricevuto un messaggio da Hatcher poco tempo fa” disse. “Era …” Esitò ancora. “Era una minaccia. Ecco perché voglio che stiate tutti in guardia.” Con sorpresa di Riley, Jilly le rivolse un grosso sorriso. “Questo significa che non dobbiamo andare a scuola anche quando le vacanze di primavera saranno finite?” chiese. Riley era stupita dalla noncuranza di Jilly. Si chiese per un attimo se la ragazza non avesse avuto una buona idea. Doveva tenere i ragazzi fuori dalla scuola? E Liam ed April non dovevano andare alla gara di scacchi l’indomani? Prima che finisse di riflettere, April esclamò: “Non essere sciocca, Jilly. Naturalmente dovremo continuare ad andare a scuola. Non si può mettere in pausa la nostra vita.” Poi, rivolgendosi a Riley, la ragazza aggiunse: “Non è una vera minaccia. Persino io lo so. Ricordi quello che è successo a gennaio?” Riley ricordava tutto fin troppo bene. Hatcher aveva salvato April e l’ex-marito di Riley, Ryan, da un killer che intendeva vendicarsi contro Riley. Ricordava anche come Shane Hatcher avesse restituito il killer legato e imbavagliato, così che Riley potesse gestirlo a sua discrezione. April proseguì: “Hatcher non ci farebbe del male. Ha fatto di tutto per salvarmi.” Forse April ha ragione, pensò Riley. Almeno per quanto riguardava lei e gli altri ragazzi. Ma era contenta che gli agenti fossero posizionati fuori. April alzò un po’ le spalle ed aggiunse: “La vita va avanti. Dobbiamo tutti continuare a fare ciò che abbiamo sempre fatto.” Jilly disse: “E ciò vale anche per te, mamma. E’ un bene che tu sia tornata a casa prima. Hai molto tempo per prepararti per stasera.” Per un secondo, Riley non riuscì a ricordare che cosa volesse dire Jilly. Poi le venne in mente: aveva un appuntamento quella sera con il suo affascinante ex- vicino, Blaine Hildreth. Era il proprietario di uno dei ristoranti informali, più alla moda, lì a Fredericksburg. Doveva passare da lì a prendere Riley, e portarla ad una meravigliosa cena. April saltò in piedi. “Ehi, è giusto!” esclamò. “Forza, mamma. Andiamo di sopra, ti aiuterò a scegliere qualcosa da indossare.” * Qualche ora più tardi, quella stessa sera, Riley era seduta a lume di candela al Blaine’s Grill, godendosi un tempo meraviglioso, ottimo cibo e un’affascinante compagnia. Seduto al tavolo di fronte a lei, c’era Blaine, bello come sempre: solo di pochi anni più giovane di Riley, magro e in forma, con una lieve stempiatura. Riley lo trovava anche un piacevole conversatore. Mentre consumavano una deliziosa cena a base di pasta con pollo al rosmarino, parlavano degli ultimi eventi, di ricordi di molto tempo prima, di viaggi e di quanto accadeva a Fredericksburg. Riley era contenta che la loro chiacchierata non si fosse basata neanche per una volta sul suo lavoro al BAU. Non era dell’umore adatto anche solo a pensarci. Blaine sembrò percepirlo, e evitò di accennare all’argomento. Una cosa che Riley davvero apprezzava di Blaine era la sua sensibilità nei confronti dei suoi stati d’animo. In effetti, c’era davvero poco di lui che Riley non apprezzasse. Avevano avuto un diverbio non molto tempo prima. Blaine aveva provato a fare ingelosire Riley, sfruttando un’amica, e ci era riuscito fin troppo bene. Ora, entrambi erano pronti a ridere di quanto fossero stati infantili. Forse a causa del vino, Riley si sentiva calda e rilassata dentro. Blaine era una confortevole compagnia: recentemente divorziato proprio come lei, e ansioso di andare avanti con la sua vita, quasi senza sapere come. Finalmente, arrivò il dessert, il preferito di Riley: cheesecake ai lamponi. La donna sorrise leggermente, ricordando come April avesse chiamato segretamente Blaine, in occasione di un precedente appuntamento, per dirgli delle preferenze di Riley, tra cui la cheesecake ai lamponi e la sua canzone preferita: “One More Night” di Phil Collins. Mentre si godeva il dolce, Riley parlò delle sue figlie, raccontando specialmente di come Liam si stesse ambientando. “All’inizio, ero un po’ preoccupata” ammise. “Ma è davvero un bravo ragazzo, e noi tutte amiamo averlo in casa.” Riley fece un momento di pausa. Era davvero un lusso avere qualcuno con cui parlare dei suoi dubbi e preoccupazioni a casa. “Blaine, non so che cosa farò con Liam nel lungo termine. Non posso proprio rimandarlo da quel bruto alcolizzato di suo padre, e solo Dio sa che cosa ne sia stato di sua madre. Ma non vedo come io possa legalmente adottarlo. Prendere con me Jilly è stato piuttosto complicato, e la procedura di adozione non è ancora stata completata. Non so se posso rifarlo.” Blaine le sorrise, comprensivo. “Ti occuperai delle cose una alla volta, immagino” le disse. “E qualunque cosa farai, sarà la scelta migliore per lui.” Riley scosse la testa un po’ tristemente. “Vorrei esserne certa” rispose. Blaine si allungò verso di lei, e le prese la mano. “Ecco, dammi retta” disse. “Quello che hai già fatto per Liam e Jilly è meraviglioso e generoso. Ti ammiro molto per questo.” Riley sentì formarsi un nodo alla gola. Quanto spesso accadeva che qualcuno le dicesse una cosa simile? Spesso era elogiata per il lavoro svolto al BAU, e aveva persino ricevuto una Medaglia della Perseveranza recentemente. Ma non era affatto abituata ad essere elogiata per delle semplici attività umane. Sapeva a malapena come prenderla. Poi, Blaine disse: “Sei una brava donna, Riley Paige.” Riley sentì le lacrime formarsi nei suoi occhi. Rise nervosamente, mentre le asciugava. “Oh, guarda che cos’hai fatto” disse. “Mi hai fatto piangere.” Blaine alzò le spalle, e il suo sorriso divenne persino più caloroso. “Scusa. Stavo solo provando ad essere brutalmente sincero. La verità a volte fa male, immagino.” Scoppiarono entrambi a ridere per alcuni istanti. Infine, Riley disse: “Ma non ti ho chiesto di tua figlia. Come sta Crystal?” Blaine distolse lo sguardo con un sorriso dolceamaro. “Crystal sta alla grande, ha buoni voti, è felice e contenta. Ora è al mare con i cugini e mia sorella, per le vacanze di primavera.” Blaine sospirò leggermente. “E’ solo per un paio di giorni, ma è incredibile quanto in fretta cominci a sentirne la mancanza.” Riley fece un grande sforzo per non ricominciare di nuovo a piangere. Aveva sempre saputo che Blaine era un padre meraviglioso. Come sarebbe stato avere una relazione più permanente con lui? Attenta, si disse. Non affrettare le cose. Nel frattempo, aveva quasi terminato la sua cheesecake ai lamponi. “Grazie, Blaine” gli disse. “E’ stata davvero una piacevole serata.” Guardandolo negli occhi, aggiunse: “Odio che debba finire.” Ricambiando lo sguardo, Blaine le strinse la mano. “Chi dice che debba finire?” le domandò. Riley sorrise. Sapeva che il suo sorriso era sufficiente per rispondere a quella domanda. Dopotutto, perché la loro serata doveva concludersi? L’FBI vegliava sulla sua famiglia, e nessun killer stava richiedendo la sua attenzione. Forse era ora che lei si divertisse. CAPITOLO CINQUE A George Tully non piaceva l’aspetto di un mucchio di terra sulla strada. Ma non sapeva esattamente il perché. Nulla di cui preoccuparsi, si disse. La luce del mattino gli stava giocando, probabilmente, un brutto scherzo. Inspirò aria fresca. Poi, si abbassò e raccolse una manciata di terra. Come sempre, sembrava morbida e ricca. Aveva anche un buon odore, era arricchita dai residui delle precedenti colture di grano, da foglie e spighe mescolate nella terra. Buona vecchia terra nera dell’Iowa, pensò, mentre sbriciolava frammenti di terra tra le dita. La famiglia di George aveva vissuto lì per anni, perciò da tutta la vita conosceva quel buon terreno. Ma non se n’era mai stancato, e il suo orgoglio nel coltivare la terra più ricca del mondo non era mai svanito. Alzò lo sguardo sui campi che si estendevano fin dove l’occhio potesse vedere. La terra era stata arata negli ultimi due giorni. Era pronta e in attesa che i semi di grano, spruzzati con insetticida, fossero gettati dove ogni nuovo stelo di granturco presto sarebbe apparso. Aveva tenuto ritardato la semina fino a quel momento per essere sicuro del tempo. Naturalmente, non era possibile escludere in assoluto che si verificasse una gelata, particolarmente tardiva, e rovinasse il raccolto. Riuscì a ricordare un bizzarro aprile degli anni ’70, che aveva colto il padre di sorpresa. Ma quando George percepì un soffio di aria calda e sollevò lo sguardo, dirigendolo verso le nuvole in alto, che popolavano il cielo, si sentì tanto sicuro quanto poteva sperare di esserlo. Oggi è il giorno, pensò. Mentre George restava fermo ad osservare, il suo dipendente Duke Russo giunse alla guida di un trattore, con seminatrice che trattava circa dodici metri di terra. Quella macchina avrebbe seminato ben sedici file per volta, divise da settantasei centimetri, un seme alla volta, depositando il fertilizzante in cima ad ognuno di essi, coprendo il seme e passando poi oltre. I figli di George, Roland e Jasper, rimasti nel campo ad attendere l’arrivo del trattore, si mossero nella direzione del veicolo, che era diretto ad un