Il trono dei draghi
Morgan Rice


L’era degli stregoni #2
“Ha tutti gli ingredienti per il successo immediato: trame, contro trame, misteri, cavalieri valorosi e relazioni che nascono e finiscono con cuori spezzati, delusioni e tradimenti. Ti terrà incollato alle pagine per ore e accontenterà persone di ogni età. Consigliato per la libreria di tutti i lettori fantasy.”

–-Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (su L’Anello dello Stregone)



“Siamo davanti all’inizio di qualcosa di davvero straordinario.”

–-San Francisco Book Review (su Un’Impresa da Eroi)



Dall’autrice di bestseller numero uno, Morgan Rice, e autrice di Un’Impresa da Eroi (più di 1.300 recensioni a cinque stelle) arriva il debutto di una nuova e sorprendente serie fantasy.



Ne IL TRONO DEI DRAGHI (L’era degli stregoni—Libro secondo), Re Godwin mobilita il suo esercito per attraversare il grande ponte, invadere il Sud e recuperare la sua figlia maggiore, la diciassettenne Lenore. Tuttavia, Lenore è tenuta prigioniera nei meandri più oscuri del Regno del Sud, sotto agli occhi vigili e pieni d’odio di Re Ravin; e potrebbe essere costretta a trovare una via di fuga da sola, sempre che ve ne sia una.



Suo fratello Rodry, però, è molto più avanti degli uomini del Re, nel profondo di quell’ostile territorio, solo nella missione di mettere in salvo sua sorella; mentre l’altro suo fratello, Vars, offre una lezione di codardia e tradimento.



Devin segue Grey, desideroso di sapere come sfruttare il suo potere e di conoscere chi è davvero.



Greave percorre regioni remote per trovare la Casa degli Accademici e cercare di salvare sua sorella, Nerra.



Ma Nerra, affetta dalla malattia a squame, sta morendo su un’isola sperduta, una volta popolata dai draghi, e la sua unica possibilità di sopravvivenza potrebbe essere costringersi a rischiare tutto.



Tutto questo culminerà in un’epica battaglia che potrebbe determinare il destino dei due regni.



L’ERA DEGLI STREGONI è una saga di amore e passione; di rivalità tra fratelli; di roghi e tesori nascosti; di monaci e guerrieri; di onore e gloria; e di tradimenti, fato e destino. È un racconto che non riuscirai a mettere giù fino a notte fonda, che ti trasporterà in un altro mondo e ti farà innamorare dei personaggi che non dimenticherai mai. Si addice a uomini e donne di qualsiasi età.



La figlia dei draghi (libro terzo) è adesso disponibile per il preordine.



“Un fantasy vivace… Solo l’inizio di ciò che promette essere un’epica serie young adult.”

–-Midwest Book Review (su Un’Impresa da Eroi)



“Pieno di azione… Lo stile di scrittura di Rice è compatto e la premessa intrigante.”

–-Publishers Weekly (su Un’Impresa da Eroi)





Morgan Rice

IL TRONO DEI DRAGHI




IL TRONO DEI DRAGHI




(L’ERA DEGLI STREGONI – LIBRO SECONDO)




MORGAN RICE



Morgan Rice

Morgan Rice è autrice numero uno e oggi autrice statunitense campionessa d’incassi delle serie epiche fantasy L’ANELLO DELLO STREGONE, che comprende diciassette libri; della serie campione d’incassi APPUNTI DI UN VAMPIRO, che comprende dodici libri; della serie campione d’incassi LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA, un thriller post-apocalittico che comprende tre libri; della serie epica fantasy RE E STREGONI, che comprende sei libri; della serie epica fantasy DI CORONE E DI GLORIA, che comprende otto libri; della serie epica fantasy UN TRONO PER DUE SORELLE, che comprende otto libri; della serie di fantascienza LE CRONACHE DELL’INVASIONE, che comprende quattro libri; della serie fantasy OLIVER BLUE E LA SCUOLA DEGLI INDOVINI, che comprende quattro libri; della serie fantasy COME FUNZIONA L’ACCIAIO, che comprende quattro libri; e della nuova serie fantasy L’ERA DEGLI STREGONI, che comprende due libri (e altri in arrivo). I libri di Morgan sono disponibili in formato stampa e audio e sono stati tradotti in più di 25 lingue.



Morgan è felice di restare in contatto con i suoi lettori, quindi non peritarti a visitare il sito www.morganricebooks.com (http://www.morganricebooks.com/) per unirti alla sua mailing list, ricevere un libro e giveaway gratuitamente, scaricare l’app gratuita, restare aggiornato sulle ultime notizie esclusive e connetterti via Facebook e Twitter!



Selezione di lodi a Morgan Rice

“Se credi di non avere più un motivo per vivere dopo la fine della serie L’ANELLO DELLO STREGONE, ti sbagli. In L’ASCESA DEI DRAGHI, Morgan Rice ha inventato quella che promette di essere un’altra serie brillante, immergendoci in un fantasy di troll e draghi, valore, onore, coraggio, magia e fede nel proprio destino. Morgan è riuscita di nuovo a produrre una serie di personaggi forti che ci fa tifare per loro a ogni pagina… Consigliato nella libreria di tutti i lettori che amano i fantasy ben scritti.”



    --Books and Movie Reviews
    Roberto Mattos



“Un fantasy colmo d’azione che piacerà senz’altro a tutti i fan dei libri precedenti di Morgan Rice, insieme a quelli di lavori come IL CICLO DELL’EREDITÀ di Christopher Paolini…. I fan dello Young Adult divoreranno quest’ultima opera di Rice e pregheranno per leggerne altre.”



    --The Wanderer,A Literary Journal (su L’Ascesa dei Draghi)



“Un fantasy vivace che intreccia elementi di mistero e intrigo nella sua trama. Un’impresa da eroi riguarda il coraggio e il raggiungimento di un obiettivo di vita che conduce alla crescita, alla maturità e all’eccellenza… Per coloro che cercano avventure fantasy dense di contenuti, i protagonisti, gli utensili e l’azione forniscono una vigorosa serie di incontri che mette bene a fuoco l’evoluzione di Thor da un bambino con la testa fra le nuvole a un giovane uomo che affronta circostanze impossibili per la sopravvivenza… Solo l’inizio di ciò che promette essere un’epica serie young adult.”



    --Midwest Book Review (D. Donovan, eBook Reviewer)



“L’ANELLO DELLO STREGONE ha tutti gli ingredienti per il successo immediato: trame, contro trame, misteri, cavalieri valorosi e relazioni che nascono e finiscono con cuori spezzati, delusioni e tradimenti. Ti terrà incollato alle pagine per ore e accontenterà persone di ogni età. Consigliato per la libreria di tutti i lettori fantasy.”



    --Books and Movie Reviews, Roberto Mattos 



“In questo primo libro fatto di azione dell’epica serie fantasy L’Anello dello Stregone (che conta attualmente 14 libri), Rice presenta ai lettori il quattordicenne Thorgrin "Thor" McLeod, il cui sogno è unirsi alla Legione d’Argento, i cavalieri d’élite al servizio del re… Lo stile di scrittura di Rice è compatto e la premessa intrigante.”



    --Publishers Weekly



LIBRI DI MORGAN RICE

L’ERA DEGLI STREGONI

IL REGNO DEI DRAGHI (Libro #1)

IL TRONO DEI DRAGHI (Libro #2)

LA FIGLIA DEI DRAGHI (Libro #3)



OLIVER BLUE E LA SCUOLA DEGLI INDOVINI

LA FABBRICA DELLA MAGIA (Libro #1)

LA SFERA DI KANDRA (Libro #2)

GLI OSSIDIANI (Libro #3)

LO SCETTRO DI FUOCO (Libro #4)



LE CRONACHE DELL’INVASIONE

MESSAGGI DALLO SPAZIO (Libro #1)

L’ARRIVO (Libro #2)

L’ASCESA (Libro #3)

IL RITORNO (Libro #4)



COME FUNZIONA L’ACCIAIO

SOLO CHI LO MERITA (Libro #1)

SOLO CHI È VALOROSO (Libro #2)

SOLO CHI È DESTINATO (Libro #3)



UN TRONO PER DUE SORELLE

UN TRONO PER DUE SORELLE (Libro #1)

UNA CORTE DI LADRI (Libro #2)

UNA CANZONE PER GLI ORFANI (Libro #3)

UN LAMENTO FUNEBRE PER PRINCIPI (Libro #4)

UN GIOIELLO PER I REGNANTI (Libro #5)

UN BACIO PER LE REGINE (Libro #6)

UNA CORONA PER GLI ASSASSINI (Libro #7)

UN ABBRACCIO PER GLI EREDI (Libro #8)



DI CORONE E DI GLORIA

SCHIAVA, GUERRIERA, REGINA (Libro #1)

FURFANTE, PRIGIONIERA, PRINCIPESSA (Libro #2)

CAVALIERE, EREDE, PRINCIPE (Libro #3)

RIBELLE, PEDINA, RE (Libro #4)

SOLDATO, FRATELLO, STREGONE (Libro #5)

EROINA, TRADITRICE, FIGLIA (Libro #6)

SOVRANA, RIVALE, ESILIATA (Libro #7)

VINCITORE, VINTO, FIGLIO (Libro #8)



RE E STREGONI

L’ASCESA DEI DRAGHI (Libro #1)

L’ASCESA DEL PRODE (Libro #2)

IL PESO DELL’ONORE (Libro #3)

LA FORGIA DEL VALORE (Libro #4)

IL REGNO DELLE OMBRE (Libro #5)

LA NOTTE DEI PRODI (Libro #6)



RE E STREGONI: UN RACCONTO BREVE



L’ANELLO DELLO STREGONE

UN’IMPRESA DA EROI (Libro #1)

LA MARCIA DEI RE (Libro #2)

DESTINO DI DRAGHI (Libro #3)

GRIDO D’ONORE (Libro #4)

VOTO DI GLORIA (Libro #5)

UN COMPITO DI VALORE (Libro #6)

RITO DI SPADE (Libro #7)

CONCESSIONE D’ARMI (Libro #8)

UN CIELO DI INCANTESIMI (Libro #9)

UN MARE DI SCUDI (Libro #10)

UN REGNO D’ACCIAIO (Libro #11)

LA TERRA DEL FUOCO (Libro #12)

LA LEGGE DELLE REGINE (Libro #13)

GIURAMENTO FRATERNO (Libro #14)

SOGNO DA MORTALI (Libro #15)

GIOSTRA DI CAVALIERI (Libro #16)

IL DONO DELLA BATTAGLIA (Libro #17)



LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA

ARENA UNO: MERCANTI DI SCHIAVI (Libro #1)

ARENA DUE (Libro #2)

ARENA TRE (Libro #3)



LA CADUTA DEI VAMPIRI

PRIMA DELL’ALBA (Libro #1)



APPUNTI DI UN VAMPIRO

TRAMUTATA (Libro #1)

AMATA (Libro #2)

TRADITA (Libro #3)

DESTINATA (Libro #4)

DESIDERATA (Libro #5)

PROMESSA (Libro #6)

SPOSA (Libro #7)

TROVATA (Libro #8)

RISORTA (Libro #9)

BRAMATA (Libro #10)

PRESCELTA (Libro #11)

OSSESSIONATA (Libro #12)


Sapevate che ho scritto tantissime serie? Se non le avete lette tutte, cliccate sull’immagine qua sotto e scaricate il primo libro di una di esse!








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Copyright © 2020 di Morgan Rice. Tutti i diritti sono riservati. Eccetto come consentito dal Copyright Act del 1976 degli Stati Uniti d’America, nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta, distribuita o trasmessa in nessuna forma e mediante alcun mezzo, o archiviata in un database o in un sistema di raccolta, senza previo consenso dell’autrice. La licenza di questo ebook è concessa solo per uso personale. Questo ebook non può essere rivenduto, né ceduto a terzi. Se si desidera condividere questo libro con un’altra persona, si prega di acquistare una copia per ciascun destinatario. Se si sta leggendo questo libro senza averlo acquistato, o se non è stato acquistato per uso personale, si prega di restituire la copia e acquistarne una propria. Grazie per rispettare il duro lavoro di quest’autrice. Questa è un opera di fantasia. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e fatti sono il frutto dell’immaginazione dell’autrice o sono utilizzati a puro scopo di intrattenimento. Qualsiasi richiamo a persone reali, viventi o meno, è puramente casuale. Copyright dell’immagine di copertina di istockphoto.com.