lato del campo. George sorrise. Duke ed i ragazzi facevano una buona squadra. Non c’era alcun bisogno che George fosse presente durante la semina. Fece loro tre cenni di saluto, poi si voltò e tornò al suo camion. Ma quello strano mucchio di terra accumulato vicino alla strada attrasse ancora la sua attenzione. Che cosa c’era che non andava? Il dissodatore se ne era dimenticato? Non riusciva ad immaginare come poteva essere accaduto. Forse una marmotta aveva scavato proprio lì. Ma, mentre si recava verso il punto, vide che non era stata opera di alcuna marmotta. Non c’era alcuna apertura, e il suolo era normale. Sembrava che qualcosa fosse stato sepolto lì. George ringhiò sottovoce. Talvolta, vandali e teppisti gli davano dei problemi. Un paio di anni prima, alcuni ragazzi della vicina Angier avevano rubato un trattore, e l’avevano utilizzato per demolire un capanno per gli attrezzi. Più recentemente, altri invece avevano spruzzato oscenità con vernice su recinzioni e pareti e persino sul bestiame. Era stato irritante ed offensivo. George non aveva alcuna idea del perché i ragazzi sbucassero fuori dal nulla per procurargli dei guai. Non aveva mai fatto loro del male, per quanto ne sapesse. Aveva riportato gli incidenti a Joe Sinard, il capo della polizia di Angier, ma nulla era  mai stato fatto a riguardo. “Che cos’hanno fatto quei bastardi stavolta?” disse ad alta voce, calpestando il terreno. Immaginò che avrebbe fatto meglio a scoprirlo. Qualunque cosa ci fosse sepolta, avrebbe potuto rompere la sua attrezzatura. Si voltò verso la squadra e fece cenno a Duke di fermare il trattore. Quando il motore fu spento, George gridò ai figli. “Jasper, Roland, portatemi quella pala nella cabina del trattore.” “Cosa c’è, papà?” Jasper gridò al genitore. “Non lo so. Fallo e basta.” Un istante dopo, Duke ed i ragazzi lo raggiunsero. Jasper diede la pala al padre. Mentre il gruppo osservava curioso, George scavò nella terra con la pala. Immediatamente, uno strano e acido odore penetrò nelle sue narici. Fu colpito da un timore istintivo. Che cosa diavolo c’è qua sotto? Spalò un po’ di volte, eliminando terra, finché non colpì qualcosa di concreto ma morbido. Spalò più attentamente, provando a scoprire qualunque cosa ci fosse. Presto, apparve qualcosa di pallido. A George occorsero alcuni istanti per assorbire che cosa fosse. “Oh, Signore!” sussultò, con lo stomaco che si contorceva per l’orrore. Era una mano, la mano di una ragazza. CAPITOLO SEI Il mattino seguente, Riley osservò Blaine preparare la colazione a base di uova alla Benedict, una spremuta di arance fresche e un ricco caffè nero. Pensò che fare l’amore in modo appassionato non si limitasse agli ex-mariti. E si rese conto che svegliarsi, in tutto confort, con un uomo fosse una novità per lei. Fu grata per quella mattina, e grata per Gabriela, che le aveva assicurato che si sarebbe occupata di tutto, quando Riley le aveva telefonato la sera precedente. Ma non riusciva a smettere di chiedersi se una relazione come quella potesse sopravvivere, date le varie complicazioni della sua vita. Riley decise di ignorare quella domanda, e concentrarsi sul pasto delizioso. Ma, mentre mangiavano, notò subito che Blaine sembrava essere altrove con la mente. “Che cosa c’è?” gli chiese. Blaine non rispose. I suoi occhi sembravano esprimere disagio. Fu colta dalla preoccupazione. Quale era il problema? Era per caso pentito per la notte precedente? Era meno soddisfatto di lei? “Blaine, che cosa c’è che non va?” Riley chiese, con la voce leggermente tremante. Dopo una pausa, Blaine disse: “Riley, è solo che non mi sento … al sicuro.” Riley faticò a comprendere il significato di quelle parole. Tutto il calore e l’affetto che avevano condiviso fin dal loro appuntamento la sera precedente erano improvvisamente spariti? Che cos’era accaduto tra loro che avesse cambiato tutto? “Io, io non capisco” lei balbettò. “Che cosa vuol dire che non ti senti al sicuro?” Blaine esitò, per poi rispondere: “Penso di dover comprare una pistola. Per protezione a casa.” Quelle parole colpirono Riley. Non se l’aspettava affatto. Ma forse avrei dovuto, pensò. Era seduta di fronte a lui, dall’altro lato del tavolo, e il suo sguardo cadde su una cicatrice sulla sua guancia destra. Se l’era procurata il novembre precedente, nella stessa casa di Riley, provando a proteggere April e Gabriela da un killer in cerca di vendetta. Riley ricordò il terribile senso di colpa che aveva provato, vedendo Blaine privo di sensi in un letto d’ospedale, dopo la conclusione della vicenda. E ora, fu investita di nuovo da quel senso di colpa. Blaine si sarebbe mai sentito al sicuro con Riley nella sua vita? Avrebbe mai pensato che sua figlia sarebbe stata al sicuro? Ed era davvero una pistola quello di cui lui aveva bisogno per sentirsi più al sicuro? Riley scosse la testa. “Non lo so, Blaine” lei disse. “Non sono una grande sostenitrice dei civili in possesso di armi in casa.” Non appena quelle parole furono pronunciate, Riley realizzò quanto paternalistiche dovevano essere suonate. Non riuscì a capire dall’espressione di Blaine se fosse offeso oppure no. Sembrava essere in attesa che lei aggiungesse qualcosa. Riley consumò il suo caffè, raccogliendo le idee. Infine riprese: “Sapevi che statisticamente, le armi possedute da civili hanno maggiore possibilità di causare omicidi, suicidi e morti accidentali che quella di difendere? In effetti, i possessori di armi corrono in genere un rischio maggiore di diventare vittime di omicidi, rispetto alle persone che non possiedono armi.” Blaine annuì. “Sì, ne sono a conoscenza” disse lui. “Ho svolto qualche ricerca. So anche delle leggi sull’autodifesa in Virginia. E che questo stato approva il possesso di armi.” Riley inclinò la testa con approvazione. “A dire il vero, sei già meglio preparato della maggior parte delle persone che decidono di acquistare un’arma. Tuttavia …” Poi, la donna si bloccò. Era riluttante a dire ciò che aveva in mente. “Dimmi.” Blaine la incitò. Riley fece un lungo respiro profondo. “Blaine, compreresti una pistola se non facessi parte della tua vita?” “Oh, Riley …” “Dimmi la verità. Ti prego.” Blaine restò seduto, col gli occhi fissi sul suo caffè per un momento. “No, non lo farei” rispose infine. Riley si allungò dall’altra parte del tavolo e prese la mano di Blaine. “E’ quello che pensavo. E sono certa che tu possa capire come la cosa mi fa sentire. Ci tengo molto a te, Blaine. E’ terribile sapere che la tua vita è più pericolosa per colpa mia.” “Lo capisco” Blaine disse. “Ma voglio che tu mi dica la verità su una cosa. E ti prego di non prenderla nel verso sbagliato.” Riley si preparò silenziosamente per qualsiasi cosa Blaine avesse intenzione di chiederle. “I tuoi sentimenti sono davvero un buon argomento contro il fatto che voglia comprarmi un’arma? Voglio dire, non è vero che io sia più in pericolo di un cittadino medio, e che pensi che dovrei essere in grado di difendere me e Crystal, e forse persino te?” Riley alzò leggermente le spalle. Era triste ammetterlo a se stessa, ma Blaine aveva ragione. Se una pistola lo avesse fatto sentire più sicuro, allora avrebbe dovuto averne una. Era anche sicura che sarebbe stato perfettamente responsabile, come possessore d’arma. “OK” lei esclamò. “Finiamo la colazione e andiamo a fare acquisti.” * Più tardi, quella stessa mattina, Blaine entrò in un negozio di armi con Riley. In quel medesimo istante, si domandò se stesse per commettere un errore. Il numero di armi tremende, esposte alle pareti e nelle teche di vetro, superava la sua immaginazione. Non aveva mai utilizzato una pistola prima d’ora, ad eccezione di quella ad aria compressa che aveva avuto quando era bambino. In che cosa mi sto cacciando? si chiese. Un grosso uomo barbuto, che indossava una camicia a quadri, si spostava tra gli articoli. “Come posso aiutarvi?” domandò. Riley rispose: “Stiamo cercando un po’ di protezione per la casa per il mio amico.” “Dunque, sono certo che ci sia qualcosa qui che faccia al caso vostro” l’uomo replicò. Blaine si sentì impacciato sotto lo sguardo del venditore. Immaginava che non accadesse tutti i giorni che una bella donna portasse il suo ragazzo lì per aiutarlo a scegliere un’arma. Non riusciva a fare a meno di sentirsi in imbarazzo. E si sentiva imbarazzato per il sentirsi così. Non aveva mai pensato a se stesso come il tipo d’uomo insicuro della propria mascolinità. Mentre Blaine provava a uscire dal suo stato di goffaggine, il venditore osservò l’arma che Riley portava al fianco con approvazione. “Quella Glock Modello 22 che ha lì è una bell’arma, signora” disse. “E’ un membro delle Forze dell’Ordine, vero?” Riley sorrise e gli mostrò il distintivo. L’uomo indicò una fila di armi simili in una teca di vetro. “Ci sono delle Glock laggiù. Sono delle buone scelte, secondo me.” Riley guardò le pistole, poi guardò Blaine, come per chiedere la sua opinione. Blaine non fece altro che alzare le spalle ed arrossire. Avrebbe voluto aver dedicato lo stesso tempo che aveva impiegato a fare ricerche su statistiche e leggi in una ricerca sulle armi. Riley scosse la testa. “Non sono certa che una semiautomatica sia quello che stiamo cercando” osservò. L’uomo annuì. “Sì, sono piuttosto complicate, specialmente per qualcuno che si approccia per la prima volta alle armi. Le cose possono andare male.” Riley annuì, d’accordo, aggiungendo: “Sì, cose come incepparsi, canne bloccate, doppia carica, mancata emissione.” L’uomo disse: “Naturalmente, quelli non sono veri problemi per un’esperta agente dell’FBI come lei. Ma per questo principiante, forse, una revolver è più adeguata.” L’uomo li accompagnò verso una teca di vetro piena di revolver. Gli occhi di Blaine puntarono alcune pistole con la canna più corta. Almeno apparivano meno intimidatorie. “Che cosa ne pensate di quella?” il venditore disse, indicando una pistola. L’uomo aprì la teca, estrasse l’arma e la porse a Blaine. La pistola sembrava strana nella mano di Blaine. Non riusciva a stabilire se fosse più pesante o più leggera di quanto si aspettasse. “Una Ruger SP101” l’uomo disse. “Buona forza d’arresto. Niente male come scelta.” Riley osservò dubbiosa l’arma. “Credo che stiamo cercando qualcosa con forse una canna di dieci centimetri” disse. “Qualcosa che assorba meglio il rinculo.” Il venditore annuì di nuovo. “D’accordo. Credo di avere qualcosa del genere.” Infilò la mano nella teca, ed estrasse un’altra pistola più grande. La porse a Riley, che la esaminò con approvazione. “Oh, sì” esclamò lei. “Una Smith e Wesson 686.” Poi, rivolse un sorriso a Blaine, e gli diede l’arma. “Che cosa ne pensi?” gli chiese. Quella pistola più grande sembrava persino più strana nella sua mano, rispetto a quella più piccola. Non riuscì a fare altro che sorridere impacciato a Riley, che ricambiò il sorriso. Lui si rese conto dalla sua espressione che la donna aveva finalmente registrato quanto si sentisse impacciato. Poi, Riley si rivolse al venditore e disse: “Credo che prenderemo questa. Quando costa?” Blaine rimase sbalordito dal prezzo dell’arma, ma era certo che Riley sapesse se l’uomo stesse indicando il prezzo giusto. Fu piuttosto sbalordito di quanto fosse stato facile fare quell’acquisto. Il venditore infine gli chiese due documenti d’identità, e Blaine gli porse la patente e la sua tessera elettorale. Blaine compilò un breve e semplice consenso per un controllo generale, di tipo computerizzato, che durò soltanto un paio di minuti, e a quel punto a Blaine fu consentito di acquistare la sua arma. “Che tipo di ammonizioni vuole?” l’uomo chiese, mentre cominciava a battere la vendita alla cassa. Riley disse: “Ci dia una scatola di Federal Premium Low Recoil.” Alcuni secondi dopo, Blaine era un frastornato proprietario di un’arma. Si limitò a guardare la sua spaventosa pistola, che giaceva sul bancone in una custodia in plastica aperta, coperta da una pellicola protettiva. Blaine ringraziò l’uomo, chiuse la teca e si voltò per andarsene. “Aspetti un attimo” il venditore disse allegramente. “Vuole provarla?” L’uomo accompagnò Riley e Blaine attraverso una porta, sul retro del negozio, che si aprì su uno spazio interno da tiro, incredibilmente ampio. Poi, li lasciò da soli. Blaine era contento che nessun altro fosse presente al momento. Riley indicò la lista di regole alla parete, e Blaine le lesse attentamente. Poi, scosse nervosamente la testa. “Riley, voglio dirti …” Riley sommessamente. “Lo so. Sei un po’ sopraffatto. Te ne parlerò.” Lo portò ad una delle cabine vuote e gli fece indossare protezione per orecchie ed occhi. Blaine aprì la custodia che conteneva la pistola, prestando attenzione a tenerla puntata verso il basso, ancora prima di impugnarla. “La carico?” chiese a Riley. “Non ancora. Faremo prima un po’ di pratica ad arma scarica.” L’uomo prese la pistola tra le sue mani, e Riley l’aiutò a trovare la posizione appropriata: entrambe le mani sul grilletto dell’arma, ma con le dita lontane dal cilindro, gomiti e ginocchia leggermente piegati, allungato leggermente in avanti. In pochi istanti, Blaine si trovò a puntare la pistola contro una figura vagamente umana su un bersaglio di carta, posto a circa ventidue metri di distanza. “Ci eserciteremo con la doppia azione, prima” Riley esclamò. “E’ quando non tiri giù il martello con ogni colpo, farai tutto il lavoro con il grilletto. Il che ti farà capire come funziona il grilletto. Abbassa il grilletto regolarmente, poi lascialo andare in modo altrettanto regolare.” Blaine praticò con l’arma scarica un po’ di volte. Poi, Riley gli mostrò come aprire il cilindro e riempirlo di proiettili. Blaine mantenne lo stesso atteggiamento di prima. Si preparò, sapendo che la pistola avrebbe avuto un forte rinculo, e mirò attentamente al bersaglio. Premette il grilletto e sparò. L’improvvisa rinculo lo sorprese, e la pistola sobbalzò nella sua mano. Abbassò dunque l’arma, e guardò verso il bersaglio. Non vide alcun foro al suo interno. Si chiese brevemente come qualcuno potesse sperare di usare un’arma che rimbalzava così bruscamente. “Occupiamoci del tuo respiro ora” Riley disse. “Inspira lentamente, mentre prendi la mira, poi respira lentamente, premendo il grilletto, così da sparare esattamente, quando hai completamente esalato. E’ allora che il tuo corpo sarà al massimo immobile.” Blaine sparò di nuovo. Fu sorpreso di quanto fosse più controllato. Guardò di nuovo davanti a sé, e vide che aveva almeno colpito il bersaglio di carta stavolta. Ma mentre si preparava a sparare ancora una volta, un ricordò gli passò per la mente: un flash del peggior momento della sua vita. Un giorno, mentre era ancora il vicino di casa di Riley, aveva sentito un terribile frastuono provenire proprio dalla porta accanto. Si era precipitato a casa di Riley e aveva trovato la porta parzialmente aperta. Un uomo aveva gettato la figlia di Riley sul pavimento, e la stava aggredendo. Blaine si era precipitato a spingere via l’aggressore. Ma quest’ultimo era troppo forte perché lui potesse sopraffarlo, e Blaine era stato brutalmente picchiato prima di perdere infine conoscenza. Era un brutto ricordo, e per un momento, fece riaffiorare in lui un senso di tremenda impotenza. Ma quella sensazione svanì improvvisamente, mentre sentiva il peso di una pistola tra le sue mani. Lui respirò e sparò, respirò e sparò, altre quattro volte finché il cilindro non divenne vuoto. Riley premette un pulsante, e riportò il bersaglio di carta nella cabina. “Non male per essere la tua prima volta” Riley esclamò. Infatti, Blaine si accorse che gli ultimi quattro colpi sparati erano almeno finiti all’interno della sagoma umana. Ma si rese conto che il cuore stava battendo forte, e che era sopraffatto da uno strano miscuglio di sensazioni. Una di queste era paura. Ma paura di che cosa? Potere, Blaine realizzò. Il senso di potere nelle sue mani era sconcertante, era qualcosa che non aveva mai provato prima. Si sentiva così bene, che la cosa lo spaventava davvero. Riley gli mostrò come aprire il cilindro ed estrarre i proiettili vuoti. “E’ sufficiente per oggi?” lei chiese. “Neanche per sogno” Blaine disse a perdifiato. “Voglio che m’insegni tutto ciò che c’è da sapere.” Riley lo guardò sorridente, mentre l’uomo ricaricava l’arma. Blaine la immaginò sorridergli, mentre lui mirava ad un nuovo bersaglio. Poi, sentì squillare il cellulare di Riley. CAPITOLO SETTE Quando il cellulare di Riley cominciò a squillare, gli ultimi colpi di Blaine le riecheggiavano ancora nelle orecchie. Con riluttanza, tirò fuori il telefono. Aveva sperato di avere una mattina da dedicare esclusivamente a Blaine ma, guardando lo schermo del cellulare, comprese che la sua speranza sarebbe rimasta vana: la chiamata era di Brent Meredith. Si era sorpresa, accorgendosi di quanto si stesse divertendo a insegnare a Blaine a sparare con la sua nuova pistola. Qualunque cosa Meredith volesse, Riley era sicura che stesse per interrompere la migliore giornata che stava vivendo da molto tempo. Ma non poteva ignorare la chiamata. Come al solito, Meredith andò dritto al punto. “Abbiamo un nuovo caso. Ci serve lei. Quanto le ci vuole per arrivare a Quantico?” Riley soffocò un sospiro. Con Bill in licenza, Riley aveva sperato di avere ancora tempo, in modo che il dolore causato dalla perdita di Lucy si riducesse. Non ho molta fortuna, lei pensò. Era indubbio che avrebbe dovuto a breve lasciare la città. Aveva tempo a sufficienza per correre a casa, salutare tutti e poi cambiarsi i vestiti? “Le va bene tra un’ora?” Riley chiese. “Cerchi di fare prima. Ci vediamo nel mio ufficio. E porti la valigia con sé.” Meredith terminò la telefonata, senza neanche attendere una risposta. Blaine era lì ad aspettarla. Si tolse la protezione ad occhi e orecchie e chiese: “Qualcosa che ha a che fare col lavoro?” Riley sospirò ad alta voce. “Sì, devo andare immediatamente a Quantico.” Blaine annuì senza lamentarsi, e scaricò l’arma. “Ti ci accompagno io” le disse. “No, devo passare a prendere la valigia. Ed è nella mia auto, a casa. Temo che dovrai