CAPITOLO PRIMO


Quando Lenore si svegliò, per un piacevole secondo pensò che si fosse trattato solo di un terribile incubo. Poteva sentire del morbido sotto di lei e, quando vide il piumone della stanza della locanda, credette che le cose orrende che ricordava fossero solo frutto della sua paura del buio. Non potevano essere reali, ma…

Ma invece lo erano. Lenore lo realizzò un secondo dopo, mentre la consapevolezza si rimpossessava di lei; lo realizzò per i lividi e il dolore che sentiva. Scosse la testa, cercando di costringersi a non pensare a dov’era, ma non sarebbe riuscita a frenare quei pensieri meglio di quanto avrebbe potuto fare con un oceano d’acque torbide.

I Taciturni che Re Ravin aveva mandato a cacciarla l’avevano rinchiusa lì: era loro prigioniera e, quando aveva provato a liberarsi, l’avevano colpita. Eoris e Syrelle erano i peggiori di tutti…

Lenore si costrinse a guardarsi intorno, a pensare a qualsiasi altra cosa che non fosse quello.

La stanza al piano di sopra della locanda era adesso vuota, fatta eccezione di lei; e Lenore sapeva che quella poteva essere l’unica occasione che avrebbe avuto per sopravvivere a tutto ciò. Barcollando e ignorando il dolore lancinante che avvertiva a ogni suo movimento, cominciò ad alzarsi.

Si piegò contro il letto per un secondo e dovette sorreggersi, ma non cadde. Se si fosse lasciata cadere, non sarebbe più riuscita ad alzarsi e non avrebbe potuto fare altro che attendere che tornassero a prenderla per portarla alle terre del Re Ravin.

Devo essere forte, disse fra sé e sé.

Si decise ad alzarsi e adesso non sembrava più tanto una principessa. Il suo vestito era lacerato per la ferocia della sua cattura, ma se lo infilò lo stesso, legando insieme al meglio che poteva quei brandelli di tessuto strappato.

Camminò lenta verso la porta, in punta di piedi. All’esterno, poteva sentire Eoris e Syrelle parlare e il cuore le ruggiva feroce in petto, per il timore che potessero entrare nella stanza di lì a poco.

“… Di certo non ci annoieremo qui con la principessa!” esclamò Syrelle, con quella sua voce affabile da mezza pazza.

“Dobbiamo portarla a Sud, mia cara,” replicò Eoris. “Se le fai troppo male, non sarà facile trasportarla.”

“Re Ravin non sa cosa voglia dire divertirsi,” disse Syrelle.

“Se gli dicessi che pensi questo, cosa credi che ti farebbe?” controbatté Eoris. “No, ce ne andremo entro un’ora. Raggiungeremo il ponte più vicino e, fra non molto, saremo dall’altra parte. Ricorda di lasciare viva qualche domestica. Re Ravin vuole che parlino.”

Voleva che parlassero? Lenore provò un misto di felicità, alla notizia che almeno alcune delle sue donne di servizio erano ancora vive; orrore, al pensiero di tutto ciò che avevano dovuto subire insieme a lei; paura, per quante di esse potevano essere invece morte; e confusione, perché non riusciva a spiegarsi come mai Re Ravin voleva che alcune di loro restassero in vita per dire alla gente che aveva in pugno la figlia di Re Godwin.

Tutto questo non aveva importanza in quel momento. L’unica cosa che importava era riuscire a fuggire. Vi aveva già provato prima però e non era riuscita neanche a raggiungere le stalle. Come poteva fuggire se era già stata presa una volta, se quegli uomini le avevano già dimostrato che potevano fermarla qualunque tentativo avesse fatto?

No, non si sarebbe arresa, non poteva. Una volta al di là del fiume… come sarebbe riuscita a fuggire da lì? Doveva farlo adesso, mentre erano occupati, mentre pensavano che fosse ancora debole e intrappolata lì.

Consapevole di non poter uscire dalla porta, si concentrò sulla finestra. Era scheggiata e bloccata, abbastanza dura da aprire che era certa avrebbe scricchiolato in segno di protesta mentre spingeva le serrande per aprirle, rivelando ciò che stava facendo a chiunque ascoltasse. Lenore la aprì e restò impietrita sul posto, aspettandosi che ne derivasse una qualche reazione. Nessuno irruppe nella stanza però, nessuno gridò né lanciò un allarme.

Lenore guardò giù verso terra. C’erano il tetto basso del piano sottostante e, oltre esso, il campo aperto al di là della locanda, con un cortile che conduceva alle stalle. C’erano dei cadaveri distesi lì adesso, trascinati a formare un mucchio come fossero meri rifiuti, qualcosa che non aveva alcuna importanza per il Taciturno che aveva commesso l’omicidio. Lenore poteva adesso vedere parte del gruppo di aguzzini non più vestiti da contadini, ma con pelli scure e un’armatura dalle lamine smussate che li faceva apparire pronti a combattere contro un valoroso esercito nemico.

Uno, una donna, era in piedi davanti a quattro domestiche di Lenore; ne indicò due e ordinò loro di correre. Erano troppo lontane perché riuscisse a riconoscerle. Poi, la donna alzò una piccola balestra che non superava la sua mano in grandezza.

“No,” sussurrò inorridita Lenore fra sé e sé quando scagliò il primo dardo. Colpì la prima domestica a metà schiena, facendola cadere e rotolare nel fango. Si alzò strillando, guardando indietro verso quella donna che l’aveva colpita…

Quello non significava altro che la seconda freccia l’avrebbe colta in pieno petto.

Anche Lenore voleva gridare, mentre il cuore le si spezzava alla vista di una ragazza innocente, che aveva reputato quasi un’amica, che veniva massacrata senza alcun motivo. Non lo fece però, perché altrimenti sarebbe finita; non ci sarebbe stata nessuna via d’uscita. Si concentrò dunque su quella che stava ancora correndo, consapevole che almeno una delle due sarebbe stata libera.

Lenore aspettò, finché non vide che i Taciturni si stavano dirigendo tutti in direzioni diverse, più attenti al prepararsi per partire che a lei. Quando arrivò il momento giusto, si fece coraggio e uscì dalla finestra. Si accucciò sul tetto della sezione sporgente del piano inferiore, sperando contro ogni speranza che avrebbe retto il suo peso.

Accovacciata, si mosse verso il bordo del tetto, per controllare che non vi fosse nessuno sotto, e fece un respiro profondo quando realizzò quanto era alto. Poteva farcela; doveva farcela. Dondolò attaccata al bordo del tetto, restando appesa con le mani per un momento; poi fece un respiro profondo e si lanciò.

Colpì forte il terreno e rilasciò il respiro che aveva trattenuto con un sibilo; fu positivo però, perché le impedì di gridare abbastanza forte da essere sentita. Rotolò sulle ginocchia, in attesa che la testa le smettesse di girare, e si costrinse ad alzarsi di nuovo in piedi. Ci riuscì e si avviò verso la zona d’ombra dell’edificio attiguo.

Non tentò di raggiungere le stalle questa volta: erano contornate da troppi Taciturni e non aveva alcuna speranza di sottrarre loro un cavallo senza essere scoperta. Al contrario, sapeva che la scelta migliore era allontanarsi dalla locanda a piedi, nascondendosi fra alberi e cespugli sul ciglio della strada e sperando che uno dei suoi fratelli arrivasse con la schiera d’uomini che avrebbero dovuto proteggerla sin dall’inizio…

Perché non l’avevano raggiunta? Perché non erano stati lì, pronti a salvarla? Vars aveva ricevuto il compito di proteggerla, mentre Rodry le aveva promesso che le avrebbe fatto da guardia per un pezzo di strada durante il raccolto nuziale; eppure nessuno dei due c’era stato quando aveva avuto bisogno di loro. Adesso era sola e avrebbe dovuto filarsela dal villaggio, sperando con tutta se stessa che sarebbe riuscita a passare inosservata.

Camminò e ce l’aveva quasi fatta; non era lontana adesso. Qualche altra decina di passi e sarebbe stata fuori dal villaggio. Una volta raggiunto il campo aperto al di là, di sicuro neanche i Taciturni avrebbero potuto trovarla.

Quel pensiero bastò a spronarla a procedere. Lenore strisciava dall’ombra di un edificio a quella del successivo. C’era quasi, era quasi fatta.

Un appezzamento di campo aperto giaceva davanti a lei e gelò quando ne raggiunse il confine, fermandosi per guardare a destra e a sinistra. Non vedeva nessuno, ma era consapevole di quanta poca importanza avesse la vista con persone di quel genere. Tuttavia, se fosse rimasta lì e non avesse fatto niente…

Corse più veloce che poteva, ignorando quanto le doleva il corpo a ogni passo e sfrecciando verso la salvezza oltre al campo aperto. Dietro di sé, udì un grido dalla locanda e capì che Eoris e Syrelle erano entrati nella stanza dove l’avevano lasciata e avevano scoperto che non c’era più. Il pensiero di loro che la inseguivano bastò a farla muovere più in fretta, precipitandosi verso la vegetazione accanto alla strada, verso un nascondiglio, verso la salvezza.

“Laggiù!” gridò una voce, e capì che l’avevano individuata. Continuò a correre, non sapendo cos’altro fare, con la sola consapevolezza che se si fosse fermata, sarebbe ricaduta nelle loro grinfie.

Non riusciva a procedere più veloce, ma almeno adesso era fra gli alberi e i cespugli che costeggiavano la strada; aveva il respiro affannato mentre si muoveva, spostandosi a destra e a sinistra nel tentativo di confondere i suoi inseguitori.

Udì dei passi alle sue spalle e schivò un albero, senza osare guardarsi indietro. Un altro arbusto giaceva davanti a lei e sapeva che, se solo fosse riuscita a eluderlo, avrebbe trovato una vegetazione più fitta oltre a esso. Poteva seminarli da lì in poi forse, ma prima doveva scegliere. Destra o sinistra… destra o sinistra…

Scelse la sinistra e comprese subito di aver sbagliato, poiché venne afferrata da un paio di mani forti, che la sbatterono a terra di peso, pressandola con forza e togliendole il respiro. Provò a dimenarsi, ma ormai sapeva di poter fare davvero poco. Quelle mani piegarono le sue davanti a lei, legandole sul posto per poi tirarla su.

Era davanti a Ethir, l’uomo che l’aveva sorpresa nelle stalle; il primo che aveva… La sollevò senza sforzo, mettendola di nuovo in piedi.

“Ti pentirai amaramente di essere fuggita, Principessa,” disse con quella sua voce pacata. “Ci assicureremo che te ne pentirai.”

“Vi prego,” lo implorò Lenore, ma non fece alcuna differenza. Ethir la trascinò verso i cavalli, il viaggio a sud e ogni momento d’orrore che la attendevano al di là dei ponti che conducevano fuori dal regno.




CAPITOLO SECONDO


Re Godwin III del Regno del Nord sedeva sul suo trono davanti a un mare di cortigiani e si sforzava di mantenere la calma. Dopo tutto ciò che era successo, dopo che sua figlia Nerra era stata costretta ad andarsene, odiava restare lì seduto, a fingere che andasse tutto bene. Desiderava alzarsi dal suo trono e andare a cercarla, ma sapeva di non poterlo fare.

Al contrario, doveva rimanere lì a intrattenere la corte, costretto in quella grande sala che portava ancora i resti del banchetto precedente, non del tutto eliminati. La sala era ampia e costruita in pietra, con striscioni alla parete ritraenti i ponti che segnavano il Nord. Erano stati disposti dei grandi tappeti quadrati, ciascuno riservato a un diverso rango della nobiltà o a una particolare famiglia nobile.

Lui doveva stare lì, in piedi davanti a quella platea, e doveva farlo da solo, perché Aethe non si sarebbe messa di fronte ai cortigiani che avevano preteso l’esilio di Nerra. In quel momento, Godwin avrebbe preferito essere in pressoché qualsiasi altro posto del mondo: il regno di Ravin, il terzo continente di Sarras, ovunque.