riportarmi lì. E temo anche di dover andare un po’ di fretta.” “Nessun problema” Blaine rispose, riponendo cautamente la sua nuova pistola nella custodia. Riley lo baciò su una guancia. “A quanto pare, dovrò lasciare la città” lei disse. “Odio doverlo fare. Mi stavo davvero divertendo.” Blaine sorrise e la baciò anche lui. “Anch’io mi sono divertito molto” le disse. “Tranquilla. Riprenderemo dove abbiamo interrotto, non appena tornerai.” Quando lasciarono l’area di tiro ed uscirono dal negozio d’armi, il negoziante li salutò calorosamente. * Non appena Blaine la lasciò davanti a casa, Riley entrò per informare tutti della sua partenza imminente. Non aveva tempo per cambiarsi, ma almeno aveva fatto la doccia a casa di Blaine quella mattina. Si rese conto con sollievo che la sua famiglia sembrava tranquilla, nonostante il suo improvviso cambio di piani. Si stanno abituando ad andare avanti senza di me, pensò. Non era certa che tale idea le piacesse davvero, ma sapeva che era necessario in una vita come la sua. Riley controllò che tutto il necessario fosse nella sua auto, e poi guidò fino a Quantico. Giunta alla sede del BAU, si incamminò verso l’ufficio di Brent Meredith. Con sgomento, incontrò Jenn Roston, che si muoveva nella stessa direzione. Riley e Jenn si guardarono per un istante, poi entrambe accelerarono il passo in silenzio. Riley si chiese se Jenn si sentisse a disagio quanto lei al momento. Solo il giorno prima, avevano avuto un disagevole incontro, e Riley ancora non sapeva dire se avesse commesso o meno un terribile errore nel dare a Jenn quella chiavetta USB. Ma probabilmenteJennnon ne era affatto preoccupata, Riley immaginò. Dopotutto, la giovane agente aveva avuto un asso nella manica da giocare in quell’incontro. Aveva controllato brillantemente la situazione a proprio vantaggio. Riley aveva mai conosciuto qualcuno in grado di manipolarla in quel modo? Dovette ammettere che la risposta era sì, naturalmente. Quella persona era Shane Hatcher. Continuando a camminare, e guardando dritto davanti a sé, la giovane agente disse tranquillamente. “Non ho avuto successo.” “Come?” Riley chiese, senza fermarsi. “I dati finanziari sulla chiavetta USB. Hatcher aveva dei fondi in quei conti. Ma il denaro è stato tutto trasferito, ed i conti sono chiusi.” Riley fece fatica a non rispondere: “Lo so.” Dopotutto, Hatcher aveva detto tanto il giorno prima, nel suo messaggio minaccioso. Per un momento, Riley non seppe che cosa dire. Continuò a camminare senza fare alcun commento. Jenn pensava che Riley le avesse giocato un tiro mancino, dandole un file fasullo? Alla fine rispose: “Quel file era tutto ciò che avevo. Non ti sto nascondendo altro.” Jenn non replicò. Riley avrebbe voluto avere qualcosa da proporre, per essere creduta. Si trovò a domandarsi se, rendendo disponibili quelle informazioni prima, avrebbe consentito di imprigionare o addirittura uccidere Hatcher. Quando raggiunsero la porta dell’ufficio di Meredith, entrambe si fermarono. Riley iniziò ad agitarsi. Jenn era ovviamente diretta anche lei nell’ufficio di Meredith. Perché era presente anche a lei a questo incontro? Aveva riferito a Meredith delle informazioni nascoste da Riley? Ma Jenn rimase semplicemente lì, continuando a non guardarla. Riley bussò alla porta del capo, e poi entrambe entrarono nella stanza. Il Capo Meredith era seduto dietro alla sua scrivania e il suo aspetto intimidiva come sempre. Disse: “Sedetevi.” Riley e Jenn obbedirono, occupando le sedie di fronte alla scrivania. Meredith restò in silenzio per un istante. Poi, aggiunse: “Agente Paige, Agente Roston, vorrei che deste il benvenuto al vostro nuovo partner.” Riley soffocò un sussulto. Guardò Jenn Roston, i cui occhi castani si erano spalancati alla notizia. “Sarà meglio che non sia un problema” Meredith riprese. “Il BAU è oberato  di casi al momento. Con l’Agente Jeffreys in licenza e gli altri impegnati, voi lavorerete insieme. Consideratelo un ordine con effetto immediato.” Riley comprese che il capo aveva ragione. L’unico altro agente con cui avrebbe davvero voluto lavorare era Craig Huang, ma al momento era impegnato a sorvegliare la sua casa. “D’accordo, signore” Riley si rivolse a Meredith. Jenn aggiunse: “Sarà un onore per me lavorare con l’Agente Paige, signore.” Quelle parole sorpresero un po’ Riley. Si chiese infatti, se la giovane fosse proprio sincera. “Non si ecciti troppo” l’uomo commentò. “Probabilmente, questo caso non sarà troppo impegnativo. Proprio questa mattina, il corpo di un’adolescente è stato trovato sepolto in un terreno coltivato vicino ad Angier, una piccola cittadina dell’Iowa.” “Omicidio singolo?” Jenn chiese. “Perché questo è un caso per il BAU?” Riley aggiunse. Meredith tamburellò con le dita sulla scrivania. “Immagino che probabilmente non lo sia” l’uomo esclamò. “Ma un’altra ragazza è scomparsa, qualche tempo prima, nella stessa cittadina, e non è ancora stata ritrovata. E’ un posto davvero piccolo, dove questo genere di cose in genere non avviene. La gente del luogo dice che nessuna di quelle ragazze era il tipo che scappava o andava con estranei.” Riley scosse dubbiosamente la testa. “Dunque, che cosa fa credere a tutti che sia l’opera di un serial killer?” domandò. “Senza un altro corpo, non è un po’ prematuro?” Meredith alzò le spalle. “In effetti, è così che la penso anch’io. Ma il capo della polizia di Angier, Joseph Sinard, è nel panico.” La fronte di Riley si corrugò al suono di quel nome. “Sinard” disse. “Dove ho già sentito quel nome?” Meredith sorrise e disse: “Forse sta pensando all’assistente esecutivo del direttore dell’FBI, Forrest Sinard. Joe Sinard è suo fratello.” Riley quasi roteò gli occhi. Ora aveva senso. Qualcuno in cima alla piramide alimentare dell’FBI era stato infastidito da un parente che aveva chiesto l’intervento del BAU. Aveva incontrato in passato casi in cui la politica aveva imposto la sua volontà. Meredith aggiunse: “Dovete uscire da qui e scoprire se ci sia davvero un caso di cui occuparsi.” “E che ne è del mio lavoro al caso Hatcher?” Jenn Roston chiese. Meredith rispose: “Sono in tanti ad occuparsene al momento: tecnici, inquirenti e altri. Immagino che abbiano accesso a tutte le sue informazioni.” Jenn annuì. Poi Meredith aggiunse: “Possono fare a meno di lei per qualche giorno. Sempre che questo caso richieda tanto tempo.” Riley stava provando davvero un misto di emozioni. Non sapeva dire se voleva o meno lavorare con Jenn Roston ed inoltre non intendeva perdere tempo su un caso che probabilmente non avrebbe dovuto neppure arrivare al BAU. Avrebbe preferito continuare ad insegnare a Blaine a sparare. O fare altre cose con Blaine, pensò, soffocando un sorriso. “Allora, quando partiamo?” Jenn chiese. “Il prima possibile” Meredith rispose. “Ho chiesto al Capo Sinard di non spostare il corpo, finché non arriverete lì. Volerete fino a Des Moines, dove gli uomini del Capo Sinard v’incontreranno e vi accompagneranno fino ad Angier. E’ a circa un’ora da Des Moines. Dobbiamo riempire il serbatoio dell’aereo, e prepararlo alla partenza. Nel frattempo, non allontanatevi troppo. Il decollo avverrà in meno di due ore.” Riley e Jenn lasciarono l’ufficio di Meredith. Riley andò dritta al suo ufficio, si sedette per un momento, guardandosi intorno senza scopo. Des Moines, pensò. Ci era stata soltanto qualche volta, ma era lì che sua sorella maggiore, Wendy, viveva. Le due sorelle, che si erano tenute lontane l’una dall’altra per anni, si erano rimesse in contatto il precedente autunno, quando il padre stava morendo. Era stata Wendy, e non Riley, ad essere accanto all’uomo quando era morto. Pensare a Wendy fece riemergere in lei il senso di colpa, insieme ad altri brutti ricordi. Il padre era stato duro con Wendy, che era scappata di casa quando aveva solo quindici anni. Riley invece ne aveva cinque. Dopo la morte del padre, si erano promesse di tenersi in contatto, ma finora erano riuscite soltanto a videochattare. Riley sapeva che avrebbe dovuto far visita alla sorella, quando le fosse stato possibile. Ma ovviamente, non subito. Meredith aveva detto che Angier distava un’ora da Des Moines, e che la polizia locale sarebbe andata a prenderle all’aeroporto. Forse posso andare a trovare Wendy prima di tornare a Quantico, pensò. Al momento, aveva un po’ di tempo da perdere prima che l’aereo del BAU decollasse. E c’era un’altra persona che desiderava incontrare. Era preoccupata per il suo partner storico, Bill Jeffreys. Viveva vicino alla base, ma erano diversi giorni che non lo vedeva. Bill soffriva della sindrome di PTSD, e Riley sapeva, per sua stessa esperienza, quanto era difficile riuscire a riprendersi. Tirò dunque fuori il cellulare, e digitò un messaggio. Pensavo di passare per qualche minuto. Sei a casa? Attese per qualche minuto. Il messaggio risultava “spedito”, ma non era ancora stato letto. Riley sospirò. Non aveva tempo di aspettare che Bill controllasse i suoi messaggi. Se lei voleva vederlo, prima di partire, doveva passare a casa sua subito, e sperare che ci fosse. * Il piccolo appartamento di Bill distava solo pochi minuti dall’edificio del BAU, nella città di Quantico. Quando, parcheggiata l’auto, si incamminò verso l’edificio, fu colpita ancora una volta da quanto quel posto fosse deprimente. Non c’era nulla di particolarmente sbagliato nel condominio: era un ordinario edificio in mattoni rossi. Ma Riley non poteva fare a meno di ricordare quanto fosse bella la casa in periferia, dove Bill aveva vissuto prima del divorzio. Al confronto, quel posto non aveva alcun fascino, e ora lui ci viveva da solo. Non era una situazione felice per il suo migliore amico. Riley entrò nell’edificio, e si diresse all’appartamento di Bill, posto al secondo piano. Bussò alla porta e aspettò. Non ci fu alcuna risposta. Allora, bussò di nuovo e ancora nessuno rispose. Tirò fuori il cellulare e constatò che il messaggio risultava ancora non letto. Fu assalita da un senso di preoccupazione. Era successo qualcosa a Bill? Mise la mano sulla maniglia della porta, e la girò. Con suo grande sconcerto, la porta, che non era stata chiusa a chiave, si aprì. CAPITOLO OTTO Sembrava che l’appartamento di Bill fosse stato svaligiato. Riley restò immobile sulla porta per un istante, pronta ad impugnare la sua pistola per l’eventualità in cui un intruso fosse ancora all’interno. Poi si rilassò. Ovunque erano sparsi cartoni vuoti di cibo, piatti e bicchieri sporchi. Quel posto era un porcile, é vero, ma si trattava di un porcile vissuto. A quel punto si risolse a chiamare Bill. Nessuno rispose. Allora chiamò di nuovo. Stavolta, le parve di aver sentito un lamento provenire da una stanza lì vicino. Con il cuore in gola varcò la soglia della porta che conduceva nella camera da letto di Bill. La stanza era buia e le tende erano abbassate. Bill giaceva nel letto disfatto, con indosso vestiti sgualciti e lo sguardo verso il soffitto. “Bill, perché non hai risposto quando ti ho chiamato?” chiese con ton irritato. “Ti ho risposto” lui disse quasi sussurrando. “Non mi hai sentito. Potresti smettere di gridare?” Riley vide una bottiglia semivuota di bourbon sul comodino. Improvvisamente, tutta la scena le si palesò davanti. Si sedette sul letto accanto a lui. “Ho avuto una brutta nottata” Bill aggiunse, provando ad esibire un lieve sorriso forzato. “Tu sai com’è.” “Sì, lo so” Riley rispose. Dopotutto, la disperazione l’aveva indotta a ubriacarsi e conosceva bene i postumi delle sbornie. Gli toccò la fronte sudata, immaginando quanto dovesse sentirsi male. “Che cosa ti ha spinto a bere?” la partner gli domandò. Bill gemette. “Sono stati i miei ragazzi” l’altro rispose. Poi, tornò silenzioso. Riley non vedeva da molto tempo i figli di Bill. Immaginava che ora avessero circa nove e undici anni. “Che mi dici di loro?” Riley chiese. “Ieri sono venuti a trovarmi. Non è andata bene. Questo posto era un porcile, e io ero così irascibile e nervoso. Non vedevano l’ora di andarsene. Riley, è stato terribile. Ancora una visita come questa, e Maggie non me li lascerà più vedere. Sta aspettando una scusa per tagliarli fuori dalla mia vita una volta per tutte.” Bill emise un suono che sembrava quasi un singhiozzo. Ma sembrava che non avesse energia per piangere. Riley sospettava che avesse pianto a lungo da solo. Bill disse: “Riley, se non sono un buon padre, allora a che cosa servo? Non sono buono come agente, non più. Che cosa resta?” Nella gola di Riley, si formò un nodo di tristezza. “Bill, non dire così” gli disse. “Sei un gran padre. E sei un grande agente. Forse non oggi, ma ogni altro giorno dell’anno.” Bill scosse stancamente la testa. “Senz’altro non mi sono sentito molto un papà ieri. E continuo a sentire quello sparo. Continuo a ricordare di essere entrato di corsa in quell’edificio e a vedere Lucy giacere in quella pozza di sangue.” Riley sentì il suo stesso corpo tremare un po’. Anche lei ricordava tutto anche troppo bene. Lucy era entrata in un edificio abbandonato, inconsapevole del percolo ed era stata colpita da un proiettile esploso da un cecchino. Sopraggiunto dopo poco, Bill aveva erroneamente sparato ad un ragazzo che stava solo provando ad essere d’aiuto. Quando Riley era arrivata lì, Lucy aveva speso le sue ultime energie, per uccidere il tiratore con vari colpi. Era morta pochi istanti dopo. Era stata una scena tremenda. Riley non riusciva a ricordare molte situazioni peggiori in tutta la sua carriera. Osservò amaramente: “Sono arrivata persino dopo di te.” “Sì, ma non hai sparato ad un ragazzo innocente.” “Non è stata colpa tua. Era buio. Non potevi saperlo. Inoltre, quel ragazzo sta benissimo ora.” Bill scosse la testa. Sollevò una mano tremante. “Guardami. Sembro il tipo d’uomo che potrà mai tornare al lavoro?” Riley era quasi arrabbiata ora. Lui aveva un aspetto davvero terribile, certamente non assomigliava al partner scaltro e coraggioso, di cui aveva imparato a fidarsi ciecamente, e non sembrava più il bell’uomo da cui si era sentita molto attratta di tanto in tanto. E tutta quella autocommiserazione non gli si confaceva. Ma ricordò a se stessa severamente … Io ci sono passata. So come ci si sente. E, quando le era accaduto, Bill era sempre stato presente per aiutarla a superare la cosa. Talvolta, lui era dovuto essere duro con lei. Immaginava che l’uomo avesse bisogno di un po’ di quella durezza al momento. “Hai un aspetto terribile” gli disse. “Ma la condizione in cui sei ora, ecco, ti ci sei messo da solo. E sei l’unico che possa tirarsene fuori.” Bill la fissò negli occhi. La donna sentiva che ora le stava davvero prestando attenzione. “Siediti” lei disse. “Rimettiti in sesto.” Bill si tirò lentamente su, e si sedette sul bordo del letto accanto a Riley. “L’agenzia ti ha assegnato uno psichiatra?” chiese. Bill annuì. “Di chi si tratta?” Riley chiese. “Non importa” Bill rispose. “Invece certo che importa” Riley insisté. “Chi è?” Bill non rispose. Ma Riley riuscì ad indovinare. Lo psichiatra assegnato a Bill era Leonard Roston, meglio conosciuto al pubblico come “Dottor Leo.” Si sentì ribollire dalla rabbia. Ma non era arrabbiata con Bill ora. “Oh, mio Dio” esclamò la donna. “Ti hanno bloccato con il Dottor Leo. Di chi è stata l’idea? Scommetto che è stata di Walder.” “Come ho detto, non importa.” Riley intendeva scuoterlo. “E’ un ciarlatano” lei disse. “Lo sai bene quanto me. Pratica l’ipnosi, resuscita i ricordi, ogni sorta di schifo di disastri. Non ricordi quando l’anno scorso ha persuaso un uomo innocente a professarsi colpevole di omicidio? A Walder piace il Dottor Leo, perché ha scritto dei libri e ha fatto molte presenze in TV.” “Non gli farò incasinare la mia mente” Bill disse. “Non lascerò che m’ipnotizzi.” Riley stava a tenere la propria voce sotto controllo. “Non è questo il punto. Hai bisogno di qualcuno che possa aiutarti.” “E chi potrebbe essere?” Bill chiese. Riley non ebbe bisogno di pensarci più di pochi secondi. “Vado a prepararti del caffè” esclamò. “Quando torno, mi aspetto di trovarti in piedi, pronto ad uscire da questo posto.” Andando nella cucina di Bill, Riley diede un’occhiata al suo orologio. Aveva poco tempo ancora a disposizione, prima che l’aereo fosse pronto a decollare. Doveva agire in fretta. Tirò fuori il cellulare, e cercò il numero personale di Mike Nevins, uno psichiatra forense di Washington DC, che, di tanto in tanto, lavorava per il Bureau. Riley lo considerava un caro amico, e l’aveva aiutata a superare diverse crisi, incluso un terribile caso di PTSD. Quando il telefono di Mike cominciò a squillare, mise il cellulare in vivavoce, lo appoggiò sul piano di lavoro della cucina, e cominciò ad accendere la macchina del caffè di Bill. Fu sollevata, quando Mike rispose al telefono. “Riley! E’ fantastico sentirti! Come vanno le cose? Come sta la tua famiglia in aumento?” Il suono della voce dell’uomo le diede sollievo, e lei riuscì quasi a vedere l’uomo, pignolo e ben vestito, e la sua piacevole espressione. Avrebbe voluto chiacchierare con lui e aggiornarsi reciprocamente, ma non c’era il tempo. “Sto bene, Mike. Ma vado di fretta. Devo prendere un aereo a breve. Mi serve un favore.” “Dimmi” Mike rispose. “Il mio partner, Bill Jeffreys sta passando un momento difficile dopo il nostro ultimo caso.” Lei sentì una nota di reale preoccupazione nella voce di Mike. “Oh accidenti, ne ho sentito parlare. Che cosa terribile, la morte di quella vostra giovane pupilla. E’ vero che il tuo partner è stato messo in licenza? Ha qualcosa a che fare con l’aver sparato all’uomo sbagliato?” “Corretto. Ha bisogno del tuo aiuto. E ne ha bisogno subito. Si è messo a bere, Mike. Non l’avevo mai visto conciato in quel modo.” Seguì un breve silenzio. “Non sono sicuro di capire” Mike disse. “Non gli è stato assegnato uno psichiatra?” “Sì, ma non farà alcun bene a Bill.” Ora c’era una nota di cautela nella voce dello psichiatra. “Non lo so, Riley. In genere, mi sento a disagio nel prendere pazienti che sono già stati assegnati alle cure altrui.” Riley provò una certa preoccupazione. Non aveva tempo per affrontare