Come poteva fingere che andasse tutto bene quando Nerra era stata esiliata e la sua figlia minore, Erin, pareva essere scappata per diventare un cavaliere? Godwin sapeva di avere un aspetto arruffato, la sua barba ingrigita non era curata in modo impeccabile, la sua veste da Re era macchiata; tutto perché da giorni riusciva a stento a chiudere occhio. Poteva vedere il Duca Viris e la sua combriccola scansionarlo con un divertimento evidente. Se il figlio di quell’uomo non fosse stato il promesso sposo di sua figlia…

Il pensiero di Lenore alleviò un poco il suo sconforto. Era in viaggio per il raccolto nuziale, scortata da Vars. Presto sarebbe tornata e tutto si sarebbe concluso al meglio. Nel frattempo però, c’erano questioni serie di cui occuparsi: le voci che erano giunte a corte e minacciavano la rovina della sua casata.

“Vieni avanti figlio mio!” disse Godwin e le sue parole rimbombarono nella stanza. “Rodry, vieni fuori e fatti vedere!”

Il suo figlio maggiore uscì dalla folla spettatrice, sembrando il cavaliere che era e l’uomo che Godwin era stato da giovane. Era alto e irrobustito da anni di pratica con la spada, portava i capelli biondi tagliati corti, per evitare che gli offuscassero la vista. Era un vero guerriero, ed era chiaro che le persone lo osservassero con ammirazione mentre avanzava fra esse. Se solo fosse riuscito anche a essere un po’ più riflessivo.

“Va tutto bene, Padre?” chiese, facendo un inchino.

“No, non va tutto bene,” replicò Godwin feroce. “Pensavi che non sarei venuto a sapere dell’ambasciatore?”

C’era una cosa che proprio non poteva negare sul suo figlio maggiore, però, ed era la sfumatura accentuata di onestà che lo caratterizzava. Avrebbe potuto nascondersi meglio dietro a un dito che dietro a una bugia. In quella situazione, Vars avrebbe tentato di negare tutto mosso dalla codardia, mentre Greave avrebbe infiocchettato la vicenda richiamando la citazione più emozionante di quei suoi libri, ma Rodry si limitò a stare lì in piedi, duro come una roccia, e la sua mente era coerente con la sua postura, dato cosa disse dopo.

“Non potevo restare a guardarlo insultare tutta la nostra famiglia, tutto il nostro regno,” affermò Rodry.

“È proprio questo che avresti dovuto fare,” replicò Godwin adirato. “Invece, gli hai rasato la testa, hai ucciso due delle sue guardie… Se non fossi mio figlio ed erede, verresti impiccato per una cosa simile. In quanto ai tuoi amici…”

“Non hanno preso parte allo scontro,” replicò Rodry, stando in piedi impettito, assumendosi la responsabilità di tutto. Se non fosse stato così arrabbiato per la stupidità di quell’atto, Godwin sarebbe stato quasi orgoglioso di lui.

“Beh, saranno presto costretti a partecipare a uno,” disse il Re. “Credi che un uomo come Re Ravin non contrattaccherà? Avevo mandato il suo ambasciatore per la sua strada perché non potesse farci niente. Adesso gli hai dato una ragione per assalirci con più tenacia.”

“E noi saremo pronti a fermarlo quando lo farà,” rispose Rodry. Certo, era ostinato e poteva anche essere un uomo adulto e un cavaliere, ma non aveva mai sperimentato la guerra vera. Oh, aveva combattuto contro banditi e creature di vario genere, in quanto Cavaliere dello Sperone, ma non aveva mai affrontato un intero esercito armato su un campo di battaglia nel modo in cui aveva fatto Godwin da giovane, non aveva visto il caos, la morte e la…

“Basta,” replicò Godwin. “Sei stato uno sciocco a fare una cosa simile, Rodry. Devi imparare a comportarti meglio se vuoi essere in grado di fare il re un giorno.”

“Io…” esordì Rodry, chiaramente pronto a discutere.

“Taci,” lo interruppe Godwin. “Vuoi ribattere perché il tuo temperamento non ti dà modo di fare qualcosa di diverso. Beh, sono sempre io il re e non ho voglia di ascoltarti.”

Per un momento, pensò che suo figlio avrebbe potuto controbattere lo stesso, e allora Godwin avrebbe dovuto trovare una punizione che si addicesse all’erede al suo trono. Per fortuna, Rodry tenne a freno la lingua.

“Se rifarai una mossa così superficiale, dovrò sottrarti il titolo di cavaliere in segno di disonore,” affermò Godwin. Era la cosa peggiore a cui poteva pensare quando si trattava di Rodry, e quel messaggio parve senz’altro colpire nel segno. “Per ora, sparisci dalla mia vista, prima che perda le staffe come sembri sempre fare tu.”

Lo vide arrossire e pensò che avrebbe potuto impuntarsi e discutere, ma sembrò ripensarci. Al contrario, gli dette le spalle e uscì a grandi passi dalla sala. Forse avrebbe imparato la lezione, dopotutto. Il Re tornò a sedersi sul suo trono di legno scuro, saldo e solido, desideroso di vedere chi sarebbe stato il prossimo a farsi avanti; sempre che qualcuno avrebbe osato farlo, dato che la rabbia era ancora lì, dopo aver rimproverato suo figlio.

Finnal, che sarebbe presto diventato suo genero, riempì il vuoto, avanzando delicato e facendo un inchino che lo era ancora di più.

“Vostra maestà,” disse. “Perdonatemi, ma data l’irrequietezza dei preparativi del matrimonio, la mia famiglia sente che dovrei avanzare una o due… richieste.”

La sua famiglia, o meglio il Duca Viris, era ancora sorridente lì in piedi sullo sfondo, calmo come un airone che, appollaiato sopra a un fiume, attende trepidante la sua preda. Era il classico uomo che non appare mai come il diretto responsabile di qualcosa, ma sembra semplicemente trovarsi nei pressi per caso, appena fuori dall’attribuzione di una qualsiasi colpa.

“Quali richieste?” domandò Godwin.

Finnal avanzò per porgergli una pergamena arrotolata. Anche quella mossa era studiata a tavolino, perché significava che non avrebbe dovuto leggere ad alta voce le pretese contenute in quel rotolo.

Erano pretese; molto sottili, ma pur sempre pretese. Se prima le terre offerte come dote avevano escluso qualche villaggio, adesso, la versione rivista suggeriva di includerlo. C’erano più soldi, certo, perché era inevitabile, ma l’aumento reale era nascosto, distribuito su una nave da pesca aggiuntiva qui, una decima da un mulino lì. Nessuna appariva eccessiva e Godwin, nonostante fosse indignato in modo lampante, sarebbe forse sembrato un avaro; tuttavia, se sommate insieme, l’incremento era considerevole.

“Questo non è quanto hanno già accordato le nostre famiglie,” evidenziò.

Finnal offrì un altro di quei suoi eleganti inchini. “Mio padre crede fortemente che un accordo possa sempre essere… rinegoziato. Inoltre, altre circostanze sono venute alla luce nel frattempo, mio Re.”

“Quali?” chiese Godwin.

“Il rischio che rappresenta la presenza della malattia a squame all’interno di una famiglia rende molto difficile contrarre matrimonio,” disse Finnal. Suonava dispiaciuto al riguardo, ma Godwin non credette a quel tono neanche per un attimo. Era per questo che suo padre era stato lì immobile mentre un altro nobile aveva sollevato il problema della malattia di Nerra? Per una rinegoziazione?

Godwin si alzò di scatto dal trono, in un impeto di rabbia. Non era certo di cosa avrebbe detto adesso, di cosa avrebbe fatto, ma non ebbe modo di scoprirlo perché in quel momento le porte della grande sala si spalancarono violente, lasciando entrare una guardia che sembrava sorreggere una donna di servizio. Godwin di solito non prestava tutta quell’attenzione alle singole domestiche, ma era certo che quella in particolare fosse partita in viaggio con Lenore, pochi giorni prima.

Vederla lì bastò a farlo fermare in modo brusco e una fredda mano di terrore gli si avvolse attorno al cuore, dove prima c’era stato solo il calore della rabbia.

“Vostra maestà,” gridò la guardia. “Vostra maestà, c’è stato un attacco!”

Passò un secondo prima che Godwin riuscisse persino a parlare; era così sopraffatto dalla paura.

“Che genere di attacco? Cos’è successo?” domandò e osservò la giovane donna laggiù, che sembrava a malapena in grado a tenersi in piedi.

“Noi… noi eravamo…” Scosse la testa, come non riuscisse neanche a raccontarlo. “C’era una locanda… c’erano delle persone all’interno. Erano gli uomini di Re Ravin…”

La paura venne rimpiazzata dall’orrore a quel punto.

“Lenore, dov’è? Dov’è lei?” domandò.

“L’hanno presa,” disse la domestica. “Hanno ucciso le guardie, ci hanno prese e hanno…” La pausa raccontò a Godwin tutto ciò che doveva sapere. “Hanno lasciato andare alcune di noi, volevano che ve lo dicessimo.”

“E Lenore?” chiese Godwin. “Che hanno fatto a mia figlia?”

“L’hanno tenuta con loro,” rispose la giovane donna. “Hanno detto che l’avrebbero portata a sud, al di là del ponte. Vogliono darla a Re Ravin.”

In quel momento, non importava nient’altro; non importavano le reazioni eccessive di suo figlio, né le pretese del suo futuro genero. Tutto ciò che importava era il pensiero che un’altra delle sue figlie era in pericolo, e questa volta non l’avrebbe delusa, non avrebbe ripetuto quanto aveva fatto a Nerra.

“Convocate i miei cavalieri!” gridò. “Portate il messaggio ai Cavalieri dello Sperone. Avvisate le mie guardie. Voglio tutti gli uomini che abbiamo radunati insieme! Perché restate lì fermi? Muovetevi!”

Attorno a lui, guardie e domestici si misero in moto, alcuni correndo per recapitare il messaggio, altri affrettandosi per andare a prendere le armi. Da parte sua, Godwin uscì a grandi passi dalla sala, attraversando il castello, incurante di quanti lo stessero seguendo. Corse giù per una scala a spirale, con i piedi che rimbalzavano sulla pietra usurata. Superò corridoi tappezzati e passaggi i cui pavimenti piastrellati erano stati consumati dal viavai di generazioni. Scese fino all’armeria, dove un’imponente porta di ottone solido si ergeva fra il mondo e le armi che custodiva il castello, le opere più raffinate che aveva prodotto la Casa delle Armi. Le guardie laggiù si fecero da parte per lasciarlo passare.

La sua armatura giaceva sul supporto, il pettorale smussato dagli anni e le gambiere lavorate con decorazioni intrecciate. Di norma, Godwin avrebbe aspettato che un paggio lo aiutasse, ma adesso se la gettò addosso, allacciando le fibbie e legando i lacci. Sapeva che avrebbe dovuto raggiungere gli alloggi della regina per mettarla al corrente che un’altra delle sue figlie era in pericolo. Tuttavia, in quel momento, Godwin poteva sconfiggere mille eserciti, ma non poteva affrontare un compito come quello.

Ciò che stava per sostenere era già abbastanza brutto. Lenore era in pericolo, era probabile che avesse subito cose orribili che andavano quasi oltre all’immaginazione. Anche con tutti i suoi soldati, Godwin non sapeva se avrebbero fatto in tempo a recuperarla né quali nemici avrebbero dovuto fronteggiare nel tentativo. Tutto ciò che sapeva era che non poteva sopportare di perdere un’altra figlia, non adesso.

“La riporterò indietro,” disse ad alta voce. “A qualsiasi costo, riporterò indietro mia figlia.”




CAPITOLO TERZO


Rodry era furioso, la rabbia gli ribolliva dentro come avrebbe potuto fare la lava in uno dei vulcani all’estremo nord, accennando al peggio che stava per arrivare. I domestici lo superavano rapidi, e paziente doveva spostarsi per fare loro largo; non era come suo fratello Vars, non era il tipo di uomo che avrebbe scaricato la sua frustrazione su altri.

Frustrazione? Questa non era la parola giusta quando suo padre lo aveva appena umiliato per aver fatto qualcosa che avrebbe dovuto fare lui in prima persona.

Il suo gruppetto di amici lo stava seguendo e Rodry li aspettò. Nessuno di loro era ancora diventato il cavaliere che desiderava essere, ma almeno erano affidabili quando aveva bisogno di sostegno.

“Vostro padre sembra arrabbiato,” disse, Kay, uno dei suoi amici. Suonava nervoso riguardo all’intera vicenda.