gli scrupoli etici di Mike al momento. “Mike, gli hanno assegnato il Dottor Leo.” Seguì un altro silenzio. Scommetto di avercela fatta, pensò Riley. Sapeva perfettamente quanto Mike disprezzasse il celebre psichiatra con tutto il cuore. Infine, Mike disse: “Quando potrà venire Bill?” “Che cosa stai facendo al momento?” “Mi trovo nel mio ufficio. Sarò impegnato per un paio d’ore, ma dopo sarò libero.” “Grandioso. Allora verrà per quando sarai libero. Ma ti prego, fammi sapere se non si presenterà.” “Lo farò.” Quando terminarono la chiamata, il caffè stava già sgocciolando nella caraffa. Riley ne versò un po’ in una tazza e tornò nella camera da letto di Bill. Ma lui non c’era; la porta che conduceva nel bagno adiacente era chiusa, e Riley sentì il rasoio elettrico del partner dall’altra parte. Riley picchiò sulla porta. “Sì, sono decente” Bill disse. Riley aprì la porta, e vide che Bill si stava radendo. Poggiò la tazza di caffè sul bordo del lavandino. “Ti ho preso un appuntamento con Mike Nevins” gli disse. “Per quando?” “Subito. Non appena riesci ad uscire di qui e guidare fin lì. Ti manderò il suo indirizzo via messaggio. Devo andare.” Bill sembrò sorpreso. Naturalmente, Riley non gli aveva accennato al fatto che andasse di fretta. “Ho un caso in Iowa” Riley spiegò. “L’aereo sta aspettando. Non mancare all’appuntamento con Mike Nevins. Se lo farai, la pagherai cara.” Bill borbottò qualcosa ma rispose: “OK, ci andrò.” Riley si voltò per andarsene. Poi, pensò a qualcosa che non era certa di dover dire ad alta voce. Ma, alla fine, cedette: “Bill, Shane Hatcher è ancora a piede libero. Ci sono tre agenti appostati intorno a casa mia. Ma ho ricevuto un messaggio minaccioso da lui, e nessuno lo sa tranne te. Non penso che attaccherebbe la mia famiglia, ma non posso esserne certa. Mi chiedevo se forse …” Bill annuì. “Terrò un occhio sulla situazione” lui le disse. “Ho bisogno di fare qualcosa di utile.” Riley gli diede un veloce abbraccio e lasciò l’appartamento. Mentre si dirigeva verso l’auto, dette un’altra occhiata al proprio orologio. Se non avesse trovato traffico, sarebbe arrivata in tempo per il decollo. Ora doveva cominciare a pensare al nuovo caso, ma non ne era particolarmente preoccupata. Infatti, era probabile che non avrebbe richiesto molto tempo per essere risolto. Dopotutto, come poteva un singolo omicidio in una piccola cittadina richiedere molto tempo e sforzo? CAPITOLO NOVE Mentre camminava sull’asfalto della pista, diretta all’aereo, Riley continuò a interrogarsi sul nuovo caso. Ma c’era una cosa che doveva fare prima di esserne troppo assorbita. Inviò un messaggio a Mike Nevins. Scrivimi se Bill si presenta. Scrivimi se non lo fa. Emise un sospiro di sollievo, quando Mike rispose immediatamente. Lo farò. Riley si disse che aveva fatto tutto il possibile per Bill, e spettava a lui trarre il meglio dall’aiuto ricevuto. Se c’era qualcuno in grado di aiutarlo ad affrontare le cose che lo stavano tormentando, quello era certamente Mike. Salì sulla scaletta ed entrò nella cabina, dove Jenn Roston era già seduta, intenta a lavorare al proprio computer portatile. La giovane sollevò lo sguardo e annuì a Riley, mentre quest’ultima si sedeva dall’altra parte del tavolino di fronte a lei. Riley annuì in risposta. Poi, guardò fuori dal finestrino durante il decollo, mentre l’aereo raggiungeva l’altitudine di crociera. Non le piaceva il gelido silenzio tra lei e Jenn. Si chiese se neanche alla giovane piacesse. Quei voli erano normalmente un buon momento per discutere sui dettagli di un caso. Ma non c’era ancora nulla da dire su questo caso. Il corpo era appena stato trovato quella mattina, dopotutto. Riley prese una rivista dalla sua valigia, e provò a leggere, ma non riusciva a concentrarsi sulle parole. Avere Jenn seduta di fronte a sé, così silenziosa, la distraeva troppo. Alla fine, Riley si limitò a starsene seduta e fingere di leggere. Questi giorni, è la storia della mia vita, pensò. Fingere e stare seduta stava diventando una routine. Infine, la giovane agente sollevò lo sguardo dal proprio computer. “Agente Paige, quello che ho detto all’incontro con Meredith era vero” disse. “Chiedo scusa?” Riley chiese, sollevando lo sguardo dalla rivista. “Del fatto che mi sento onorata a lavorare con lei. Era un mio sogno. Seguo il suo lavoro sin da quando ho iniziato l’accademia.” Per un istante, Riley non seppe che cosa dire. Jenn le aveva detto circa la stessa cosa prima. Ma ancora una volta, non riusciva a stabilire dall’espressione della collega se fosse sincera. “Ho sentito grandi cose su di te” Riley esclamò. Per quanto suonasse evasivo, almeno era vero. In diverse circostanze, Riley sarebbe stata eccitata alla possibilità di lavorare con un’intelligente giovane agente. Riley aggiunse con un sorriso debole: “Ma non avrei aspettative se fossi in te, non per questo caso.” “Certo” disse Jenn. “Probabilmente, non si tratta nemmeno di un caso per il BAU. E’ possibile che torneremo a Quantico stasera. Ma ce ne saranno degli altri.” Jenn tornò a rivolgere l’attenzione al suo computer. Riley si chiese se stesse lavorando sui file di Shane Hatcher. E naturalmente, era di nuovo preoccupata per aver dato alla ragazza quella chiavetta USB. Ma mentre era seduta a rifletterci, si rese conto di una cosa. Se Jenn avesse davvero avuto in mente di ingannarla, quando le aveva chiesto quei dati, avrebbe già dovuto utilizzarle contro di lei … Ricordò ciò che la giovane le aveva detto il giorno precedente. “Sono sicura che vogliamo esattamente la stessa cosa: mettere fine alla carriera criminale di Shane Hatcher.” Se era vero, Jenn era realmente un’alleata di Riley. Ma come poteva esserne sicura? Restò seduta a considerare se introdurre o meno l’argomento. Non aveva raccontato a Jenn della minaccia ricevuta da Hatcher. C’era davvero una ragione per non farlo? Jenn avrebbe potuto davvero aiutarla in qualche modo? Forse, ma Riley non si sentiva ancora pronta a fare quel passo. Intanto, le sembrava piuttosto strano che la sua nuova partner si rivolgesse a lei ancora come Agente Paige, mentre voleva che Riley la chiamasse per nome. “Jenn” le disse. Jenn distolse lo sguardo dallo schermo. “Penso che dovresti chiamarmi Riley” aggiunse. Jenn sorrise lievemente, e tornò a rivolgere la propria attenzione al computer. Riley mise da parte la rivista e si mise a guardare fuori dal finestrino, in direzione delle nuvole sottostanti. Il sole splendeva, ma Riley non lo trovò affatto allegro. Si sentiva terribilmente sola. Le mancava la presenza di Bill, di cui fidarsi e con cui confidarsi. E Lucy le mancava tanto da far male. * Quando l’aereo atterrò all’Aeroporto Internazionale di Des Moines, Riley riuscì a controllare il cellulare. Fu contenta di vedere che aveva ricevuto un messaggio da Mike Nevins.. Billè qui con me adesso. Era una cosa in meno di cui preoccuparsi. Un’auto della polizia stava aspettando fuori dall’aereo. Due poliziotti di Angier si presentarono alla base dell’area d’imbarco. Darryl Laird era un giovane allampanato sui vent’anni; Howard Doty era molto più basso e aveva sulla quarantina. Entrambi avevano un’espressione sbalordita sulla faccia. “Siamo felici che siate qui” Doty disse a Riley e Jenn, mentre i due poliziotti le accompagnarono all’auto. Laird disse: “Tutta questa storia è proprio …” L’uomo più giovane scosse la testa, senza terminare la sua frase. Poverini, pensò Riley. Erano soltanto degli ordinari poliziotti di una piccola città. Senz’altro gli omicidi erano rari per una cittadina dell’Iowa. Forse, il poliziotto più anziano si era occupato di uno o due omicidi una volta o l’altra, ma Riley immaginava che quello più giovane non avesse mai affrontato una cosa simile prima d’ora. Appena Doty cominciò a guidare, Riley chiese ai due poliziotti di dire a lei e Jenn tutto quello che sapevano su quanto avvenuto. Doty disse: “La ragazza si chiamava Katy Philbin, diciassette anni. Una studentessa alla Wilson High. I genitori possiedono la farmacia locale. Era una brava ragazza, piaceva a tutti. Il vecchio George Tully si è imbattuto nel suo corpo stamattina, quando lui e i suoi ragazzi si stavano preparando per la semina primaverile. Tully ha una fattoria pochi chilometri fuori da Angier.” Jenn chiese: “Sapete da quanto tempo fosse sepolta lì?” “Dovrete chiederlo al Capo Sinard. O al coroner.” Riley ripensò al poco che Meredith era riuscito a dire loro in merito alla situazione. “Che mi dice dell’altra ragazza?” chiese ancora lei. “Quella che è sparita prima dell’omicidio?” “Si tratta di Holly Struthers” Laird rispose. “Era … ecco, immagino che studi nel nostro altro liceo, il Lincoln. E’ scomparsa da circa una settimana. Tutta la città spera che torni prima o poi. Ma ora… ecco, credo che dovremmo continuare a sperare.” “E pregare” Doty aggiunse. Riley sentì un brivido gelido, a quelle parole. Le tornarono in mente tutte le volte in cui aveva sentito dire che stavano pregando affinché una persona scomparsa tornasse indietro sana e salva. Non aveva mai avuto