“Sei nervoso solo perché sei stato tu ad accompagnare l’ambasciatore al confine,” intervenne Mautlice. Era figlio di un conte, ed era sempre positivo portarlo a caccia data la sua destrezza.

“Non gli permetterò di farvi qualcosa di male,” replicò Rodry. “Gli ho già detto che ho fatto tutto da solo.”

“Non ce n’era bisogno,” affermò Seris. Il suo corpo grassottello era ricoperto da strati di velluto e come sempre aveva la lingua lesta, ma la usava solo per dare man forte a Rodry.

“Lo apprezzo,” replicò Rodry. “Ho due fratelli che girano sempre intorno a ciò che vogliono dire. Io apprezzo chi dice quello che sente.”

“Sembrate piuttosto arrabbiato riguardo tutto questo,” disse Kay.

Non era una parola potente abbastanza da esprimere ciò che stava provando Rodry in quel momento. Si sentiva umiliato, forse. Era frustrato, senz’altro, perché non sembrava mai fare la cosa giusta. Lo era a causa di suo padre, che aveva già cacciato Nerra, che sembrava essere arrabbiato con lui, nonostante avesse fatto l’unica cosa rispettabile nei confronti dell’ambasciatore, e che appariva determinato ad assecondare Finnal e la sua famiglia, nonostante le voci che giravano sul suo conto.

C’erano giorni in cui Rodry era convinto che non avrebbe mai compreso la politica. Perché avrebbe mai dovuto farlo, però? Un uomo avrebbe dovuto fare la cosa giusta, quella onorevole, e sperare che coloro attorno a lui facessero lo stesso. Avrebbe dovuto essere forte abbastanza da proteggere i suoi amici e sconfiggere il male. Qualsiasi altra cosa era… erano solo giochetti.

Si diresse verso i suoi alloggi, attraversando il labirinto di corridoi che percorreva il castello, mentre gli altri seguivano la sua scia. Risalirono una galleria di finestre colorate, ciascuna distorceva la luce in modo diverso, poi superarono un’ampia stanza dei ricevimenti dotata di mobili in quercia massiccia. Rodry spinse un tavolo da parte e continuò a procedere.

Attorno a lui il castello era in fermento, ma il principe era abbastanza arrabbiato da ignorare tutto. Pensava che avesse semplicemente a che fare con le nozze. Da quando suo padre aveva anticipato la partenza per il raccolto nuziale, l’intero castello era stato in trepidazione per restare al passo.

Raggiunse i suoi alloggi. Erano decisamente più funzionali di quelli dei suoi fratelli, con bauli e casse lungo una parete. La sua armatura giaceva su un supporto, lustrata in modo impeccabile, tenuta con le massime cura e precisione che aveva appreso nel tempo trascorso fra i Cavalieri dello Sperone.

Il pensiero dell’ordine richiamò quello di Erin, dato che il Comandante Harr aveva recapitato il messaggio per rendere noto a corte dove si trovasse. Rodry avrebbe dovuto immaginarsi che la sua sorella minore avrebbe tentato di raggiungere lo Sperone prima o poi, ma non l’aveva fatto, semplicemente perché non era il genere di cose che facevano le ragazze.

Forse sarebbe dovuto andare a cercarla per riportarla indietro. In quanto Cavaliere dello Sperone, aveva tutto il diritto di accedere alla loro roccaforte. In quanto fratellastro di Erin, sarebbe forse riuscito a convincerla, o quantomeno a riportarla al castello con la forza. Allo stesso tempo però, Rodry era felice che almeno uno dei membri della sua famiglia potesse fare ciò che desiderava.

“Andremo alla Casa delle Armi,” disse agli altri. “Passeremo un po’ di tempo sui campi d’addestramento laggiù.”

“Di nuovo?” chiese Kay. “Preferirei andare a caccia.”

“Dite tutti che volete diventare dei cavalieri un giorno,” replicò Rodry. “Beh, perché questo si realizzi, dovete migliorare nel combattimento. Un altro paio di lezioni con il Maestro di Spada Wendros e magari riuscirete persino a battermi.”

Quello avrebbe richiesto molte lezioni, ma non c’era motivo di negare loro un po’ di speranze.

“Coraggio,” aggiunse. “Quella domestica di mia sorella per cui sembri avere un debole ne resterà impressionata.”

“Lo pensate davvero?” chiese Kay.

“Beh, gli serve qualcosa con cui impressionarla,” intervenne Seris, e gli altri risero.

Il gruppo pareva sul punto di cedere di nuovo a tutte le battute amichevoli e al cameratismo, non proprio come accadeva con i veri cavalieri con cui Rodry trascorreva il tempo, ma l’atmosfera era abbastanza simile per ora e comunque pressoché sufficiente a tenere sotto controllo la sua rabbia.

Poi un domestico entrò correndo.

“Vostra altezza,” disse l’uomo. “Sono stato mandato a cercarvi, si tratta della Principessa Lenore.”

D’improvviso, Rodry si girò verso l’uomo. “Cosa le è successo? Cosa c’è che non va?”

Il solo tono del domestico diceva che c’era qualcosa e, qualsiasi cosa fosse, era negativa.

“È stata aggredita,” disse il domestico. “La gente di Re Ravin… Vogliono portarla a sud attraverso uno dei ponti. Il re sta radunando tutti i cavalieri; ha recapitato il messaggio allo Sperone.”

“Radunare i cavalieri?” ribatté Rodry, precipitandosi al supporto dove giaceva la sua armatura. “E quanto tempo ci vorrà?”

Troppo; la risposta era ovvia. Suo padre era un re e dunque avrebbe proceduto lentamente, radunando gli assenti, raggruppando le truppe e preparandosi a oltranza, senza mai agire; come aveva fatto con l’ambasciatore.

“Mio padre ci metterà troppo tempo,” disse Rodry. “Permetterà loro di dileguarsi e, se raggiungeranno il sud, mia sorella sarà perduta.” Guardò il domestico. “Come hanno fatto ad attaccare Lenore? Dov’erano Vars e i suoi uomini?”

“Io… nessuno lo sa per certo, vostra altezza,” rispose il domestico.

Significava che Vars non era stato dove avrebbe dovuto essere. La rabbia attraversò il volto di Rodry a quella realizzazione, ma anche il senso di colpa. Avrebbe dovuto opporsi con maggiore tenacia quando suo padre aveva deciso di dare a Vars il compito di scortare Lenore, avrebbe dovuto insistere per essere lui stesso a proteggerla. Avrebbe dovuto essere lì con lei.

Beh, avrebbe rimediato subito. Rodry guardò i suoi amici. Non erano i Cavalieri dello Sperone, ma erano usciti spesso a caccia e si erano allenati tanto con le armi. Loro erano lì ed erano tutto quello che aveva.

“Seris, trova gli altri, quanti più possibile e nel minor tempo possibile. Spiega loro l’accaduto e dì loro che ho bisogno che mi seguano. Mautlice, prepara i cavalli. Corrompi gli stallieri se serve. Kay, raggruppa le armi.”

“Ci uniremo alle truppe di vostro padre?” chiese Kay.

Rodry non riuscì a contenere la sua rabbia a quel punto; colpì con il pugno la parete accanto a lui e gli altri scattarono indietro.

“Mio padre non sarà abbastanza veloce!” gridò. “Un piccolo gruppo può muoversi più in fretta; quindi no, lo farò da solo. Ho intenzione di andare a prendere mia sorella, di riportarla indietro e di metterla al sicuro. Kay, se quella ragazza che ti piace è una delle sue domestiche, sarà in pericolo anche lei. Non vuoi aiutarla?”

“Io…” Kay annuì.

“Tutti voi,” disse Rodry. “Dite di voler diventare cavalieri. Dite di voler dimostrare il vostro valore. Questa è l’occasione per farlo. Facciamo le cose che solo i cavalieri possono fare. Proteggiamo chi ha bisogno di essere protetto.” Li guardò, implorandoli. “Per favore. Ve lo sto chiedendo non come il vostro principe, ma come amico. Aiutatemi a salvare mia sorella.”

Non avevano motivo di farlo, certo. Loro dovevano unirsi alle forze di suo padre, dovevano aspettare e intervenire insieme agli altri. Tuttavia, Rodry si sentì sollevato quando, uno dopo l’altro, annuirono.

“Troverò altre persone,” promise Seris. “Credo di averne viste alcune più giù prima, nel corridoio lungo. Magari qualche guardia o qualche cavaliere…”

“Halfin e Twell potrebbero venire,” disse Rodry. “Ma i cavalieri devono essere leali a mio padre.” Fece una pausa. “Non fingerò che sia sicuro perché, anche qualora vincessimo, mio padre potrebbe comunque arrabbiarsi con noi per averlo fatto. Però non ho scelta, non posso restare a guardare.”

Gli altri annuirono.

“Eccomi, lasciate che vi aiuti con l’armatura,” disse Kay.

Rodry si gettò addosso da solo la cotta di maglia, ma aveva bisogno dell’aiuto dell’amico per le cinghie del pettorale e degli spallacci. Seguirono la gorgiera e i guanti di metallo. Di solito Rodry non avrebbe cavalcato così, ma non voleva avvicinarsi ai rapitori di sua sorella per poi fermarsi e indossare le protezioni.

“Dobbiamo muoverci,” disse. “Non c’è tempo da perdere.”

Gli altri si precipitarono a eseguire i compiti che aveva dato loro, mentre lui raccoglieva le sue armi: spada e lancia, pugnale e mazza ferrata. Si mise in marcia per attraversare il castello e i domestici si spostarono dalla sua strada. Forse percepivano la rabbia che ancora gli ribolliva dentro, spronandolo a procedere.

Quando raggiunse le stalle, Mautlice aveva già raggruppato i cavalli con successo e altri amici stavano accorrendo, insieme a una mezza dozzina di guardie; cosicché erano forse un gruppo di venti in tutto. Alcuni di loro erano armati come Rodry, ma gli altri indossavano solo indumenti di pelle leggera o una cotta di maglia, come si fossero gettati addosso la prima cosa che fosse loro capitata fra le mani. Sarebbe stato sufficiente?

Doveva esserlo, perché il tempo a disposizione era esaurito. Dovevano andare a prendere Lenore.

Il cavallo di Rodry era a capo della fila. Mise un piede nella staffa e montò in sella. I cancelli del castello erano aperti davanti a lui, offrendo una vista dall’alto su Royalsport.

Rodry si voltò verso il suo gruppo di uomini. Per un momento, lì sotto alla luce del sole, sembrava fossero davvero dei cavalieri. Non sapeva come se la sarebbero cavata contro al genere di soldati che aveva mandato Re Ravin, ma non gli restava che sperare che potessero essere abbastanza veloci, che potessero fare abbastanza per salvare sua sorella. Estrasse la spada e la agitò davanti a sé.

“Avanti!”

Mentre gli zoccoli dei loro cavalli rimbombavano al galoppo, Rodry pregava solo che sarebbero arrivati in tempo.




CAPITOLO QUARTO


Devin tornava barcollando verso Royalsport, ancora incapace di credere a ciò che aveva visto, a ciò che aveva trovato. Come poteva aver visto un drago se mancavano da tanto tempo?

C’era dell’altro, però; in quel momento, non era neanche più sicuro di chi fosse. I sogni che aveva fatto gli avevano dato ad intendere che era qualcun altro, qualcuno che proveniva da un luogo misterioso che non era il Regno del Nord. Devin non sapeva cosa pensare al riguardo, non sapeva chi era destinato a essere; e cosa voleva dire ciò che aveva fatto contro quei lupi? Aveva praticato la magia, ma cosa significava tutto ciò?

Mentre raggiungeva la città, i piedi gli si giravano in automatico sulla strada che l’avrebbe portato verso i numerosi ponti che dividevano i regni, verso casa. Fece una dozzina di passi nella folla e realizzò che, in realtà, non aveva una casa dove andare, non più. Non poteva neanche tornare alla Casa delle Armi, dato che lo avevano cacciato, quindi cosa gli restava?

Alzò gli occhi verso la città, avvolta dalla luce del sole di metà mattina; pareva che la nebbia del giorno prima non vi fosse mai stata. Le sue casette in paglia erano sparpagliate fra i corsi d’acqua che formavano un reticolo a coprire tutto il centro, come una ragnatela che fra fili e fessure si espande su uno specchio. Devin riusciva a distinguere i quartieri: nobili, poi poveri, poi ancora più poveri, giù fino al punto in cui giaceva casa sua… o meglio quella che un tempo lo era stata, si corresse.

Le persone laggiù si affaccendavano fra le vie di ciottoli, verso le attività dove lavoravano o verso le grandiose costruzioni delle Case che si ergevano sulla città. La Casa delle Armi stava già eruttando fumo verso il cielo dalle sue fucine, mentre la Casa degli Accademici restava lontana dalla cacofonia della città. La Casa dei Commercianti era posta nel cuore dei mercati della città, mentre la Casa dei Sospiri giaceva silenziosa durante il giorno, poiché anche l’ultimo dei clienti della notte prima se n’era ormai andato. L’odore della città era un misto di fumo e sudore, la calca di persone era tale da risultare opprimente.

Devin guardò oltre a tutto ciò, verso la struttura massiccia dalle pareti grigie del castello. Il principe Rodry doveva trovarsi lì e poteva aiutarlo. Il Maestro Grey poteva essere lì e questa volta Devin avrebbe potuto strappargli delle risposte. Se la Principessa Lenore non era fuori per il suo raccolto nuziale, avrebbe potuto intravederla e il solo pensiero gli dette un colpo al cuore, anche se sapeva che avrebbe dovuto ignorare quella sensazione.

Si incamminò verso il castello, la sua sagoma esile procedeva a zig zag nella folla che popolava le strade. Essendo più alto della maggior parte delle persone, riusciva a scegliere la via giusta abbastanza facilmente, evitando le bancarelle allineate ai margini delle strade principali, dove la calca era più fitta, e guardando avanti verso la rete dei corsi d’acqua che si incrociavano per tutta la città. Devin si spostò i capelli scuri dagli occhi, chiedendosi se quei canali fossero abbastanza bassi a quell’ora da poterli guadare. Pensò che fosse meglio evitare; anche se gli indumenti raffinati che aveva preso in prestito da Sir Halfin erano adesso macchiati del fango della foresta, era meglio non incrostarli ulteriormente. Almeno, non se voleva accedere al castello.

Devin attraversò i ponti, affrettandosi a superare una campata in legno e pietra dopo l’altra e risalendo il percorso che conduceva al castello. Su un altro ponte vide una piccola truppa di cavalieri farsi strada attraverso la città, chiaramente in fretta. Pensò che vi fosse Rodry a capo, ma erano troppo lontani perché potesse chiamarli.

Al contrario, continuò a procedere verso il castello, facendosi strada più su, attraverso i quartieri più ricchi della città. Era abituato alle occhiate delle guardie quando passava di lì, ma adesso sembravano distratte da qualcos’altro. Quello bastò a farlo correre più veloce dato che, qualsiasi cosa fosse successa, il castello era l’opzione migliore per trovare delle risposte.

Raggiunse i cancelli del castello e si fermò, scioccato per la figura che era lì in piedi. Il Maestro Grey lo stava aspettando, vestito in abiti bianchi e dorati impreziositi con sigilli mistici e rune che catturavano la luce mentre avanzava guardandolo dritto negli occhi. Si tirò indietro il cappuccio, scoprendosi la testa rasata e gli occhi penetranti.

“Cosa sta succedendo?” chiese Devin. “Perché le persone sono così frenetiche quaggiù?”

“Non è questo che sei venuto a chiedermi,” disse il Maestro Grey, con un tono che suggeriva che sapeva esattamente ciò che il giovane aveva visto.

“No,” ammise Devin. “Io… Io vi stavo seguendo e poi ho visto… c’era un drago…”

“Vuoi delle risposte,” replicò il Maestro Grey. “Vuoi sapere qualcosa sulla magia.”

Devin annuì.

“Quanto lo vuoi?” chiese lo stregone. “Vuoi davvero conoscere qualcosa che potrebbe annientarti?”

Devin si fermò. Uno o due giorni prima avrebbe potuto dileguarsi a quel pensiero. Adesso però… adesso non gli era rimasto niente da perdere. Nessuna casa, nessuna famiglia…

“Ho bisogno di sapere,” rispose.

“Seguimi allora,” disse il Maestro Grey, voltandosi e camminando come fosse certo che l’avrebbe seguito. Per una volta non sembrò dissolversi nel nulla e Devin, troppo grato per quell’opportunità, si affrettò sulla sua scia e dentro al castello. Gruppi di domestici si separarono, spostandosi di lato per far passare il mago.

“Io… Io ho sognato delle cose strane,” disse Devin mentre camminava. “Ho sognato di non essere chi ho sempre pensato fossi.”

Il Maestro Grey non rispose, continuò solo a camminare verso una serie di scalini che conducevano in basso, nelle viscere del castello. C’erano delle torce che sfarfallavano laggiù, gettando delle ombre sulle pietre che sembravano più antiche del resto del castello, dalla superficie levigata e ricoperta da un accenno della malta che le aveva tenute insieme, impedendo che si sgretolassero nel tempo.

“Stiamo scendendo,” affermò Devin. “Dove siamo diretti?”

Di nuovo, non ricevette alcuna risposta dal mago. Devin poteva avvertire la frustrazione crescergli dentro. Gli si schierò davanti, determinato a provocare una qualche reazione in lui. Lo stregone si fermò e lo fissò, finché lo scomodo peso del suo sguardo lo spinse a farsi da parte.

“Voglio solo delle risposte!” insistette Devin.

“Le risposte sono spesso preziose,” disse il Maestro Grey. “Ma di rado ci vengono date così.”

“Voglio solo dare un senso alle cose che ho visto,” replicò Devin. “So di essere nato sotto alla luna del drago. So che i miei genitori non sono i miei genitori.”

“Cose pericolose da dire,” ribatté il Maestro Grey. “Forse persino cose pericolose da sapere.”

“E voi non avete intenzione di spiegarmi niente di tutto ciò,” suppose Devin. “Perché mi avete incontrato al cancello se non volete parlarmi?”

“Perché devi eseguire un compito,” disse il Maestro Grey. “Un compito che potrebbe rivelarsi importante nei giorni a venire.”

“Quale compito?” domandò Devin.

Raggiunsero una porta di quercia nera, bloccata con del ferro, e il mago la spinse ad aprirla, rivelando uno spazio cavernoso dal soffitto a volta; una finestra soprastante lasciava entrare un fascio di luce che diffondeva un cerchio luminoso sul pavimento di piastrelle bianche e nere. La stanza era dotata di una forgia, un forno fusorio, un’incudine e ciò che a Devin sembrava un complesso di tutti gli attrezzi necessari per lavorare il metallo, disposti su scaffali di ferro annerito.

Quella zona era piuttosto strana, ma c’erano simboli intarsiati su ogni superficie, simboli che ricordavano a Devin quelli presenti sugli indumenti del Maestro Grey.

“Avete messo la magia in tutto questo?” chiese.

Con sua sorpresa, il Maestro Grey scosse la testa. “Questo non è metterci dentro la magia, ma contenerla quando la usi.”

“E come posso farlo?” chiese Devin.

Persino il sorriso del Maestro Grey era enigmatico, impossibile da decifrare del tutto. “Sai già cosa vuol dire evocare la magia. Devi solo incanalarla nel metallo mentre lavori.”

“E come lo faccio?” ripeté Devin.

“Imparerai,” lo rassicurò lo stregone e indicò la forgia. “Dovrai farlo, perché il metallo stellare non risponderà semplicemente al calore o al martello.”

Devin guardò dove il minerale grezzo del metallo stellare giaceva in attesa, vicino al forno fusorio. Camminò fin lì, lo toccò e avvertì la sensazione di qualcosa che da esso si propagava verso di lui; qualcosa che non riusciva a collocare, che non riusciva ancora a comprendere del tutto.

“Ti risponde,” affermò il Maestro Grey e si spostò per mettersi in piedi accanto alla parete. “Adesso devi controllare quella risposta. La magia è pericolosa. I miei incantesimi la conterranno, ma se per disgrazia sbagli a rapportartici… il metallo potrebbe consumarti.”

“Consumarmi?” ripeté Devin. All’improvviso, il ferro e l’acciaio parvero distanti anni luce.

“Il metallo assorbe la magia. Ne ha bisogno per prendere forma, ma versane troppa e potresti perdere te stesso,” disse il Maestro Grey. “Trova la tua magia, ragazzino. Incanalala, usala per dare forma al metallo mentre lo lavori. Avvia il forno.”

Devin voleva ribattere, ma quello era il compito che gli era stato attribuito. Doveva sbrigarsela da solo se voleva guadagnarsi il suo posto al castello. Doveva portare la spada al re… o a Rodry. Ad ogni modo, doveva prima fabbricarla.

Accese il fuoco per il forno; prima la legna, poi il carbone, pompando il mantice, accrescendo il calore. Guardò le fiamme, aspettando che acquisissero il colore giusto, quello che gli faceva capire che erano abbastanza calde.

“Non basta il calore, ragazzino,” gli ricordò il Maestro Grey.

Devin si scavò dentro, cercando di trovare quell’energia che era uscita così prontamente in quella valle. Aveva risposto al metallo, quindi Devin toccò un pezzo del minerale grezzo, concentrandosi su quella sensazione. Poteva sentirla, poteva avvertirla. Cercò di spingere quella sensazione nel forno, nelle fiamme…

Riuscì a malapena a gettarsi a terra quando le lingue di fuoco balzarono all’esterno, sfrecciando alle sue spalle come era accaduto in quella visione che aveva avuto del drago. Mentre approdava sul lastricato in pietra del pavimento, Devin vide le protezioni che il Maestro Grey aveva intrecciato brillare di vita per assorbire quella forza liberata.

“Io…” Devin si alzò su gambe instabili. “Non posso farlo.”

“Puoi e lo farai. Porta pazienza.”

Devin era tutto tranne che paziente in quel momento, soprattutto perché le persone più su nel castello gridavano come forsennate, forte come se il posto fosse sotto attacco.

“Che cosa sta accadendo là fuori?” chiese.

“Non è rilevante per il tuo ruolo in tutto questo,” rispose il mago.

“Voglio saperlo,” disse Devin, mentre si rialzava. “Cosa mi state nascondendo?”

“Ci sono tante cose che io so e tu no,” sottolineò il Maestro Grey.

Devin si incamminò verso la porta. “Lo scoprirò da solo.”

“La Principessa Lenore è stata catturata dagli uomini di Re Ravin,” disse lo stregone a quel punto, con un tono empatico ma in modo distaccato, come se niente di tutto ciò lo toccasse davvero. “Il Principe Rodry è già andato a salvarla, mentre suo padre sta raggruppando gli uomini per attraversare i ponti e andare a sud.”

Devin si sentì come se il cuore gli si fosse fermato in petto all’istante. Lenore era in pericolo? Il solo pensiero bastava a fargli desiderare di precipitarsi a cercarla, pronto a metterla in salvo. Non sapeva da cosa derivasse quel sentimento, ma era lì e lui era consapevole di non poter restare da una parte mentre lei era in pericolo.

“Devo unirmi alle truppe del re,” disse, incamminandosi di nuovo verso la porta.

Il Maestro Grey gli si mise davanti. “Per fare cosa?”

“Potrei… Potrei aiutare nel combattimento e riportarla indietro.”

“E pensi che non ci siano già abbastanza uomini che si stanno precipitando a farlo?” rispose il Maestro Grey. “Il Principe Rodry ha i suoi… amici. Il re ha i suoi cavalieri e le sue guardie. Non c’è niente che tu possa fare unendoti a loro, eccetto che condannarti a morte.”

Lo fece suonare certo come il sorgere del sole.

“Che ve ne importa?” domandò Devin.

“Me ne importa perché sei troppo potente per essere sprecato così. Il ragazzo nato sotto alla luna del drago? Quello della profezia? No, questo è il tuo ruolo: imparare, migliorare nell’uso della tua magia e forgiare la spada.”

Devin proseguì verso la porta, ma il Maestro Grey alzò una mano.

“Pensi che il re non ti chiuderebbe qui se glielo chiedessi?” domandò e fece un cenno con la testa al forno. “Adesso, hai un compito da eseguire. Sii gentile questa volta.”