l’impressione che la preghiera fosse stata d’aiuto in un modo o nell’altro. Fa sentire meglio le persone? si chiese. Non riusciva ad immaginare perché o come. Era un luminoso e bel pomeriggio, quando l’auto lasciò Des Moines e si ritrovò su un’ampia autostrada. Dopo poco, Doty uscì su una strada a doppia corsia, che attraversava la campagna leggermente ondulata. Riley provò una strana ed assillante sensazione allo stomaco. Le ci vollero alcuni istanti per comprendere che quella sensazione non aveva a che fare con il caso, almeno non direttamente. Si sentiva spesso così, ogni volta che aveva un lavoro da svolgere nel Midwest. Normalmente non pativa gli spazi aperti, quindi l’agorafobia, come pensava si chiamasse. Ma i vasti pianori e le praterie le suscitavano ansia. Riley non sapeva che cosa fosse peggio: le distese piatte che aveva visto in stati come il Nebraska, che si estendevano fino a dove l’occhio riusciva a vedere, o la monotona prateria ondulata come quella, nella quale continuavano ad apparire fattorie, cittadine e campi identici. Ad ogni modo, lei lo trovò inquietante, persino un po’ nauseante. Sebbene il Midwest fosse reputato terra di salubri valori tipicamente americani, in qualche modo, non la sorprese che le persone commettessero degli omicidi lì. Per quanto la riguardava, solo la campagna sarebbe stata sufficiente a fare impazzire una persona. In parte per allontanare la sua mente dal paesaggio, Riley tirò fuori il cellulare, per inviare un messaggio a tutta la sua famiglia, composta da April, Jilly, Liam e Gabriela. Sono arrivata sana e salva. Rifletté per un momento, poi aggiunse … Già mi mancate tutti. Ma probabilmente tornerò prima che ve ne accorgiate. * Dopo circa un’ora che erano sulla strada a doppia corsia, Doty svoltò su una sterrata. Mentre continuava a guidare, disse: “Stiamo arrivando alla terra di George Tully ora.” Riley si guardò intorno. Il panorama era sempre uguale: vasti ettari di campi non coltivati interrotti da canali, recinzioni e file di alberi. Notò una sola grande casa nel bel mezzo del tutto, proprio accanto ad un fienile diroccato. Immaginava che dovesse trattarsi dell’abitazione di Tully e della sua famiglia. Era una casa dall’apparenza strana, che sembrava essere stata allargata nel corso degli anni, probabilmente nell’arco di diverse generazioni. Dopo poco videro dinnanzi a loro il veicolo del coroner, parcheggiato sul bordo della strada. Diverse altre auto erano ferme nelle vicinanze. Doty parcheggiò proprio dietro il furgone del coroner, e Riley e Jenn seguirono lui e il più giovane partner in un campo recentemente coltivato. Riley vide tre uomini fermi, accanto a un punto in cui la terra era stata scavata. Non riuscì a stabilire che cosa fosse stato trovato lì, ma intravide un pezzo di stoffa dai colori vivaci fluttuare nella brezza primaverile. E’ lì che è stata seppellita, realizzò. Ed in quel preciso momento, Riley fu colpita da una strana sensazione. L’idea che lei e Jenn non avrebbero fatto nulla in quel posto era svanita. Avevano del lavoro da fare: una ragazza era morta, e non si sarebbero fermate fino a quando il killer non fosse stato trovato. CAPITOLO DIECI Due persone erano ferme accanto ad un corpo, che era stato appena scoperto. Riley si diresse verso uno di loro, un uomo robusto di circa la sua età. “Il Capo Joseph Sinard, presumo” lei disse, offrendogli la mano. L’uomo annuì e le strinse la mano. “La gente di qui mi chiama semplicemente Joe.” Sinard indicò un uomo obeso e dall’espressione annoiata sulla cinquantina, che era accanto a lui: “Questo è Barry Teague, il coroner della contea. Voi due siete le agenti dell’FBI che stavamo aspettando, immagino.” Riley e Jenn mostrarono i loro distintivi e si presentarono. “Ecco la nostra vittima” Sinard disse. Indicò un punto in fondo al buco poco profondo, dove una ragazza giaceva a terra con indosso un prendisole arancione acceso. Il vestito era tirato su fin sopra le cosce, e Riley vide che le era stata tolta la biancheria. Non indossava le scarpe. Il viso era insolitamente pallido, e la bocca spalancata conteneva ancora della terra. Gli occhi anche erano spalancati. Il corpo sporco di terra era privo di colore, non aveva più quello tipico di un essere umano. Riley tremò un po’. Raramente provava alcuna emozione, vedendo un cadavere: ne aveva visti talmente tanti nel corso degli anni. Ma questa ragazza le rammentava troppo April. Riley si rivolse al coroner. “E’ giunto a qualche conclusione, Signor Teague?” Barry Teague si accovacciò accanto alla buca, e Riley fece lo stesso. “La situazione è brutta, molto brutta” disse con una voce priva di emozione. Indicò le cosce della vittima. “Vede quei lividi?” lui chiese. “Mi fanno pensare che sia stata stuprata.” Riley non lo disse, ma era certa che l’uomo avesse ragione. A giudicare dall’odore, immaginò anche che la ragazza fosse morta la notte precedente, e che fosse rimasta sepolta per la maggior parte di quel tempo. Poi, chiese al coroner: “Quale pensa sia la causa della morte?” Teague emise un verso che esprimeva impazienza. “Non lo so” rispose. “Forse se voi federali mi lasciaste portare il corpo via da qui, facendomi fare il mio lavoro, potrei scoprirlo.” Riley era incollerita dentro di sé. Il risentimento dell’uomo nei confronti della presenza dell’FBI era palpabile. Lei e Jenn Roston stavano per trovare molta resistenza da parte dei locali? Si rammentò che era stato il Capo Sinard a richiedere la loro presenza. Almeno, poteva contare sulla sua collaborazione. Poi, si rivolse di nuovo al coroner: “Può portarla via ora.” Si rimise in piedi e si guardò intorno. Vide un uomo anziano a circa quindici metri di distanza, sporgersi contro un trattore e guardare verso il corpo. “Chi è quello?” chiese al Capo Sinard. “George Tully” fu la risposta di Sinard. Riley ricordò che George Tully era il proprietario di quella terra. Lei e Jenn lo raggiunsero e si presentarono. Tully sembrò a malapena notare la loro presenza. Continuava a guardare verso il corpo, mentre la squadra di Teague si preparava attentamente a rimuoverlo. Riley gli disse: “Signor Tully, so che è stato lei a trovare la ragazza.” L’uomo annuì, quasi annoiato, senza riuscire a distogliere lo sguardo dal cadavere. Riley proseguì: “So che è difficile. Ma per favore, potrebbe raccontarmi che cos’è successo?” Tully si espresse con voce vaga e distante. “Non c’è molto da dire. Io ed i ragazzi siamo usciti stamattina presto per seminare. Ho notato qualcosa di strano nel suolo, lì. Il suo aspetto mi ha preoccupato, perciò ho iniziato a scavare … e poi, l’ho trovata.” Riley sentiva che Tully non sarebbe stato in grado di dirle molto. Jenn chiese: “Ha idea di quando il corpo possa essere stato sepolto qui?” Tully scosse la testa senza aggiungere nulla. Riley si guardò intorno per un istante. Il campo sembrava essere stato recentemente arato. “Quando avete arato il campo?” insisté con una nuova domanda. “L’altro ieri. No, ancora prima. Stavamo appena cominciando a seminarlo oggi.” Riley cominciò a riflettere. Sembrava reggere la sua ipotesi che la ragazza fosse stata uccisa e poi sepolta la notte precedente. Tully diede un’occhiata veloce, mentre continuava a fissare davanti a sé. “Il Capo Sinard mi ha detto il suo nome” l’uomo disse. “Katy, il cognome era Philbin, mi sembra. Stranamente, non riconosco quel nome. E non riconosco nemmeno lei. Una volta …” Poi fece una pausa di un istante. “Una volta conoscevo piuttosto bene tutte le famiglie in città, e anche i loro figli. I tempi sono cambiati.” C’era un’insensibile, dolorosa tristezza nella sua voce. Riley riuscì a sentire il suo dolore ora. Era sicura che avesse sempre vissuto lì, così come i genitori, i nonni e i bisnonni, e lui aveva sperato di passare la fattoria ai figli e nipoti. Non aveva mai immaginato che una cosa simile potesse succedere lì. Lei si rese conto anche di un’altra cosa: Tully era rimasto nello stesso punto esatto per ore, osservando con inorridita incredulità il corpo della povera ragazza. Aveva trovato il cadavere al mattino presto, l’aveva riferito e, poi, non era riuscito a staccarsi da quel punto. Ora che stavano portando via la vittima, forse anche lui si sarebbe spostato. Ma Riley sapeva che l’orrore non avrebbe abbandonato l’uomo. Le sue parole riecheggiarono nella sua mente … “I tempi sono cambiati.” Doveva aver percepito che il mondo fosse impazzito. E forse è proprio così, Riley pensò. “Siamo terribilmente dispiaciuti che sia accaduto” Riley gli disse. Poi, lei e Jenn tornarono verso il punto che era stato scavato. La squadra di Teague ora aveva adagiato il corpo su una barella, coprendolo. Si stavano cautamente muovendo sopra il terreno arato, dirigendosi verso il veicolo del coroner. Teague si avvicinò a Riley e Jenn. Parlò con quello che era il suo tono apparentemente monotono. “Per rispondere alla vostra domanda relativa alla modalità della morte … ho dato un’ulteriore occhiata, e lei è stata picchiata, l’ha colpita più di una volta. Questo è quanto.” Senza aggiungere un’altra parola,  si voltò e tornò ad unirsi alla sua squadra. Jenn sbottò con una risatina irritata. “Beh, sembra che il test sia stato fatto per quanto lo riguarda” lei disse. “E’ un vero tesoro.” Riley scosse la testa, concordando sgomenta. Poi, si avvicinò al Capo Sinard, chiedendogli: “E’ stato trovato altro insieme al corpo? Una borsetta? Un cellulare?” “No” fu la risposta di Sinard. “Chiunque sia il colpevole, deve averli tenuti con sé.” “Io e l’Agente Roston dovremo incontrare la famiglia della ragazza al più presto possibile.” Il Capo Sinard si accigliò leggermente. “Sarà molto difficile” disse. “Il padre, Drew, è venuto da poco ad identificare il corpo. Era in uno stato pessimo quando se n’è andato.” “Capisco” commentò Riley. “Ma è davvero necessario.” Il Capo Sinard annuì, estrasse una chiave dalla sua tasca, e indicò un’auto lì vicino. “Immagino che a voi due serva un mezzo di trasporto” disse loro. “Potete usare la mia auto, per tutto il tempo che resterete qui. Io guiderò un veicolo della polizia e vi starò davanti, mostrandovi dove vivono i Philbin.” Riley lasciò che Jenn prendesse le chiavi e si mettesse alla guida. Presto seguirono l’auto della polizia di Sinard, diretti verso la cittadina di Angier. Riley chiese alla nuova partner: “Quali sono le tue idee a questo punto?” Jenn guidò in silenzio per un istante, mentre sembrava rimuginare sulla domanda. Poi, disse: “Sappiamo che la vittima aveva diciassette anni, circa la metà delle vittime di questo genere di crimine hanno questa età. E’ pur sempre un caso insolito. Molte vittime di predatori sessuali sono prostitute. Questo può ricadere nel dieci per cento di vittime di conoscenti in un modo o nell’altro.” Jenn fece una nuova pausa. Poi, aggiunse: “Più della metà di questo genere di omicidi avviene per strangolamento. Ma il trauma causato dalla forza bruta è la seconda causa di morte più diffusa. Perciò, in tal senso, questo omicidio potrebbe non essere atipico. Eppure, ci mancano molti dati. La domanda più importante è se abbiamo a che fare con un serial killer.” Riley annuì tristemente, concordando. Jenn non stava dicendo nulla che lei non sapesse già, ma quali che fossero i suoi sospetti nei confronti della nuova partner, almeno quest’ultima si stava dimostrando bene informata. Ed entrambe stavano considerando la possibilità di una terribile risposta a quella domanda, sperando entrambe in un “no.” Nell’arco di pochi minuti, si trovarono a seguire Sinard ad Angier, lungo Main Street. Riley non vide nulla  che la distinguesse dalle altre strade omonime in cui era stata in tutto il Midwest: c’erano file sciatte e prive di carattere di negozi, alcuni vecchi ed altri nuovi. Non scorse alcuna traccia di fascino o di appartenenza ad altri tempi. Riley ebbe piuttosto la stessa sensazione, che aveva provato durante il viaggio attraverso la prateria ondulata: si trattava del timore che qualcosa di oscuro si celasse dietro l’apparenza dell’aspetto sano del Midwest. Diede quasi voce ai suoi pensieri. Ma rammentò rapidamente a se stessa che non c’era Bill al suo fianco, bensì una ragazza che conosceva a malapena, e di cui non sapeva ancora di potersi fidare. Jenn Roston avrebbe condiviso le sensazioni di Riley, o avrebbe anche solo voluto sentirle? Riley non lo sapeva affatto, e la cosa l’agitava. Era difficile non avere un partner con cui poter parlare liberamente, esprimendo idee, man mano che le venivano, per comprendere se avessero un senso oppure no. Bill le mancava sempre di più, così come Lucy. La famiglia della vittima viveva in un bungalow vecchio ma ben tenuto, posto lungo una tranquilla strada di periferia, ingombra di veicoli parcheggiati, così come il violetto d’accesso. Riley immaginava che i Philbin avessero molte visite al momento. Sinard fermò la sua auto sulla strada, e uscì dal veicolo. Fece cenno a Jenn di proseguire verso un piccolo spazio e restò a dare indicazioni per aiutarla a parcheggiare. Una volta sistemata l’auto, Riley e Jenn uscirono dal veicolo e s’incamminarono verso la casa. Il Capo Sinard era già davanti alla porta, con l’auto ancora parcheggiata in seconda fila sulla strada. Riley si chiese se stessero per incontrare un’innocente famiglia in lutto e molti amici e parenti sinceri e benintenzionati. O avrebbero avuto davanti persone in grado di commettere un omicidio? Ad ogni modo, Riley temeva sempre quel tipo di visita. CAPITOLO UNDICI Per diversi lunghi momenti, Riley non riuscì a focalizzare quello che le sembrava strano della casa dove aveva vissuto Katy Philbin. Tuttavia, appena entrata nell’abitazione, aveva iniziato a provare una sorta di disagio. Come Riley si era aspettata, il soggiorno era colmo di persone: amici e vicini dispiaciuti, in gran parte donne. In tipico stile piccola città, la comunità si stava riunendo per aiutare una famiglia in un momento difficile. Allora perché quella scena la colpiva come insolitamente strana? Poi, Riley comprese: tutto appariva misteriosamente organizzato e in ordine. Sembrava che tutti i presenti indossassero il loro migliore abito della domenica. Avevano portato cibo e l’avevano disposto sul tavolo della sala da pranzo, e tutti erano impegnati a fare qualcosa, e a parlare in tono basso. Ciò ricordò a Riley i vari funerali a cui aveva partecipato, il tipo di evento che avveniva dopo una sepoltura. Sembrava a malapena possibile che il corpo profanato di Katy Philbin fosse stato trovato solo quella mattina. Com’era possibile che quell’incontro organizzato fosse così spontaneo e rapido? E’ quel tipo di cittadina, rammentò a se stessa. Riley si sentiva stranamente fuori posto in quel mondo, dove tutti erano apparentemente consapevoli di che cosa fare in qualsiasi momento e per qualsiasi occasione. Era passato molto tempo da quando aveva vissuto in quel tipo di comunità, da quando era piccola, in realtà. E non si sentiva affatto a proprio agio a stare lì in quel tipo di contesto. Tutta l’attività in cui i vicini erano impegnati non sembrava affatto spontanea, troppo automatica, per i gusti di Riley. Dopotutto, la morte della ragazza aveva svelato che qualcosa di malvagio si celava nelle profondità di quella proprietà rurale, morigerata e apparentemente tranquilla. Non riusciva a scuotersi di dosso una sensazione irrazionale secondo cui tutta quella gentilezza e bontà e buona volontà fossero soltanto un’enorme menzogna. Riley e Jenn seguirono il Capo Sinard. Stava rivolgendo parole gentili a tutti, mentre passava in mezzo alle persone, e ovviamente conosceva tutti per nome. Sinard colpì Riley per come apparisse il perfetto capo della polizia di una piccola cittadina. Aveva anche la carnagione rossastra di un uomo che era stato esposto a tutte le intemperie tipiche del Midwest. Riley era certa che avesse vissuto in quella parte del paese, forse persino in quella stessa cittadina, per tutta la sua vita. Riley ricordò che suo fratello era Forrest Sinard, l’assistente esecutivo del direttore dell’FBI. Aveva incontrato Forrest Sinard alcune volte, e le era sembrato un tipo arguto e sofisticato, ben distante dal classico campagnolo. Si chiese come i due fratelli avessero finito per seguire due percorsi lavorativi tanto diversi. Un uomo e una donna seduti in fondo alla stanza erano al centro dell’attenzione di tutti i presenti. Il Capo Sinard presentò Riley e Jenn ai genitori di Katy, Drew e Lisa Philbin. Lisa sembrò a malapena consapevole della presenza delle due agenti. “Perché no?” continuava a chiedere al marito. “Perché non posso?” “Sarebbe meglio di no, tesoro” Drew continuava a ripetere, stringendole forte le mani. “Credimi, è meglio così.” “Se non ora, allora quando?” “Non so. Presto forse. Ma non ancora.” Riley comprese subito ciò che stava accadendo. Ricordò che il Capo Sinard aveva fatto cenno al fatto che Drew era stato al campo di George Tully per identificare il corpo della figlia. Ora, anche sua moglie voleva vederlo, ma Drew intendeva risparmiarle l’orrore, almeno per il momento. Lisa si guardò intorno in una dolorosa confusione. “Lei è mia figlia, e io sono sua madre” disse, inghiottendo un singhiozzo. “Katy ha bisogno di me. Dov’è?” Riley provò un senso di compassione. Rifiuto, lei pensò. Ci sarebbe voluto un po’ di tempo, prima che la realtà della morte della figlia di Lisa avesse la meglio. Nel frattempo, Riley immaginò che lei e Jenn avrebbero dovuto rivolgere la maggior parte delle domande a Drew. Esordì: “Signor Philbin, siamo terribilmente dispiaciute per la sua perdita, e odiamo disturbarla. Ma io e la mia collega avremmo bisogno di porle alcune domande.” Конец ознакомительного фрагмента. Текст предоставлен ООО «ЛитРес». Прочитайте эту книгу целиком, купив полную легальную версию (https://www.litres.ru/pages/biblio_book/?art=43693135) на ЛитРес. Безопасно оплатить книгу можно банковской картой Visa, MasterCard, Maestro, со счета мобильного телефона, с платежного терминала, в салоне МТС или Связной, через PayPal, WebMoney, Яндекс.Деньги, QIWI Кошелек, бонусными картами или другим удобным Вам способом.