Devin voleva ribattere, ma sapeva che non avrebbe portato a niente di buono. Voleva aiutare a salvare Lenore, ma che lo stregone avesse ragione era tanto frustrante quanto innegabile allo stesso tempo. Non poteva aggiungere niente agli uomini che si stavano già occupando del salvataggio, non poteva essere il nobile guerriero che l’avrebbe salvata. Quello era tutto ciò che poteva fare.

Tornò al forno, pronto a fare un secondo tentativo. Avvertiva la frustrazione dentro di sé, e non solo per questo. Aveva così tante domande e il Maestro Grey non avrebbe mai risposto neanche a una.

Avrebbe trovato un modo per ottenere le risposte però, a tutte le domande.




CAPITOLO QUINTO


Il Principe Greave non era abituato a occuparsi di navi se non a livello puramente teorico. Oh, aveva letto parti di Sulla navigazione di Samir e Attorno alle coste di Hussard in vista del viaggio, ma nessuno dei due lo aveva preparato alla realtà di un mare che si agitava violento, a un equipaggio di marinai che lo ignorava, chi più chi meno, e a un cielo che sembrava a un passo dalla tempesta.

La Serpentina era un’ampia nave a tre alberi, dai lati alti e curvi che, come una spada, tagliava le onde mentre si faceva strada nel mare. Portava piccole scialuppe ai lati, assicurate alle ringhiere. I marinai erano uomini dall’aspetto duro, ricoperti da indumenti larghi e spartani che permettevano loro di muoversi senza difficoltà nelle manovre navali. Erano robusti e segnati dalle intemperie, l’esatto opposto di Greave; e osservavano la sua pelle liscia e il suo aspetto femmineo con disprezzo.

Tuttavia, il solo pensiero di Nerra e che tutto ciò era finalizzato ad aiutarla, rendeva l’impresa degna dello sforzo. Quello era il modo più veloce per raggiungere Astare e la grande biblioteca che giaceva lì. Era l’unica via per arrivare dove avrebbe potuto trovare una cura alla malattia a squame abbastanza in fretta. Nonostante ciò… nonostante ciò, Greave era preoccupato di non fare in tempo.

“Questo è… normale?” chiese Aurelle, che era accanto a lui.

“Stai iniziando a desiderare di non essere venuta?” chiese Greave.

Scosse la testa. “Voi siete qui ed io non vi lascerò.”

Lo fece sembrare del tutto normale, ma Greave non poteva immaginare un’altra donna che lo avrebbe seguito lì, in quei mari spietati che avevano reclamato così tante vite, su una nave che avrebbe potuto essere fatta a pezzi se si fosse avvicinata troppo alle correnti rapide in prossimità delle sponde del fiume Slate. Nessun’altra donna avrebbe accettato di farlo, ma Aurelle era più di una donna qualsiasi.

“Sembra che abbiate la nausea,” disse Aurelle.

Greave detestava pensare all’aspetto che doveva avere in quel momento. Di solito era elegante, esile, con tratti quasi femminei, i capelli che gli scendevano in onde morbide e i tratti chiusi in un’espressione che avrebbe potuto fornire una perfetta ispirazione per la tristezza a un artista. Adesso, i suoi capelli erano aggrovigliati per il sale marino e il primo accenno di barba scura gli punteggiava il mento. Il suo non era un volto che poteva ospitare una barba, neanche quando non tendeva al verde per il mal di mare.

Mentre per quanto riguardava Aurelle… lei era perfetta.

Non era solo bellissima, sebbene lo fosse, con la sua pelle d’alabastro e gli zigomi e le labbra che ricordavano le stelle più luminose in una costellazione di tratti perfetti. Il suo corpo… Greave avrebbe potuto scrivere delle poesie su di lei, soprattutto poiché non portava più un abito elegante, ma dei vestiti da viaggio, con una tunica grigia e argento, un corsetto e dei calzoncini.

Niente di tutto ciò era tanto importante quanto il fatto che fosse lì, con lui, sulla rotta migliore che potevano trovare per raggiungere la grande biblioteca di Astare. Lo aveva accompagnato nella sua caccia per trovare una cura alla malattia a squame, quando nessun altro lo avrebbe fatto; stava cercando di aiutare Nerra, essendo salita a bordo di quella nave insieme a lui con piacere, se non addirittura con gioia.

“Non avremmo potuto andarci a cavallo?” chiese.

“È all’estremo nord-est e per arrivare laggiù occorre attraversare le terre vulcaniche,” disse Greave. “Raggiungerlo a cavallo sarebbe difficile e pericoloso se siamo solo noi due.”

“E questo invece non lo è?” chiese Aurelle, accennando al mare attorno a loro.

Non c’era segno di terraferma da lì; le navi dovevano viaggiare a largo per evitare il rischio di essere travolte dalle pericolose correnti in prossimità della costa. Era snervante; Greave aveva trascorso la maggior parte della sua vita confinato in biblioteca ma, allo stesso tempo, poteva sentire qualcosa crescere in lui a quella vista. Quello era ciò che gli scrittori che ammirava avevano visto: il mondo in tutta la sua gloria.

“Greave,” disse Aurelle, puntando il dito all’orizzonte. “Guardate, una balena.”

Greave guardò e vide un’ampia forma grigia sollevarsi dall’acqua, ma le fauci che mostrava erano troppo lunghe e piene di denti appuntiti per appartenere a quel cetaceo. Il suo corpo era grande quanto quello di una balena, ma era percorso da fronde di carne che potevano essere scambiate per alghe da lontano. Greave richiamò alla memoria Creature del profondo di Lolland, e la paura gli si agitò dentro.

“Quella non è una balena,” disse. “Aggrappati a qualcosa, Aurelle.” Gridò forte, in modo che l’equipaggio potesse sentire. “Faucenera!”

L’equipaggio si girò verso la creatura e impiegò un secondo in più di quanto avrebbe dovuto metterci a reagire, perché era stato lui a urlare invece che uno di loro. Greave sapeva cosa dovevano pensare in quel momento: che quel tenero principe viziato non avrebbe distinto una faucenera da un branco di sardine. Tuttavia, un secondo dopo, la videro coi loro occhi e corsero verso la riserva di arpioni della nave.

A quel punto, la creatura era già sott’acqua.

Greave osservò la sua ombra da sopra alla superficie, la seguì con gli occhi mentre si aggrappava a una delle corde della nave. Attorno a lui, i marinai guardavano cauti, diversi ancora affannandosi per prendere le armi.

Poi la creatura colpì.

Sbatté al lato della nave, ma il nostromo la stava già facendo allontanare quindi non accusarono il pieno impatto dell’attacco. Nonostante ciò, bastò a scuotere il mezzo con violenza, inclinandolo di lato abbastanza forte che se Greave non avesse afferrato la corda, sarebbe caduto.

Aurelle non fu altrettanto fortunata e urlò mentre ruzzolava verso il bordo della nave. La faucenera si stava già sollevando con le sue grosse fauci spalancate, pronte ad afferrare la preda, mentre con le sue lunghe fronde si aggrappava alla nave, sorreggendosi sul suo lato inclinato.

Greave balzò in avanti d’istinto, afferrando Aurelle, anche se quello significava abbandonare la sua presa sicura. Le avvolse la vita con le dita, ma anche mentre lo faceva, avvertiva il suo stesso supporto cedere.

Davanti a sé, Greave poté vedere gli arpioni conficcarsi nella carne della creatura, ma non servì a molto. Stava continuando ad avvicinarsi, con quei suoi grandi occhi privi di palpebre che lo guardavano fissi con una cattiveria terrificante.

“Vostra altezza!” gridò uno dei marinai e Greave si voltò nella sua direzione, appena in tempo per accorgersi che l’uomo gli stava tirando un arpione. L’arma restò sospesa nell’aria per un secondo prima di sbattergli contro al palmo mentre la afferrava.

“Greave!” urlò Aurelle. Era quasi al bordo della nave adesso, frenata dalla sua presa sul suo polso, ma solo appena. Sollevò l’arpione, rimpiangendo di non aver trascorso più tempo ad allenarsi con le armi e consapevole che avrebbe dovuto essere vicino a quel grande occhio per…

Lanciò l’arpione, che sfrecciò più preciso di quanto avrebbe potuto sperare. Si conficcò nel bulbo scoperto dell’occhio della faucenera, immergendosi abbastanza in profondità da far emettere alla creatura un grido che parve scuotere il mondo. La sua mole si ritrasse dalla nave che tornò a raddrizzarsi e il tonfo provocato dal suo rientro in acqua riversò sul ponte un’onda che minacciò di affondarla.

Per tutto il tempo, Greave tenne Aurelle stretta, determinato a non lasciarla andare. La tirò su, stringendola a sé perché non corresse il rischio di cadere nell’acqua ma anche perché voleva assicurarsi che fosse ancora viva, ancora lì, ancora salva.

“Pensavo che ti avrei persa,” disse.

“Mi avete salvata,” rispose lei. “Io… Io non so cosa dire…”

“Io sì,” replicò Greave e la baciò dolce. “Ti amo.”

“Io… Vi amo anch’io.”


***

Aurelle pronunciò le parole in automatico, perché alla Casa dei Sospiri le avevano insegnato bene che certe cose erano uno strumento da usare, un mero modo in più per controllare i sentimenti di chi le udiva. Per coloro il cui unico ruolo era vendersi agli altri, quelle erano parole che potevano rimuovere una sfumatura di inclemenza oppure accrescere l’incasso. Per quelle come lei, potevano essere un’arma affilata come pugnali.

Avrebbe potuto infilzare il Principe Greave in quel momento. Era abbastanza vicino e forse, a seguito del caos, i marinai avrebbero pensato che la bestia lo avesse in qualche modo ferito.

O forse no, il contrario. Forse avrebbero capito cosa aveva fatto e l’avrebbero uccisa; o magari avrebbero pensato che la ferita fosse stata provocata dalla creatura, ma sarebbe comunque rimasta una donna sola su una nave piena di marinai, senza alcuna via d’uscita se non la loro grazia.

No, una nave non era il luogo migliore per uccidere il principe, anche se il suo benefattore le avrebbe probabilmente intimato di farlo subito, a prescindere dai rischi. Si ritrovò a pensare al Duca Viris e alle cose che le aveva fatto fare. Non aveva motivo di pensare che lui si preoccupasse minimamente per lei. Il tempo passato insieme alla Casa dei Sospiri ne era stato prova.

Si disse che stava solo agendo in modo pratico, ma in realtà c’era dell’altro. Greave era un uomo gentile, amabile e premuroso, molto diverso dalla maggior parte degli uomini che aveva conosciuto. Si era lanciato nel pericolo per salvarla senza pensarci un momento, quando sarebbe invece potuto rimanere aggrappato alla sua fune, in attesa che i marinai virassero per seminare la faucenera. Non poteva immaginare il Duca Viris a fare un gesto simile.

La missione che le aveva attribuito era chiara: doveva impedire a Greave di trovare un modo per aiutare sua sorella. Doveva distrarlo, controllarlo e, se necessario, ucciderlo. Adesso, Aurelle si ritrovava a temere quella necessità con tutta se stessa, perché non sapeva se le sarebbe riuscito. Non poteva immaginarsi a uccidere Greave, non poteva immaginarsi a fargli del male.

Rifletté poi sul fatto che non riuscire ad aiutare sua sorella gli avrebbe fatto altrettanto male. Poteva davvero farlo? Doveva davvero farlo? Il buonsenso le diceva che non aveva scelta, che il Duca Viris non era solo il suo datore di lavoro, ma quello la cui discendenza poteva ascendere al potere dopo tutto ciò. Aurelle aveva provato cosa significava essere in balia di uomini potenti e non voleva certo far infuriare uno dei più forti.

Eppure… era ancora aggrappata a Greave, teneva ancora stretto quel meraviglioso uomo così raro, disposto ad attraversare un intero regno per aiutare sua sorella, che dava più valore ai libri che alla violenza.

“Vi amo,” ripeté, mentre rifletteva sul fatto che alcuni pugnali avevano le lame da entrambi i lati e, con essi, tagliare se stessi era facile quanto colpire il nemico.

Avrebbero presto raggiunto la terraferma e dopodiché… dopodiché avrebbe dovuto scegliere.




CAPITOLO SESTO


Il Principe Vars cavalcava in capo ai suoi uomini, cercando di stare dritto sulla sella e conservare l’aspetto del reale che era. Era sempre stato bravo in questo. Non era muscoloso come Rodry, non aveva la bellezza femminea di Greave, ma era comunque giovane, piacente e dall’aspetto nobile nella sua armatura e nei suoi abiti eleganti mentre procedeva.

Sapeva che le guardie al suo seguito lo stavano osservando, in attesa di ricevere i suoi ordini. Ripensava alla locanda dove avevano passato la notte, ora prosciugata della birra, della carne e delle donne. Vars aveva pagato per avere la sua parte di tutte e tre, e adesso la tentazione era di rimmergersi lì dentro e dimenticare tutto il resto.

“Vostra altezza,” disse il funzionario addetto alle cerimonie. “Non dovremmo sbrigarci se dobbiamo raggiungere la principessa durante il suo raccolto nuziale?”

“Io do i comandi, Sergente,” gli ricordò Vars, ma la cosa irritante era che l’uomo aveva ragione. Evitare la fatica per una sera non aveva causato danni e avrebbe ricordato a tutti che lui era il capo. Tuttavia, sapeva quanto si sarebbe arrabbiato suo padre se avesse scoperto che non era con sua sorella e non voleva certo rischiare di provocare la collera del re.

“Molto bene,” disse. “In marcia!”

Partirono, con il sole che iniziava ad alzarsi e il caldo era più piacevole che opprimente. Passarono la mattina a ripercorrere la strada per tornare al bivio dove Vars aveva optato per l’altra direzione. Cavalcarono attraverso un campo aperto e coltivato, dove distese di grano e qualsiasi altro raccolto che i contadini stavano crescendo giacevano su entrambi i lati. Le strade laggiù erano polverose, con pareti rocciose bilaterali e qualche albero in qua e in là: melo e cedro, quercia e pero. Un gruppo di pecore pascolava in uno dei campi vicini, stupide come spesso parevano essere le persone.

Almeno i suoi uomini erano sensati: quando raggiunsero il punto in cui il cartello del bivio giaceva a terra, non dissero una parola sull’essere già stati lì. Vars li guidò sull’altra strada della biforcazione; la locanda in cui doveva aver trascorso la notte Lenore non doveva essere situata a più di circa un’ora di distanza a cavallo.

Dopo quel periodo trascorso da sola, già abbastanza spaventata per i pericoli della strada, avrebbe salutato Vars come aveva sempre accolto il suo eroico fratello Rodry. Certo, Vars avrebbe dovuto trascorrere qualche altro giorno di viaggio con lei, procedendo lento attraverso i luoghi più remoti del regno per raccogliere tributi, ma forse non sarebbe stato così male adesso. Forse alcuni di quei tributi sarebbero potuti finire nei suoi scrigni lungo il tragitto…

Quel piacevole pensiero lo incoraggiò a procedere mentre le sue truppe marciavano al suo passo, percorrendo la strada fino alla locanda. Riusciva a scorgerla in lontananza; la costruzione era adesso visibile fra gli alberi. Vars spronò il suo cavallo con il tacco. Sarebbero arrivati come una singola schiera senza macchia e senza paura, con lui in capo a tutti…

Qualcosa non andava. Avrebbe dovuto esserci del fumo provocato dai fornelli laggiù, avrebbero dovuto esserci almeno una dozzina di segni di vita. Invece, tutto taceva. Una parte di Vars gli urlava di tornare indietro, di restare lontano. Sapeva però che, se l’avesse fatto, sarebbe apparso debole, sarebbe tornato da suo padre e…

Quindi rimase defilato quanto bastava per far sì che gli altri raggiungessero la locanda prima di lui. Dietro al muro dei suoi uomini, vide il punto in cui la carrozza di Lenore era stata lasciata, e quello alimentò la speranza in lui. Poi però notò i corpi e la speranza tornò a morire, rimpiazzata da una paura schiacciante.

Giacevano lì, dov’erano stati uccisi o trascinati. Riconobbe le uniformi delle poche guardie che Lenore aveva portato con sé ed erano ricoperte di sangue. C’erano anche le domestiche, uccise con altrettanta brutalità, sebbene forse con una velocità minore. L’occhio esperto di Vars conosceva fin troppo bene i segni inflitti con violenza minuziosa.

Il terrore prese il sopravvento su di lui a quel punto. Parte era per la sua sorellastra perché, nonostante ciò che pensavano alcune persone, non era un mostro; a dirla tutta però, la maggior parte era per se stesso e per come avrebbe reagito suo padre se avesse scoperto che aveva lasciato rapire Lenore, ma non era quello il punto.

Il punto… il punto era che tutto ciò era accaduto in sua assenza.

Il suo primo pensiero gli fece tirare un sospiro di sollievo, perché essere stato lì avrebbe significato un pericolo assurdo, forse persino la morte, guardando alla semplicità con la quale pareva che avessero massacrato le poche guardie che avevano accompagnato Lenore.

Il pensiero successivo ebbe l’effetto opposto, perché avrebbe dovuto essere lì e tutti lo avrebbero saputo. Lo avrebbero guardato come fosse una nullità, meno di una nullità, nonostante fosse un principe del regno.

“Trovate mia sorella!” ordinò. “Scoprite cos’è successo qui!”

Restò seduto in groppa al suo cavallo mentre i suoi uomini si sparpagliavano, guardandoli spostarsi da un edificio all’altro. Vars sedeva con la mano sull’elsa della spada, senza sapere cosa avrebbe fatto se gli aggressori fossero sbucati dagli edifici circostanti. Li avrebbe colpiti, sarebbe rimasto lì immobile oppure sarebbe fuggito? Di certo non sarebbe entrato per primo in una delle costruzioni, andando a bussare al pericolo.

In parte si odiava per essere così.

“C’è qualcuno qui!” gridò il funzionario dalle stalle della locanda. “È viva, più o meno!”

Quello bastò a farlo scendere dal suo cavallo, sperando contro ogni speranza che si trattasse di Lenore. Se era morta in tutto ciò…

Irruppe nelle stalle e trovò il funzionario che aiutava una giovane donna a rialzarsi. Non era Lenore e non sembrava neanche una delle sue domestiche. Al contrario, indossava dei vestiti semplici che la facevano sembrare una qualche contadina, forse una dipendente della locanda. Vars la raggiunse a passo allungato.

“Che cosa è successo qui?” chiese. “Dov’è mia sorella?”

La giovane donna gridò alla violenza del suo tono e solo la presa rassicurante del funzionario la trattenne dal ritrarsi del tutto. Vars non aveva tempo per quello; doveva sapere cos’era successo, doveva sapere quanto era grande il guaio in cui si trovava.

“Che cosa è successo qui?” chiese. “Dov’è la Principessa Lenore?”

“Non c’è,” rispose la donna. “I taciturni… l’hanno presa…”

“I taciturni?” domandò Vars, riluttante a credere all’accaduto. Aveva sentito le storie; erano gli assassini addestrati di Re Ravin, quelli istruiti ad attraversare i ponti per eseguire i suoi ordini.

“Loro… loro hanno ucciso quasi tutti,” disse la donna. “Hanno assediato la locanda, tenendo solo alcune di noi per… per…”

Un altro uomo avrebbe potuto dire qualcosa di rassicurante in quel momento, ma lui si limitò a guardarla.

“Dov’è mia sorella?” ripeté.

“L’hanno presa,” disse la donna. “Hanno aspettato che entrasse nella locanda con i suoi uomini, poi hanno ucciso gli uomini e… hanno catturato la principessa e le sue domestiche. L’hanno rinchiusa qui, le hanno fatto delle cose terribili e poi si sono diretti a Sud.”

“E ti hanno lasciata viva per dircelo?” chiese Vars diffidente. Quando qualcuno faceva qualcosa di brutto, era meglio che lo facesse in segreto, lontano da occhi indiscreti. Lui lo sapeva meglio di chiunque altro.

“Loro vogliono che le persone sappiano,” rispose la giovane donna. “Hanno ucciso alcune delle domestiche, ma le altre… le hanno rilasciate per portare la notizia. Mi hanno lasciata qui. Vogliono che le persone sappiano cos’hanno fatto, che sono riusciti a catturare la principessa persino qui. Che ce l’hanno loro.”

Vars emise un grido che era pura rabbia e frustrazione. Quelli attorno a lui dovevano averlo interpretato come uno sfogo d’ira perché sua sorella era stata catturata in quel modo ed era ancora in pericolo. C’era dell’altro però, molto altro. C’era il fatto che gli altri avrebbero saputo cos’era accaduto lì, grazie a quelli che i Taciturni avevano lasciato andare. C’era la frustrazione perché tutti avrebbero inevitabilmente scoperto il suo fallimento.

C’era la comprensione di ciò che avrebbe dovuto fare.

“Quanti sono?” chiese.

“Forse… una dozzina,” rispose la donna.

Una dozzina di uomini aveva fatto tutto quello? Tuttavia, almeno c’era un vantaggio al riguardo: loro erano di più. Vars apprezzava quando i suoi uomini erano più di quelli avversari.

“Raggruppa gli uomini,” scattò il principe.

“E lei?” chiese il funzionario, facendo un cenno con il capo alla donna.

“Mia sorella è quella che conta!”

Lei era quella la cui sicurezza contava per suo padre. Se fosse tornato con lei, avrebbe potuto inventare qualsiasi storia avesse voluto per spiegare il ritardo nel percorrere la strada e sarebbe potuto passare lo stesso da eroe. Se fosse tornato senza…

Non sarebbe successo, non l’avrebbe permesso.

Raggiunse il suo cavallo, balzandogli in groppa come un qualche eroe uscito da una canzone. Era l’incarnazione del paradosso mentre i suoi uomini si radunavano, mettendosi in riga con tanta precisione come avessero ricevuto l’ordine da un vero leader.

Estrasse la spada, che era più di quanto faceva di solito in combattimento e guardò verso i suoi uomini.

“Tu, vai a vedere se ci sono dei cavalli nelle stalle. Il resto di voi, preparatevi a mettervi in marcia, veloce.” Ci fu qualche mormorio tra le fila, ma Vars mise tutti a tacere con un’occhiataccia. “Mia sorella, la vostra principessa, è in pericolo! Gli uomini di Re Ravin la stanno portando nel Regno del Sud, e questo significa attraversare i ponti. Se li raggiungiamo prima, riusciremo a fermarli e a salvarla! Ogni uomo qui presente può diventare un eroe!”

Tutti potevano diventarlo, ma lui sarebbe stato il più grande di tutti. Se avesse salvato sua sorella, gli uomini avrebbero raccontato storie su quanto era stato coraggioso il Principe Vars a combattere il meglio che Re Ravin aveva da offrire. Se avesse fallito… beh, suo padre avrebbe forse preteso la sua testa.

Dovevano uccidere una dozzina di uomini per evitarlo? Avrebbe fatto quello e di più.

“Avanti!” gridò e spronò il cavallo a galoppare. “Dobbiamo raggiungere il ponte in tempo!”




CAPITOLO SETTIMO


Svegliarsi fu una sorpresa per Nerra. Sbatté le palpebre per aprire gli occhi e si accorse che poteva ancora respirare; il suo corpo non minacciava di consumarla. Si sedette e la seconda sorpresa fu il letto sul quale giaceva. Era una struttura di pietra, coperta di lenzuola, in quella che sembrava una lunga camerata di letti simili.

Su ciascuno di quei letti, giaceva una figura, la maggior parte di esse gemeva, molte altre erano invece così immobili che sembrava fossero a pochi respiri dalla morte. Nerra avvertì l’odore del sudore e un tipo di calore che sembrava radicato nelle sue ossa. Le figure indossavano una varietà di indumenti, come fossero state portate lì da ogni angolo del mondo ma, in qua e in là, scorse dei frammenti di pelle nuda, macchiati di nero, con delle linee simili a squame…

Erano come lei.

Si guardò attorno brusca, cercando di dare un senso a tutto ciò. Quando era svenuta, c’erano stati solo la foresta e il drago…

“Siete sveglia.”

L’uomo in piedi accanto alla porta fu la terza sorpresa. Aveva una lunga barba arricciata, alla quale sembrava avere intrecciato dei gusci, ciascuno con un segno diverso dipinto sopra. Anche i suoi capelli grigi erano lunghi, gli cadevano sulle spalle. Indossava una tunica e dei calzoncini sfilacciati qua e là per l’uso eccessivo. Era alto e dalle spalle ampie, con tratti che sembravano consumati dagli agenti atmosferici e rigati dalla preoccupazione.

“Chi… chi siete voi?” chiese Nerra, alzandosi. “Dove mi trovo?”

“Siete dove dovete essere, nell’ultimo rifugio per coloro che hanno la malattia del drago,” rispose l’uomo e Nerra si imbronciò; nel Regno del Nord la chiamavano la malattia a squame. Significava che non era più nel Regno del Nord?

“Io… Mi sento…” esordì Nerra. “Io stavo morendo.”

“Eravate morta,” concordò l’uomo, con una voce che sembrava troppo calma per quella rivelazione. “Ma noi abbiamo dei metodi per stabilizzare la malattia, per un periodo.”

“Ma è incredibile,” replicò Nerra. “Se la gente lo sapesse… mio padre è…”

“So chi siete, Principessa Nerra,” la interruppe l’uomo. “So che siete stata esiliata per la vostra condizione, ma qui siete al sicuro. Questo è un luogo dove tutti coloro che hanno la malattia possono vivere in pace i giorni da umani che li restano. Qui facciamo tutto il possibile per prolungare un poco quei giorni.”

Nerra si imbronciò a quell’affermazione. “Non mi avete ancora detto chi siete.”

“Sono Kleos,” disse l’uomo. “Il custode di questo posto. Vi ho vista arrivare ed è molto raro che qualcuno venga portato qui direttamente da un drago.”

Raro, ma a quanto pareva non così tanto da causare shock nell’uomo che aveva davanti.

“State parlando come se aveste già visto dei draghi prima,” disse Nerra. “Dove ci troviamo di preciso?”

“Venite,” rispose. “Fareste meglio a vederlo coi vostri occhi.”

Le fece strada fuori dalla camerata, verso un ampio spazio aperto che sembrava quasi un villaggio. Le persone lavoravano lì, coltivando piccoli orti o trasportando l’acqua. Tutti e ognuno parevano avere l’intreccio di squame in un qualche punto del loro corpo.

La terra attorno al villaggio era rocciosa, risaliva pendici che conducevano alla bocca di quello che sembrava un vulcano. Altre formazioni rocciose giacevano sparse nel basalto, scure e angolari, come cresciute dietro alle eruzioni del vulcano. C’erano degli alberi su alcune sezioni della pendice, sbucavano dal terreno scuro; mentre in lontananza il suolo precipitava nel mare circostante, rendendo l’intero luogo un’isola. Un molo più giù suggeriva come la maggior parte delle persone raggiungeva il posto.

Fu ciò che giaceva al di là che attirò l’attenzione di Nerra, però. Così lontana che era a malapena visibile all’orizzonte, scorse una costa molto più ampia di quella dell’isola, con vulcani che si ergevano sul panorama per conferire allo scenario un aspetto seghettato, dentato. Sopra ai vulcani, qua e là, vide dei punti circolari. Le ci volle un momento per realizzare quanto dovevano essere grandi, e fu solo allora che capì cosa erano: draghi.

“Quella è Sarras,” disse Nerra scioccata. Non aveva mai visto il terzo continente, ma quell’ambiente non poteva essere nient’altro. Se era vero però, significava che il suo drago l’aveva trasportata per mezzo oceano. “Siamo a Sarras.”

“Non proprio,” intervenne Kleos, facendo cenno al piccolo villaggio attorno a loro. “Questa è Haven. La nostra isola giace un poco distaccata dagli orrori di… quel posto.”

“Quali orrori?” chiese Nerra.

Kleos scosse la testa. “Questo non è un luogo per quelle cose. Questo è un luogo di pace, dove coloro che sono affetti dalla malattia possono vivere i loro giorni e incontrare una morte garbata.”

“Una…” Nerra scosse la testa a quel pensiero. Avrebbe dovuto restare lì seduta ad aspettare di morire? “Cos’è questo posto? Una prigione? Dovrei restare qui in cattività?”

“Questo è un luogo di rifugio,” replicò Kleos. “Dove coloro che hanno la malattia del drago possono essere al sicuro dal mondo attorno a loro, e il mondo può essere al sicuro da loro.”

“Questa è la seconda volta che la chiamate così,” sottolineò Nerra. “È per le squame?”

“È per ciò che diventano le persone con la malattia,” rispose Kleos e fece una pausa per un momento. “Io… Io potrei mostrarvelo, ma sarebbe meglio di no. Vivreste più in pace senza sapere cosa vi aspetta.”

Nerra non esitò. “Mostratemelo.”

Nessun altro era stato capace di mostrarle davvero dove l’avrebbe condotta quella malattia. Il dottore glielo aveva detto, ma non era la stessa cosa, neanche ci si avvicinava; doveva vederlo coi suoi occhi. Seguì Kleos che le fece strada verso un altro punto del villaggio, verso un edificio in pietra la cui porta pareva più massiccia delle altre. Estrasse una chiave e la aprì.

“Dobbiamo fare attenzione qui dentro,” la avvisò. “Quelli che stanno qui… hanno poco di umano.”

“Ma avete detto che c’erano dei modi per aiutare…” affermò Nerra.

“Vi sono,” concordò Kleos. “Ma non lasciatevi adescare da false speranze, Principessa. Non vi è cura. Prima o poi, a prescindere da tutto ciò che faccio, si arriva a questo.”

Fece un passo indietro per permetterle di entrare perché potesse vedere. La costruzione era ombrosa all’interno, ma l’oscurità era attraversata dai pianti e dai lamenti di coloro che la popolavano. Non c’era niente di umano in quel suono, però.

E di certo neanche nella creatura che le si sollevò davanti. Era più robusta di un uomo, con squamose mani artigliate, denti che parevano potersi immergere nella carne e strapparla via, e tratti che si erano deformati in una specie di muso da lucertola. Il suo corpo era massiccio e malfatto, i muscoli parevano crescerle sotto alla pelle senza logica né armonia alcuna. Aveva gli occhi dell’essere umano, ma privati di qualsiasi traccia di umanità; ospitavano solo rabbia, dolore e fame. Non era più un essere umano, ma non era neanche un drago; era qualcosa che stava a metà, bloccato, incompleto, deformato dalla sua fisionomia precedente ma non ancora tramutato nella successiva.

Balzò in avanti andandole addosso; e Nerra fu troppo lenta per schivarlo in quel momento. La massa della creatura era sopra di lei adesso, la sbatteva a terra e la osservava dall’alto minacciosa. Alzò gli artigli, pronta a colpire; e la principessa era ormai certa che Kleos l’avesse portata lì solo per farla morire, per delle ragioni che non riusciva a contemplare.

L’uomo intervenne invece; la raggiunse con fra le mani una lama ondulata che sembrava prodotta con qualche metallo scuro e lunga quanto l’avambraccio di Nerra. La usò per affondare un colpo, prendendo la creatura dritta in petto e facendola stridere in un pianto animale. Cadde all’indietro, con gli artigli alzati come per scongiurare altri tagli, ma Kleos stava già avanzando.

“Mi dispiace,” disse, mentre Nerra si alzava. “Quando vi ho portata qui non sapevo che questa fosse già così avanti… È… è arrivato il momento per lui.”

“Era una persona?” chiese Nerra. Non riusciva a crederci, non voleva crederci, perché… quello significava che anche lei sarebbe finita così. “Non c’è niente che potete fare per aiutarlo?”

“Solo una cosa adesso,” rispose Kleos e avanzò, seguendo la creatura. La sua espressione era dispiaciuta ma, nonostante ciò, non si tirò indietro dal cerchio di artigli della creatura-drago. Affondò brusco la sua lama, questa volta conficcandogliela sotto alla mascella e fino al cervello. Nerra udì la creatura emettere un sussulto che sembrava un misto di shock e sollievo; poi Kleos estrasse la lama pulita, lasciando cadere la bestia all’indietro sul pavimento.

Restò lì in piedi per qualche secondo. In profondità nel fabbricato, Nerra udiva dei ringhi che suggerivano che vi erano altre di quelle creature… quelle persone, erano lì.

“Aiutatemi a portarlo fuori,” disse Kleos. “Adesso ha trovato la pace e noi tratteremo il suo corpo con rispetto.”

Nerra non sapeva da dove iniziare, quindi afferrò le gambe della creatura, aiutando Kleos a sollevarla.

“Questa sarà…” esordì. “Io diventerò…”

“Diventerete come Matteus qui presente?” domandò Kleos e chinò la testa. “Alcuni non vivono così a lungo. La malattia del drago li fa a pezzi; ma sì, potreste diventare così.”

“E quando accadrà, mi ucciderete?” gli chiese.

Il custode annuì. “Vi darò la pace quando non sarà più rimasto niente in voi che la conosce.”

Nerra era davvero a terra adesso. Il suo drago l’aveva portata lì, l’aveva salvata, eppure adesso… adesso sembrava che l’unica cosa per cui l’aveva messa in salvo era la morte.




CAPITOLO OTTAVO


Lenore si augurava la morte mentre era seduta sul cavallo, con le mani legate davanti a sé e la presa di Ethir attorno alla vita a tenerla salda sul posto. Attorno a loro, gli altri Taciturni trottavano; i cavalli avanzavano in una fila quasi silenziosa e coloro che li guidavano lo facevano con le mani sullo strano assortimento di armi che portavano.

Inizialmente aveva sperato di fuggire, ma i Taciturni le avevano dimostrato già due volte che non aveva modo di scappare da loro. L’avevano catturata senza difficoltà, imprigionandola nella locanda e acciuffandola di nuovo senza problemi quando aveva tentato la fuga. Non aveva via di scampo.

Aveva poi sperato di essere salvata. Lenore era stata certa che sarebbe accaduto, grazie ai Cavalieri dello Sperone che cavalcavano all’orizzonte, o a Rodry, o persino a Vars insieme agli uomini che avrebbero dovuto proteggerla. Lì, all’aperto, non potevano abbattere quei dodici e sconfiggerli? Non potevano salvarla?

Tuttavia, a ogni lega che passava, quelle speranze si affievolivano; a ogni passo dei cavalli, era più vicina ai ponti e più lontana da qualsiasi aiuto potesse ricevere. Lenore riusciva già a scorgere il più ampio dei ponti in lontananza, la sua campata si allungava sullo Slate, con un metro dopo l’altro di legno scuro.

C’erano delle guardie all’estremità del ponte, forse una dozzina, ma a mano a mano che Lenore e i Taciturni procedevano, sapeva che non avrebbero potuto fermare una forza come quella. Quelle guardie potevano fermare i contrabbandieri o buttare giù il ponte in caso di invasione, proteggendo il regno con la furia del fiume, ma non erano abbastanza numerose da impedire che venisse portata a sud e non si aspettavano certo di dover combattere una forza proveniente da nord. La maggior parte di quegli uomini non stava neanche guardando dalla sua parte, mentre veniva scortata dai Taciturni; al contrario, erano rivolti verso il fiume, per assicurarsi che non arrivassero minacce dall’altro lato.

Vide alcuni di loro voltarsi al rumore dei cavalli che si avvicinavano, ma era troppo tardi. Il primo dei Taciturni stava già attaccando; abbatté la prima guardia con la spada, affondò il coltello in un’altra. Si scagliarono sulle sentinelle e non fu neanche un combattimento vero e proprio. La maggior parte degli uomini laggiù non riuscì neanche a estrarre la spada e, di quelli che lo fecero, quasi tutti morirono senza neanche arrivare a usarla. Uno azzardò un colpo goffo verso uno dei Taciturni, ma la pura e semplice verità era che i sorveglianti dei ponti non erano i guerrieri più brillanti del regno, ma solo uomini addestrati per stare lì fermi in eterno, a gestire i traffici fra i due lati del ponte. L’ultima guardia morì tanto in fretta quanto le altre, uno spruzzo di sangue le uscì dalla gola mentre uno dei Taciturni gliela apriva con una spada.

I rapitori di Lenore si fermarono lì per un secondo o due, pulendo le loro armi prima di procedere e quello dette modo alla principessa di lanciare uno sguardo al di là del ponte, scorgendo quella costa lontana e gli alberi che giacevano oltre a un tratto di campo aperto. Quello era un terreno che non apparteneva a suo padre, un terreno dal quale non poteva immaginare che qualcuno l’avrebbe riportata indietro.




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